Cospito e non solo: il vero volto della destra

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Il ministro Nordio ha deciso: Alfredo Cospito deve morire e il sistema del 41 bis e dell’ergastolo ostativo non deve essere in alcun modo toccato. La decisione, prevedibile e prevista fin dall’inizio, era stata anticipata in modo esplicito dalla sceneggiata del 31 gennaio alla Camera dell’onorevole Donzelli (factotum di Fratelli d’Italia) e dalla chiusura ad ogni intervento umanitario («per non cedere al ricatto della violenza»: sic!) manifestata a gran voce dalla presidente del Consiglio e dallo stato maggiore del suo partito, nel sostanziale silenzio delle altre componenti della maggioranza. La decisione del ministro mette una pietra tombale sulla vicenda personale di Cospito e, insieme, sul (flebile) dibattito apertosi a livello istituzionale intorno al 41 bis, all’ergastolo ostativo e alla “umanizzazione” del carcere e della pena. Certo c’è ancora, sulla carta, la possibilità di una pronuncia di segno opposto della Cassazione, ma è una strada stretta e impervia: perché non è detto che il fisico di Cospito regga ancora due settimane (fino all’udienza della Suprema Corte, fissata al 24 febbraio), perché l’ambito di decisione della Cassazione è più ristretto di quello del ministro (essendo limitato all’accertamento di una eventuale violazione di legge), perché il clima politico di scontro e di paura creato dalla destra peserà inevitabilmente sul giudice di legittimità. In ogni caso la decisione del guardasigilli porta alla luce del sole scenari finora sotto traccia. Conviene, almeno, segnalarli.

Respingere la richiesta di Cospito non era affatto, come si affanna a sostenere il guardasigilli, una scelta obbligata. Deponevano, anzi, in senso contrario numerose circostanze: la scarsa consistenza degli elementi addotti a sostegno del regime ex 41 bis sia in punto struttura organizzativa della Federazione anarchica informale sia in punto stabilità e continuità dei rapporti di Cospito con suoi compagni di fede politica; le condizioni di salute dell’anarchico pescarese, dopo 112 giorni di sciopero della fame, e la sua stessa esposizione mediatica che rendevano (rendono) arduo ipotizzare il permanere (o il ripristino) di collegamenti diretti alla concreta commissione di reati; la possibilità di fronteggiare la “pericolosità” di Cospito, secondo le indicazioni della stessa Direzione nazionale antimafia, in un circuito penitenziario diverso e meno restrittivo di quello del 41 bis. Si tratta, dunque, di una decisione tutta ed esclusivamente politica densa di significati e messaggi di carattere generale.

La sua cifra è, anzitutto, il disprezzo della vita umana, sacrificata sull’altare di contingenti calcoli elettorali e di una concezione etica dello Stato. È la concezione che ha ispirato, negli anni ‘80, le politiche di Margaret Thatcher nei confronti dei militanti dell’Ira e che ispira oggi quelle di Erdogan e di Al Sisi nei confronti di detenuti politici e oppositori del regime turco e di quello egiziano: un’ideologia autoritaria e vendicativa da sempre marchio di fabbrica della destra e in netta antitesi con la lettera e lo spirito dell’articolo 2 della Costituzione, che vuole lo Stato garante dei diritti inviolabili di tutti e promotore di interventi improntati alla solidarietà. Frutto di questa cultura è anche la suggestiva e cinica affermazione del guardasigilli secondo cui lo Stato non è responsabile delle scelte di Cospito, il quale può interrompere il lento suicidio in atto quando vuole, riprendendo ad alimentarsi: come a dire che lo Stato e i suoi apparati non devono intervenire per salvare chi si sta buttando da un ponte perché l’interessato, se solo lo vuole, può scendere dal parapetto ed evitare di precipitare nel vuoto.

