Natale: «La parola avvenne nella carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (Giovanni 1,14)

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Una lettura storica sulle prospettive della chiesa cattolica non appare certo consolante. L’erosione del patrimonio culturale e sociale che portava a sentirsi parte di essa è evidente. Da un lato c’è la mancata trasmissione generazionale di un’identità sempre meno compresa; dall’altro il peso di vari scandali (in primis quello degli abusi del clero) ha creato una frattura di fiducia nei confronti di una istituzione che faceva proprio della formazione fiduciaria delle giovani generazioni uno dei suoi punti di forza. Neanche un pontificato ricco di aperture e intuizioni straordinarie sembra invertire una tendenza che non appare transitoria. È un’analisi sommaria che potrebbe elencare altro: in ultima analisi comprendendo l’ipotesi che il cristianesimo – il teismo in genere – abbia esaurito la sua spinta propulsiva nel rispondere alle esigenze dell’antropologia contemporanea. Se fino a qualche anno fa si poteva pensare che fosse il positivismo scientifico a minare i presupposti della fede, quanto constatato nella stretta contemporaneità (le contestazioni arbitrarie al pensiero medico scientifico in pandemia, per esempio) fa supporre che il pensiero religioso non sia stato sostituito da una costruzione del tutto logica delle convinzioni esistenziali. Ma ne occorrono davvero? Magari no. Non mi sembra però che rimuovere la questione della metafisica abbia prodotto serenità diffusa, fiducia nel futuro, gratificazione dalla buona qualità di vita. Se si pensa alla trascendenza solo su un piano religioso, si perde la prospettiva di un’evoluzione consapevole, che per gli esseri umani può passare solo per la dimensione della domanda difficile, della provocazione, della consapevolezza della finitudine, ma, al contempo, del valore dell’esperienza umana in quanto tale. Su tutto questo c’è molta poca analisi, la società in cui viviamo ci educa alle prospettive unidirezionali. Herbert Marcuse aveva ragione.

Un altro Natale. Ancora più spoglio di significati che non siano quelli del mercato, della convenzione artificiosa riguardo alle relazioni affettive, di modelli di vita sicuramente usurati ed inadeguati. Prevale un crescente disagio, venato dalla preoccupazione riguardo al futuro e dal senso di colpa che ci portiamo dentro. Stiamo assistendo a conflitti sempre più pervasivi, da cui niente sembra poterci esentare: inclusi quelli rappresentati dalla violenza di genere e dalla guerra suicida all’ecosistema. In colpa perché la nostra impotenza diventa rassegnazione. Atterriti nel constatare che le vie di progresso si fanno involute.

Lettrici e lettori penseranno che mi sto mettendo nei guai da solo. Da un lato enuncio una crisi, quella del cattolicesimo, dall’altro ne inserisco i termini in quella generale della contemporaneità. Quindi?

Ciò che dovrebbe sostenere le Chiese cristiane, la Bibbia, scaturisce per lo più da contesti di crisi, personale e delle società, fino al punto di farmi sostenere che il concetto stesso di crisi ne sia una chiave di lettura basilare. I cattolici arrivano a celebrare Natale guidati da un profeta, Isaia, il cui libro è ossatura fondamentale delle liturgie di Avvento: questo testo, con almeno tre diversi livelli storici e composto a più mani, ruota intorno alla memoria storica e teologica dell’evento più devastante vissuto dal Regno di Israele. Annientati dall’impero babilonese, gli ebrei sono destinati alla deportazione e alla cattività. Nel prima, durante e dopo l’esilio, Isaia ammonisce, contesta, prospetta, consola, sostiene, illumina. Soprattutto presenta una visione: letto il presente con gli occhi di Dio, se ne possono proiettare gli elementi verso il futuro. Non troverete in ciò traccia alcuna di un ottimismo fine a sé stesso, un’ingenuità sul tempo vissuto, la prospettiva artificiosa del fideismo. La Scrittura è scabra, aspra, brutale nel dichiarare ciò che avviene e mettere ognuno davanti alle proprie responsabilità. Ma proprio per questo è veritiera anche quando ti espone il dato dell’imprevedibile, che non può essere solo foriero di negatività. Il Dio che si presenta così educa alla speranza: chiede l’onestà sugli errori, sostiene il cambiamento, condurrà ogni popolo al proprio Esodo, ad una pedagogia di liberazione.

I Vangeli sono scritti con lo stile letterario profetico, Cristo è il compimento della profezia stessa: è un codice di comprensione importante, talvolta poco seguito dagli esegeti. Gesù di Nazareth nasce in un tempo difficilissimo: un tempo di dominazione imperiale, di difficile resistenza alle sue istanze culturali di idolatria della forza e del potere, di minorità e marginalità di popoli interi. La società era governata da un potere teocratico che aveva perso ogni autorità, ripetendo stancamente a favore del fariseismo la lettura di un Dio giudicante, divisivo, escludente. Il dio classista dei potenti e dei garantiti: sempre invocato per stroncare le dissidenze, spegnere le profezie, annichilire le speranze. Dio avviene nella carne in questo quadro. E avviene riducendosi a niente, nascendo povero, mite, coraggioso e veritiero in un tempo – quando mai no, però? – della menzogna eletta a sistema di comunicazione. Giovanni, nel primo capitolo, ci dice che il Logos, il senso più alto dell’intelletto, il genio comunicativo e intessuto di razionalità pienamente umana – quindi affettiva, generativa, fantasiosa – avviene nella fragilità e nella contraddittorietà della carne. La prospettiva della condizione effimera, sia pur meravigliosa, della corporeità umana, deve far sintesi con il presupposto intellettivo mai così definito in positivo come nell’idea del Logos/Parola. Il Divino si immerge totalmente nella contraddizione, la crudeltà, la fatica, la sofferenza, la dignità e la bellezza di ciò che è nella dimensione concreta dell’esistere delle donne e degli uomini.

Se il Natale lo leggo in questa prospettiva trovo la necessità di incarnarsi nel proprio vivere, nella stagione storica a cui siamo stati consegnati. La verità dei nostri limiti si definisce attraverso le fragilità del relazionarsi: il desiderio, il bisogno, la transitorietà di tutto. Al contempo possiamo capire che ciò che stiamo vivendo si iscrive nella potenzialità dell’altrove, di ciò che procede più in là da quanto definito e conosciuto. La crisi si può abitare in una dimensione profetica: imparando a decifrare i segni di quella che attanaglia l’istituzione che la produce, la governa, gode e profitta del suo essere. Certo, qui una componente fideista c’è e passa per pensare che le vittime e i violentati vedranno la crisi volgersi in crescita perché è l’Impero, racconta l’Apocalisse, il libro che è la summa delle intuizioni profetiche di tutta la Scrittura, che dovrà rassegnarsi al proprio crollo. L’Impero è il simbolo di tutto quel male che ha preteso di governare la storia umana: è stato fondato sul disumanesimo, sussiste in virtù di esso, non può che sprofondare nelle sue stesse logiche di morte. Chi ha conservato una logica di vita, di tenerezza e di solidarietà, sopravviverà. Quando parlo di fede ne intendo una vasta, non necessariamente teista, anzi: sostenuta da quell’umanesimo distillato dalle grandezze e dai fallimenti delle prassi storiche, è la fiducia che gli esseri umani – come sosteneva il mio maestro Ernesto Balducci – hanno in sé potenzialità inedite ancora nascoste, in lento travaglio verso la piena espressione. L’umano della pace non si è del tutto svelato, ma è già presente. Talvolta soccombe, ma la sua piena e feconda espressione è irriducibile, avverrà comunque. Nel 2024 celebreremo i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia, la cui azione ha espresso un umanesimo totale e radicale, che si genera e si comprende a partire dalla ragione dei sofferenti, dei malati, di quelli e quelle ascritte alle varie categorie dell’esclusione. Per capire che siamo comunque ai margini, dato che tutti chiediamo salvezza, soffriamo il male di vivere. Essere consapevoli del nostro male, per questo solidali e dediti alla cura, è l’unico modo per acquisire lucidità riguardo alla propria crisi, la comprensione di come essa si tramuti nella pace. Può sembrare mera retorica ma bisogna assumere tutto il peso dello scandalo folle del Vangelo che dichiara beati i poveri, chiedendoci di ragionare secondo la logica della vera povertà, liberi dal troppo, gioiosi nell’essenziale. Un conto è la tutela del necessario e di quel di più che garantisce autentica contentezza, un conto è farsi soffocare dal bisogno indotto, che snatura il senso bello dell’avere senza possedere, di esistere per l’abbondanza del condiviso. «Para todos, todo. Para nosotros, nada» affermano gli zapatisti dell’Ezln (continuano a resistere all’Impero, anche se non si parla di loro). Il senso di questa povertà è pienezza dell’avere, perché è avere insieme. Il Vangelo non esalta la povertà in sé, avversa semmai radicalmente la miseria, perché sa che l’avere non è male: dominare senza condividere, quello è il peccato alla radice della condizione umana. Avere senza cuore, pensiero, fantasia, com/passione.

