La grande mobilitazione in favore della Palestina, iniziata nell’autunno dell’anno scorso, ha dato la misura dell’ampiezza dell’area culturale, generazionale e sociale che sta progressivamente esprimendo, nel nostro paese, un potenziale di rinnovamento e di messa in discussione degli equilibri di potere a livello sociale. L’esito positivo del referendum sulla tentata subordinazione della magistratura al potere esecutivo, poi, ha di nuovo riproposto agli occhi di tutti l’enorme potenzialità di uno schieramento sociale di opposizione al potere economico e politico che, non solo a livello nazionale ed europeo, ma ancor prima attraverso la politica di forza imperialista americana, ripropone una stagione di violenza, di guerra, di razzismo, di estrattivismo distruttivo dell’ambiente, di sfruttamento e di paternalismo retrogrado. E, di nuovo, la grande manifestazione romana del 28 marzo contro l’autoritarismo e la violenza di tutti i nuovi re e aspiranti dittatori, in concomitanza con le manifestazioni americane contro Trump, ha confermato la concreta possibilità di costruire quel grande schieramento sociale progressista che può non solo difendere la Costituzione dagli assalti dei soliti fascisti, ma anche ritrovarsi in un progetto di ripresa e rilancio della democrazia economica e sociale che più di trent’anni di politica liberista, spesso non solo tollerata ma fortemente praticata dai partiti del centrosinistra, non sono ancora riusciti a cancellare del tutto dalla volontà politica di strati culturali e sociali più ampi di quanto si creda. Abbiamo dunque bisogno di elaborare una nostra prospettiva autonoma che ci permetta di costruire un’alleanza sociale, culturale, intergenerazionale su una piattaforma costruita con i criteri di desiderabilità, utilità e realizzabilità in tempi ravvicinati. In questo primo quarto di secolo il mondo è fortemente cambiato e ancor più velocemente sta cambiando sotto i nostri occhi; forse proprio per questo, però, è utile guardare anche al passato per trarre qualche indicazione per il futuro.
Ottanta anni fa l’Europa usciva distrutta dalla guerra: nel nostro paese la nuova classe politica, che si era opposta al fascismo e al nazismo e che aveva organizzato la lotta partigiana, avviò un confronto molto aperto per decidere come riorganizzare la vita sociale, economica e politica. Dopo la vittoria repubblicana al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, si avviarono i lavori dell’Assemblea costituente e si formò al suo interno la “Commissione dei 75” per elaborare il testo di una nuova Costituzione della Repubblica. I costituenti venivano dall’esperienza catastrofica di vent’anni di dittatura fascista, da una guerra mondiale che aveva distrutto l’Europa e sterminato milioni di persone: guardavano a questo immediato passato con l’intenzione largamente comune, al di là delle differenze ideologiche, di costruire un paese nuovo solidamente democratico. La convinzione comune era che la democrazia istituzionale e quella sociale ed economica fossero largamente intrecciate e indivisibili. Noi oggi abbiamo una conferma di quella intuizione, perché abbiamo toccato con mano che l’attacco portato nei decenni passati alle conquiste sociali realizzate nel nostro paese nei trent’anni successivi alla guerra attraverso grandi lotte sociali e sindacali, si è accompagnato a una progressiva azione di smantellamento della democrazia istituzionale: dall’abolizione del sistema elettorale proporzionale – l’unico realmente democratico – e l’instaurazione di sistemi maggioritari, allo svuotamento di ruolo del potere delle camere legislative in favore del potere del governo, attraverso la pratica continua della decretazione anche in assenza di motivi d’urgenza, fino al tentativo fortunatamente sconfitto della subordinazione della magistratura al potere esecutivo.
