L’ultima frontiera

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Il Report “L’ultima frontiera – La frontiera alpina nord occidentale, luglio 2022 marzo 2023” redatto da Elda Goci e Federica Tarenghi per conto di Medici per i diritti umani (associazione che presta assistenza medica alle migliaia di migranti diretti in Francia nell’ambulatorio allestito da Rainbow for Africa presso il rifugio Fraternità Massi, nella cittadina di Oulx, in Alta Val di Susa) fornisce dati aggiornati e di grande interesse anche sui percorsi dei migranti una volta approdati in Italia.

Oulx rappresenta una delle ultime tappe di un lungo viaggio, che può durare dai 2 ai 6 anni e che può costare dai 2 agli 8 mila euro. Un viaggio che collega l’Afghanistan, la Siria, l’Iran e molti paesi africani con i paesi del nord Europa e dell’Europa centrale, attraverso valichi alpini che superano i 1800 metri di quota. Nel corso del 2022 la rotta dei Balcani occidentali è stata attraversata da circa 145.600 persone. Siriani, afgani e tunisini insieme hanno rappresentato il 47% di questo flusso. Ad inizio 2023 si assiste invece ad un costante aumento delle persone in arrivo dall’Africa centrale e occidentale.

Dal luglio 2022 al marzo 2023, nei nove mesi presi in considerazione dal report, sono transitate al rifugio Fraternità Massi di Oulx (Alta Val di Susa) 8.928 persone. Di queste, 633 erano donne, pari al 7% della popolazione transitante, mentre 1.017 erano minori, rappresentando il 12% della popolazione. Nel corso del 2023 si è assistito a un significativo aumento dei migranti provenienti dalla rotta del Mediterraneo centro-meridionale con imbarco dalla Tunisia, che sempre più si configura come un Paese sia di emigrazione che di transito, dove violenze e abusi ai danni dei migranti vengono perpetrati in modo drammaticamente ricorrente. In aumento risulta inoltre il numero di donne provenienti dall’Africa sub-sahariana, soprattutto dalla Costa d’Avorio. Un aumento che, ad una prima osservazione degli indicatori di tratta, fa temere l’esistenza di una rete di sfruttamento capillare e strutturata. Si susseguono inoltre gli arrivi di donne in stato di gravidanza – solitamente rimaste incinte durante il viaggio, senza aver effettuato alcun controllo lungo la rotta – e di donne che hanno abortito o sono accompagnate da neonati e bambini nati in viaggio.

Per tutti, il viaggio migratorio è foriero di rischi legati sia alla natura che alla condotta dei corpi militari, paramilitari e di polizia addetti al controllo delle frontiere di diversi stati dei Balcani che spesso si rendono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Se attraversare i confini di Bosnia, Croazia, Serbia e Slovenia spesso significa andare incontro ad abusi e violenze di diverso tipo, i rischi non terminano una volta entrati nel territorio dell’Unione Europea. La militarizzazione della frontiera alpina rappresenta infatti un ulteriore fattore di rischio per l’incolumità delle persone, ormai a un passo dalla meta. Le difficoltà sono ancora maggiori per alcune categorie di persone vulnerabili, tra cui le persone con problemi di salute e disabilità e i minori. Questi ultimi spesso vengono respinti dalla polizia di frontiera francese, nonostante affermino di aver dichiarato la minore età.

Sono state 4.193 le persone che hanno avuto accesso a un triage presso l’ambulatorio del rifugio – allestito e messo a disposizione dall’associazione Rainbow for Africa – e 1.214 quelle visitate in modo approfondito dal team di Medici per i diritti umani. Le principali patologie trattate all’interno della clinica di frontiera sono malattie sviluppate durante il viaggio quali infezioni cutanee – in primis scabbia –, micosi, ferite infette, bronchiti, ustioni da congelamento o da carburante, traumi fisici e lesioni ai piedi. Nei paesi attraversati – Turchia, Serbia, Bosnia per la rotta balcanica o Libia e Tunisia per quella mediterranea – i migranti non ricevono assistenza, a causa dell’assenza o carenza di personale nei campi profughi informali e istituzionali o dell’impossibilità di accedere alle strutture sanitarie pubbliche e private.

