Torino: un Comune con la cassa vuota. Alla ricerca delle ragioni

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Introduzione

di Eleonora Artesio

Lungo la mia esperienza amministrativa ho un solo ricordo vivido di interesse e di partecipazione sui temi (limiti e possibilità) della finanza locale: quello degli anni 1975/1985 in un clima di cambiamento e di aspettativa (la sinistra comunista e socialista al governo di grandi città) e nella suggestione che per tutti sarebbe stato meglio avere un bilancio locale autonomo e robusto (poiché tutti saremmo stati avvantaggiati da un Comune capace e vicino).

Dopo quella stagione, di cui ricordo le consultazioni per ciascuno dei 23 quartieri e gli autobus alla volta di Roma per ottenere le sezioni di scuola a tempo pieno, solo atteggiamenti difensivi, di assessori vieppiù imbarazzati a spiegare gli aumenti delle tariffe, i vincoli del patto di stabilità interno, il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego…

Gli studiosi sanno che il debito pubblico generato dagli Enti Locali è inferiore al 3 per cento mentre il gravame subìto (tra tagli nazionali e rispetto del patto di stabilità interno) è ben superiore alle loro responsabilità. Tuttavia i Comuni sono la tempesta perfetta, erogano servizi corrispondenti a bisogni reali e generali; detengono un patrimonio di beni e di immobili; hanno un mandato di rappresentanza diretta. Nulla di meglio per la finanza: quando i consumi sono stagnanti si deve vendere ciò che prima era restituito in cambio del prelievo fiscale, quindi i servizi essenziali saranno soggetti a compartecipazione (tariffe dei servizi educativi e tickets in quelli sanitari); i beni pubblici la cui manutenzione sarà impossibile per crisi di liquidità e di addetti saranno “valorizzati” con alienazioni o gestioni miste pubblico-privato; la rappresentanza diventerà, in nome della governabilità, sempre più indiretta.

Alla domanda “come è stato possibile tutto questo senza un sussulto sociale e politico?”, la risposta è, per me: attraverso una poderosa opera culturale di intimidazione e di mistificazione. Gli ultimi anni sono stati vissuti all’insegna dell’insicurezza: lo spread da illustre sconosciuto è diventato di famiglia e il debito pubblico l’incubo di dissoluzione dei risparmi familiari. Se alla paura si aggiungono la diffidenza e il disprezzo il cerchio si chiude: siamo stati e siamo immersi in una gigantesca campagna denigratoria contro il pubblico, dai vizi e dai privilegi della “casta” politica ai furbetti del cartellino del pubblico impiego alle truffe delle pensioni di invalidità. Di conseguenza ogni illusione di managerialità e di semplificazione è stata benvenuta: senza l’indirizzo e il controllo della politica (per definizione o corrotta o inconcludente); senza gli orpelli delle pratiche di ufficio di burocrati pubblici; senza l’assistenzialismo improduttivo.

I risultati sono evidenti, purtroppo solo a chi ha desiderio e onestà intellettuale per vederli. Non è ragionevole che agli Enti locali vengano applicati dalle banche tassi di interesse più onerosi di quelli correnti, eppure è la norma. Non è ragionevole che nei servizi pubblici a domanda individuale si prevedano quote di compartecipazione che obbligano fasce intermedie a sopportare quasi interamente il costo del servizio, specie se quei servizi corrispondono alla soddisfazione di diritti fondamentali quali l’accesso all’istruzione o alla cura, eppure è obbligo di legge. Non è comprensibile che gli stessi istituti finanziari che pretendono quei tassi di interessi siano partecipati da fondazioni bancarie che compassionevolmente svolgono compiti di assistenza e di promozione della cultura, laddove gli Enti locali non sono più in grado di farlo, perché pressati dalla restituzione del debito. Eppure sembra un merito cui dover rendere grazie.

In questo quadro raccontare i fatti in controtendenza è impresa doverosa, da intraprendere se si confida nella forza pervicace (ahimè quasi sempre di lungo periodo) della verità. Come farlo, se non si possiedono i mezzi della comunicazione o, peggio, quando questi raccontano la favola “bella” dei vantaggi delle privatizzazioni? Soprattutto come farlo quando coloro che dovrebbero essere i primi a preoccuparsi sono conquistati, più o meno consapevolmente, dall’idea che la redistribuzione (in termini di reddito e di servizi) non li riguardi, perché ne usufruiranno anche gli ultimi, magari non legittimati (secondo l’amoralità corrente) come gli immigrati?

Sperare di alfabetizzare sui bilanci pubblici coloro che hanno smarrito l’alfabeto della società, abituati come siamo stati o al mito dell’imprenditore di se stessi (purché lo Stato non interferisca) o alla competizione su brandelli di welfare, è il nostro atto di fiducia.

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