Il virus del capitalismo

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Ciascuno di noi, fin dai primi mesi del 2020, si è interrogato sui possibili effetti disastrosi che la pandemia da COVID-19 avrebbe avuto a livello nazionale e globale in termini di aumento della povertà e delle diseguaglianze. Per provare a rispondere a questa domanda, l’organizzazione OXFAM, da sempre impegnata nella lotta alla povertà, ha recentemente pubblicato un report dal titolo emblematico La pandemia della diseguaglianza (https://volerelaluna.it/materiali/2022/01/21/la-pandemia-della-disuguaglianza/). Come facile intuire, il quadro che viene fuori da quelle pagine è piuttosto drammatico. Sorretto da una grande mole di dati empirici e di statistiche raccolte nel corso di questi anni, il rapporto dell’organizzazione internazionale mette in evidenza un aspetto già tristemente noto: la pandemia ha acuito in maniera netta il poderoso divario presente tra le fasce della popolazione ricche e quelle povere, facendo correre in maniera incontrollata il «virus della diseguaglianza».

Poche percentuali bastano a chiarire la situazione. A livello internazionale, come indicato dalla rivista americana Forbes, «si osserva come il patrimonio netto dei 10 miliardari più ricchi sia più che raddoppiato (+119%), in termini reali, dall’inizio della pandemia», con la conseguenza che solamente il surplus patrimoniale dell’imprenditore fondatore di Amazon Jeff Bezos (fissato nei primi 21 mesi della pandemia a +81,5 miliardi di dollari) equivarrebbe «al costo completo della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale con il costo di dose fissato al costo di produzione del vaccino a mRNA di Pfizer» (p. 4). Per quanto riguarda il nostro paese, nei 21 mesi che separano marzo 2020 e novembre 2021, il numero dei miliardari italiani sarebbe passato da 36 a 49, con un «incremento in valori reali del 56% dal primo mese della pandemia» (p. 15). Ma i dati che sconvolgono maggiormente sono, come al solito, quelli inerenti la distribuzione della ricchezza nazionale netta. Alla fine del 2020, mentre «il 20 % più ricco degli italiani» deteneva «oltre i 2/3 della ricchezza nazionale», il 60% della classe più povera si spartiva circa il 14,3% di tale ricchezza. Ancora, «confrontando il vertice della piramide della ricchezza con i decili più poveri della popolazione italiana» si osserva come, nello stesso periodo, «la ricchezza del 5% più ricco degli italiani (titolari del 40,4% della ricchezza nazionale netta) era superiore allo stock di ricchezza detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (32,4%)» (p. 14).

A meritare maggior attenzione è poi il capitolo dedicato al tema delle diseguaglianze «nell’accesso alle cure». Come dimostrato da diverse analisi, vi sarebbe uno stretto legame tra il tasso di mortalità per COVID-19 e il problema delle diseguaglianze economiche in termini di reddito. Secondo i dati forniti dal rapporto, minoranze etniche, persone con bassa scolarizzazione e più in generale soggetti economicamente fragili, risultano le categorie colpite più duramente dalla pandemia, accrescendo la possibilità di ammalarsi gravemente e di morire in seguito a un contagio. Al problema dell’accesso alle cure durante la pandemia è poi direttamente collegato quello sulla disponibilità dei vaccini. Come denunciato da OXFAM, «anche se sono disponibili vaccini sicuri ed efficaci, oltre l’80% delle dosi è stato utilizzato dai Paesi del G20, mentre l’1% ha raggiunto i paesi a basso reddito» (p. 11). Se da un lato parte del problema è costituito dall’atteggiamento delle grandi case farmaceutiche produttrici del vaccino, «che fanno pagare fino a 24 volte il costo di produzione stimato per una dose», dall’altro «alcuni Governi dei paesi ricchi stanno attivamente consentendo questa diseguaglianza estrema nell’accesso ai vaccini bloccando gli sforzi […] per derogare alle norme sulla proprietà intellettuale sui vaccini e sui trattamenti contro il COVID-19» (p. 11). È bene ricordare infatti, che la proposta avanzata da Sud Africa ed India al WTO e sottoscritta da 160 paesi per sospendere temporaneamente le normative sulla proprietà intellettuale di vaccini e farmaci, è stata più volte rigettata dall’Unione Europea, che adesso sembra comportarsi alla stessa maniera anche per quanto riguarda la diffusione di farmaci e medicinali in grado di ridurre tassi di mortalità e ospedalizzazione da COVID-19 (https://altreconomia.it/brevetti-e-pillole-amare-lue-continua-a-difendere-big-pharma-non-solo-sui-vaccini/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=191NANS). A livello globale, il mancato riconoscimento delle dosi di vaccino a tutti i paesi che ne fanno richiesta costituisce, come sostenuto da Luigi Ciotti, a tutti gli effetti una vera e propria «dichiarazione di guerra» ai poveri di tutto il mondo. Sono queste le motivazioni che hanno spinto diverse organizzazioni italiane ed europee a sottoscrivere una ICE (Iniziativa dei cittadini europei), in cui si avanza alla Commissione europea una proposta legislativa divisa in quattro punti: 1) garanzia del diritto alla salute per tutti, superando i limiti imposti dalla normativa sui brevetti attualmente vigente per farmaci e vaccini; 2) completa trasparenza nella comunicazione dei dati inerenti «costi di produzioni», «contributi pubblici» e «contratti tra autorità pubbliche e aziende farmaceutiche»; 3) divieto per queste ultime di «privatizzare tecnologie sanitarie fondamentali che sono state sviluppate con risorse pubbliche»; 4) divieto di ogni forma di profitto sulla vendita dei prodotti essenziali per combattere la pandemia, attraverso «garanzie sulla disponibilità e su prezzi controllati e economici» (https://noprofitonpandemic.eu/it/le-nostre-richieste/).

Molti altri dati potrebbero essere forniti per evidenziare la situazione drammatica con cui conviviamo (ad esempio, quelli relativi al mercato del lavoro, con una ricaduta peggiore nelle donne rispetto agli uomini), eppure è possibile cominciare a riflettere già sulla base di quanto detto fino a questo momento. Come evidenziato nello stesso rapporto, il problema di fondo dietro le crescenti diseguaglianze risiede in primo luogo nel totale disinteresse del nostro attuale sistema economico ad affrontare e provare a risolvere il problema delle diseguaglianze e della povertà. I mesi (e adesso gli anni) di pandemia sono stati un ulteriore banco di prova per smentire gli assunti ideologici della ricetta economica neoliberista, primo fra tutti l’immagine promossa del mercato come di un’istituzione naturale guidata da leggi insindacabili, in grado di autoregolarsi e promuovere il benessere collettivo. Il neoliberismo, visto come «progetto politico per ristabilire le condizioni di accumulazione del capitale e ripristinare il potere delle élite economiche» (D. Harvey), ha mostrato al mondo la sua incapacità di rimanere in vita senza il sostegno attivo e costante del settore pubblico. In questo senso, come mostrato da Mauro Gallegati, «la raccomandazione di politica economica» dei neoliberisti risulta piuttosto semplice: «lasciar fare al mercato e che lo Stato si occupi dei più fragili […] delle recessioni e delle crisi, ossia quando il mercato non funziona – in Italia 28 volte dal 1861 a oggi, cioè poco meno di una ogni 6 anni» (M. Gallegati, Il mercato rende liberi e altre bugie del neoliberismo, LUISS University Press, 2021, p. 25).