Elevata inoltre è la percentuale di persone con sintomi da stress post-traumatico quali insonnia, pensieri disturbanti e intrusivi, incubi, attacchi di panico, inappetenza, astenia, cefalea e difficoltà di concentrazione, esito dei trattamenti inumani e degradanti subiti, nella maggior parte dei casi ad opera del regime talebano, dai gendarmi libici e dalle autorità tunisine. Particolare rilievo assume poi il tema delle dipendenze, in particolare da farmaci quali il Pregabalin (Lyrica) e il Clonazepam (Rivotril), spesso sovra-prescritti lungo il viaggio o in luoghi di detenzione quali carceri e CPR per la gestione dell’insonnia, dell’agitazione e dello stress. Meno rilevante numericamente ma degna di particolare rilievo è la presenza di persone con vulnerabilità sanitarie e disabilità, spesso preesistenti nel paese di origine, che si sono messe in viaggio con la speranza di trovare assistenza e cure adeguate.

Restano da menzionare le difficoltà che incontra chi intende chiedere protezione internazionale in Italia: presentare domanda di asilo presso la Questura di Torino è una procedura dalle modalità e tempistiche estenuanti: dai 2 ai 6 mesi per poter prendere un appuntamento e ulteriori 4-5 mesi per formalizzare la domanda di asilo. Mesi nei quali non è possibile accedere ai diritti fondamentali e al sistema nazionale di accoglienza.

A fronte del quadro descritto, Medici per i diritti umani torna a formulare alcune raccomandazioni, chiedendo che venga garantita la tutela dei diritti fondamentali – in particolare il diritto alla salute e l’accesso alla protezione – delle persone migranti e richiedenti asilo nei paesi di transito e in particolare nelle zone di frontiera, a prescindere dalla loro condizione giuridica.

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Vi toglieremo i TIR dai paesi…

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Lo so, oggi dovremmo preoccuparci della guerra e di altri spaventosi pericoli, ma visto come siamo trattati noi abitanti della Val di Susa per avere come unico torto quello di conoscere, amare e difendere la nostra terra, permettetemi di dichiarare un sano e onesto scetticismo. E di raccontare una piccola storia esemplare.

Borgone Susa – il paese dove sono nato e vivo – è un fazzoletto di terra costretto tra pianura e roccia a metà strada tra Torino e il confine ridisegnato dopo il secondo conflitto mondiale (quello perso con la Francia dopo la “consegna della dichiarazione di guerra nelle mani dell’ambasciatore”…). Anche nelle nostre mani è stata consegnata una dichiarazione di guerra:  è successo nel 2005 quando un intero popolo era sceso dalla stesse montagne di Annibale per dire “no grazie” all’ennesima infrastruttura di trasporto (la nuova linea ferroviaria Torino-Lione) da calare nell’esiguo fondovalle dopo aver perforato, stavolta a quota assai più bassa, il Massiccio d’Anbin. Ma assai prima del TAV – quando ci si oppose a lungo all’autostrada del Frejus – il nostro territorio fu definito da un professore del Politecnico “a contratto” (a contratto, naturalmente, con l’impresa concessionaria Sitaf…) un «corridoio plurimodale monitorato via satellite». E allora, proprio come adesso con la ferrovia, la promessa autostradale (non mantenuta perché non mantenibile) fu la stessa: «Vi togliamo i TIR dai paesi».

Nella mattina di giovedì 5 maggio un autoarticolato HB Bussmann Logistik che trasportava pesantissimi coils ha perso rovinosamente il carico. È accaduto proprio presso la rotonda di Borgone che porta dalla provinciale 24 alla statale 25: nell’affrontare la rampa in direzione di Susa ha perso uno dei rotoli di lamiera di acciaio che trasportava; evidentemente non era stato bene assicurato alle cosiddette “culle” che, poste sul pianale del semirimorchio, dovrebbero evitare un simile gravissimo rischio. Poteva essere una tragedia. Ma, per una volta, la buona sorte ha voluto che il pesantissimo rullo terminasse la sua corsa di fianco al portoncino della casa dove inizia la pista ciclopedonale, di fronte al cancello di ingresso delle scuole primarie del paese dove oltre ai bimbi delle elementari si recano periodicamente anche i ragazzi delle medie che usufruiscono della palestra posta nello stesso piazzale; una folle corsa di oltre dieci metri che per fortuna non ha trovato sulla sua strada né gli studenti, né i passanti che utilizzano quotidianamente quel breve ma frequentatissimo percorso per recarsi nei numerosi esercizi commerciali posti subito dopo la rotonda.

