Uno sguardo nel mondo. L’incendio di Grenfell Tower. Una tragedia operaia

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La notte del 14 giugno 2017, a Londra, nel quartiere di Kensington e Chelsea, amministrato dai Conservatori, andò a fuoco una torre (24 piani) di appartamenti popolari, con gli affitti agevolati, di proprietà del quartiere. Kensington però, a due passi da Hyde Park e da Westminister, non è un quartiere popolare. Dalla torre si vedevano soprattutto edifici di lusso.
Nella torre abitavano circa 600 persone. Ne morirono 71.

Le persone coinvolte

Nell’immediato l’incendio fece scandalo. Molti ricorderanno le foto e i commenti. Nell’anno che è trascorso ci sono state inchieste giudiziarie. Se ne prepara una parlamentare. Molti giornalisti ne hanno scritto. Andrew O’Hagan ha pubblicato sulla “London Review of Books” del 7 giugno scorso un’inchiesta approfondita che riempie quasi interamente il numero e riguarda le caratteristiche dell’edificio e degli occupanti, la cronaca dell’incendio, le sue cause, il comportamento dei vigili del fuoco, delle autorità e dei servizi pubblici, delle associazioni. Su questa inchiesta baso le mie considerazioni.

La Torre era soprannominata Moroccan Flats perché ospitava un gruppo importante di marocchini. Ma si trattava di un nome ombrello, come “vu’ cumprà”. Gli abitanti venivano in effetti dai quattro angoli del globo (c’era anche un gruppetto di italiani, due dei quali morirono) e praticavano varie religioni o nessuna religione. In maggioranza erano però musulmani e, dopo il tramonto, avevano rotto il digiuno, particolarmente lungo quando il Ramadan cade in giugno, come in questi anni (le scale odoravano delle spezie della cena). Gli adulti parlavano, oltre l’inglese, lingue mutuamente incomprensibili: asiatiche, africane, europee.

Avevano però in comune una caratteristica, ovvia se si vuole, data la natura dell’edificio: non erano proprietari; lavoravano per vivere. Non tutti in senso stretto, naturalmente. C’erano bambini piccoli e vecchi non autosufficienti, mantenuti dalle famiglie. Ma almeno uno per famiglia lavorava, a tempo pieno o a tempo parziale, a vari livelli di istruzione, magari studiando dopo il lavoro. I ritratti che l’autore fa dei molti che ha intervistato sono un lungo elenco di mestieri: il tassista, come l’etiope che abitava l’appartamento al quarto piano dove l’incendio scoppiò; la donna delle pulizie; la commessa e il commesso; il venditore di pesce e il venditore di ortaggi; l’edile; il commerciante; la maestra d’asilo. Non ha senso fare l’elenco, che dipenderebbe in ogni caso dalla disponibilità a farsi intervistare. È uno spaccato della classe operaia precaria britannica, con l’ovvia prevalenza di immigrati, più o meno recenti. Non sarebbe diverso lo spaccato di quelli che prendono il 18 o il 68, o il 4, intesi come tram, a Torino, o di quelli che abitano dalle parti di piazza Sofia. Non è un universo culturalmente o spiritualmente sordo, o personalmente triste. La bambina, egiziana, figlia di Hania, che cucina per tutti gli amici, col cui ritratto, molto vitale, il testo si apre. Era imbronciata perché aveva perso una delle stelline bianche incollate sulle sue scarpette. La maestra che ne parla l’aveva trovata e tenuta da parte, ma la bambina abitava troppo in alto ed è finita in cenere. Nell’emergenza qualcuno si precipita fuori, qualcuno torna a cercare i famigliari, qualcuno obbedisce all’istruzione di restare chiuso in camera, qualcuno no. Davanti alla morte, quando, agli ultimi piani la situazione diventa disperata, qualcuno legge il Corano, qualcuno medita, qualcuno si stringe alla famiglia, qualcuno tenta una fuga impossibile. Nessuno inveisce contro gli altri, neanche contro vicini fastidiosi, per i cani per esempio. Tutti si avvertono, bussando alle porte, quando il disastro comincia. Come avviene quasi sempre, nelle tragedie prevale la solidarietà.