Ponendosi come fine la tutela della concorrenza e della crescita costante e indefinita, il neoliberismo mostra il suo carattere intrinsecamente diseguale (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/11/15/la-decrescita-e-possibile-e-necessaria/). Come evidenziato da Marco d’Eramo nel suo ultimo volume, la nozione stessa di concorrenza fonda la propria ragion d’essere non nel principio di uguaglianza, bensì nel suo contrario, «poiché nella concorrenza – nella competizione – c’è un vincitore e un perdente (altrimenti che competizione sarebbe?)». Per questo motivo, «la concorrenza non solo è basata sulla diseguaglianza, ma la crea» (M. D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, 2020, p. 39).

In tal senso, essendo il capitalismo un sistema economico che si nutre delle tante diseguaglianze, risulta piuttosto difficile provare a immaginare scenari alternativi rimanendo all’interno di questa stessa cornice ideologica, cosicché anche l’intervento statale attraverso le politiche sociali – sacrosanto e di fondamentale importanza per fornire assistenza alle persone in difficoltà – finisce per legittimare questo modello, umanizzando e rendendo “sostenibile” un sistema economico e sociale basato sulla diseguaglianza tra gli individui e su una concezione del singolo come «proprietario» e «imprenditore» di sé stesso». A tutto questo possiamo aggiungere l’atteggiamento da un lato paternalistico e dall’altro di colpevolizzazione promosso indistintamente negli ultimi decenni dalle forze politiche di destra e di sinistra nei confronti della figura dei poveri, con l’unico obiettivo di governare e disciplinare i loro comportamenti, additandoli tal volta come soggetti pericolosi per la sicurezza pubblica, tanto da giustificare un possibile loro allontanamento dai centri urbani, finanche istituendo il divieto di fare elemosina così come accaduto in alcuni comuni.

Di fronte all’esplosione delle diseguaglianze, della povertà e di una pandemia che, a detta di molti, non sarà l’unica con cui dovremo fare i conti in futuro, diventa necessario muoversi per provare a suggerire un’alternativa capace di fornire nel presente, nel qui ed ora, un modello di vita basato sul riconoscimento dell’uguaglianza come principio politico essenziale, dal quale prendono forma tutti i restanti valori politici (Ferrajoli); sulla garanzia di una società costruita a partire dal basso, attraverso un modello democratico che miri al rafforzamento, e non all’indebolimento, degli organi collegiali rappresentativi, invertendo una volta per tutte quel processo di verticalizzazione del potere e decisionismo che ben si sposa con un sistema economico profondamente diseguale e ingiusto (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/12/16/ricostruire-il-conflitto-attorno-alleguaglianza/ ).


Il virus, il diritto di manifestare e la caccia alle streghe

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Mentre in Germania si dice ormai apertamente che l’impennata dei contagi è dovuta alla troppa libertà concessa ai vaccinati («Il virus si sta diffondendo anche tra i vaccinati. Il vaccino ha efficacia su una percentuale di persone oscillante tra il 50% e il 70%, questo significa che su dieci vaccinati, da tre a cinque potrebbero trasmettere il virus. E quando si consentono manifestazioni senza più misure di controllo senza test e distanziamento, queste diventano focolai d’infezione», ha detto al Corriere della sera il microbiologo Alexander Kekulè), in Italia ci si dedica alla repressione delle manifestazioni del dissenso. Invece di chiedersi se sia stato sensato fidarsi dei tamponi veloci; abolire il distanziamento a scuola; far gremire (e senza alcun filtro) supermercati, treni pendolari, autobus urbani e chiese; far affollare ristoranti necessariamente senza mascherina; e riportare al 100% la capienza di cinema e teatri, è molto più semplice praticare l’eterna caccia all’untore: la colpa è dei no vax!

Come se non esistessero circa sei milioni di bambini non vaccinati, oltre ai marginali abbandonati a se stessi, e ai turisti che arrivano esibendo solo un tampone (altrettante potenziali bombe virali: ma “portano soldi”). La sensazione è che invece di correggere (certo dolorosamente, per tutti noi: ma doverosamente) comportamenti pericolosi si preferisca imboccare la strada larga della ricerca del nemico. La stampa, quasi coralmente genuflessa davanti al soglio di Draghi, non esorta alla responsabilità di ciascun vaccinato e non richiama il Governo alla prudenza, ma fabbrica colpevoli, capri espiatori, streghe da bruciare.

Intendiamoci: chi non si vaccina (quale che sia la ragione, spesso una incontrollabile paura, che andrebbe anch’essa curata) fa una scelta individualista, anzi gravemente egoista, lacerando ogni vincolo di solidarietà e responsabilità sociale. E deve dunque accettare di essere trattato diversamente nell’accesso agli spazi chiusi: ma questo non significa affatto che abbia perso anche il diritto a manifestare liberamente, in piazza. Un diritto che ha che fare non solo con la sua, ma con la nostra comune libertà.

Naturalmente ogni degenerazione violenta va fermata (prima e non dopo, come invece nel caso dell’assalto fascista alla Cgil), ma non è pensabile che una democrazia vieti la manifestazione del dissenso di coloro ai quali impone (pur per ottime ragioni) un trattamento sanitario di fatto pressoché obbligatorio. Invece, è quel che fa il Governo Draghi: che non scioglie (come potrebbe e dovrebbe) Forza Nuova, ma applica nel peggiore dei modi le pessime norme repressive contenute nei decreti sicurezza di Salvini (il quale peraltro ora protesta, in un sussulto estremo di cialtroneria), rifugiandosi dietro i contagi. Quei contagi che non impedirono ai vertici della Repubblica di festeggiare la vittoria agli Europei, ma oggi impedirebbero di esercitare un diritto costituzionalmente protetto.

La cosa peggiore di questa orribile situazione è che è estremamente difficile distinguere, e sviluppare quella critica che invece appare vitale. Il linciaggio delle poche voci dissonanti è desolante: non sono d’accordo con la gran parte delle obiezioni degli sparuti intellettuali critici sulla gestione del green pass e dei vaccini, ma riconosco che la loro voce è preziosa, che il loro diritto al dissenso coincide col nostro comune diritto alla democrazia. Più in generale, deve essere possibile contestare la razionalità delle argomentazioni usate per i progressivi giri di vite imposti dall’esecutivo senza essere accusati di intelligenza col nemico no vax. Si può dire che è intollerabile proibire le manifestazioni all’aperto invocando il contagio, e al tempo stesso consentire lo shopping prenatalizio nei centri commerciali o costringere gli studenti e i lavoratori a viaggiare in carri bestiame che sembrano allevamenti di Covid? E che tutto questo rivela che ci sta molto più a cuore il mercato che non la democrazia?