È un bambino, nasce ai margini, non nei luoghi garantiti, privilegiati e sicuri. Accolto tra i primi dai pastori. I membri della mia comunità sono rimasti molto colpiti quando abbiamo studiato insieme che erano parte di una categoria disprezzata, guardata con sospetto per la promiscuità con il mondo animale, randagia, nomade, talora irregolare e violenta, per reazione al disamore. Eppure sono i primi ad ascoltare, andare, vedere, gioire. Cosa? Il tempo nuovo di un umanesimo che non si fa dominare, spengere, addomesticare, irregimentare. Libero, intelligente, felice. Spinto da una creatività invincibile. Impastato con le sante essenze della sororità e della fraternità. In transito, eppure nella stabilità in equilibrio non definitivo di chi ha una tenda e non la prigionia dei palazzi.


Don Lorenzo Milani, il prete che ha cambiato la società civile

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1.
Il 27 maggio prossimo si celebrerà alla presenza del capo dello Stato la nascita di don Lorenzo Milani, figlio di una famiglia ricca di cultura e di denaro, che annoverava tra i suoi membri alcune celebrità in campo letterario e scientifico. Sappiamo che, quasi ventenne, un’improvvisa conversione al cattolicesimo lo portò a immergersi nello studio della Bibbia e del Vangelo fino «a fare un’indigestione di Gesù Cristo», come disse don Bensi, il suo confessore per tutta la vita. Nel novembre del 1943 entra in seminario. Il 13 luglio del 1947 viene ordinato prete. Il resto è storia molto nota e non occorre raccontarla ancora una volta.
Mi sembra invece necessario tentare di capire cosa dicano il pensiero e l’opera di don Milani ai cittadini e agli uomini del nostro tempo. La risposta non è semplice, perché i messaggi di don Lorenzo hanno ricevuto nel tempo diverse interpretazioni. Del resto sono state molto diverse le interpretazioni della sua opera, anche quando era in vita. Osteggiato e ostacolato per vent’anni dalla Curia e dai vescovi, inviso alla gente “per bene” di Firenze e Calenzano, adorato dai suoi parrocchiani più umili e dai giovani operai che ne frequentavano la scuola serale, finì esiliato nella parrocchia di Barbiana, una chiesetta di cento anime sul Monte Giovi, di cui la Curia aveva già annunciato la chiusura e che si prestava egregiamente per togliersi di torno un prete rompiscatole. Certo nessuno avrebbe sospettato che quella parrocchia così lontana sarebbe diventata il posto più adatto per diffondere nel mondo una scuola e una cultura di formazione umana e civile che oggi viene considerata socialmente rivoluzionaria.
Dopo la morte, avvenuta nel 1967, don Milani ha continuato a trovare la stessa ostilità della Chiesa e dei benpensanti di quando era vivo. Per molto tempo ancora dopo la sua morte, la sua opera e suoi scritti sono stati oggetto di critiche feroci e di interpretazioni perfino faziose. Bisogna riconoscere che l’opposizione più tenace è venuta dai preti e dai vescovi, che non potevano certo accettare una pratica e un’esperienza religiosa, come quelle di San Donato a Calenzano e di Barbiana, che suonavano esplicita condanna delle pratiche parrocchiali più diffuse. Le avvisaglie si erano già avvertite con l’improvvisa marcia indietro del Sant’Uffizio che si era rapidamente rimangiato l’imprimatur alla pubblicazione di Esperienze Pastorali. Il libro, che è un’analisi rigorosa e profonda delle abitudini e delle pratiche religiose della piccola parrocchia di san Donato, venne considerato inopportuno e ne fu proibita la diffusione. La Chiesa ha mantenuto fermo per decenni questo suo divieto. C’è voluto papa Francesco per revocare formalmente un provvedimento che era considerato ormai privo di qualsiasi fondamento religioso e culturale. Ma il contenuto di Esperienze Pastorali non spiega completamente l’avversione della Chiesa a don Milani. Piuttosto sono ragioni più convincenti il rifiuto di ogni integralismo da parte di un prete ostinatamente vicino ai più bisognosi di pane ed istruzione, anche quando erano avversari della Democrazia Cristiana. E l’avversione degli integralisti era tanto più rabbiosa dal momento che si trattava di un prete al quale non si poteva rimproverare il minimo sospetto di eresia, né infrazioni disciplinari, avendo egli dato prova di una rigorosa “disobbedienza obbedientissima” che non lasciava spazio ad insinuazioni e calunnie.

2.
Son dovuti trascorrere quasi vent’anni dalla sua morte perché la Chiesa un poco alla volta rivedesse il suo giudizio su don Milani. Lo ha fatto prima di tutti negli anni ‘80 un suo compagno di seminario diventato vescovo di Firenze, il cardinale Silvano Piovanelli, il quale ha riconosciuto il valore esemplare della vita di don Milani, con l’evidente sottinteso che, se don Milani ha potuto fare quel che ha fatto si deve alla grandezza della Chiesa che gli ha consentito di essere tra i suoi figli migliori. Questo tentativo di riappropriazione del parroco di Barbiana è proseguito per molti anni e direi che non si è mai arrestato. Secondo questa vulgata, la libertà e il rigore di don Milani si sono potuti esercitare dentro la Chiesa solo perché la Chiesa è capace di accogliere molteplici posizioni ed esperienze, anche apparentemente contraddittorie.
Quello che difficilmente poteva essere accettato da parte delle gerarchie ecclesiastiche era lo schierarsi senza riserve da parte di don Milani a fianco degli sfruttati e dei disgraziati; uno schieramento politico che era anche una denunzia aperta nei confronti di chi aveva avuto il potere per decenni in Italia, senza che i poveri ne avessero alcun vantaggio. Dire e scrivere questa verità è sempre apparsa agli integralisti una forzatura interessata e il prodotto di una lettura parziale del pensiero milaniano.
Così come non poteva essere accettata la lezione profondamente laica delle due scuole milaniane di San Donato e Barbiana, che in un mondo profondamente diviso tra cattolici e comunisti, erano improntate alla convinzione che è inutile «immettere nei discorsi a ogni piè sospinto le verità della Fede quando non si possiede ancora la “parola”». La scuola di don Milani è stata dunque una grande opera civile che non ha niente a che fare con l’apostolato e con l’educazione religiosa. Una scuola di una laicità esemplare e modernissima, ancora oggi lontana dall’orizzonte di molti cattolici. Una scuola, come dirà in una lettera, da intestare non al Sacro Cuore, ma a Socrate. Una scuola dove – con scandalo di molti – non c’è neppure il crocefisso.

3.
In realtà la lezione di don Milani risulta chiara da tutti i suoi scritti e non si presta a equivoci o strumentalizzazioni, anche perché poggia su severissime analisi e su una lettura così rigorosa dei dati, che non ha precedenti nella storia civile dell’Italia dal dopoguerra in poi. Basta pensare ai numeri impressionanti sulla selezione scolastica, riportati nella Lettera a una professoressa che rivelano il volto crudamente classista della scuola italiana. Così pure, sono analisi di straordinaria profondità quelle che denunziano la superficialità religiosa e le pratiche superstiziose di una parrocchia, attraverso le quali si può riconoscere il volto della religiosità dell’intero paese. Oppure le analisi di L’obbedienza non è più una virtù, che mettono a nudo la vacuità della retorica delle patrie e lo spirito guerrafondaio delle Forze armate e dei cappellani militari in netto contrasto con il ripudio della guerra scritto nella nostra Costituzione.
La verità è che don Milani ha affrontato e denunziato problemi drammaticamente esistenti, che fino alla sua analisi lucida e spietata nessuno aveva sollevato, nonostante gravassero sulla vita sociale e civile degli italiani da oltre vent’anni. Le proposte di don Lorenzo rivelavano appunto quei mali che opprimevano tutti i poveri e gli sfruttati del suo tempo, che fossero cattolici o comunisti, socialisti o monarchici. Denunziarli era impopolare, specie se lo si faceva senza nessun calcolo elettorale, senza nessun timore di dispiacere alle gerarchie e ai potenti di qualsiasi parte, senza altra preoccupazione che non fosse quella di dire la verità. Il ruolo giocato da don Lorenzo in quegli anni a prezzo di umiliazioni di ogni genere da parte dei borghesi e della Curia, ha consentito che in Italia, dopo molti lustri, crollasse il muro – non meno robusto di quello di Berlino – che divideva la cultura laica da quella cattolica. Un muro che si reggeva sulla reciproca intolleranza e sull’appartenenza, più che sull’obiettiva condizione e analisi delle cose. È stato don Milani a dare decisi colpi di piccone a quel muro, spiegando che l’austerità dei dogmi della Chiesa non poteva arrivare a coprire «le complicità di una parte della gerarchia cattolica coi fascismi e i razzismi» e pretendendo di non obbedire a tutte le iniziative elettorali di cardinali e vescovi o dei giornali cattolici, spacciate per dogmi. E con questa rigorosa distinzione don Lorenzo pretendeva di ribadire la dignità e la libertà della propria fede, senza rischiare di offendere o limitare la libertà e la dignità degli altri cittadini sovrani.
Insomma don Milani era attentissimo a difendere i dogmi della Chiesa, ma non esitava a denunziare gli errori delle sue scelte politiche e contingenti. E tuttavia continuava a stare con convinzione nella Chiesa: «Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi sacramenti e senza il suo insegnamento». Questo suo modo di stare dentro la Chiesa pagando un prezzo altissimo per denunziarne gli errori, ha inaugurato e contribuito a far crescere un discorso pubblico che ha cambiato la nostra cultura civile e la nostra sensibilità sociale.

