Un pericoloso criminale

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 Non c’è niente che faccia più arrabbiare alcune mogli che il ritardo dei mariti a pranzo. Erano poco dopo le 12 di mercoledì 15 settembre a Bussoleno, Valle di Susa, paese di residenza di Emilio Scalzo. La mattinata stava vivendo quel clima tipico settembrino incerto, sospeso fra sole e nuvole. E così che diventa anche il tempo di attesa di Marinella, “sospeso”, con la tavola apparecchiata e il cibo pronto. Dalla stradina l’unico rumore che arriva è un flebile miagolio: un gatto, probabilmente finito in qualche buco, in un anfratto non riesce più a uscire. Marinella decide di mettere fine a quel lamento e chiede a Emilio di intervenire e aiutare l’animale a uscire dalla trappola nella quale si è cacciato. Non poteva immaginare che in fondo alla strada si stava per aprire un’altra trappola. Due auto civetta e altre due volanti della polizia stavano aspettando Emilio. Ammanettato e caricato su una volante, Emilio sparisce nel nulla.

Marinella aspetta, telefona all’avvocato il quale è all’oscuro di tutto. Trascorrono un paio d’ore prima di venire a conoscenza di un mandato di arresto europeo con richiesta di estradizione in Francia. L’accusa: aver aggredito un gendarme francese durante una manifestazione per i migranti al confine fra Clavière e Monginevro. Il giorno dopo, il 16 settembre la convalida dell’arresto ed Emilio viene trasferito al carcere delle Vallette di Torino. A fine mese, il 29 settembre ci sarà un’altra udienza per decidere sull’estradizione. La misura cautelare in attesa del processo in Francia dovrà essere convalidata dalla Corte di appello. Il difensore esporrà la situazione del suo assistito (facendo riferimento anche a processi in corso ad ottobre in Italia, una situazione che si profila di fatto ostativa per una estradizione).

Marinella è abituata a tutto, anche vedersi arrivare Emilio senza scarpe perché ha lasciato le Timberland a qualche migrante al quale servivano per tentare di attraversare il confine. Magari a pieni nudi ma tornava.

Emilio è molto noto per aver trascorso tutta una vita di lavoro in piena rettitudine, pescivendolo ai mercati nei paesi della valle (https://volerelaluna.it/tav/2020/12/09/a-testa-alta-dalla-sicilia-alla-val-susa/). Conosciuto per la sua generosità per il suo altruismo e anche, sì, per il suo impegno nel movimento No Tav e per l’incontenibile naturale bisogno di allearsi con le persone più fragili, in questo caso i migranti, e aiutarle (due colpe, evidentemente, imperdonabili). È notizia di giovedì 16 settembre che altri due migranti afghani hanno rischiato la vita precipitando di notte nel lago artificiale nella diga di Rochemolles (Bardonecchia). Sono riusciti a uscirne da soli, si sono trascinati fino a un rifugio e, immediatamente soccorsi, sono stati portati all’ospedale di Susa. Un ragazzo di trentacinque anni è stato successivamente portato al Cto di Torino per emorragia celebrale. È una delle tante storie che ci sono su questi valichi alpini. Una di quelle storie dove Emilio non si sentiva di girarsi dall’altra parte.

Intanto in tutta la valle sono in molti a commentare l’arresto sbalorditi. La richiesta di estradizione richiama facilmente reati pesanti, nomi di malavitosi, mafia, traffici di droga. Da quando la notizia è diventa pubblica sono molti gli avvocati di Torino e non solo che si sono cercati in un tam tam per commentare. «L’estradizione del cittadino italiano verso l’estero è un caso limite perché sia la Costituzione che il codice penale la consentono soltanto se prevista da una convenzione internazionale. Ora il Mae, il mandato di arresto europeo, sembra consentirlo ma è incredibile che venga utilizzato per reati simili».

La straordinaria storia di Emilio Scalzo è descritta nel libro di Chiara Sasso A Testa Alta (Edizioni Intra Moenia, 2020, con introduzione di Livio Pepino e postfazione di Nicoletta Dosio) che può essere ordinato anche all’indirizzo emilio.atestaalta@gmail.com (con incasso devoluto alla cassa del movimento No Tav).

 


Tigro Libero!

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Chi è Tigro? Un vecchio gatto di 15 anni un po’ malfermo in salute. D’accordo, ma cosa c’entra con il TAV? C’entra, c’entra. È, però, una lunga storia.

Al principio c’è la vicenda giudiziaria di Dana, militante No Tav, condannata a due anni di reclusione perché, nel corso di una manifestazione nella quale veniva «occupata l’area del casello di accesso all’autostrada Torino-Bardonecchia e venivano bloccate con nastro adesivo le sbarre di pedaggio, ponendosi alla testa dei manifestanti, con l’utilizzo di un megafono intimava agli automobilisti di transitare ai caselli senza pagare il pedaggio indicando le ragioni della protesta» (così la sentenza 28 marzo 2017 del Tribunale di Torino) (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/18/dana-la-vendetta-del-tav/): condanna per un’imputazione (violenza privata) piuttosto fantasiosa e, comunque, di entità assolutamente abnorme (https://volerelaluna.it/tav/2020/11/02/dana-i-giudici-e-lordine-costituito/). Ma non basta. Come abbiamo più volte scritto su queste pagine, la vicenda si è arricchita, in fase di esecuzione, di altri aspetti a dir poco kafkiani. A Dana infatti, seppur incensurata e dedita a un lavoro stabile e documentato, è stata inizialmente negata ogni misura alternativa con la singolare motivazione della sua mancata presa di distanza dal Movimento No TAV (pur in un quadro di revisione critica «delle modalità con le quali porre in essere la lotta per le finalità indicate») e del fatto che il suo luogo di residenza era prossimo all’epicentro dell’opposizione alla linea ferroviaria Torino-Lione (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/18/dana-la-vendetta-del-tav/). Solo dopo oltre sette mesi di carcere, poi, Dana ha ottenuto la detenzione domiciliare a Torino, con possibilità di uscire dall’abitazione per recarsi al lavoro, ma con espresso divieto di «frequentare persone che le Forze dell’ordine indichino come esponenti del centro sociale Askatasuna o del Movimento No Tav» (così l’ordinanza 14-15 aprile 2021 del Tribunale di sorveglianza di Torino). Dana si è dunque trasferita da Bussoleno a Torino, dove oggi vive e lavora.

E qui entra in scena Tigro. Dana ha, infatti, due gatti, che ha portato con sé a Torino. Uno di loro è, appunto, Tigro che, oltre ad essere anziano, soffre di disturbi alla tiroide. Al manifestarsi di episodi di sofferenza, Dana ha chiamato il suo veterinario, che si è dichiarato disponibile a venirlo a visitare, fissando anche la data. A ciò ha fatto seguito la richiesta di autorizzazione all’assistente sociale dell’Ufficio esecuzione penale esterna che, a sua volta, l’ha girata al giudice competente. Tutto semplice e lineare, sembrerebbe, salva la macchinosità dei passaggi previsti per una questione di minima entità rispetto alle molte che – è dato pensare – incombono quotidianamente su un magistrato di sorveglianza. E invece no. Il veterinario di Tigro ha, infatti, un difetto insuperabile: lavora e abita in Val Susa! E questo vizio di origine non gli consente di visitare e curare il suo paziente a quattro zampe. Il magistrato di sorveglianza, infatti, è inflessibile e, con provvedimento vergato a mano in calce alla richiesta, «autorizza unicamente la detenuta domiciliare a uscire dal domicilio previo avviso alle FF.OO circa l’orario di uscita e di rientro per portare il proprio animale domestico in un ambulatorio di sua scelta nel comune di domicilio». Proprio così! La notizia la dà Dana che posta sui social questo messaggio:

Come siamo messi… Il Tribunale di sorveglianza boccia la mia richiesta di far entrare in casa il veterinario di Tigro (uno dei miei due gatti). La richiesta è stata fatta perché il mio piccolo peloso non sta molto bene. Il magistrato (sempre lei) afferma che posso trovarmi un veterinario a Torino, e portarcelo (il veterinario ovviamente è valsusino e gentilmente sarebbe sceso in città per visitare il suo paziente). Ora che mi è ben chiaro, alla luce degli ultimi mesi, quale sia stato l’accanimento a me riservato in quanto pericolosa No Tav, non riesco a concepire come tale atteggiamento possa venir applicato anche a un animale domestico. Un gatto, per di più anziano (15 anni), che quindi di reati contro l’ordine e la sicurezza difficilmente ne commetterà. Il veterinario di valle farà i dovuti passaggi di consegne con un nuovo veterinario, ma resta il fatto che per Tigro sarebbe stata l’opzione migliore continuare ad essere curato da chi conosce e nell’ultimo periodo ha avuto cura della sua malattia. Inoltre, chi lo ha incrociato, sa quanto sia stressante per Tigro indomito essere spostato, trasportato ecc…Vivo un forte senso di impotenza di fronte a queste ingiustizie, che si accumulano senza possibilità di ricorso.

Confesso che, leggendo il messaggio, ho inizialmente pensato a una di quelle forzature ironiche a cui il movimento No Tav, ricorre, a volte, per irridere pratiche vessatorie di cui continua ad essere vittima. Della serie, insomma, «una risata vi seppellirà». Tanto che ho chiesto di vedere il provvedimento. E così ho scoperto che è tutto vero. Incredibilmente vero.

Per i giuristi si potrebbero aprire infinite e sottili questioni esegetiche, con buona pace dell’ingolfamento della giustizia e della salute del povero gatto. Alcune tra le altre. La visita richiesta da Dana è stata, evidentemente, ritenuta pericolosa (ché, altrimenti, non ci sarebbe stato motivo per negarla), ma dove sta la fonte del pericolo: nel veterinario o nel gatto? Ed è una pericolosità sorretta da una presunzione invincibile o superabile dall’esito di una approfondita indagine magari demandata alla Digos (ovviamente sulle abitudini del professionista e dell’animale)? E, ancora, è sufficiente che la visita autorizzata si svolga in un ambulatorio torinese o anche la residenza del veterinario – e magari il luogo di sua nascita – deve essere nel capoluogo sabaudo (e, comunque, non in Val Susa)? Di più, potrà il veterinario torinese ospitare nel suo ambulatorio, per l’esecuzione della visita, un collega valsusino?

Potrei continuare ma, essendoci un limite a tutto, mi fermo e concludo con una considerazione. La caduta verticale in atto della credibilità della magistratura ha molte ragioni e sono in molti ad alimentarla gettando olio sul fuoco. Ma spesso non ce n’è bisogno. Ci pensano, da sole, anche nelle cose minime, l’istituzione e chi la rappresenta.

Post Scriptum

Grazie a questa vicenda, Tigro ha avuto il suo momento di gloria. Scrivo di ritorno dalla marcia da Bussoleno a San Didero di sabato 12 giugno con cui il movimento No Tav ha manifestato la sua opposizione all’autoporto che si vorrebbe costruire a integrazione della linea ferroviaria Torino-Lione. Una manifestazione imponente, vivace, piena di vita e di determinazione, allegra a dispetto di tutto. Un fiume di 15.000 persone (persino la questura ha ammesso che erano più di 6.000…), soprattutto giovani, che, da tempo, stanno prendendo il testimone dalla vecchia guardia garantendo che la protesta non si fermerà e, alla fine, avrà ragione di calcoli politici e interessi (https://volerelaluna.it/tav/2020/07/29/il-movimento-no-tav-e-giovane/). Ebbene, tra i molti cartelli, arrabbiati o ironici, c’erano anche quelli con la scritta «Tigro libero!». Appunto: «Una risata vi seppellirà».


La Val Susa tra legalità e giustizia

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Se provo a guardare con un po’ di distacco la situazione irredimibile della Val Susa, individuo quale sentimento dominante, alla base di ogni forma di contestazione, quello della ingiustizia istituzionale. Partendo dal quadro generale per poi scendere al particolare, metto in fila alcuni fattori esemplificativi.

Innanzitutto, in un periodo storico caratterizzato da una fame diffusa di investimenti pubblici e di buona spesa, i miliardi immobilizzati da oltre un ventennio per costruire un’opera preistorica e palesemente inefficiente, indignano i cittadini e gli amministratori locali strangolati da bilanci da fame. E non è da credere che questa sensibilità “economica” sia legata all’epidemia del 2020, perché, stante l’anzianità del progetto, valeva anche per la crisi del 2008, per quella del 2001, perfino per quelle del 1993-‘94 (l’epoca della “ripresina” che qualcuno ricorderà nelle rassicurazioni del non ancora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi).

Un secondo fattore di ingiustizia istituzionale si trova nella perdurante sordità di tutti gli organi di controllo, ministeri in primis, alle fondate richieste di approfondimenti, di rispetto ambientale, di correttezza delle procedure autorizzative, che il territorio e i suoi rappresentanti hanno inviato infinite volte in ogni modalità ufficiale e formale possibile, in tutte le sedi deputate, commissioni governative ed europee comprese. Avendo sempre e solo ricevuto in cambio risposte evasive, derisorie o semplicemente indifferenti, i sentimenti di impotenza e di rabbia repressa si accumulano da oltre due decenni. La relativa documentazione occupa ormai numerosi faldoni di carta e diversi terabyte di archivi digitali, è ben conosciuta e facilmente consultabile da chiunque voglia approfondire il tema. Non è questa la sede per una disamina puntuale di tutti gli argomenti, ma è opportuno ricordare soltanto che quelle criticità che sono state evidenziate ma mai risolte nelle varie fasi preparatorie, nell’ultimo anno e nei prossimi futuri arrivano fatalmente alle forche caudine della progettazione esecutiva e dell’apertura dei cantieri. Avendole ignorate fino ad oggi, è inevitabile che diventino i punti caldi dell’opposizione sia formale sia sostanziale alle singole opere così sciattamente approvate.
Dopo Chiomonte, iniziato nel luglio del 2011 e tuttora oggetto di lavorazioni preliminari, agli inizi di aprile del 2021 è stato aperto il cantiere di San Didero, per preparare l’area da mettere a disposizione di un nuovo autoporto per i camion, perché quello esistente a Susa deve essere sgomberato per lasciare spazio a impianti e fabbricati al servizio del futuro traforo sotto le Alpi. Come quello di Chiomonte, anche questo deve essere difeso giornoenotte da un nutrito spiegamento di militari. È dimostrato ormai che vigilare sugli impianti della Torino-Lione costa molto più che costruirla. Al momento non sembrano esistere ragionevoli prospettive per aprire i previsti prossimi cantieri ‒ Caprie, Bussoleno, Susa, Salbertrand ‒ senza continuare a mantenere un tale spiegamento di servizio d’ordine. Il loro perimetro complessivo assommerà a svariati chilometri, tutti da pattugliare ininterrottamente, con l’inevitabile corollario di costi per il personale, per gli automezzi e per gli strumenti come i droni e le torri faro che illuminano a giorno la notte, e di impatti ambientali specifici che non sono mai stati valutati né approvati in termini di emissioni, consumi di carburante, inquinamento luminoso, interruzione di corridoi faunistici. Le prospettive, anzi, sono ancor più fosche e grottesche. I lavori all’interno dei singoli cantieri sono limitati, hanno una fine, talvolta si fermano per mesi a causa di ragioni intrinseche (economiche, contrattuali, sindacali, meteorologiche). Invece la sorveglianza non può avere soste né vacanze. A parte una manciata di giornate all’anno di adrenalina per via dei manifestanti in campo, restano 51 settimane di noia e nullafacenza in uniforme. Così il senso di ingiustizia si allarga a comprendere il tempo male impiegato di tantissimi giovanotti nel pieno delle loro forze, aspirazioni e addestramenti, costretti a presidiare tante Fortezze Bastiani all’interno delle quali sono stati rinchiusi senza comprendere le motivazioni della loro condanna.

