Don Rafaè, le gazzette di regime e i No TAV al tempo del covid-19

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Prima pagina, venti notizie, ventun’ingiustizie e lo Stato che fa: si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna… Per fortuna che al braccio speciale c’è un uomo geniale che parla co’ me, mi consiglio con don Raffaè, mi spiega che penso e bevimm’ ‘o café.
(Fabrizio De André)

 

Mi perdoneranno i miei quattro lettori e soprattutto Fabrizio De André se, oltre a far man bassa del testo, ne ho rimescolato le strofe, ma ieri, giusto a metà del mese di maggio del bisesto duemilaventi mi è rientrata prepotentemente in zucca proprio questa melodia. È successo subito dopo aver ascoltato il mattinale radiotelevisivo che riporta i titoli e le frasi salienti delle migliori firme del giornalismo di proprietà del ramo cadetto di Casa Agnelli e il famoso ritornello della più canticchiata delle canzoni di uno dei più bei LP di Faber – Nuvole – mi accompagna come fosse la colonna sonora di un film. Del resto di nuvole in questi giorni ne stanno passando sul nordovest d’Italia: e la notte scorsa si sono scaricate con corredo di tuoni e fulmini soprattutto sulla Lombardia, gonfiando fino al ricorrente straripamento il Seveso e il Lambro, in omaggio al mai così attuale “piove sul bagnato”.

Ma dicevo del mattinale che dava conto con precisa gerarchia non delle notizie, ma della loro “fonte” del Trumpensiero (si fa per dire) che – a giorni alterni – s’impegna disperatamente per scaricare sulla Cina il risentimento di milioni di disoccupati (i morti non gli interessano perché non votano più). Segue a ruota Macron (a proposito di “statisti” cui ci piace dichiarare la subalternità dei nostri governanti & governatori): s’indigna con la casa farmaceutica nazionale Sanofi che ha promesso che se scoprirà il vaccino lo darà in via prioritaria agli USA perché da oltreoceano sono fin qui arrivati i maggiori finanziamenti alla ricerca. Ma che strano, il banchiere che la famiglia Rothschild ha mutato geneticamente in politico con lo scopo di governare la globalizzazione definisce il vaccino un bene comune che deve essere sottratto alle sacre leggi del mercato!

E scendendo, di grado e di dignità, fino alla Repubblica che fu di Scalfari ‒ e che oggi si affida a Molinari per completarne l’alterazione genetica iniziata da Calabresi ‒, eccola tutti i giorni (nella residua edizione cartacea) e tutto il giorno (in quella on line) tirare «la volata al governissimo di Draghi o di chi per esso ‒ come scrive, in solitaria, Marco Travaglio ‒ «perché […] Confindustria, Confquesto e Confquello vogliono tornare a comandare tramite i loro burattini. La pressione aumenta a mano a mano che svanisce il ricordo dei morti da Covid-19 e si avvicina l’arrivo dei soldi pubblici, italiani ed europei […]. Il presidente di Confindustria Bonomi, uno dei responsabili della mancata chiusura della Val Seriana (record europeo dei caduti), l’ha detto brutalmente: i soldi li vogliamo tutti noi, basta aiuti a pioggia (peggio che mai ai bisognosi)». Cosa che rimanda alla sintesi geniale, poetica e anche profetica di quello che Fernanda Pivano ha definito il più grande poeta contemporaneo: «venti notizie, ventun’ingiustizie» (ci sta, vista la multiproprietà del gruppo editoriale che fu di Debenedetti ‒ tessera numero uno del PD di Veltroni l’africano – e il coro stonato e monocorde dei giornalacci di destra che imbrattano le edicole rimaste e infestano i titoli delle Prima pagina radiotelevisive).