4.
Tutto questo oggi noi vediamo con una certa chiarezza, ma ci son voluti più di sessant’anni dal momento in cui la lezione milaniana veniva impartita. In quel tempo essa destava semplicemente scandalo. E non solo per il valore intrinseco delle cose che don Milani andava insegnando e scrivendo, ma ancor più per il consenso con cui venivano accolte dai non credenti, dai comunisti, dalle sinistre e soprattutto da quei pericolosissimi “cattolici di sinistra” raccolti intorno a Giorgio La Pira e a sacerdoti come Padre Balducci, don Borghi, padre Turoldo e altri che hanno illuminato l’irripetibile fioritura del cattolicesimo fiorentino nella seconda metà del secolo scorso.
Ma non tutti a sinistra riuscivano a cogliere quegli spunti di una cultura nuova, rigorosamente gelosa della libertà di ogni religione e nello stesso tempo rispettosa della dignità di ogni essere umano, credente o non. Per molti lustri, da un lato, gli integralisti cattolici hanno preteso di avere l’esclusiva “dell’interpretazione autentica” di don Milani, annettendolo senz’altro alla tradizione ecclesiastica; dall’altro le sinistre più scolastiche lo hanno irrigidito in una vulgata sessantottina lontano mille miglia dalle intenzioni e dalla sostanza del suo messaggio. Né gli uni, né gli altri sono stati capaci di capire la novità dirompente che nei decenni è stata in grado di rinnovare la vita civile del nostro paese. Sono stati decenni durante i quali è successo un po’ di tutto. Insieme alla demolizione del muro di Berlino, che sembrava promettere un futuro di pace, sono cadute molte altre cose che pensavamo durature: sono evaporate le ideologie; i partiti si sono come svuotati; la DC si è sgretolata, travolta dal malaffare e dagli inevitabili processi penali; i fascisti sono passati per il lavacro di Fiuggi, ma oggi governano come se non ci fosse mai stato; la classe operaia non esiste più come soggetto politico capace di battersi per l’eguaglianza; la globalizzazione ha visto il trionfo di un liberismo capace di moltiplicare le disuguaglianze. E oggi in questo, che sembra un panorama di macerie, riemergono fantasmi che sembravano superati: il ritorno di un razzismo prima strisciante e poi sempre più scoperto, la lotta senza quartiere agli immigrati che non sono morti in mare, la criminalizzazione dei poveri perseguiti con le dure norme di un nuovo “diritto del nemico”, la scomparsa della solidarietà tra i più svantaggiati, messi l’uno contro l’altro da politiche irresponsabili e, infine, la crescente disumanità che da tempo caratterizza le politiche di ogni maggioranza al governo e, per riflesso, i rapporti tra cittadini.
E proprio in questo frangente il pensiero di don Milani torna prepotentemente ad illuminare il nostro tempo e alimenta il dibattito al di là (e qualche volta contro) del ceto politico. E non solo in Italia don Milani torna a indirizzare le azioni di coloro che tentano di recuperare il senso dello stare insieme e dell’essere cittadini padroni del proprio destino. Questa nuova cultura civica travolge il provincialismo, disdegna le politiche di corto respiro e ci costringe a guardare oltre l’orizzonte del nostro paese. In qualche modo tutti gli uomini di buona volontà in tutto il mondo guardano a Barbiana, come a un modello che ha insegnato e praticato l’utopia riscatto degli ultimi.

5.
Don Milani ha mostrato a tutti noi l’assurdità delle divisioni tra i paesi e tra i popoli: «Io ai miei ragazzi insegno che le frontiere sono concetti superati». Ma noi ci comportiamo come se tutto il mondo fossimo noi. Aveva ragione Padre Balducci: «Barbiana non è più solo nel Mugello: ha assunto il valore come di una immensa e mirabile metafora del tempo nuovo». È cioè diventata sinonimo dei tanti posti del mondo che sono oppressi e sfruttati dall’egoismo dei paesi più ricchi. Le tante Barbiane di tutto il modo che sono nel nostro Sud, in Africa, in Asia e in America Latina, ricordano a noi, che siamo convinti dalla pubblicità e dal mercato che il nostro sia l’unico mondo esistente, che fuori dal nostro benessere ci sono miliardi di uomini e donne che non fanno parte del mondo privilegiato e che la stragrande maggioranza dell’umanità fa i conti con la fame, con la sete e con la guerra.
Di fronte a questo mondo, tragicamente diviso tra oppressori e oppressi, sta l’analisi severa di don Milani, che non può essere condivisa da nessuna delle ideologie dominanti. È stato Baldre Balducci a intuire tra i primi che la posizione originalissima di don Milani lo sottraeva a ogni omologazione con i poteri che hanno determinato le terribili diseguaglianze esistenti nel pianeta: «La verità è che il maestro di Barbiana non può ancora essere integrato in nessuna delle posizioni ideologiche che si confrontano nella nostra società. Ci sono quelli che si ostinano a vedere in don Milani soprattutto il prete, ma senza spiegare perché nessuna curia potrebbe sopravvivere con dieci preti come lui. Ci sono quelli che lo considerano un precursore della scelta di classe, una specie di “cristiano per il socialismo” avant la lettre, ma si trovano imbarazzati davanti alle sue critiche sferzanti contro tutti i partiti politici. C’è chi lo vede come il precursore dei nuovi orientamenti pedagogici della scuola a gestione sociale, ma è troppo evidente che la scuola di Barbiana è strutturalmente irriducibile a misure istituzionali […]. Il carattere selettivo della scuola attuale riflette in sé il genio selettivo della società che in ultima istanza non conosce altre gerarchie che quelle del profitto. […] Ecco perché la scuola di Barbiana non è un modello, è un messaggio e il messaggio non si limita mai, è sempre un appello a nuove creazioni» (Attualità inattuale di don Milani, Testimonianze n. 196-197).

6.
È chiaro allora che la lezione di Barbiana va ben oltre Barbiana e i suoi piccoli montanari. Don Lorenzo aveva intuito che non erano i barbianesi i destinatari finali del suo discorso. Ai giudici che lo processavano aveva scritto, a dimostrazione del fatto che non aveva fatto carriera: «Ho 42 anni e sono parroco di 42 anime». Ma il giorno dopo il suo arrivo a Barbiana, scese in paese a Vicchio per comprarsi la tomba al cimitero, sicuro che solo stando insieme agli ultimi e facendo la stessa loro vita, avrebbe potuto parlare a tutti quelli che volessero ascoltare le parole di una cultura nuova. Dalla piccola canonica sperduta sul Monte Giovi don Lorenzo continua ancora a parlare a tutto il mondo il linguaggio capace di chiedere giustizia ed eguaglianza per tutti gli oppressi e i diseredati delle tante Barbiane sparse nel mondo.
La novità di Barbiana trova corrispondenza anche nella novità della lingua di don Lorenzo. La sua scrittura è semplice e piana, ma suona tagliente e nello stesso tempo precisa. Nella Lettera dall’oltretomba, indirizzata “ai missionari cinesi del prossimo millennio”, scrive: «Voi certo non vi saprete capacitare come prima di cadere non abbiamo messa la scure alla radice dell’ingiustizia sociale. È stato l’amore dell’ordine che ci ha accecato. […] Non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito. È nel dormiveglia che abbiamo fornicato con il liberalismo di De Gasperi, coi congressi eucaristici di Franco. Ci pareva che la loro prudenza ci potesse salvare. […] Quando ci siamo svegliati era troppo tardi, i poveri erano già partiti senza di noi. […]Troppe estranee cause con quella del Cristo abbiamo mescolato. Essere uccisi dai poveri non è un glorioso martirio». Una lingua netta che non lascia dubbi nel lettore sulla qualità del giudizio. Questa precisione e libertà di giudizio don Milani se l’era guadagnata prendendo le distanze da tutte le ideologie dominanti nel suo tempo: da quella dei cattolici in politica, che si esprimeva nelle varie correnti della Democrazia Cristiana, a quella socialcomunista del PSI e del PCI, a quella liberale e confindustriale, per finire a quella della parte più retriva dell’arco costituzionale. Dal suo punto di osservazione equidistante poteva discutere in assoluta libertà le posizioni di tutti senza abbracciarne nessuna. Da questo pulpito poteva giudicare gli errori e le omissioni delle varie parti con la sola preoccupazione di dire la verità, senza preoccuparsi delle conseguenze, «senza tatto e senza educazione», come diceva lui. Per questo ha potuto parlare senza dover prendere partito nella contrapposizione frontale tra comunisti e democristiani che caratterizzava il suo tempo, conservando anzi la libertà di criticare anche la sua parte. «Per un prete quale tragedia più grossa di questa ne potrà venire? Essere liberi, avete in mano sacramenti, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini ed umani raccogliere il bel frutto, d’essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Aver la chiesa vuota, vedersela vuotare ogni giorno di più. Sapere che presto sarà finita per la fede dei poveri».
I borghesi, ma anche il suo Vescovo, lo accusavano di essere classista e di fare una scuola di classe. Don Lorenzo accettava la provocazione e paradossalmente rinforzava l’accusa. In un incontro con i direttori didattici del territorio fiorentino non esita a dire: io ai miei ragazzi faccio questo discorso «Senti ragazzo la tua classe sociale, gli oppressi, gli infelici di tutto il mondo, dall’Algeria al Congo, a Barbiana, al Monte Giovi, nell’officina, nei campi, gli oppressi di tutto il mondo, gli infelici di tutto il mondo, i proletari di tutto il mondo, soffrono di questa data sofferenza che hai tu. Dedica la tua vita a far sortire questa classe da questa situazione». Dunque la “lotta di classe”. Ma aveva un senso diverso da quello che intendeva la cultura marxista. Era più vicino al senso evangelico che la Pira aveva sottolineato scrivendo a Papa Montini a proposito delle scelte di don Borghi, un altro grande prete del cattolicesimo fiorentino, compagno di seminario di don Milani: «Lo schema evangelico oppressori-oppressi, questo intende dire don Borghi quando parla di lotta di classe; schema autenticamente biblico ed evangelico».

