Rana Plaza, cinque anni dopo. Le false promesse che non crollano mai

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Cinque anni dopo le macerie del Rana Plaza, per i lavoratori del Bangladesh i diritti umani e quelli sindacali sono ancora un miraggio. Il 24 aprile 2013 passerà alla storia come il giorno in cui si consumò una delle peggiori stragi industriali. Le migliaia di vittime e la mobilitazione internazionale per ora non sono bastate a sovvertire le logiche del profitto e di una politica sorda agli interessi dei propri cittadini.

A Dhaka, capitale del Bangladesch, il 24 aprile 2013 avveniva una delle peggiori stragi industriali della storia: il crollo degli otto piani dell’edificio Rana Plaza, sotto le cui macerie 1135 operai tessili, per lo più donne, morirono e circa 2400 rimasero feriti gravemente. Tutte le vittime lavoravano in cinque fabbriche di abbigliamento per l’export in occidente, ospitate all’interno di quel palazzo.

Il mondo guardò a quelle immagini con sdegno e commozione. Qualcuno parlò allora, a ragione, di un omicidio industriale di massa. Di certo, non si trattò di una fatalità. Le indagini che seguirono rilevarono che il Rana Plaza poggiava su un grande bacino, fatto asciugare prima di costruirvi sopra e ricoperto con terreno friabile. I proprietari avevano edificato con materiali di basso costo e di scarsa qualità violando le norme edilizie, poiché, nonostante avessero ottenuto un permesso di costruzione per un palazzo a uso commerciale, cioè destinato a ospitare piccoli negozi, lo avevano invece riempito di fabbriche. Per di più il permesso edilizio, richiesto e ottenuto, riguardava un edificio di cinque piani e un seminterrato. Gli stessi proprietari, invece, una volta completato lo stabile nel 2008, decisero di aggiungere ben altri tre piani, senza preoccuparsi di richiedere alcuna preventiva verifica tecnica né autorizzazione. Concentrati solo ed esclusivamente sull’obiettivo di ridurre al minimo i costi, non si erano affatto interessati delle conseguenze e avevano ignorato i rischi per la vita e le condizioni di sicurezza delle persone che vi avrebbero lavorato.

Già 700 morti tra il 2006 e il 2013, tutti operai del settore confezioni, non erano bastati a costringere il governo del Bangladesh e i grandi marchi della moda a occuparsi seriamente della sicurezza e a predisporre un sistema di prevenzione dei rischi. Cosicché anche il crollo del Rana Plaza si racconta da sé come una strage preannunciata. Esattamente il giorno prima della tragedia, nell’edificio si sentivano scricchiolii ed erano apparse crepe da cedimento. Alcune operaie li avevano avvertiti e visti, ne avevano avuto paura e li avevano segnalati ai supervisori, affinché questi facessero eseguire le necessarie verifiche, ma poi dagli stessi avevano ricevuto rassicurazioni e sollecitazioni a non sospendere il lavoro, accompagnate come sempre dal ricatto, neanche poi tanto sottinteso, che allontanarsi dalle macchine avrebbe potuto compromettere i tempi di consegna degli ordinativi dei committenti. È il solito perverso meccanismo del massimo profitto schiacciato sulla pelle di chi non ha voce, consumato con minacciose pressioni e ricatti da parte di chi detiene il comando. Chi soffre i morsi della fame risponde lavorando più che può, fino allo stremo, fino a crepare di fatica pur di portare a casa, se va bene, 50 euro al mese, il salario minimo di legge ampiamente al di sotto della soglia di povertà (secondo l’Asia Floor Wage Alliance, il salario minimo dignitoso in Bangladesh dovrebbe essere sette volte quello attuale). Succede così, ogni giorno, in migliaia di fabbriche in Bangladesh e non solo. Ed è stato così anche quel maledetto 24 aprile al Rana Plaza, quando il palazzo è crollato e ha stroncato in pochi istanti, meno di 90 secondi, la vita di migliaia di famiglie già ridotte alla miseria estrema in uno dei Paesi più poveri al mondo.

Nei giorni di lutto che seguirono al crollo, i media di tutto il mondo, televisioni e carta stampata, accesero i loro riflettori sul Bangladesh offrendo all’opinione pubblica le immagini strazianti della strage, delle vittime e dei familiari che, in preda alla disperazione, cercavano corpi e superstiti tra enormi montagne di macerie.

