Considerazioni di un medico malato di Covid

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Dopo aver passato la prima fase della pandemia lavorando in ospedale con i soli mezzi di protezione (e lavaggio delle mani, e distanziamento) e dopo aver eseguito ben quattro vaccinazioni (quarta dose 26 aprile scorso), continuando con mascherina e distanziamento, ho finalmente… preso il Covid. E che Covid! Febbre alta con brivido squassante, faringodinia (mal di gola) quasi invalidante, cefalea, astenia e spossatezza prolungata, repentino calo ponderale di 5 kg. Insomma, non l’infezione da smaltire tranquillamente in quarantena, ma una malattia abbastanza seria cui solo la terapia antivirale ha dato una svolta decisiva (evitando peggioramenti e un possibile ricovero).

Potrebbe essere il caso-simbolo per i no vax: «Avete visto? La vaccinazione non funziona!», ma la mia risposta non può essere del tipo «Credo comunque nella vaccinazione a tutti i costi». Ho perso la fede in età da liceo. È vero, con il mio maestro Franco Panizon penso che la vaccinazione sia ancora «il più semplice, il più economico, il più geniale e il più efficace strumento per non far ammalare»1. La medicina è basata sull’evidenza, non sulla fede, e sui grandi numeri anche la vaccinazione anti-Covid ha dimostrato di essere stata decisiva nel limitare la strage ed essere tuttora efficace nel ridurre l’ossigenoterapia e il decesso. Certo, nei confronti di un virus altamente mutevole rimangono aperte questioni come il calo e la durata dell’immunizzazione, la necessità dei richiami, l’efficacia del richiamo eterologo. E tanto altro ancora2.

Il mio quindi è un caso aneddotico in mezzo a milioni di altri casi, in cui il vaccino è servito finché sono durati gli anticorpi o finché non sono incappato in una variante più aggressiva. Farò la quinta vaccinazione a tempo debito. Piuttosto dobbiamo chiederci se in questi due anni sia valsa la pena criminalizzare i no vax alimentando una vera e propria guerra civile, escludendoli dal lavoro (e, per il periodo, dai diritti maturati), proponendo addirittura di far pagare loro il ricovero in ospedale (addio SSN universalistico!), considerandoli come untori della moderna peste, non distinguendo tra una minoranza contraria a priori e una maggioranza confusa e preoccupata per gli effetti collaterali, disorientata da esponenti del mondo scientifico arroganti e spesso in contraddizione tra di loro3. No, non ne valeva la pena e ora l’ennesima variante si fa beffe dei dispositivi medico-sanitari, tanto che il potere politico ha già mollato ogni presidio in nome della “convivenza”(?!) con il virus: per difendere l’economia, naturalmente (e che la prevenzione vada a farsi benedire).

Il malato a casa è mediamente abbandonato a se stesso. La mia condizione di medico mi ha permesso di utilizzare canali e modalità diverse da quelle “normali” e non senza fatica sono riuscito a procurare per me (e mia moglie) il farmaco antivirale efficace. La prima difficoltà inaspettata è che il tampone rapido positivo, indispensabile per richiedere lo stato di malattia e quindi il farmaco, non sempre viene accettato. “Bisogna” andare in farmacia (dove fanno lo stesso identico test rapido) oppure negli irraggiungibili servizi pubblici, ma è chiaro anche a un profano che mobilizzare un contagioso è un controsenso. Ho dovuto certificare on line in maniera dettagliata la veridicità del test, visto che posseggo una laurea in medicina, e inviarla per mail. Che dire? Credo che nel clima di controllo quasi poliziesco (ma velleitario) in cui siamo piombati possa sorgere qualche sospetto se uno si autocertifica il test negativo (per poter uscire da casa), non certo quello positivo (che anzi spesso viene occultato e raramente eseguito anche in presenza di sintomi evidenti).

Il farmaco antivirale attualmente più accessibile è il Paxlovid (PF-07321332 Nirmatrelvir + ritonavir) prescrivibile con piano terapeutico dal medico di famiglia. Una volta era fornito dalle USCA (Unità speciali di continuità assistenziale) ma a Trieste da un paio di settimane non ci sono più, sia per mancata implementazione che per riduzione del compenso orario e conseguente stato di agitazione (alla voce “angeli ed eroi” del SSN). Ho saputo che è possibile richiederlo anche via mail al Reparto Infettivi, con ritiro diretto in ospedale: così ho fatto, con rapida soluzione del problema. Non tutti i medici di medicina generale sono al corrente delle modalità e talvolta vengono frenati da banali questioni burocratiche; sicuramente non esiste un’informazione dettagliata per gli utenti. La sciatteria organizzativa su questo farmaco, che è sicuramente efficace4, causa ancora un grave ritardo sul suo utilizzo: su 600mila confezioni giacenti in Italia nelle farmacie centrali e periferiche, al 20 luglio di quest’anno meno di 40mila dosi (39.606) sono state utilizzate5. Abbiamo anticipato così milioni di euro sempre alla Pfizer, la stessa big pharma del vaccino, che anche con il Paxlovid guadagna cifre astronomiche. Pare che ogni confezione costi 700 euro, ma altri particolari non sono noti perché il generalissimo Figliuolo già in marzo aveva dichiarato che anche questo contratto con Pfizer restava secretato6. La secretazione dei contratti vaccinali e farmacologici ha inflitto un duro colpo alla trasparenza e alla credibilità delle istituzioni sanitarie, alimentando il clima di sospetto dei cittadini nei confronti delle autorità pubbliche che appaiono sempre più colluse con gli interessi economici delle grandi industrie private.

Un paio di considerazioni ancora a caldo (oggi ho preso l’ultima dose di antivirale). Primo. La medicina non è una scienza esatta, ma una disciplina empirica che utilizza metodi scientifici e si basa su evidenze, spesso statistiche. Progredisce per tentativi ed errori; dobbiamo prenderne atto e accontentarci di ciò che è evidente e ragionevole, stando attenti a non proclamare dogmi apodittici che magari non han più corso il giorno dopo. Non fede, ma prudenza e ragione. Secondo. La campagna vaccinale è stata condotta in maniera scadente, con servizi vaccinali troppo centralizzati e USCA insufficienti. È mancata una capillare campagna iniziale, anche casa per casa, nei confronti dell’unico target utile: la popolazione anziana (solo l’1,3% dei pazienti con età inferiore a 50 anni sono deceduti di SARS Covid 197 ). Si è inseguito l’obiettivo sbagliato dell’immunità di gregge, utilizzando tardivamente e in maniera velleitaria l’obbligatorietà, con scarsa attenzione agli effetti collaterali. Terzo. Peggio ancora l’utilizzo degli antivirali. In tutta la prima fase è stata banalizzata la terapia farmacologica a domicilio (“tachipirina e vigile attesa”) mentre erano già noti articolati protocolli delle società scientifiche: ciò ha contribuito a intasare gli ospedali. In seguito gli antivirali sono stati sottoutilizzati a dispetto di un massiccio investimento economico, e non parlo solo del Paxlovid ma anche del molnupiravir e del remdesivir (quest’ultimo ad uso ospedaliero)8. Quarto. Sullo sfondo c’è la mancanza di personale sanitario e il progressivo depauperamento del SSN. Risorse insufficienti? Fondo Sanitario Nazionale sottofinanziato? Sono ormai stufo di queste discussioni, specie da quando il Parlamento a larghissima maggioranza ha deciso di buttare 14 miliardi di euro in armi per aumentare al 2% del PIL la spesa militare, su ordine della NATO e di Biden (e prima ancora di Trump). È stata una scelta scellerata contro tutti noi, operatori della salute e cittadini ammalati. E una cosa è sicura: chi ha fatto quella scelta non avrà certo il mio voto.

(27 luglio 2022)

 

NOTE:

  1. Franco Panizon, Cari genitori, Laterza 1998, p. 109.
  2. Fiolet T, Kherabi Y, MacDonald CJ, Ghosn J, Peiffer-Smadja N., Comparing COVID-19 vaccines for their characteristics, efficacy and effectiveness against SARS-CoV-2 and variants of concern: a narrative review.Clin Microbiol Infect. 2022 Feb;28(2):202-221.
  3. Giuseppe Mancia et al (Consulta Società Scientifiche riduzione rischio vascolare), Tutti gli errori di una comunicazione fuori registro, Quotidianosanità, 18 febbraio 2021.
  4. Ronza Najjar-Debbiny et al., Effectiveness of Paxlovid in Reducing Severe Coronavirus Disease 2019 and Mortality in High-Risk Patients – Clinical Infectious Diseases, p 1-8, 2 June 2022.
  5. AIFA Report n. 5 Monitoraggio antivirali per Covid 19 – 0 luglio 2022.
  6. Valeria Casolaro, Il commissario Figliuolo si oppone alla pubblicazione del contratto tra Italia e Pfizer, L’Indipendente, 14 marzo 2022.
  7. https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia#:~:text=L’et%C3%A0%20mediana%20dei%20pazienti,decessi%20per%20fascia%20di%20et%C3%A0.
  8. SIMG: Indicazioni per il trattamento domiciliare dei pazienti con Covid-19, versione 1.2 del 07/04/2021.