7.
Il fatto è che la voce di don Milani, anche quando è seguita da un coro di consenzienti, non assomiglia a quella di nessuno. Non assomiglia a quella dei laici, pur avendo dato vita a una scuola assolutamente laica; non assomiglia a quella dei confratelli preti, impauriti e fedeli seguaci dei comandi politicamente discutibili della Gerarchia ecclesiastica; non assomiglia a quella dei socialcomunisti o a quella dei marxisti, neppure a quella declinata nella straordinaria versione gramsciana. Insomma don Lorenzo non si è fatto catturare da nessuna delle culture del suo tempo. È stato diverso e, per molti aspetti, unico. Non tanto per le cose che ha detto e che forse possono ritrovarsi anche in altri grandi protagonisti della cultura moderna, da Gandhi a Tolstoi, da Einstein a Primo Levi e certamente molti altri. Ma soprattutto per il modo con cui si è posto nei confronti del potere, di tutti i poteri, da quello ecclesiastico a quello civile e politico.
Da quella sua originale posizione di prete distante da ogni potere, deciso a schierarsi senza tentennamenti dalla parte dei poveri e dei diseredati di ogni angolo della terra, è scaturita una cultura del tutto nuova, di respiro continentale ed europeo, che era quella di cui si erano nutriti i suoi antenati e i parenti più prossimi e che resta un dato riconoscibile della qualità del suo pensiero e della sua scrittura. Solo che quella eredità è stata da lui consapevolmente rifiutata nella scelta dei fini a cui consacrare la propria vita ed è rimasta lontana sullo sfondo. Don Lorenzo ha sostituito ai valori tipici della cultura borghese della sua famiglia un orizzonte molto più vasto, capace di includere gli esclusi di tutto il mondo e le “culture inferiori” di cui abbonda la Terra. Cosicché gli uomini di oggi, se vogliono scoprire qualche verità che illumini il loro cammino nella società e nella politica, si rivolgono all’esempio di un uomo che ha trovato la propria verità vivendo in quello che sembrava un esilio (ed era invece un pulpito impareggiabile) con una manciata di ragazzi che Dio aveva messo sul suo cammino e che don Lorenzo ha amato fino alla fine, con un amore geloso e pieno di ansie. Sosteneva che l’amore, quando è autentico non si poteva dare indistintamente a tutti gli uomini e che l’amore è un dono e non un dovere («Non conosco che i gesuiti capaci di questo peccato contro natura»). Questo completo dono di sé agli altri resta la chiave per intendere la cultura nuova che don Lorenzo ha generosamente distribuito a quei pochissimi che allora seppero ascoltarlo e che oggi noi sentiamo così attuale in questo centenario.

8.
Una delle caratteristiche di questo prete, così insolito nella storia della Chiesa, è che egli sembra parlare e scrivere come se per la prima volta si dovesse affrontare l’argomento. Nei suoi scritti non ci sono citazioni, non ci sono richiami. Ci sono solo posizioni decise, scelte chiare e senza tentennamenti. Sembrerebbe dunque che nell’elaborazione del suo pensiero mancassero i punti solidi su cui poggiare le indicazioni precise della sua elaborazione religiosa e politica. E invece ci sono due fonti dalle quali egli non si è mai discostato e che costituiscono il costante fondamento del suo insegnamento. La prima fonte è stata il Vangelo, interpretato alla lettera e senza sconti, dal quale don Lorenzo non si è mai discostato anche nelle polemiche più dolorose con la Gerarchia e gli altri preti. La seconda è stata la Costituzione italiana che non non considerava “una legge come le altre”, perché era il frutto dell’unica guerra degna d’essere combattuta: quella di resistenza contro i nazifascisti. Non si sbaglia a dire che tutte le battaglie di don Lorenzo hanno avuto come sfondo i principi di dignità, di libertà di uguaglianza e di sovranità popolare scritti nella Costituzione. A Barbiana la Costituzione non è mai stata un libro di testo al quale rivolgersi per qualche citazione. È stata la luce che ha guidato con sicurezza tutta la cultura nuova che Lorenzo impartiva ai suoi ragazzi di montagna. Una cultura che egli voleva diversa da quella dei “borghesi” e che si sarebbe certamente imposta con la sua freschezza quando i suoi ragazzi avrebbero posseduto la “parola”. Ed è stata la Costituzione quella che ha guidato la vita di don Lorenzo, nella sua triplice veste di uomo, di cittadino e di maestro. Solo i valori della Costituzione hanno potuto costituire quella novità, ancora oggi insuperata nel nostro paese, che è stata il fondamento della nuova cultura civile del maestro di Barbiana.


«Ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà»

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Nel Rampini che accusa il mite direttore di Avvenire di «lavorare per Putin» c’è il volto stravolto dell’Occidente: un Occidente che si dice culturalmente “cristiano”, senza più avere nulla a che fare con l’insegnamento di Cristo. Un Occidente che sta facendo di tutto per prolungare una guerra che sente sua, e che marginalizza e silenzia la voce profetica di papa Francesco che grida: «ogni giorno di guerra peggiora la situazione di tutti». Di tutti: degli ucraini e dei russi. Di ogni singolo corpo impigliato nel mostruoso tritacarne azionato da Vladimir Putin.

È lunga la storia del tradimento politico del Vangelo. Inizia la sera del 27 ottobre dell’anno 312: l’imperatore d’Occidente Costantino ha una visione, un sogno. Lo si può veder rappresentato proprio nel Palazzo dei papi: nella Sala di Costantino, iniziata da Raffaello e finita da Giulio Romano. Costantino vede la croce cristiana, intorno ha una frase in greco: «Con questo segno vincerai». Così fa mettere la croce sugli stendardi e l’indomani, a Ponte Milvio, massacra, in nome di Cristo, l’esercito di Massenzio. Riprende il controllo dell’impero, si converte al cristianesimo, lega per secoli la Chiesa al potere: e dunque alle guerre per le patrie e per le bandiere. È l’alleanza mostruosa tra trono e altare. Fino a Kirill, patriarca di tutte le Russie che benedice i cannoni di Putin nella terza Roma, Mosca.

La guerra nel segno della croce: «Signore nostro Dio, aiutaci a ridurre i loro soldati in brandelli sanguinolenti con le nostre bombe; aiutaci a ricoprire i campi ridenti con le sagome pallide dei loro patriottici morti; aiutaci a sopraffare il tuono dei cannoni con le urla dei loro feriti agonizzanti…». È la Preghiera per la guerra di Mark Twain, atroce parodia del cristianesimo americano: resa attuale dall’irresponsabile presidente americano, un cattolico. Fare la guerra nel segno di una croce che, nelle parole ispiratissime di Fabrizio De Andrè, fu usata per suppliziare «chi la guerra insegnò a disertare». Colui che avrebbe potuto farsi difendere da dodici legioni di angeli, e preferì morire: dicendo che chi di spada ferisce, di spada perisce. Dimenticando tutto questo, per secoli i cattolici hanno ucciso per la loro nazione: anche se cattolico vuol dire “universale”, perché nel nome di Gesù non c’è più schiavo o libero, giudeo o greco, donna o uomo (così san Paolo). Ma oggi un papa secondo il Vangelo lo grida a un Occidente che si dice “cristiano”: non c’è posto per i nazionalismi, nel cristianesimo.

L’aveva detto, nel 1965, quel gigantesco profeta che è stato don Lorenzo Milani. I cappellani militari della Toscana avevano definito «un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà». Milani risponde con L’obbedienza non è più una virtù: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto». È qua la ragione per cui chi davvero segua il Vangelo non si sente legato a una patria, a una nazione – all’Occidente. Perché si sente semmai dalla parte di coloro che – in quella patria, in quella nazione, nell’Occidente – sono sfruttati, oppressi, schiacciati. Non il territorio, i confini, la bandiera: ma la dignità delle persone. (Laicamente, Virginia Woolf aveva argomentato in modo non diverso, venticinque anni prima, parlando dell’impossibilità di sentirsi – come donna, e dunque umiliata ed esclusa – parte di quella patria che chiedeva il suo sostegno nella Seconda guerra mondiale). Non con il potere che massacra, ma con i massacrati di ogni giorno. Con la povera gente che perde comunque in tutte le guerre.

