Nella nostra parte del mondo

image_pdfimage_print

«Alice: la questione è sapere se è possibile dare alla stessa parola molti significati diversi.
Humpty-Dumpty: la questione è di sapere chi sarà il padrone. Questo è il punto».

 

Sui temi del lavoro si è imposto un linguaggio improprio che molte volte maschera e deforma la realtà sociale ed economica di quella particolare prestazione dell’essere umano che chiamiamo “lavoro”.

Il “mercato del lavoro”. È un mercato di una entità non definita, per misurarlo l’istituto di statistica italiano deve precisare meglio, chiedendo a una persona: quanto “tempo” hai dedicato ad altri per ricevere un “compenso”? Quindi è il mercato dei lavoratori e in particolare di quello che serve al padrone: il loro tempo e le loro capacità operative.

Il “datore di lavoro”. In regime di mercato non dà un bel niente, compera tempo e capacità di un essere umano, al massimo si dovrebbe chiamare “compratore di lavoro” e non è un benefattore. Anche il termine “padrone” è ormai dimenticato, ma siamo nella fase del venir meno del pensiero critico.

Il “costo del lavoro”. Anche in questo caso siamo a un rovesciamento della condizione concreta: la retribuzione diventa un “costo” per colui che “dà” e non la parte spettante al lavoratore per il valore del prodotto conseguente al suo impegno in tempo e capacità.

È evidente che anche nel linguaggio si è imposta l’egemonia delle oligarchie finanziarie ed economiche a cui ormai nessuno più si sottrae.

Il lavoro non dovrebbe essere una merce ma lo è

La lotta dei lavoratori è stata sin dal suo nascere lotta per non essere “merci”, sia nell’utopia della società senza padroni sia per realizzare dignità e condizioni di lavoro che riconoscessero e rispettassero la persona. Al termine della seconda guerra mondiale, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro riprese pienamente le proprie funzioni con la Dichiarazione di Filadelfia che afferma «Il lavoro non è una merce» e ne precisa il significato «Tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro razza, religione o sesso, hanno il diritto di aspirare al loro progresso materiale e al loro sviluppo spirituale in condizioni di libertà, dignità, sicurezza economica, e con pari opportunità».

Il modello della flessibilità e della competitività globale ha fortemente depotenziato queste proposte negli ultimi decenni, in particolare dopo la crisi finanziaria del 2008.

Ogni mese veniamo informati sull’andamento dell’occupazione sulla base delle rilevazioni dell’ISTAT e ora anche dell’INPS. Per l’istituto di statistica una persona è “occupata” se ha lavorato almeno un’ora nella settimana precedente all’indagine, l’INPS invece misura le comunicazioni delle imprese relative ai rapporti di lavoro attivati e a quelli dismessi. Quello che vien misurato, quindi, non è l’occupazione ma la dinamica del mercato dei lavoratori: più rapporti di lavoro si attivano e cessano e più la merce “prestazione di lavoro” è in circolazione. Anche quello degli esseri umani è un mercato come gli altri.

Pochi addetti ai lavori usano l’ULA (Unità lavorativa anno a tempo pieno) per sommare i tempi minori dell’anno per contratti a termine, part-time, somministrazione, prestazioni occasionali e ricondurli allo standard che non possiamo più chiamare tradizionale. Ci spacciano per occupazione un uso sempre più occasionale e arbitrario del tempo.

Alcuni dati

Sino a un anno fa Ministero del lavoro, ISTAT e INPS pubblicavano mensilmente o trimestralmente i dati sull’andamento dell’occupazione e della disoccupazione, e molti organi di stampa ironizzavano sulla incongruenza dei numeri resi pubblici. Il Ministero ha come fonte le comunicazioni obbligatorie delle imprese, l’ISTAT la sua indagine campionaria e l’INPS la registrazione delle segnalazioni ai fini assicurativi dei rapporti di lavoro attivati o dismessi da parte delle imprese. Ora pubblicano congiuntamente una nota trimestrale che obbliga le diverse fonti a coordinarsi in modo che le discordanze non siano così clamorose.

Per curiosità si intendono presentare i dati delle rilevazioni ISTAT:

Fonte ISTAT: occupati e disoccupati, luglio 2018

Sempre nella stessa nota mensile possiamo conoscere con un maggiore dettaglio alcuni dati:


Fonte ISTAT: occupati e disoccupati, luglio 2018

Considerando le variazioni tendenziali degli ultimi anni si evidenzia una crescita dell’occupazione:

 

 

luglio 2015*

luglio 2016

luglio 2017

luglio 2018

 

Valori assoluti

(migliaia di unità)

Variazioni tendenziali

lug15/lug14

Valori assoluti

(migliaia di unità)

Variazioni tendenziali

lug16/lug15

Valori assoluti

(migliaia di unità)

Variazioni tendenziali

lug17/lug16

Valori assoluti

(migliaia di unità)

Variazioni tendenziali

lug18/lug17

OCCUPATI

22.497

+180

22.765

+266

23.063

+294

23.292

+277

Dipendenti

16.990

+183

17.302

+285

17.723

+378

17.797

+214

– permanenti

14.587

+106

14.855

+244

14.988

+92

14.841

-122

– a termine

2.403

+77

2.446

+41

2.735

+286

3.086

+366

Indipendenti

5.507

-3

5.464

-18

5.340

-84

5.365

-63

Fonte ISTAT: occupati e disoccupati, rilevazioni mensili dei mesi di luglio degli anni 2015, 2016, 2017 e 2018

Quindi il numero di lavoratrici e di lavoratori che dichiara di aver lavorato più di un’ora nella settimana dell’intervista dell’ISTAT è aumentato di 795mila unità ma di queste ben 770mila stavano lavorando con un contratto a termine. Da sottolineare il dato del 2016 con 244mila rapporti a tempo indeterminato in più per effetto degli 8.000 euro di sgravi fiscali e contributivi per assunzione.