Necropolitica. Ovvero la politica della morte

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Necropolitica

Necropolitica. Se la biopolitica si basa sul “fare”, sul controllo attivo e disciplinare, la necropolitica può basarsi sull’assenza di intervento che contempla la morte come esito socialmente accettabile.
Il Presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha rappresentato l’emblema di una gestione della pandemia che ha privilegiato la morte rispetto alla vita. Bolsonaro è stato il più radicale interprete della “necropolitica”, termine coniato dal filosofo camerunense Achille Mbembe nel suo saggio del 2003. Se la biopolitica normalizza lo stato di emergenza attraverso l’esercizio del controllo sulle vite delle persone, la necropolitica può far leva sull’assenza di misure eccezionali – e quindi ricorrere a una normalità forzata – a fronte di una situazione emergenziale. Se la biopolitica si basa sul “fare”, sul controllo attivo e disciplinare, la necropolitica può basarsi sull’assenza di intervento che contempla la morte come esito socialmente accettabile.

Per questo, la necropolitica si deve basare sulla legittimazione politico-simbolica dell’esposizione al rischio di morte di particolari gruppi e individui. Qualcuno merita di morire, qualcuno può essere sacrificato, alcuni possono non essere curati. “Gli anziani hanno già vissuto”, “i no-vax non meritano le cure”, “siamo disposti a sopportare qualche migliaio di morti per tornare a una vita normale”. La morte fisica diventa così un possibile e legittimo esito della scelta collettiva. Se la biopolitica tratta tutte le vite allo stesso modo e le persone come soggetti da controllare nella normalizzazione dell’emergenza, la necropolitica trasforma gruppi e individui in gerarchie di oggetti da ignorare fino alla morte, in nome della normalità forzata. Le vite assumono un diverso valore e alcune diventano sacrificabili. Per la necropolitica lo spettacolo deve continuare, a prescindere.
È, questa, l’opinione del politologo Yascha Mounk che, intervistato sul “Corriere della Sera” del 2 gennaio dichiara che “ci siamo abituati al fatto che la nostra vita implicherà più rischi nel 2022 rispetto al 2019, ma collettivamente e individualmente scegliamo che vivere in modo più normale valga la pena di correre quei rischi”. Ma è anche l’opinione di noti virologi e medici, come di membri del Cts. La narrazione necessaria per legittimare questa scelta è puro azzardo, scommessa, roulette, compiuta sulla pelle dei sacrificabili o di coloro che sono classificati come “non meritevoli” e colpevoli. La narrazione che supporta la necropolitica assume che Omicron è lieve, sebbene i dati non siano conclusivi; scommette sul fatto che gli ospedali non andranno in sovraccarico, nonostante la plausibilità di questo scenario. L’azzardo, appunto, è giocato sulla pelle dei fragili, persone non vaccinate e/o non vaccinabili, inclusi i malati che vedono procrastinate le cure o gli interventi per sovraccarico del sistema ospedaliero.
La stessa narrazione, poi, guarda solo ai costi delle strategie basate sulla cautela e non a quelli dell’accettazione dei rischi: azzardo che omette i danni da long-covid, condanna i no- vax a contagiarsi, non considera i dati sulle ospedalizzazioni dei bambini e lascia circolare il virus contro le raccomandazioni della scienza che invitano a contenerne la circolazione per scongiurare lo sviluppo di nuove varianti. Il blocco di interessi oggettivi che sostiene la sacrificabilità fisica di persone e gruppi è legato a doppio filo a quanti temono che la politica ritorni ad essere preminente rispetto all’impresa, ma anche a posizioni anarco-capitaliste e, tristemente, ai critici “da sinistra” dello stato di emergenza, che temono il controllo della vita dove, in realtà, ciò che dovrebbe preoccuparli è la politica della morte.
Alcune delle scelte passate del governo Draghi vanno nella stessa direzione, come la mancata introduzione del lavoro a distanza nella pubblica amministrazione. Ciò a testimonianza di un governo che guarda alla necropolitica come l’unica via rimasta verso la “normalità”, dopo aver omesso di attuare quegli interventi necessari (aerazione delle scuole, obbligo vaccinale, telelavoro) utili alla collettività nel lungo periodo, ma non al consenso immediato degli interessi consolidati e alla tenuta dei precari equilibri di una maggioranza posticcia. Molto poteva essere realizzato, intervenendo sulle condizioni materiali della vita quotidiana e sui luoghi di lavoro, potenziando diritti e benessere. Si è deciso di non farlo in nome di una strategia “only-vax” che lasciasse il resto inalterato e, ora, si scommette alla cieca sull’esito più favorevole, imponendo quella normalità che non si è stati in grado di assicurare per tempo e con lungimiranza.

Pubblicato sul Manifesto del 18 gennaio 2022 col titolo Più che la biopolitica dovremmo temere la politica della morte


Uscire dalla pandemia: 10 spunti per guardare avanti

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In un mondo globale con un’autocoscienza di onnipotenza e di crescita programmabile secondo modelli lineari di un neo-colonialismo economico e culturale, l’irruzione di una pandemia infettiva, con sapore antico, si è tradotta in un’esperienza di impotenza-ignoranza rispetto a qualcosa che si temeva da sempre ma a cui non si voleva credere: un attacco terroristico alle Torri Gemelle della scienza e dell’economia. Era quasi implicito il rischio di una risposta, più o meno ritardata, nei termini già sperimentati di una guerra travestita da affidamento alla sicurezza, con rimedi di chiusura che mimavano in chiave moderna quelli delle pesti medievali. I punti che seguono provano a rileggere la storia di questi due anni a partire dal settore specifico più immediato e visibile della pandemia ‒ la salute-sanità ‒ ma avendo come obiettivo quello di guardare a un futuro che, come in tutte le guerre, è annunciato in termini densi di preoccupazioni, ma soprattutto di promesse di cambiamenti in vista di un mondo “altro”. Chiamare le cose per nome è un passo indispensabile per sapere quali sono, se ci sono, i vincitori di questa guerra (le vittime sono certe, non nei numeri, ma nella tragicità non conclusa…) che, per definizione, diventano i decisori del futuro.

1.

Dal punto di vista della “scienza medica” la pandemia di per sé era uno dei campi di ignoranza-impotenza che si incrociano nel rapporto tra salute e rischi di malattia-morte. Allo stesso modo in cui un tempo il tumore era vissuto come un male incurabile e la sofferenza psichica come disordine da contenere-punire (magari con psicofarmaci più o meno sintomatici e isolamenti: la demenza riproduce ora il problema per il popolo degli anziani). Poi l’AIDS era stata una prova generale, finché la ricerca non ha prodotto un’area nuova di intervento-controllo cronico (in collaborazione con interventi sociali e culturali importanti, anche se non perfetti, per quanto riguarda i diritti delle persone).

2.

La novità determinante della pandemia era la rapidità e il non sapere quasi nulla del nemico: dipinto come una variante dell’influenza, con il suo peso di “morti in eccesso”, soprattutto per popolazioni in condizioni precarie e diversificate di fragilità. “Per fortuna” (non lo si diceva così, ma lo si constatava, non solo in Italia) il picco di visibilità e di gravità era nella popolazione anziana, non produttiva, già in qualche modo “destinata” e nelle periferie delle tante diseguaglianze.

3.

Come in tutte le guerre, con destini incerti e senza vincitori in vista, l’unico segnale di vita e di speranza di futuro si traduce nella segnalazione degli eroismi che vanno al di là delle attese e che – si garantisce e promette solennemente – avranno riconoscimenti culturali, politici ed economici che saranno la risposta democratica e di civiltà della “comunità internazionale”. La calamità – si riconosce da tutte le parti, e spesso perfino con toni dispiaciuti – ha messo in evidenza il come, il quanto e le responsabilità di sistemi sociopolitici che dappertutto (e strutturalmente in Italia) erano in un più o meno esplicito stato di smantellamento (o, più banalmente, di “assenza” nel mondo dei paesi altri, previsti come tali nei modelli di sviluppo neocoloniali).

4.

Il riconoscere che si è tutti nella stessa barca in un mare in tempesta diventa un mantra condiviso, con il proliferare di dichiarazioni internazionali di solidarietà che sembrano trasformare la globalizzazione in un laboratorio in cui sperimentare nuove forme di convivenza: la salute-sanità è il settore dove si dovrà e potrà maggiormente condividere il diritto universale di nuovi “rimedi”, non appena questi saranno prodotti da una ricerca dove la competizione sarà sostituita da una conoscenza senza barriere e confini. Sottaciuta e negata è la constatazione che nulla lascia prevedere cambiamenti a livello di un’economia paralizzata nelle sue catene di distribuzione di beni, trasporti, produzioni che non si mette in discussione nei suoi dogmi. Solo la voce di Francesco, in una piazza San Pietro buia, silenziosa, nella pioggia trova i toni per esprimere il bisogno di una “conversione” di sguardo e di comportamenti. La pandemia sanitaria rivela drammaticamente di essere una sindemia: prodotto del sommarsi-esprimersi di pandemie – sociali, economiche, ambientali, politiche – per le quali nessuna ricerca di “vaccini” sembra prevista.

5.

