La scuola, il velo e il razzismo di Stato

Vietare il burqa e il niqab nelle scuole, come previsto dal Governo, trasforma lo Stato in gendarme di un conflitto combattuto sul corpo delle donne. L’accostamento del divieto al numero degli studenti stranieri e alla lingua parlata dalle loro famiglie, poi, rivela un immaginario coloniale, che separa un “noi” da proteggere e un “loro” da cui proteggersi e mortifica la scuola, in grado di gestire al proprio interno tensioni e differenze.

Se il Governo evoca la “fuga dei bianchi”

Il senso del decreto-legge sul “tetto” di studenti stranieri è stato anticipato da Meloni: tenere gli alunni bianchi al riparo dalla minaccia nera indotta dalla prevalenza, in alcune classi, di alunni stranieri. Solo dopo è intervenuto il riferimento, strumentale e ipocrita, all’integrazione. Il decreto è, in gran parte, inattuabile e Meloni lo sa benissimo. Ma poco importa: l’intento è parlare, alla vigilia delle elezioni, alla pancia dei suoi elettori.

La sua colpa? Era curda e libera

Mahsa Amini aveva 22 anni ed è morta a Teheran per le percosse e torture ricevute. In realtà il suo nome era Jina, ma una giovane curda come lei non aveva diritto all’identità. Era stata arrestata per avere portato il velo in modo “scorretto”. Oggi, per lei e per la libertà del suo popolo, proteste e scioperi percorrono l’Iran e la repressione ha già provocato alcuni morti.