Occorrerebbe, soprattutto, equilibrio. Ma lo stesso capo dello Stato ha attaccato con inusitata virulenza le manifestazioni di dissenso, affermando che avrebbero provocato impennate di contagi e che sarebbero «tasselli, più o meno consapevoli, di una intenzione che pone in discussione le basi stesse della nostra convivenza». Le costituzioni nascono per proteggere chi sta in basso dagli abusi di potere di chi sta in alto: ora invece il garante della Costituzione si schiaccia sull’esecutivo e denuncia minacce dal basso. È una delle conseguenze nefaste della retorica della guerra e dell’unità nazionale: non basta nemmeno il Governo di unità nazionale con dentro anche la Lega, ci vuole una granitica unità popolare. Peccato che più di metà del Paese non voti più: segno chiaro che un conto è il Paese legale, altro conto il Paese reale, per usare un’espressione storica che ben si attaglia alla regressione di questi nostri tempi. Se si aggiunge che il Parlamento è di fatto congelato, l’impressione è che stiamo riducendo la democrazia alla dimensione della decisione, rinunciando a ogni bilanciamento, a ogni garanzia. Come se la democrazia, in tempi di emergenza, fosse un intralcio e non la nostra più importante risorsa.


Di nuovo zona rossa

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E così, dopo un anno interminabile, stiamo ricadendo dentro la zona rossa.

Non avendo nemmeno il coraggio di chiamarla col nome appropriato: vengono inventate colorazioni improbabili, sfumature di arancione, al solo vano scopo di celare la verità, di non riportare alla luce termini indicibili e inquietanti come lockdown, che possano richiamare l’esperienza vissuta la scorsa primavera.

Il linguaggio e i suoi strumenti retorici sono una delle pandemie nella pandemia. Il virus, un minuscolo invisibile virus, ha reso giganti le contraddizioni di un sistema economico che è in grado di produrre, ma non di proteggere le persone cui si rivolge, che induce al consumo, ma di beni spesso superflui e di breve durata, atti soltanto a incensare la religione laica del Pil. Un sistema che vacilla, strutturalmente insostenibile dati i limiti fisici del pianeta che lo ospita, ma che non viene messo in discussione da una politica ad esso prona, che sceglie di chiudere le scuole, i musei e i teatri, ma non le fabbriche o i centri commerciali, che ferma le persone, ma non le borse.

O accetteremo l’impellente urgenza di modificare alla radice i nostri stili di vita e di consumo, o dovremo accettare che il nostro modo di relazionarci col mondo esterno sia mediato da una mascherina e da uno stato permanente di diffidenza, paura, incertezza, di fragilità del nostro essere. Il distanziamento epidemico come modalità permanente di approccio verso il prossimo, a rafforzare quello razziale e sociale.

Che mondo ci attende alla fine di questo interminabile periodo?

Un mondo che avrà ancora il paradigma della crescita come suo unico motore? Purtroppo, l’unica diffidenza che non abbiamo sviluppato e per la quale pare non esserci vaccino è proprio verso il capitalismo e il potere di uno strumento evanescente come il denaro. Per ora, l’unico vaccino disponibile senza limitazioni è la consapevolezza.


“Dentro la zona rossa”

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Dentro la zona rossa di Francesco Fantuzzi e Franco Motta (Sensibili alle foglie, 2020) è un interessante saggio scritto a due mani, ma usufruendo di un buon numero di testimonianze e riflessioni di altri pensatori. La riflessione, articolata e profonda, riguarda il tema della pandemia e fa diretto riferimento al lockdown primaverile. Non si tratta di un mero racconto né della semplice descrizione di comportamenti e sensazioni vissuti in quel periodo.

Gli autori si impegnano ad andare a fondo scandagliando le vere cause della pandemia. Cominciano con analizzare la narrazione della vicenda del Coronavirus, le immagini utilizzate e diffuse dai mezzi di comunicazione di massa, l’approccio dei politici e dei vertici dell’economia, le stesse parole d’ordine miste alla retorica bellica che andava e va per la maggiore. Evidenziano la contrapposizione tra il «nulla sarà come prima» declamato e il «ritorno alla normalità» e la «ripresa» invocati: cioè in concreto proprio un ritorno ad un mitico “prima”. Quello che emerge è il conflitto tra un modello di economia e, con essa, di società, globalizzate e la possibile convivenza con l’ecosfera di cui facciamo parte. Risalta l’insostenibilità di un sistema economico per cui ciò che si vende è buono e ciò che non si vende è cattivo, e in cui la stella polare è il profitto, presentato ideologicamente come buono e salvifico. Un sistema che insiste sul mito della crescita (materiale) infinita in un ambiente finito a dispetto di ogni buon senso, per non parlare delle scienze della natura. Un sistema, ancora, che esalta la competizione e dunque le disuguaglianze. Un sistema infine che il Covid-19 ha decisamente sfidato mettendone empiricamente a nudo le inconsistenze: le difficoltà incontrate da un servizio sanitario pericolosamente indebolito dal mito delle privatizzazioni, avallate e perseguite trasversalmente da gran parte del ceto politico; l’incapacità a distinguere tra ciò che è utile a tutti e ciò che aggrava in realtà la situazione e predispone a crisi future a tempo ravvicinato. Un sistema in cui si contrappongono l’economia (quella economia) e la salute, anzi addirittura la vita degli esseri umani.

Scrivendo di questi argomenti oggi, mentre siamo nel bel mezzo di una seconda ondata, preannunciata ed esorcizzata nel passato recente, e tra l’altro col timore di una possibile se non probabile terza ondata, si possono aggiungere ulteriori elementi di riflessione.

È ormai emerso esplicitamente il conflitto tra il benessere dell’economia (assicurato dal meccanismo produzione/consumo non importa di che e a ritmo crescente) e quello degli esseri umani in quanto tali, ben riassunto nell’infelice frase del presidente di Confindustria di Macerata: «Le persone sono un po’ stanche e vorrebbero venirne fuori, anche se qualcuno morirà, pazienza». Lo vediamo di fronte al tira e molla sul tema dell’apri/chiudi originato dalle due spinte opposte. Eppure la sua lezione il Covid l’ha impartita in maniera molto esplicita mostrando come l’invivibilità ambientale è proprio dovuta ai meccanismi perversi innescati dal mito del mercato come demiurgo che risolve tutti i problemi, laddove invece l’evidenza empirica mostra che ne è all’origine. Se noi siamo costretti a rallentare, la situazione ambientale del pianeta migliora visibilmente e rapidamente, se ci lanciamo nella “ripresa” e sogniamo un “rilancio”, la situazione ripeggiora e allora il virus ci dà un’altra botta. Fuor di retorica, chi più chi meno, pare che non vogliamo proprio imparare la lezione e cambiare davvero qualcosa. Non si tratta naturalmente di sostituire uno schema ideologico con un altro schema ideologico, ma concretamente di avviare comportamenti razionali e compatibili con le regole non negoziabili né emendabili del mondo fisico. E si tratta di renderci conto di quanto sia utile e necessario aderire al principio «o se ne esce tutti insieme, o non ne esce nessuno».

Decisamente Dentro la zona rossa è uno stimolo molto utile per una riflessione che siamo chiamati tutti a fare.