L’annuncio, simbolicamente e concretamente fatto a livello non sanitario ma finanziario da un attore “privato” (una delle industrie farmaceutiche più rappresentative del mercato duro e puro, la Pfizer), di aver trovato un vaccino cambia di colpo lo scenario: la scienza ha fatto il miracolo. Tutto è rimesso in gioco. Non c’è più bisogno di conversioni culturali e tanto meno economiche. Se la pandemia sanitaria ha un rimedio (e gli annunci di altri vaccini si moltiplicano, nei modi più diversi, e meno controllati), tutto il resto non conta più: la guerra ha il suo vincitore, che detta le regole del gioco. Che sono le stesse del “prima”: senza se e senza ma. L’umanità che si era trovata a essere migrante rispetto alle sue certezze e aveva promesso di fare della salute un bene comune, può essere destinata al destino dei migranti (quelli veri, che hanno continuato a morire come e più di sempre): non-umani, dipendenti dalla sicurezza delle leggi del mercato, titolari di diritti solo se cittadini dei paesi e dei sistemi sanitari che possono pagare, perché anche i costi assolutamente sproporzionati, e senza sconti, non si toccano.

6.

La storia dei vaccini – che continua immutata producendo vittime senza nome e senza numero: vero, programmato, impunito “genocidio per diseguaglianza” – è troppo nota e documentata in tutti i suoi dettagli per aver bisogno di essere raccontata. Testimonia meglio di ogni altro indicatore che il “dopo” della pandemia è la copia fedele del “prima”. La salute (cioè il diritto alla vita e alla dignità) è ritornata ad essere indicatore della in-civiltà del mondo globale. I produttori, privati, nella piena connivenza degli Stati, sono gli unici protagonisti: direttamente, imponendo al pubblico spese che violano impunemente perfino le regole minime del mercato, e ancor di più per ridare il vero green pass (senza obbligo o possibilità di vaccini) a tutti gli attori, mediatori, strumenti, paradigmi di una società della diseguaglianza.

7.

È tempo di smettere di fare della pandemia virale il paravento informativo, emotivo, operativo con cui si garantisce clandestinità, o al massimo tempi e spazi contingentati, agli scenari strutturali promessi (e finanziati) del PNRR. La guerra in Afghanistan (e altrove: condotta con l’accordo “dovuto” dei paesi NATO) non è stata un “dopo” di maggiore democrazia: anzi. E non c’era bisogno di 20 anni per fare un bilancio. Covid-19, con tutte le sue varianti, è solo “una” delle aree critiche della sanità e della società. Il suo spazio mediatico non è solo un pessimo servizio informativo. È un’irresponsabile manipolazione culturale, oltre che una cortina fumogena per una politica che si dichiara sempre e solo preoccupata di dati sanitari la cui comunicazione, anche quando vuol “colpire”, continua a essere patetica e insieme arrogante: uno spettacolo di finti dibattiti, che documentano drammaticamente, da un lato, l’inesistenza di una collettività scientifica che si prenda la responsabilità (indipendente e critica) di produrre informazioni essenziali e orientate seriamente e non a far propaganda ai singoli, dall’altro, la disponibilità trasversale (di parti politiche e competenze: economiche, giuridiche, filosofiche, più o meno mescolate) a imporre un disegno, di governo oltre che di cultura, teso a non portare in primo piano, in modo conflittuale e sistematico, quegli aspetti del “prima” che stanno dimostrando il loro rafforzamento ed esigerebbero un cambiamento.

8.

Il nucleo di quello che l’eroismo sanitario aveva fatto sognare fosse un “dopo” della società era, e rimane, quello: ri-conoscere lo statuto di beni-diritti inviolabili, e perciò di attenzione prioritaria della politica, della economia, del dibattito pubblico quei “bisogni inevasi di uguaglianza e dignità” che sono (anche costituzionalmente) oggetto obbligatorio di ricerca. È ora che per la sanità si vedano chiaramente i piani: la Lombardia ha già detto che, nel “prima”, tutto era così positivo da dover essere confermato per il dopo; il privato, che nessuno si sogna di indicare come problema, deve essere il protagonista del futuro, lasciando al pubblico i carichi assistenziali non attraenti per il mercato; come saranno le Regioni nella loro diversità? dove e come creare continuità tra sanità, ambiente, lavoro, non-autonomia di vita? Non ha senso – meglio, è irresponsabile – continuare in dibattiti sui vaccini, fingendo di fare informazione sanitaria o addirittura “scientifica”, e non avere tempo e risorse per una trasparenza informativa sul presente-dopo della scuola, nella infinita diversità dei contesti sociali e geografici, del personale, dei contenuti.

9.

Gli anni della pandemia sono stati scuola massificata di disinformazione sul ruolo della scienza nella società. L’attenzione obbligata agli aspetti medici (tradotti nell’ossessività acritica dei bollettini, degli algoritmi e di dibattiti più o meno arbitrari) è stata un altro pericoloso paravento di cui disfarsi: la preoccupazione per l’affidabilità delle decisioni prese sulla pandemia ha favorito la illusione-percezione che le decisioni economico-finanziarie, infinitamente più pesanti in termini di conseguenze sulla vita delle persone e della collettività, passino allo stesso vaglio di “scientificità”. Non si spiega altrimenti – se non con ignoranza colpevole o malafede – la scomparsa dalla pianificazione-valutazione di aree “critiche” (molto più della sanità e dei vaccini) come quelle dell’ecologia, dell’energia, dei territori e come il ruolo di confronti pubblici, locali e generali, sui rapporti benefici/rischi, costi/efficacia, ampliamenti/restrizioni delle libertà personali e via elencando. Gli obblighi di trasparenza, l’impatto della politica sulla vita, il futuro delle società eccetera devono trovare almeno altrettanto spazio nei settori non sanitari: con più robustezza di confronti-conflitti, con più preoccupazione per il rispetto dei diritti fondamentali delle persone e nella definizione dei beni-comuni. Ciò che rilancia la critica e l’appello alle categorie-competenze, come quelle del diritto e dell’economia, a non accettare-subire, con il silenzio o la reticenza, il ruolo di paraventi rispetto a un futuro che non può più essere pensato come lineare.

10.

Come per la gran parte dei problemi “pandemici”, la pandemia virale è un prodotto “sistemico”. Con il vantaggio di avere, per cercare soluzioni, tanti vaccini. E addirittura una promessa di farmaci. Vantaggio che richiede una continuità di ricerca medica (come per altre aree mediche: l’ambito tumorale è un esempio). Ma ci sono patologie ancora più gravi, cui si cambia il nome per non associarvi subito anche il rimedio, che non chiede ricerca, ma civiltà: come la fame, che la medicina traveste come “malnutrizione severa”. I vaccini per le altre pandemie che si sono menzionate sono noti: culturalmente “registrati”, parte della storia che si vive. Si chiamano diritti: umani, dei popoli, costituzionali. Non si possono comprare nel “libero mercato”. Stanno sempre più diventando un’emergenza, per la quale non si discute nemmeno (come alla vigilia di Covid-19) di preparedness o preparazione. Il primo laboratorio obbligato è a portata di lotta-ricerca: il PNRR, in tutti i suoi pilastri (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/07/dove-ci-porta-il-piano/). Incominciando magari dalla sanità come indicatore-verifica di praticabilità concreta: anche perché se la si discute (includendo la salute, e magari perfino la cura) la sanità fa incrociare senz’altro tutte le pandemie per le quali si attende un dopo.


Il green pass? Attenti al virus dell’intolleranza

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In un mio precedente intervento avevo già osservato che il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma la plasma a suo piacimento. E la locuzione “green pass” lo conferma in pieno: cosa c’è di green, ovvero di ecologico, in un pass che attesta una o più vaccinazioni? E per quale motivo non si utilizza l’italiano? Mi è stato eccepito, invero senza troppa convinzione, che si tratterebbe di una sorta di “semaforo” che dà il via libera col verde. Ma questo semaforo è stato posto, per ora, solo in determinati incroci, temo non casualmente.

Ecco allora, e lo affermo da vaccinato, perché ritengo, con rammarico, un errore questo “lasciapassare sanitario” che, fin dal suo nome, non è trasparente e pone, a mio avviso, sette questioni essenziali irrisolte, sette “peccati capitali” (ancora una volta, il linguaggio fa la differenza):

