TAV, amianto & dintorni

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Qualche settimana fa ho ricevuto da una signora torinese questa lettera: «Le scrivo per avere un chiarimento sulla presenza di amianto nella montagna dove deve essere scavato il tunnel di base della Torino-Lione. Sento spesso dire o leggo sui social dei vari proponenti dell’opera la domanda: “Perché sono state costruite la centrale di Venaus e la seconda canna del tunnel del Frejus? Lì non c’era l’amianto?”. Non avendo trovato nulla nelle mie letture e documentazioni chiedo a lei delucidazioni in merito».

La richiesta dimostra come noi stessi, nonostante centinaia di serate informative, non riusciamo sempre a comunicare quello che molte persone (anche documentate e attente) vorrebbero capire meglio e come il dibattito drogato degli ultimi mesi ha fatto “sparire dai radar” le ragioni ambientali su cui è nata trent’anni fa l’opposizione al TAV. O forse a spingerci a “mettere al quarto posto” la questione ambientale è stata la necessità di confrontarci (studiando e acquisendo competenze) su domande come «il TAV è un’opera prioritaria, serve davvero ai cittadini?»; «si ripaga l’enorme investimento di denaro pubblico sottratto a scuola, salute, previdenza?»; «si riuscirà finalmente a impedire che “a fare l’affare” siano soprattutto i corrotti e la criminalità organizzata?». Sta di fatto che la richiesta della signora torinese ha un evidente interesse generale e ciò mi induce a riportare la risposta che le ho dato, con la doverosa precisazione che, pur facendo parte del gruppo dei “tecnici” che da decenni offre collaborazione rigorosamente gratuita ai sindaci, comitati, cittadini che lo desiderano circa le negatività connesse alla realizzazione di grandi opere di ingegneria civile su territori fragili (e per di più fortemente antropizzati), non sono un geologo e potrei anche sbagliare in qualche dettaglio (ma non nella sostanza).

1.

Le fibre-killer di amianto sono presenti in modo anche molto diverso a seconda della natura delle rocce che le contengono e hanno la cattiva caratteristica di poter provocare un tumore incurabile – il mesotelioma della pleura – anche quando se ne respira una quantità apparentemente trascurabile e non necessariamente con continuità. Ovvio che la possibilità di ammalarsi era più presente tra categorie come i lavoratori addetti alla produzione di manufatti di fibrocemento (il famigerato “Eternit”), ma anche in chi ne lavava le tute impolverate (molte mogli di operai ne sono state colpite) e addirittura in cittadini abitanti nei pressi delle fabbriche e addetti a tutt’altri lavori: l’esempio più conosciuto è la città martire di Casale Monferrato dove, dati i tempi di incubazione del male (fino a 40 anni), ci si ammala ancora oggi nonostante la chiusura definitiva della fabbrica sia avvenuta molti decenni fa. La situazione vale anche per chi lavora nelle cave o in miniera, o scava gallerie e (fatte le debite proporzioni) per chi abita nei pressi di crateri di scavo, ma anche di imbocchi di tunnel.

Detto questo va rammentato che la Valle di Susa ha il suo inizio in sinistra orografica del torrente Dora Riparia più o meno in corrispondenza del monte Musiné (Alpignano, Caselette) le cui pendici si innestano su una delle più vaste “lenti di amianto” conosciute e per anni cavate: un vero e proprio cratere da tempo in attesa di bonifica aperto nei pressi di Balangero. Il primo tracciato della “nuova linea ad alta velocità Torino-Lione” (come fu denominata nei progetti di massima dell’epoca) doveva essere realizzata proprio scavando lì la prima di una serie di gallerie di avvicinamento al tunnel di valico tra Venaus (oggi Susa) e St. Jean de Maurienne! Solo per questo chi abita tra la parte ovest di Torino e la sua cintura metropolitana dovrebbe essere eternamente grato al movimento No Tav e ai cittadini della Valle di Susa che con la rivolta popolare dell’8 dicembre 2005 determinarono l’abbandono di tale progetto (oggi spostato, ma soprattutto oggetto di completo ridimensionamento).