La ripresa del Covid. Cronache da un ospedale – 6. Vaccini

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Alla fine la seconda ondata è arrivata.
Era prevedibile. Si poteva fare di più. Si doveva fare di più. Si doveva fare prima. I come, i se, i perché occuperanno i dibattiti e le analisi dei prossimi mesi. A oggi, poco importa. Perché nel frattempo gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi, i pronti soccorso a essere intasati, i reparti a essere riconvertiti per accogliere sempre più malati, cercando di sopperire, così, alla cronica mancanza di posti letto (ma anche di personale e di risorse). Muri buttati giù in primavera sono tornati a separare le zone pulite, quelle destinate alle normali degenze, da quelle sporche, le aree Covid.
Di nuovo, si è tornati a separare il fuori e il dentro, il mondo esterno, alle prese con suddivisioni del territorio in zone di diversi brillanti colori, quasi fosse un’aggiornata versione di Risiko, da quello interno dei reparti ospedalieri, fatto di storie e vissuti di pazienti e di personale sanitario che ormai siamo abituati a vedere solo più vestito con tute da astronauta e maschere filtranti a nascondere il viso.
Tra l’una e l’altra realtà una divisione quasi impenetrabile.
Eppure, indagare cosa accade “dentro” diventa oggi l’unico modo per dare un senso a ciò che sta succedendo “fuori” e, per farlo, serve la voce di chi, come la dott.ssa Chiarlo dell’Ospedale Giovanni Bosco di Torino – che ha già commentato la prima ondata (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/01/cronache-da-un-ospedale-in-tempo-di-covid-19/) –, vivendo quei luoghi tutti i giorni, può rendere una lucida e responsabile testimonianza dello tsunami che, a distanza di pochi mesi, ci troviamo di nuovo ad affrontare. 

Ore 23 di una notte in Pronto soccorso zona Covid. Mi avvicina un’infermiera: «Tu cosa ne pensi del vaccino Covid?». Ore 10 di una mattina in ambulatorio: «Io non mi fido, mi sono documentato, ma questi vaccini modificano il DNA». Ore 1.30, davanti a un caffè: «Posto che tanto ci costringeranno, ma se esce il vaccino lo farai?».
I casi Covid iniziano a calare. Ci troviamo di nuovo a fiutare l’aria e a cercare di prevedere la prossima ondata: sarà tra due settimane quando pagheremo il prezzo dell’affollamento nei negozi per i regali natalizi? Sarà dopo le feste? Sarà in un momento non correlabile ai nostri tentativi di controllo dell’infezione? Nel frattempo l’esasperazione cresce, e il soft lockdown nel periodo festivo pesa più che mai. Sembra quindi logico che l’argomento della settimana sia il vaccino per Covid-19: esiste? funziona? è pericoloso?
Per noi operatori sanitari il vaccino non è un’eventualità remota, è, a questo punto degli studi, quasi una certezza. Sarà disponibile a breve e, al di là di quante dosi saranno distribuite, secondo quale criterio e quale sarà il margine di scelta personale, sicuramente è alle porte più che per la popolazione generale. Ben sapendo di inoltrarmi in un campo minato, e pur riconoscendo i limiti della mia formazione, principalmente clinica, penso che qualche riflessione in tal senso possa essere utile. Parto dalle basi più elementari, sperando di non offendere nessuno. Chi avesse interesse ad approfondire può consultare il sito di AIFA (l’Agenzia italiana del farmaco: http://www.agenziafarmaco.gov.it/content/le-fasi-di-sviluppo-di-un-vaccino) e quello, ben più completo e adatto al pubblico generale, del CDC (Center for Disease Control: https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/vaccines/index.html). 

Come funziona un virus?

Un virus è un parassita delle strutture cellulari che si autoreplica. Immaginiamo la cellula come una fabbrica molto gelosa dei propri piani. I progetti originali (codice genetico o DNA) stanno in cassaforte. Ogni mattina un addetto estrae la pagina di progetto necessaria alla produzione della giornata, la fotocopia (trascrizione in mRNA) e la trasmette alla catena di montaggio per avviare la produzione (nella cellula l’RNA funge da codice per produrre proteine). A fine giornata le fotocopie (mRNA) vengono distrutte e il giorno dopo si ricomincia da capo. Il virus è una spia che si introduce di nascosto nella fabbrica e sostituisce la fotocopia dei piani dell’azienda con una sua versione, inducendo così la catena di montaggio a produrre mitragliatrici al posto di automobili.

Come funziona il sistema immunitario?

Le cellule del corpo umano espongono sulla propria superficie pezzi di proteine che le identificano. Se le cellule del corpo umano producono automobili, in superficie avranno volanti, carrozzerie, ruote ecc. Il sistema immunitario si allena a riconoscere le proprie cellule da quelle estranee, ossia riconosce tutto ciò che espone pezzi di automobile come proprio. Quando una cellula estranea penetra nell’organismo capita che in mezzo a milioni di cellule che producono automobili se ne trovi una che produce mitragliatrici. A questo punto il sistema immunitario riconosce che un mirino è diverso da un volante e produce anticorpi che riconoscono i pezzi di mitragliatrici. La risposta immunitaria stimolata da una cellula nuova richiede circa due settimane tra riconoscimento, produzione degli anticorpi e attacco all’agente infettivo, ma alla fine tutte le cellule che producono mitragliatrici sono distrutte. Se un giorno il sistema immunitario torna in contatto con cellule che producono mitragliatrici sarà in grado di rispondere molto rapidamente e debellare l’infezione in pochi giorni. Se invece entrerà in contatto con cellule che producono divani ci metterà di nuovo due settimane a riconoscere un cuscino dalla carrozzeria di un’automobile.

Come funziona un vaccino?

L’idea del vaccino è veicolare pezzi di proteine di agenti patogeni per indurre il sistema immunitario a rispondere all’invasione senza che ci sia una vera malattia. In altre parole si inseriscono nell’organismo solo mirini e canne, ma non proiettili e percussori così che il sistema immunitario sia pronto a rispondere contro le mitragliatrici, anche se nemmeno una mitragliatrice funzionante sarà prodotta.

Come funzionano i vaccini per Covid-19?

Al momento sono in studio tre tipi di vaccini:
vaccini a mRNA: sacchetti contenenti le fotocopie dei piani per i mirini delle mitragliatrici. La cellula produrrà solo i mirini, non le mitragliatrici, stimolando la risposta immunitaria. A fine giornata la fotocopia (mRNA) sarà distrutta.
vaccini a subunità proteiche: sacchetti contenenti i mirini delle mitragliatrici. Le cellule li prenderanno così come sono e li esporranno in superficie, stimolando la risposta immunitaria.
vaccini vettori: virus che produrrebbero divani vengono modificati affinché producano divani con mirini, in questo modo la risposta immunitaria riconoscerà anche le mitragliatrici.
Nel caso del Covid-19 il mirino di mitragliatrice è la proteina spike, lo “spuntone” che dà l’aspetto e il nome al coronavirus.

È vero che i vaccini modificano il DNA?

No. Esattamente come nell’esempio della fabbrica, si tratta di sostituzione di fotocopie di progetti (immediatamente distrutte) che in nessun modo possono alterare il progetto originario custodito in cassaforte. 

Come sono stati studiati e come saranno approvati?

