I “consumi morali” e la disciplina dei poveri. Le insidie di una carta prepagata

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«La povertà emerge occasionalmente nell’agenda delle politiche come problema da risolvere.
I poveri esistono da sempre come soggetti che devono essere governati».
Soss, Fording e Schram – Disciplining the poor, 2011

Un tratto peculiare dell’esperienza italiana in materia di sostegno al reddito è rappresentato dalla modalità di erogazione dei trasferimenti economici, corrisposti ai beneficiari attraverso carte prepagate abilitate ad essere utilizzate sul circuito mastercard. Questo tipo di supporto, eredità della prima “social card” introdotta dal Governo Berlusconi, rappresenta una costante di tutte le sperimentazioni e delle misure transitorie, costituisce ad oggi lo strumento attraverso cui viene erogato il ReI e sarà il cardine anche del nascituro reddito di cittadinanza targato M5S.

A differenze di altre caratteristiche delle politiche fin qui attuate, questo aspetto apparentemente marginale ha attirato scarsa attenzione nel dibattito pubblico e in quello politico, almeno fino alle dichiarazioni di Di Maio di inizio ottobre, quando il Ministro affermò che: «Il reddito di cittadinanza sarà erogato su una carta e questo permetterà la tracciabilità ed eviterà l’evasione o spese immorali con quei soldi e quindi permette di utilizzare questi soldi per la funzione per la quale esiste, cioè assicurare la sopravvivenza minima dell’individuo. È chiaro che se vado con quella carta a comprare un gratta e vinci, sigarette o dei beni non di prima necessità la carta non funzionerà. È molto semplice».

La scelta dell’aggettivo “immorale”, tutt’altro che casuale, contribuì allora a risvegliare una parte dell’attenzione pubblica e a dare visibilità a posizioni critiche che fin dalle sperimentazioni del 2013 circolavano tra gli addetti ai lavori. Lo strumento della carta prepagata è infatti l’emblema di uno dei grandi presupposti che sembra mettere d’accordo tutte le parti politiche in Italia: il sostegno al reddito deve necessariamente accompagnarsi a un controllo sui consumi, per evitare usi di volta in volta etichettati come “impropri”, “dannosi” o, per l’appunto, immorali. Più semplicemente, si può essere d’accordo con l’idea di trasferire risorse economiche ai poveri, ma a patto di evitare che questi “abbiano i soldi in mano”, scongiurando così il rischio che questi possano alimentare i loro vizi e che i sussidi vengano spesi in alcool, sigarette o gioco d’azzardo (tanto per riprendere alcuni degli ingredienti alla base di immagini stereotipate che rimangono sempre tristemente attuali).

A livello pratico, la carta prepagata rappresenta il dispositivo ideale, dal momento che si presta ad essere abilitata solo presso determinati esercizi commerciali, e che le spese sostenute sono per definizione tracciabili. Attraverso questo strumento si può dunque attuare un doppio controllo: ex ante, impedendone usi non graditi, ed ex post, monitorandone le modalità d’utilizzo.

Nell’esperienza italiana di sostegno al reddito è stato fin qui sempre adottato il primo modello, dal momento che le carte potevano essere utilizzate, pur con qualche eccezione, in esercizi commerciali della grande distribuzione, nelle farmacie e alle poste (limitatamente al pagamento delle utenze). Pur non mutando l’impostazione generale, il modello del ReI aveva attenuato sensibilmente i vincoli autorizzando i beneficiari a prelevare in contanti fino alla metà della cifra erogata, mentre il limite ai prelievi è fissato a cento euro nel RDC. Nel dibattito che accompagna la misura attuale, inoltre, la tendenza sembra quella di un inasprimento dei controlli nelle due direzioni, se si prendono per vere le dichiarazioni della sottosegretaria Castelli secondo cui «se viene osservato che per tre mesi con la carta vai all’Unieuro, magari un controllino della Guardia di Finanza si fa».

Il sorprendente grado di accordo “bipartisan” di cui le limitazioni e il controllo dei consumi dei poveri sembrano godere invita a un breve approfondimento che si muove in due diverse direzioni: quella di ricostruire i presupposti di un simile atteggiamento e quella di esplorarne le conseguenze.

