Verso quale scuola vanno gli USA?

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Domenica 11 marzo 2018 la storica trasmissione televisiva della CBS “60 minuti” ha mandato in onda un’intervista della conduttrice Lesley Stahl a Betsy DeVos, politica e attivista statunitense e dal 2017 segretario dell’istruzione degli Stati Uniti all’interno dell’amministrazione Trump. L’intervento è stato giudicato da molti un vero e proprio disastro. DeVos ha fatto fatica a rispondere a domande molto semplici, ad esempio perché le scuole del Michigan, lo Stato in cui è nata e cresciuta, siano molto peggiorate dopo l’introduzione delle politiche legate alla scelta scolastica, in favore delle quali si è da sempre battuta. Alla richiesta se avesse mai fatto visita a una di quelle scuole per scoprire cosa fosse andato storto, il segretario ha orgogliosamente rivendicato: «Non ho volutamente mai visitato le scuole che stanno ottenendo risultati inferiori agli standard previsti». Un’affermazione che ha generato un coro pressoché unanime di critiche.

La principale battaglia di DeVos, per la quale è stata scelta da Trump, è da sempre il principio della libera scelta scolastica: ogni famiglia americana dovrebbe avere la possibilità di scegliere la scuola più adatta per i figli, inclusi gli istituti privati. Perché ciò sia possibile occorre distribuire voucher (soldi pubblici distribuiti alle famiglie per pagare le scuole private) e istituire sempre più charter school, scuole né pubbliche né private, finanziate in parte con denaro pubblico (anche se meno rispetto a quello pubbliche), in parte con donazioni private. Sono scuole che godono di una certa autonomia gestionale ma sono comunque tenute a mantenere un certo standard rispetto alle scuole pubbliche. Devono cioè realizzare i risultati minimi prefissati dai test standardizzati i cui risultati sono utilizzati non solo per valutare il livello di apprendimento degli alunni, ma anche per giudicare la performance didattica dei singoli docenti e delle scuole per intero (dai quali dipendono a loro volta i finanziamenti federali e, nel caso di un risultato insufficiente reiterato per anni, il licenziamento del personale e la chiusura dell’istituto).

A differenza dei voucher, cui i Democratici si oppongono, le charter godono di un sostegno bipartisan sin dagli anni Novanta. Basti pensare che l’ex presidente Obama le ha definite «incubatori di innovazione nei quartieri di tutto il nostro paese». Non sorprende che si moltiplichino come funghi: ve ne sono circa di 6.900 (un decennio fa erano 2.500), ed educano circa 3 milioni di bambini e ragazzi americani. Dietro questo successo vi è la crescente disaffezione verso le scuole pubbliche, non solo per la scarsa qualità della loro offerta didattica, ma anche per il razzismo strisciante che da sempre le caratterizza.

Le charter sono state percepite, anche dai Democratici, come uno strumento per dare potere di scelta a tutti i genitori, soprattutto quelli socio-economicamente più svantaggiati e appartenenti a minoranze etniche. Particolarmente efficace nel colmare il divario educativo tra studenti bianchi e di colore è stata considerata la loro flessibilità: in virtù del loro statuto semi-autonomo, questi istituti possono sperimentare nuovi curricula e nuove strategie didattiche, ad esempio optare per un orario scolastico più lungo, ma anche assumere o licenziare gli insegnanti liberamente senza i vincoli contrattuali che si applicano nelle scuole pubbliche.

Dei risultati delle charter school sul rendimento degli alunni di discute moltissimo. Numerosi studi, per esempio quello prodotto dal Centro di ricerca sui risultati dell’istruzione della Stanford University (CREDO), sembrano indicare che, per specifiche categorie di studenti, le charter abbiano contribuito ad aumentare i punteggi dei test annuali. A beneficiarne sarebbero in particolare gli studenti delle zone urbane ed economicamente depresse del Paese. Esattamente il contrario di quanto avverrebbe nei sobborghi abitati dalla middle class bianca, dove le charter realizzano invece punteggi analoghi e spesso inferiori a quelli delle scuole pubbliche.

Quello che è sicuro è che i dati non omogenei sull’efficacia delle charter sottolineano una caratteristica fondamentale di tutte le scuole americane: sia quelle pubbliche che quelle private riflettono la composizione demografica delle aree e dei quartieri in cui vengono aperte.

Negli Stati Uniti la segregazione abitativa ha un effetto diretto sulla qualità dell’istruzione. Il principio dello school zoning stabilisce, infatti, che ogni bambino di età compresa tra 5 e 21 anni sia automaticamente assegnato a una scuola pubblica all’interno di un’area stabilita dall’indirizzo di casa. Si può presentare domanda di iscrizione in una scuola esterna al proprio distretto, ma non è affatto detto che si venga accettati e in ogni caso bisogna pagare tasse scolastiche molto alte.

È importante ricordare che le scuole pubbliche sono finanziate solo per il dieci per cento dal Governo Federale. Il resto dei soldi proviene dagli Stati e dalle municipalità, e in particolare dalle tasse municipali sulla proprietà immobiliare.

Comprare una casa significa dunque anche comprare l’accesso a una buona scuola pubblica per i figli. Ne consegue che le scuole pubbliche delle ricche aree suburbane, che usufruiscono di tasse di proprietà immobiliare più elevate dei quartieri urbani, sono solitamente più attrezzate, hanno insegnanti più qualificati e producono una quantità maggiore di studenti di successo. Ed è vero anche il contrario: dove le scuole pubbliche sono migliori anche il valore del mercato immobiliare tende a salire.