Le immagini delle mostruose esecuzioni compiute da reparti dell’esercito russo a Bucha dovrebbero suggerirci non la continuazione della guerra, con la sua inarrestabile strage di civili innocenti, ma una sua fine immediata. Avremmo bisogno non di più soldati, ma di più obiettori di coscienza. Avremmo bisogno di più disertori. Don Milani rimproverava così i cappellani: «Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo l’esempio e il comandamento del Signore è “estraneo al comandamento cristiano dell’amore” allora non sapete di che Spirito siete!».

Nel 1954, alla fine della guerra di Indocina, Boris Vian dedicò una canzone di rara potenza (in Italia tradotta da Giorgio Calabrese e cantata, tra gli altri, da Ivano Fossati) alla figura del disertore:

In piena facoltà
Egregio presidente
Le scrivo la presente
Che spero leggerà

La cartolina qui
Mi dice terra terra
Di andare a far la guerra
Quest’altro lunedì

Ma io non sono qui
Egregio presidente
Per ammazzar la gente
Più o meno come me

Io non ce l’ho con lei
Sia detto per inciso
Ma sento che ho deciso
E che diserterò.

E a tutti griderò

Di non partire più
E di non obbedire
Per andare a morire
Per non importa chi.

Per cui se servirà
Del sangue ad ogni costo
Andate a dare il vostro
Se vi divertirà

E dica pure ai suoi
Se vengono a cercarmi
Che possono spararmi
Io armi non ne ho.

Pochi giornali – tra i quali non per caso Avvenire, con Nello Scavo – hanno parlato dei disertori ucraini e russi: profeti disarmati che pagano sulla loro pelle un altro modo di essere umani. Forse l’unico che può salvarci: perché «ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà … Ci salva l’aviatore che la bomba non getterà», cantava ancora Fabrizio.


Il Natale e la speranza: attendersi l’inatteso  

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Confesso che, negli ultimi tempi, non di rado mi sorprendo a pensare che la principale ragione per cui deve esserci una vita oltre la vita è che tutta questa mostruosa ingiustizia non può averla vinta. Non se ne riesce a sostenere nemmeno la vista, e ogni sforzo per combatterla pare destinato al fallimento. Così, lo ha scritto Max Horkheimer, la teologia è «la speranza che, nonostante tutta questa ingiustizia che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola». Una visione altissima, vertiginosa: ma che fa correre almeno due rischi. Il primo è di collocarsi senza tentennamenti tra i giusti: assolti, e anzi giudicanti. Il secondo è di perdere ogni fiducia, e dunque ogni impegno, nella lotta quotidiana per la giustizia sulla terra.

È proprio il Natale, invece, a restituirci quella fiducia, grazie alla rinnovata forza con cui ci fa aderire a questo mondo: per quanto orribile, sfigurato, osceno. E tuttavia degno di fiducia, e di speranza.

Nessuno, forse, lo ha detto meglio di quella straordinaria intellettuale ebrea laica che è stata Hannah Arendt, in un celebre brano della Condizione umana (1958): «Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane dalla sua normale, naturale rovina è in definitiva il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “un bambino è nato per noi”».

È tutta immanente la fede della Arendt: fede e speranza «nel mondo». Nulla si rimanda a un altrove, o a un aldilà: la salvezza sta nell’incarnarsi. Cioè nel porre mano al cambiamento radicale: e prima al dubbio, al pensiero critico, alla rivolta. Non isolandosi, non chiudendosi, non fuggendo: ma compromettendo tutti noi stessi, la nostra carne sanguinante e dolente, nello sforzo, quotidiano e senza sconti, di essere più umani. Perché chi vorrà salvare (cioè risparmiare) la propria vita, la perderà: e chi invece sarà disposto a metterla in gioco senza riserva, ebbene proprio lui la salverà – come Gesù ricorda ai discepoli che lo trattengono dal salire a Gerusalemme, dove sarà ucciso.

Il Natale, dunque, come festa della vita compromessa, messa in gioco. Perché cosa altro è la nascita di un bambino se non un atto di fiducia e di speranza nella possibilità che quella vita cambi tutto? Il Natale come festa della luce che, nonostante tutto, non è vinta dalle tenebre: quel sol invictus che gli antichi celebravano nella prossimità del solstizio invernale. La festa di una umanità che contesta la morte, e che nel momento del massimo buio indica con fede e speranza (nel mondo, in se stessa) la piccola luce che resiste, e che inizia pian piano ad espandersi. Proprio come la vita di una bambina o di un bambino che viene al mondo. Per i cristiani è il Dio lontano e onnipotente che accetta di assumere carne, dolore e morte delle creature: insieme assumendone anche la capacità di sentire il calore del sole sulla pelle, il sapore del vino, la voglia di arrostire del pesce in riva al mare aspettando gli amici su una spiaggia (lo farà quel Bambino, ormai diventato adulto, subito dopo la sua resurrezione). Per tutte e tutti è il segno di un orizzonte creaturale che muta la paternità in fraternità, il dominio in condivisione, il possesso in custodia.

Il Natale, dunque, è il segno di una lotta per la giustizia non in un altro, ma in questo, mondo. Perché, scrive ancora Arendt, «il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità».

In un mondo sotto il tallone di una pandemia che non accenna ad allentare la presa, in una umanità che attraverso la sua mostruosa ingiustizia e diseguaglianza offre alla pandemia la possibilità di distruggerla, in un Paese schiacciato da una indegna oligarchia, senza politica e senza democrazia, è ancora possibile avere fede e speranza nel mondo? È necessario, ci ricorda Hannah Arendt. E la sua citazione letterale dal Vangelo cristiano, la “lieta novella”, suggerisce che è possibile amarlo, questo mondo.

La festa del Natale è, davvero per tutte e tutti, una festa che parla dell’essere nella carne: cioè la festa dell’abitare il mondo pienamente.

Non per caso Francesco d’Assisi amò in modo tutto speciale il Natale: perché in quel Bambino che veniva a compromettersi col mondo vedeva la massima realizzazione di quell’adesione totale alle creature che lo spinge a scrivere uno dei testi più alti della prima letteratura italiana in volgare. L’amore per la luna e per le stelle, «clarite et pretiose et belle» e quello per il fuoco «bello et iocundo et robustoso et forte», l’amore per il «vento, e per l’aria e per il cielo; per quello nuvoloso e per quello sereno, per ogni stagione». Una gioia di vivere proiettata verso la trascendenza del Creatore, e però capace di parlare, anche al più ateo, della bellezza fisica e sensuale del mondo che si tocca con le mani, che si vede con gli occhi del corpo.

La lieta novella è che siamo nati: che siamo qua, che possiamo agire contro «la naturale rovina» del mondo.

Davvero un indulto, una sospensione del pessimismo, una pausa nell’amarezza per quel che facciamo al pianeta e al genere umano. Un conflitto aperto contro tutta l’ingiustizia che sfigura la bellezza del mondo e dell’umanità. Un’occasione per tornare ad assumere lo sguardo dei bambini: candido e concretissimo insieme.

Questo, dunque, il Natale: una festa dell’amore per la vita, che non riesce ad essere distrutta dall’orgia consumistica, o dalla retorica dolciastra. Perché tutto travolge la verità rivoluzionaria per cui «ogni uomo è unico, e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità».

In homepage, Giotto, “La predica agli uccelli”, Musée du Louvre, Parigi


Al centro del Natale c’è la vita

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Solitamente tendo a non attingere alla Rete e ai social per imbastire le mie riflessioni. Consideratelo un atteggiamento un po’ snobistico, pure pericoloso, ma se avversare i populismi porta a costruire una torre eburnea, meglio sporcarsi le mani anche con dosi moderate di fanghiglia mediatica. Infatti. Chi ha postato immagini dei bivacchi familiari di fronte ai muri e al filo spinato, lì per impedire un transito legittimo verso speranza e vita, affermando che queste sono le iconografie autentiche del Presepio in questo 2021, mi dà sicuramente da pensare.

Può apparire banale o scontato, ma quantomeno è il recupero di un elemento tradizionale del cristianesimo secondo dei parametri che non prescindono dai contenuti biblici. Perché proprio per traduzione visuale dei testi neotestamentari Francesco d’Assisi propose agli abitanti di Greccio una lettura animata e vivente della nascita del Cristo: il Presepio nasce per l’intuizione di riportare l’evento là dove esso si verificò, confuso tra le storie quotidiane e le vicende esistenziali di un popolo intero, indaffarato a suo modo mentre si compie il miracolo indicibile di un nuovo essere umano che giunge in mezzo a noi. Che questo bambino sia da identificare come il Figlio di Dio può andare in secondo piano: il senso laico del Natale sta nel celebrare la vita – umana e non solo – come proposta di riferimento etico imprescindibile La Natività illustrata dal Nuovo Testamento si colloca solo per alcuni elementi in un ambito strettamente storico, proponendo invece, come è in uso nella cultura ebraica, una narrazione che mira a definire significati, non mere verità razionali. Senza escluderle o disprezzarle: piuttosto perseguendo la prospettiva dei significati esistenziali, che abbisognano di un patrimonio simbolico per esprimersi.