Scendendo la scala troviamo poi l’ultimo fattore di ingiustizia. Il più antipatico, forse, il più dimenticato dai soggetti che si avvicendano ai ruoli di vertice ‒ siano essi ministri, prefetti o questori ‒ ma il più radicato nella memoria collettiva del territorio. Fin dal tradimento della parola data da un vicequestore ai sindaci al Seghino di Mompantero nel dicembre del 2005, la fiducia nei rappresentanti delle istituzioni è scesa a livelli bassissimi. Rimane lì e non potrà risalire perché gli sgomberi di Venaus, ha certificato una sentenza del tribunale, sono stati compiuti usando coercizioni ingiustificate (e i funzionari di PS, stabilisce il giudice, furono “reticenti”). Così come furono esagerate ‒ distingue ancora la magistratura ‒ le azioni di repressione poste in essere a Chiomonte. Così come è esasperata e irrituale ‒ e riconosciuto da altre Corti, dal Tribunale dei Popoli, persino da Amnesty International ‒ la persecuzione degli esponenti del Movimento, culminata nella illogica detenzione di Dana Lauriola e Nicoletta Dosio ma preceduta, non dimentichiamolo, da denunce verso sindaci in fascia tricolore che si frapponevano tra poliziotti e manifestanti. Furono poi assolti perché il fatto non sussisteva, ma intanto dovettero subire il processo, difendersi, entrare da imputati nell’aula bunker usata in precedenza soltanto per terroristi e mafiosi. Per arrivare alle ultime vicende, quando centinaia di militari sono stati schierati in piena notte contro gli amministratori locali legalmente eletti come se non indossassero anche loro il simbolo della Repubblica sul petto ma fossero truppe di occupazione straniere. Come tali infatti, è doloroso dirlo, vengono percepiti dai cittadini.

Si dirà «ma l’opera è stata approvata, ha ottenuto, pur con centinaia di prescrizioni, tutte le autorizzazioni di legge». È vero. Nonostante i difetti sopracitati, è vero. Ma qui entra in gioco la differenza che non si può mai dimenticare tra legalità e giustizia. La Torino-Lione si ammanta di uno schermo di legalità formale, ma è sostanzialmente ingiusta nel senso più alto del termine. Fino a quando questi due termini, che talvolta vengono confusi, resteranno separati in Val Susa non ci potrà essere nessuna tranquillità né tanto meno una qualche forma di accettazione dell’opera. Ogni valsusino e tutti, tanti, i loro amici, ha scolpito in testa l’ammonimento che Giuseppe Dossetti voleva far entrare nella Costituzione: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino».

La foto della homepage è di Marco Allasio


Un 25 aprile in Val Susa

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«Prendersi cura degli altri è un atto politico». Lo ha detto Lorena Fornasir intervenendo con il marito Gian Andrea Franchi di fronte a un pubblico numeroso sabato 24 aprile, a Bussoleno, in un evento organizzato dal Comune e dal Valsusa Filmfest. Lorena è abituata a «prendersi cura» dei migranti provenienti dalla rotta balcanica (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/01/12/balcani-e-mediterraneo-dove-fallisce-lumanita/)   inginocchiandosi per curare ferite ai piedi: lo fa da parecchio tempo nei pressi della stazione di Trieste. Gesti sovversivi che hanno portato lei e il marito ad avere una perquisizione alle 5 del mattino e una denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Gian Andrea, 84 anni, docente di filosofia in pensione, ha fondato l’associazione “Linea d’Ombra”. Per completare il quadro sulla “pericolosità” non poteva mancare un viaggio in Val Susa dove si dirigono i migranti cercando di andare in Francia (https://volerelaluna.it/migrazioni/2020/12/23/migrare-in-val-susa-ieri-e-oggi/). È stata, quella di sabato a Bussoleno, una riflessione a tutto campo anche grazie all’intervento di Gianfranco Schiavone dell’ASGI e presidente dell’ICS di Trieste. Non poteva iniziare meglio il programma del Valsusa Filmfest per festeggiare i 25 anni di attività sul territorio. Del resto i fondatori, partigiani dell’Anpi Valle di Susa (ricordiamo, per tutti, Bruno Carli), avevano voluto fortemente questo festival come strumento innovativo per trasmettere memoria ma anche per attualizzare i valori della Resistenza.

Lo ha ricordato ai microfoni del TG3 regionale il giorno dopo ‒ domenica 25 aprile ‒ Danilo Bar, sindaco di San Giorio, paese di mille abitanti che vede transitare per le sue strade una marea di persone, in un corteo aperto dalle donne, diretto al presidio di San Didero per dire no al Tav, all’autoporto e alla militarizzazione del territorio (https://volerelaluna.it/tav/2021/04/16/nebbia-in-val-susa-tra-sassi-e-manganelli/): «Sono partiti da qui perché si è voluto riconoscere l’importanza di San Giorio nella storia. Qui tutte le strade sono dedicate a dei caduti partigiani. Si è voluto perpetuare gli ideali di allora e quella voglia di non essere indifferenti che ha distinto la lotta di liberazione». Ma per il TG3 regionale le parole del sindaco erano una sorta di appendice alla notizia che il direttivo dell’Anpi provinciale aveva vivamente sconsigliato la partecipazione, con l’uso dei simboli dell’associazione, a iniziative No Tav. Con quali conseguenze in caso di violazione del consiglio?

Qualche giorno prima le sezioni Anpi di valle avevano reso pubblico un comunicato di solidarietà ai comuni di Bruzolo e di San Didero (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/04/21/vaccinazioni-di-massa-in-val-susa/): «La sistematica repressione del dissenso con la forza non dovrebbe appartenere a una nazione la cui Costituzione, nata dalla Resistenza partigiana, vede come sacri i diritti dei cittadini. Nei giorni scorsi abbiamo assistito a una vera e propria aggressione nei confronti della sovranità comunale. Se uno Stato è costretto a imporre un’opera con un tale dispiegamento di mezzi e di Forze dell’ordine significa, a nostro parere, che sta sbagliando strada e mettendo gli interessi di pochi davanti a quello di molti… Le sezioni Anpi della Valle di Susa organizzano per domenica 25 aprile, alle 18, una manifestazione statica di solidarietà a San Didero».

Si chiude in bellezza la giornata del 25 aprile, tanta partecipazione, tanti stendardi Anpi, tutti schierati sul piazzale di San Didero di fronte al nuovo cantiere costruito e imposto con la forza:

Le nostre sezioni Anpi non sono qui oggi per esprimere un loro parere in merito alla questione Tav. Noi siamo qui oggi, come abbiamo fatto in passato, perché riteniamo che sia un sopruso spianare con la forza ogni voce in dissenso, soprattutto quando le voci di tale dissenso sono seriamente documentate e volte a tutelare, in primis, un intero territorio e chi lo abita nonché le risorse risicate di un’intera nazione. L’Anpi nazionale ha giustamente preso, anche recentemente, posizione su temi importanti. Per esempio a favore del disegno di legge Zan, per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni, perché si riconosca lo Stato palestinese oppure contro diverse manifestazioni neonaziste in questo Paese e non solo. L’Anpi prende posizione su temi che nel 1945 non erano neanche immaginabili e lo fa perché attualizza il significato di antifascismo e protegge la Costituzione. […]

Questa comunità ha espresso in ogni modo le sue perplessità, poi rilevatasi fondate anche a livello europeo, e invece di risposte ha ottenuto solo militarizzazione del territorio, devastazione e imposizione dell’opera con la forza. Questo territorio si merita risposte che non siano continue prove di forza, politiche e non. Questa comunità si aspetta che non si arrivi nel cuore della notte a montare cantieri su cui i comuni e gli enti locali, nella loro sovranità, si sono espressi fermamente contro.

Noi ribadiamo che l’uso sistematico della violenza, della militarizzazione e della strategia degli arresti per “chiudere la bocca” a un territorio che ha ragioni solide non dovrebbe appartenere allo Stato. Perché ci viene da pensare che le ragioni economiche vengano anteposte al resto, mentre lo Stato (in quanto espressione del popolo) dovrebbe prima di tutto tutelarne i diritti e la salute. Questa, che può sembrare una querelle tutta valsusina in mano a un pugno di villici ignoranti, è in realtà una questione ben più seria e più grande. Lo sperpero di denaro pubblico non può essere tollerabile, ancor di più oggi, che un intero popolo è in sofferenza a causa della pandemia e della più grave crisi economica dalla II guerra mondiale. Se un’opera viene imposta con la forza, negando alcuni diritti fondamentali ai cittadini di un territorio e degli enti locali, noi come Anpi abbiamo il diritto di esserci…


“Vaccinazioni di massa” in Val Susa

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1.

L’assuefazione al sopruso, la stanchezza per decenni di lotta che prima o poi cade addosso, gli anni che pesano sulle spalle dei più anziani, le accuse infamanti che pesano più degli anni e la dura repressione, il rischio della rassegnazione sempre in agguato. E poi la fiducia nella democrazia e nelle istituzioni messa ripetutamente a dura prova e il panorama politico sempre più desolante. La convinzione che nel dopo Covid niente dovrà essere uguale a prima, la speranza che cede il posto all’illusione e il dubbio fondato che tutto possa essere peggio di prima. E le continue prove di forza, l’ultima subita nella notte pochi giorni prima, le ferite ancora aperte che si aggiungono a quelle appena rimarginate, l’umiliazione, il senso di impotenza, la rabbia, l’incredulità e nuovamente la rabbia da tenere sotto controllo. Tutti questi pensieri si mescolavano nella testa di chi si stava avvicinando al grande “centro vaccinale” aperto a tempo di record a San Didero.

Numerosi volontari con pettorina gialla regolavano il traffico, suggerivano uno spazio per parcheggiare e indicavano la direzione per proseguire a piedi lungo la stradina che si snoda tra muri a secco e prati su cui pascolano mucche incuriosite dall’inaspettata folla e indifferenti alle diossine della vicina acciaieria: in un paio d’ore oltre 4.000 persone avrebbero ricevuto una dose di rinforzo di vaccino. Non c’era stato il tempo di programmare la somministrazione delle dosi, nessun sistema di prenotazione era stato attivato, tutto era stato deciso in fretta non senza qualche contrasto su come rispondere più efficacemente all’emergenza senza rinunciare a guardare lontano.

Avvicinandosi al “centro vaccinale” ognuno, guardandosi intorno, si sorprendeva nel vedere volti che non vedeva da tempo, provava sollievo e intuiva che il pomeriggio sarebbe stato interessante e difficile da dimenticare. Pochi giorni prima c’era stato il blitz che aveva portato alla conquista manu militari di una bella fetta di prati e rado bosco tra la statale 25 e il fiume Dora con l’obiettivo di recintare un’area su cui dovrebbe nascere un nuovo autoporto. L’amministrazione comunale di San Didero, il giorno dopo, aveva scritto:

«È vergognoso quello che è successo nel centro abitato di San Didero martedì 13 aprile. Lacrimogeni sparati nei cortili delle case, campi di grano calpestati, candelotti di lacrimogeni sparsi nei prati, di cui taluni inesplosi, un pericolo per le persone e i bambini che vogliono muoversi nel verde e non ultimo per gli animali al pascolo. Un paese sotto assedio. L’Amministrazione Comunale di San Didero si stringe ai suoi cittadini, esprimendo rammarico e rabbia allo stesso tempo per l’uso improprio di forze dell’ordine che, per difendere un cantiere sulla SS 25 distante 1,5 chilometri dal centro abitato, si sono spinte all’interno del paese, spargendo il panico fra i residenti. In questo modo si calpestano i diritti, sia dei cittadini sia degli amministratori che rappresentano la comunità».

Come sempre è tutto un altro film rispetto a quello mandato in onda dalle varie tv e riportato dai grandi quotidiani alla ricerca di una pietra lanciata da chi tenta di resistere all’invasione: su questi schermi le truppe sono sempre schierate ordinatamente, attente solo a difendersi dagli attacchi di orde di incappucciati violenti.

La sala triage del grande “centro vaccinale” era stata allestita all’esterno del salone polivalente di San Didero, come sempre di questi tempi è d’obbligo aggiungere «in totale sicurezza e nel pieno rispetto delle norme anticovid». A un tavolo il sindaco di San Didero, il vicesindaco di Bruzolo, il presidente dell’Unione montana, un insegnante, un naturalista e due professori universitari. E ad ascoltarli un numero crescente di valsusini, centinaia: seduti nelle sedie opportunamente distanziate, seduti in terra, in piedi tutt’intorno e lungo la rampa che porta alla strada che poi scende verso la statale 25 chiusa «per motivi di ordine pubblico».

Tra l’abbaiare dei cani nei giardini delle case vicine e le corse dei bambini nel piazzale il sindaco ha raccontato l’accaduto e ha accennato alle umiliazioni subite di fronte al prefetto che prontamente lo aveva convocato per richiamarlo all’ordine. Applausi. Applausi anche al vicesindaco di Bruzolo e poi al presidente dell’Unione montana che rilevava, tra l’altro, che la prima opera costruita per far passare un treno che dovrebbe togliere i tir dalle strade sarà proprio un autoporto per i tir. Sembra una beffa ma è così. Notare che l’autoporto a San Didero era già stato costruito quarant’anni prima, esattamente nello stesso luogo. Era stato completato e poi era stato deciso che non serviva e il giorno dopo se n’era costruito un altro dieci chilometri più a monte cementificando così il doppio. Il gigantesco edificio dell’autoporto fantasma di San Didero era diventato in poco tempo fatiscente e ora, sul tetto, un piccolo gruppo di no Tav cercava di resistere allo sgombero.

