Un reddito per tutti?

image_pdfimage_print

Presentazione. Perché il reddito di cittadinanza?

di Valentina Pazé

Garantire a tutti il diritto a una vita autonoma e dignitosa: a questo dovrebbe servire il reddito di cittadinanza (quello vero!) in società che devono sempre più fare i conti con la penuria di posti di lavoro o, comunque, di lavori in grado di garantire un’esistenza decorosa.

Nella sua versione originaria, teorizzata negli anni Ottanta da Philippe Van Parijs, il reddito di cittadinanza viene corrisposto universalmente a tutti, “bisognosi” e “non bisognosi”, disoccupati e lavoratori; è cumulabile con altri redditi; si finanzia attraverso la fiscalità generale. Si tratta inoltre di un’erogazione incondizionata, senza quelle contropartite (come l’obbligo di seguire corsi di formazione o di accettare offerte di lavoro) previste sia dal Rei (il “reddito di inclusione” istituito dal governo Gentiloni) sia dal “reddito di cittadinanza” versione 5 stelle.

Le ragioni a favore di un’allocazione universale e incondizionata sono state ben sintetizzate da Luigi Ferrajoli. Rivolgendosi a tutti, una simile misura non avrebbe i connotati caritatevoli – e le implicazioni stigmatizzanti – dei sussidi di povertà, ma si configurerebbe come la garanzia di un vero e proprio diritto fondamentale all’esistenza (ius existentiae). Consentirebbe di ridurre al minimo la mediazione burocratica necessaria per accertare la presenza di situazioni di bisogno e il rispetto degli obblighi a carico dei riceventi, risultando da questo punto di vista meno macchinosa, e meno costosa, di strumenti di sostegno al reddito selettivi e condizionati. Rafforzerebbe il potere contrattuale dei lavoratori, non più costretti ad accettare qualsiasi lavoro, o a lavorare in nero per non perdere il sussidio. Tutelerebbe in particolare i soggetti più deboli – come le casalinghe e i giovani – garantendo loro autonomia dai condizionamenti familiari. Comporterebbe, in ultima analisi, «un’equa redistribuzione del reddito nazionale che varrebbe a compensare in minima parte, proprio perché a favore di tutti, la sua iniqua distribuzione a favore di pochissimi del mercato capitalistico» (Manifesto per l’uguaglianza, Laterza, 2018, pp. 188-91).

Le principali obiezioni nei confronti del reddito di cittadinanza riguardano i costi – senza dubbio ingenti – ma anche le possibili implicazioni sociali, culturali, morali di uno sganciamento definitivo del reddito dal lavoro. Pagare qualcuno perché stia tutto il giorno sdraiato sul divano? O, riprendendo un famoso esempio di Rawls, per praticare il surf sulle spiagge di Malibù? Non sia mai! E poi, se così fosse, chi lavorerebbe per produrre il reddito che dovrà successivamente essere redistribuito?

Per quanto riguarda i costi, bisogna tenere presente che tutte le proposte serie di reddito universale prevedono che le risorse per realizzarlo siano attinte dai più abbienti, attraverso una politica fiscale fortemente progressiva. Un principio che, a ben vedere, non ha nulla di rivoluzionario, essendo alla base della gratuità delle prestazioni del welfare State, alle quali, in ogni caso, il reddito universale non verrebbe a sostituirsi, ma ad aggiungersi. Dovrebbe essere chiaro, allora, che l’“utopia concreta” del reddito di cittadinanza può essere realizzata solo se inserita in un più ampio progetto di contrasto alle diseguaglianze e all’esclusione sociale. Nulla a che vedere con la flat tax, per capirci…

Il secondo genere di obiezioni può essere declinato in termini molto diversi, che vanno dal moralismo d’antan dei difensori dell’“etica del lavoro” a riflessioni per nulla banali sul significato culturale e antropologico di una dissociazione del reddito dal lavoro. Non erano certo superficiali le obiezioni contro il reddito di cittadinanza formulate nel corso degli anni Ottanta e Novanta da André Gorz: «Per quanto l’ammontare del reddito garantito possa essere elevato, non cambia minimamente il fatto che la società non si attende nulla da me, dunque mi nega la realtà di individuo sociale in generale. Mi versa un sussidio senza chiedermi niente, dunque senza conferirmi diritti su di lei. Con questo sussidio mi tiene in suo potere: ciò che mi concede oggi, può lesinarmi o togliermi domani, perché non ha alcun bisogno di me, che ho bisogno di lei» (Metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, 1992, p. 227).

