Sosteniamo Riace

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La situazione gestionale per le seicento persone rifugiate, ospiti della comunità di Riace, è giunta a un punto critico.
Da due anni e mezzo la Prefettura di Reggio Calabria nega il supporto economico a quella comunità per le persone migranti che la stessa Prefettura e il Ministero degli interni hanno inviato d’ufficio a Riace, in occasione di sbarchi e di emergenze umanitarie.
Il sindaco di Riace non si è mai opposto, e ha anzi dato ampia disponibilità ad accogliere persone che andavano collocate in emergenza.
Quando comuni come quello di Milano davano disponibilità per 20 persone, la disponibilità a Riace era di 200. Nel mentre c’erano comuni dove si facevano le barricate contro l’arrivo di una decina di mamme e dei loro bambini, a Riace se ne accoglievano centinaia.
Queste operazioni vengono definite burocraticamente sotto la sigla CAS ( Centri di Accoglienza Straordinaria).
Troppe domande, troppi pochi posti. Aumentare i posti, di fronte alle difficoltà nel rapporto con i comuni, è un processo lento. C’è bisogno di una soluzione rapida, “di emergenza”, che viene individuata appunto nei cosiddetti CAS, un ibrido che formalmente rientra nella prima accoglienza a cui si accede spesso direttamente dai porti di sbarco, ma praticamente dà ormai un’accoglienza di lungo periodo come accade nella seconda accoglienza.
È come se a Riace ogni giorno arrivassero 150 persone migranti.
Le spese per il sostegno a queste persone, nei fatti, da due anni e mezzo, sono a carico della comunità di Riace dal momento che la Prefettura di Reggio Calabria frappone assurdi e inumani pretesti burocratici all’invio delle dovute e necessarie risorse economiche per il sostegno di queste persone. Il Ministero degli interni, prima col ministro Minniti, ancora di più oggi col ministro Salvini, nulla fanno per impedire questo scempio di umanità, prima ancora che di regole.
In questi due anni e mezzo la “pacchia” per le 150 persone migranti (tra cui 20 bambini molti dei quali in tenerissima età ) è stata garantita dalla solidarietà della comunità riacese che ha provveduto alle esigenze di questi sventurati anche con i famigerati “bonus”, un sistema di pagamento nei negozi che surrogava, temporaneamente, i soldi veri, che arrivavano sempre con ritardi ingiustificati, e che hanno consentito la sopravvivenza.
A gennaio di quest’anno, esasperato da questo atteggiamento che non trova alcuna spiegazione giuridica, oltre che sul piano umano, il sindaco Lucano si è visto costretto a sospendere la disponibilità ad accogliere ulteriori invii di persone nell’ambito dei CAS.
Nessuno è stato tuttavia mandato via. A tutti è stato comunque garantito il sostegno essenziale, tra quelli che comunque volevano rimanere a Riace. Le persone non sono numeri e non possono essere trattate come le bestie da trasferire qua e là come greggi di pecore. A tutti, nonostante le grandi difficoltà, è stata data la possibilità di restare.
Bekis, la giovane nigeriana morta bruciata viva nel rogo del lager di San Ferdinando, aveva deciso, a differenza di quelli che avevano deciso di restare, di provare a vivere altrove.
Bekis è tornata a Riace, qualche giorno fa, per essere seppellita nel piccolo cimitero dopo una toccante cerimonia religiosa.
A fine giugno si profila il colpo che potrebbe essere decisivo e finale per l’esperienza di accoglienza e integrazione di Riace. C’è il rischio che lo SPRAR decida, in sintonia con la Prefettura e il Ministero, di sospendere l’erogazione dei fondi per i progetti a lungo termine che hanno fatto di Riace un esempio mondiale di accoglienza e integrazione.
Se così fosse, se ciò dovesse accadere, non basterà più indignarsi con chi usa la burocrazia inumana contro gli “zero”, gli ultimi e i più deboli. Bisognerà guardarsi allo specchio, se si è ancora in possesso di una coscienza, e domandarsi:
«io, che cosa ho fatto per impedire che questo crimine contro l’umanità fosse compiuto?».

Un muro di Riace