Dopo gli applausi agli amministratori la parola era andata ai quattro tecnici, tutti esponenti di una commissione nominata dalla stessa Unità montana. E giù a sciorinare dati e a elencare le tante irregolarità procedurali legate al progetto del nuovo autoporto (https://volerelaluna.it/tav/2021/04/16/pensavo-fosse-un-treno-invece-era-un-camion/). Sul tavolo dei sindaci e dei tecnici erano allineati una ventina di candelotti lacrimogeni raccolti nei cortili delle case e nei prati nei giorni precedenti: solo un piccolo campionario, s’intende. Quasi due ore di triage, ma nessuno mostrava insofferenza per l’attesa, al contrario si compiaceva di venire coinvolto per essere informato.

Poche settimane prima, anche in vista dell’annunciato arrivo a San Didero di un nuova variante del virus, era stato effettuato un test di massa sui vaccini proprio a Chiomonte dove era presente dal 2011 un focolaio particolarmente resistente: il virus aveva colpito per la prima volta a Venaus anni prima, un vaccino era stato scoperto in fretta e aveva risolto un situazione difficile. Poi, negli anni successivi, il virus era ricomparso qua e là ma l’epidemia vera e propria era stata dichiarata a Chiomonte. Fin da subito tra virologi ed epidemiologi era nata grande confusione ma quasi sempre il problema era riconducibile al solito vecchio conflitto di interessi e i media facevano a gara nel dare spazio a coloro che confondevano il virus con il vaccino e il “laboratorio” Valsusa assumeva così significati opposti: laboratorio di democrazia per una parte, laboratorio di sperimentazione di nuove tecniche repressive dall’altra. Per i valsusini gli obiettivi erano, come sempre, principalmente due: combattere il virus (quello vero) e combattere l’ignoranza, la disinformazione e il pregiudizio. Una battaglia dura, combattuta ad armi impari.

Ma tornando a Chiomonte e al test delle settimane precedenti: quella che avrebbe potuto risolversi in un normale attacco di burocrazia vessatoria in cui poche cavie sarebbero state sacrificate da medici spregiudicati era stato trasformato in una grande occasione di partecipazione attiva e responsabile (https://volerelaluna.it/tav/2021/02/26/marziani-in-val-di-susa/). Le cavie si erano moltiplicate a dismisura su base volontaria e per gli aspiranti Lombroso era stata una sofferenza: un piccolo esperimento crudele si era trasformato in un test di massa in cui le cavie avevano alzato la testa sussurrando maliziosamente «sarà düra». Molte di queste cavie si sarebbero ripresentate a San Didero portando parenti e amici, il test di massa aveva dato esiti positivi e avrebbe contribuito all’affollamento del “centro vaccinale” di San Didero.

2.

Dopo il triage è stata subito meraviglia.

Oltre 4.000 persone, la maggior parte valsusini, vincevano la paura dando vita a un grande corteo in cui era immediato cogliere la forza di una nuova forma di disobbedienza civile. Vale la pena ricordare in proposito quanto aveva scritto su una rivista specializzata la costituzionalista Alessandra Algostino analizzando i vari Dpcm così di moda da oltre un anno. A proposito della «inedita, almeno dal punto di vista della Costituzione, distinzione fra manifestazioni in forma statica – si potrebbe chiosare, i presidi – e “in forma dinamica” – i cortei” ‒» la professoressa rilevava l’introduzione di «una forma inedita di restrizione in via generale e preventiva, se pur nei limiti temporali di vigenza del decreto, della libertà di manifestazione, quando essa appare come riunione in movimento, ossia corteo». Da costituzionalista, si chiedeva se ci fosse «un bilanciamento proporzionato e ragionevole fra il diritto alla salute e il diritto di riunione» concludendo che, ferma restando la necessità di regole di distanziamento volte a contenere la diffusione del Covid-19, «non pare né ragionevole né proporzionato il divieto di cortei» e notava la contraddizione tra il fatto che fossero consentiti «assembramenti (riunioni casuali) sui mezzi di trasporto» e venissero vietati i cortei, tra cui quelli in difesa del posto di lavoro. Quasi non fossimo in una Repubblica fondata sul lavoro. E si chiedeva: «nel momento in cui non è ristretta la libertà di circolazione, non sono limitate le attività produttive, perché le manifestazioni devono essere solo statiche?».

Gli oltre 4.000 di San Didero si erano dati la risposta. Qualche malizioso potrà notare che, confrontati con le decine di migliaia di cui la Val Susa ci ha abituati negli anni, i 4.000 che si muovevano in corteo da San Didero son poca cosa. Ma il ragionamento non tiene conto dei timori legati al Covid e soprattutto dei pensieri di cui parlavo all’inizio che giravano nella testa di coloro che erano venuti per la somministrazione del solito vecchio vaccino: la fiducia nelle proprie forze e nella forza della ragione. Gli stessi timori e gli stessi pensieri che in questa occasione avevano tenuto lontani altri già pronti però a vaccinarsi alla prossima occasione. Fatto sta che, non avendo avuto il tempo di organizzare le cose in grande, la cosa era diventata grande da sola e “soltanto” 4.000 persone respiravano ora a pieni polmoni un’aria nuova. Tanti giovani e persone di ogni età, bambini liberi di correre e cani tenuti al guinzaglio. E dall’altra parte della ferrovia le truppe schierate con aria minacciosa che venivano ignorate dal corteo che svoltava verso Bruzolo e poi sulla strada statale verso San Giorio.

Il prof. Tartaglia, di inossidabile e ben documentata fiducia nelle regole democratiche, in riferimento alla imponente militarizzazione ha parlato di «truppe coloniali» e di «occupazione militare da parte di forze armate dello Stato» e si è chiesto: «Quale fiducia si pensa possa esserci, in queste condizioni, nello Stato? E a cosa si è ridotta la credibilità della politica?». Che le definizioni fossero azzeccate e le domande ben poste se ne avrebbe avuto conferma la sera stessa in cui le truppe coloniali di occupazione avrebbero ripreso l’abitudine di sparare candelotti lacrimogeni ad altezza d’uomo: questa volta a farne le spese sarebbe stata una ragazza colpita in pieno volto subendo numerose fratture ed emorragie cerebrali. I generali avrebbero poi negato l’evidenza lasciando intendere che la ragazza si sarebbe scagliata volontariamente a testa bassa contro un oggetto non identificato procurandosi qualche graffio. Tant’è che volevano interrogarla subito nella stanza dell’ospedale. La storia si ripete da anni. Non sono pochi coloro che hanno subito gravi danni permanenti. Siamo in tanti a chiederci come sia possibile che così pochi tra coloro che guardano i TG, seguono i talk show e leggono Stampa e Repubblica non si interroghino su come sia possibile che un candelotto che dovrebbe essere usato per spargere sostanze urticanti al fine di tenere lontani potenziali aggressori possa essere usato come proiettile. Eppure le prove non mancano, non mancano i video che lo documentano e non mancano le voci di carabinieri che si vantano con i commilitoni dicendo: «Sì, ne ho tirati due in faccia!». Qualcuno si è preso la briga di raccogliere un ricco dossier: vedere per credere (https://www.notav.info/post/il-tiro-al-notav-da-parte-delle-forze-dellordine-e-prassi/). Ma si sa, sul piano mediatico la lotta è impari.

Del candelotto danneggiato da una ragazza che lo avrebbe colpito con lo zigomo, il corteo partito da San Didero ancora non poteva sapere, anche se qualcuno parlava della ragazza colpita sul petto la sera precedente, per fortuna con minori danni. Nel corteo prevaleva ora la gioia del ritrovarsi nuovamente in tanti, il vaccino mostrava già i primi effetti e lo sguardo andava ai prossimi mesi e ai prossimi anni. Questo corteo colorato, con tanta gente “normale”, quella stessa di cui si ricordano i partiti solo in campagna elettorale, quella cancellata dai grandi media, questo corteo era un grande segnale di ripresa di un viaggio che, come recita il titolo di un libro «non promettiamo breve». I trattori nei prati intorno incrociavano il corteo e sopra le teste volteggiavano parapendii mentre il sole tramontava dietro alle montagne. Anche queste immagini a colori (https://photos.app.goo.gl/1UjVLN2EiZoie1qa7) stridono con il bianco nero delle immagini cupe e minacciose mostrate in tv.

Il popolo no Tav, con grande delusione di chi lo vorrebbe sull’orlo di una crisi di nervi a causa delle continue angherie subite negli ultimi trent’anni, non si è dunque fermato: i tanti anziani presenti nel corteo partito da San Didero ne sono la conferma; i tanti giovani sono l’evidenza di un continuo ricambio generazionale. Giovani e vecchi stanno ricostruendo rapporti a volte logorati con amministratori stanchi e pigri, anche se quelli vivaci non mancano di certo. Sono segnali confortanti anche per molti che guardano alla Val Susa come a un luogo che non si piega di fronte alla dittatura del pensiero unico, un luogo in cui la forte repressione non riesce a cancellare il diritto al dissenso, un luogo in cui la solidarietà non è parola vuota anche nei confronti dei migranti che vi transitano alla ricerca di un futuro. Di questi argomenti, e non solo di Valsusa, si parlerà, tra l’altro, giovedì 22 aprile alle 16 in un appuntamento, organizzato, insieme a diverse altre associazioni, dal Controsservatorio Valsusa, che potrà essere seguito in diretta streaming: https://youtu.be/phegbdRB_Hc

Intanto in Val Susa ci si gode l’effetto del vaccino, domani è un altro giorno e si vedrà. L’amministrazione comunale di San Didero scrive nel suo appello-denucia:

«Non ci è dato sapere cosa accadrà con questa militarizzazione chiamata a difendere un cantiere che costerà oltre 50 milioni di euro [il riferimento è ovviamente solo all’autoporto, opera preliminare del Tav, ndr]; certo è, che, in un momento di crisi emergenziale dovuta alla pandemia, dove non arrivano i vaccini per il Covid-19, dove il lockdown ha fatto sì che chiudessero imprese e attività commerciali, nella piana di San Didero-Bruzolo vengono inviate delle truppe di occupazione. Come si può parlare di tutela ambientale, transizione ecologica, come si può pensare che quest’opera possa contribuire a migliorare la vita dei cittadini?»

E qui il riferimento, implicito ma chiaro, non è soltanto all’autoporto.


Pensavo fosse un treno, invece era un camion

Autore:

Il 13 aprile, in piena notte, centinaia di poliziotti e carabinieri hanno occupato l’area di San Didero in cui Sitaf e Telt hanno deciso di trasferire l’autoporto di Susa, accerchiato il presidio No TAV e tentato di sgombrare gli occupanti.

Ospedali e sanità

Pensavi avrebbero rafforzato quelli. Cosa sarebbe più urgente? E la scuola, diamine. Dopo mesi e mesi con bambini e ragazzi incollati ai video, perché non possono stare in classe: i loro edifici scolastici sono troppo pochi, piccoli e spesso fatiscenti. Senza dimenticare il lavoro. Chi rischia di perdere il lavoro oppure è in seria difficoltà con la sua impresa, ai quali sono arrivate solo briciole.

Per il TAV

No, niente di tutto questo. Anche oggi lo Stato fa il TAV. Nel bel mezzo della pandemia da coronavirus, con l’Italia che annaspa tra chiusure a singhiozzo, vaccinazione a rilento ed economia che traballa.

I latitanti della Valsusa

Due notti fa mezza polizia d’Italia si è trasferita in Val Susa per un’immensa operazione. La cattura del boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro? No, lui può dormire sonni tranquilli. E protetti. Le truppe qui vengono per imporre con la forza la Torino Lione: la grande opera più inutile d’Europa, come ci dicono le conclusioni della Corte dei Conti Europea (previsioni gonfiate del traffico merci, progetto inconsistente, decennali ritardi di costruzione, danno climatico conclamato). A latitare, da queste parti, sono solo in due: la credibilità dello Stato e la costruzione della Torino Lione.

Pensavo fosse un treno, invece era un camion

Per fare il treno? Macché! Qui vogliono iniziare la costruzione dell’area per i camion. Sì, avete letto bene: i camion, proprio quelli che dovevano sparire grazie alla nuova mirabolante ferrovia. Due notti fa la macchina da circo della Torino Lione si è rimessa in moto per la sua ennesima e futile esibizione: l’apertura in Val Susa (a San Didero, bassa valle) del cantiere per la costruzione di un Autoporto ovvero di un’immensa area sosta e servizio per i camion, per metterceli quando chiudono il transito sui valichi. Ne esiste già una (a Susa) ma nell’allegra giostra del TAV piace buttarla all’aria per farci sopra altri cantieri. E ne esiste già anche un’altra, più vicino a Torino (a Orbassano). Ma l’occasione di spreco era imperdibile: questa bella (e inutile) cattedrale autostradale costa 49 milioni di euro.

Il mago delle recinzioni

Pertanto nelle prossime ore in Val Susa potremmo avere un po’ più di recinzioni. Altre ne avevamo già (a Chiomonte e Giaglione). Negli ultimi anni Telt, la società pubblica italo-francese che dice di voler fare il TAV, ha assunto un tono un po’ trumpiano: ultimamente si è specializzata nella posa di recinzioni. Considerato che con i treni non sta andando tanto bene… Vent’anni fa l’avvio (presunto) dei primi cantieri in Francia. Dieci anni fa l’apertura del primo (e unico finora) cantiere in Italia (Chiomonte). In vent’anni si sarebbero potuti costruire 3 tunnel (tre). Invece, dopo vent’anni di chiacchiere e miliardi, nemmeno un centimetro di ferrovia realizzata. Malgrado i signori del TAV dispongano di soldi, potere e della mano pesante della forza pubblica, nei cantieri italiani non si stanno costruendo ferrovie (bensì recinzioni).

L’uomo su Marte, prima di Lione

Le agenzie spaziali di tutto il mondo stanno lanciando la corsa per il pianeta rosso. Entro il 2030 una stazione spaziale permanente potrebbe essere messa in orbita intorno alla Luna. Ma nel frattempo (anche partisse oggi) il tunnel ferroviario del TAV non sarà ancora in esercizio. Andremo su Marte prima che a Lione, probabilmente. In realtà ci possiamo già andare, in TGV e prossimamente in Frecciarossa, ma spiace deludere quelli che credono ancora alle favole. Quanto tempo ancora dovremo aspettare, prima che questo progetto screditato e dannoso venga finalmente accantonato? Quanto tempo ancora dovremo aspettare, prima di vedere finalmente le Infrastrutture e le Mobilità Sostenibili?

