Le elezioni di metà mandato negli USA: verso una svolta?

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Se il Partito repubblicano perderà la maggioranza al Congresso, i democratici «rovesceranno tutto ciò che abbiamo fatto e lo faranno in modo rapido e violento». Donald Trump usa toni drammatici, paventa lo spettro della violenza politica per mobilitare la base conservatrice. Alla fine di agosto, in un incontro con i leader evangelici, ha esortato in questi termini i pastori a usare i pulpiti per arringare le congregazioni e portarle alle urne delle elezioni di metà mandato.

Naturalmente la posta in gioco non è così elevata e all’orizzonte non si intravedono cambiamenti radicali. Eppure per i repubblicani, e per il presidente in particolare, le elezioni del 6 novembre rappresentano uno snodo cruciale.

Prima di tutto, cosa c’è in palio? Saranno rinnovati i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e circa un terzo dei seggi del Senato. Si voterà inoltre per eleggere 36 governatori e per rinnovare la grande maggioranza delle assemblee legislative statali.

Attualmente i repubblicani controllano i due rami del Congresso federale, ma la loro maggioranza alla Camera è a rischio. Il sito Fivethirtyeight, del noto statistico Nate Silver, assegna al Partito democratico l’80 per cento di probabilità di riconquistare il controllo della camera bassa per la prima volta dal 2010, sottraendo ai repubblicani i 23 seggi necessari. La stima è fondata su una pluralità di fattori: in primo luogo, i sondaggi assegnano ai democratici un vantaggio rilevante nelle intenzioni di voto a livello nazionale, cosa tuttavia non sufficiente in un sistema di collegi maggioritari uninominali (si ricordi che nel novembre 2016 Hillary Clinton ottenne circa 3 milioni di voti in più di Trump). Un secondo elemento è la bassa popolarità del presidente, con un tasso di approvazione di circa il 40 per cento degli elettori, rimasto piuttosto regolare nei primi 20 mesi di presidenza. Il dato indica la persistenza di uno zoccolo duro di sostenitori, ma rivela anche la fragilità della coalizione trumpiana: secondo un’analisi del Pew Research Center, una quota minoritaria, ma determinante, degli elettori di Trump nutre sentimenti sempre più negativi nei confronti del presidente. L’insoddisfazione è aumentata soprattutto tra le donne: il 24 per cento delle elettrici di Trump non laureate e il 26 per cento delle laureate ha un’opinione negativa del presidente; all’indomani del voto del novembre 2016 le percentuali erano, rispettivamente, l’8 e il 16 per cento. L’insoddisfazione potrebbe spingere queste elettrici ad astenersi, se non a votare democratico. Le aree suburbane – colte, benestanti e politicamente moderate, che oggi sono rappresentante da deputati repubblicani, ma già nel 2016 hanno preferito Clinton a Trump – potrebbero consegnare ai democratici il controllo dei collegi marginali in grado di determinare i futuri equilibri nel Congresso. Occorre anche considerare che un numero significativo di membri repubblicani del Congresso, talvolta in polemica con Trump, ha deciso di non ricandidarsi, togliendo al GOP un elemento di tradizionale vantaggio nelle elezioni uninominali, quello della notorietà del candidato. Il partito di opposizione, d’altronde, è galvanizzato dai successi inanellati nelle elezioni suppletive che si sono svolte dall’inizio della presidenza Trump in varie parti del Paese, anche in aree tradizionalmente conservatrici: si ricorderà, in particolare, la vittoria del democratico Doug Jones per il seggio senatoriale dell’Alabama lasciato vacante dal Ministro della giustizia Jeff Sessions.

Più incerta, e complessa per i democratici, la situazione del Senato, sebbene qui il Partito repubblicano abbia una risicata maggioranza di 51 seggi contro 49. Dei 35 seggi che saranno rinnovati il 6 novembre, infatti, 26 sono oggi occupati dai democratici e 10 rappresentano Stati conquistati da Trump nel 2016 (per l’elezione del Senato, i collegi coincidono con il territorio di ciascuno Stato), come Florida, Ohio, Indiana e Missouri, solo per citarne alcuni. L’obiettivo dei democratici è quindi difendere i senatori uscenti, e al tempo stesso strappare ai repubblicani alcuni seggi in bilico, in particolare quelli di Arizona, Nevada e Tennessee.

Per tornare a quanto si diceva all’inizio, se preconizzare scenari apocalittici gli serve per mobilitare la destra radicale, Trump ha comunque molto da perdere dal risultato delle elezioni di midterm. Non tanto sul piano legislativo: se anche i democratici avessero la maggioranza nei due rami del Congresso, infatti, sulla gran parte delle materie una minoranza di almeno 41 senatori mantiene un potere di ostruzionismo, il cosiddetto filibustering, in grado di impedire l’approvazione di una legge. Senza contare che il presidente può utilizzare il proprio veto per impedirne l’entrata in vigore. Non a caso finora l’unico successo legislativo dei repubblicani è rappresentato dalla riforma fiscale. Per il resto, la Casa bianca ha fatto ampio uso del proprio potere di emanare executive orders, cioè regolamenti, come già avvenuto durante la Presidenza Obama. E Trump ha utilizzato tale potere soprattutto per cancellare la regolamentazione introdotta dal proprio predecessore, ad esempio in campo ambientale. C’è da aspettarsi che da questo punto di vista non cambi molto con l’insediamento del nuovo Congresso.