Nel registrare una volta tanto una buona notizia (ma che avrebbe potuto essere gravissima) resta da chiedersi con quali autorizzazioni (e di chi) viaggino mezzi che non così di rado perdono il trasportato (e del cui sovraccarico si parlò anche in occasione della tragedia del Ponte Morandi di Genova), rotoli in grado di schiacciare un’auto che si trovasse malauguratamente dietro o al fianco del semirimorchio e perché possano essere usati dei furgonati che è legittimo ritenere siano adibiti prevalentemente a ospitare altri e meno pericolosi carichi. Così come non ci si spiega perché, per “oggetti” a rischio e molto probabilmente con origine e destinazione diverse dalla Val di Susa, si voglia risparmiare il pedaggio autostradale che garantirebbe pendenze, raggi di curvatura eccetera certamente più idonei alla sicurezza, ma soprattutto senza sfiorare abitazioni, scuole e negozi. Ultimo ma non ultimo resta da registrare il lavoro gravoso, oneroso e certo non privo di rischi di Vigili del Fuoco attrezzati con mezzi pesanti, Polizia Municipale, dipendenti Anas eccetera che hanno lavorato ore per mettere prima in sicurezza il rotolo (che era rimasto in bilico), e poi caricarlo temporaneamente sul camion (che aveva una parete sfondata!) in attesa dell’arrivo di mezzi – si spera meno precari – per portarlo a destinazione (si spera non a spese della collettività).

Bene, oggi quel TIR ci ha graziato, pur transitando, in spregio alle più elementari disposizioni di sicurezza, in mezzo al paese, venti metri dal piazzale delle scuole, cinquanta dal viadotto autostradale. L’itinerario verosimilmente è stato scelto con lo scopo di evitare il pedaggio, oggi di quell’autostrada che avrebbe dovuto “ospitarlo”, domani di quella ferrovia che dovrebbe sostituirlo. È infatti difficile che il suo carico rischioso abbia origine/destinazione in una valle pioniera (suo malgrado) della de-industrializzazione ed è di questi giorni la notizia di decine di licenziamenti in casa Sitaf, quell’autostrada che proprio come il TAV avrebbe dovuto garantire posti di lavoro per sempre…


Il TAV e la fine del mondo

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Il 15 marzo ci sarà il primo sciopero globale per il clima. Sappiamo che sarete decine di migliaia a scendere in piazza a Torino e in tutta Italia.

Anche dalla Val Susa, abbiamo ammirato il coraggio di Greta nel mettersi in gioco in prima persona e rompere il silenzio. Ai più vecchi di noi ha ricordato le prime ricerche che abbiamo iniziato a fare su un progetto che vogliono realizzare da trent’anni nella nostra valle. Proprio come Greta, non ci siamo accontentati di una politica che diceva «è tutto apposto qui, non c’è nulla da vedere»: ci siamo informati e abbiamo scoperto che dietro le lettere TAV si nascondeva una grande opera che avrebbe avuto un impatto terribile sulle nostre vite, ingiustificabile sul piano economico ed ecologico, emblema di un sistema che vive per far andare più veloci le merci invece di far vivere meglio le persone. Anche noi all’inizio eravamo una manciata, poi siamo diventati centinaia, poi migliaia, poi decine di migliaia, dando vita a quello che è forse il più longevo movimento ambientale del nostro Paese.

Da quei primi giorni siamo riusciti a fermare diverse varianti dell’opera, progetti che persino i proponenti hanno poi riconosciuto essere sovradimensionati e troppo impattanti. Questo però lo hanno sempre detto dopo, prima non facevano altro che assicurarci che ogni progetto era il migliore, ognuno era indispensabile per la Valle e per il Paese. Se non ci fossimo messi in mezzo tutti quanti, bambini, ragazzi, adulti e anziani, li avrebbero già realizzati.