 

Galleria fotografica di Maria Franzoni


Libertà per Dana

Autore:

Alla Ministra della Giustizia
prof. Marta Cartabia
Al Garante nazionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale
dr. Mauro Palma
Al Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale per il Piemonte
dr. Bruno Mellano
e, per conoscenza
Al Tribunale di sorveglianza di Torino

Dana Lauriola, militante No Tav, è in carcere dal 17 settembre 2020 – e, dunque, da quasi sei mesi – in esecuzione di una condanna a due anni di reclusione per il reato di violenza privata (per il quale, con il bilanciamento tra aggravanti e attenuanti, la pena prevista dalla legge parte da 15 giorni).

I fatti per cui è stata condannata risalgono a nove anni fa e sono stati commessi nel corso di una manifestazione di protesta e di solidarietà con Luca Abbà, agricoltore valsusino in quei giorni in bilico tra la vita e la morte dopo essere rimasto folgorato su un traliccio dell’alta tensione su cui si stava arrampicando, inseguito da un agente di polizia, in un’azione dimostrativa contro l’apertura del cantiere della Nuova linea ferroviaria Torino-Lione. La manifestazione si concluse con il blocco, per alcuni minuti, delle sbarre dei caselli di accesso all’autostrada Torino-Bardonecchia. Il danno subìto dalla società concessionaria dell’autostrada per il mancato pagamento del pedaggio da parte degli automobilisti in transito è stato quantificato dal tribunale in 777 euro e a Dana Lauriola è stato contestato «di avere, usando un megafono, intimato agli automobilisti di transitare ai caselli senza pagare il pedaggio, indicando le ragioni della protesta». Diventata definitiva la sentenza, Dana Lauriola ha chiesto di scontare la pena in misura alternativa, ma il Tribunale di sorveglianza di Torino ha respinto l’istanza, pur in assenza di precedenti condanne definitive e nonostante l’esistenza di un lavoro stabile di notevole responsabilità e le valutazioni ampiamente favorevoli dei servizi sociali dell’amministrazione della giustizia. La motivazione del rigetto è che Dana Lauriola «non ha preso le distanze» dal movimento No Tav e che il suo domicilio «coincide con il territorio scelto come teatro di azione dal movimento No Tav, il quale ha individuato il cantiere di Chiomonte per la realizzazione della futura linea dell’Alta Velocità come scenario per frequenti manifestazioni e scontri con le Forze dell’ordine».

La vicenda ci lascia sbigottiti/e e preoccupati/e, come cittadini e cittadine impegnati/e nell’associazionismo, nella politica, nell’informazione, nel mondo dell’arte e della cultura. Per la sorte di Dana e per il trattamento del dissenso nel nostro Paese.

Non entriamo, qui, nel merito della qualificazione giuridica dei fatti e di altri aspetti (pur inquietanti) inerenti la ritenuta responsabilità di Dana e la concezione del concorso di persone nel reato sottesa alla condanna (v. Dana, i giudici e l’ordine costituito), ma denunciamo, da un lato, l’evidente sproporzione tra i fatti (commessi senza violenza alle persone e con un danno patrimoniale di assoluta modestia) e la pena e, dall’altro, la sorprendete anomalia della mancata concessione di una misura alternativa al carcere (pur consentita dalla legge e coerente con le condizioni soggettive di Dana). Il nostro stupore e la nostra preoccupazione, poi, aumentano guardando alle motivazioni con cui l’istanza di misura alternativa è stata respinta: Dana non può beneficiare della pena alternativa e, quindi, merita il carcere per aver tenuto fermi i propri «ideali politici» e la propria opposizione al Tav e perché abita nella valle in cui ci sono i suoi affetti, i suoi interessi, i suoi compagni di vita e di militanza! (v. Dana, la vendetta del TAV).

Percepiamo la carcerazione di Dana come una grave ingiustizia sul piano personale e come un pesante attacco alla libertà di tutti di manifestare ed esprimere le proprie idee e di dissentire da scelte politiche ritenute sbagliate e dannose (v. Dana e gli altri, il tentativo di spegnere l’opposizione sociale). La nostra denuncia e la nostra preoccupazione sono condivise dalla grande maggioranza di una valle che da trent’anni chiede inutilmente di essere ascoltata e da molti cittadini e cittadine che non sono contrari alla Nuova linea ferroviaria ma hanno a cuore le libertà e i diritti fondamentali.

Per questo vi chiediamo, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, di adottare ogni iniziativa utile a favorire l’immediata scarcerazione di Dana: per porre rimedio a un’ingiustizia in atto, per dare un segnale di attenzione ai temi implicati dalla vicenda, per ripristinare condizioni di agibilità politica anche (e soprattutto) per chi dissente.

4 marzo 2021

1) Maria Luisa Boccia (Centro per la Riforma dello Stato)
2) Daniela Dioguardi (Udipalermo)
3) Ketty Giannilivigni (Udipalermo)
4) Franco Ippolito (Fondazione Basso)
5) Livio Pepino (Volere la luna, Edizioni Gruppo Abele)
6) Tamar Pitch (Università di Perugia)
7) Grazia Zuffa (Società della ragione)
8) Alessandra Algostino (Università di Torino)
9) Stefano Anastasia (Università di Perugia)
10) Gaetano Azzariti (Università di Roma La Sapienza)
11) Letizia Battaglia (fotografa)
12) Mauro Biani (vignettista)
13) Alessandra Bocchetti (saggista)
14) Luciana Castellina (politica e scrittrice)
15) Franco Corleone (già sottosegretario alla Giustizia)
16) Maura Cossutta (Casa internazionale delle donne)
17) Maria Rosa Cutrufelli (scrittrice)
18) Teresa Degenhardt (Queen’s University, Belfast, Studi sulla Questione criminale)
19) Giuseppe De Marzo (Libera – Rete dei Numeri Pari)
20) Ida Dominijanni (filosofa e giornalista)
21) Claudio Fava (presidente Commissione antimafia Regione Sicilia)
22) Lorenzo Fazio (direttore editoriale casa editrice Chiarelettere)
23) Luigi Ferrajoli (Università di Roma3)
24) Angelo Ficarra (Anpi, Palermo)
25) Marcello Fois (scrittore)
26) Maria Grazia Giammarinaro (magistrata)
27) Elisabetta Grande (Università del Piemonte orientale)
28) Sabina Guzzanti (attrice e regista)
29) Loredana Lipperini (giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica)
30) Luigi Manconi (A Buon Diritto)
31) Lea Melandri (saggista)
32) Luca Mercalli (climatologo e giornalista scientifico)
33) Paolo Mondani (giornalista)
34) Tomaso Montanari (Università per stranieri di Siena)
35) Michela Murgia (scrittrice)
36) Francesco Pallante (Università di Torino)
37) Giovanni Palombarini (già magistrato)
38) Valeria Parrella (scrittrice)
39) Mariella Pasinati (Udipalermo )
40) Valentina Pazé (Università di Torino)
41) Marco Revelli (Università del Piemonte orientale)
42) Maria Concetta Sala (Udipalermo, Palermo)
43) Giorgia Serughetti (filosofa politica)
44) Evelina Santangelo (scrittrice)
45) Vincenzo Scalia (Università di Winchester, Studi sulla Questione criminale)
46) Anita Sonego (presidente Casa delle donne Milano)
47) Armando Sorrentino (avvocato)
48) Sergio Staino (vignettista)
49) Vittorio Teresi (già magistrato)
50) Chiara Valerio (scrittrice)
(seguono, alle ore 21.00 del 4 marzo, altre 170 firme)

51) Simone Furzi (ricercatore)

52) Laura Cima (ecofemminista)

53) Alberto Castiglione (regista)

54) Alessandra Sarchi (scrittrice)

55) Helena Janeczeck (scrittrice)

56) Teresa Ciabatti (scrittrice)

57) Rossella Milone (scrittrice)

58) Caterina Bonvicini (scrittrice)

59) Hamid Ziarati (scrittore)

60) Elvira Seminara (scrittrice)

61) Marta Bellingreri (reporter l’Espresso, Al-Jazeera English)

62) Alessio Mamo (fotoreporter l’Espresso, Guardian)

63) Vittoria Presidente Associazione nazionale Archivi UDI)

64) Giulia Potenza (avvocata, responsabile nazionale UDI)

65) Adriana Laudani (avvocata)

66) Emma Dante (regista)

67) Valentina Chinnici (insegnante, consigliera comunale Palermo)

68) Lorenzo Teodonio (fisico climatologo)

69) Lorenzo Coccoli (storico)

70) Rita Di Leo (docente di relazioni internazionali)

71) Giulio De Petra (Centro per la Riforma dello Stato)

72) Carmelo Caravella (sindacalista Cgil)

73) Luisa Simonutti (ricercatrice di filosofia politica, Cnr)

74) Alessandro Montebugnoli (economista)

75) Bianca Pomeranzi (esperta di cooperazione e politiche di genere)

76) Fulvia Bandoli (politica ecologista)

77) Mario Dogliani (costituzionalista)

78) Alberto Olivetti (filosofo di estetica)

79) Caterina Botti (filosofa morale)

80) Laura Bazzicalupo (filosofa politica)

81) Claudio De Fiores (costituzionalista)

82) Chiara Giorgi (storica)

83) Laura Ronchetti (costituzionalista)

84) Nicola Genga (Ministero dei Beni culturali)

85) Rocco D’Ambrosio (sacerdote filosofo politico)

86) Giuseppe Cotturri (docente di teoria del diritto e delle istituzioni)

87) Stefania Vulterini (saggista)

88) Emilio Giannelli (avvocato)

89) Gisella Modica (UDIPALERMO)

90) Giovanna Martelli (già parlamentare)

91) Claudia Pedrotti (avvocata UDIPALERMO)

92) Rita Barbera (direttora istituti di pena in pensione)

93) Elvira Rosa (Coordinamento antiviolenza 21 luglio Palermo)

94) Gisella Costanzo (attrice, Palermo)

95) Sandra Rizza (giornalista, Palermo)

96) Laura Piretti (Segreteria nazionale UDI)

97) Alida Castelli (Segreteria nazionale UDI)

98) Liviana Zagagnoni (Segreteria nazionale UDI)

99) Pina Mandolfo (operatrice culturale, Siracusa)

100) Francesca Traina (UDIPALERMO)

101) Loredana Rosa (Il femminile è politico: potere alle donne, Caltanissetta)

102) Rita Calabrese (UDIPALERMO)

103) Marina Leopizzi (UDIPALERMO)

104) Giovanna Minardi (docente Università Palermo)

105) Mimma Grillo (Forum antirazzista Palermo)

106) Ida La Porta (UDIPALERMO)

107) Bice Grillo (UDIPALERMO)

108) Toni Casano (redattore Pressenza, Palermo)

109) Alessandra Notarbartolo (coordinamento antiviolenza 21 luglio Palermo)

110) Agata Schiera (UDIPALERMO)

111) Beatrice Monroy (scrittrice, Palermo)

112) Emi Monteneri (UDIPALERMO)

113) Angela Militello (UDIPALERMO)

114) Etta Sgadari (UDIPALERMO)

115) Elena Diliberto (UDIPALERMO)

116) Mimma Argurio (segretaria generale Fisac Sicilia)

117) Elvira Morana (CGIL Sicilia)

118) Anna Maria Tirreno (segretaria Camera del lavoro CGIL Palermo)

119) Rita D’Ippolito (insegnante in pensione)

120) Rosario Nicchitta (architetto, Palermo)

121) Novella Nicchitta (formatrice)

122) Ornella Russo (insegnante)

123) Anna Di Salvo (Città Felice, Rete la Ragna-Tela, Catania)

124) Enza Longo (Coordinamento antiviolenza 21luglio Palermo)

125) Maria Rosa Turrisi (preside in pensione)

126) Angela Galici (Coordinamento antiviolenza 21 luglio Palermo)

127) Simona Sorrentino (medica, Palermo)

128) Gemma Infurnari (UDIPALERMO)

129) Elisa Romano (Università di Pavia)

130) Maddalena Giardina (avvocata, UDIPALERMO)

131) Anna Marrone (docente, UDIPALERMO)

132) Emilia Martorana (Coordinamento antiviolenza 21luglio Palermo)

133) Katia Orlando (insegnante, consigliera comunale Palermo)

134) Maria Concetta Pizzurro (UDIPALERMO)

135) Silvia Miceli, docente (UDIPALERMO)

136) Maria Grazia Patronaggio (Le Onde onlus)

137) Valeria Andò (docente Università di Palermo)

138) Benita Licata (dirigente Scolastica)

139) A. Maria Catalano (dirigente Scolastica)

140) Gaia Nicita (docente)

141) Valeria Ferrauto (docente)

142) Margherita La Porta (funzionaria MEF)

143) Giusi Vacca (agente pubblicitaria)

144) Flora Arcuri (docente, Palermo)

145) Cetti Iovino (imprenditrice agricola)

146) Alessandra Jaforte (docente)

147) Claudia La Franca (architetta)

148) Virna Chessari (docente)

149) Gilda Messina (docente)

150) Valeria Adamo (docente)

151) Giorgia Calì (docente)

152) Nadia Saputo (docente)

153) Claudia Calzolari (docente)

154) Gabriella Pucci (imprenditrice agricola)

155) Daniela Gennaro (dirigente scolastica)

156) Cristina Fatta del Bosco (imprenditrice agricola)

157) Amelia Crisantino (docente/scrittrice, Palermo)

158) Anna Maria Ruta (dirigente scolastica, Palermo)

159) M. Antonietta Spadaro (storica dell’arte, Palermo)

160) Anna Cottone (docente Università Palermo)

161) Tommaso Di Caccamo (redattore tecnico, Mons, Belgio)

162) Agostina Passantino (bibliotecaria, Palermo)

163) Licia Masi (Regione siciliana, operatrice sociale volontaria, Palermo)

164) Rossella Reyes (dipendente Regione siciliana, Palermo)

165) Sabina Cannizzaro (pensionata Regione siciliana, Palermo)

166) Cristina Pecoraro (pensionata Regione siciliana, Palermo)

167) Rosalba Rinaudo (insegnante in pensione, Palermo)

168) Carmelo Lucchesi (insegnante in pensione, Palermo)

169) Francesca Citarrella (operatrice sociale, Palermo)

170) Laura Zizzo (guida turistica, Palermo)

171) Michela Fiore  (casalinga, Palermo)

172) Antonia Cascio (pensionata, Palermo)

173) Adriano Di Cara (ingegnere, Palermo)

174) Antonino Di Cara (operatore sociale, Palermo)

175) Sandra Giovanna Cascio (casalinga, Palermo)

176) Alessandra Bruno (avvocata, Palermo)

177) Emilia Esini (Maghweb, Palermo)