Sul primo versante, un simile approccio disciplinante svela in modo emblematico una ben nota tensione insita nelle politiche sociali, che rappresentano al tempo stesso strumenti di emancipazione dei cittadini e dispostivi di controllo sociale. Ciò vale in particolar modo per le politiche di sostegno al reddito, che si rivolgono al target dei cosiddetti “poveri abili”, storicamente inclini ad essere considerati responsabili della propria condizione. L’ambivalenza esistente tra l’obiettivo di “sconfiggere la povertà” e quello di “governare i poveri” vale fin dagli albori dell’intervento pubblico, basti pensare alle “workhouses” inglesi che oltre quattro secoli fa offrivano riparo ai poveri nascondendo al contempo la loro (sgradita) vista alla popolazione.

Più nello specifico, il meccanismo di controllo dei consumi sembra trovare legittimità in due diverse rappresentazioni della povertà e dei poveri, e in particolare di quelli che si rivolgono ai servizi in cerca d’aiuto. La prima immagine è quella del povero scroccone, pigro e approfittatore, che deve la sua condizione a una mancanza di volontà e di impegno. La seconda è invece quella del povero incapace di badare a se stesso, e dunque manchevole degli strumenti necessari a condurre una vita “normale”. Nel primo caso il controllo, la disciplina e talvolta un atteggiamento punitivo saranno volti a evitare “frodi” o usi impropri, mentre nel secondo avranno la funzione “educativa” tipica dell’approccio paternalista, in cui un atteggiamento benevolo si accompagna a una richiesta di obbedienza giustificata da una situazione di sostanziale ignoranza e dai rischi che questa comporta. È tuttavia interessante notare come in un modello di governance paternalistica delle politiche sociali, i presupposti di un intervento disciplinante si ampliano: il comportamento dei poveri non minaccia infatti soltanto loro stessi, ma rappresenta sempre più un rischio per la società nel suo complesso e, secondo alcuni, anche per il modello egemone neoliberale.

Ciò che è importante notare è che il paternalismo non intende negare, almeno in linea di principio, la libertà individuale. Al contrario, si regge sull’idea che la libertà sia una pratica che richiede disciplina interiore, e che quanti falliscono nell’ottenerla vadano educati ad essa. La coercizione e il controllo, dunque, sono giustificati dal presupposto secondo cui la costrizione di oggi rappresenta una precondizione della libertà di domani. Quanto al tipo di libertà considerata da questi approcci, l’influenza del modello neoliberale non sembra lasciare spazio ad equivoci: l’emancipazione passa attraverso l’inserimento nel mercato.

Pur originandosi da rappresentazioni diverse della povertà, tanto l’approccio paternalistico quanto quello punitivo condividono l’idea che esista un modello di comportamento “giusto” per i poveri, e che tale modello sia diverso da quello applicabile al resto delle persone. Nello specifico delle politiche di sostegno al reddito questo comportamento ideale si traduce in un modello di consumo “morale”, e dunque centrato sull’acquisto esclusivo dei beni di prima necessità. Curiosamente, non si trova traccia in questa visione del carattere relativo e socialmente costruito dell’idea stessa di “prima necessità”, e nemmeno della natura sociale dei processi di povertà ed esclusione. Eppure, proprio questi aspetti sono noti e studiati da ormai moltissimo tempo, se è vero che oltre un secolo fa (nel 1901) Seebohm Rowntree annoverava tra i beni necessari per non essere poveri proprio la birra e il tabacco, considerati strumenti necessari per l’inclusione sociale (maschile) nell’Inghilterra dell’epoca.

Nel caso del sostegno al reddito italiano, e della modalità di erogazione dei contributi attraverso carta prepagata, la miopia di un simile approccio appare evidente. A conclusione di questo contributo è dunque opportuno dar spazio ad alcune considerazioni derivanti da esperienze di ricerca empirica che permettono di approfondire le conseguenze di questo impianto di policy sui beneficiari.