Impossibile dimenticare il neonato dato alla luce sotto i calcinacci da una giovane donna, che anche in prossimità del parto non aveva potuto sottrarsi alla schiavitù della macchina da cucire, sfidando le leggi della natura e degli uomini. L’emozione fu fortissima e si disse e ripeté a gran voce “mai più”. Fu così che “Rana Plaza” divenne per tutti, nel mondo e in ogni lingua, il sinonimo di tragedia industriale di massa.

Piovvero promesse di aiuto da ogni dove. E la comunità internazionale, con istituzioni e società civile, si impegnò solennemente affinché tutto questo non potesse mai più ripetersi e perché fosse data una risposta in termini di diritto, intendendo con questo consegnare i responsabili alla giustizia e riconoscere un risarcimento a parenti e superstiti. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, agenzia tripartita delle Nazioni Unite competente in materia di lavoro, aveva espressamente impegnato il governo del Bangladesh, secondo Paese esportatore di abbigliamento al mondo dopo la Cina, a chiedere che le imprese coinvolte nelle catene produttive e di distribuzione rispondessero delle loro mancanze, omissioni e negligenze e aveva richiamato i marchi e i committenti internazionali ad assumersi le proprie responsabilità e a migliorare le condizioni di lavoro e la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

In questo clima, furono assunte decisioni e annunciate molteplici e diversificate iniziative e azioni, da parte di organismi pubblici internazionali e nazionali, società multinazionali, imprese committenti e soggetti della società civile, incluse le organizzazioni sindacali dei lavoratori.

Cinque anni dopo, proviamo a chiederci se e come le reazioni seguite a quella immane tragedia si siano tradotte in un cambiamento nella vita dei lavoratori e della popolazione del Bangladesh.

Una delle prime iniziative, lanciata subito dopo il crollo del Rana Plaza, fu la campagna internazionale dei sindacati e dell’organizzazione non governativa Clean Clothes Campaign (CCC), lanciata congiuntamente attraverso una petizione che chiedeva alle aziende, clienti delle fabbriche crollate, azioni concrete affinché tali tragedie non potessero più avvenire.

La petizione chiedeva ai marchi e ai distributori di risarcire le vittime del disastro. L’obiettivo era quello di raggiungere la somma di 30 milioni di dollari, risultato che fu ottenuto nel 2015, anche grazie a una “donazione” volontaria di un marchio che volle rimanere anonimo. L’esito è stato che tutti gli aventi diritto sono stati risarciti e quanti furono colpiti dal crollo con perdita di reddito e necessità di cure mediche hanno ricevuto delle somme conformi agli standard internazionali. Il trattamento fisico e psicologico a lungo termine viene fornito da un apposito fondo fiduciario, che offre cure dirette e assistenza sanitaria gratuita attraverso altre istituzioni mediche.

A seguito della pressione esercitata da quelle organizzazioni, il 15 maggio 2013 molte delle maggiori firme occidentali di abbigliamento (circa 160) sottoscrissero con la federazione internazionale dei sindacati tessili IndustriALL Global Union e con quella dei servizi UNI Global Union, entrambe aderenti all’International Trade Union Confederation (ITUC), l’Accordo sulla prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh (Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh), giuridicamente vincolante, inizialmente limitato a una durata quinquennale e poi rinnovato a giugno 2018 fino al 31 maggio 2021 grazie al 2018 Transition Accord. Quest’ultimo accordo ha tra le sue finalità quella di facilitare la transizione verso un sistema di regole pubbliche oggi assenti in Bangladesh come un meccanismo di assicurazione nazionale per gli infortuni sul lavoro conforme alla Convenzione OIL 121.

Ne sono firmatarie complessivamente più di 100 aziende multinazionali, la cui casa madre si trova in Paesi come Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Finlandia, Hong Kong, Italia, Norvegia, Olanda, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera e Turchia, che si servono direttamente o indirettamente di più di 1200 fabbriche in Bangladesh, in cui lavorano oltre 2 milioni di operai.Tra queste imprese troviamo la svedese H&M, che è il più grande acquirente di capi di abbigliamento dal Bangladesh, l’olandese C&A, Inditex, proprietario spagnolo della catena di abbigliamento Zara, e poi ancora Adidas, American Eagle Outfitters, Artsana (Chicco), Auchan,

Avon, Benetton, Camaieu, Carrefour, Desigual, El Corte Inglés, Esprit, Fruit of the Loom, Hema, Hugo Boss, Mango, Marks and Spencer, Monoprix, PVH Corporation (società madre di Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Izod) New wave Group, OVS, Prénatal, Puma, Star Brands Apparel, Tchibo, Tesco, Primark e altre ancora.