Qui la crisi dei linguaggi con una prospettiva metafisica e ermeneutica o semplicemente artistica si fa sentire. Un’amica – ancora sui social ‒ fa riferimento al mito fondativo del peccato originale raccontandolo in chiave positiva, come il primo atto di disobbedienza, dovuto e lodevole di fronte al potere rappresentato dal divino. Lettura legittima: ma mi chiedo se comprenda la differenza tra le divinità dell’Olimpo, a cui Prometeo sottrasse il fuoco per donarlo agli umani, con il Dio della tradizione ebraica, il quale va identificato con una dimensione di amore assoluto nei confronti di donne e uomini. Non a caso al peccato delle origini segue l’omicidio di Abele e una lunghissima storia di sperequazioni, violenze e oppressioni. Non si sta solo disobbedendo a una figura di controllo e giudizio: ci si sta sostituendo ad essa, si vuol diventare il dio degli altri, assumendo la verità personale come Verità in quanto tale, da imporre al mondo. Si sostituisce la com/passione con l’egotismo. Le persone che non sono io o le mie propaggini sono funzionali al mio potere. Non è autonomia di pensiero, è scelta consapevole del dominio da esercitare sugli altri. È libera – e incontestabile ‒ scelta di chiunque avversare il concetto di Dio: ma si sappia conoscerne gli elementi, prescindendo, almeno in parte, da quel che i seguaci di quel pensiero teologico sanno o vogliono mettere in atto a riguardo.

Non sono certo il primo a pensare che la crisi del cattolicesimo sia legata – tra l’altro – a non aver preso sul serio il dettato del Concilio Vaticano II, patrimonio che abbiamo – a fatica – tutelato e difeso come una roccaforte, quando era piuttosto stazione di partenza, cantiere per edificare la Chiesa che deve essere, non quella che vogliono le gerarchie. Il dettato conciliare passa anche per l’indicazione che si deve tornare alla Scrittura nel rigore delle analisi strutturali, con gli elementi di demitizzazione che ci consentano di confrontarci con i presupposti storici senza gettare, con le sovrastrutture, il potenziale comunicativo radicalmente umano della Rivelazione. Il messaggio al di là del messaggero, che può avere i suoi limiti culturali e va continuamente ripensato. La strada sarebbe stata quella di formare, spiegare, aprire, per consegnare a credenti intelligenti, critici, sensibili, gli strumenti per discernere una tradizione fasulla da ciò che invece è capace di veicolare ancora delle verità a misura di donna e uomo, secondo la dinamica di un Dio che, se si mette in comunicazione con loro, lo fa per renderli più liberi, intelligenti e felici. Un Dio che non reprime o opprime, ma promuove e fa crescere: in un darsi di amore verso tutto ciò che vive, non certo solo nei confronti di coloro che gli credono, gli obbediscono, si inseriscono nelle confessioni e nelle chiese.

Se rileggo i testi dei Vangeli di Matteo e Luca con occhio attento trovo tutt’altro che una vicenda edulcorata, infantilista per incapacità di conoscenza e maturità, segnata da una ingenuità disarmata. Ci scopro il dato di un potere che vuol contare le persone, ridurle a mero elemento di produzione e consumo: e ci trovo, al contrario, un Dio che si spoglia dei segni della divinità funzionali a chi vuol divinizzare la propria autorità. Un Dio che non nasce nei palazzi regali, neanche nelle dimore garantite o nel conforto pure legittimo: un povero tra i poveri. Un Dio bambino escluso, minacciato, inteso fin da subito come il pericolo della Verità proprio da coloro che per primi dovrebbero servirla. Un Dio riconosciuto dagli irregolari, i marginali, gli impediti, i fuori regola, i deviati. Come – insieme ai molti altri che Gesù incontrerà e a cui insegnerà il senso della dignità possibile contro il giudizio dei benpensanti – erano considerati i pastori. Poi ci sarà chi pretenderà di regolamentare, placare e accomodare il contenuto critico del Nuovo Testamento, a servizio dei re e degli imperi. In parte ci riuscirà, con conseguenze rispetto all’ideale di riferimento assolutamente nefaste. Sorvegliando e neutralizzando le sovversioni possibili, a partire da questa idea così destabilizzante che il Dio dei cristiani non desidera fare commercio e avere potere sugli esseri viventi, anzi, ti spiega come resistere a chi lo esercita (purtroppo anche a suo nome).

Il Vangelo del resto non si fa addomesticare. È comunque ruvido e aspro per chi lo ascolta, in particolare nei contesti dell’abitudine o del deliberato fraintendimento. Del fenomeno di un cattolicesimo senza Vangelo, e quindi senza Gesù Cristo, ho già trattato in questa sede (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/12/24/buon-natale/) . L’unico modo per sconfessare tali soggetti è leggerlo sul serio, questo libro. Studiarlo un po’, con rigore. Se ne trarrebbe giovamento, come con tutti i libri che hanno il potere di far pensare, di far sognare, di accreditare un linguaggio di poesia. 

Quindi, sì: Gesù lo si può riflettere in quei contesti in cui si disprezzano le persone a causa del profitto, si discrimina, si tiene qualcuno al di là di un muro. Dove si insegna che la morale cristiana corrisponde a quella borghese, giudicante e escludente, il Vangelo assesta un colpo pesante con «i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno dei cieli»: dove si benedicono portaerei e bandiere militari ci viene ricordato che non si dà autorità con la forza, ma solo nel rispetto che esprime l’amore. Dove si fanno morire persone e ideali sull’altare del profitto (non solo economico) massimizzato ad ogni costo, Gesù ricorda che le persone valgono assai più delle cose e a chi mette un prezzo agli esseri viventi si può rispondere con la poesia del Vangelo:

Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! (Matteo 10,26-31).

 Nella verità saranno annientate le dominazioni e gli imperi di questo mondo: e ci sono verità che non possono essere uccise. C’è chi ha il potere di annientare i corpi, ma non si può uccidere la libertà delle identità, delle lotte, dei sogni. La resurrezione ha il potere di disinnescare gli strumenti del potere, in primis la violenza che conduce a morte: e tale resurrezione non è questione che riguardi solo i cristiani o i credenti. La metafisica dell’esistenza genera domande che producono evoluzione. E quindi crescita e libertà.

Se il Natale – al di là della menzogna collettiva che siano denaro, consumo e mercato a garantire la felicità – sarà quello che intende il Vangelo, anche letto al di fuori della fede, ci sentiremo ricordare che l’esistenza umana ha un valore incalcolabile. In questo momento storico mi sembra non ci sia idea più sovversiva, più urgente, più di conforto e resistenza di questa.

In homepage “Presepe di Greccio”, rievocazione 2019, da https://comune.greccio.ri.it

 


«Non posso respirare»: in morte di George Floyd

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Un uomo muore e rantolando cerca di gridare i motivi per cui ciò accade. «Non posso respirare». Implora, chiama sua madre. Proiettandosi nella difficile immagine della nostra morte personale possiamo immaginare che potrebbe essere quanto noi stessi ci troveremo a dire o urlare.

Nella fattispecie l’uomo che muore è a terra e ha il ginocchio di un altro uomo che gli schiaccia la gola. Quest’ultimo ha l’uniforme da poliziotto. Dovrebbe custodire e proteggere. L’uomo a terra è innocente, non ha fatto niente di male: è nero, il poliziotto è bianco.

La memoria collettiva è sempre più tessuta di immagini, con le conseguenze del caso: restano in testa forse non quanto occorrerebbe per una sensibilità storica determinante. Ce lo chiediamo in molti, spesso: riusciremo a fare degli eventi che si succedono uno dietro gli altri una tessitura di significato? La foto di George Floyd che sta morendo sull’asfalto di una strada di Minneapolis segna un passaggio: sappiamo bene che raffigura un sopruso più volte ripetuto, denunciato senza che questo abbia mai del tutto cambiato le cose. Ma questa volta l’immagine ha colpito l’immaginario collettivo. Non sappiamo se farà storia, ma ha mosso indignazione, da qui si muove un ulteriore che non conosciamo.

«Non posso respirare». Un testo fondamentale del cristianesimo si può capire meglio proprio a partire da questo lamento. Nel vangelo di Matteo Gesù pronuncia un lungo discorso che inizia con un versetto famoso: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli». La beatitudine non indica una condizione di privilegio, una felicità esclusiva. Le condizioni delle beatitudini non lo fanno certo pensare. Siamo di fronte a un’armonia che sembra impossibile, ma è quella dell’essere amati, la coscienza del diritto che si afferma nonostante tutto. Un diritto che è quello fondamentale ad essere amati. Se nessun altro lo fa, Dio si. Una beatitudine che richiama alla fede: chi non ce l’ha, sa bene però che ciò è radicalmente vero. Infatti in verità non è questione di fede o no: è questione di coscienza. Per molti secoli si è chiosato su quel «in spirito»: si può essere poveri, in sintonia con Dio, anche se il portafoglio è gonfio, perché lo spirito colloca su di un piano diverso da quello della realtà, aliena dal mondo di tutti. La spiritualizzazione dei testi della Bibbia ha sottratto molto alla comprensione di un testo fortemente radicato nella concretezza, in un contesto estraneo alla metafisica.