  1. il vaccino (definiamolo così per semplicità) non è, attualmente, obbligatorio ed è ancora in fase sperimentale (il cui termine è previsto per la primavera del 2023): come si può allora imporre la perentorietà giuridica del lasciapassare quando lo strumento cui fa riferimento non lo è ed è ancora in fase di verifica?
    Non a caso, il Consiglio d’Europa, l’11 gennaio 2021 (doc. 15212) ha dichiarato l’importanza della tutela della libertà vaccinale, stabilendo che gli Stati membri devono «assicurarsi che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria». Per quale motivo, allora, Italia (e Francia) stanno andando in direzione contraria al “ce lo chiede l’Europa”?;
  2. decisioni di natura straordinaria come l’applicazione della seconda parte dell’articolo 32 della Costituzione non possono essere prese a colpi di decretazione d’urgenza (a proposito: dove sono finiti coloro che paragonavano Giuseppe Conte al dittatore spagnolo Franco?), ma dovrebbero essere oggetto di un adeguato e partecipato percorso parlamentare, per evitare l’ormai progressivo svuotamento della rappresentanza politica in nome di stati di emergenza che poi divengono una costante;
  3. il  “lasciapassare sanitario”, così come concepito, è discriminatorio in materia di diritti essenziali, quali ad esempio il mantenimento dello stipendio nel pubblico impiego. Eppure, il Consiglio d’Europa stabiliva altresì nel sopracitato documento che bisogna «garantire che nessuno sarà discriminato se non è vaccinato».
    Come osserva Livio Pepino in un recente intervento, il paragone che alcuni propongono con la patente è «tanto suggestivo quanto infondato: l’abilitazione alla guida (così come quella all’esercizio di una professione) riguarda l’esistenza o la mancanza dei requisiti tecnico-professionali per svolgere una specifica attività e pone una differenza di trattamento solo con riferimento a quella attività e non a una generalità di situazioni». Incomprensibile poi, a mio parere, e altrettanto discriminatoria risulta la permanenza nei locali scolastici di docenti e personale ausiliario vaccinati, mente gli studenti non lo sono (e non entro nel merito scientifico, non avendone alcuna competenza);
  4. spostare interamente il dibattito pandemico sul “lasciapassare sanitario” significa non occuparsi delle reali cause che hanno generato tutto questo, ovvero le correlazioni con l’inquinamento, col consumo di suolo, con gli allevamenti intensivi di animali che aumentano il rischio di salti di specie, coi nostri stili di vita che depredano la terra e che, così, seguiteranno a essere utilizzati senza alcuna limitazione, tornando anzi a riproporre l’assurdo paradigma della crescita infinita su un pianeta finito;
  5. in funzione di ciò, osservo pertanto che il “lasciapassare sanitario” si configura in realtà come un “lasciapassare economico”, che stabilisce aree franche per centri commerciali e supermercati e impone l’obbligo per cinema, musei, biblioteche, teatri;
  6. un “lasciapassare economico” anche per Big Pharma: finché i brevetti dei vaccini saranno in mano privata, nonostante gli annunci degli ultimi mesi, e produrranno profitti di cui beneficiano multinazionali quotate in borsa, saremo in presenza di un sistema che non pone al centro la tutela delle persone, con tutto ciò che ne consegue in materia di strumenti applicativi. Il vaccino dovrebbe essere un bene comune, come l’aria, l’acqua, il suolo, sottratto alle logiche devastanti del capitalismo, le stesse che hanno causato la pandemia;
  7. infine, per quale motivo in Parlamento il green pass non sarà obbligatorio? Perché la classe politica, che dovrebbe dare l’esempio, sarà esentata dalla necessità di presentarlo?

In generale, dubito esistano soluzioni semplici e nette per problemi complessi. Stiamo creando un mondo dove al distanziamento sociale (chissà perché non epidemico, restando all’importanza del linguaggio) si sta affiancando una profonda intolleranza nei confronti di chi la pensa diversamente: un mondo diviso tra buoni e cattivi, responsabili e untori o, al contrario, consapevoli e soldatini orwelliani. I problemi complessi necessitano di analisi articolate, non di tifoserie.

Concludo pertanto con le lucide argomentazioni del prof. Luciano Sesta (https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/08/31/covid-la-vaccinazione-non-e-un-dovere-ma-un-diritto-basta-col-clima-da-caccia-alle-streghe): «Pur essendo fortemente raccomandata dai governi e dalle autorità sanitarie, la vaccinazione anti-Covid rimane in quasi tutti gli Stati del mondo giuridicamente facoltativa, e non può dunque essere considerata né necessariamente immorale (come pensano i no vax), né moralmente necessaria (come pensano i pro-vax). Ora, in un contesto in cui esiste, formalmente, il diritto giuridico di non vaccinarsi, non si può essere considerati né giuridicamente né moralmente responsabili delle conseguenze che derivano dall’averlo esercitato. Se avvalersi di un diritto comportasse, ipso facto, conseguenze penali o immorali, un simile diritto non esisterebbe nemmeno. Diverso è naturalmente il caso del dovere, giuridico o morale, che io posso avere o non avere al di là del mio diritto di non vaccinarmi. Si tratta del dovere di agire con responsabilità, morale e giuridica, nei confronti degli altri. Questo dovere, sia morale sia giuridico, oggi è previsto e non è quello di vaccinarsi, che è appunto un diritto e non un dovere, ma quello di osservare le norme di prevenzione – mascherina e distanziamento – richieste a tutti, vaccinati e non».
Nulla da aggiungere, se non la mia viva preoccupazione per la montante violenza e intolleranza, non più soltanto verbale. Alla storica diffidenza di natura sociale e razziale rischiamo di aggiungere anche la diffidenza epidemica, che rischia di distanziarci in via permanente, anche quando tutto sarà finito.


Noi, il vaccino e la pandemia: il green pass è davvero la soluzione?

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Il green pass (o passaporto vaccinale, per usare un termine meno fuorviante: https://volerelaluna.it/opinioni/2021/08/04/il-green-pass-quando-il-linguaggio-non-aiuta-a-capire/) è da oggi necessario – in forza del decreto legge n. 52/2021 convertito nella legge n. 87/2021 – per l’esercizio di molteplici attività (consumazione di cibi all’interno di ristoranti e bar, accesso a cinema, teatri, musei e mostre, partecipazione a concorsi pubblici e via seguitando) ed è stato esteso proprio in queste ore, sia pure con decorrenza differita, anche al personale di scuole e università, agli studenti universitari e per i trasporti a lunga percorrenza. La sua introduzione, seguendo il modello francese (unico nel panorama europeo), sta provocando dubbi, discussioni e proteste. Comunque non sarà indolore e vedrà il rifiuto e la contestazione non di alcuni sparuti no Vax ma di settori consistenti della società (calcolati da alcuni in diversi milioni di persone). Per di più essa ha già ampliato una spaccatura politica strumentale, foriera di ricadute imprevedibili nelle prossime elezioni (con una rappresentazione surreale in cui la destra eversiva invoca il rispetto della costituzione e delle libertà mentre quel che resta della sinistra si accoda acriticamente al Governo e declina slogan più che argomenti). Naturalmente si schierano all’unisono in favore del green pass gli editorialisti dei grandi media ammonendo i dissenzienti con la solenne affermazione che «la libertà non è arbitrio». Quel che resta in secondo piano è l’analisi del rischio che in questo modo non si tuteli la salute della collettività (addirittura abbandonando o riducendo altri necessari presìdi) e si deteriori ulteriormente la situazione istituzionale (già in drammatica sofferenza tra governi tecnici, irrigidimenti decisionisti, emarginazione del Parlamento, strumenti normativi impropri, attribuzione di ruoli tipicamente civili a militari che ci tengono a mostrarsi in tuta mimetica o in divisa e via elencando).

Provo a spiegare perché.

Primo. Non esiste nel nostro Paese un obbligo generalizzato di sottoporsi a vaccinazione contro il Covid. Tale obbligo è previsto solo, ai sensi dell’art. 4 decreto legge n. 44/2021, convertito in legge n. 176/2021, per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori sanitari che svolgono la loro attività in strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, nelle parafarmacie e negli studi professionali. Ci sono, nel dibattito politico, proposte di questo genere ma, allo stato, non sembrano all’ordine del giorno. Non per una impossibilità giuridica, ché l’articolo 32 Costituzione prevede la possibilità, a determinate condizioni, di trattamenti sanitari imposti dalla legge e nel nostro sistema già esistono ben 10 vaccinazioni obbligatorie (tra cui quelle contro la poliomielite, il tetano, il morbillo, la rosolia e la varicella) ma per due ragioni fondamentali. Anzitutto per il carattere tuttora sperimentale (seppur con avanzato tracciamento) dei vaccini contro il Covid, con l’ovvia conseguenza, affermata in numerose sentenze della Corte costituzionale, che ove il vaccino possa comportare un rischio per la salute della persona sottoposta a vaccinazione, quest’ultima non può che essere rimessa alla scelta individuale. In secondo luogo per la perdurante incertezza, dimostrata dalla stessa evoluzione della pandemia pur dopo l’attuazione di piani vaccinali molto estesi, circa l’efficacia del vaccino al fine di impedire la trasmissione del virus a terzi (condizione, quest’ultima, necessaria, per l’introduzione dell’obbligo, la cui legittimità è legata alla tutela della salute pubblica e non di quella di chi si sottopone al vaccino). Correttamente dunque – per vincoli giuridici ma anche per evidenti ragioni logiche – l’incremento delle vaccinazioni è, e deve continuare ad essere, perseguito con l’informazione e la persuasione e non con obblighi.