In secondo luogo la decisione del ministro Nordio svela le coordinate della politica del Governo di fronte alla drammatica situazione del carcere (di cui il caso Cospito è la manifestazione più eclatante ma che si materializza in percentuali impressionanti di atti anticonservativi, sino agli 86 suicidi dell’anno appena concluso): più repressione, incremento del carcere duro, costruzione di nuove prigioni. Ovviamente per i migranti, i marginali, i ribelli mentre pena e processi vanno drasticamente ridotti per i colletti bianchi. Dopo la (cauta) apertura della ministra Cartabia (peraltro corresponsabile dell’applicazione del 41 bis nel caso specifico) è evidente il pieno e incondizionato ritorno a un sistema penale caratterizzato dalla compresenza di due distinti codici, uno per i briganti e uno per i galantuomini destinati, il primo, a segnare la vita e i corpi delle persone e, il secondo, a misurare l’attesa che il tempo si sostituisca al giudice nel definire i processi per prescrizione. Anche qui non inganni la retorica sulla necessità di mantenere fermo il sistema punitivo per non indebolire l’azione di contrasto delle mafie (oggi debolissima sul versante politico, amministrativo e organizzativo e che si vorrebbe ulteriormente indebolire sottraendo alle indagini strumenti fondamentali): solo chi non vuol vedere può ignorare che l’intervento repressivo, pur fondamentale, non è sufficiente per sconfiggere le mafie e che le conseguenze di medio e lungo periodo del suo concreto atteggiarsi possono essere addirittura controproducenti mentre assai più efficace e idonea ad isolare boss e comprimari è la realizzazione di una società circostante giusta, umana, rispettosa dei diritti e della dignità delle persone (di tutte le persone, anche di quelle che “non lo meritano”). Superfluo aggiungere che le scelte del Governo e del suo ministro della giustizia double face non sono casuali ma – oltre a rispondere a una cultura autenticamente reazionaria (cosa che non dovrebbe dimenticare chi aveva dato credito alla autosponsorizzazione garantista dell’ex pubblico ministero veneziano) – tendono a realizzare un’alleanza, di cui ci sono ormai molti segnali, con la parte più conservatrice e retriva della magistratura e degli apparati.

Un ulteriore fatto, denso di pericoli per le sorti del Paese nei prossimi mesi e anni, emerge dalla vicenda: l’incessante costruzione, da parte del Governo e dei suoi media di riferimento (e non di essi soltanto), di un nemico da utilizzare come “arma di distrazione di massa”, come diversivo di fronte alle difficoltà economiche e sociali e, soprattutto, come giustificazione delle derive autoritarie che si annunciano. L’operazione era in corso da tempo, con la ripetuta proposizione di nemici della società: i frequentatori dei rave, considerati alla stregua di orde di barbari (tanto da richiedere interventi legislativi ad hoc); gli studenti che, invece di studiare, occupano le scuole e cercano lo scontro con le forze dell’ordine; gli ambientalisti che imbrattano con vernice (lavabile) opere d’arte e finanche l’ingresso del Senato, così «mettendo sotto attacco il cuore dello Stato» (sic!). Con il “caso Cospito” si è alzato il tiro: il “pericolo anarchico” è diventato, pur in assenza (almeno al momento) di riscontri significativi, la maggior emergenza nazionale, che giunge finanche a lambire il festival di Sanremo e il suo sereno svolgimento… Tutti sembrano aver dimenticato la lezione della nostra storia recente che ci mostra, da un lato, una strategia in cui si sovrappongono frammenti di verità, esagerazioni e provocazioni e, dall’altro, inquietanti previsioni che si autoavverano.

Questo – e molto altro – emerge nel “caso Cospito”, intreccio scolastico di un dramma individuale e di una stagione politica dalle prospettive inquietanti. Certo la decisione del ministro Nordio, che condanna a morte l’anarchico pescarese e sancisce l’intangibilità del carcere duro, è uno spartiacque tra i primi mesi del Governo Meloni (attento a presentarsi con un volto moderato e di basso profilo) e il passaggio attuale, nel quale riemergono i fantasmi del fascismo più classico.

Per questo la vicenda merita di essere documentata, anche a futura memoria, nelle sue molte sfaccettature. Di qui la scelta di raccogliere nella Talpa n.31 gli articoli pubblicati al riguardo sul sito di Volere la Luna (unitamente ad alcuni che li hanno preceduti in tema). Una lettura d’insieme infatti, pur scontando inevitabili sovrapposizioni e ripetizioni, aiuta a comprendere meglio il senso della vicenda.

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