Diavoli e polvere: il declino e la solitudine del più grande Paese del mondo

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«Ho il dito sul grilletto, ma non so di chi fidarmi…». È Bruce Springsteen, Devils and Dust, 2005. L’America è piena di gente col dito sul grilletto: mentre scrivo queste righe leggo sui giornali di un’ennesima sparatoria, con quattro morti in un supermercato di Jacksonville, Florida. E Donald Trump alla Casa Bianca ha il dito sul bottone rosso.

Per domandarsi dove vanno gli Stati Uniti, può essere utile ripensare a dove sono stati, e dove sono ancora. In Devils and Dust, siamo nel deserto dell’Afghanistan, molte miglia lontani da casa, dove un vento sporco soffia diavoli e polvere: «Ho Dio al mio fianco e sto solo cercando di sopravvivere, ma che succede se quello che fai per sopravvivere uccide le cose che ami?». «Pensavo a un ragazzo di sentinella a un checkpoint. Hai pochi secondi per decidere se la macchina che viene verso di te è una famiglia innocente o è la morte che ti arriva addosso».

Devils and Dust esce solo pochi mesi dopo uno di questi ragazzi al checkpoint, di nome Mario Lozano, vede arrivare l’auto con Nicola Calipari e Giuliana Sgrena, ha il dito sul grilletto, nel dubbio e nel panico, spara. È terrorizzato, ma sente anche che, con Dio al suo fianco, ha il potere e il diritto di sparare quando vuole, impunito, contro tutto quello di cui ha paura perché non lo capisce.

Non risulta da nessuna parte che Bruce Springsteen avesse in mente Nicola Calipari o ne avesse mai neanche sentito parlare. Ma con la consueta precisione legge dentro l’anima del suo paese. Tra gli anni della presidenza Bush, quando viene scritta questa canzone, e la presidenza Trump di oggi, con la parentesi presto cancellata di Barack Obama, attraverso la crisi economica e il senso di stare smarrendo la loro egemonia mondiale, gli Stati Uniti vivono la pericolosa combinazione di paura e onnipotenza. «La paura è una cosa potente» ‒ continua Bruce Springsteen ‒ «può impadronirsi della tua anima piena di Dio e riempirla di diavoli e polvere». La minaccia sconosciuta che soffiava da fuori in quel vento sporco è stata interiorizzata, è diventata parte di te: «quando mi guardo nel cuore ci vedo solo diavoli e polvere». Hai paura, e per paura di morire uccidi quello che amavi: la libertà, la fiducia nel futuro, la mobilità sociale, e infine la sostanza stessa della democrazia.

«Make America great again» è stato lo slogan vincente di Donald Trump. Se parliamo di un’America che deve “ridiventare” grande, vuol dire che stiamo parlando a un’America che sa o teme di non esserlo più, non capisce perché. In un giorno di mezza estate del 2018, Trisha Regan, conduttrice della rete filo-trumpiana Fox News, afferma che la Danimarca è a socialist hellhole, un buco infernale socialista. Le risponde pacatamente il ministro degli esteri danese, dimostrandole che per reddito medio, livelli di occupazione, diritti civili e sindacali, sanità, istruzione, mobilità sociale, sicurezza, in Danimarca si sta molto molto meglio che negli Stati Uniti.

In un video del 2010 che è diventato virale (oltre sei milioni di visualizzazioni) e ancora gira in rete, durante il programma televisivo News Night, una studentessa chiede a un panel di giornalisti di spiegarle «perché l’America è il più grande paese del mondo». Le prime risposte sono prevedibili: diversità, opportunità, libertà… In fondo alla sala si vede una ragazza con un cartello: «It is not», non lo è. E in un crescendo di rabbia, l’anchorman del programma, Will McAvoy, reagisce: «Libertà? C’è libertà in Canada, c’è libertà in Giappone. C’è libertà nel Regno Unito, c’è libertà in Francia, Germania, Italia, Spagna, Australia, Belgio! Ci sono 207 stati sovrani nel mondo e 180, più o meno, hanno libertà. […] Non c’è assolutamente nessuna prova del fatto che gli Stati Uniti sono il più grande paese del mondo. Siamo al settimo posto per alfabetizzazione, ventisettesimi in matematica, ventiduesimi in scienza, quarantanovesimi per aspettativa di vita, centosettantottesimi in mortalità infantile, terzi in reddito medio familiari, numero quattro per forza lavoro, numero quattro per esportazioni…». Un altro sito aggiunge, fra le ragioni del declino degli Stati Uniti, il fatto che i suoi cittadini siano ancora convinti che l’America è il più grande paese del mondo, o abbia il sacrosanto diritto di esserlo.

Gli Stati Uniti sono oggi uno dei paesi sviluppati dove la mobilità sociale è più limitata e il dislivello fra un’infima minoranza di ricchissimi e la maggior parte della popolazione aumenta più vertiginosamente: c’è più povertà negli Stati Uniti che negli altri paesi industrializzati. Il sistema scolastico, salvo le università di estrema élite (a cui si accede a costi proibitivi, indebitandosi per tutta la vita: il debito studentesco è la prossima bolla pronta a esplodere sull’economia), non è mai stato gran che, ma oggi è un disastro classista, spesso nelle mani di fondamentalisti che impongono il creazionismo come dottrina ufficiale. Il sindacato è praticamente cancellato; il sistema elettorale è visibilmente distorto; la sanità nonostante Obama è fuori portata per milioni di cittadini (un altro dato in cui gli Stati Uniti sono primi al mondo è l’obesità, oggi malattia dei poveri); milioni di persone hanno perso la casa; le infrastrutture vanno a pezzi (la California brucia ogni estate, il crollo delle dighe di New Orleans ha causato un centinaio di ponti Morandi…). Anche se tutto questo, naturalmente, non vuol dire che gli Stati Uniti siano diventati un inferno: la povertà in Kentucky è comunque tutt’altra cosa dalla povertà in Burkina Faso.