Secondo. Nella strategia della persuasione può rientrare l’introduzione di un passaporto vaccinale che, consentendo l’accesso a determinati servizi e attività solo a chi ne è in possesso, incentivi a vaccinarsi gli incerti o i riottosi? O esistono delle controindicazioni all’uso di tale strumento? C’è, al riguardo, un punto di principio ineludibile. Un lasciapassare il cui possesso amplia la sfera dei diritti o delle opportunità e la cui mancanza restringe tale sfera produce, di fatto, un doppio livello di cittadinanza, introducendo nel sistema un virus pericoloso e ponendo un precedente suscettibile di seguiti assai gravi. Ma, sostengono i pasdaran del passaporto vaccinale, il rilievo è improprio perché, in questo caso, si è di fronte a una diversità di trattamento determinata da una scelta dell’interessato e, per di più, si tratta di una situazione già presente nell’ordinamento (posto che, per esempio, solo chi ha conseguito la patente di guida può condurre dei veicoli) senza che ciò determini contestazioni o scandali. L’obiezione è tanto suggestiva quanto infondata. In primo luogo, in questo caso non si è in presenza di una scelta tra due opzioni che stanno sullo stesso piano ma del rifiuto di un trattamento sanitario invasivo e potenzialmente rischioso (ché analoghi rilievi non sono emersi con riferimento a una scelta non invasiva come l’uso della mascherina). Il secondo luogo, l’abilitazione alla guida (così come quella all’esercizio di una professione) riguarda l’esistenza o la mancanza dei requisiti tecnico-professionali per svolgere una specifica attività e pone una differenza di trattamento solo con riferimento a quella attività e non a una generalità (potenzialmente indeterminata) di situazioni. Non è poca cosa. Né va trascurato il fatto che gli effetti a lungo termine dell’erosione di un principio o di un diritto fondamentale, seppur inizialmente limitata (e non è questo il caso…), sono imprevedibili. Ed è per questo che la normativa europea (a cui pure la legislazione nazionale dovrebbe uniformarsi) è drastica nell’escludere la possibilità di strumenti siffatti. Il punto 36 del regolamento UE 953/2021 prevede, infatti, che «è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che […] hanno scelto di non essere vaccinate» e ad esso si affianca la risoluzione n. 2361/2021 del Consiglio d’Europa, che, nei punti 7.3.1 e 7.3.2, prescrive di «assicurare che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno è politicamente, socialmente o altrimenti sottoposto a pressioni per farsi vaccinare» (punto 7.3.1) e di «garantire che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato o per non voler essere vaccinato» (punto 7.3.2).

Terzo. Ma c’è chi, considerando i vincoli giuridici alla stregua di semplici lacci e lacciuoli, invoca, per mali estremi (il Covid, nel caso specifico), estremi rimedi e considera chi si oppone alla vaccinazione obbligatoria o al green pass una massa indistinta di mestatori politici o di soggetti che confondono la libertà con il personale ed egoistico interesse (schiavi della incultura individualista che permea le società contemporanee). È una visione parziale e ingenerosa. C’è, soprattutto nell’area più radicale dei no Vax, una componente siffatta, ma c’è anche molto altro. E ci sono, soprattutto, molte ragioni che inducono, quantomeno, a dubitare della validità della soluzione adottata. In sintesi: a) lo Stato ha certamente il diritto-dovere di imporre ai cittadini obblighi e sacrifici nell’interesse generale, ma deve trattarsi di obblighi e sacrifici ragionevoli e proporzionati, mentre nel caso specifico sono tuttora in discussione sia le potenziali conseguenze negative a lungo termine del vaccino sui singoli (o su alcune categorie di soggetti) sia gli effettivi benefici (maggiori di quelli di altre misure) per la collettività ; b) introdurre delle rotture del sistema dei diritti e della eguaglianza dei cittadini di questa entità richiederebbe, quantomeno, un confronto ampio e articolato nel Paese e nel Parlamento e l’uso dello strumento fondamentale della legge, mentre ancora una volta, il Governo ricorre alla decretazione di urgenza (quando la pandemia perdura ormai da un anno e mezzo) così marginalizzando ulteriormente il Parlamento; c) è quantomeno dubbio che il green pass e gli obblighi e i limiti ad esso connessi siano più efficaci degli strumenti classici (uso di mascherine, distanziamenti, limitazioni generalizzati di ingressi in locali per evitare assembramenti etc.) opportunamente rimodulati; d) il green pass e i relativi obblighi e divieti sono spesso irrazionali o contraddittori: nella stessa comunità alcuni soggetti sono tenuti al passaporto vaccinale e altri no (si pensi alla scuola o ai trasporti) e luoghi simili ai fini della diffusione del contagio (come le chiese e i musei) sono trattati in modo diverso; e) a tali profili di irrazionalità del sistema si aggiunge un inevitabile basso livello di effettività, essendo il suo funzionamento in gran parte demandato a privati con modalità e limiti poco chiari e indeterminati; f) il problema principale, nella campagna vaccinale, è attualmente quello della mancanza dei vaccini sufficienti per chi vuole sottoporvisi: non sarebbe più razionale completare la vaccinazione di chi lo vuole e fare, all’esito, una valutazione della situazione? Si potrebbe continuare a lungo ma tanto basta a dimostrare che il sistema proposto non è certo esente da dubbi e che addirittura rischia di costituire un alibi per la mancata adozione o il mancato potenziamento di altri presìdi necessari.

Una conclusione. Potenziare la campagna vaccinale è importante: allo stato non è certa nei suoi effetti, ma i suoi vantaggi sono ampiamente superiori ai rischi connessi. Ma non è indifferente il modo in cui lo si fa. È vero che la libertà non deve sfociare in arbitrio e in egoismo individuale ma è altrettanto vero che le istituzioni e i poteri pubblici devono operare con razionalità, lungimiranza e nel rispetto delle regole. Soprattutto nei momenti difficili, quando è necessario stabilire un patto con i cittadini e non alimentare contrapposizioni, conflitti e disgregazione sociale.


Il vaccino e gli adolescenti

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Nella imbarazzante disfida quotidiana tra deliranti fanatismi No Vax e pelosa retorica dell’unità nazionale rischia di rimanere a terra il senso critico, il discernimento, il dubbio costruttivo. Il principale danno del matrimonio tra No Vax ed estrema destra (che ha generato inaccettabili mostruosità come l’equiparazione tra pass vaccinale e persecuzione degli ebrei) è infatti la sottrazione della questione dei vaccini agli adolescenti a un dibattito razionale, informato, e dunque capace di aiutare le famiglie a decidere (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/06/17/vaccinare-gli-adolescenti-italiani/).

Premessa: sono favorevole ad ogni tipo di vaccino, e, non appena mi è stato proposto, mi sono subito vaccinato (come insegnante) con doppia dose di Astra Zeneca, accettando senza fiatare il caos sulle età (oggi non potrei farlo), gestito dal Governo Draghi con un dilettantismo che non sarebbe stato consentito a nessun altro esecutivo. Aggiungo che, nonostante alcuni non infondati argomenti contrari, sarei anche incline ad accettare un obbligo vaccinale per gli adulti: forse una misura meno ipocrita e più efficace del cosiddetto Green Pass, che apre a prospettive più inquietanti, come quella che vede il medagliatissimo generale pretendere le liste di chi rifiuta la dose…

Al contrario, nutro non pochi dubbi sulla vaccinazione dei miei due figli adolescenti, e ciò che leggo ogni giorno non giova affatto a scioglierli.

La babele europea, innanzitutto. In Germania il Governo sconsiglia di vaccinare gli adolescenti. Su Der Spiegel si è letto (cito la traduzione di Internazionale) che questo avviene perché «tra le voci critiche c’è […] quella del comitato permanente sui vaccini (Stiko), la commissione indipendente di esperti che fornisce un’analisi scientifica sui rischi e i benefici della vaccinazione. Lo Stiko fa parte dell’istituto Robert Koch, il centro federale per il controllo delle malattie. Le valutazioni preliminari del comitato rischiano di smorzare l’euforia intorno alle vaccinazioni. “Ne stiamo ancora parlando”, spiega Rüdiger von Kries, professore di pediatria sociale e medicina degli adolescenti all’università Ludwig Maximilian di Monaco. Secondo lui, le vaccinazioni tra i 12 e i 17 anni non saranno probabilmente raccomandate a tutti indistintamente, ma solo alle persone con disturbi preesistenti come diabete, tumori o immunodeficienze». E anche i Governi inglese, belga, olandese e finlandese sono sulle stesse posizioni.

In Italia, invece, offrendo il Green Pass a chi ha più di 12 anni, il Governo Draghi di fatto compie la scelta diametralmente opposta (in compagnia di quelli di Francia, Spagna e molti altri), spingendo verso una vaccinazione di massa degli adolescenti: ma lo fa senza quella campagna di divulgazione, e senza promuovere quel dibattito che, in una democrazia, non possono non accompagnare una svolta di questo tipo. E la devastante incapacità di questo ineffabile “governo dei migliori” a eliminare le “classi pollaio”, e a provvedere a edilizia scolastica e trasporti pubblici, lascia immaginare che, a settembre, il pass possa esser chiesto anche per andare a scuola.

Quel che manca – nonostante l’onnipresenza mediatica di virologi e immunologi – è un serio discorso pubblico sul rapporto rischi-benefici per i ragazzi: un discorso che permetta di quantificare, in qualche modo, i rischi di vaccini sostanzialmente non sperimentati per la loro fascia di età, e il beneficio di evitare decorsi avversi del virus, sempre nella loro fascia di età. Insomma: una sedicenne rischia più vaccinandosi, o non vaccinandosi? È a questa domanda che bisognerebbe rispondere con onestà e documentazione. Invece, da noi la sostanza del discorso non si concentra sugli interessi dei più giovani, ma sul loro ruolo di vettori del virus verso gli adulti. Naturalmente anche questo è un argomento da valutare (rammentandosi, però, che anche sotto i dodici anni si può essere “untori”…), ma sarebbe lecito aspettarsi che prima di esporre gli adolescenti a un rischio in buona parte incognito, il Governo portasse a termine la doppia vaccinazione di tutti gli adulti (compresi i marginali), appunto anche ricorrendo all’obbligo, se necessario. Non farlo, e scaricare il problema sui ragazzi, mi pare l’ennesima manifestazione di quel saturnismo tipico della classe dirigente italiana, e di questo Governo in particolare: dell’attitudine, cioè, a sacrificare l’interesse, e le vite, di chi viene dopo, sull’altare del presente, della crescita e degli interessi di chi comanda oggi. Senza contare il vero e proprio dilemma morale a cui si lasciano milioni di famiglie: lasciate sole a decidere, con i ragazzi che premono, spinti dalle restrizioni imposte dal governo.