Tutto bene, quindi? Hanno ragione le forze politiche tutte (o quasi) che invocano la partenza dei lavori di scavo vero e proprio di quel che resta della Torino Lione vale a dire la doppia galleria di base Susa-St.Jean de Maurienne (57 km dei circa 280 previsti 30anni fa)? Assolutamente no!

La relativamente recente ultimazione della galleria di Claviere/Monginevro, che avrebbe dovuto essere terminata per le “Olimpiadi2006” in quanto “giustificata” e finanziata per tale evento, testimonia (anche attraverso la documentabile esplosione dei costi!) che di amianto in Val di Susa ce n’è: per evitare la fuoriuscita di quantità industriali di fibre-killer è stata scavata un’ulteriore galleria col solo scopo di usarla come deposito delle rocce amiantifere “scoperte” durante i lavori di scavo del tunnel stradale! Che conseguentemente è stato aperto al traffico oltre 10 anni dopo la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici.

Sempre per celebrare l’evento commerciale/sportivo di cui sopra si era individuata un’area nel territorio di Cesana in cui realizzare la pista di bob (possibilmente non in pieno sole, visto che per funzionare è necessario che il percorso sia il più a lungo possibile ghiacciato!). Anche qui la “sorpresa geologica” (la chiamano così anche coloro che sono in completa malafede e che la usano col solo scopo di giustificare la revisione del prezzo concordato in appalto) ha causato il trasloco, in imminenza della manifestazione, nell’area in pieno sole dove per mantenerla congelata è stato necessario realizzare un costosissimo e rischioso impianto di refrigerazione con tonnellate di ammoniaca. Oggi tutto giace abbandonato, ma gli interessi bancari sul prestito pubblico contratto per i giochi olimpici corrono più veloci dei bob che nel frattempo corrono altrove.

Torno al “tunnel di base” e alla domanda iniziale. L’ultimo progetto approvato ipotizza di far partire lo scavo dei tunnel ferroviari veri e propri non più dalla città di Susa ma dal cantiere e dal cunicolo geognostico della Maddalena di Chiomonte (“militarmente meglio difendibile da contestazioni violente del movimento No Tav”, mentre provocare tumori incurabili ai bambini di Taranto o della Val di Susa non è ritenuto un comportamento violento…). Da quel progetto (che per legge è pubblico e consultabile) sappiamo “ufficialmente” che è proprio nella tratta tra Chiomonte e Susa che i sondaggi geognostici preliminari hanno accertato la presenza di percentuali significative di amianto! Per cui, sulla falsa riga della esperienza di Claviere/Monginevro, ma con ben altre cubature, si è deciso di prolungare il cunicolo geognostico già scavato per 7 km col solo scopo di stivare al suo interno le “pietre verdi” ad alto tenore amiantifero nella speranza che nulla esca all’esterno (e con tanti auguri ai lavoratori)… Da Chiomonte in direzione Francia e al di là del confine i rischi di “sorpresa geologica” sono altri (e se possibile anche più problematici nelle ipotesi più sfavorevoli): dal rischio di intercettare vene di pechblenda a quello già presente di dover attraversare rocce carbonifere ricche di acqua e gas: per questo la tratta francese propagandata come inizio di una delle due canne di gallerie ferroviarie vere e proprie è finanziata dalla Unione Europea come “studi e progetti”… (diversamente avrebbe dovuto metterci i soldi il Governo francese che fin qui non ha messo un centesimo a bilancio).

Dunque, nella montagna interessata allo scavo, c’era e c’è amianto.

2.

Perché allora non c’è stata, nei confronti di altre grandi opere realizzate in quel territorio, un’opposizione “popolare” forte come quella contro il TAV? Per una serie di motivi, anche a prescindere dal fatto che la consapevolezza si acquisisce nel tempo.