E sì che la pandemia ha già trasferito una montagna di denaro direttamente dai libretti postali di piccolo risparmio dei pensionati defunti delle valli della Bergamasca o degli agglomerati urbani del Lodigiano nelle casse bulimiche di Assolombarda (con gli oneri di successione a carico degli eredi)! Ma – si sa – a “lorsignori” non basta. E le loro gazzette, l’armata Brancaleone di odiatori di professione delle tastiere griffate fratelli di lega d’Italia, una legione di Don Raffaè (anche se l’idioma prevalente è il gramelot), bombardano sistematicamente e a tappeto i superstiti delle stragi delle RSA e i loro eredi (già afflitti dalla paura dell’immigrato, del diverso e ora di se stessi potenziali untori e unti) in perenne attesa di colui che «mi spiega che penso». Che il ritorno alla normalità significa che tutto deve tornare non solo come prima, ma più di prima. Che il nemico non è il virus, ma la pretesa di difendersene adoperando per una volta virtuosamente e nelle proporzioni necessarie il «bene comune denaro pubblico» che, proprio perché di tutti, non deve più alimentare disuguaglianze insopportabilmente immorali ma essere redistribuito fin che ce ne sarà bisogno e nella misura del bisogno. E perché il nubifragio della notte scorsa su Milano dimostra (se ce ne fosse bisogno) che il covid-19 è una delle emergenze, ma purtroppo non la sola, e che se è perlomeno dubbio che il coronavirus sia sfuggito al laboratorio di Whuan è invece certa la provenienza cinese, ma indiana, ma nord e sud-americana e naturalmente europea del cambiamento climatico (che sin qui ha ucciso più della pandemia)… E che approfittare dell’emergenza sanitaria e climatica per cancellare le garanzie di buon uso del finanziamento pubblico ‒ addirittura i regolamenti antifrode e (dove ci sono) le leggi antimafia ‒ è assai più criminale che tossire senza mascherina.

Ecco, almeno uno dei miei quattro lettori ci sta che si sia chiesto perché noi della val di Susa, pezzo del contaminato Piemonte che si incunea in una delle aree più contaminate di Francia, ci si ostina (anche in tempo di covid) a occuparsi della “nostra” grande opera di cui una delle Agenzie della Unione Europea ha “giustificato” la proroga del finanziamento con la necessità di fare “investimenti pubblici” anche a fondo perduto (quelli per la ricerca di un vaccino non lo sarebbero) per rilanciare l’economia del vecchio continente devastata dalle conseguenze del covid; e che il suo decrepito progetto anni Novanta sia considerato “virtuoso” perché potrebbe far calare l’inquinamento a partire dal 2072 data per la quale (se fosse davvero costruito) si potrebbe finalmente raggiungere il pareggio di bilancio tra emissioni di CO2, polveri eccetera derivanti dai lavori di scavo e risparmio di emissione derivanti dal trasporto-merci stradale… Noi, come gli attivisti del Veneto di Zaia (che ha affrontato bene  ‒ sembra ‒ l’epidemia, ma malissimo il perseverare diabolico nel Mose, in Porto Marghera e nelle grandi navi, rigettate ormai persino nel cementifero Principato di Monaco) e come chi si è battuto contro l’aberrante normalità pre-covid, non gettiamo la spugna, perché vorremmo che quello alla “normalità post-covid” non fosse un ritorno al passato, ma un ritorno al futuro.

Claudio Giorno

Claudio Giorno è nato e vive a Borgone Susa da 70 anni, la metà dei quali trascorsi nel mondo delle grandi opere (nell’ufficio tecnico di progettazione, prima, e manutenzione, poi, di una concessionaria pubblica poi svenduta ai privati). Ambientalista militante in tutte le associazioni “storiche” si è presto convinto che l’aggressione al territorio e la corruzione che affligge il nostro paese sono le due facce (inseparabili) della stessa medaglia. Ha partecipato con Mario Cavargna – fondatore di “Pro Natura” – a tutte le lotte nate negli anni in Val di Susa. In particolare contro la speculazione edilizia e contro il traforo e l’autostrada del Frejus. Prova a portare (con scarso successo) la stessa sensibilità nella CGIL cui rimane iscritto per motivi del tutto irrazionali (come chi continua a tifare per la sua squadra del cuore). Ha partecipato – negli anni Novanta – alla fondazione del Comitato Habitat per la difesa del territorio e della vivibilità residua della Valle di Susa, da cui è nato il “movimento No TAV”. Cura il blog semiclandestino https://claudiogiorno.wordpress.com/

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