Da cittadino e da genitore vorrei esser certo che i ragazzi vengono vaccinati nel loro interesse, per evitare loro un rischio. Non contro il loro interesse, e per evitare un rischio a noi adulti. Prontissimo a convincermi che il vaccino, nonostante le incognite che saranno sciolte solo tra anni, conviene anche ai ragazzi: ma per la loro salute, non per andare in discoteca, o peggio per far ripartire un’economia che li considera alla stregua di carne da cannone.


Mario Draghi: tra cinismo e moralismo da salotto

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Un aforisma inglese variamente attribuito, da Lincoln a Oscar Wilde, sostiene: «Better to Remain Silent and Be Thought a Fool than to Speak and Remove All Doubt» («Meglio restare in silenzio ed essere considerato uno sciocco che parlare e far venir meno ogni dubbio»). La conferenza stampa concessa, l’8 aprile, dal presidente del Consiglio Mario Draghi ne è l’ennesima conferma. Ed è un documento notevole per chiunque voglia provare a capire in quali mani siamo stati consegnati.

Il ritratto che ne esce non è rassicurante, né sul piano cognitivo, né su quello politico. A tratti sembra addirittura che il presidente del Consiglio sia decisamente fuori fuoco, cioè che non si renda pienamente conto di ciò che dice, né delle sue implicazioni. E, d’altra parte, pare di capire che Draghi non abbia piena contezza nemmeno dei poteri e delle responsabilità del governo, e di chi lo presiede. I suoi commenti sembrano infatti quelli di un pensionato che commenti l’attualità sul divano di casa, davanti alla tv. Non quelli del capo dell’esecutivo, cui è affidato il compito di incidere decisivamente su quella stessa attualità.

Cominciamo dai vaccini. «Banalizzando –­ ha scandito Draghi ­– si dovrebbe dire: smettetela di vaccinare chi ha meno di 60 anni, smettetela di vaccinare i giovani ragazzi –– sì, ragazzi sono: io lo posso dire – di 35 anni, psicologi di 35 anni, perché sono operatori sanitari anche loro. Queste platee di operatori sanitari si allargano in questo modo: ma con che coscienza un giovane, o comunque uno che non è compreso nelle prenotazioni, salta la lista e si fa vaccinare? Questa è la prima domanda che uno si dovrebbe fare, prima di farla al governo, alle regioni. Questa è la prima domanda: con che coscienza la gente salta la lista, sapendo che lascia esposto al rischio una persona che ha più di 75 anni?». Lasciamo da parte il paternalismo gerontocratico di chi si compiace di chiamare «ragazzi» gli adulti di 35 anni, e andiamo al sodo. Che però non c’è: perché il presidente del Consiglio si sfoga in una paternale, ribaltando il tavolo delle aspettative degli italiani. «Non guardate alle inefficienze di Stato e Regioni, ma alla vostra coscienza»: questo il messaggio. Talmente vago, non documentato e allusivo da essere insieme inutile e pericoloso. A chi si riferisce il Presidente del Consiglio? Forse a chi salta la fila illecitamente? Così non pare, visto l’esempio degli psicologi 35enni: che si vaccinano obbedendo a una direttiva esplicita del governo presieduto da Mario Draghi (decreto legge del 1 aprile). E allora? A tutti i vaccinati che abbiano meno di 75 anni (tra cui lo stesso Draghi, che ne ha 73)? O ad alcune categorie in particolare? Forse a coloro che “passano”, quelli che il suo mitico generale in mimetica e medagliette voleva vaccinare a raffica?

In ogni caso, è lunare che un presidente del Consiglio, quasi fosse il pontefice, si rivolga alle coscienze. Se è a conoscenza di illeciti, o se non condivide le priorità decise dalle Regioni per le vaccinazioni (e alcune cose sono di fatto assai poco condivisibili), ha il potere (articolo 120 Costituzione) e il dovere di intervenire fattivamente: non può, non deve, fare commenti da divano. Ma la possibilità di avocare tutta la campagna vaccinale al centro – che sarebbe invero l’unica cosa da fare, per garantire eguaglianza ed efficienza – non sfiora nemmeno la mente del presidente del Consiglio, contento che «il commissario e le regioni lavorano molto bene». A fronte di questo totale immobilismo, l’unico effetto del populismo di governo incarnato nelle dichiarazioni di Draghi è stato quello di scatenare una grottesca, indiscriminata e del tutto arbitraria caccia alle streghe che «saltano la fila». Sono direttamente testimone della confusione, dei dubbi e direi della desolazione che le esternazioni di Draghi hanno ingenerato nel mondo universitario. Ai professori (tra i quali chi scrive) è stato chiesto di vaccinarsi – con vibranti appelli al nostro senso civico – dal Ministero della Salute e dalle varie Regioni: e di vaccinarsi con il vaccino Astra Zeneca, che fino a poco fa non era somministrato alle persone più anziane di 55 anni né alle persone fragili. Ma ora la sbracata campagna di stampa da mesi in corso contro l’università (Repubblica ha scritto che si vaccinano i baroni!) trova una indiretta legittimazione nelle ambigue parole del capo del governo.

Nella sua continua, caratteristica oscillazione tra moralismo e cinismo, pochi minuti dopo, Draghi annuncia che si accelererà sui passaporti vaccinali, per riattirare il turismo internazionale nelle città d’arte (un processo che richiederebbe invece una seria riflessione: perché è proprio tra le cose che non dovrebbero tornare “come prima”): «Dobbiamo procedere rapidamente nel nostro interesse ad avere un certificato vaccinale quindi piuttosto che preoccuparsi poi delle complicazioni che ci sono, complicazioni di carattere anche etico, cominciamo a farlo poi, dopo, dopo: quando ce l’abbiamo, ci preoccuperemo anche di non discriminare quelli che loro l’hanno fatto, eccetera». Prima fare, poi pensare. Prima l’azione, poi l’etica: ecco la competenza al potere, ecco il governo di alto profilo voluto da Mattarella.

Dopo i vaccini, la politica estera e l’idea di democrazia: di male in peggio. «Non condivido assolutamente le posizioni del presidente Erdogan – improvvisa Draghi – […] con questi diciamo, chiamiamoli per quello che sono, dittatori, e di cui però si ha bisogno per collaborare, perché poi uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti di visioni della società, e deve essere anche pronto a collaborare, a cooperare più che collaborare, cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese». Anche in questo caso, si ha la viva impressione che Draghi non sappia bene valutare le conseguenze di ciò che dice. Perché se davvero si aveva l’intenzione di provocare una crisi diplomatica di questa gravità con la Turchia, allora si sarebbe dovuta decidere una strategia precisa, puntando a contestare fatti precisi e a ottenere non meno precisi risultati: per esempio sulla libertà di stampa, sulla condizione delle donne, sulla questione curda. Invece, così c’è solo un serio danno, senza alcun profitto (immagino quanto sarebbe stato, e giustamente, crocifisso un Di Maio o un Conte in una situazione analoga). E non si dica che il profitto starebbe nella enunciazione di principio: perché il principio enunciato è quello del più deteriore e caricaturale machiavellismo di chi si compiace di usare i dittatori per fare i propri interessi nazionali. Una prassi riassunta nella celebre formula con cui un presidente americano definiva un dittatore sudamericano: «He may be a son of a bitch, but he’s our son of a bitch» («Può essere un figlio di puttana, ma è nostro figlio di puttana)». Un principio da rigettare radicalmente in una democrazia costituzionale, che si tratti della Turchia o della Libia che massacra i migranti: il cui interesse nazionale non può mai essere in contraddizione con i principi della Costituzione.

Fedele all’adagio che ricorda come tutti i salmi finiscano in gloria, la conferenza stampa si chiude con Draghi che dice un secco no alla richiesta della Cgil di non far ripartire i licenziamenti a luglio: qua la voce di Draghi non è incerta, contraddittoria, istrionica. È ferma e chiara: è la voce dei padroni.


Vaccini e diamanti: lo spirito del capitalismo

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Anche sulle vaccinazioni l’Europa sta mostrando tutti i suoi limiti. Quali compiti si era data? Concludere accordi con i singoli produttori di vaccini per conto degli Stati membri. L’ha fatto ricorrendo al fondo da 2,7 miliardi appositamente istituito per supportare i Paesi dell’Unione nella lotta al coronavirus (Emergency Support Instrument). In sostanza, si è fatta carico di acquisire un diritto di acquisto per un certo numero di dosi, dando alle imprese un acconto a nome degli Stati. A ben vedere, una buona garanzia per le imprese produttrici, che in questo modo sarebbero incentivate ad aumentare la produzione. Dopo tre mesi, tuttavia, i conti non tornano. Secondo la tabella di marcia, ad oggi doveva essere vaccinato l’80% degli ultraottantenni e del personale sanitario. Siamo al 27% per gli uni e al 47% per gli altri. Nel frattempo, il numero giornaliero di morti e contagi rimane da paura. Oltre 200 mila i primi, circa 3 mila i secondi. Fallimento? È quello che dice la sezione regionale dell’Oms. «Campagna inaccettabilmente lenta», ha dichiarato il direttore generale Hans Henri P. Kluge. A Bruxelles, però, dicono che la colpa è delle case farmaceutiche che producono poco e dei piani nazionali che non decollano. Ma davvero è solo una questione organizzativa? Troppo semplice, verrebbe da dire.