Quanto al raddoppio del tunnel autostradale del Frejus di 12 km parallelo a quello ferroviario esistente, la minor opposizione si spiega con il minor rischio geologico (derivante da quanto appena detto) ma anche perché lo spaventoso incidente nel Tunnel del Monte Bianco di 20 anni fa e quello del Gottardo (“meno grave” solo nella contabilità dei morti) hanno dimostrato che la sicurezza dei tunnel stradali è gestibile solo con gallerie a senso unico. E, ancor più, perché la galleria è stata realizzata apposta tutta “bucando” la montagna da Modane in direzione Bardonecchia, e cioè dal lato francese, dove la contestazione popolare è oggettivamente debole e la repressione poliziesca ‒ se possibile ‒ più dura di quella italiana…

Quanto alla seconda centrale idroelettrica di Venaus (iniziata da AEM e finita nella cassaforte della finanziaria IREN), essa, come il raddoppio della ferrovia tra Bussoleno e Salbertrand e la realizzazione dell’autostrada del Frejus, ha “goduto” di un clima più favorevole da parte dei cittadini e soprattutto dei sindaci (non delle associazioni ambientaliste a cui mi onoro di aderire da sempre, in particolare a Pro Natura) perché “il treno è buono ed ecologico”, l’“energia idroelettrica è pulita” e l’autostrada “avrebbe tolto dalla strade statali attraversanti i paesi migliaia di TIR”. Erano, appunto, altri tempi.

Sia chiaro che noi “ecologisti della prima ora” – nonni di Greta ‒ nel nostro piccolo e con i nostri limiti, ci siamo battuti contro TUTTE le grandi opere più o meno utili e prevalentemente inutili e devastanti per le finanze pubbliche oltre che per il territorio assoggettato a servitù. Lo testimoniano le decine di esposti, dossier e quant’altro, redatti in particolare dal fondatore valsusino di Pro Natura, Mario Cavargna: contro le false promesse di AEM/IREN e il rischio di desertificazione del bacino della Dora dopo quello del Moncenisio, (con la diga “francese” e la prima centrale EDF/ENEL di Venaus); contro la perdita irreversibile (e documentata) di sorgenti durante il raddoppio valsusino della ferrovia Torino Lione esistente (e oggi sotto-valutata/utilizzata); e contro il traforo e l’autostrada del Frejus, strettamente legati alla speculazione edilizia e alla conclamata infiltrazione ‘ndranghetista in Alta Val di Susa, oggetto di coraggiose denunce (coeve all’uccisione, un decennio prima dell’assassinio di Falcone e Borsellino, del capo della Procura torinese Bruno Caccia, un “eroe borghese” di cui nessuno parla, nonostante, a oltre trenta anni di distanza, non sia stata ancora fatta completa e doverosa luce su tutti i mandanti, mentre quelli sin qui accertati hanno “operato” proprio tra le valli d’Aosta e di Susa!).

About Claudio Giorno

Claudio Giorno è nato e vive a Borgone Susa da 70 anni, la metà dei quali trascorsi nel mondo delle grandi opere (nell’ufficio tecnico di progettazione, prima, e manutenzione, poi, di una concessionaria pubblica poi svenduta ai privati). Ambientalista militante in tutte le associazioni “storiche” si è presto convinto che l’aggressione al territorio e la corruzione che affligge il nostro paese sono le due facce (inseparabili) della stessa medaglia. Ha partecipato con Mario Cavargna – fondatore di “Pro Natura” – a tutte le lotte nate negli anni in Val di Susa. In particolare contro la speculazione edilizia e contro il traforo e l’autostrada del Frejus. Prova a portare (con scarso successo) la stessa sensibilità nella CGIL cui rimane iscritto per motivi del tutto irrazionali (come chi continua a tifare per la sua squadra del cuore). Ha partecipato – negli anni Novanta – alla fondazione del Comitato Habitat per la difesa del territorio e della vivibilità residua della Valle di Susa, da cui è nato il “movimento No TAV”. Cura il blog semiclandestino https://claudiogiorno.wordpress.com/

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