178) Gabriele Tramontana (Maghweb, Palermo)

179) Fabrizio Cacciatore (Maghweb, Palermo)

180) Vincenzo Allotta (Maghweb, Palermo)

181) Sofia Calderone (Maghweb, Palermo)

182) Epifania Lo Presti (Maghweb, Palermo)

183) Elisa Chillura (Maghweb, Palermo)

184) Chiara Ercolani (Maghweb, Palermo)

185) Marianna Castronovo (Maghweb, Palermo)

186) Giuseppe Grado (Maghweb, Palermo)

187) Marta Cutrò (docente)

188) Sebastiana Zangla (docente)

189) Maria Clara Provenzano (docente)

190) Maria Oliva Caldarella (docente)

191) Emanuela Bajardi (docente)

192) Candida Di Franco (docente)

193) Alessandra Martorana (docente)

194) Gabriella Costanzo (docente)

195) Teresa Burderi (docente)

196) Elvira Leone (pediatra)

197) Gisella Duci (docente, Palermo)

198) Maria Di Chiara (docente)

199) Donatella Lombardo (docente)

200) Francesca Koch (storica)

201) Francesca Martino (musicista, Palermo)

202) Francesco Sticchi (Oxford Brookes University)

203) Donato Morena (Dirigente Medico Psichiatra – ASL Salerno)

204) Luciana Monte (Educatore Prof.le)

205) Franca Beccaria (ricercatrice)

206) Elia De Caro (avvocato)

207) Giorgio Paris (pensionato regionale)

208) Mario Puddu (docente)

209) Rosy Battaglia (giornalista e presidente di Cittadini Reattivi Aps)

210) Maurizio Romano

211) Antonella Piras (Cagliari socialforum)

212) Madri Contro la repressione – Contro l’operazione Lince (Cagliari)

213) Marco Traversari (antropologo culturale)

214) Giovanni Rossi

215) Nicoletta Gandus (magistrata in pensione)

216) Giordano Menis (Sindaco emerito)

217) Laura Salvai (docente)

218) Massimo Brianese (La Società della Ragione)

219) Pina Furnari (pensionata Università degli studi di Messina)

220) Luca Zevi (architetto)

221) Michele Passione (avvocato)

222) Grazia Grena (Associazione Loscarcere)

223) Claudia Francisetti (educatrice)

224) Salvatore Palidda (sociologo)

225) Francesco Racchetti (già Garante dei diritti delle persone limitate nella libertà, Sondrio)

226) Claudia Pecorella (docente Università di Milano-Bicocca)

227) Daniele Barbieri (blogger)

228) Gerardo Pastore

229) Annamaria Teruzzi

230) Elena Tosini (libero professionista)

231) Anna Giorgianni (studentessa)

232) Casa Editrice Red Star Press

233) Elvira Arcidiacono (assistente sociale)

234) Eligio Resta (professore emerito UniRomaTre)

235) Paola Marciani (Università degli Studi di Milano)

236) Erica Sereno

237) Danila Giardina (giornalista)

238) Roberta Lena (regista)

239) Sandro Di Domenico (giornalista)

240) Tiziana Angilletta (scrittrice)

241) Pietro Deandrea (docente Università di Torino)

242) Paola Nugnes

243) Leonardo Fiorentini (direttore di Fuoriluogo)

244) Giusto Catania (assessore Comune Palermo)

245) Barbara Evola (consigliere comunale Palermo)

246) Sandro Veronesi (scrittore)

247) Anna La Mattina (insegnante)

248) Antonio Bartolo (pensionato)

249) Sammito Angelo (pensionato)

250) M. A. Emilia Cristodaro

251) Vincenza Farinella (pensionata)

252) Francesca Cosenza (insegnante)

253) Patrizia Filippone (impiegata)

254) Virginia Filippone (dirigente scolastica)

255) Dominga Filippone (insegnante)

256) Arianna Filippone (insegnante)

257) Vincenza Sammito (pensionata)

258) Calogero Federico (pensionato)

259) Francesco Valenza (pensionato)

260) Letizia Colajanni (Anpi Palermo)

261) Paola Miceli (UDIPALERMO)

262) Vanda Egidi (insegnante)

263) Piero Colajanni (Università Palermo)

264) Rosalia Passantino (pensionata)

265) Pietro Lucido (pensionato)

266) Rita Alù (Archivia-donne in relazione, Palermo

267) Angela Lanza (Archivia-donne in relazione, Palermo)

268) Donatella Barazzetti (Archivia-donne in relazione, Palermo)

269) Donatella Natoli (Archivia-donne in relazione, Palermo)

270) Marta Garimberti (Archivia-donne in relazione, Palermo)

271) Margherita Cottone (Archivia-donne in relazione, Palermo)

272) Luigina Simon (Archivia-donne in relazione, Palermo)

273) M. Letizia Montalbano (Archivia-donne in relazione, Palermo)

274) Monica Parola (insegnante)

275) Aldo Cianci (pensionato)

276) Giuseppina Zafarana (insegnante in pensione)

277) Giuseppina Castrogiovanni (insegnante in pensione)

278) Margot Cacioppo (architetta e regista)

279) Livia Romano (Università Palermo)

280) Titti Federico (presidente Mangiatorella SPA)

281) Gina Marino (impiegata)

282) Finella Giordano (insegnante)

283) Barbara Amodeo (libera professionista)

284) Ina Tartamella (insegnante in pensione, Trapani)

285) Ezio Locatelli (già parlamentare)

286) Giuseppe Cipolla (dirigente scolastico in pensione)

287) Valentina Colli (UDI Trapani)

288) Antonella Granello (CGIL Trapani)

289) Annamaria Bonafede (Centro antiviolenza Metamorfosi Trapani)

290) Laura Minguzzi (Comunità storia vivente Milano)

291) Lina Lo Coco (cantante lirica)

292) Angela Cascio (psicoterapeuta)

293) Francesco Riolo (medico)

294) Adele Sciacca (pensionata Università Palermo)

295) Stella Bertuglia (insegnante, Palermo)

296) Rosangela Pesenti (UDI Velia Sacchi Bergamo)

297) Grazia Mazzè (UIL Palermo)

298) Maddalena Rufo (insegnante)

299) Rita Paltrinieri (Arcilesbica Modena)

300) Vittoria Castagna (pedagogista)

301) Adele Agnese (pensionata)

302) Pippo Tutone (pensionato)

303) Stella Amato (dipendente Comune di Palermo)

304) Vera Pegna (scrittrice)

305) Candida Grenga (insegnante)

306) Graziella Proto (direttora Le Siciliane, rivista antimafia)

307) Antonio Marotta (dirigente PRC)

308) Lina La Torre (insegnante in pensione)

309) Patrizia Spina (magistrata in pensione)

310) Antonella Monastra (ginecologa, Coordinamento antiviolenza 21 luglio Palermo)

311) Eleonora Fiorenza (già parlamentare europea)

312) Renato Boero (artista)

313) Renata Di Piazza (insegnante in pensione)

314) Eufemia Mirenda (insegnante in pensione)

315) Antonia Trigona (insegnante in pensione)

316) Mariella Caracappa (insegnante in pensione)

317) Franca Canale (insegnante in pensione)

318) Rosanna Mirabile (insegnante in pensione)

319) Lia Bivona (insegnante)

320) Domenica Di Maria (insegnante in pensione)

321) Tea Ciaccio (insegnante)

322) Gemma Berri (Ande Genova)

323) Filippa Manfredone (libera professionista ambito sanitario)

324) Maria Rosa Giambelluca (insegnante in pensione)

325) Daniela Musumeci (insegnante in pensione)

326) Giuseppe Carfì (insegnante)

327) Mariella Annino (Università Palermo)

328) Claudio Riolo (Università di Palermo)

329) Diana Paoli (Mamme in piazza per la libertà di dissenso)

330) Maria Grazia Lo Cicero (insegnante, Palermo)

331) Francesca Triolo (insegnante)

332) Giuseppina Bertini (insegnante)

333) Giovanna Fiume (Università di Palermo)

334) Isabella Dioguardi (insegnante, Palermo)

335) Valentina Chinnici (consigliere comunale Palermo)

336) Maria Rosa Lotti (Centro antiviolenza le Onde Palermo)

337) Alessandra Contino (insegnante)

338) Fausta Ferruzza (insegnante, Palermo)

339) Giovanni Santangelo (Università Pisa)

340) Alessandra Delogu (impiegata)

341) Anna Zinnanti (operatrice sociale)

342) Giorgia Listì (insegnante, Palermo)

343) Pasqua De Candia (operatrice sociale, Palermo)

344) Alessandra Luparelli (attivista diritti umani)

345) Enza Pisa (Cgil Palermo)

346) Antonella Leto (Forum acqua Palermo)

347) Giacomo Di Carlo (pensionato, Palermo)

348) Anna Ponente (psicoterapeuta, Palermo)

349) Stefania Tarantino (filosofa musicista)

350) Marisa Cuccì (Spi Cgil Palermo)

351) Didier Contadini (ricercatore)

352) Marcello Gidoni

353) Giovanni Abbagnato (Palermo)

354) Sergio Ragusa (insegnante)

355) Felicetta Savio (insegnante)

356) Ines Zanna (insegnante)

357) Laura Di Simone (insegnante)

358) Vittorio Chimienti (Buenos Aires)

359) Stefania Bellomo (insegnante)

360) Silvana Dioguardi (pensionata, Palermo)

361) Alberto Mangano (militante ambientalista, Palermo)

362) Toti Cecala (funzionario MIUR)

363) Giovanna Bonafede (insegnante)

364) Gaspare Fasullo (insegnante)

355) Maruzza Battaglia (presidente Ass.LAB.ZEN 2, Palermo)

366) Rosalia Marchese (pensionata)

367) Maria Grazia De Michele (architetta)

368) Giuseppina Abbate (medica)

369) Monica Farnetti (Università Sassari)

370) Luisa Giacometti (pensionata)

371) Marco Taglialegne

372) Maria Luisa Altomonte (Direttora generale MIUR in pensione)

373) Patrizia Altomonte (insegnante)

374) Mariella D’Amico (insegnante)

375) Ginevra Bompiani (scrittrice)

376) Roberto Giordano (insegnante)

377) Edoardo Albeggiani (insegnante, Palermo)

378) Bruno Zava (faunista, Palermo)

379) Rosario Lentini (storico, Palermo)

380) Antonina Rubino (già insegnante)

381) Laura Pirrone (già insegnante)

382) Giovanna Agrò (insegnante)

383) Rosa Montalbano (insegnante)

384) Sabrina Licata (insegnante)

385) Rosanna Simonetti (medica)

386) Adriana Pianpiano (psicologa, Palermo)

387) Beatrice Caruso (insegnante)

388) Giovanna Stassi (Università Messina)

389) Marinella Simoncini (scrittrice)

390) Tecla Mazzarese (Università Brescia)

391) Simonetta Crisci (presidente Senza confine)

392) Matilde Mitra (pensionata Regione siciliana, Palermo)

393) Giorgio Occhipinti (dirigente Regione siciliana, Palermo)

394) Adele Agnello (insegnante)

395) Luciano Traina (ingegnere)

396) Grazia M. Chimenti (impiegata)

397) Vitalba Valenti (insegnante)

398) Anna Maria Bragatto (assistente sociale)

399) Saria Di Bartolo (psicologa)

400) Maria Faraone (insegnante)

401) Valeria Viletto (Rsu Cobas Vodafone)

402) Carla Aleo Nero (archeologa)

403) Rossella Barbara (insegnante)

404) Francesca Musacchia (insegnante)

405) Iginio Marotta (insegnante)

406) Licia Tumminello (maestra yoga)

407) Lia Marchese (architetta)

408) Cristina Costanzo (storica dell’arte)

409) Annamaria Rivera (antropologa Università di Bari)

410) Maurizio Campione (funzionario apicale P.A.)

411) Rosi Cicatello (insegnante)

412) Mary Leone (insegnante)

413) Maria Scariano (insegnante)

414) Massimo Zucchetti (Comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra)

415) Marco Licata (impiegato)

416) Angelo Traina (biologo)

417) Dario Ganci

418) Clara Monroy (responsabile pubbliche relazioni)

419) Vincenzo Miliucci (Cobas)

420) Frank Cimini (giornalista)

421) Daniele Tamburlini (pensionato)

422) Nicola Fratoianni (parlamentare e Segretario nazionale Sinistra Italiana)

423) Valentina Ruzzenenti (avvocata)

424) Marco Biuzzi (architetto)

425) Vincenzo Emanuele (docente universitario)

426) Raffaella di Rosa (giornalista)

427) Marco Grimaldi (Consiglio regionale Piemonte)

428) Caterina Francesca Guidi (Università di Siena)

429) Lucia Re (professoressa universitaria)

430) Francesco Martone (già senatore)

431) Marina Mancini (già docente)

432) Giuseppe Mara

433) Alessandra Mecozzi (presidente Ass. Cultura e Libertà)

434) Claudia Mantovan (Università di Padova)

435) Marcello Paolozza

436) Maria Grazia Casadei

437) Viviana Ciarroca (medico)

438) Simone Neri Serneri (Università di Firenze)

439) Anna Gigli (ricercatrice)

440) Doriana Sarli (deputata)

441) Stojan Spetič (già senatore)

442) Pier Luigi Ranghino (pres. Consiglio di Chiesa Metodista Vercelli)

443) Davide Robba

444) Rosalia Grande (medico)

445) Bianca Carmen Riva (movimento No Tav)

446) Giovanna Baracchi (Democrazia Atea Lombardia)

447) Graziano Cuter (Potere al popolo)

448) Michele Colombo (Potere al popolo)

449) Luca Casarotti (giurista, Università di Pavia)

450) Sonia Col (Potere al popolo)

451) Andrea Brazzoduro (Ca’ Foscari e Oxford)

452) Vincenzo Riso (docente)

453) Biagio Tondo (Potere al popolo)

454) Fabrizio Ghirardi

455) Stefano Dall’Agata (operaio, Coordinamento Europa Verde Verdi del Veneto)

456) Igor Stojanovic (presidente Associazione Rsc per il futuro)

457) Tarcisio Garagozzo

458) Graziella Anedda (insegnante)

459) Maurizio De Bufalo (Festival del Cinema dei Diritti umani di Napoli)

460) Alessandro Ferretti (Università di Torino)

461) Gianpaolo Delfino

462) Marco Maggiori

463) Alberto Ciullini (gruppo consigliare Sinistra X Milano)

464) Lodovico Zanetti (presidente ANPI Forlì)

465) Monica Sangalli

466) Roberta Ferruti (giornalista)

467) Stefania Rizzardo

468) Michelina Luna (docente)

469) Antonella Mascia (avvocata, difensore dei diritti umani)

470) Leonardo Bargigli (docente, Università di Firenze)

471) Mirella Caffaratti (avvocata)

472) Vincenzo Enrichens (avvocato)

473) Michele Cavaliere

474) A Foras – Assemblea contro l’occupazione militare della Sardegna

475) Piero Di Siena (giornalista)

476) Marco Bersani (Attac Italia)

477) Enzo Ferrara (ricercatore, presidente del Centro Studi Sereno Regis di Torino)

478) Enrico Suffritti

479) Carla Corsetti (avvocata)

480) Toni Germani (musicista)

481) Moreno Biagioni (Rete antirazzista – Firenze)

482) Riccardo Petrella (professore Università di Lovanio in Belgio)

483) Sezione Anpi “G. Perotti – A. Appendino” Nizza-Lingotto-Filadelfia-Millefonti di Torino

484) Federico Sanguineti (Università di Salerno)

485) Salvatore Rigione (ricercatore Università di Firenze)

486) Paola Di Giulio (Università di Torino)

487) Vincenzo Carbone (Università Roma Tre)

488) Francesco Maggiurana

489) Potere al popolo

490) Giuseppe Mercurio (impiegato)

491) Alberto Cordero

492) Paolo Bravi (docente AFAM)

493) Stanislao Rinaldi (avvocato)

494) Luigi De Santis

495) Francesco Marzorati

496) Alessandro Pullara (Rsu Cobas TIM)

497) Filippo Kalomenìdis (scrittore e sceneggiatore)

498) Viviana Vuscovich (impiegata)

499) Elettra Deiana (già deputata)

500) Raffaella Molena Tassetto

501) Rossella Selmini (Università di Bologna)

502) Campagna per il clima, fuori dal fossile!