D’altra parte, un Senato a maggioranza democratica potrebbe ostacolare le nomine presidenziali dei giudici federali e degli alti funzionari dell’amministrazione, che devono passare il vaglio della camera alta. Da tempo Trump accarezza l’idea di rimuovere il proprio Ministro della giustizia, Sessions, colpevole di aver rinunciato a sovrintendere all’inchiesta federale sull’interferenza russa nelle elezioni del 2016, poi affidata al consigliere speciale Robert Mueller, che sta sfiorando pericolosamente la Casa bianca. Per sostituire Sessions, tuttavia, Trump ha bisogno di trovare un nome che sia gradito al Senato, compito non semplice oggi con una maggioranza repubblicana e vieppiù complesso domani con una eventuale maggioranza democratica. Sarà il Senato, inoltre, a votare la nuova intesa commerciale con il Messico e il Canada che, nelle intenzioni di Trump, dovrebbe sostituire il NAFTA.

Ma è dalla Camera che potrebbero giungere le iniziative politiche più sgradite: nel sistema costituzionale statunitense è infatti la camera bassa che, con un voto a maggioranza semplice, promuove la messa in stato d’accusa del presidente. Anche se poi il processo di impeachment si svolge davanti al Senato, dove è necessaria una maggioranza dei due terzi per decretare la rimozione del presidente, una crisi costituzionale potrebbe affondare definitivamente le chances di rielezione di Trump. E non è da escludere che i numerosi nemici del presidente all’interno del suo stesso partito, se le inchieste federali provassero che Trump si è reso responsabile di gravi reati, decidano a un certo punto di voltargli le spalle. D’altronde nell’editoriale anonimo pubblicato dal New York Times il 6 settembre, un alto funzionario dell’amministrazione ha descritto l’esistenza di una resistenza interna alla Casa bianca che lavora per contenere le peggiori inclinazioni di Trump, tratteggiato come un individuo squilibrato e amorale, e avanza apertamente la possibilità della destituzione del presidente per manifesta incapacità di condurre il suo ufficio: «considerata l’instabilità che molti hanno testimoniato, si è mormorato fin da subito all’interno del gabinetto di invocare il venticinquesimo emendamento, che avvierebbe una complessa procedura per rimuovere il presidente. Ma nessuno ha voluto scatenare una crisi costituzionale. Pertanto faremo il possibile per spingere l’amministrazione nella giusta direzione fino a quando – in un modo o nell’altro – sarà finita». Una puntualizzazione dichiaratamente mirata a tranquillizzare il pubblico americano, ma che suona come una velata minaccia a Trump. D’altronde lo spettro dell’impeachment può rappresentare uno strumento nelle mani del presidente per motivare la propria base a partecipare al voto.

Le elezioni del 6 novembre, tuttavia, costituiscono un momento cruciale anche per il Partito democratico, e non solo per la possibilità di tornare ad essere il partito di maggioranza. Dalle grandi aree urbane del nordest alla Florida, da Detroit alla Georgia, la lunga stagione delle primarie per il Congresso e per le elezioni statali e locali sta facendo emergere personalità progressiste in grado di mettere in difficoltà l’establishment del partito, testimoniando l’esistenza di una diffusa volontà di cambiamento. Si tratta al tempo stesso di una domanda di ricambio, che si esprime con la frequente affermazione di donne giovani e appartenenti a minoranze, e di rinnovamento ideale e programmatico. Alcuni candidati, come Alexandria Ocasio-Cortez a New York, si proclamano socialisti e appartengono ai Democratic Socialists of America, altri si definiscono semplicemente progressisti. Molti hanno partecipato alla campagna di Bernie Sanders, che ha contributo a legittimare nel discorso pubblico – come mai nella storia americana recente – l’uso della parola “socialista”. Intorno a loro si sono raccolti i movimenti sociali che hanno animato le lotte degli ultimi anni, da Occupy Wall Street alla campagna per l’innalzamento del salario minimo legale, da Black Lives Matter al movimento studentesco contro le armi. Condividono la stessa agenda: contrasto delle disuguaglianze, difesa dei lavoratori e dei sindacati, sistema sanitario universale, università gratuita, giustizia climatica, lotta al razzismo e al sessismo. E hanno in mente la stessa strategia elettorale: per sconfiggere i repubblicani non serve inseguire il voto dell’elettorato centrista, occorre piuttosto portare alle urne gli elettori che più spesso si astengono, e cioè le minoranze razziali, i giovani e le persone con un reddito medio-basso. Quel che più conta, per loro la presidenza Trump rappresenta un’occasione per ridefinire l’anima del Partito democratico, come ha sottolineato Ayanna Pressley, vincitrice delle primarie per un seggio alla Camera dei rappresentanti nell’area urbana di Boston, dove ha sconfitto un deputato di lungo corso con quasi 20 punti percentuali di distacco. «Coloro che sono più vicini alla sofferenza dovrebbero essere i più vicini al potere», ha affermato Pressley. Forse Trump deve tremare davvero.

Antonio Soggia

Antonio Soggia (1982) ha conseguito un dottorato di ricerca in storia americana all'Università di Torino. È autore di diversi contributi sulla storia e la politica degli Stati Uniti, in particolare "La nostra parte per noi stessi. I medici afroamericani tra razzismo, politica e riforme sanitarie, 1945-1968" (FrancoAngeli, 2012). I suoi interessi riguardano soprattutto il welfare state, la questione razziale e i movimenti sociali.

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