Negli anni per far ingoiare alla Val Susa la pillola del TAV le hanno provato tutte. Ci hanno detto che eravamo dei montanari ignoranti, che il TAV serviva per lo sviluppo, per il progresso, per l’export. Ora subdolamente sostengono che opporsi all’Alta velocità vuol dire essere a favore del trasporto su gomma, come se già non esistesse un treno che attraversa la Val Susa e che è decisamente sotto utilizzato. L’ultimo disperato tentativo è far passare quel mega-cantiere che ha iniziato a devastare la Val Clarea, una zona bellissima dove passeggiavamo fino a poco tempo fa e dove si trova una rarissima farfalla alpina, la Zerinizia, come un progetto “ecologico”.

Un’eventuale seconda linea tra Torino e Lione avrà in realtà effetti devastanti non solo sulla nostra valle ma su tutto l’ecosistema. Basta dare un’occhiata all’impronta ecologica del TAV. Secondo la ditta che vorrebbe costruire il tunnel, i lavori dovrebbero durare almeno quindici anni. Per tutto il suo periodo di attività il cantiere emetterà 1 milione di tonnellate di CO2 l’anno (e lasciamo da parte gli effetti sulle falde acquifere e sulla presenza di uranio nel massiccio dell’Ambin). Per “recuperare” un tale aumento delle emissioni il super-treno dovrebbe viaggiare a pieno regime per altri 12 anni. Sappiamo che sono stati mesi di propaganda incessante sul TAV che ha nauseato anche noi e sappiamo quanto siete attenti a verificare sempre in maniera scientifica ciò che viene detto, quindi potete controllare voi stessi questi dati, si trovano in uno dei documenti pubblicati dai promotori del TAV, il Quaderno n. 8 dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione. Attenzione! Viaggiare a pieno regime non significherebbe solo spostare su ferro i 2154 mezzi pesanti che passano oggi dal Frejus (lo 0,1% delle emissioni inquinanti in Italia, un’inezia di fronte agli 80.000 TIR che sfrecciano in tangenziale e di cui nessuno vuole occuparsi) e che potrebbero facilmente essere portati sulle ferrovie grazie agli incentivi fiscali. Significa che per essere ecologicamente conveniente il traffico sulla tratta tra Torino e Lione dovrebbe aumentare di 20 volte rispetto a oggi. Una cosa non solo impossibile ma anche non auspicabile. Una cosa sbagliata, grave e dannosa. Il tutto mentre c’è un altro tunnel, quello del Frejus, che scorre parallelo a poche decine di chilometri.

Insomma, il TAV, facendo aumentare il traffico di 20 volte, avrà un ipotetico impatto positivo sulle emissioni nel 2047. Pensiamo che sapete meglio di noi ciò che dicono gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC): abbiamo solo 12 anni per impedire che la temperatura del pianeta superi i +1,5°C, arrivando fino a +2°C, con effetti disastrosi e irreversibili per la vita sulla Terra. Vedremo prima la fine del mondo che la fine del TAV.

Le emissioni non vanno diminuite tra trent’anni costruendo nuovi tunnel e facendo viaggiare ancora più merci su lunghe distanze, vanno diminuite ora, investendo nell’economia circolare, nel riassetto idrogeologico, nella cura e manutenzione del territorio, cambiando un modello di sviluppo che ci sta portando dritti all’estinzione.

Il cambiamento climatico sembra un tema vasto e molto lontano, su cui possiamo fare poco fatta eccezione per piccoli comportamenti quotidiani. Ciò che bisogna capire è che il climate change deriva da scelte ben precise che hanno effetti molto concreti sulla vita delle popolazioni, dal Delta del Niger all’Amazzonia, dalla Terra dei fuochi alla Val di Susa. Non è vero che i politici non stanno facendo nulla per l’ambiente, ve lo possiamo assicurare: stanno facendo anche troppo.

Come noi, come Greta, come tutti i movimenti dal basso, anche voi condividete un dilemma. Come assicurarci che le dichiarazioni dei politici non siano solo belle parole ma si traducano in fatti? Se ci pensate, la risposta è in fondo abbastanza semplice. Qualsiasi politico che dica di combattere il cambiamento climatico dovrebbe immediatamente esprimersi non a favore ma contro quei progetti che aumenteranno le emissioni di CO2 nei prossimi cruciali 12 anni. È il solo modo per capire se fanno sul serio.