In base all’intesa le imprese si sono impegnate a intervenire finanziariamente per il miglioramento della sicurezza nelle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh, favorendo delle ispezioni indipendenti e facendosi carico degli adempimenti derivanti, a partire dalla messa in sicurezza degli stabili. I contenuti dell’accordo richiamano quanto previsto dalla Convenzione OIL n.155 – secondo cui, tra l’altro, i lavoratori hanno il diritto di rifiutare il lavoro pericoloso – e impegnano le aziende committenti a interrompere i rapporti con le imprese che rifiutino di consentire i controlli e migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro.

Va riconosciuto che i migliori risultati in termini di interventi nel post Rana Plaza sono stati compiuti proprio nel campo della sicurezza e grazie a questo accordo.

Dal 2013 a oggi gli ispettori hanno visitato circa 1800 fabbriche che riforniscono circa 200 marchi, e hanno quantificato oltre 118.500 rischi di incendio, elettrici e strutturali. Un po’ meno di un terzo delle fabbriche visitate avrebbe poi avviato un programma di messa in sicurezza.

In coerenza con quanto definito dall’accordo, a gennaio del 2018, IndustriALL e UNI hanno raggiunto un’intesa con una multinazionale accusata di non essere intervenuta prontamente non appena si erano palesati i rischi per la vita delle persone nelle sue fabbriche. Questa multinazionale, che vuole venga garantito l’anonimato, ha corrisposto 2.300.000 dollari US, di cui 2.000.000 per interventi sulla sicurezza in circa 150 fabbriche di abbigliamento in Bangladesh e i restanti 300.000 per finanziare il fondo comune “di sostegno ai lavoratori delle catene di subappalto”, un fondo per migliorare salari e condizioni di lavoro nelle catene globali di fornitura voluto da IndustriALL Global e UNI.

L’intesa si è conclusa dopo due anni di procedura arbitrale secondo quanto previsto dall’accordo. Il caso era stato esaminato dalla Corte Permanente di Arbitrato a L’Aja, dopo che i sindacati avevano denunciato come le imprese, nonostante le promesse, non avessero predisposto neanche le misure basilari di sicurezza nelle fabbriche, come la chiusura dei cancelli, interventi volti a colmare le carenze strutturali e assicurare uscite di emergenza e la manutenzione degli impianti idrici.

Questo è stato il secondo caso di arbitrato, gestito secondo l’accordo. Già nel dicembre 2017, IndustriALL e UNI avevano raggiunto una precedente intesa con un marchio che utilizza più di 200 fabbriche in Bangladesh. In quella circostanza era previsto un patto di riservatezza ancora più stringente, tanto da non rendere pubblico neanche l’importo della transazione.

È chiaro che le aziende multinazionali, soprattutto i grandi marchi, tentano di nascondersi dietro una pelosa elargizione che non vogliono definire giusto risarcimento e che le esime dall’assunzione chiara e netta di responsabilità rispetto ai loro comportamenti, alle loro scelte e ai loro obiettivi. L’imposizione dell’anonimato la dice lunga in proposito.

Ciò nonostante, i risarcimenti ai superstiti e alle famiglie e le iniziative sulla messa in sicurezza, attraverso l’accordo a efficacia vincolante, sono stati i più importanti interventi effettuati nella direzione del riconoscimento dei diritti umani e del lavoro e della giustizia, molto più efficaci delle fallimentari misure volontarie in materia di responsabilità sociale. E questo è avvenuto grazie a una forte azione della società civile e dei sindacati e alla pressione dell’opinione pubblica mondiale.

Va però aggiunto che ciò non è sufficiente a dire che è stata fatta giustizia. In effetti, dal 2013 in poi, molte altre iniziative di varia natura sono state avviate, con diverso esito. È naturale quindi chiedersi se e cosa sia cambiato nella società del Bangladesh e nei luoghi di lavoro per la realtà quotidiana dei quattro milioni e passa di lavoratori dell’industria delle confezioni, inclusi quelli che non riforniscono i grandi marchi.

Purtroppo, sarebbe sufficiente anche uno sguardo rapido e superficiale per constatare che questi continuano a condurre una vita grama, in cui le più elementari libertà sono negate.

