La vecchia e la stampella: considerazioni sull’Italia e il lavoro immigrato

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Proprio come uno dei “grandi anziani” sempre più numerosi che la popolano, l’Italia ha fatto a lungo un uso intensivo e alquanto sregolato del lavoro immigrato. Tanto per il Paese quanto per i suoi abitanti, si trattava di rimediare a una progressiva perdita di autosufficienza, fisica o mentale, in un caso, demografica nell’altro. Alla base, vi era una concezione che Massimo Livi Bacci ha definito in maniera critica, ma molto efficace, come “immigrazione-protesi”[1]. Si potrebbe anche parlare di una “stampella”, certamente non sufficiente a compensare la perdita di dinamismo e competitività prodotta dall’invecchiamento, ma utile a mitigarla e a sopportarla più facilmente.

Uno studio recente della Banca d’Italia[2] fotografa la situazione in maniera impietosa: nel decennio 2001-2011, la crescita cumulata del Paese è stata del 2,3%; senza immigrazione sarebbe stata negativa (-4,4%). Il PIL pro capite sarebbe calato del 3%, invece del -1,9% effettivamente registrato. Anche nell’ultimo quinquennio, nonostante un’immigrazione in netta frenata, la stampella ha funzionato, proteggendoci di fatto dalla crisi e contenendo la flessione del PIL pro capite a -4,8%, invece del crollo (-7,4%) stimato dai ricercatori della Banca d’Italia in uno scenario controfattuale di frontiere chiuse.

Il problema è che, da qualche anno a questa parte, la stampella si va assottigliando, non perché la società italiana sia diventata più robusta e meno bisognosa, ma esattamente per la ragione opposta: non abbiamo più neanche la forza di reggere la stampella! Fuor di metafora, la crisi ha ridotto drasticamente la nostra attrattività per migranti in cerca di lavoro, portando a una netta contrazione dei flussi e a un profondo cambiamento nella loro composizione.

Come mostrano i dati dell’ultimo rapporto annuale sulle migrazioni prodotto dall’OCSE[3], l’Italia è l’unico tra i grandi Paesi dell’Unione europea in cui gli immigrati permanenti (definiti come quelli che hanno una prospettiva, ma ovviamente non la garanzia, di una permanenza illimitata) sono in calo ininterrotto dal 2010 (tab. 1.1, p. 22). D’altra parte, questa flessione nell’immigrazione di lungo periodo non è compensata da un aumento di quella temporanea, come invece avviene, per esempio, in Polonia, che riesce a conciliare xenofobia di governo e crescita robusta solo grazie a quasi mezzo milione di stagionali all’anno, perlopiù dalla vicina Ucraina. Da noi, invece, gli ingressi stagionali si sono ridotti a meno di un decimo, rispetto a dieci ani fa (tab. 1.2, p. 27).

Oltre ad assottigliarsi, la stampella cambia composizione, e si fa più fragile. Intendo dire che la quota di immigrati ufficialmente ammessi per motivi di lavoro si è drasticamente ridotta, mentre è cresciuta quella di chi ottiene un permesso per ragioni famigliari o umanitarie. Come si vede dal grafico sottostante, mentre nel 2008 più di metà dei nuovi permessi veniva rilasciato per motivi di lavoro e solo 35,5% e 6,4%, rispettivamente, per ricongiungimento famigliare o per motivi umanitari, nel 2016 questi rapporti si erano ribaltati: i permessi legati all’inserimento lavorativo erano scesi al 5,4% del totale, contro un 45,1% motivato dalla riunione con famigliari e un 34,3% da esigenze di protezione.