La Val di Susa ha già pagato un tributo pesantissimo all’ideologia dello sviluppo a ogni costo, tenacemente portata avanti da chi vede il nostro territorio come un semplice corridoio di transito e non un ecosistema dove vivono persone, animali e piante. Siamo una delle valli più cementificate d’Europa, le nostre montagne sono solcate da due strade statali, un’autostrada, una linea ferroviaria passeggeri e merci a doppio binario. Per questo siamo stanchi e arrabbiati.

Nessuno più di voi può capire meglio questo slogan. La terra non si abusa, per noi non esiste una valle B.

Un in bocca al lupo per la vostra lotta. È anche la nostra.

P.S.: venite a trovarci in Val di Susa!


Avigliana e Primo Levi

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Il pomeriggio di sabato 26 eravamo in molti ad Avigliana, in Val di Susa, alla manifestazione contro il decreto su immigrazione e sicurezza e per una seria politica di accoglienza.

La manifestazione ha avuto un tono diverso dal solito. Centinaia di cittadini, tantissime associazioni, molte amministrazioni locali si sono date appuntamento lì, per rivendicare i fondamentali diritti sanciti dalla Costituzione italiana e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, per raccontare progetti di micro accoglienza e storie di integrazione e per provare a scardinare una falsa equivalenza tra garanzia di sicurezza e chiusura dell’immigrazione. Una equivalenza diventata, purtroppo e recentemente, legge dello Stato italiano.

Ascoltando i tanti interventi che si sono succeduti in piazza Conte Rosso il pensiero è andato più volte alla Giornata della memoria e alle pagine di Se questo è un uomo, che Primo Levi scrisse proprio tra Avigliana e Torino, tra il dicembre del 1945 e il gennaio del 1947.

Nella sua prefazione Levi scriveva: «questo mio libro […] non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa concezione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano».

E nell’appendice aggiunta nel 1976 al medesimo libro aggiungeva: «conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

Monito, quello di Levi, mai abbastanza ascoltato e parole che dovrebbero essere più spesso ripetute, specie in questi giorni pesanti di sgomberi, di respingimenti in mare, di approdi negati e di stranieri dipinti come nemici da cui proteggersi.


Torino – Il futuro non è TAV

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Finalmente si può tornare a respirare a Torino. Come il föhn che ha soffiato dalle montagne per tutto il giorno, l’immenso corteo che ha attraversato il centro ha spazzato via l’aria stantia che ristagnava  sulla città da quasi un mese, dal 10 novembre delle “madamine”. Ristabilendo, con la forza dei fatti, pesi e misure. E insieme ragioni e Ragione.

Lo sapevamo che avremmo dovuto essere davvero in tanti, tantissimi, più di quanti mai erano scesi in piazza dietro le bandiere No TAV, perché i maestri della post-verità – quelli che non stanno nemmeno a contare perché i numeri buoni li stabiliscono loro – avrebbero fatto di tutto per dire che eravamo di meno. Magari numerosi, perché no?, migliaia, certo, ma meno di quelli che loro stessi un mese fa avevano convocato in Piazza Castello, con un gigantesco dispiegamento di mezzi mediatici. Era la condizione per non lasciar svanire la spinta propulsiva di quell’evento che avevano continuato a gonfiare e usare per settimane al servizio della lobby degli affari con i soldi degli altri (per dirla con Luciano Gallino). Avevano già in testa le cifre “giuste”: 20.000 per Repubblica, 15.000 per La Stampa, quelle che infatti a metà pomeriggio avevano anticipato sui rispettivi siti. Esattamente la metà di quelle che con simmetrica manipolazione – moltiplicando allora, oggi dividendo – avevano proclamato per la piazza “buona” del 10 novembre. Poi però la forza dei fatti si è imposta, per una volta almeno, sulle tecniche dello storytelling, per la perentorietà delle immagini, per la fisica dei solidi che permetteva a chiunque, col solo sguardo, grazie alla unità del contesto spaziale, di prendere le misure e comparare: la Piazza Castello che si andava riempiendo quando ancora Piazza Statuto stava finendo di svuotarsi diceva che si doveva essere almeno il doppio degli “altri”. E se di quelli si era detto 30-40.000 mila, di questi non si sarebbe dovuto andare sotto i 70.000 a voler essere onesti (magari 50.000 per restare, come sempre, avari: e così concluderà, con rammarico, Repubblica).