A giugno di ogni anno si svolge a Ginevra la Conferenza internazionale del lavoro, in cui si riunisce la Commissione sull’applicazione degli standard (CAS, Committee on Application of Standards). La CAS, organismo tripartito in cui siedono rappresentanti dei governi e delle parti sociali, è l’organismo di supervisione davanti al quale gli Stati devono rispondere di eventuali inosservanze, di fatto e di diritto, rispetto alle Convenzioni che hanno ratificato. Il monitoraggio si basa su un rapporto che viene redatto dal Comitato degli Esperti (CEACR), con informazioni acquisite direttamente dai governi in questione. Nel caso del Bangladesh, da molti anni il CEACR rileva sia nella legislazione che nella pratica la violazione delle Convenzioni 87 sulla libertà di associazione e 98 sul diritto di organizzazione e negoziazione collettiva. Su richiesta dei sindacati, il governo è stato spesso chiamato a dare delle spiegazioni davanti alla CAS e si è sempre solennemente impegnato a rivedere la legislazione nazionale del lavoro e a renderla conforme alle norme internazionali. Tanto ritualmente ha ripetuto le proprie promesse, quanto puntualmente le ha disattese in pieno, così come aveva fatto con sfacciata impudenza all’indomani del crollo del Rana Plaza, di fatto sprecando ogni occasione e opportunità che gli era stata offerta per migliorare la situazione dei lavoratori, anche quando aveva gli occhi del mondo puntati addosso e gli aiuti arrivavano da più parti.

Nel rapporto degli esperti di febbraio 2018, così come nei precedenti, il Comitato ha ribadito ancora le proprie preoccupazioni per le gravi violazioni delle Convenzioni 87 e 98 sia nella legislazione che in pratica, constatando come il governo non abbia intrapreso alcuna azione per porre fine a casi di violenza antisindacale. Nel 2017 il Bangladesh aveva annunciato l’adozione di procedure operative standard (SOPs, standard operating procedures) per la registrazione dei sindacati e per avviare indagini su pratiche di lavoro scorrette, che avrebbero dovuto accompagnarsi all’eliminazione degli abusi discrezionali nelle registrazioni. L’adozione di queste procedure ha alimentato la propaganda governativa, ma di fatto non ha avuto alcun impatto sulla libertà sindacale. In pratica, nel settore delle confezioni, ai lavoratori viene ancora negata la maggior parte delle richieste di registrazione sindacale. Nel 2017, solo 291 domande su 801 sono state accettate, pari al 36%, e non è chiaro l’esito del restante 64%. Un terzo delle richieste è stato rigettato senza indicarne il motivo.

I lavoratori che vogliono organizzarsi sindacalmente incontrano enormi ostacoli, a partire dall’altissima soglia minima di adesione richiesta, il 30% degli addetti della fabbrica. La registrazione, tra l’altro, non dovrebbe consistere in un’autorizzazione, ma in una semplice procedura amministrativa. E invece le autorità ne gestiscono arbitrariamente la procedura ed escludono di proposito le organizzazioni più attive e indipendenti. All’interno delle fabbriche spesso regna un pesante clima di tensione, paura, repressione e violenza, diretta o indiretta, contro i sindacati.

Gli esperti del CEACR hanno espressamente chiesto al governo del Bangladesh di «adottare tutte le misure necessarie a garantire che la registrazione sia un processo semplice, oggettivo e trasparente, che non restringe il diritto dei lavoratori a formare delle organizzazioni senza essere precedentemente autorizzati». Hanno anche espresso «profonda preoccupazione» per l’inattività del governo di fronte ai numerosi atti di intimidazione, repressione e violenza perpetrati contro lavoratori e sindacalisti e per il clima di impunità che regna nel Paese, cui dove non si ha notizia di alcuna investigazione. A questo specifico proposito, hanno enfatizzato che «un movimento sindacale davvero libero e indipendente può svilupparsi solo in un clima libero da violenza, pressioni e minacce di ogni tipo contro leader e iscritti a tali organizzazioni».

Per non parlare poi dei licenziamenti per attività sindacali. Secondo il governo del Bangladesh, dal 2013 al 2017 sarebbero state presentate in totale 112 denunce per attività antisindacali. Sono numeri che appaiono poco credibili, pensando che la forza lavoro del Paese è di 58 milioni di addetti, di cui 4 milioni solo nelle confezioni. È purtroppo vero, invece, che molte transazioni sono il risultato di ricatti, per cui i lavoratori, pur di tenersi il posto, si sottopongono a condizioni che sarebbero altrimenti inaccettabili. D’altronde, chiedere giustizia in Bangladesh significa imbarcarsi in processi così lunghi e incerti che alla fine i lavoratori pensano sia più conveniente rinunciarvi. Anche sulla gestione di queste denunce e del loro seguito negli ispettorati, già in passato gli esperti del CEACR hanno invano richiesto al governo di fornire chiarimenti.