Figura 1: Nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel corso dell’anno a cittadini di Paesi terzi, in base alla motivazione. Valori assoluti – 2008-2016 (Fonte: ISTAT, http://stra-dati.istat.it/#. Elaborazione: R. Perna, FIERI)

Naturalmente, la scelta di restringere i canali di ingresso per lavoro in tempi di crisi è stata, almeno inizialmente, ragionevole e comunque priva di alternative politicamente praticabili. Ma, a lungo andare, si produce un effetto paradossale. A differenza degli ingressi per lavoro, quelli per motivi famigliari e umanitari corrispondono a obblighi europei e internazionali, e non possono quindi essere compressi a discrezione del governo in carica (per quanto la chiusura dei porti vada ovviamente in quella direzione). Ma numerose ricerche dimostrano che i famigliari ricongiunti e i rifugiati hanno maggiori difficoltà di inserimento sul mercato del lavoro rispetto agli immigrati economici, e tempi di convergenza economica con i nativi molto più lunghi[4]. Il paradosso è dunque questo: volendo alleggerire il Paese dal “fardello” dell’immigrazione, si rischia di produrre l’effetto inverso, cioè rendere la popolazione immigrata nel suo complesso meno attiva, più povera ed eventualmente più bisognosa di interventi pubblici di sostegno.

Questo è esattamente ciò che si è verificato in Italia negli ultimi anni: il tasso di attività degli stranieri, che nel 2008 era del 73,2% (particolarmente alto, anche in confronto ad altri Paesi europei), nel 2015 era sceso al 70,3, per poi ristagnare fino al 2017 (70,8%). Nello stesso arco di tempo, la percentuale degli italiani attivi, partita da un modesto 62,2%, aveva toccato un minimo di 61,2% nel 2010, per poi risalire decisamente, fino al 64,8% del 2017 (Fonte: ISTAT).

Che la nostra stampella demografica sia diventata più fragile lo dimostrano anche, con evidenza ancor più drammatica, i dati sulla povertà. Nel 2017, sulla base di una serie di specifici indicatori d’allarme (quali, per esempio, essere in arretrato con le bollette o non riuscire a fare un pasto adeguato almeno ogni due giorni), l’ISTAT dimostrava che il rischio di povertà o esclusione sociale era doppio per le famiglie con almeno un componente straniero (49,5) rispetto a quelle di soli italiani (26,3%)[5]. Secondo uno studio più recente questo divario sarebbe persino maggiore (55% contro 19,5%)[6]. Una conferma ulteriore viene dal ministero del Lavoro, secondo cui nel 2017 «la quota di famiglie prive di fonti di sostentamento economico derivanti da una qualsivoglia attività lavorativa, presente o passata» era quasi doppia tra le famiglie straniere rispetto alla media nazionale (7,6%): 13,5% per le famiglie di soli cittadini “comunitari” e 13,4% per quelle di soli “extracomunitari”[7].

Ma cosa pensano gli italiani di questa stampella, sempre più gracile e malandata? Stando ai risultati dell’ultimo sondaggio in materia realizzato a livello europeo[8], ne hanno un’immagine sempre più distorta e negativa. Per esempio, con l’unica eccezione della Grecia, siamo il Paese dove la percezione (grossolanamente errata) che gli immigrati irregolari siano più numerosi di quelli regolari è più diffusa: come si vede nella schermata riprodotta qui sotto, ne è convinto il 47% degli italiani, contro il 24% dei tedeschi o il 31% dei francesi (Eurobarometro, rapporto citato, QA1, p. 16).

Quanto alla valenza dell’immigrazione, il 51% degli italiani pensa che si tratti di un problema, più che di un’opportunità. In tutti gli altri Paesi, con poche eccezioni (Ungheria, Malta, Grecia, Slovacchia e Bulgaria) l’opinione è assai più favorevole e, in molti casi (i Paesi scandinavi, ma anche Portogallo e Spagna), la percezione è opposta (Eurobarometro, rapporto citato, QA2, p. 58).

I rapporti tra la vecchia Italia e la sua stampella migratoria sono dunque davvero pessimi. Ma possiamo permetterci una simile avversione? Oppure ci troviamo in una situazione che, per usare questa volta una metafora clinica, assomiglia a quella di chi soffre di una malattia auto-immune, il cui sistema immunitario reagisce in maniera anomala contro una componente dell’organismo stesso, autodistruggendosi.