Le fasi di sperimentazione dei vaccini, come per tutti i farmaci, sono numerose:
– fase preclinica: si studia in vitro su colture cellulari il meccanismo d’azione del prodotto;
– fase I e II: si studiano dosaggi e sicurezza su pochi individui;
– fase III: si valutano efficacia e sicurezza su popolazioni più estese. Questi studi sono fatti “in doppio cieco” cioè metà dei pazienti riceve il vaccino, l’altra metà un placebo (acqua) e né il paziente né il medico sanno a chi va il vaccino e a chi il placebo. Ovviamente i dati sono registrati e lo sperimentatore li userà per calcolare l’efficacia.
Per quanto riguarda i vaccini Pfeizer e Moderna, tra i più vicini alla commercializzazione, sono stati finora sottoposti a vaccinazione rispettivamente 44.000 e 30.000 soggetti, 94 e 196 hanno contratto l’infezione Covid19, per la maggior parte nel gruppo placebo, risultando in un’efficacia del vaccino dichiarata rispettivamente del 95% e del 94,5%.
Al momento i dati sono in possesso delle aziende produttrici e degli enti regolatori per l’immissione in commercio (per l’Europa l’European Medicine Agencies, EMA). EMA si occupa di “pesare” rischi e benefici sulla base dei dati disponibili e di stabilire se i vaccini sono sicuri e utili per contrastare la pandemia.
Se le aziende farmaceutiche sono interessate a vendere il prodotto, gli enti regolatori sono principalmente interessati a verificarne la sicurezza. 

In definitiva sono sicuri?

Il problema non è quanto i dati delle case farmaceutiche siano completi, trasparenti e disponibili al pubblico. Il problema è che ogni preparato medico “nuovo” ha un margine di incertezza. Un effetto collaterale “molto raro”, ossia che si verifica in un caso su 100.000 potrebbe non verificarsi sui 44.000 soggetti finora testati, ma comparire in centinaia di casi se la popolazione da vaccinare è di milioni di persone. Proprio per questo motivo ogni preparato medico “nuovo” è sottoposto a una fase di controllo degli effetti, denominata fase IV o fase post-commercializzazione, in cui gli eventuali effetti collaterali vengono riportati e conteggiati con attenzione, portando talora al ritiro di alcuni farmaci (un caso celeberrimo per tutti la talidomide, ritirata a causa di enorme incidenza di focomelia e recuperata per la terapia dei tumori due decenni dopo).
La maggior parte dei vaccini che utilizziamo oggi sono stati già somministrati a milioni di persone e sappiamo esattamente qual è l’incidenza degli eventi avversi, con un vaccino nuovo non possiamo saperlo.
Lo stesso discorso vale anche per i farmaci. Anche un farmaco “nuovo” è meno conosciuto di uno “vecchio”, la differenza è che chi è malato è più disposto ad accettare gli effetti collaterali di un farmaco per curare la malattia che ha già, mentre chi si vaccina è, in quel momento, sano e meno disposto ad accettare degli effetti collaterali per proteggersi da un’infezione che potrebbe anche non contrarre mai.

Perché non investire invece sulla terapia del Covid-19?

Anche la fase di ricerca di terapie efficaci per la malattia causata da Sars-Cov2 sta procedendo. Purtroppo, però, colpire i virus è molto difficile. I farmaci antivirali sviluppati funzionano discretamente nelle infezioni virali croniche (HIV, epatite B e C), mentre pochissimi farmaci riescono a migliorare il decorso di infezioni virali acute come l’influenza (esiste un farmaco, il tamiflu, ma è molto poco efficace e va somministrato in un arco di tempo preciso)

Vaccinare o non vaccinare?

Per sapere con certezza se facciamo bene a lanciare una campagna vaccinale con i nuovi vaccini per Covid-19 bisognerebbe avere una macchina del tempo e scoprire cosa accadrà. Le possibilità sono infinite: magari il Sars-Cov2 si trasformerà in un raffreddore o in una gastroenterite e in tal caso la vaccinazione sarà un incredibile spreco di risorse. Probabilmente saranno dichiarati dei presunti effetti collaterali, in tal caso ci vorrà tempo per capire se sono veramente da attribuirsi al vaccino, rischiando nel frattempo un drammatico calo di fiducia nella vaccinazione. Magari andrà tutto bene e grazie a questa campagna vaccinale sconfiggeremo la Covid-19, aggiungendo al nostro arco una tecnologia pronta a contrastare la prossima pandemia virale.
La vera domanda, quella da un milione di dollari, è: abbiamo delle alternative valide?
Non troppi anni fa, quando il cellulare era un accessorio da ricchi, si diceva che potesse avere effetti devastanti a causa del campo elettromagnetico che produce. «Tra vent’anni ce ne accorgeremo ‒ diceva qualcuno ‒. Aumenteranno i tumori cerebrali, le malformazioni fetali, l’infertilità». Vent’anni sono passati e tutti abbiamo in tasca un oggetto che ci permette di comunicare quasi gratis in tempo reale con tutto il mondo, di intrattenerci, lavorare, acquistare oggetti, gestire attività. Questo da un lato perché i tumori cerebrali non sono aumentati in maniera notevole, e dall’altro perché non avere uno smartphone è diventato un tale svantaggio che nessuno è più disposto a rinunciarvi in virtù del margine di incertezza legato alla sicurezza del suo utilizzo.
Se e quando il vaccino sarà approvato da più agenzie del farmaco indipendenti (EMA, FDA, MHRA), rischi rilevanti (o frequenti) per la salute possono essere esclusi. Rimangono margini di incertezza, come nella quasi totalità degli eventi della vita. Muoversi di casa, che sia in automobile, in treno o in aereo, espone al rischio di incidenti anche letali. Fare la spesa o mangiare al ristorante espone al rischio di tossinfezioni. Concepire figli espone la madre e il feto al rischio di malattia o morte.
Vorrei quindi spostare il piano della riflessione su un punto che mi sembra poco indagato: se il vaccino fosse l’unico strumento che, in un mondo pandemico, consentisse di uscire, viaggiare, interfacciarsi in presenza con le persone, svolgere attività ricreative, non saremmo disposti a tollerare un margine di incertezza analogo a quello insito nelle altre attività della vita?


Il nostro vero virus. E la sua cura

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«Per vedere cosa c’è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo», ha scritto George Orwell. Facciamolo. Sotto il nostro naso c’è una convivenza non breve con il Covid.

È evidente che potremo tornare alla normalità, forse, nell’estate del 2022. Ma sarà una normalità fatta ancora di mascherine, distanze, paure.

E sempre che la corsa ai vaccini (questa nuova corsa alla bomba: una durissima partita di denaro e potere) non sia così forzatamente accelerata da portare al disastro di effetti collaterali tanto gravi da spaventare l’opinione pubblica mondiale, innescando così un testacoda dagli esiti imprevedibili.

Pessimismo? Un po’ di realismo, in un discorso pubblico che sembra averlo completamente smarrito. A metà novembre, con oltre 500 morti al giorno, il governo discute dell’ampiezza del cenone natalizio. Del resto, è il Paese in cui l’ovvia seconda ondata del virus costringe il ministro della Salute a ritirare un libro incredibilmente ottimista sulla prima ondata. Basterebbe questo disastro cognitivo a spiegare come è potuto succedere quel che è successo: abbiamo vissuto il presente, senza alcuna capacità di pensare al futuro.

Ciechi guidati da altri ciechi: eccoci nel fosso.

La politica, certo: questo mediocre, imbarazzante Governo. E la peggiore opposizione che si potesse immaginare: tanto peggiore del Governo, da rendere impensabile il minimo cambiamento in meglio.