Intanto, dovremmo chiederci perché i singoli Paesi membri, quasi tutti economicamente avanzati, non sono in grado di produrre i vaccini per i loro popoli. O li producono solo per conto terzi, per i colossi di Big Pharma. Cuba sì e l’Italia no? Un paradosso. Eppure, in passato non è stato sempre così. Fino agli anni Settanta, in Europa esisteva una pluralità di produttori pubblici di vaccini. Ma anche gli istituti privati assolvevano, come in Italia (emblematico il caso dell’Istituto Sclavo), a una funzione pubblica, nel quadro delle strategie nazionali di politica sanitaria. La svolta arriva negli anni Ottanta. La rivincita delle teorie economiche neoclassiche travolge anche il settore sanitario e farmaceutico. La sanità diventa «aziendale», anche i farmaci diventano solo fonte di profitto, al pari di tutte le altre merci. In pochi anni tutti gli istituti pubblici di produzione di vaccini che erano sorti a partire dagli anni Cinquanta nei principali Paesi europei vengono smantellati (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/03/23/per-unindustria-pubblica-del-farmaco-e-del-vaccino/). Fine di una storia. Quella che nei decenni passati aveva fatto conseguire risultati clamorosi nella lotta alle più insidiose malattie endemiche, come ad esempio il vaiolo (per quelli di una certa età la traccia indelebile di quella stagione è data dei segni dell’innesto sul braccio sinistro).

È il trionfo del privato. Un pugno di multinazionali acquisisce il monopolio della produzione farmaceutica su scala mondiale e anche i vaccini vengono interamente assoggettati alla logica del mercato. Da «valori d’uso» si trasformano in meri «valori di scambio». Come per le altre merci, la loro produzione non è più finalizzata al soddisfacimento di un bisogno (in questo caso il bisogno di salute), ma alla realizzazione di un profitto il più possibile elevato. Il processo è quello che si può riassumere nella formula denaro-merce-denaro. Processo capitalistico per eccellenza. L’«utilità marginale» del bene vaccino è commisurata alla formazione del suo valore monetario e alla profittabilità dell’impresa produttrice. L’utilizzatore è un consumatore come un altro. Non conta il numero dei morti che fa il Covid-19, ma la legge della domanda e dell’offerta. Quando la Commissione europea scrive che l’acconto dato alle case produttrici per conto degli Stati serve a incentivare la produzione da parte delle stesse (una copertura del rischio) ammette proprio questo. Che gli affari non guardano in faccia nessuno, anche se di mezzo ci sono malati e morti (https://volerelaluna.it/noi-e-il-virus/2021/03/22/astrazeneca-una-vicenda-che-non-riguarda-solo-il-vaccino/). Nel I libro de Il Capitale, Marx porta il lettore a ragionare sulla duplice natura delle merci. «Come valori d’uso le merci sono soprattutto di qualità differente, come valori di scambio possono essere soltanto di quantità differente, cioè non contengono nemmeno un atomo di valore d’uso», è la sua caustica conclusione. La traduzione è semplice. In un’economia capitalistica la differenza tra un vaccino che salva la vita e un diamante che serve a soddisfare la vanità di una persona è data soltanto dal loro diverso «valore di scambio». Il loro prezzo. Il processo economico capitalista non contempla la produzione di utilità sociali, ma solo la realizzazione di un sovrappiù per chi detiene i mezzi di produzione, dopo aver reintegrato i mezzi per la sussistenza e la riproduzione dei lavoratori e quelli necessari alla ripresa del processo produttivo. Dopo più di tre secoli siamo ancora qui, per quanto si voglia insistere con la storiella che «ormai è cambiato tutto, anche il lavoro e l’impresa».

La pandemia è arrivata alla fine di un lungo ciclo di ristrutturazione delle società occidentali. Anni in cui il mercato è stato fatto entrare dappertutto, finanche dove insistono, per dirla ancora con Marx, «valori d’uso senza valore» (acqua, aria, paesaggio). Tutto è stato assoggettato a «determinazione economica». E tutto è stato riassorbito in un processo fine a se stesso di produzione di denaro a mezzo di denaro. Compresa la politica e le istituzioni democratiche, la cui autonomia rispetto all’economia è pari a zero, ormai. Come per la produzione pubblica di vaccini, anche il «Grande novecento» politico è solo un lontano ricordo. Siamo «dopo l’età della politica». Ma tutto sembra normale: il problema diventano i ritardi nelle forniture e non il fatto che un bene così importante come il vaccino venga prodotto in funzione dei guadagni che su di esso si possono realizzare. Siamo schiavi del mercato ma intendiamo le catene come semplici accidenti. E nemmeno in tutte le circostanze della vita. «Una levigata, ragionevole, democratica non-libertà», avrebbe detto Herbert Marcuse. Salvo aggiungere che «se la grande maggioranza della popolazione accetta ed è spinta ad accettare la società presente, ciò non rende questa meno irrazionale e riprovevole».

Un esempio recente di subalternità della politica e delle istituzioni al capitale monopolistico, legato proprio alla questione dei vaccini, è quello del mancato accordo in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) a proposito di una deroga sui brevetti. Si sono schierati contro gli Usa, il Regno Unito, la Commissione Ue e tutti i 27 Stati membri dell’Unione, compresa l’Italia. L’Occidente ricco unito a sostegno dei profitti privati sui vaccini, e contro i diritti elementari delle persone e dei popoli più sfortunati della Terra. (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/02/17/il-nazionalismo-del-vaccino-ovvero-si-salvi-chi-puo/). Una vicenda «riprovevole e irrazionale». Ma tutto maledettamente razionale secondo lo spirito del capitalismo.

Dalla pandemia usciremo, prima o poi. Il problema è che rimarremo ancora a lungo in un sistema nel quale il valore dell’attività umana e la stessa vita continueranno ad essere «espressi in cifre», come efficacemente scrisse due secoli fa il filosofo e attivista tedesco Moses Hess. D’altronde, cosa si muove intorno a noi perché questo giudizio pessimistico sul futuro possa essere ribaltato?


Milano: vaccini e ultraottantenni

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Ho 81 anni, sono invalido al 100 per cento, ho patologie cardiovascolari molto gravi e pure oncologiche, tanto per non farmi mancare nulla.

Non mi hanno ancora vaccinato e non mi hanno mai contattato.

Non sono estraneo alla politica (sono stato consigliere comunale, consigliere regionale e parlamentare) e ai media e quindi mi sono trattenuto da proteste. Mi sembrava di cercare una soluzione per me.

Inoltre non sono nei social. Aspetto. Aspetto cosa? Aspetto il vaccino o aspetto il Covid? Chi arriva primo?

Due giorni fa è morto un caro amico di 88 anni, Carlo Rossi, una persona amata da molti a Milano. Un poliziotto pistolero gli uccise il figlio e lui con la moglie Adele non hanno mai smesso l’impegno civile. Carlo aspettava il vaccino. È arrivato prima il Covid e la morte.

Quanti morti per ogni ritardo e silenzio della Regione Lombardia? Di queste morti non c’è un conto e non c’è rendiconto di responsabilità. Solo oggi è arrivata un po’ di indignazione dei media.

Gli amici mi dicono: vai al primo pomeriggio al vecchio ospedale militare di via Forze Armate, ti metti in fila, diventi un “riservista” e se avanzano dei vaccini te lo fanno.

Normale? No non è normale che degli ultraottantenni malandati si mettano in fila, in piedi, al freddo, per accedere agli “avanzi”, come all’ortomercato per la frutta avanzata. Non è accettabile.

Come chiamiamo questi morti? È dall’inizio della pandemia che aleggia nell’aria una parola e una cultura impronunciabile: eugenetica. Gira nell’aria e la Moratti la sfiora con l’idea che la priorità deve essere data a chi è produttivo, a chi contribuisce al PIL. E un ultraottantenne è solo un costo.

Ora accedere agli avanzi è diventato ufficiale: c’è una nuova lista e un nuovo termine: riservisti. Lo hanno detto oggi alla TV. Fai un’altra richiesta, ti iscrivono alla lista dei riservisti e speri di essere chiamato? E come si fa a iscriversi a questa lista? E chi mi chiamerà prima? La lista del diritto o quella riservista?

Intanto ogni morto è un risparmio in pensioni e sanità e una generazione se ne va. Prima nelle RSA e adesso con i ritardi. Come lo chiamiamo?

È tutta colpa della Regione? È colpa della Regione, certo.

Ma il sindaco dove è? Il sindaco, nessuno lo ricorda, è la massima autorità sanitaria cittadina. È possibile che in un anno di pandemia, non abbia organizzato un Registro degli ultraottantenni, delle loro patologie e il registro dei soggetti a rischi per patologie gravi. Impossibile? Difficile?

Un semplice registro chiedendo supporto ai medici di famiglia. Non c’è. Non so se altre città lo hanno fatto.

