Venaus: resistere e cambiare

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Fra pochi giorni entrerà in funzione a Venaus il Centro di documentazione Emilio Tornior, ennesima espressione di creatività e consapevolezza della comunità della Val Susa costituitasi intorno alla lotta contro il Tav. È l’epilogo di una storia che merita di essere raccontata.

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Venaus è un piccolo paese della Val Cenischia (posta lateralmente alla Val Susa) di 900 abitanti, sito a valle delle montagne a 600 metri sul livello del mare. Lì, nel 2005, era programmato lo scavo del tunnel geognostico propedeutico alla galleria di base della nuova linea ferroviaria Torino-Lione.

Contro quella scelta è mobilitata la grande maggioranza dei valsusini. Il 16 novembre la valle si ferma per uno sciopero generale: oltre 50.000 persone marciano per 8 chilometri sulla statale 25, da Bussoleno a Susa. Ma intanto ai proprietari dei terreni vengono inviate le lettere di esproprio. La data della presa di possesso dei terreni per installare il cantiere della galleria di servizio è fissata per mercoledì 30 novembre: per quella mattina vengono convocati a Venaus tutti i Consigli comunali e una manifestazione popolare, che si svolge con una grande partecipazione di folla e porta alla costituzione di un presidio di massa sui terreni destinati all’esproprio.

Il Governo invia in loco duemila soldati che chiudono le vie di comunicazione e trasformano il paese in un bunker. Per entrare e uscire da Venaus i residenti devono presentare la carta d’identità ai vari posti di blocco. Viene fermato anche un carro funebre, la sepoltura di una vecchietta. La rabbia della popolazione cresce. Racconta il sindaco, Nilo Durbiano: «Nella notte fra il 2 e il 3 dicembre, sono appena rientrato, suona il telefono di casa. È la prefettura. Mi convocano a Torino subito perché hanno urgenza di parlarmi. Provo a spostare l’appuntamento al mattino. “No, subito!”, mi dicono. Se ho dei problemi vengono a prendermi. Mi metto in macchina, da solo. Lascio mia moglie preoccupata. Quando arrivo trovo ad aspettarmi il prefetto, il questore, altri della Digos. Cinque o sei persone. Mi dicono di sedermi, loro in piedi. Mi ricordo come fosse adesso le loro parole: “Lei è responsabile di una grave situazione di illegalità”. In pratica mi intimano di “sgomberare immediatamente tutta l’area del cantiere con il corpo dei vigili di Venaus”. Penso di essere su scherzi a parte – continua Nilo – . Li guardo. Il comune di Venaus ha una vigilessa un giorno alla settimana in convenzione con il Comune di Borgone. Cosa possiamo fare? Fra poliziotti, guardia di finanza, esercito eccetera loro possono contare almeno su cinquecento unità per turno di stanza sul territorio e chiedono a me di sgomberare? Mi convocano alle tre del mattino a Torino per chiedermi una cosa così assurda? C’è una pressione psicologica molto forte. Intanto io seduto, imputato, e loro in piedi. Respiro a fondo. Fra me e me mi dico che non posso sbagliare. Non posso dire cose sbagliate che potrebbero usare contro di me. Respiro, poi dico: “Eccellenza – proprio così, voglio rimarcare la parola eccellenza – guardi che la legalità sul mio territorio la ripristiniamo se voi togliete tutti i posti di blocco che costringono la popolazione a mostrare i documenti uscendo ed entrando da casa”. “Lei la pensa così?” mi chiedono. Poi si guardano e mi dicono: “Può andare”. Dieci minuti e mi ritrovo in auto verso la valle. Non ci abbiamo messo più di dieci minuti compresi i saluti. Ma intanto ho capito che non si fermeranno. È un avviso. Qualcosa capiterà».

E, infatti, le cose precipitano. Nella notte del 6 dicembre le “forze dell’ordine” aggrediscono brutalmente i presidianti che stanno riposando nelle tende e nelle baracche a Venaus: anziani, donne, ragazzi vengono malmenati e feriti benché non oppongano la minima resistenza. Ai sindaci viene strappata la fascia tricolore, poi sono manganellate anche per loro. Con le ruspe vengono demolite le installazioni del presidio. Come si sparge la notizia la Valle insorge: le Rsu delle fabbriche dichiarano immediatamente lo sciopero; alcune stazioni ferroviarie e le statali sono rese impraticabili fino a sera, così come l’autostrada. A Torino sfilano due cortei, con l’occupazione simbolica della stazione ferroviaria di Porta Nuova, e viene presidiata la Prefettura. Il giornalista de La Stampa e scrittore Carlo Grande, presente ai fatti, pubblica un drammatico resoconto della notte di Venaus, che si conclude con queste parole: «non c’era bisogno di picchiare, non c’erano facinorosi, non ci sono stati scontri, tafferugli, ma una carica con pestaggi, manganellate su persone che non opponevano resistenza fisica, ma tende, qualche fuoco per scaldarsi, stufe a legna. In quelle ore lo Stato e la democrazia sono state una parola vuota».