Questi disegni reazionari sono stati possibili anche perché gli “eredi” dei partiti popolari del dopoguerra (comunisti, socialisti, cattolici), dopo la caduta del muro di Berlino, hanno via via accettato e fatte proprie le proposte neoliberiste, smantellando le conquiste economiche dei lavoratori, lo Stato sociale e ogni forma economica non pienamente conforme al mercato capitalista, come, ad esempio, le industrie a partecipazione statale. Il risultato di queste politiche della destra e del cosiddetto centro sinistra è sotto gli occhi di tutti: secondo il rapporto Oxfam, tra dicembre 2010 e giugno 2025 la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro in termini nominali, ma l’incremento si è concentrato nelle mani delle famiglie più abbienti. Circa il 91% della nuova ricchezza è stato infatti assorbito dal 5% più ricco dei nuclei familiari, mentre alla metà più povera è andato appena il 2,7% dell’aumento complessivo. Oggi il 5% delle famiglie italiane più ricche detiene quasi la metà della ricchezza nazionale. Nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie, pari a 5,7 milioni di persone, vivevano con risorse mensili insufficienti per acquistare beni e servizi di prima necessità. Il recupero del potere d’acquisto dei salari è sempre più insufficiente rispetto al costo della vita e la stagnazione salariale favorisce la crescita della disuguaglianza retributiva e del lavoro povero: tra il 1990 e il 2018, la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato è salita dal 26,7% al 31,1%.
Questi dati sulla povertà e sulle disuguaglianze sociali confermano le intuizioni dei costituenti: senza una democrazia economica non è possibile realizzare una vera democrazia politica e istituzionale. Per questo nel Titolo III della Costituzione una serie di articoli promuove la politica del pieno impiego, sostiene una politica retributiva atta a garantire “un’esistenza libera e dignitosa”, afferma la piena parità tra i generi, garantisce un’assistenza efficace “in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria”, tutela la libertà sindacale e il diritto di sciopero. Oggi tutti questi diritti sociali sono sotto attacco nel nostro paese e vengono sempre più limitati a partire dall’occupazione: un terzo dei cittadini in età di lavoro ha rinunciato a cercare un impiego e probabilmente in buona parte si arrangia con attività in nero.
Nella Costituzione si trovano indicazioni esplicite per limitare l’iniziativa economica privata quando essa si svolga in contrasto con la sicurezza, la libertà e la dignità umana; secondo i costituenti l’attività economica pubblica e privata deve “essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Nel testo si fa esplicito riferimento alla possibilità che “imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale” possano essere trasferite “allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti”; inoltre si enuncia il principio che “al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli” alla proprietà privata. Tutte queste indicazioni costituzionali andavano di pari passo con l’affermazione che il sistema fiscale dovesse essere necessariamente progressivo cioè richiedere più che proporzionalmente a chi possiede di più. Anche sui temi fiscali, come sappiamo, l’azione legislativa negli ultimi decenni si è mossa in una direzione chiaramente anticostituzionale: nel 1974 all’interno della tassa sul reddito (IRPEF) erano contemplati 32 scaglioni e l’aliquota massima era al 72%; oggi gli scaglioni sono solo tre e l’aliquota massima è scesa al 43%. Le rendite vengono tassate tra il 10% e il 21% per le case e al 26% per i guadagni azionari; ma per i grandi azionisti che incassano i dividendi attraverso società holding l’imposizione reale finisce per essere inferiore all’1%; i redditi da lavoro dipendente e da pensione, invece, sono tassati con aliquote mediamente molto più alte. La Costituzione richiedeva al legislatore di stabilire norme e limiti della successione testamentaria e di fissare congrue imposizioni fiscali sulle eredità: oggi, invece, la tassazione è ridotta al 4% (oltre il milione di euro) per gli eredi legittimi, un valore tra i più bassi al mondo.
La coscienza dello stretto legame tra democrazia politica e democrazia economica e sociale era molto presente nel dibattito per l’elaborazione della nuova Costituzione: perché allora, al di là della stesura del testo della Carta costituzionale, non si è dato seguito all’intento programmatico costituzionale? La spiegazione sta negli albori della Repubblica quando il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi barattò i finanziamenti per la ricostruzione postbellica e l’appoggio politico degli Stati Uniti con la rottura della coalizione governativa con i partiti della sinistra. Così il dialogo tra il mondo cattolico e la sinistra si interruppe e gli stessi esponenti democristiani che avevano attivamente contribuito alla redazione della Carta fondamentale assunsero progressivamente posizioni sempre più conservatrici e sempre più subalterne agli Stati Uniti e alla loro politica internazionale. D’altro canto, il PCI mantenne una posizione realistica di fronte alla divisione del mondo in blocchi contrapposti. E forse dentro il ristretto gruppo dirigente comunista aveva iniziato a maturare una visione critica dell’esperienza sovietica: infatti la costruzione dall’alto, attraverso il partito-stato, di una società e di una economia socialista non aveva dato vita a una reale democrazia.