Ma non è solo questione di numeri (questa riguarda solo la propaganda “di sistema”). E’ soprattutto questione di contenuti. E di Qualità. La distanza abissale tra le due piazze Castello – quella delle “madamine” impreparate, per loro ammissione, e quella delle “muntagnine informate”, come recitava uno striscione – era rivelata dalla loro stessa composizione biografica, dai visi, gli abbigliamenti, il colore dei capelli, i reciproci lessici, gli sguardi e le parole con cui comunicavano le rispettive motivazioni (o l’assenza di esse), il rapporto con la “cosa” che stavano facendo, il sedimento di storie individuali e collettive… Si trattava davvero di due “mondi”. Di “due città”, per riprendere un tema ricorrente in letteratura.

Ora, a un mese dall’evento, posato il polverone mediatico e reso agibile il confronto tra le due manifestazioni, possiamo ben dirlo (dare sistematicità a un’intuizione già di allora): quella, tanto celebrata, del 10 di novembre era una “piazza vecchia”. Vecchia anagraficamente (età media sessant’anni), ma anche e soprattutto socialmente, e culturalmente. Una piazza d’Ançien régime, aggregato di “ceti” obsoleti nato sull’asse tra il Notaio Ganelli e il banchiere Giubergia, triangolando con i vecchi amministratori politici licenziati nell’ultima tornata elettorale e con una costellazione di Confindustrie piemontesi orfane del precedente sovrano alla cui ombra erano vissute e dopo il cui esodo americano non sanno che pesci pigliare. Ceti nel senso storico del termine – il tedesco Stände: Ordini, Ranghi, Corporazioni –, identificanti l’interesse generale con la propria sopravvivenza un po’ parassitaria, incapaci di immaginare un cosmo diverso da quello che ne garantisce i privilegi di status e di censo. Quelli che si erano auto-attribuiti il ruolo di “rappresentare il futuro” (il “futuro di Torino” era lo slogan dominante) ne rappresentavano ahimé – tanto drammaticamente quanto plasticamente – il passato: era il “sistema Torino”, il conglomerato d’interessi finanziari, immobiliari e politici che aveva dominato la città per lo meno dagli anni ’90 in poi, e ne aveva gestito il declino, quello che si era presentato in quella piazza sabauda. I falliti della transizione della città oltre il proprio precedente profilo di metropoli di produzione fordista: notai e liberi professionisti arricchitisi grazie ai flussi di risorse dei grandi eventi, si chiamassero Olimpiadi invernali o 150esimo dell’Unità d’Italia, passante ferroviario o ristrutturazione di Parco Dora; commercianti ed esercenti boccheggianti per il calo dei consumi in una città impoverita e attaccati al respiratore automatico di flussi turistici rispetto ai quali non fanno nulla per offrire servizi adeguati; galoppini di partito o ex funzionari piazzati dalla vecchia amministrazione in centinaia e centinaia di Consigli d’amministrazione di partecipate pubbliche a percepirne i gettoni di presenza; imprenditori smarriti per l’assenza di prospettive nei loro settori, dopo aver lesinato oltre il lecito sugli investimenti in Ricerca & Sviluppo e appesi alla speranza di qualche refolo di risorse pubbliche connesse all’indotto di un’Opera inutile; ex burocrati pubblici e privati timorosi del taglio alle proprie pensioni più o meno d’oro; insieme alla folla atomizzata dei lettori affezionati (sempre meno, ma ancora ci sono) dei giornaloni nazionali e delle loro appendici cittadine, convinti davvero dal loro storytelling, dagli slogan semplificanti, dalle mezze o finte verità.