Due giorni dopo, l’8 dicembre, un’immensa manifestazione, un fiume di persone spazza via ogni recinzione, ogni paletto, ogni nastro segnaletico posto dalle forze dell’ordine e restituisce alla valle la zona sotto sequestro. È uno tsunami di persone, 50-70.000, che, sfidando anche la neve, travolge tutto. Ancora Durbiano: «Venaus ha vissuto un momento epico, un film. Ecco, Ben Hur, cosa dire di più? La polizia aveva bloccato la strada principale ma la gente conosceva altri passaggi e correva giù per sentieri, per scarpate, come rivoli d’acqua inarrestabile. La liberazione degli schiavi dalle catene!».

Nilo Durbiano non è un rivoluzionario, rivendica la sua appartenenza socialista, viene descritto dai giornalisti che lo incontrano come un bunòm (espressione piemontese con cui si identifica una brava persona, mite, altruista). Certo non avrebbe mai immaginato di diventare in quelle settimane del 2005 il sindaco più famoso d’Italia, intervistato dalla Rai, dalla Bbc, giornalisti giapponesi, svedesi… e molti altri media. I giorni di Venaus raccontano come si può trasformare un sindaco da moderato No Tav in un potenziale Che Guevera. Oggi Durbiano racconta: «Non ero preparato a quello che sarebbe successo ma avevo imparato a saltare l’asticella. Solo che ogni giorno le difficoltà facevano alzare l’asticella sempre più in alto e non essendo un atleta rischiavo di rompermi l’osso del collo. Ho perso dieci chili. Erano giorni dove non mangiavo, non dormivo, non passavo neppure da casa, vivevo con la paura di sbagliare, consapevole che tutto quell’accampamento era qualche cosa che poteva anche finire male. Bastava una scintilla, qualcosa, ero terrorizzato che ci scappasse il morto. La tensione era altissima. Poi non tutto il paese ovviamente era d’accordo. C’era chi andava sotto casa mia a insultarmi: “guarda come hai ridotto il paese, sindaco di merda”. Ma una sera il vicesindaco mi dice: “Ti aspettiamo tutti in Comune, quando puoi vieni”. Vado e trovo tutta la maggioranza seduta al tavolo. Potevano dirmi qualunque cosa, me lo sarei anche aspettato. E invece mi dicono: “Nilo, qui è un disastro. Non sappiamo come finirà, ma qualunque scelta tu farai avrai il nostro appoggio”. È una frase che mi porto dentro da allora e quando ci penso mi provoca ancora emozione».

Ebbene, allora, nei pochi momenti di pausa fra gli scontri con la polizia, i casini di un campeggio improvvisato, la neve, il freddo, il sindaco Durbiano comincia a dire che quell’area sequestrata dovrà diventare un luogo di incontro per la comunità (facendo dubitare a molti di essere un po’ troppo provato dai fatti di quei giorni).

Il tempo passa. Il 2005 è ormai un ricordo. Ma l’idea folle di Durbiano prende corpo e, poco alla volta, diventa realtà. Si comincia con alcune baracche recuperate e restituite alla collettività come alloggi e spazi comuni. Ma per andare avanti mancano i soldi, ché il costo del progetto, fra abbattimento e nuova costruzione, è stimato in 700.000 euro, mentre il Comune ha un avanzo di bilancio di appena la metà. Così iniziano le contestazioni e le critiche in particolare dell’opposizione. Ma il sindaco non si scoraggia e, alla fine, il Centro polivalente è pronto, con un costo finale, comprese luci, impianto audio e proiettori, di 360.000 euro: «Esattamente la metà della previsione iniziale», commenta soddisfatto Durbiano. Il Polivalente ora è un gioiellino che tutta la comunità di Venaus e non solo utilizza per spettacoli teatrali, convegni, concerti. Intorno è quasi completata una borgata a cui, non a caso, è stato dato il nome «8 dicembre». E si prosegue verso un allargamento del progetto in cui troveranno posto anche le «Tracce No Tav» del Centro di documentazione promosso dal Controsservatorio Valsusa. In continuità con quanto accaduto nel 2011 quando, in occasione di un incontro organizzato dal 26 al 30 agosto nel capannone che sarebbe poi diventato il Polivalente, dalle case e dagli archivi privati erano usciti libri dedicati alla storia del Tav, vecchi volantini, gadget, di tutto e di più: materiale che mai prima di quel momento era stato organizzato ed esposto insieme. La storia continua…

Chiara Sasso

Chiara Sasso vive e lavora in Val Susa ed è naturalmente impegnata nel Movimento No Tav. Attiva nel mondo dell'ambientalismo, è tra i fondatori del Valsusa Filmfest e fa parte del coordinamento della Rete dei Comuni solidali (Recosol). Presidente della Fondazione "E' Stato il Vento", è autrice di numerosi libri su temi sociali e ambientali tra cui Riace, terra di accoglienza (Edizioni Gruppo Abele, 2012), Trasite, favorite. Grandi storie di piccoli paesi. Riace e gli altri (Carta/Intra Moenia, 2009) e Le mucche non mangiano cemento. Viaggio tra gli ultimi pastori di Valsusa e l'avanzata del calcestruzzo (con Luca Mercalli, SMS, 2004).

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