503) No hub del gas (Abruzzo)

504) Oltre il ponte (Pescara)

505) Paese Comune – San Giovanni Teatino, Chieti

506) Kabawil – Solidarietà con i popoli

507) Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

508) Flavia Gaudiano

509) Moni Ovadia (attore, regista e scrittore)

510) Elio Germano (attore)

511) Roberto Lamacchia (presidente nazionale Associazione Giuristi democratici)

512) Tommaso Di Francesco (condirettore il manifesto)

513) Angelo Tartaglia (Politecnico di Torino)

514) Ugo Mattei (Università di Torino, Generazioni Future)

515) Francesco Gesualdi

516) Ezio Bertok (presidente Controsservatorio Valsusa)

517) Alberto Perino (Movimento No Tav)

518) Nicoletta Dosio (Movimento No Tav)

519) Chiara Sasso (Valsusa Filmfest)

520) Claudio Giorno (ambientalista)

521) Roberta Vair (pediatra)

522) Rita Palumbo (Volere la luna)

523) Alberto Poggio (Commissione Tecnica Torino-Lione)

524) Barbara Debernardi (dirigente scolastica)

525) Massimo Luciani (sindacalista)

526) Francesca Frediani (consigliera regionale Piemonte)

527) Andrea Galli (Valsusa Filmfest)

528) Jessica Costanzo (parlamentare)

529) Mario Agostinelli (sindacalista)

530) Aldo Rivabene

531) Nicoletta Salvi (Comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso, Torino)

532) Angela Ciambrone (Comitato mamme in piazza per la libertà di dissenso, Torino)

533) Irene Martinengo (Comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso, Torino)

534) Giulia Guidobaldi (Comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso, Torino)

535) Lorena Sancin (Comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso, Torino)

536) Rosa Lupano (Comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso, Torino)

537) Andrea Polacchi (presidente Arci Torino)

538) Brigida Paola Sampino (Si Cobas)

539) ANPI Grugliasco

540) Gioacchino Scaduto (già magistrato)

541) Paola D’Alconzo (Università Federico II, Napoli)

542) Nello Costabile (regista e professore di teatro)

543) Fabrizio Plebani

544) Vincenzo D’Elia

545) Massimo Bongiovanni (avvocato)

546) Elisabetta Elia (educatrice)

547) Francesca Lillia

548) Maria Grazia Tesse

549) Federico Pollini

550) Amina Noce (operatrice dormitorio Cooperativa Valdocco, Torino)

551) Eleonora Manara (insegnante)

552) Francesco Saverio Calabresi (Montepulciano)

553) Elena Monguzzi (traduttrice)

554) Michela Galliani  (pensionata, Susa)

555) Maria Elena Di Cicco Pucci Perugia

556) Giuseppe Giannini (attivista politico)

557) Vincenzo Martino (avvocato giuslavorista in Torino)

558) Antonio Corbeletti (Anpi Voghera (PV))

559) Paolo Sollier (ex calciatore, allenatore)

560) Raffaela Violino

561) Eleonora Zamboni (educatrice e insegnante, Torino)

562) Rosa Alba Meloni (madri contro operazione Lince-Sardegna)

563) Fabio Zanchetta (docente)

564) Giovanni D’Elia (pedagogista)

565) Alessandra Visco Gilardi

566) Antonio Caputo (avvocato, Torino)

567) Daniela Bezzi (giornalista)

568) Lucia Bertolini (insegnante)

569) Rita Gorgoni

570) Stefano Zenni (musicologo)

571) Rosella Perugi (docente)

572) Alessandro G. Magherini (docente di lettere)

573) Laura Buso (casalinga notav)

574) Loretta Muner (Torino)

575) Alessandra Pozzato (No Tav)

576) Paolo Bravi Mori (Brescia)

577) Luigi Rossetto (pittore)

578) Piero Sobrà (insegnante in pensione)

579) Franco Porcu, (pensionato)

580) Antonio Versari (Roma)

581) Cosima Minardi (Roma)

582) Salvatore Drago

583) Patrizia Soldati (cuoca responsabile)

584) Pinella Depau (insegnante in pensione)

585) Daniela Vaccari

587) Andrea Freda (infermiere, Bergamo)

588) Giovanni Ghibaudi (mediatore)

589) Rosanna Maritano

590) Natalino Maitan (pensionato)

591) Rosa Maria Giolitti (artigiana)

592) Giovanni Caprio (Associazione Mondragone Bene Comune)

593) Gruppo musicale EGIN

594) Elana Ochse (docente in pensione, Università Torino)

595) Margherita Giannilivigni (docente di scuola secondaria superiore, Palermo)

596) Gianni Limone (Torino)

597) Marco Tartaglino (informatico)

598) Carla Corsetti (avvocata, Frosinone)

599) Toni Germani (musicista jazz)

600) Bruno Peirolo

601) Rosalia Garzitto

602) Francesco Andreini (pensionato, Siena)

603) Anna Wolf (No Tav)

604) Caterina Cometto (pensionata)

605) Andrea Antinori (Macerata)

606) Giovanni Battista Argenziano (Giaveno)

607) Giusi Mele (avvocata)

608) Natale Alfonso (Segreteria nazionale Confederazione Unitaria di Base)

609) Gianluca Cosmacini (architetto)

610) Patrizia Guerra (cittadina)

611) Beppe Amato (Volere la luna)

612) Marco Geronimi Stoll

613) Maurizio Piccione (cooperatore sociale)

614) Michele Di Benedetto

615) Valeria Laurenti (psicologa)

616) Alessandro Orsi

617) Gruppo cattolici per la vita della valle – Valle di Susa

618) Marzia Zunarelli (psicologa)

619) Claudio Caldarelli

620) Stampa Critica

621) Pippo Consoli (Uomini contro la violenza sulle donne, Palermo)

622) Piero Sole (Uomini contro la violenza sulle donne, Palermo)

623) Camillo Bongiovanni (Uomini contro la violenza sulle donne, Palermo)

624) Pietro Polito (direttore Centro Studi Piero Gobetti, Torino)

625) Franca Ranghino (bibliotecaria Centro Studi Piero Gobetti, Torino)

626) Carlo Tagliacozzo (BDS Italia)

627) Gianna De Masi (Controsservatorio Valsusa)

628) Cristina Riccati (ricercatrice )

629) Maria Gianotti (insegnante)

630) Annamaria Marzari

631) Alessandra Valle (Formatrice)

632) Franco Lovisolo

633) Francesca Rocci (insegnante)

634) Giulio Toscano (magistrato)

635) Silvana Lamacchia (avvocato)

636) Termoli Bene Comune – Rete della Sinistra

637) Marcella Stupo

638) Luca Tagliacozzo

639) Gianni Sbrogiò (Padova)

640) Giuseppe Tadolini

641) Coordinamento “Per il Clima – Fuori dal Fossile” – Ravenna

642) Beppe Berta

643) Carla Corsetti (avvocata, Frosinone)

644) Franco Argada

645) Raffaella Molena Tassetto

646) Campagna per il clima

647) No Hub del Gas Abruzzo, Oltre il ponte (Pescara)

648) Silvana Ciaccio (insegnante in pensione)

649) Valentina Giordano (insegnante)

651) Adele Cinà (segretaria Camera del Lavoro Bagheria)

652) Maurella Carbone (insegnante)

653) Raffaella Molena Tassetto

654) Claudia Pilato

655) Luisa Morgantini (già parlamentare europea)

656) Nino Rocca (operatore sociale)

657) Maria Luisa Scozzola (insegnante)

658) Rosa Maria Gioia (docente)

659) Manuela Campo (psicologa, Palermo)

660) Beppe Diana (medico chirurgo, Palermo)

661) Franca Sinagra (scrittrice Messina)

662) Anna Maria Paglione (insegnante)           

663) Virginia Dessy (Comitato No Muos Palermo)

664) Claudia Tripi (psicologa)

665) Irene Calà (Università Munchen)

666) Gaetano Dolcemascolo (pensionato)

667) Adriana Palmeri (pensionata, Palermo)

668) Claudia Calzolari (insegnante Palermo)

669) Leonardo Alagna  (insegnante Palermo)

670) Sergio Lima (portavoce presidenza commissione antimafia ARS)

671) Concetta Accardi (impiegata Palermo)

672) Riccardo Bilardello (agente di commercio Palermo)

673) Gaetano Sabatino (restauratore Palermo)

674) Giuseppe Marsala (Università Palermo)

675) Marta Sabatino (studentessa Palermo)

676) Simona Sansone ( insegnante Palermo)

677) Luigi Carollo ( portavoce Palermo Pride)

678) Giacomo Cirincione (avvocato Palermo)

679) Salvatore Troncale (architetto Palermo)

680) Manuela Parrocchia (avvocata Palermo)

681) Anna Galatolo (avvocata Palermo)

682) Anna Puglisi (Centro Impastato Palermo)

683) Maria Teresa Pellegrini Raho (artista, architetta Lariano Roma)

684) Marilena Sanfilippo (pensionata Palermo)

685) Salvo Li Castri  (Anpi Palermo)

686) Rossella Pizzuto (operatrice culturale Palermo)

687) Angela Princiotto (insegnante Palermo)

688) Isabella Peretti (Associazione Lesconfinate Roma)

689) Eustachia Policardi (insegnante)

690) Beppe Pavan (Uomini in cammino di Pinerolo)

691) Carla Galetto (Gruppi donne comunità di base)

692) Apollonia Cortimiglia (insegnante Palermo)

693) Franca Caligiuri (impiegata Palermo)

694) Claudia D’Avossa (archivista Roma)

695) Umberto Santino (Centro Impastato Palermo)

696) Marcella Sammarco (pensionata Palermo)

697) Patrizia Autore (impiegata Palermo)

698) Patrizia Santangelo (insegnante Palermo)

699) Maria Gabriella Filippazzo (medica Palermo)

700) Piero Arculeo (pensionato Palermo)

701) Gianfranco Giannone (impiegato Palermo)

702) Sandra Berardi (presidente Associazione Yairaiha Onlus

703) Francesca de Carolis (giornalista)

704) Francesco Cassotti (Bergamo)

705) Giada Ceri (autrice e insegnante)

706) Giuseppe Mosconi (docente senior Università di Padova)

707) Davide Petrini (Università di Torino)

708) Massimo Urzi (avvocato, Firenze)

709) Italo Di Sabato (coordinatore Osservatorio Repressione Aps)

710) Nunzio D’Erme (attivista sociale, Osservatorio Repressione)

711) Carmen Vogani, giornalista

712) Vittorino Lauria (avvocato, Firenze)

713) Eugenio Losco (avvocato, Milano)

714) Marco Lazzeri (dirigente in pensione)

715) Salvatore Lanza (insegnante)

716) Massimo Zucchetti (Comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra)

717) Titta Labonia

718) Eleonora Lo Curto (presidente del gruppo parlamentare UDC all’ARS)

719) Sara Bianchi (insegnante e no tav)

720) Hassan Bassi (impiegato sociale)

721) Patrizia Ciardiello (Dip.to Giustizia Minorile e di Comunità)

722) Luigi Colaianni (giudice onorario presso il Tribunale di sorveglianza di Milano)

723) Claudio Conti (dirigente)

724) Roberto Fiorini (educatore professionale)

725) Maria Miglio

726) Rosalba Altopiedi (Ricercatrice in Sociologia del Diritto e della Devianza)

727) Carla D’Angelo (casalinga, Palermo)

728) Vito Annolino (Impiegato TIM, Palermo)

729) Matteo Annolino (studente, Palermo)

730) Nello La Marca (insegnante, regista, Palermo)

731) Patrizia Santangelo (Firenze)

732) Giovanna di Vita (Spoleto)

733) Maria Barrale  (impiegata Palermo)

734) Nunzia Messina (pensionata )

735) Grazia Fortunato (studente Università Palermo)

736) Noemi Musicò (impiegata Palermo)

737) Rosa Barrale (impiegata Comunale Firenze)

738) Pietro  Fortunato  (pensionato)

739) Nunzia Ruggeri  (impiegata Palermo)

740) Nicoletta Guirrera (impiegata Firenze )

741) Vincenzo Fortunato  (studente )

742) Stefania Messina  (pensionata )

743) Giovanni Barrale  (commerciante)

744) Francesco Pipitone  (pensionato )

745) Francesca Salerno  (impiegata Reggio Emilia)

746) Stefania Siino (commercialista Pistoia)

747) Giuseppe Pipitone  (organizzatore eventi Venezia)

748) M. Agnese Cardini (Rignano sull’Arno, Firenze)

749) Caterina Negrini (impiegata, Palermo)

750) Francesca Vaccaro (impiegata, Torino)

751) Maria Pia Simonetti (pensionata, Aosta)

752) Egle Palazzolo (giornalista/scrittrice Palermo)

753) Silvana Fernandez (blogger Palermo)

754) Maria Agnese Cardini (Rignano sull’Arno, Firenze)

755) Rosario Schirò (pensionato)