Un Governo che non ha usato il potere che la Costituzione (all’articolo 120) gli conferisce per sostituirsi alle Regioni inerti quando ne va del bene pubblico. Poteva, doveva farlo: sui trasporti, sugli ospedali. Invece niente: solo un grottesco, infinito minuetto con i presidenti delle Regioni. Che sono ancora, e ancora e ancora, peggiori del Governo: tutti, di qualunque colore siano. Contro ogni retorica del decisionismo, il presidenzialismo delle Regioni non ha generato capacità di governare: ha generato solo una riduzione della democrazia, e un plebiscitarismo paralizzato e inconcludente (https://volerelaluna.it/commenti/2020/11/08/la-grottesca-rivolta-dei-governatori/). Oggi l’unica riforma seria da immaginare sarebbe sopprimerle, queste Regioni.

Ma, e dovremo pur vedere anche questo, gli italiani non sono stati affatto migliori dei loro governanti. Irresponsabilità estive, egoismi, ignoranza, cialtronaggine: un unico assurdo assembramento, da maggio a ottobre. Come i governanti, così i governati: nessun amore per il futuro, solo il consumo del presente.

E quando è così, quando cioè il problema è culturale, la cura non può che essere, anch’essa, culturale. E invece, come un malato che nel raptus scagli via la sua medicina, ci siamo subito strappati di dosso la cultura.

Le scuole (in ogni ordine e grado) e le università avrebbero dovuto essere l’ultimissima cosa a chiudere. Invece sono cadute subito. Mentre in Francia, in Germania, nel Regno Unito le scuole vengono sentite come l’ultima trincea della civiltà, da noi si chiudono perché nessuno ha saputo governare gli autobus. L’abbiamo sempre disprezzata la scuola: ora gettiamo solo la maschera. Abbiamo preferito le discoteche: qua sta la cifra del nostro fallimento. Morale, prima che politico, o organizzativo. La scuola, su tutto, è il luogo del futuro. La didattica a distanza è una non scuola: senza mezzi adeguati (nessuno ha costruito una piattaforma pubblica…), senza giustizia, senza calore, Una scuola senza scuola che colpisce a morte una generazione che è la nostra riserva di futuro.

E poi i teatri, i cinema, i musei: e le biblioteche, e gli archivi. Luoghi di lavoro anch’essi: luoghi dove si lavora, e dove si va al lavoro. La ricerca scientifica (di ogni disciplina) è stata chiusa subito, piegando come cartacce le vite di migliaia di ricercatori precari, non garantiti. Tutti luoghi che, con gran fatica e con tangibile successo, erano stati resi non pericolosi: almeno non più pericolosi dei parrucchieri e dei ferramenta che restano aperti anche nelle zone rosse.

Perché, vedete, l’unica speranza di guarire da questo “alzheimer al contrario” – da questa malattia che ci fa dimenticare il futuro – è la cultura. La scuola, con tutti i suoi limiti e difetti. Ma anche con la sua grande, insostituibile forza. La ricerca: la continua messa in discussione del sapere stabilito. L’arte, in tutte le sue forme: quel che ci avvince alla vita, che ce ne fa desiderare ancora. È tutto questo a renderci, più di ogni altra cosa, capaci di futuro.

Quando i padri costituenti scrissero (nel primo comma dell’articolo 9) che la Repubblica era fondata anche sulla promozione dello sviluppo della cultura, sulla ricerca, sul paesaggio, sulle biblioteche, sugli archivi, sui musei, ebbene lo fecero perché fossimo vaccinati contro il ritorno di un altro virus, il fascismo.

Lungo i decenni, via via che tutto il progetto della Costituzione veniva dimenticato, abbiamo perso coscienza anche di questo: non sappiamo più cosa farcene di questa “cultura”.

Ora, però, forse torniamo a capirlo. Forse capiamo che l’Italia non è più capace di futuro perché da troppo tempo ha voltato le spalle alla cultura. Abbiamo clamorosamente perso l’occasione della prima pausa del virus. Ma, purtroppo, avremo altre pause, e poi altre ondate.

Se continueremo ad affrontarle strappandoci di mano ciò che ci consentirebbe di pensare al futuro – scuola, ricerca e cultura – non avremo futuro. E non sarà colpa del virus: sarà colpa nostra.


La tecnologia: soluzione o parte della malattia?

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La Zona rossa ci ha offerto, in questi due interminabili mesi, una straordinaria opportunità di mutamento delle nostre modalità di lavoro e di azione. Telelavoro, riunioni on line, lavoro agile dalle proprie abitazioni rappresentano, infatti, non soltanto una modalità essenziale per evitare il contagio, ma anche un fondamentale ripensamento della nostra operatività in chiave ambientale: meno autovetture in giro significa meno CO2 prodotta, polveri sottili, code interminabili, meno impatto sul pianeta, più qualità della vita.

Ma siamo certi che sia tutto così chiaro e lineare? Non sarà forse che anche la tecnologia, quella stessa tecnologia che ora ci offre le soluzioni, sia parte del problema?

Non occorre essere virologi (ma oggi pare lo siano tutti) per cogliere nel cosiddetto spillover, ovvero nel salto di specie, una conseguenza dell’accorciamento delle distanze tra uomo e animali generata dall’inesorabile azione umana sull’ambiente, dove le devastazioni causate dall’avanzamento tecnologico rappresentano una parte rilevante: disboscamenti e urbanizzazioni di vario genere per accogliere le mirabolanti tecnologie del futuro, come il 5G, le cui conseguenze sulla nostra salute non sono state adeguatamente sperimentate.

Come diversi studi testimoniano, è ormai certo un legame tra la diffusione del virus e i livelli di inquinamento, che non a caso sono più pesanti dove i territori sono più antropizzati. L’antropizzazione non è legata soltanto alla presenza di agglomerati urbani con relativa concentrazione abitativa e consumo di suolo, ma anche agli insediamenti industriali e agli allevamenti sempre più automatizzati, senza dimenticare i vari supporti tecnologici per la diffusione di internet.

Ne deriva che, dove è maggiormente presente lo sviluppo tecnologico, è ragionevolmente più probabile l’attecchimento del virus. Come può allora, quella che è essa stessa parte della malattia, rappresentare la medicina?

Possiamo essere certi che le tecnologie siano meri e neutri strumenti o che basti monitorarne e tenerne sotto controllo gli effetti?

La storia recente, purtroppo, ci mostra diversi casi in cui la malattia è stata confusa, non è dato sapere se volutamente o meno, con la soluzione.

Il lavoro a casa può offrire una soluzione per proteggerci dal contagio e ridurre l’inquinamento. Ma se poi, nell’attrezzare le nostre case con la tecnologia adeguata, devastiamo l’ambiente, rischiamo di accorciare ulteriormente le distanze con le specie animali? E se, per diffondere le applicazioni che pare tracceranno i contatti col virus, abbatteremo alberi per renderne possibile lo sviluppo?

Quesiti cui ho cercato di avvicinarmi con un approccio non “complottistico”, col quale ormai si bolla ogni teoria non mainstream, ma improntato a un sano principio di precauzione e prudenza.