Il 26 marzo del 2014 il Progetto per i diritti sociali, dal dipartimento dell’istruzione all’UCLA, ha lanciato un allarme sui potenziali effetti che la segregazione residenziale e il finanziamento scolastico municipale possono avere sulla composizione etnico-razziale delle scuole americane: dopo più di un secolo di lotte per i diritti civili la società statunitense sta tornando a essere composta da comunità residenziali e scolasticamente segregate. Neri, bianchi e latini abitano in quartieri lontani e frequentano scuole diverse. E il proliferare delle scuole charter nel Paese non ha fatto che aumentare questo processo.

Il Progetto per i diritti sociali indica infatti che, a livello nazionale, rispetto alle scuole pubbliche le charter hanno una maggiore percentuale sia di studenti a basso reddito (46 per cento contro 41), sia di ragazzi neri e latini (27 per cento contro 15 e 26 per cento contro 22). E nelle città, dove si trova la maggior parte delle charter, il 25 per cento di queste scuole è per oltre il 99 per cento non bianco, rispetto al 10 per cento di quelle tradizionali.

Sorprende che, rispetto al triste passato americano in cui gli Stati più segregazionisti erano quelli del Sud, la segregazione oggi si concentri negli Stati del Nord-Est del Paese. Gli istituti pubblici dello Stato di New York sono i più omogenei dal punto di vista etnico, e quelli di New York City sono i più segregati, con il tasso nazionale più alto di bambini neri e la percentuale più bassa di rapporto tra studenti neri e bianchi.

I sostenitori delle charter sostengono che, nonostante la loro evidente uniformità etnica, non si possa parlare di segregazione razziale per un semplice motivo: i genitori hanno sempre la possibilità di scegliere in quale scuola iscrivere i figli. Per le scuole private e per le charter non vale infatti il vincolo geografico. In linea teorica nulla impedirebbe ai genitori di iscrivere i figli in una scuola lontana da casa, per esempio in un istituto di periferia frequentato da bianchi. L’unico limite è il numero di posti: se ci sono troppe domande la scuola si affida a un processo di selezione casuale, una vera e propria lotteria.

Sempre il Progetto per i diritti sociali, però, mette in dubbio l’esistenza di una vera libera scelta: la possibilità di scegliere, ricorda infatti, presupporrebbe un accesso concreto alle opzioni disponibili. Al contrario, l’ingresso delle famiglie nel mercato educativo è limitato da una serie di fattori, tra cui l’appartenenza a reti sociali privilegiate, la presenza o meno di barriere linguistiche, lo status socio-economico e molto più banalmente la possibilità di portare fisicamente ogni giorno i figli a scuola e di pagare il pasto in mensa.

Consideriamo anche solo il processo di selezione all’interno di una charter: i genitori devono conoscere il programma della scuola, cosa che dipende a sua volta dal fatto che questa abbia condotto attività di sensibilizzazione e pubblicità distribuendo materiali in più lingue. Anche qualora siano a conoscenza della presenza di un buon istituto, devono avere a che fare con il farraginoso processo burocratico di candidatura dei figli, basato su test, lettere di raccomandazioni di precedenti insegnanti e, sempre più spesso, da dichiarazioni di disponibilità da parte dei genitori a partecipare attivamente alla vita scolastica dei figli facendo volontariato. Infine, in molti Stati il trasporto a scuola e i pasti sono a carico della famiglia, due opzioni spesso problematiche per molte famiglie povere.

Di fatto molte charter della ricca e bianca periferia usano come stratagemma per selezionare i propri studenti proprio i criteri di iscrizione scolastica: non solo lunghissimi moduli disponibili solo poche ore all’anno e stampati esclusivamente in inglese, ma anche interviste e saggi compilati sia dagli aspiranti studenti che dai genitori, cartelle cliniche, tessere della Social Security e certificati di nascita dei ragazzi, che per legge non potrebbero essere chiesti. Al contrario, molte charter che operano in quartieri difficili come KIPP, Yes Prep, Green Dot e Success Academy, utilizzano moduli di domanda semplici che richiedono solo alcune informazioni burocratiche.

Nikole Hannah Jones, una reporter che si è molto occupata delle forme attuali di segregazione razziale nelle scuole statunitensi, ha affermato in un bell’articolo apparso sul New York Times che gran parte della retorica contemporanea sull’importanza della libera scelta della scuola è in realtà una declinazione degli impulsi razzisti e segregazionisti dei genitori bianchi che cercano modi efficaci e legali per spostare i loro figli dalle scuole pubbliche, frequentate prevalentemente da afroamericani o da latini, in scuole private in teoria aperte a tutti ma in pratica accessibili solo a pochi.

Francesca Nicola

Francesca Nicola, antropologa culturale, ha fatto ricerca negli altopiani della Papua Nuova Guinea e negli Stati Uniti. È autrice di Supermamme e Superpapà, Il mestiere di genitore fra gli USA e noi (Meltemi, 2017), coautrice di manuali scolastici (Culture in Viaggio, Zanichelli, 2017, Il nuovo pensiero plurale, Loescher, 2012) e redattrice della rivista "La Ricerca" (Loescher). Ha inoltre cofondato "Diogene. Filosofare Oggi", il primo magazine di filosofia in Italia (Giunti, 2005).

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