Visti da vicino non sono poi così brutti…

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Prima voce fuori campo: «Io ho visto tante volte al TG i vostri assalti al cantiere di Chiomonte, scene di guerriglia indegne di un paese civile. Beh, non crediate che io mi beva tutto quello che dice la TV e quello che leggo su Stampa e Repubblica. Però, insomma…». Seconda voce fuori campo: «Dietro ogni notav c’è una storia che val la pena ascoltare». Se si trattasse di un film la prima voce potrebbe essere l’inizio e la seconda quella che accompagna le ultime immagini prima dei titoli di coda. Ma non è la trama di un film che voglio raccontare e queste due frasi riassumono il senso di un invito che rivolgerò a chi legge.

La prendo un po’ alla lontana. Un qualsiasi fenomeno di massa può essere descritto da diverse angolature, ognuna delle quali mette l’accento su alcuni aspetti e ne trascura altri: l’immagine che ne deriva è il risultato delle scelte di chi descrive il fenomeno. La scelta dell’angolatura è di per sé determinante: l’enfasi su alcuni punti e il silenzio su altri in molti casi nasconde una volontà di manipolazione al fine di rendere un’immagine più rispondente a un interesse particolare che non al desiderio di analizzare e informare. Le grandi potenzialità dei mezzi di informazione e le nuove tecnologie hanno esasperato in questi ultimi decenni un problema che è sempre esistito.

Qui mi interessa accennare all’immagine della resistenza No Tav in Valsusa, quella che viene percepita da chi, al di fuori della valle in particolare, non vive la quotidianità di una lotta ormai trentennale che ha segnato diverse generazioni. In questi ultimi decenni, in particolare dopo il 2005, sono essenzialmente due le immagini del movimento No Tav che vengono offerte. C’è l’immagine che il movimento stesso dà di sé, e quella che ne danno i grandi organi di informazione. Quest’ultima, salvo rarissime e occasionali eccezioni, non nega in genere le dimensioni di massa ma tende a presentare un movimento con due facce: da una parte migliaia di cittadini che manifestano pacificamente, dall’altra un manipolo di militanti agguerriti e violenti, in genere appartenenti a centri sociali e area anarchica, che tengono sotto scacco l’altra parte. Questa immagine è in linea con quella che in definitiva riconduce l’opposizione al Tav a un problema di ordine pubblico o di criminalità politica.

L’immagine che offre di sé stesso il movimento No Tav viceversa nega questa separazione, mette ovviamente l’accento sulle dimensioni di massa e tenta di presentare le tante articolazioni del movimento e le diverse iniziative di lotta come un tutt’uno. Questa seconda immagine in genere riesce ad essere percepita da un numero limitato di persone non direttamente coinvolte nella resistenza No Tav, e questo ovviamente dipende dalla disparità di mezzi di informazione e nella loro diversa capacità di penetrazione: i siti No Tav e i vari social riescono in minima parte a erodere lo strapotere dei grandi media.

Ma c’è un altro limite nell’immagine che il movimento No Tav è in grado di offrire di sé: la dimensione popolare emerge spesso più nelle quantità che nella qualità, i dettagli rimangono sfumati e non si tratta di dettagli di poco conto. Le grandi manifestazioni ne sono un esempio, ma vale in generale. Anche in questo caso manca la possibilità di guardare da una diversa angolatura: mancano i volti e le voci delle persone che costituiscono l’ossatura del movimento, manca il loro vissuto, la loro storia, il contesto in cui hanno maturato le loro convinzioni e li hanno portati alla militanza. Conoscere questo vissuto, ascoltare queste voci, guardare negli occhi chi non ha niente da nascondere ed è orgoglioso di raccontare la propria vita può aiutare a comprendere la dimensione popolare del movimento No Tav e cogliere le radici della sua forza.

Il Centro di documentazione Emilio Tornior, curato dal Controsservatorio Valsusa, ha cercato di colmare questa lacuna. Lunedì 5 luglio ha presentato in anteprima in un teatro di Bussoleno una raccolta di testimonianze che sono ora pubblicate nella nuova sezione “I volti e le voci” del sito www.traccenotav.org

Il sito raccoglie già migliaia di documenti nelle altre sezioni dedicate alle due diverse angolature di cui parlavo: “Il movimento si racconta” e “I media ne parlano” mentre la nuova sezione dà direttamente voce a singole persone che non hanno in genere ruoli da leader. Un restyling del sito, già iniziato, consentirà di aprire presto nuove sezioni dedicate ad altri aspetti specifici, mentre per la parte “I volti e le voci” è già oggi aperta una collaborazione con la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari con interessanti prospettive.