Tornando allo studio citato in principio, sembra che la diagnosi, per quanto inquietante, sia purtroppo giusta. I ricercatori della Banca d’Italia fanno un interessante esperimento intellettuale, basato su uno scenario ipotetico: cosa accadrebbe se a) si azzerassero i flussi migratori futuri e b) la componente di popolazione straniera già residente in Italia al 2016 assumesse tassi di fertilità identici a quelli dei nativi italiani? Ebbene, nel 2061 (quando la mia generazione cercherà, forse invano, una badante) il PIL italiano aggregato risulterà dimezzato e il reddito pro capite inferiore di un terzo; se invece l’immigrazione rimanesse costante ai livelli del 2016 il calo di entrambi i valori sarebbe di circa la metà[9] (p. 22).

Tutto questo non vuol dire che l’immigrazione sia utile di per sé, o che si possa tornare alle politiche migratorie del periodo pre-crisi, a quel mix contraddittorio di laissez-faire e rigore, spesso arbitrario. Serviranno innovazione e investimenti, per rompere il circolo vizioso di un’immigrazione che era sostenibile in quanto low cost[10], ma che oggi lo è sempre meno. Ma pensare che l’Italia possa chiudere porti, frontiere e coscienze, e avviarsi su un sentiero di crescita felice a immigrazione zero, è pura illusione, o deliberato inganno.

 

NOTE:

[1] «L’immigrazione non è una protesi temporanea di una società anchilosata che stenta a muoversi, ma un trapianto permanente» (M. Livi Bacci, Migrazioni: vademecum di un riformista, Associazione Neodemos, 2012, http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2015/06/Vademecum_Migrazione.pdf, p. 38).

[2] Barbiellini Amidei, F., M. Gomellini e P. Piselli, Il contributo della demografia alla crescita economica: duecento anni di “storia” italiana, Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), n. 431, marzo 2018, https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2018-0431/QEF_431_18.pdf.

[3] OECD, International Migration Outlook 2018, https://read.oecd-ilibrary.org/social-issues-migration-health/international-migration-outlook-2018_migr_outlook-2018-en#page1.

[4] Per un tentativo di spiegazione di questo sistematico svantaggio dei rifugiati sul mercato del lavoro, M. Eve e M. Perino, Torn Nets. How to explain the gap of refugees and humanitarian migrants in the access to the Italian labour market, Working Papers FIERI, settembre 2017, https://www.fieri.it/wp-content/uploads/2017/09/Torn-Nets.-Eve_Perino.pdf.

[5] ISTAT, Rapporto annuale 2017, cap. 3, pp. 138-139, https://www.istat.it/it/files//2017/05/RA2017_cap3.pdf.

[6] Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2016, marzo 2018, https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/indagine-famiglie/bil-fam2016/index.html.

[7] Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Ottavo Rapporto annuale 2018 “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, Sintesi, luglio 2018, http://www.lavoro.gov.it/notizie/Pagine/Ottavo-Rapporto-annuale-Gli-stranieri-nel-mercato-del-lavoro-in-Italia.aspx, p. 5.

[8] Commissione europea, Integration of immigrants in the European Union, Special Eurobarometer 469, aprile 2018, https://ec.europa.eu/home-affairs/news/results-special-eurobarometer-integration-immigrants-european-union_en.

[9] Barbiellini Amidei, F., M. Gomellini e P. Piselli, op. cit. p. 22.

[10] F. Pastore, E. Salis, C. Villosio, L’Italia e l’immigrazione low cost: fine di un ciclo?, Working Papers FIERI, marzo 2013, https://www.fieri.it/wp-content/uploads/2015/06/Immigrazione-low-cost_WP_.pdf.

About Ferruccio Pastore

Pastore Ferruccio, direttore di FIERI (Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione, Torino) dal 2009. In precedenza è stato vicedirettore del CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale, Roma) e ha svolto attività di ricerca presso l’Istituto Universitario Europeo e l’Università degli Studi di Firenze. Una lista delle sue pubblicazioni è disponibile su www.fieri.it.

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