Il pericolo da evitare a tutti i costi, per Gorz, è quello di una società divisa in due: da un lato coloro che svolgono un’attività retribuita e, contribuendo alla creazione della ricchezza collettiva, vengono riconosciuti come cittadini a pieno titolo; dall’altro persone definitivamente estromesse dal mercato del lavoro, che vivono interamente a carico delle istituzioni, finendo per essere percepite – e per auto-percepirsi – come inutili e parassitarie. Il rimedio per Gorz non è la previsione di un reddito condizionato all’accettazione di “lavoretti”, ma una radicale riduzione e redistribuzione delle ore di lavoro. Il reddito potrebbe così diventare indipendente non dal lavoro – che continuerebbe a rappresentare una componente fondamentale dell’identità sociale di ciascuno – ma dalla sua durata, destinata a diminuire drasticamente con il progresso dell’automazione. Tornando in opere successive sul tema, Gorz si è schierato a favore di un reddito universale, incondizionato e di entità sufficiente a garantire l’autonomia personale, ma sempre intendendolo come strumento utile a promuovere una redistribuzione del lavoro, in un contesto in cui un volume crescente di ricchezza viene prodotto con una quantità decrescente di attività umana (A. Gorz, Miserie del presente. Ricchezza del possibile, Manifestolibri, 1998).

Non è, tuttavia, il vero e proprio reddito di cittadinanza che viene istituito oggi, nel nostro Paese, ma una più modesta, e concreta, forma di “reddito minimo garantito”, destinata a coloro che si trovano al di sotto della soglia di povertà (purché italiani, o stranieri residenti in Italia da almeno dieci anni). Una misura che esiste in tutta Europa e che potrebbe forse essere un primo passo in direzione del reddito di cittadinanza (come sottolinea G. Bronzini ne Il diritto a un reddito di base, Edizioni Gruppo Abele, 2017). Anche il reddito minimo garantito può assumere forme diverse: può essere di maggiore o minore entità; può essere corrisposto a individui o famiglie; può tradursi in un versamento in denaro o in carte pre-pagate per l’acquisto di beni di prima necessità. Ma, soprattutto, può essere fatto dipendere dall’obbligo di svolgere un certo numero di ore di “lavori socialmente utili” e/o di accettare proposte di lavoro, più o meno “congrue” (come nella versione appena approvata), oppure ispirarsi al principio che ciascuno dovrebbe comunque disporre di un minimo vitale (come nel caso del “reddito di dignità” proposto dalla Rete dei numeri pari, che prevede misure di reinserimento sociale e accompagnamento al lavoro, ma senza obblighi).

Ciò che vale la pena di sottolineare è che alle spalle dei vari modelli ci sono diverse visioni della società che dipendono, a loro volta, da interpretazioni più o meno radicali della crisi della “società del lavoro”.

Le proposte che insistono sulla condizionalità muovono, più o meno consapevolmente, dal presupposto che ci sia, o potrebbe esserci, lavoro per tutti e che la causa della disoccupazione sia, in ultima analisi, riconducibile al mancato incontro tra la domanda e l’offerta. Tutto si risolverebbe allora aiutando i disoccupati ad acquisire le qualifiche richieste dal mondo del lavoro e forzando i pigri e gli “schizzinosi” (i choosy di forneriana memoria…) a “mettersi in gioco”. Più che per rimediare alla mancanza di lavoro – o per liberare dalla schiavitù del lavoro – il reddito minimo diventa così uno strumento per disciplinare le persone e forzarle ad adeguarsi agli imperativi di un sistema economico che, negli ultimi anni, ha visto spostarsi un’enorme quota di ricchezza dai salari ai profitti, e deteriorarsi drammaticamente le condizioni dei lavoratori, sempre più precari e privi di tutele.

Dietro all’idea di un reddito incondizionato, di entità sufficiente a garantire una vita dignitosa, c’è invece la consapevolezza che i posti di lavoro divorati dall’automazione e dalla rivoluzione digitale non saranno, se non in minima parte, rimpiazzati e che molti dei nuovi lavori e “lavoretti” creati dalla sharing economy non garantiscono a chi li svolge l’autosufficienza economica. E c’è, inoltre, l’intuizione che una quota crescente di tempo liberato dal lavoro potrebbe essere destinata ad attività creative, formative, di cura, e tradursi in una benedizione per tutti, anziché in una maledizione. Purché la politica si decida a riprendere in mano le redini dell’economia e a guidare – anziché subire – la rivoluzione tecnologica in corso…

 

SOMMARIO

 

SCARICA QUI L’INTERA PUBBLICAZIONE IN PDF

One Comment on “Un reddito per tutti?”

  1. Erano anni che non leggevo un articolo così ben articolato. Ho sempre sostenuto che tutti dovrebbero avere un reddito di cittadinanza, anche i non bisognosi, pagato con la progressività delle tasse. Da anni ho elaborato uno schema di reddito di cittadinanza per tutti che non mi sembra il caso di rivelare in questa occasione ma che in futuro si potrebbe discutere.

Comments are closed.