Le reti di amici sono numerose, spesso legate alla scuola dei figli, alla moschea, alle feste, in questo caso al Ramadan. Ma tutti, in genere, si sono visti qualche volta e, all’occorrenza, si aiutano.

Non occorre specificare invece che nessuno si conosce grazie al luogo di lavoro (come potrebbero?) e che nessuno parla di amici tra i compagni di lavoro. Forse, se non ricordo male, il venditore di pesce parla di rapporti che ha con i fornitori, ma non con altri venditori di pesce. Quando protestano e si associano dopo la tragedia, si associano come abitanti della Torre, non come donne delle pulizie o tassisti. Nel tempo i legami associativi tra i superstiti sono cresciuti. Ci sono i portavoce, i rappresentanti. C’è la contrapposizione politica all’amministrazione conservatrice, che, secondo l’autore, si è comportata bene durante e dopo l’incendio, ma molto male nel controllare i costruttori.

Alcuni intervistati hanno scritto alla rivista per protestare contro l’uso che l’autore ha fatto delle loro parole. È un gruppo articolato, che parla; ma non sul lavoro. Con chi può associarsi la donna di servizio che ha fatto gli straordinari fino tardi per una festa della famiglia per cui lavora? Forse la doppia alienazione che i dipendenti più o meno alla giornata subiscono sul posto di lavoro, in cui non c’è compresenza, e nella società. Quella nella società consente, forse, una risposta. Non solo a Londra.

La catena delle cause

Ci si può chiedere se la tragedia di Kensington possa essere considerata anche un episodio di discriminazione sociale, della lotta di classe dopo la lotta di classe, per usare il titolo di una intervista di Paola Borgna a Luciano Gallino.

Secondo l’autore dell’inchiesta, durante e soprattutto dopo l’incendio, l’amministrazione conservatrice del quartiere si comportò molto bene, anche se dalle interviste emergono proteste. C’erano, secondo l’inchiesta, 200 dipendenti pubblici sul posto, quasi tutti senza segni visibili del loro ruolo ma molto attivi. Molte delle vittime non si resero conto di essere aiutate da pubblici ufficiali e non da vicini volenterosi e solidali. La tesi sembra credibile. Quasi mai chi viene da fuori riesce a distinguere bene tra sindacalisti, volontari della Caritas e pubblici ufficiali, anche perché tutti vengono dallo stesso ambiente. Chi viene da fuori riconosce i poliziotti perché hanno la divisa; non distingue tra gli altri. È vero che molti inquilini della Torre erano a Londra da decenni, ma non saranno stati proprio sereni quando furono aiutati. Anche a Torino, malgrado i tagli di fondi e i difetti, l’Ufficio stranieri e l’Ufficio minori stranieri in genere fanno bene il loro mestiere.

Sempre secondo l’inchiesta, invece, i Vigili del fuoco sbagliarono tutti. Arrivarono molto presto, 6 minuti dopo la telefonata dell’etiope, spensero il fuoco provocato dal frigorifero nella sua stanza, ma non si resero conto che l’incendio si era trasferito, fuori della finestra aperta, al rivestimento esterno molto infiammabile, che si trasformò rapidamente in una camicia di fuoco, inattaccabile dalle motopompe. Considerarono inizialmente un disguido le telefonate di allarme successive perché il fuoco pensavano di averlo già spento. Poi seguirono la procedura abituale di puntare allo spegnimento, che era diventato impossibile, e non all’evacuazione. Invitarono con gli altoparlanti a chiudersi in camera, impedire l’ingresso del fumo dalle finestre con gli asciugamani bagnati, aspettare i soccorsi. Gli inquilini dei piani alti che seguirono le istruzioni morirono.

È difficile però pensare che i comportamenti siano dipesi dalla classe sociale degli inquilini. È vero che i ricchi non abitano in case come la Torre, ma qualche volta, in alberghi di lusso o per lavoro, stanno in grattacieli. Non c’è motivo di pensare che i vigili del fuoco avrebbero seguito una procedura diversa in quei casi.