Dall’altra la piazza mobile dell’8 dicembre. Una piazza insieme “storica” e “nuova”. Storica perché aggregata intorno alla spina dorsale valsusina, con i suoi oltre vent’anni di lotta tenace, partecipata, intelligente. Ma insieme “nuova” perché non poteva non colpire la presenza imponente, impressionante, di giovani, di ragazze e ragazzi ventenni, fino a ieri invisibili sulla scena pubblica, e ora emersi alla superficie con una carica di energia pulita, festosi e determinati a prendersi – loro sì – il proprio futuro, senza rancore, senza aggressività (l’atteggiamento non solo pacifico ma sereno di quel serpentone era uno dei dati che più colpivano), senza semplificazioni. E se la Val Susa rappresentava il serbatoio di esperienza e di saperi (nei loro vent’anni di resistenza quei “muntagnini” avevano imparato quasi tutto di quello che occorre sapere sul trasporto ferroviario, i volumi di traffico, le rottura di carico, i sistemi idrogeologici, la produzione di CO2, ecc.), Torino portava la massa, anch’essa enorme, emergente da una società riflessiva, che non si ferma agli slogans, che ragiona e fa di conto, e si preoccupa dello spreco del denaro pubblico come della devastazione dei territori. Portava anche la memoria dei propri tempi migliori, nelle biografie di tanti militanti di base della vecchia sinistra rimasti orfani elettorali, operai ed ex operai con ancora dentro l’orgoglio di produttori, indignati dallo spirito da questuanti dell’imprenditoria cittadina, artigiani, commercianti della periferia, lavoratori precari non coperti dall’assicurazione sociale delle fedeltà politiche, insegnanti imprigionati tra le sbarre della “Buona scuola”, intellettuali non ridotti a intrattenitori di corte, gente abituata a farsi un’opinione propria e a fare a sua volta il fake checking ai fake checking di Paolo Griseri.

Quel “patto generazionale” – quella linea longitudinale di continuità tra passato, presente e futuro – era d’altra parte annunciato nello stesso striscione di apertura del corteo, che diceva appunto: «C’eravamo, ci siamo, ci saremo! Ora e sempre No TAV». Così come l’intreccio tra popolo e istituzioni che rappresenta uno dei tratti più importanti e positivi dell’esperienza in Valle era reso visibile dalla folta delegazione di sindaci in fascia tricolore che lo seguivano. E poi le “partigiane della terra e del futuro”, con in testa un cappello di carta azzurro e su scritto “meglio montagnina che madamin”; i ragazzi che sfilavano dietro la scritta  “Il vostro progresso è nato vecchio, il futuro è nostro”; il cartello con i sei SI (SI a chi non è indifferente; SI a chi è solidale; SI a chi ha il coraggio di lottare; SI a chi non si fa calpestare; SI a chi non si rassegna ai soprusi; SI al movimento NO TAV).

Erano, letti tutti insieme, i termini di una grammatica e di una sintassi che parla di qualcosa sicuramente diverso, rispetto al panorama degradato del nostro presente pubblico (quello appunto della piazza del 10 novembre, fatto di tanti “è così perché è così”, “si deve fare perché si deve fare”, “i miei studenti [assenti] vogliono andare in vacanza a Barcellona”, “il TAV serve a scambiarsi le idee”, ecc.). Un “ordine del discorso” che parla, finalmente, di autonomia di pensiero, attenzione alla complessità, visione lunga nel tempo e ampia nello spazio, non ripiegata sugli slogan di un esistente senza prospettiva ma testardamente impegnata nella ricerca di una via di fuga da esso: di un’uscita in avanti. 