Il Cristo si riferisce alla privazione dello spirito/respiro: il soffio di vita che prorompe dai polmoni è il segno dell’esistere e questo dimostra la presenza di Dio. Dove è presente il Vivente la vita è garantita. Il povero di fiato, incurvato dal peso del dolore secondo l’immagine anticotestamentaria, è schiacciato a terra, qualcuno gli spinge la faccia contro il suolo impedendogli di respirare. A chi è in questa condizione di annientamento è dichiarato il possesso del «Regno dei cieli»: questa espressione indica il governo che Dio vuol imprimere all’esistente, riconducendolo a quella tenerezza con cui Egli stesso l’ha creato. L’autorità della compassione contro il potere della forza. Al di fuori di una Parola incarnata nella povertà, Ella stessa fatta oggetto di ingiustizia e destinata a una morte che toglie il fiato come quella in croce, questo passaggio dell’autorità sul mondo ai poveri è incomprensibile. Quel che non si capisce secondo le logiche del mondo diviene credibile secondo l’intelligenza che ti consegna l’amore.

L’immagine del vangelo di Matteo è drammaticamente attualizzata dalle immagini di George Floyd, a cui spegne il motore del vivere un uomo che asseconda da servo le dinamiche peggiori del potere suprematista. Floyd appartiene a una popolazione impoverita, economicamente e nel diritto, nonostante sia parte della nazione più potente del mondo. Incarna il destino di chi è stato reso povero nella dignità per una catena storica di pregiudizio e di segregazione, le cui motivazioni, uscite dal novero delle leggi, vi rientrano dalla fogna di quella parte del sentire popolare che ha messo alla guida degli Stati Uniti un presidente esplicitamente appoggiato dal Ku Klux Klan. Genti a cui è sottratto lo strumento della cultura: che non sanno futuro, quindi.

Come rendere possibile quel legittimo governo della storia che spetterebbe a coloro che ne hanno il diritto? Qualcuno questo diritto lo fa scaturire dal Vangelo: altri dal senso della giustizia che ci fa pensare che chi è privo del potere dovrebbe esercitarlo, sperando che da questa condizione apprenda la capacità di farlo per tutti. Il come in realtà dovremmo conoscerlo, si chiama democrazia.

Le immagini, dicevamo. Nella marea di quelle che hanno seguito quella dell’assassinio di Floyd ne identifico una: il vescovo Mark Seitz, della diocesi di El Paso in Texas, che con i suoi preti si inginocchia nella posa di protesta degli afroamericani durante l’esecuzione dell’inno nazionale americano, gesto che sta assumendo una virtualità globale. Lo hanno fatto per nove minuti, tanto quanto è durata l’agonia di George. Molti pensano che troppi tra noi preti si inginocchiano di fronte ai poteri di questo mondo. I miei confratelli di El Paso sono tutti abituati a inginocchiarsi come me davanti ai segni della presenza del divino, presumo. Questa volta ciò coincide con la protesta per chi muore ingiustamente. Un gesto per noi usuale si riveste di una sacralità indiscutibile, e luminosa.

Possiamo essere tutti seme di qualcosa di nuovo, di qualcosa di diverso. Basta saper decidere se accanto a una persona che muore si sta in ginocchio in soggezione a chi lo sta uccidendo e alla sua forza o inginocchiati con pena e compassione, solidali.

In una citazione celeberrima dal suo Servabo, Luigi Pintor ci spiega bene in quale atteggiamento: «Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi».


Buon Natale?

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Qualche anno fa la Corte Costituzionale degli Stati Uniti si vide sottoporre un quesito apparentemente paradossale. Un cittadino chiedeva se fosse legittimo che in uno stato laico si facesse festa per una ricorrenza a carattere religioso come la nascita di Gesù Cristo, assolutamente confessionale. La risposta fu precisa: in realtà il Natale non è più da tempo una festa cristiana, meno che mai conserva un significato religioso. Quindi è ormai una festa civile.

Nella faticosa identificazione di una identità la problematica religiosa non è da poco. Non tanto dal punto di vista strettamente personale, sul cui piano si può avere il massimo della serenità sia nel professare una fede sia nel constatare di non averne affatto: quanto sul piano culturale e sociale, quindi politico. Perché la questione è propriamente questa: come valutare l’identità religiosa di chi ne professa una quasi totalmente scollegata dai contenuti oggettivi di quella stessa confessione? In altre parole, sto riflettendo sul dato dei molti cattolici che sono cristiani disattendendo clamorosamente il dettato evangelico. Cristiani senza Cristo, cattolici senza sapere cosa realmente ha detto Gesù.

La questione non è nuova. Da sempre i fedeli di una chiesa sono variamente giudicati dall’esterno per come mettono in pratica i valori che professano: giustamente si è molto critici verso chi si comporta con l’ipocrisia di chi dice ma non fa o fa all’opposto. Anche Gesù parla spesso di ipocrisia, definendola come uno dei pericoli peggiori corsi dalla coscienza umana. Già, la coscienza. Ci si continua ad appellare ad essa. Ma: cosa la forma? In riferimento a cosa? C’è modo di definirne i contenuti su di una base comune? Quel che si agisce in nome della propria identità religiosa può diventare normativo per tutti? E quando le proprie convinzioni sociopolitiche le si fanno scaturire direttamente dalla volontà divina, come ci si deve porre? Soprattutto quando, come si accennava, quel divino non somiglia per niente a quanto ci sembra di capire, come si può capire dove smascherare l’inganno, confutare chi spaccia il cattolicesimo come ideologia classista, razzista, maschilista, neoliberista?

Per un credente il riferimento diretto è ai contenuti della Rivelazione della propria confessione, espressi nel Testo sacro. E quando questo Testo non lo si conosce? Già don Lorenzo Milani parlava in Esperienze pastorali del fallimento di una Chiesa che ha avuto a disposizione gli strumenti della formazione di massa (scuola, mass media, istituzioni civili) senza riuscire veramente a formare, a far conoscere i contenuti autentici del cristianesimo. Forse perché si è provato a indottrinare per fare proselitismo, piuttosto che a dare alle persone strumenti formativi per la coscienza. Milani aveva compreso il radicale senso critico che spira dalla Scrittura: un cristianesimo che non forma ad esso, costruendo sulla libertà di ermeneutica, sconfessa se stesso perché non ha sufficiente fede nella Parola, nella sua capacità di indirizzare alla verità. Verità peraltro compresa, ma mai posseduta, nel contempo: il di più di Dio rispetto all’umano sta nell’intangibilità di una verità che non può essere proprietà assoluta di nessuno. Proprio perché è da Dio essa è comune a chiunque la voglia raggiungere, non la si possiede totalmente in questa dimensione dell’esistenza. Questa trascendenza della verità salva dal fondamentalismo e rimanda a una visione dell’umano che non consente suprematismo di sorta. La verità, afferma il vangelo di Giovanni, sta al centro del rapporto con la libertà e l’amore. E proprio queste tre dimensioni dell’essere fondano lo spirito critico.

Critici quindi verso ogni fenomeno umano, si deve tornare alla radice di ogni pensiero religioso attraverso una lettura (critica) dei testi sacri. E qui si capisce quel che teorizza, nel proprio ambito, la Corte Costituzionale degli Stati Uniti. Nella vicenda umana di Gesù Cristo c’è poco di quanto corrisponda al sentire dei più riguardo alla stagione natalizia. Che rapporto può sussistere tra la storia di un giovane maestro di pace, capace di insegnare con mansuetudine, ma pure con forza e passione, estremamente determinato contro le condizioni di cattività e di menomazione a cui sono sottoposti gli esseri umani e la sacralizzazione del potere economico, che distingue, discrimina e maledice la povertà? L’uomo nato e vissuto povero, partorito in una stalla e morto nudo della morte degli schiavi ribelli sulla croce, che ha a spartire con le ritualità dell’opulenza e gli indottrinamenti sul significato assoluto del lusso?

Gesù è stato capace di sfidare a più riprese i poteri teocratici che indirizzavano la cultura del suo paese e la sua tradizione religiosa, le autorità che  reggevano le fila della morale collettiva anche non solo riguardo alla fede, ma pure sul piano sociale e politico. Nonostante il potere imperiale di Roma, l’autonomia etico religiosa del regno di Israele era reale. Non a caso daranno atto i romani a quel che stabilisce il Sinedrio riguardo all’esecuzione di Gesù. E l’impero stesso di lì a non molto si dovrà confrontare con il pensiero sovversivo dei suoi seguaci. Prima di imbrigliare questo pensiero decretandolo religione di stato.