Il saggista afroamericano Ta Nehisi Coates minimizza il significato dell’aumento di suicidi e di morti per droga fra la classe operaia bianca (che negli Stati Uniti si considera comunque middle class), ricordando lo storico privilegio razziale che è il punto di partenza ed è tutt’altro che scomparso. Ha ragione, ma forse non si rende conto del fatto che, negli Stati Uniti come in Italia, il segno dei tempi non lo dà la disperazione degli ultimi, ma il senso di declassamento dei penultimi; non la rabbia di non avere niente ma la paura di perdere quello che si ha: non solo la casa e il lavoro (e con esso l’assicurazione sanitaria), ma lo status e il rango sociale, la perdita di quella che Bourdieu chiamava “la distinzione”, di cui anche la razza è parte integrante. D’altronde, molti storici e sociologi – per esempio, Daniel Bell ‒ spiegavano il consenso alla caccia alle streghe degli anni Cinquanta, durante il maccartismo, almeno in parte, anche con le “tensioni di status” di un piccolo ceto medio minacciato dall’ascesa sociale di ebrei e immigrati. I cosiddetti “populismi” e “sovranismi” non fanno presa tanto nei paesi poveri quanto in realtà che erano ricche e sentono di esserlo di meno: meno in Africa e più in Europa (in Italia, più a Nord che al Sud). In un paese come gli Stati Uniti dove la rete di sicurezza sociale è praticamente inesistente, sentirsi imbarcati su un downbound train (Springsteen, ancora) significa non avere idea dell’abisso in cui si può andare a finire.

C’è una parola chiave che conclude il discorso di Will McAvoy: anymore, non più. L’America non è più il più grande paese del mondo, ma «certo che lo è stato. Stavamo dalla parte del giusto, lottavamo per motivi morali, scrivevamo e abolivamo le leggi per motivi morali. Facevamo la guerra alla povertà, non ai poveri. Ci sacrificavamo, prendevamo cura del nostro prossimo, mantenevamo le promesse, e non ci siamo mai vantati e montati la testa», e così via. Ora, non è che non ci sia del vero in tutto questo, anche se difficilmente si applica, per esempio, agli Stati Uniti del colpo di stato in Iran e in Cile, dell’invasione di Santo Domingo, del bombardamento dell’Honduras, dei pesticidi in Vietnam… Anche McAvoy, infine, rinvia all’immagine del declino: per di più, ponendola in termini morali, egli rievoca implicitamente quella figura della declension, della decadenza morale, con cui già a metà ‘600 le colonia americane lamentavano la caduta degli ideali morali della prima generazione puritana e richiamavano l’America al recupero della sua missione originaria. Da sempre, il riconoscimento dei problemi del presente si fonda e si legittima sul vagheggiamento della grandezza passata.

Declino del benessere, declino morale, declino economico e militare stanno dunque tutti intrecciati in uno stato d’animo diffuso in cui il senso di declassamento personale all’interno è parallelo alla sensazione che sul piano internazionale stia sfuggendo agli Stati Uniti quel primato a cui sentono di avere diritto per volontà divina («With God on our side», ironizzava Bob Dylan, «I got God on my side» ribadisce Springsteen) e primato etico. Convinti ancora della superiorità ed eccezionalità dell’America, gran parte dei cittadini americani, del sistema educativo e dei media, non si prendono la briga di informarsi e di informare sul resto del mondo, salvo quando questo si presenta come intralcio alla volontà nazionale. Ma quello che pesa non è tanto l’ignoranza, di cui certo gli Stati Uniti non hanno il monopolio, ma la solitudine che ne deriva. Come la sentinella al checkpoint, gran parte degli Stati Uniti si sente sola in un mondo ostile, circondata da pericoli e minacce che non capisce – immigrati, musulmani, arabi, i missili della Corea, la concorrenza (per definizione sleale: come si permettono?) della Cina e dell’Europa… E, come la sentinella di Kabul, reagisce nell’unico modo che sa.

Come Springsteen ci ricorda, niente è più pericoloso della paura dei potenti che sentono sfuggire il potere. Nonostante tutto, gli Stati Uniti sono ancora potenti, economicamente e militarmente, e lo resteranno a lungo. Gli Stati Uniti non sono stati ancora superati dalla Cina come maggiore economia mondiale; e hanno un bilancio militare che supera quello di tutto il resto del mondo messo insieme. È improbabile che Donald Trump scatenerà davvero una terza guerra mondiale, ma dispone di altri “grilletti” metaforici, fra guerre locali (Yemen, per dirne una), discriminazioni razziali, distruzioni ambientali e guerre economiche col resto del mondo (a partire dai suoi ex alleati europei e persino canadesi). Forse non possono cambiare la direzione che preso la storia ma possono dare colpi di coda micidiali. Il dito sul grilletto ce l’hanno.

Alessandro Portelli

Alessandro Portelli, storico, critico musicale e anglista, è stato professore di letteratura angloamericana all'Università di Roma La Sapienza. Tra i principali teorici della storia orale ha, tra l’altro, raccolto poesie e canzoni popolari statunitensi e scritto diversi saggi sulla letteratura afroamericana.

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