756) Franca Culasso (bibliotecaria in pensione)

757) Benedetto Piazza (insegnante)

758) Cosima Fusco (educatrice)

759) Francesca Ciolino (insegnante in pensione)

760) Anna Maria Bizzarri (giornalista freelance)

761) Francesco Scarpa (medico)

762) Marilena Bronte (casalinga)

763) Cinzia Nigro (educatrice Catania)

764) Rosa Clara Arena (insegnante in pensione)

765) Enza Maria Ciravolo (educatrice Palermo)

766) Francesca Vaccaro (impiegata Torino)

767) Bianca Pitzorno (scrittrice)

768) Anpi Palermo

769) Giuseppe Burgio (Università Kore Enna)

770) Francesco Seminara (Uomini contro la violenza sulle donne Palermo)

771) Paola Cinquerrui (insegnante, Catania)

772) Adriana Minardi (insegnante, Vittoria Ragusa)

773) Mariella Orsi

774) Cristiana D’Amore

775) Rosalba Violi

776) Giorgio Ghillardi (ricercatore ENEA)

777) Camilla Cristini

778) Angelo d’Orsi (già ordinario di Storia del pensiero politico)

779) Mara De Santi (comunista)

780) Rita Paltrinieri (ArciLesbica Modena Magdalen Berns)

781) Paoli Diana (Mamme in piazza per la libertà di dissenso Torino)

782) Giulia Irene Aiello (donna e madre)

783) Irene Sani

784) Anna Fiorini (visual merchandiser)

785) Carlo Dami (Confederazione Cobas Pistoia)

786) Rosanna Moroni

787) Maddalena Lo Fiego (educatrice)

788) Nicola Gasaro (impiegato tecnico)

789) Boris Bellone (segretario ANPPIA di Torino)

790) Claudia Cernigoi (giornalista, Trieste)

791) Tiziana Pesce (Anpi Barona Milano)

792) Gennaro Cardone (operaio)

793) Angelo Bergamini (pensionato)

794) Euro Carello (scrittore)

795) Simonetta Demuro (volontaria nel carcere di Sollicciano Firenze)

796) Severina Berselli

797) Gianluca Pasqual (insegnante)

798) Davide Cavaglieri (ingegnere)

799) Cesare Quinto (fotoreporter)

800) Sabina Calogero (cittadina)

801) Luigi Parisi (impiegato PA)

802) Maria Elvira Renzetti (ginecologa)

803) Francesca Vaccaro (impiegata)

804) Daniela Danna (università del Salento)

805) M.Concetta Cancer (insegnante in pensione)

806) Sergio Scorza (funzionario pubblico)

807) Domenico Sorgentone (allenatore sportivo)

808) Francesco Lima

809) Gianluca Donati (fonico, Palermo)

810) Laura Schimmenti (regista, Palermo)

811) Fabrizio Dentini (giornalista)

812) Gabriella Pucci (artigiana Palermo)

813) Silvana Pucci (pensionata Palermo)

814) Antonio Zancla (ingegnere Palermo)

815) Bruna Perraro (insegnante, Palermo)

816) Angela Gorini (operatrice culturale, Forlì)

817) Adriana Re (insegnante in pensione, Palermo)

818) Giusi Mandalà (esperta media digitali, Palermo)

819) Antonina Dioguardi (pensionata, Palermo)

820) Alessandra Bedino (attrice)

821) Gloria Bigliardi (Udi Carpi)

822) Emilio Arisi (ginecologo)

823) Dina Rosa (referente Salviamo il paesaggio casalasco, CR)

824) Domenico Matarozzo

825) Loredana Cordero (insegnante in pensione)

826) Antonio D’amico (podologo)

827) Lisa Guerini (macchinista teatrale)

828) Silvia Zaccaria (antropologa)

829) Cesare Pirozzi (medico, collaboratore di Stampacritica)

830) Francesca Vaccaro (impiegata Torino)

831) Leila Giannetto (ricercatrice)

832) Filippo Kalomenidis

833) Jacopo Rosatelli (insegnante giornalista)

834) Oscar Grasso

835) Domenico De Summa

836) Antonino C. Bonan (meteorologo)

837) Monica Quirico (storica)

838) Ferruccio Rizzi ( Fare politica Cremona)

839) Emilio Rotella (infermiere)

840) Marino Tarizzo ( vignettista, animatore culturale)

841) Doriana Bertino ( Castiglione Torinese)

842) Alfredo simone

843) Carmine Tinelli

844) Carlo Maria Tresso (consulente aziendale)

845) Angela Dogliotti ( Centro studi Sereno Regis, Torino)

846)Chiara Rivetti ( medica, Torino)

847) Paolo Bravi Mori (ingegnere rescia)

848) Maria Graziella Serra (avvocata, Alghero)

849) Maria Laura Bettamin

850) Alida Vitale ( avvocata Torino)

851)Vera Masoero (Cuneo)

852) Elena Camino (pensionata)

853) Dimitris Vratsos (Atene)

854) Nadia Ferrari (precaria dello spettacolo Torino)

855)Paolo Liberati ( Università Bologna)

856) Federico Moro (Milano)

857) Marilena Avvisati (Insegnante in pensione)

858) Marina Criscuoli (pensionata Genova)

859) Roberto Spesso

860) Riccardo Minniti (studente)

861) Carmen Betti (Università Firenze)

862) Erminia Licitri

863) Luigi Parisi (impiegato PA)

864) Gianfranco Di Florio (avvocato Bologna)

865) Stefano Bruno (dipendente statale)

866) Francesco Lucat (segretario regionale VdA R. Comunista)

867)Gianfranco Piazza

868) Mario Di Martino

869) Maria Graziano

870) Domenico De Summa

871) Oscar Grasso

872) Elisabetta Sarto

873) Luigi Sanza

874) Gianna Porta (assistente sociale)

875) Marina Prosperi (avvocato)

876) Giovanni Mattiozzi (libero professionista)

(l’elenco delle adesioni è aggiornato al 10 aprile 2021)


I percorsi della sorveglianza speciale: dal Rojava alla Val Susa  

Autore:

Il 22 dicembre la Corte d’appello di Torino ha confermato l’applicazione della misura della sorveglianza speciale per due anni nei confronti di Maria Edgarda Marcucci, militante No TAV nota alle cronache per avere combattuto nel Rojava contro l’ISIS. Per comprendere appieno tale decisione è necessario confrontarsi con l’ampio percorso argomentativo contenuto non solo in tale decreto, ma anche in quello emesso in precedenza dal Tribunale, di cui il primo costituisce una sorta di ratifica.

1.

Anzitutto, non una sola riga dei due provvedimenti è dedicata alla scelta fatta da Marcucci, nell’autunno del 2017, di recarsi nella Nord della Siria per sostenere il popolo curdo e combattere contro l’ISIS con le YPJ (Unità di protezione delle donne). O, meglio, la Corte vi ha dedicato un rapido accenno solo per avallare il silenzio del Tribunale.
Eppure era stata proprio questa scelta che la Procura di Torino aveva inizialmente valorizzato in chiave preventiva (segnalandone l’alto grado di pericolosità) e utilizzato come criterio selettivo per individuare, nell’ambito delle aree antagoniste torinesi, i cinque proposti (così si chiamano in gergo giuridico i possibili destinatari di una misura di prevenzione), nei cui confronti veniva richiesta l’applicazione della sorveglianza speciale per due anni, con divieto di dimora nella città per un uguale periodo. Tale prospettiva era stata, poi, abbandonata in corso d’opera, tanto che il PM, nella discussione, non ne aveva fatto menzione e l’aveva richiamata solo nel corso delle udienze, per sostenere che la solidarietà al popolo curdo era un semplice paravento che nascondeva, da parte dei cinque, un’intenzione ben più preoccupante, vale a dire quella di impratichirsi nell’uso delle armi per poi riversare tale acquisita competenza militare nel conflitto sociale italiano (specie di quello torinese e valsusino, sic!).
Nella richiesta scritta formulata dalla Procura si leggono, infatti, argomentazioni  di questo tipo: «l’arruolamento in un’organizzazione paramilitare e la partecipazione agli scontri bellici rende altamente probabile (si notino sia l’avverbio che l’aggettivazione usate) l’impiego per la commissione di reati delle acquisite conoscenze in materia di armi e strategie militari» di soggetti che hanno commesso reati contro la pubblica amministrazione. Viene da chiedersi quale idea del conflitto sociale italiano avessero i proponenti della misura se pensavano che eventuali competenze militari acquisite in Siria avrebbero potuto essere fruttuosamente utilizzate nel conflitto sociale italiano, un conflitto a bassa intensità, con livelli di violenza in alcun modo comparabili con quelli di una guerra. Le imprecise conoscenze sulla resistenza curda e sulla situazione nella Siria del nord, rivelate nelle poche, laconiche osservazioni presenti sul tema nella proposta, fanno il paio con la scarsa consapevolezza della storia di questo paese, dei movimenti e delle insorgenze sociali che l’hanno attraversato negli ultimi anni. Nelle fasi iniziali del procedimento autorevoli esponenti della magistratura inquirente erano giunti a sostenere che la proposta di applicazione della misura di prevenzione prescindesse completamente «dalla natura del gruppo» che aveva operato l’addestramento militare dei cinque proposti. Un’equivalenza curiosa tra chi pratica esecuzioni di massa, stupri, rapimenti, attentati, crimini e barbarie di vario genere per seminare terrore nella popolazione civile e chi invece decide di mettere a repentaglio la propria vita per sostenere la resistenza curda e le esperienze del Rojava. 

2.

Archiviata da Tribunale e Corte d’appello la questione siriana, sono rimaste in campo le condotte legate al conflitto sociale interno. A differenza degli altri quattro “proposti” ‒ per i quali i giudici avevano ritenuto non “attuale” il requisito della pericolosità sociale, perché le loro denunce e le loro condanne erano risalenti nel tempo ‒, Marcucci, pur incensurata e con due sole condanne in primo grado per fatti avvenuti anni fa (e, dunque, non attuali, secondo la valutazione di cui sopra), ha riportato ancora di recente delle segnalazioni di polizia per episodi avvenuti in Val di Susa e a Torino.
Il terreno del confronto si sposta allora su tali segnalazioni: sono sufficienti questi episodi, quasi tutti di particolare modestia e pure contestati dall’interessata nelle sue memorie difensive, a costituire una piattaforma probatoria sufficiente per applicare una misura gravosa come la sorveglianza speciale per due anni? Per il Tribunale e la Corte d’appello sì, perché ‒ per usare  le parole dei primi giudici ‒ sarebbero sintomatici di «una costante, pervicace, mai sopita opposizione, da parte della Marcucci, nei confronti di provvedimenti delle pubbliche autorità, sfociata, in alcuni casi, in atti di vera violenza» e si tratterebbe di «episodi non isolati ma inseriti, senza apprezzabile soluzione di continuità, in un percorso di vita costantemente orientato in tal senso, incline a violare senza remore i precetti dell’Autorità, e del tutto indifferente rispetto all’incidenza delle proprie azioni sui diritti  degli altri consociati».
I punti deboli del ragionamento contenuto nei due decreti coinvolgono un intreccio di questioni di ampia portata, la prima delle quali riguarda l’utilizzo, in sede di valutazione, delle denunce di polizia. Tale possibilità, accolta da Tribunale e Corte d’appello, si scontra con una serie di obiezioni di assoluto rilievo. Vediamo quali.
Da alcuni anni, sulla scorta delle recenti autorevoli sentenze della Corte europea dei diritti umani e della Corte Costituzionale, la giurisprudenza ha adottato nuovi criterî interpretativi, con una rivisitazione significativa delle categorie concettuali e sistematiche precedenti, affermando, in più pronunce, la necessità di ancorare la valutazione giudiziaria sui presupposti della misura di prevenzione a strettissimi parametri di legalità. Proprio per evitare che le misure preventive assumano un’impropria funzione surrogatoria di quella penale, fondata sul mero sospetto e non su circostanze oggettive, è necessario che il convincimento dei giudici si basi su fatti storici certi, che siano realmente dimostrativi della pericolosità sociale del proposto. In caso contrario,  c’è il rischio, segnalato da alcuni autori, di trasformare le misure prevenzione non solo in «pene senza delitto» ma, peggio, in «pene senza delitto accertato», cioè in sanzioni fortemente afflittive applicate non ante o praeter delictum, bensì quando l’Autorità giudiziaria non riesce a raggiungere lo standard probatorio idoneo a fondare una condanna in sede penale. Fatti storici certi significa fatti accertati obiettivamente, sulla base delle regole del “giusto processo”, cioè nel contraddittorio delle parti. In altre parole, il procedimento di prevenzione non può discostarsi dalle regole e dai criteri di formazione e valutazione della prova previsti nell’ambito del processo penale per l’accertamento della responsabilità penale di un soggetto, nonostante siano differenti gli oggetti delle due tipologie di processi e, dunque, il rispettivo tema di prova (che, nel processo penale, è riferito ai fatti relativi all’imputazione, alla punibilità, alla determinazione della pena, mentre nel procedimento di prevenzione alla pericolosità sociale del soggetto proposto e alla sua appartenenza ad una delle categorie tipizzate dal legislatore). Accontentarsi di qualcosa di meno significa confinare il giudizio di prevenzione in una sorta di zona grigia e intermedia che intercorre tra una valutazione tutta ancorata al sospetto e una legata all’accertamento giudiziale.
L’alternativa, per non incorrere in una valutazione dai tratti incostituzionali sembra secca: o consentire un legittimo esercizio del contraddittorio nell’ambito del procedimento di prevenzione, in relazione a tutti i presunti fatti reato indicati dalla polizia giudiziaria (con il rischio evidente di trasformare l’accertamento preventivo in un’anticipazione di quello di cognizione e di dilatare a dismisura i tempi di definizione dello stesso), oppure coltivare una prospettiva di attenta  selezione delle notizie di reato, valorizzando e utilizzando solo quelle che, a differenza delle segnalazioni di polizia, hanno quantomeno superato una prima verifica giudiziaria. Ridurre la ricostruzione sui fatti utili per le valutazioni in chiave preventiva all’acquisizione di atti formati unidirezionalmente dalla polizia giudiziaria senza contraddittorio, come hanno ritenuto di fare i giudici di primo e secondo grado, e poi contenere restrittivamente le richieste difensive sul piano dell’escussione dei testimoni (ammettendone cinque su 20), producendo in tal modo non un accertamento giudiziale comparabile con quello di cognizione, ma un suo simulacro, significa non solo limitare princìpi fondamentali del nostro ordinamento (dal già ricordato principio del contraddittorio nella formazione della prova a quello di parità della parti), ma ottenere un risultato, sul piano della ricostruzione storica degli occorsi e dei profili di responsabilità ad essi connessi, scarsamente attendibile. I princìpi di cui si è detto, tipici del rito accusatorio, non costituiscono solo una conquista civile, sul piano dei valori e delle tecniche processuali, ma sono, soprattutto, un metodo di ricostruzione dei fatti fondato sulla convinzione che il miglior modo per saggiare la fondatezza di un’accusa sia di instaurare un vero contraddittorio tra chi ha interesse a sostenerla e chi vuole contrastarla e falsificarla.
La scelta operata dal Tribunale, prima, e dalla Corte d’appello, poi, rappresenta, invece, un formidabile arretramento rispetto all’evoluzione normativa sui riti processuali, che finisce per riproporre, come già avveniva nel processo di stampo inquisitorio, un modello processuale fondato su fonti di prova documentali acquisite nelle indagini, anni luce distante da quel diritto delle prove e di difendersi provando sancito dalla riforma del 1989, un modello processuale in cui, per usare le parole di Paolo Ferrua, «esclusa o condannata all’afasia nelle operazioni probatorie, la difesa declina come funzione processuale, scade ad alibi, a mero segno di se stessa, come una comparsa che, pur non servendo sostanzialmente a nulla, resti tuttavia in scena per arricchire il quadro». 