Quel che di conformistico sta nelle sociologie odierne è decisamente sconfessato dall’insegnamento di chi trascorrerà l’esistenza a recuperare fuori dai recinti sacri, a vivere feste e banchetti con chi veniva considerato indegno del sacro, ad annunciare un divino tessuto di umano, ma non per questo meno trascendente. Gesù che senza usare violenza dà una schiaffo a mano aperta alla cultura della borghesia del suo tempo dichiarando che le prostitute e quei servi di Roma che erano i pubblicani (per questo insieme alle prime esclusi dal Tempio, decretati fuori casta dal perbenismo di sempre) passeranno avanti a scribi e farisei, le élites socio religiose del suo tempo, nel Regno che deve venire. Un Regno costruito su giustizia e misericordia, mai separate tra di loro: su tenerezza e forza, una forza che agisce con tenerezza e questa capace di resistere alla violenza del potere: su bellezza e fragilità, ed esse si illuminano a vicenda.

Nel biglietto di auguri della mia comunità cristiana, a Sant’Andrea in Percussina sulle colline del Chianti, dove Machiavelli scrisse Il Principe, ho riportato il racconto di Luca, con il messaggio riguardo alla nascita di Gesù che giunge ai pastori (2,8-12). «C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore”». Ci ho voluto aggiungere un haiku, un componimento poetico di Jorge Luis Borges, nel tentativo, usuale per me, della possibile sintesi tra parola umana e parola divina: «Sopra il deserto avvengono le aurore. Qualcuno lo sa».

I pastori erano a loro volta fuori categoria, oggetto del disprezzo farisaico. In questa esclusione, il Dio incarnato si rivela. Se continuiamo a sapere e vivere questo, custodire e testimoniare tale consapevolezza, siamo araldi di futuro, consolatori non stucchevoli, fautori di gioia, contestatori di ogni status quo doloroso e iniquo.

Questo è Natale. Auguri, quindi.


Bella Ciao e il Magnificat

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Il 26 novembre Massimo Gramellini ha dedicato il suo quotidiano caffè sul “Corriere della Sera” alla stigmatizzazione del parroco pistoiese don Massimo Biancalani, reo di aver cantato in chiesa, dopo una funzione religiosa, “Bella Ciao”.

Non so quale idea Gramellini abbia del Vangelo. Io l’ho sempre letto come una promessa di resurrezione da ogni oppressione: a partire da quella della morte. Esso contiene il più antico canto rivoluzionario – il Magnificat di Maria –, dove il Signore viene esaltato per aver «abbattuto i potenti dai troni» e per aver «esaltato gli umili», per aver «rimandato i ricchi a mani vuote» e aver «saziato gli affamati». È un programma ancora sovversivo: quando Giovanni Paolo II visitò l’Argentina del regime militare, quei versetti furono censurati dall’esecuzione collettiva del Magnificat. La Madonna, oggi violentata dalla retorica dei nuovi fascisti, era allora stata censurata in nome del dio mercato. Anche Bella ciao è un canto degli oppressi, che dalle mondine passa ai partigiani e oggi è un canto globale: dalla fiction della Casa de Papel alla dura realtà di Kobane, dove la si canta in curdo. In chiesa, Bella ciao è a casa sua: anche se il ricco, il cardinale o il “Corriere della Sera” aggrottano le ciglia. Anzi, a maggior ragione.


Il presepe e l’umanità tradita

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«Te piace ‘o presepe?? No!». Guardando la fotografia in cui lo sguardo bestiale di Calderoli e il sorriso da marketing della paura di Salvini abbracciano la rappresentazione della nascita del Dio dei poveri e degli ultimi viene da rispondere come Nennillo al padre Luca Cupiello: no, quel presepe non mi piace affatto.

Negli spazi pubblici delle nostre città si moltiplicano in questi giorni i presepi. Nella mia Firenze, il presidente del consiglio regionale della Toscana, Eugenio Giani (Pd), ne ha fatto realizzare una mostra nella sede del consiglio, e ha teorizzato: «Con la mostra dei presepi in Consiglio regionale lanciamo un messaggio politico istituzionale, perché il presepe è al centro della nostra tradizione e deve caratterizzare gli spazi pubblici». D’altra parte, l’esempio viene dal vertice della Repubblica: il 12 dicembre il presidente Sergio Mattarella ha inaugurato al Quirinale, la casa di tutti gli italiani, un grandioso presepe materano. E durante il discorso alla nazione del 2015, alle spalle di Mattarella era stato disposto a favore di telecamera un presepe napoletano sotto una campana di vetro.

Ebbene, sia come cittadino di uno stato laico sia come cristiano credente e praticante credo sia un errore grave.

Naturalmente nella propria casa ognuno si comporterà come crede, e molti non credenti sceglieranno magari di farlo, il presepe: per celebrare la propria umanità attraverso un segno carico di significati connessi alla storia familiare e all’infanzia, come spiega con grazia ed erudizione Maurizio Bettini nel suo delizioso Il Presepio. Antropologia e storia della cultura, appena uscito da Einaudi.

Ma gli spazi pubblici, le parole e i gesti dei responsabili delle istituzioni e soprattutto le scuole (le scuole, dove si diventa cittadini della Repubblica) sono un’altra cosa: dove di sacro c’è la laicità dello Stato, delle sue sedi, dei suoi rappresentanti. L’ultima discussione dell’assemblea Costituente (sotto Natale: il 22 dicembre 1947) riguardò l’opportunità di menzionare Dio nella Costituzione. Ma nemmeno il cattolicissimo Giorgio La Pira, che aveva avanzato quella proposta e poi la ritirò con encomiabile senso dello Stato, pensava a una formula cristiana: «L’importante è di non fare una specifica affermazione di fede, come è nella Costituzione irlandese: “In nome della Santissima Trinità”», disse.

Oggi non solo il discorso pubblico è lontano anni luce da quella grazia, ma il presepe e il crocifisso vengono branditi come simboli identitari – simboli “italiani”, che dunque devono venire “prima” – da seminatori di paura e d’odio. Matteo Salvini pochi giorni fa ha dichiarato: «Chi tiene Gesù Bambino fuori della porta della classe, non è un educatore». Ecco il punto: il ricatto politico, la strumentalizzazione bieca, il ribaltamento di ogni più elementare evidenza. Come si fa a educare mancando di rispetto ai bambini che si vorrebbero educare? Qualche anno fa, un meraviglioso ristoratore fiorentino fece rimuovere i suoi mirabili prosciutti dal soffitto dalla stanza in cui un suo amico ebreo avrebbe festeggiato la laurea: senza che nessuno glielo chiedesse, come atto di accoglienza, rispetto e amore verso chi considera il maiale un animale impuro. Sono gli stessi altissimi moventi che dovrebbero indurci a togliere ogni simbolo religioso dai luoghi che appartengono anche agli italiani non cristiani: che non sono ospiti, ma padroni di casa quanto lo sono i cristiani. Fin qua gli elementari rudimenti di una laicità che non abbiamo mai imparato a praticare e ad amare.

Ma per un cristiano c’è dell’altro. Quando don Lorenzo Milani toglieva il crocifisso dall’aula in cui faceva lezione, spiegava: «Se uno mi vede eliminare un crocifisso non mi darà dell’eretico, ma si porrà piuttosto la domanda affettuosa del come questo atto debba essere cattolicissimamente interpretato perché da un cattolico è posto» (1953). Quando il Consiglio di Stato francese ha detto che l’esposizione del presepe in luoghi civici non lede la laicità dello Stato (2016), l’ha motivato constatando che non si tratta di un simbolo religioso, ma di un puro arredo tradizionale. Parole che ricordando quelle con cui la Conferenza episcopale italiana difese a spada tratta l’esposizione nelle aule del crocifisso, definito dai vescovi: «non solo simbolo religioso, ma anche segno culturale» e «parte del patrimonio storico del popolo italiano». Davvero il Dio fattosi carne, debolezza e povertà per vivere e morire con gli uomini si può ridurre a un segno culturale e identitario, tra il made in Italy e la pizza? E come si può degradare la scandalosa follia d’amore universale della Croce a valori come la cultura, la storia e l’identità di un singolo popolo?

Francesco inventa il presepe a Greccio, nella notte di Natale del 1223: e, come ha argomentato Chiara Frugoni, la creazione di una nuova Betlemme in Italia equivaleva a una presa di distanza dalle crociate per “liberare” la vera Betlemme. Il presepe nasce come un programma di pace, apertura e amore che nega alla radice l’idea che un’identità religiosa possa essere usata per definire un “noi” contro gli “altri”.

Per questo Salvini che brandisce il presepe come strumento di odio è, letteralmente, una bestemmia.

In questo Natale 2018 un italiano che creda al Vangelo e nella Costituzione non può che far sue le parole del Baobab di Roma, luogo di accoglienza per migranti che vagano in cerca di un albergo proprio come la Sacra Famiglia nella notte di Betlemme. Un luogo simbolo che Salvini ha perseguitato, sgomberato, attaccato in ogni modo. Pochi giorni fa, Baobab ha raccontato l’incontro con cinque migranti: «due donne in attesa, una al sesto mese. Avvolti nelle coperte che siamo riusciti a recuperare, riescono a raccontarci qualcosa della loro vita. Sul pavimento freddo, ghiacciato della stazione Tiburtina queste cinque anime hanno voluto raccontarci, felici, che ce l’hanno fatta». E hanno aggiunto: «Noi non facciamo il Presepe, noi siamo il presepe».