La vera discriminazione, la vera colpa della Pubblica amministrazione, starebbe nell’aver deciso di fare il rivestimento e nel non aver controllato adeguatamente la ditta appaltatrice. La torre, decisa nel ’72 e abitata dal ’74, aveva i muri esterni in cemento a vista, che stonava nel quartiere. E non aveva l’impianto idraulico con le prese adatte per uso antincendio. La decisione di ristrutturare, di fare una manutenzione straordinaria, fu presa perché l’edificio era vecchio. Ma fu decisa la copertura in pannelli di alluminio, per ragioni estetiche, mentre fu trascurato l’intervento sull’impianto idraulico, che sarebbe stato vitale. Inoltre i pannelli “di alluminio”, messi a 5 centimetri di distanza dalla parete di cemento, avevano in effetti un’anima di polistirolo. Il polistirolo si incendia facilmente e l’intercapedine era uno stupendo tiraggio per le fiamme. Avrebbero dovuto esserci paratie per impedire l’effetto camino, ma non c’erano. Le finestre, nuove, non erano stagne. Il fumo entrava facilmente, come mostrano le foto. Era una casa popolare, mica un albergo di lusso! È vero che anche gli alberghi di lusso qualche volta s’incendiano. Non bisognerebbe fare case troppo alte in generale, ma i terreni costano. Ci sono contraddizioni anche in seno ai ricchi, anche se presumo che la Trump Tower sia costruita meglio della Grenfell.

Una proposta politica

I lavori precari e frammentati, senza luogo definito, non consentono di costruire un ambiente solidale in cui essere e considerarsi compagni. Alcuni lavoratori della FCA scioperano contro le decine di milioni spesi per acquistare Ronaldo per la Juventus dalla stessa finanziaria (la Exor) che controlla la FCA, che li mette in cassa integrazione e non ha un piano di produzione credibile, dopo decenni di promesse. Possono farlo perché a Torino gli operai e i loro rappresentanti sanno chi sono gli Agnelli da più di un secolo, provano a guardare oltre lo schermo delle sigle e delle appartenenze (la Exor è di diritto olandese), sono eredi di una lunga storia, finché dura. In certo senso sono residuali: usano ammortizzatori sociali conquistati dai loro compagni decenni fa. In situazioni analoghe (cioè anche quando i datori di lavoro sono grandi aziende), ma nuove, i lavoratori, tra appalti e subappalti, qualche volta non sanno neanche da chi dipendono; non hanno un retroterra culturale a cui attingere. In una vignetta di Altan, anni fa, Sbison dice a Cipputi: «Cippa, la lotta di classe è finita». Cipputi risponde: «Bisogna dirlo all’Agnelli, che non continui, all’oscuro di tutto». È questo che è capitato. Ma sono in tanti proprietari che continuano, e per giunta sapendolo benissimo. Cerchiamo di ricordarcelo anche noi.

I non proprietari però da qualche parte vivono, e, per ragioni ovvie, vivono negli stessi quartieri, nelle stesse case, insieme, vecchi residenti e nuovi arrivati. Prendono gli stessi tram, vanno negli stessi ospedali, alle prese con le stesse code. Mandano i figli nelle stesse scuole. Vedono gli stessi peggioramenti. Se non possono costituirsi in soggetto collettivo sul posto di lavoro, che non esiste, e se esiste non li aggrega, possono farlo, e qualche volta lo fanno, nel posto dove abitano. Non possiamo, non dobbiamo, distinguere tra azione sindacale e azione politica. Possiamo, dobbiamo, costruire insieme rivendicazioni e cultura.

About Francesco Ciafaloni

Ha lavorato come ingegnere per l'AGIP mineraria fino all'estate del 1966, ho lavorato per Paolo Boringhieri editore dall'agosto '66 al 1/1/1970. Poi ha lavorato per Einaudi fino all'estate del 1980. Da allora ho lavorato per la CGIL. È stato collaboratore dei Quaderni Piacentini, di Inchiesta, di Ombre Rosse, dello Straniero, degli Asini, di Una città.

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