La normativa del lavoro in Bangladesh è sostanzialmente contenuta in due leggi principali: il Bangladesh Labour Act (BLA) e la legge sul lavoro nelle Zone Franche di Esportazione, Export

Processing Zones Labour Act. Gli esperti del CEACR hanno ripetutamente chiesto al Paese di emendare entrambe queste leggi. Potrebbe essere incredibile crederlo, ma il governo ha lavorato su delle proposte di riforma che però non modificano o addirittura peggiorano le norme esistenti. I nuovi testi ignorano ancora decine di questioni critiche e fondamentali. In altri termini, anche se fossero adottate, queste proposte non apporterebbero alcun miglioramento alle condizioni di vita e di lavoro in Bangladesh e non scalfirebbero le diffuse pratiche di violazione dei diritti umani.

Come dire che è in scena una specie di gioco delle parti, per cui in Bangladesh vige una sorta di impunità legalizzata, che il governo cerca cinicamente di mantenere a ogni costo a vantaggio delle imprese committenti, riuscendo nell’intento e ingannando la comunità internazionale che ogni tanto finge di credere alle continue promesse di cambiamento. Una farsa vera e propria, in cui i più potenti proprietari della produzione tessile sono impegnati in politica, in Parlamento o comunque nei partiti di maggioranza e non hanno alcuna intenzione di rafforzare una possibile legislazione che sfavorirebbe i loro profitti personali.

È di tutta evidenza che, se non esiste o viene negato il diritto di organizzazione sindacale, non esistono relazioni industriali né meccanismi di rappresentanza e contrattazione collettiva.

Stando a quanto sostenuto dal governo, tra il 2013 e il 2016 sono stati negoziati solo 41 contratti collettivi, un numero estremamente basso considerato l’enorme numero di imprese nel settore dell’abbigliamento. Queste, secondo le statistiche ufficiali, conterebbero 7.779 sindacati, di cui 470 di nuova formazione, ovvero costituiti tra il 2013 e il 2017.

Nelle zone franche, sempre secondo quanto asserito dal governo, il 74% delle imprese si è dotato di cosiddetti Workers’ Welfare Associations (WWAs), forme di rappresentanza del lavoro, e a questo fine sarebbero state presentate 411 richieste, accolte “amichevolmente”. Ma tutto è un po’ sospetto, a cominciare dal fatto che sono state le autorità delle Zone e non i lavoratori a prendere le iniziative per molte delle elezioni delle WWAs, per cui i lavoratori hanno votato su sollecitazione delle aziende e senza che venissero loro spiegate le ragioni. Ciò solleva dubbi ancora maggiori in chi conosce la realtà delle Zone, dove per anni non si è consentita la contrattazione collettiva, neanche sui salari.

Subito dopo la tragedia del Rana Plaza, l’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Canada (che si unì in un secondo tempo), l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e il governo del Bangladesh firmarono il “Patto per miglioramenti continui dei diritti del lavoro e della sicurezza nelle fabbriche di confezioni e maglieria in Bangladesh” (Sustainability Compact).

A maggio 2017 la Commissione UE, esaminando il regime commerciale di preferenze generalizzate (GSP, Generalized System of Preferences) accordato favorevolmente al Bangladesh, aveva richiesto con urgenza l’adozione di misure concrete e durature da assumere per assicurare il rispetto dei diritti umani fondamentali e dei diritti del lavoro, dando la scadenza limite di agosto dello stesso anno come condizione essenziale per mantenere tali condizioni. Il governo ha ignorato la sollecitazione, evidentemente non intravedendo alcuna seria minaccia di perdite commerciali a danno suo e delle imprese. È chiaro che fino a quando la Commissione europea non costituirà una vera e propria commissione d’inchiesta con un’indagine formale, essa stessa si renderà complice e responsabile di queste gravi violazioni, esattamente come il governo e le imprese produttrici di abbigliamento che calpestano palesemente il rispetto dei diritti umani e del lavoro.

In conclusione: in questi cinque anni, il governo del Bangladesh, che pure aveva avuto moltissime occasioni per dare prova di voler cambiare le cose, non lo ha fatto dimostrando, forse anche ostentando e certamente non nascondendo, disinteresse, cinismo e disprezzo verso i lavoratori e la popolazione del proprio Paese e per i loro sacrosanti diritti a lavorare in sicurezza e vivere una vita dignitosa.

About Silvana Cappuccio

sindacalista della CGIL, esperta di problemi internazionali del lavoro, siede nel consiglio di amministrazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel gruppo lavoratori in rappresentanza di CGIL CISL UIL. All’interno dell’Area delle politiche internazionali della CGIL si occupa di politiche di genere, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, diritti umani e relazioni con i sindacati dell’Asia. Ha pubblicato: Gloker. Viaggio alla ricerca del lavoro dignitoso; Jeans da morire.

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