L’effetto disciplinante si coglie in prima battuta dal fatto che la carta impone una trasformazione dei modelli di consumo che inizia dai luoghi d’acquisto abituali. La carta infatti obbliga i beneficiari a fare la spesa negli esercizi della grande distribuzione convenzionati, abbandonando i mercati rionali che pure garantivano prezzi inferiori. Oltre ai luoghi d’acquisto, la carta ristruttura il budget dei beneficiari dando un maggior peso agli acquisti di generi alimentari. Tuttavia, il cibo non sembra essere così centrale nelle priorità d’acquisto dei beneficiari, non certo perché considerato poco importante, ma perché più facilmente reperibile attraverso altri canali, quali i servizi di raccolta dell’invenduto, le mense o più semplicemente i canali informali. Le preferenze in materia di allocazione del budget espresse dai beneficiari sono dunque spesso molto differenti da quanto previsto in fase di definizione dello strumento, e non solo per via di alcuni macroscopici errori di progettazione delle carte nelle prime sperimentazioni (Carta Acquisti e SIA) quali l’impossibilità di pagare gli affitti.

Il modello proposto attraverso la carta sembra infatti rifarsi a una visione eccessivamente semplificata dei consumi dei poveri, che non tiene conto della dimensione espressiva e simbolica e delle necessità che vanno oltre la sussistenza e che riguardano piuttosto l’inclusione sociale e il tentativo di condurre una vita “normale”. Tra i beneficiari intervistati emerge così il bisogno di acquistare libri per i figli o pagare loro le gite scolastiche, ma anche di consentire acquisti potenzialmente “ricreativi”, ma che a ben vedere sono fondamentali per la crescita dei minori (ad esempio giocattoli come il “Lego”) e per mantenere l’inserimento in reti sociali (condividere una cena in una pizzeria a basso costo o in un fast food).

Al di là del “dove” e del “che cosa” si acquista, l’utilizzo della carta prepagata genera problematiche che hanno a che fare con la stigmatizzazione e la discrezionalità nell’esercizio del potere. Infatti, se è vero che attraverso la carta è possibile circoscrivere il numero e il tipo di esercizi commerciali convenzionati, non si può codificare a priori il tipo di merce acquistata all’interno di punti vendita come quelli della grande distribuzione che offrono una gamma estesa di prodotti. L’assenza di informazioni diffuse e dettagliate sui prodotti acquistabili, unita al generico richiamo alla categoria di “beni di prima necessità” ha fin qui dato vita a una situazione paradossale. Il controllo sui prodotti acquistati viene di fatto delegato ai dipendenti della grande distribuzione, che in molti casi esercitano un potere discrezionale che difficilmente si può attribuire a priori alla loro funzione. Sono così frequenti i casi di beneficiari di carta a cui è stato impedito dal personale alla cassa l’acquisto di prodotti di varia natura, dai materassini per campeggio, ai giocattoli, alla sabbiera del gatto. Oltre che arbitrario (chi è in grado di stabilire se un regalo per i primi figli sia o meno una “necessità”?), questo esercizio del controllo si rivela nella pratica stigmatizzante e umiliante, dal momento che avviene in contesti pubblici quali la fila di un supermercato.

Questo meccanismo di controllo centrato sugli spazi di incertezza e discrezionalità chiama in causa, in conclusione, il tema dello spazio di manovra dei beneficiari e della loro capacità di voice. Far valere le proprie ragioni rispetto a cosa costituisca un bisogno essenziale richiede infatti competenze e capacità argomentative e soprattutto il coraggio di sostenere discussioni asimmetriche e che svelano in contesti pubblici il ruolo di beneficiari di sostegno al reddito. Se alcuni beneficiari sono in grado di far valere i propri diritti, non mancano sul fronte opposto reazioni di accondiscendenza e docilità nei confronti del controllo, quando non di interiorizzazione dei modelli proposti dalle politiche che portano a esprimere soddisfazione nei confronti di una limitazione di libertà.

A fronte di un meccanismo così sottile e quotidiano, viene da chiedersi dove stia il potenziale emancipatorio di un reddito corrisposto a fronte di simili condizioni, che sembra rafforzare le differenze sociali pur riducendo quelle di reddito.

About Sandro Busso

Sandro Busso insegna Sociologia Politica e Politiche sociali presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell'Università di Torino. Si occupa di povertà, politiche di sostegno al reddito, governance delle politiche sociali e trasformazioni del terzo settore.

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