3.

Resta, ancora, da accennare a un ultimo e ulteriore profilo.
La misura della sorveglianza speciale era stata chiesta per Marcucci e gli altri quattro proposti perché li si riteneva «dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza pubblica».
Due, dunque, erano i poli attorno a cui doveva ruotare la valutazione giudiziaria. Il primo fa leva sull’aggettivo «dedito» che, come ha osservato la Corte di Cassazione, «evoca il dedicarsi con assiduità a una certa attività, l’attendere ad essa con costanza», il che significa che i fatti lesivi della sicurezza pubblica devono essere stati commessi in un intervallo di tempo ravvicinato e con cadenze ridotte e non a distanza di anni, come è avvenuto per Marcucci. Il secondo rimanda alla nozione di pubblica sicurezza che sconta inevitabilmente le incertezze che ne hanno accompagnato il suo recepimento all’interno dell’ordinamento penale, trattandosi di concetto impreciso e vago anche in ragione degli incerti confini che lo separano da quello di ordine pubblico. Sulla scorta di autorevoli prese di posizione dottrinali e giurisprudenziali, si può convenire su una nozione che  riconduce la copertura costituzionale di tale significato alle leggi fondamentali dello Stato, attinenti alla incolumità dei cittadini e alla salvaguardia di beni essenziali, e ritiene che la pubblica sicurezza sia in pericolo solo quando la delinquenza può indebolire tali condizioni minime di garanzia e, pertanto, si manifesti attraverso reati capaci di incidere sulle basi fondamentali della vita associata.
Le censure nei confronti dei decreti emessi nei confronti di Marcucci riguardano allora non solo l’utilizzo di materiale e di fonti probatorie che, alla luce della recente giurisprudenza, non dovrebbe trovare spazio nell’ambito dei procedimenti di prevenzione, ma anche il giudizio di fondo sulla sua pericolosità sociale che viene agganciato alla «mai sopita opposizione […] nei confronti di provvedimenti delle pubbliche autorità» e che appare rivelatore di un approccio culturale, prima ancora che giuridico, che lascia perplessi. Non di opposizione all’autorità in termini generici occorre ragionare in sede preventiva, ma di commissione di reati contro la sicurezza pubblica. E, allora, utilizzare, per convalidare il giudizio sulla pericolosità di Marcucci, episodi come il diverbio con un capotreno che l’aveva multata e che non voleva restituirle il documento di identità, o come la partecipazione al corteo del primo maggio in cordone con altri, tenendo in mano una bandiera (definita bastone con un drappo rosso nelle annotazioni di polizia: sic!), significa considerare le misure di prevenzione come possibili strumenti di ortopedia sociale o individuale, funzionali a pretendere che ci si comporti con buona educazione (e non con «protervia» verso terzi) o che si rispettino i comandi dell’autorità.
E, ancora, l’aver considerato rilevante la partecipazione a due manifestazioni in Val di Susa, violando l’ordinanza prefettizia che imponeva di non avvicinarsi all’area del cantiere, significa dimenticare che uno dei princìpi assiologici del nostro ordinamento è costituito dal principio di offensività, con la conseguenza che la semplice opposizione, senza un comportamento materiale esteriore di offesa o di messa in pericolo di beni giuridici collettivi, dovrebbe avere scarso rilievo se non si vuole lambire il terreno del diritto penale d’autore, per cui si viene in senso lato sanzionati non per quel che si fa ma per l’atteggiamento interiore (di opposizione) che rivela il proprio comportamento.
Infine, l’aver richiamato e valorizzato la partecipazione a un presidio di solidarietà con un lavoratore di un locale torinese, non pagato da mesi dai datori di lavoro, nel corso del quale si invitava al boicottaggio di tale locale, oppure l’ingresso nella sede di un ente dalla connotazioni pubblicistiche come la Camera di commercio di Torino, con la distribuzione di volantini per protestare contro un evento che sponsorizzava la vendita di armi alla Turchia (paese notoriamente irreprensibile in tema di rispetto dei diritti umani…) vuol dire rischiare di confondere il campo della prevenzione dei reati con quello della repressione del dissenso.

 


Migrare in Val Susa: ieri e oggi

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«Quando vedo arrivare delle famiglie nel rifugio di Oulx, voluto fortemente da don Luigi Chiampo, responsabile della Fondazione Talità Kum, il mio pensiero va sempre a noi, a quando siamo partiti lasciando l’Albania». A raccontare è Lavdosh Maliquj, uno dei volontari che si danno il cambio in alta valle di Susa, al Rifugio Fraternità Massi, messo in piedi nel settembre del 2018 grazie a un accordo in comodato gratuito con una struttura dei Salesiani. «Per partire e lasciare casa nostra ci abbiamo messo cinque minuti – sottolinea la moglie Fatbardha Zeka –. Ho messo in borsa un cambio per i nostri due figli di quattro e sette anni, per noi niente, avevamo solo quello che indossavamo».

La famiglia Maliqui ha lasciato l’Albania il 4 marzo del 1991. Hanno chiuso la porta di casa senza sapere se ci sarebbero tornati. Hanno lasciato ricordi, parenti, tutto e sono saliti sulla nave. Lavdosh lavorava in una fabbrica, aveva un diploma, gli studi lo avevano portato a coprire un posto di responsabilità: dirigeva circa quattrocento operai e fra questi anche Bardha, in seguito diventata sua moglie. «Non eravamo ricchi ma neppure poveri, una fascia media. Il problema non erano i soldi – interviene Lavdosh – ma il mangiare, dovevamo alzarci all’alba per metterci in fila per sei uova e un po’ di farina, mancava tutto».

Al porto c’erano grandi navi in partenza, non si pagava un biglietto, niente. Lavdosh si è convinto che ci fosse un accordo fra Italia e Albania, perché era tutto molto strano. L’accoglienza a Brindisi, lo ricordano come straordinaria, sia da parte dello Stato Italiano sia dai semplici cittadini, che si erano fatti in quattro per aiutare. Venticinquemila persone sbarcate in Puglia. Una breve permanenza in una scuola, poi organizzate in gruppi su dei pullman e dirette in una regione sconosciuta. A loro era toccato il Piemonte, la Valle di Susa, la caserma degli alpini di Susa (da tempo dismessa). Dopo poco tempo hanno avuto dei documenti e un lavoro: Lavdosh ha accettato di tutto, compreso lavorare con il «pich e la pala», lo dice in piemontese. «In tre mesi eravamo autonomi, avevamo una casa, pagavamo l’affitto, lavoravamo. Certo, abbiamo avuto l’aiuto da parte di tutti, per questo non dimentico».

Sono trascorsi trent’anni, hanno acquistato la casa dove ora vivono, a Bussoleno, i figli sono sistemati, i nipoti rappresentano il futuro, ma Lavdosh ha deciso di mettersi a servizio per quel rifugio di Oulx. Una restituzione. Il turno dal tardo pomeriggio alla mattina del giorno dopo. Una trentina di posti letto, la possibilità di fare una doccia, di mangiare un piatto caldo, pastasciutta o riso in grandi quantità perché la fame è sempre tanta. Per cucinare si alternano i volontari. Bardha si intromette nel racconto per ricordare, ridendo, che a casa il marito non si è mai occupato della cucina. «Forniamo qualche indumento per coprirsi, soprattutto scarpe perché quelle da ginnastica non sono adatte sulla neve. Il giorno dopo si rimettono in viaggio. Vogliono proseguire, andare in Francia in altri paesi d’Europa. Ultimamente arrivano pachistani, afghani, iracheni, siriani, dalla rotta balcanica. Arrivano in tutti i modi, in treno, in auto, con i camion. Proprio l’altra sera un gruppo di 12 persone, iracheni, avevano fatto il viaggio nascosti in un camion fino a Trieste ed erano stremati; hanno pagato cinquemila euro a persona rischiando di morire asfissiati, ma ce l’hanno fatta. Alcune volte vediamo i segni delle violenze della polizia». In Croazia, paese aderente all’Unione Europea, non vanno leggeri, come più volte denunciato dai media (in ultimo, ripetutamente, dall’Avvenire) e da Amnesty International. «La norma è trovare piaghe nei piedi semicongelati e piaghe non curate infette. Spesso arrivano da noi ragazzi respinti dalla Francia. Si riposano un poco, poi qualcuno decide di ritentare, altri tornano dalle città da dove son partiti». La presenza del personale di Rainbow for Africa garantisce la cura, l’ASGI è disponibile per chiarire situazioni legali, permessi di soggiorno ecc.

«Da qualche settimana il flusso al rifugio è cambiato e sono tornati a frequentarlo anche ragazzi di provenienza africana. I numeri dell’altra sera erano cresciuti. 41 in tutto. Facciamo il possibile. Poco distante sulla strada per Claviere c’è un altro rifugio alla Casa Cantoniera: con questi ragazzi ci aiutiamo, se hanno bisogno di qualche pacco di pasta lo portiamo». Fatbardha precisa: «Mio marito immigrato aiuta i migranti. Chi non le ha vissute forse non può capire tante cose. Adesso sono trent’anni che siamo qui. All’inizio pensavo in albanese e traducevo in italiano. Adesso penso in italiano e traduco in albanese. A volte (congiunge le mani) sono alla pari, non capisco più quale lingua prevale».


«A testa alta», dalla Sicilia alla Val Susa

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È appena uscito, per i tipi di Edizioni Intra Moenia, l’ultimo libro di Chiara Sasso, che ormai da alcuni anni segue con attenzione e passione le trame di importanti temi sociali, dal superamento dell’istituzione manicomiale all’esperienza di Mimmo Lucano, passando per le evoluzioni del movimento No Tav.

Proprio su uno dei protagonisti della lotta valsusina è incentrato il suo ultimo lavoro: A testa alta. Emilio Scalzo. Un libro agile, del costo di 10 euro, costituito da sole 133 pagine, che però pesano come macigni. Perché la storia di Scalzo, 65 anni, personaggio molto noto in Val Susa perché già pescivendolo e più che discreto calciatore (giocava come portiere), ottimo pugile e ora infaticabile militante No Tav, non è una vicenda banale, assimilabile a mille altre.

Tanto per cominciare, Scalzo attualmente è agli arresti domiciliari per violazione di un’ordinanza prefettizia, danneggiamento, violenza contro agenti di polizia e “uso di ordigni esplodenti”, reati che avrebbe compiuto nei pressi del cantiere Tav di Chiomonte. Ma su di lui è fioccato un sacco di altri provvedimenti legati alla sua militanza nel movimento valsusino, nato oltre trent’anni fa e al quale ha aderito a partire dal 2005. Quelli di cui è accusato Emilio ‒ i lettori lo potranno constatare leggendo il libro ‒ sono tutti reati risibili in una vita per il resto irreprensibile. E non è cosa da poco data la complicata situazione familiare, che ha visto i suoi otto fratelli invischiati a diverso titolo in storie di malavita, droga, latitanza e carcere. Nonostante questo Emilio ha saputo stare fuori da quella che chiama «la via dell’aceto», rigando dritto e continuando ad alzarsi alle quatto del mattino per andare ai mercati generali di Torino, senza mai sottrarsi dall’aiutare e sostenere i fratelli anche durante le loro carcerazioni.

Il racconto della vita di Scalzo parte dalla sua terra d’origine, San Cataldo in Sicilia, per approdare e dispiegarsi in Val Susa, dove prende a lavorare duro, prima come macellaio e poi come pescivendolo, e a praticare calcio e pugilato a buoni livelli. Il suo pugno, «un ferro da stiro», diventa leggendario come la sua forza fisica, che usa contro i prepotenti in alcune risse giovanili. In modo naturale si schiera con i più deboli e per questo diventa amico di don Bruno Dolino (il prete fondatore, a Susa, di “Cascina Parisio”, luogo di accoglienza di ragazzi finiti nei guai per la droga). Reagendo all’ironia dei fratelli, che vorrebbero cooptarlo nei loro affari, si definisce, con orgoglio, «un sanbernardo in mezzo ai lupi». Dopo aver trascorso una vita “passiva”, senza interessarsi di politica e senza leggere giornali, nel dicembre 2005 (in reazione al violento sgombero di militanti No Tav a Venaus), si avvicina al movimento e, attraverso la lotta No Tav, si costruisce una coscienza politica e civile. Trova così un mondo accogliente, una vera comunità con la quale condividere anche valori solidali come l’aiuto ai migranti in transito verso la Francia.

Quello che Chiara Sasso mette in luce, raccogliendo la testimonianza di Emilio, costantemente appoggiato da una grande donna, la moglie Marinella, è la sua pervicace insistenza nel mettersi all’opposizione, dapprima nei confronti della malavita organizzata, poi di ogni sorta di prepotenza, per finire con il contrastare in maniera infaticabile il progetto della Nuova linea ad Alta velocità ferroviaria Torino-Lione. «Mi piace definirmi un incidente, – ha detto Emilio parlando di sé, – un incidente sulla strada dei prepotenti».

Il libro, originale e avvincente come un romanzo d’avventura, si avvale anche della prefazione di Livio Pepino, già magistrato, e della postfazione di Nicoletta Dosio, già insegnante e figura di spicco del movimento No Tav (di recente salita alla ribalta delle cronache per essere stata, anche lei, condannata a un anno di reclusione e incarcerata per aver sostenuto uno striscione durante un’azione di protesta contro il progetto dell’Alta velocità).

Emilio Scalzo: avercene, di personaggi simili!