Se Ministero del lavoro, ISTAT e INPS pubblicassero i dati in ULA, il risultato sarebbe un altro, il dato c’è ma non sta nei comunicati. Ecco l’andamento dell’occupazione per ULA sempre pubblicato in un altro studio dell’ISTAT:

Fonte ISTAT: Conti aggregati economici nazionali trimestrali

Oltre all’incidenza dei contratti a termine deve essere sottolineata l’importanza dei contratti part time che sono ormai più di 2,6 milioni. Ecco i dati, in miliardi di ore per trimestre:

Un’occupazione cresciuta facendo lavorare le persone per meno ore, meno salario, meno libertà e meno diritti. Con la conseguenza aggiuntiva di meno tasse e contributi.

Il sistema di potere ha imposto un mercato dei lavoratori senza vincoli

Dopo un secolo dove si era ottenute conquiste progressive, ora i lavoratori e i loro rappresentanti sono stati esclusi da ogni possibilità di conoscere e controllare il collocamento al lavoro.

Ora questa funzione è attribuita alla “Rete Nazionale dei servizi per le politiche del lavoro”, formata dalle strutture regionali per le politiche attive del lavoro, dalle agenzie del lavoro, dagli altri soggetti autorizzati alla intermediazione di manodopera, dagli istituti scolastici di formazione professionale, delle università e delle scuole secondarie di secondo grado.

Per le agenzie il lavoro è merce con scopo di lucro, per le scuole è una gestione arbitraria priva della necessaria trasparenza: il fenomeno dei “tirocini” è l’espressione di un mercato delle convenienze preassuntive e di qualche punteggio per il curriculum scolastico.

Affinché non ci fossero dubbi sul carattere mercantile del lavoro il Sistema Informativo è stato ridenominato “borsa continua nazionale del lavoro”, luogo in cui domanda e offerta di prestazioni lavorative si incontrano. È stata una operazione ideologica priva di effettiva strumentazione ed efficacia. Contrariamente alle “borse” dove circola la merce denaro, quella del lavoro non ha alcuno strumento di controllo e di intervento contro la concorrenza sleale e, tantomeno, sono resi pubblici i valori delle merci trattate: tutto questo avviene tendenzialmente nel rapporto tra singolo lavoratore ed impresa.

Il cosiddetto “decreto dignità” non ha intaccato il sistema privato del collocamento e ha mantenuto inalterata la pluralità dei rapporti di lavoro, ritoccando in meglio le norme sulla durata dei contratti a termine. Sono stati corretti in modo irrisorio gli indennizzi in caso di licenziamento ed esteso il rapporto di lavoro occasionale con i voucher ai settori dell’agricoltura e del turismo.

Continuano quindi a operare in maniera diffusa e sostanzialmente arbitraria:

  1. I rapporti di lavoro nella forma del tirocinio, per studenti, lavoratori disoccupati e disabili.
  2. Permangono i contratti denominati di associazione in partecipazione (agli utili se e quando ci sono) stipulati prima del luglio 2015.
  3. I contratti di prestazione occasionale, quelli pagati a voucher, sia per le imprese che per i lavori di cura o manutenzione nelle famiglie.
  4. Il contratto a chiamata o intermittente.
  5. Il contratto di collaborazione dove si dovrebbe svolgere in autonomia il lavoro.
  6. Il contratto a termine, regolamentato recentemente che prevede ancora diverse articolazioni a seconda del settore.
  7. Il contratto di reinserimento per lavoratori anziani, disoccupati di lunga durata, donne residenti in territori ad alto tasso di disoccupazione.

Non può essere ignorato che nel cosiddetto lavoro indipendente rientrano figure di lavoratori la cui effettiva prestazione ha le caratteristiche del lavoro dipendente, basti pensare ai lavoratori autonomi con rapporti con un solo committente, i collaboratori con o senza progetto, i soci lavoratori di cooperative.

Il tempo come unità di misura

Anni fa il sindacato internazionale dei metalmeccanici ragionava sul fattore tempo: quanto tempo ci vuole per comprare un chilogrammo di pane o di riso? In Italia e in Tunisia? Quanto tempo serve a un facchino di Amazon e quanto al suo amministratore Jeff Bezos?

Per alcuni decenni il mercato del lavoro era regolato secondo i principi contenuti in due soli articoli dello Statuto dei Lavoratori, non a caso abrogati e sostituiti da qualche migliaio di norme contenute in leggi ordinaria.

Basterebbero ancora tre principi fissati sempre nello Statuto:

  1. dove c’è un posto di lavoro che continua nel tempo deve esserci un rapporto di lavoro equivalente che continua nel tempo;
  2. dove il posto di lavoro è limitato nel tempo ci deve essere un rapporto commisurato alla particolarità delle prestazioni richieste;
  3. i rapporti di lavoro devono essere tutti censiti da un servizio pubblico e accessibili ai lavoratori e alle loro rappresentanze.

 Non riuscendo al momento a implementare un reddito di cittadinanza che accompagni come un diritto di nascita una persona per l’intero arco della vita, le integrazioni del reddito devono supportare chi non ha un lavoro o l’ha perduto.

About Fulvio Perini

Perini Fulvio, sindacalista alla CGIL, ha collaborato con la parte lavoratori, Actrav, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Vedi tutti i post di Fulvio Perini