Sono pervicacemente convinto che  occorra un cambio di visione del nostro essere e stare sul pianeta, al fine di decolonizzare l’effetto del ricatto del PIL, ridurre i consumi, modificare gli stili di vita che rendano possibile a tutti l’accesso all’acqua, al cibo, alla sanità, alla stessa tecnologia. Quella tecnologia che dovrà essere sempre più lo strumento e non il fine, spesso del profitto di pochi.

Altrimenti, ci farà ammalare ancor più.


Il peggior amico dell’uomo? La carne

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Lunedì 4 maggio è iniziata la cosiddetta “fase 2”, densa di aspettative e di inquietudini. Potremo muoverci un po’ di più, ma non troppo e solo recando visita a congiunti, pare intesi in senso tradizionale; ripartiranno diverse attività e numerose fabbriche (se mai si sono fermate realmente); si cercherà di dare una parvenza di normalità a una situazione che non lo è stata e non lo sarà nemmeno in futuro, se non cambiamo decisamente rotta.

Ebbene, si abbia anzitutto il coraggio di riconoscere le nostre responsabilità, nonché il legame tra antropizzazione, crisi climatica e diffusione di patologie come quella che ci sta così pesantemente condizionando. I nostri stili di vita sono devastanti per il pianeta e condizionano pesantemente la vita e la presenza delle specie animali, ormai asservite all’uomo e alle sue necessità. Una delle principali evidenze è l’insostenibilità del consumo di carne animale, e questa pandemia ne è una evidente conseguenza.

Fino a due mesi fa non conoscevo il significato di termini come zoonosi e spillover e, in tutta franchezza, ne avrei fatto volentieri a meno. Ma durante questi interminabili due mesi credo di averne appreso il senso e cerco pertanto di rappresentarlo, pur senza alcuna competenza specifica. Una zoonosi è una malattia di origine animale che viene trasmessa dagli animali all’uomo attraverso il cosiddetto salto di specie, chiamato appunto spillover, come pare sia accaduto anche stavolta.

Zoonosi sono ormai ben il 60% delle malattie umane: un dato spaventoso che ci fa comprendere quanto i salti di specie non provengano da nemici invisibili e spietati come un virus, ma dai nostri stessi comportamenti e dagli stili di vita e di consumo. La deforestazione e la diffusione degli allevamenti industriali di animali da carne sono le principali cause del propagarsi delle zoonosi.

Attualmente sul nostro pianeta vivono 1,5 miliardi di bovini, 1 miliardo di suini, oltre 1,5 miliardi di ovini e caprini e circa 50 miliardi di volatili (fonte prof. Tamino). Gli animali allevati sono un impressionante 96% del totale; quelli selvatici sono una rarità, vivendo per di più in spazi sempre più ristretti e insidiati dall’uomo e pertanto a rischio per la propria sopravvivenza e per quella dell’uomo, con cui vengono sempre più in contatto.

In tutto ciò il consumo di carne animale, anche quella di animali selvatici, è un veicolo di virus estranei al nostro sistema immunitario, oltretutto resistenti agli antibiotici utilizzati sempre più massicciamente. In Italia consumiamo ogni anno più di 80 kg di carne pro capite; una cifra in costante incremento, anche nelle fasce meno abbienti.

Non bastavano la costante perdita di suolo agricolo, il consumo smisurato di acqua (15.000 litri per 1 chilo di carne), la produzione di CO2 e metano derivanti dagli allevamenti intensivi, i maltrattamenti agli animali, tenuti in condizioni vergognose e degradanti fino alla macellazione. Il coronavirus ci ha sbattuto in faccia la tragica realtà: la carne è il peggior amico dell’uomo. Amico per il gusto, almeno per lo scrivente; peggiore per le conseguenze.

La “fase 2” dovrà partire anche di qui e, oltre a riaprire attività, non potrà che circoscrivere alcune abitudini, anche piacevoli, ma ormai troppo insidiose. Abituiamoci a sostituire il più possibile sulle nostre tavole il peggior amico dell’uomo, o presto saranno nuovamente guai.


Yacht, progressività fiscale e Costituzione

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Pur nella scansione frenetica degli eventi, alcune cose si possono rilevare.

Il caos dei conflitti fra norme dei decreti del presidente del Consiglio e ordinanze regionali è frutto della mai abbastanza censurata riforma dell’art. 117 della Costituzione, che un centro sinistra culturalmente succube dell’ideologia leghista e (soprattutto) degli interessi economico-finanziari della parte ricca del paese, oggi travolta dalla pandemia, ha approvato nel 2001. È lì che sta scritto che «la tutela della salute» è materia di legislazione concorrente fra Stato e Regioni, nella quale il primo può dettare solo «i princìpi fondamentali». Ora, applicando il criterio di riparto dettato dalla norma costituzionale al decreto legge n. 19 del 25 marzo 2020 ‒ in cui sono indicate le «limitazioni», le «chiusure» e i «divieti» (art. 1) che possono essere adottati con decreti del presidente del Consiglio dei ministri (art. 2) ed è stabilito che le Regioni possono introdurre solo misure «ulteriormente restrittive» ‒ potrebbero sorgere legittimi dubbi sulla prevalenza delle norme del decreto legge rispetto a quelle regionali, non trattandosi, all’evidenza, di «princìpi fondamentali» ma di una serie di minuziose prescrizioni di dettaglio. Né tantomeno potrebbe soccorrere la previsione dell’art. 10 dell’ultimo DPCM (26 aprile), che salva solo le «misure di contenimento più restrittive» adottate dalle Regioni, essendo questo un mero atto amministrativo.

In tale garbuglio normativo si inseriscono le numerose ordinanze adottate negli ultimi giorni dai presidenti di Regione di Centro destra, che, in aperta sfida alle disposizioni governative, danno via libera alle più svariate attività: da ristoranti e pizzerie con tavoli all’aperto (e se poi, mentre si aspetta il secondo, inizia a piovere che si fa? mi rimborsano il prezzo o continuiamo il pasto all’interno?) alle visite giornaliere alla propria imbarcazione per attività di manutenzione (e non si parla di pescherecci, ché «pesca e acquacultura» sono attività già riaperte dal DPCM del 26 aprile, ma di barche da diporto, l’accesso quotidiano alle quali evidentemente assume, per quei presidenti, i connotati di un diritto di rango costituzionale).

Per il centro destra è un azzardo giocato, sul piano del tornaconto politico, con ottime carte. Tre sono, infatti, i possibili esiti della partita: 1) che il Governo impugni davanti al TAR le ordinanze e ne ottenga la sospensiva ed allora si alzeranno altissimi i lai dei presidenti di centro destra, ergentisi a paladini degli istinti di pancia delle loro categorie di riferimento, accompagnati dalla protesta dei molti lavoratori subordinati che speravano di poter tornare al lavoro; 2) che il Governo non faccia nulla o non ottenga la sospensiva dal TAR e dalle aperture regionali non derivino sfracelli in termini di salute pubblica (magari qualche decina di morti in più per regione, che sarebbero ben metabolizzati nel condiviso prevalere delle ragioni dell’economia); 3) che il Governo non faccia nulla e queste ordinanze portino ad aumenti esponenziali di morti e di positivi al virus. Solo l’ultima ipotesi gioverebbe politicamente alle fortune politiche della maggioranza giallorossa, ma sarebbe evidentemente inaccettabile una tattica politica costruita sulla scommessa di una nuova ecatombe.