Sbaglia, sbaglia di grosso, Ezio Mauro quando comparando, e mettendo sulla stessa bilancia, la piazza romana di Salvini e quella torinese dei No TAV ne deduce il segno di una contraddizione interna al governo, come se quelle entità collettive umane contenute nelle rispettive piazze fossero senza residui riducibili a due soggetti politici e addirittura a due componenti di governo. È un errore – che può rivelarsi fatale per chi intende offrire ai propri lettori un qualche senso di ciò che accade – perché se la piazza romana può, a tutti gli effetti, essere assimilata a una “piazza di partito”, quella torinese no. Sta agli antipodi. È una piazza senza padroni né sponsor politici, e l’ha detto in tutti i modi, in tutti i linguaggi comprensibili purché ci siano orecchie disposte ad ascoltare. Non era e non sarà mai, quella, la piazza di qualcuno. Men che meno di una qualche forza “di governo” (che non ci siano governi amici l’hanno ripetuto da sempre, e anche ieri!). Non certo dei 5Stelle bersagliati, nel corteo da molti slogans e stigmatizzati dagli interventi dal palco. Pensare di ridurre a questione di schieramenti politici una resistenza sociale di territorio di lunga durata e una secessione culturale di grandi dimensioni è un segno di cecità inquietante, comprensibile in un politico quasi fuori-corso come Sergio Chiamparino, inatteso in un intellettuale come Ezio Mauro.

D’ora in poi, qui, come si suol dire, nulla rimarrà come prima. Perché alla fine i profili opposti delle “due Torino” sono usciti allo scoperto, si sono rivelati e contrapposti. Dalla tematica delle “due città” è attraversata nel profondo la storia culturale torinese. Ne parlò negli anni Venti Carlo Levi, sottolineando la perenne tensione tra le “due Torino” separate tra loro dal confine circolare delle “barriere”: la Torino burocratica-amministrativa che abitava il Centro, saldamente occupato da una borghesia medio-alto cresciuta all’ombra della Corte e, intorno, la Torino della grande periferia operaia, carsicamente ribelle, che periodicamente tentava l’assalto alla prima premendo sui confini. Ne ha parlato anche Norberto Bobbio, contrapponendo una “Torino di Gozzano” alla “Torino di Gobetti” («Di vecchia e agiata borghesia il primo, che vive in città ma ha la villa avita in campagna – scriveva Bobbio –; il secondo di piccola borghesia da poco inurbata, e i genitori che lavorano diciotto ore al giorno per condurre un modesto negozio»). «La Torino di Gozzano – scriveva allora Bobbio – è quella gianduiesca [che non amo, dice Bobbio] e quella ancora più detestabile delle ‘golose’*». È la città «che io rammento come un vizio da cui anch’io, ragazzo di famiglia bennata, ho dovuto redimermi» – proprio così dice Bobbio: redimermi –, ma ci sono voluti gli anni terribili della Resistenza. All’opposto «la Torino di Gobetti è la città dell’occupazione delle fabbriche, dei primi gruppi di opposizione al fascismo, aperto a una cultura militante, tanto sicura di sé da apparire spavalda, che guarda all’avvenire tempestoso, sfidando il tiranno che sta per domare con la frusta del domatore un paese di servi». Augusto Monti – a sua volta Maestro tanto di Bobbio quanto di Gobetti – parlò di una Torino (anzi di un Piemonte) «delle Vette» e di una «della Piana»: una rigorosa e giansenista, creativa e intransigente come è chi sceglie la strada difficile della scalata e della responsabilità di fronte ai problemi complessi, l’altra transigente e facilona, molle e disponibile, facile all’ipocrisia e al mercimonio… Lui aveva scelto «le Vette» – e l’aveva pagato –, ma conosceva benissimo il detto, molto torinese «Loda le Vette, ma tente la Piana». Tenersi la Piana, come mostra appunto di praticare con autocompiacimento l’establishment economico-finanziario e la sua protesi politico-amministrativa, oggi.

Oggi, quando neppure le tracce delle fabbriche e delle loro occupazioni, né quelle delle antiche barriere operaie resistono all’ingiuria del tempo; quando delle Vette scelte dai vecchi combattenti del Partito d’Azione Torinese non rimane più traccia neppure degli atteggiamenti dei loro storici, tuttavia quella vecchia frattura che attraversa la città – e dall’esito del cui conflitto dinamico è dipesa la depressione o la creatività del suo tessuto sociale e culturale – continua a lavorare sotto traccia. E l’8 dicembre ha fatto segnare un buon punto a favore della Torino delle Vette (o, quantomeno, della Montagna).

* Precisazione letteraria:
Ecco alcuni versi della poesia Le Golose di Guido Gozzano, a cui si riferisce Bobbio.

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Signore e signorine-
le dita senza guanto-
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!
Perché niun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta
divorano la preda. […]