Perché riprendere e rilanciare oggi lo spirito e il dibattito costituente? La situazione attuale è certamente diversa da quella di ottant’anni fa, ma molti problemi sono analoghi e alcune novità rimettono in discussione i vincoli internazionali che limitarono allora l’attuazione concreta della Costituzione. Accanto a una nuova grave crisi del neoliberismo che ci sta riportando a una situazione di guerra e che va aggravando sempre di più il disastro ecologico e ambientale, c’è un contesto tecnologico, quello dell’intelligenza artificiale, che si ispira a valori che mettono in discussione il ruolo sociale del lavoro; d’altro canto si va disgregando il blocco politico e militare angloamericano della NATO, che ha sempre condizionato pesantemente la dialettica politica e sociale del nostro paese e dell’intera Europa. Di fronte a questa situazione bisogna immaginare un processo di transizione che permetta di sperimentare la costruzione di una società alternativa al capitalismo attraverso concrete esperienze di democrazia sociale ed economica all’interno delle contraddizioni della crisi della attuale società capitalistica. Già oggi molte esperienze si muovono in questa direzione liberando spazi sociali alle idee mutualistiche e alla cooperazione sociale e ci sono lotte a difesa del posto di lavoro che evidenziano la necessità di impedire la deindustrializzazione del nostro paese.
Non è possibile immaginare una società diversa da quella attuale senza che i lavoratori e le lavoratrici possano concretamente sperimentare la possibilità di creare nuovi rapporti sociali ed economici, di diventare progressivamente nuova classe dirigente. È sicuramente una strada lunga, di “erosione” del sistema capitalistico, che è praticabile a partire dall’occupazione di spazi sociali ed economici non gestiti pienamente dal capitalismo, operando nei momenti di crisi dell’egemonia liberista, come quello attuale. Non sarà un percorso lineare, ma dovrà scontare anche difficoltà e arretramenti, così come avrà necessità di operare le opportune forzature per vincere le inevitabili resistenze: sarà un processo complesso di costruzione di un’egemonia politica e culturale che si era affacciata nell’immediato dopoguerra, per poi ritornare attraverso le grandi lotte sociali degli anni ‘70 e che, come sappiamo, è sempre stata contrastata molto violentemente dalle classi dominanti.
Nel dopoguerra c’erano grandi scuole politiche (comunista, socialista, cattolica, azionista) che sono tutte scomparse. Oggi il confronto non può coinvolgere se non marginalmente i partiti della “sinistra istituzionale” che esprimono un basso livello culturale e una totale assenza di strategia, ma può interessare fin da subito un’ampia area sociale che opera politicamente nel tessuto della società e che può costruire e rafforzare spazi liberati dal dominio capitalistico, esercitare una pressione e un condizionamento sulle istituzioni politiche (locali, nazionali e internazionali) attraverso le lotte e le mobilitazioni di massa, proporre soluzioni concrete ai bisogni che la società esprime, sviluppare un confronto per produrre un’egemonia culturale su un’area crescente della società, a partire dalle nuove generazioni. A questo fine è perciò di grande utilità ripercorrere il dibattito che si è svolto in sede di Assemblea Costituente e che ha portato al testo del titolo III della Carta fondamentale dedicato ai “rapporti economici”.
A ciò è dedicata l’ampia TALPA qui proposta (anche per intero in pdf)
SOMMARIO
1. La Costituzione e il superamento del modello liberista
2. Il lavoro
3. La retribuzione del lavoro
4. La protezione sociale dei lavoratori
5. Il ruolo e i compiti del sindacato
6. Il diritto di sciopero
7. Le forme di proprietà e d’impresa: diritti e limiti
8. Il problema del controllo sociale dell’impresa
9. Il dibattito costituente e l’evoluzione del quadro politico
10. Attualità della Costituzione
In homepage “Formiche” di George Grosz, pubblicata nel 1921 nel portfolio di litografie “Im Schatten”