Allora, per istinto di sopravvivenza, se non per adesione ideale, il Governo potrebbe forse essere costretto a considerare l’istituzione dell’unica misura economica che, nell’immediato, lo metterebbe al riparo dalle manovre demagogiche ed eversive della destra: un reddito di base incondizionato le cui ragioni sono ricordate quasi quotidianamente (v. da ultimo http://www.questionegiustizia.it/articolo/il-reddito-di-base-sociale-incondizionato-rbsi-come-reddito-primario-e-istituzione-del-comune_28-04-2020.php). La sola strada che consentirebbe di dare immediata prevalenza alle ragioni della solidarietà su quelle del profitto, di snellire procedure e farraginosi adempimenti burocratici di cui tutti si lamentano, di porre le basi per un nuovo welfare riducendo ad unità le misure di sostegno al reddito che si vanno moltiplicando come in un caleidoscopio negli ultimi interventi normativi, di sottrarre i lavoratori al solito ricatto che s’intravede nitidamente nella citate ordinanze regionali, quello di dover scegliere fra salute e lavoro, fra salario e una «esistenza libera e dignitosa».

Da una simile opzione conseguirebbe, pressoché inevitabilmente, la necessità di cercare subito le risorse necessarie alla sua attuazione là dove si possono trovare (gli aiuti dell’Europa sono, allo stato, cosa lontana e incerta e, come ci ricordano i dati di Oxfam, a metà 2019 in Italia il 10% più ricco della popolazione deteneva una ricchezza superiore di oltre sei volte quella del 50% più povero e, negli ultimi 20 anni, la ricchezza di quel 10% è aumentata del 7,6%, mentre la povertà di quel 50% è aumentata del 36,6%: https://www.oxfamitalia.org/davos-2020/). Livio Pepino ci ricordava qualche giorno fa che, nell’attuale situazione, «un incremento della tassazione sui redditi più elevati è semplicemente necessario» e che, fino agli anni Settanta del secolo scorso, in questo Paese erano previsti per l’imposta sul reddito, ben 32 scaglioni di reddito, il più alto dei quali addirittura al 72% (https://volerelaluna.it/commenti/2020/04/13/coronavirus-fase-2-guai-ai-poveri/). Attualmente ne sono, invece, previsti solo cinque, il più alto dei quali, per i redditi superiori ai 75.000 euro annui, del 43%: il che vuol dire che chi, come il sottoscritto dopo quasi trent’anni di magistratura, rientra in tale scaglione percependo un reddito annuo di circa 131 mila euro, paga la stessa percentuale Irpef di chi guadagna in un anno più di un milione o due milioni o 100 milioni di euro (certo non categorie di fantasia, se si pensa ai redditi di noti imprenditori, politici-imprenditori, giocatori di calcio, manager d’imprese private e pubbliche, anchorman televisivi ecc.).

Ora, io sono ben lieto di contribuire alla spesa pubblica in base alla mia capacità contributiva, come la Costituzione prescrive (art. 53), ma vorrei che la Repubblica ricordasse finalmente l’esistenza del principio, previsto da quella stessa disposizione, secondo cui «il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Il padre costituente cui lo si deve, Salvatore Scoca, democristiano e magistrato anch’egli, sostenne la norma con queste efficaci parole: «ho sempre pensato che chi ha dieci mila lire di reddito e ne paga mille allo Stato, con l’aliquota del 10 per cento, si troverà con 9 mila lire da impiegare per i suoi bisogni privati; mentre chi ne ha centomila, dopo aver pagato l’imposta del 10 per cento in base alla stessa aliquota, si troverà con una disponibilità di 90 mila lire. È ovvio che, per pagare l’imposta, il primo contribuente sopporta un sacrificio di gran lunga maggiore del secondo, e che sarebbe equo alleggerire l’aggravio del primo e rendere un po’ meno leggero quello del secondo».

Principi di giustizia ed equità persino banali. Chissà che le dure necessità imposte dalla pandemia non diano finalmente a chi di dovere il coraggio di perseguirli.


Ragioni di preoccupazione

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Penso che abbiamo molti, ma molti, motivi per essere davvero preoccupati.

Si stanno sovvertendo tutti i valori nei quali credevamo e per i quali ci siamo spesi.

Formulo un elenco, tutt’altro che esaustivo, così come mi viene in mente :
– pensavamo che si dovesse ridurre i rifiuti, in modo particolare la plastica e le materie difficili da riciclare. Ora si sta producendo un numero enorme di mascherine che, stando a quanto ha detto la virologa Gismondo, non sono lavabili e si possono usare massimo per otto ore. Farle di tessuto lavabile no?;
– pensavamo che fosse più opportuno usare i mezzi pubblici (treno, autobus, metropolitane…) e invece ora sono diventati i più pericolosi perché il virus rimane attivo anche sulle superfici per un certo tempo; la stessa cosa ovviamente vale per l’uso del car shering;
– pensavamo che stare all’aperto, prendere sole, fare sport, fosse molto più igienico e sano che stare in casa e invece ci siamo trovati a non dover uscire;
– pensavamo che la scuola si costruisse anche sulla socialità, sullo scambio di opinioni, sull’amicizia, sul rapporto docente/discente, sulla crescita psicologica che viene dallo stare insieme oltre che sulle competenze da acquisire e invece c’è già chi promuove anche per settembre la didattica a distanza sostenendo che basta un tablet;
– pensavamo che i ragazzi con problemi, sia personali sia perché di famiglie meno abbienti, dovessero essere sostenuti e invece la digitalizzazione ha tagliato fuori una bella fascia della popolazione giovanile;
– pensavamo che il G5 dovesse essere ancora studiato negli esiti negativi che può comportare (campi magnetici ecc.) e invece sta entrando alla grande senza alcuna riflessione e valutazione, ad esempio anche per ottenere la tracciabilità delle persone (che continua a sembrarmi una cosa terribile. Penso a quanto sarebbe stata felice mia madre se avesse potuto sapere in ogni momento dove  fossi e per quali strade fossi passata e chi avessi incontrato,  quando ero ragazzina. Che fortuna essere stati giovani quando nessuno ti poteva tracciare!).

Ci sono tanti altri pensieri dello stesso genere sul rovesciamento di tutto ciò che ha costruito la nostra identità ma mi fermo ora sull’ultima trovata, questa sì davvero col botto: c’è chi ritiene che per contrastare la pandemia gli anziani debbano restare a casa almeno fino alla fine dell’anno. Non bastava l’angoscia di tutto questo tempo privo di quanto si faceva, delle abitudini, degli incontri, del sole…. no, occorre arrivare a Natale. Senza figli, nipoti, amici, sole, aria, movimento. Ancora chiusi in casa, soli.

E della Costituzione che ne facciamo? Perché ci garantirebbe la dignità, la non discriminazione, l’uguaglianza, la libertà. Quella libertà che è il primo dei principi della Rivoluzione francese. Agli amici che costituiscono comitati per la difesa della Costituzione dico: basta, adesso è Lei che deve difendere noi. Cosa dobbiamo fare per reagire fortemente a un progetto così inumano? Un suicidio di massa? O, in maniera meno cruenta, la fondazione di un partito che abbia questo solo compito: salvarci? 

 Chiudo con la speranza che tutti coloro che hanno testa si mettano in moto per sbrogliare la matassa.