I volti e le voci è un lavoro sulla memoria storica che da spazio alle fonti orali e presenta autobiografie raccolte in video che seguono una traccia che parte da lontano, spesso dai tempi dell’infanzia; una traccia che racconta del contesto sociale e familiare, del periodo di formazione scolastica, ripercorre le tappe della vita lavorativa e arriva come approdo alla militanza No Tav che appare in continuità con il vissuto precedente: un vissuto che spesso ha radici nelle lotte operaie in difesa del lavoro, nelle precedenti lotte in difesa dell’ambiente, nelle lotte per la pace. È una traccia che a volte affonda le radici nella Resistenza e che oggi guarda anche ai migranti che cercano un futuro oltre la linea di confine delle montagne della Val di Susa.

Al momento sono dodici i racconti presentati nelle pagine del sito e la maggior parte dei protagonisti ha vissuto la storia del movimento fin dai primi anni ‘90. Nei prossimi mesi verranno presentate altre testimonianze che coinvolgeranno anche giovani appartenenti alle diverse articolazioni del movimento No Tav.

Qualcuno potrà ribaltare su chi scrive l’accusa di manipolazione di cui parlavo all’inizio, osservando che la stessa scelta delle persone disposte a raccontare la propria vita senza reticenze è di fatto un modo per far emergere ciò che si vuole che appaia e nascondere ciò che potrebbe creare imbarazzo. Ovviamente non posso portare le prove che questa non è l’intenzione, ma non chiedo certo di credermi sulla parola. Ciò che vorrei è che chi prova un po’ di diffidenza nei confronti della resistenza popolare in Val di Susa, chi è restio a riconoscersi nelle ragioni del no a una grande opera inutile e dannosa persino in relazione ai mutamenti climatici, chi è attratto dalla narrazione che descrive i No Tav come un movimento di violenti, vorrei insomma che dedicasse un po’ del suo tempo ad ascoltare queste voci guardando le espressioni dei volti. Sono certo che saprà cogliere tutta la forza, la dolcezza, la determinazione, la fatica e anche la rabbia di chi è convinto che in val di Susa il patto democratico tra cittadini e Stato sia stato tradito e stenta a credere che possa esserci un recupero.

Non è un ascolto che richiede pochi istanti, chi ha perennemente fretta ed è abituato a far scorrere immagini e testi brevissimi con il polpastrelli delle dita sul suo smartphone, chi abbandona un video su Yotube dopo pochi istanti dovrà cercare di imporsi un altro ritmo. Ma varrà la pena ascoltare la signora ottantenne che dopo aver raccontato la dura vita in campagna prima e in fabbrica poi, dopo aver rievocato episodi di lotta partigiana legati alla sua infanzia racconta un piccolo episodio recente in cui, quando un funzionario di Telt le porge una penna chiedendole di firmare un verbale di esproprio riconosce in quel gesto lo stesso fascismo che aveva conosciuto nei primissimi anni della sua vita. Vale veramente la pena ascoltare chi con pacatezza, senza alzare la voce, quasi sussurrando afferma che la prima violenza è la menzogna; è da riflettere su quanto afferma un’altra signora che si dice innamorata perdutamente del vangelo e riconosce di trovarsi più a suo agio con gli anarchici e i ragazzi dei centri sociali che con chi frequenta la sua parrocchia. Varrà la pena ascoltare racconti di persone che hanno sgobbato tutta la vita in fabbrica e ora cercano ogni giorno di conciliare gli impegni nella cura dei nipotini con i ritmi di una lotta che ogni giorno presenta nuovi fronti, prima a Venaus e Chiomonte oggi anche a San Didero; varrà la pena ascoltare la signora che, a distanza di quasi dieci anni da quando un poliziotto le aveva spezzato una caviglia, non si da pace del fatto che altri poliziotti a cui chiedeva aiuto glielo avessero negato.

Credo valga proprio la pena rinunciare quest’estate almeno una volta a un tuffo in mare, a una camminata in montagna o a un romanzo attraente per scorrere racconti da cui emerge tutta la forza di una popolazione pacifica che subisce violenza e si ribella. Conoscere più da vicino queste persone che hanno saputo creare una collettività capace di guardare ai beni comuni piuttosto che alla difesa dei loro piccoli interessi aiuta a comprendere il senso di una lotta e aiuta a superare diffidenze e pregiudizi, riduce distorsioni che inducono spesso a una lettura di fatti che ne rovescia il significato e consolida pregiudizi e diffidenze.

Per dirla con una battuta: visti da vicino questi No Tav non sono poi così brutti come li dipingono.

Ezio Bertok

Ezio Bertok è presidente del Controsservatorio Valsusa e coordinatore del Centro di documentazione Emilio Tornior

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