Di certo che il sindaco di Milano non si è né visto o sentito in un anno di questa pandemia.

Pensava ad altro il sindaco verde. Pensava dove coprire di cemento e vetro ogni angolo libero della città.

Nemmeno con una telefonata ai suoi vecchi. Non ridete, ma io e mia moglie, che non abbiamo figli e nipoti aspettavamo almeno questa. Ci contavamo.

Aspettiamo il vaccino, ma non sarò un riservista.

Milano, 21 marzo 2021


AstraZeneca: una vicenda che non riguarda solo il vaccino

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1.

La cronaca e i fatti più recenti sono noti. Un loro riassunto realistico e completo è sostanzialmente impossibile, perché a ogni apparente “evidenza” si affianca la possibilità di una versione diversa dei retroscena, degli attori, degli interessi.

Nella normalità di tutti gli interventi farmacologici si riconosce come accettabile un evento negativo, o effetto collaterale grave, che capita una volta ogni 10.000 persone, mentre, per quanto oggi si sa, il rischio stimato-temuto per AstraZeneca (come per gli altri vaccini!) è di meno di uno a milione. Eppure un problema medico limitato in termini numerici, e incomparabile con la ripetitività-assuefazione ai morti giornalieri di cui non si sa né si chiede nulla, si è trasformato in un giallo che sembra coinvolgere il destino della pandemia. L’unico dato che si può considerare acquisito è l’impatto emotivo e di immaginario (non misurabile, ma certo culturale e sociale) della gestione politica, mass-mediatica e istituzionale della sospetta tossicità del vaccino AstraZeneca.

Tecnicamente il problema ha avuto al livello europeo responsabile (EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco) una risposta formale così riassumibile: «i nuovi dati e le informazioni (valutati nei giorni confusi nei quali i Governi europei davano prova del loro perfetto non-coordinamento, sia nel fare riferimento alle loro Commissioni scientifiche, che nel prendere decisioni diversamente sospensive della somministrazione) non modificano il giudizio favorevole sul profilo di beneficio/rischio del vaccino. Le popolazioni a potenziale condizione di rischio devono essere opportunamente informate. L’attenzione al problema rimane alta, per allertare tempestivamente su nuovi dati. Non ci sono motivi per modificare le strategie vaccinali, che rimangono la responsabilità dei singoli paesi». Ma la dissociazione tra i due scenari non ha bisogno di essere sottolineata: da una parte una necessaria, neutrale, affermativa “evidenza” scientifica, che fa riferimento a numeri e percentuali razionalmente rassicuranti; dall’altra, una società che, per un tempo non più solo cronologico ma di percezione di vita e di futuro, non viene neppur lontanamente considerata una parte in causa, un soggetto che ha bisogno di attenzione e di richieste di fiducia che non siano accompagnate/mescolate con silenzi, contraddizioni, promesse non mantenute e non credibili (tipo: vaccino italiano dietro l’angolo; riconversione industriale per non dipendere da fonti esterne), piccoli o grandi nuovi scandali o conflitti di interessi (vedi il misto di incredibile e ridicolo del caso Gerli-CTS: https://www.repubblica.it/cronaca/2021/03/18/news/nuovo_cts_si_dimette_gerli-292825744/) e si potrebbe continuare.

2.

Che cosa c’è dietro un problema che dovrebbe essere squisitamente medico, generatore di un minimo di ansietà, ma lineare e riconducibile al quotidiano di tutti gli scenari “sanitari?

Ancora una volta la realtà è il test più sicuro di tanti discorsi: e lo scenario Covid conferma, al peggio, le previsioni di un “dopo” senza volontà né orizzonti “migliori” (per mimare un’aggettivazione divenuta di moda per qualificare soluzioni politico-istituzionali non facilmente giustificabili). Gli aspetti medico-sanitari della pandemia sono stati decisamente accantonati: ne rimangono solo i bollettini dei morti e delle emergenze, come sempre, e contro ogni ragionevolezza, presentate come eventi-trend inevitabili, per le quali l’unica risposta innovativa, rispetto a un anno fa, è l’uso automatico dei colori. Che è anche l’unica misura e l’unico intervento centralizzato. Per il resto l’autonomia delle regioni è la regola: con le regioni-modello per il loro potere economico e l’eccellenza sanitaria (vedi Lombardia) a capeggiare la lista dei “migliori” nel non mettere nemmeno a punto un piano vaccinale efficiente. Delle proposte di riforma sanitaria non c’è traccia in nessun discorso politico: solo incentivi ai medici e ai farmacisti per partecipare alle vaccinazioni. Infermieri? Territori? Una epidemiologia capace di rendere partecipi le persone? L’agenda delle cose che non vanno è piena: e le cose da toccare per “riformare” la sanità coincidono troppo con quelle (vedi la fiscalità) che mettono in crisi perfino la prima conferenza stampa del capo del Governo (il “migliore” nel non condividere problemi, e proporre soluzioni…).

E la situazione globale, sia per i vaccini che per le prospettive di fare della pandemia il laboratorio di un futuro di solidarietà e di diritti a proporzione dei bisogni (siamo al primo anniversario, giorno più giorno meno, dell’icona del silenzio-cammino-appello di Francesco nel buio piovoso di piazza San Pietro…), non è diversa. AstraZeneca è un episodio di un capitolo, in fondo minore, di uno scenario tra i più classici. C’è un bene prezioso e sempre più promettente, per durata e per valore economico e politico, a livello del mercato globale. Immaginarlo come bene comune è ufficialmente ancora nelle agende di trattative internazionali, almeno di chi propone la sospensione temporanea, già tecnicamente e normativamente prevista e possibile, dei diritti “privati” (non dell’Italia di Draghi, che si attiva solo con telefonate di garbata protesta, per ricordare che i contratti già pagati di consegna si dovrebbero rispettare…). Di fatto il blocco dei paesi ricchi, che controllano le maggioranze e soprattutto il potere di ricatto nella WTO, non si sogna di fare eccezioni, che potrebbero divenire contagiose più dei virus. I produttori discutono già, formalmente, come aumentare i prezzi. E, con una visibilità che non ha bisogno di essere esplicitata, la circolazione, la disponibilità, la vendita ai prezzi più diversi dei vaccini, dal russo ai cinesi, in attesa di J&J, coincidono con trattative ed equilibri geopolitici globali: il caso Sputnik è parte delle polarizzazioni tra USA e Russia e della volontà o meno di autonomia dell’UE (o dell’’Italia, visto che a livello di governo è “scappata” la battuta che potremmo decidere per nostro conto: senza neppure passare per EMA?) nel decidere se e quando adottare il vaccino russo contro la pressione USA al contrario.

3.

AstraZeneca ci segnala che il capitolo vaccini non è più un problema sanitario anche per altri motivi: più diretti, rispetto a quanto detto fin qui, che si possono solo accennare.

L’informazione sulla comparabilità /equivalenza di questo vaccino con gli altri, presenti e in arrivo, sia per la efficacia che per la sicurezza, è stata ‒ e continua ad essere ‒ lo specchio dell’assenza (solo per incapacità strutturale e culturale?) di una politica di condivisione che arrivi a chi più ne ha diritto e bisogno. La non trasparenza su contratti, motivi di divergenza tra paesi e agenzie, coincide con quella che caratterizza i “segreti industriali”. A tutt’oggi i dati epidemiologici necessari per rendere comprensibili ed evitabili i morti sempre in “eccesso variabile” sono rigorosamente secretati, a livello nazionale e centrale. Tutta la salute pubblica (senza parlare dell’economia) di un paese è affidata a una (difficile) fiducia che copre evidenti interessi di partiti, perfino nelle commissioni garanti a livello centrale: si può pretendere, come cittadini più o meno vaccinati (con non si sa quale scadenza), qualcosa di più simile a una informazione comprensibile e dovuta?

La saga dei piani vaccinali di cui AstraZeneca è una puntata ha un ruolo anche nel rendere meno visibile la sostanziale scomparsa della “nuova sanità” (per non parlare di pianificazione!) da qualsiasi discorso che riguardi un futuro da un anno dichiarato l’urgenza delle urgenze. Un solo esempio: per la popolazione degli anziani è stata creata una commissione importante e ai suoi “caduti” è stato dedicato un giardino alla memoria, ma c’è qualcuno che sa qualcosa, per il presente-futuro, delle RSA, e degli anziani soli? Si è in attesa perfino dell’abc di una epidemiologia che non si limiti a contare i morti ma pianifichi e accompagni una vita possibile-diversa: è facile da fare, ed è il passo necessario per metter mano a un cambio di sistema che tocca snodi critici, ma imprescindibili (es. rapporto tra pubblico e privato!). E il mitico territorio? O si dovrà constatare che i fondi “rimasti” saranno appena sufficienti per la “grande opera” di altre strutture? O per la digitalizzazione dei dati da non usare per la salute pubblica, ma da riservare per algoritmi gestionali, e da secretare meglio? O per lo sviluppo di robotica mirata a promettere controlli sofisticati di anziani non autonomi, meglio isolabili con meno rischi di cadute?

Un’ultima nota che può sembrare ancor più lontana dalla saga di AstraZeneca, e dalle implicazioni sopra ricordate per diritti e salute pubblica. L’Italia e l’Europa si possono permettere balletti politico commerciali che durano giorni o settimane: intanto non si saprà mai quanto pesano i ritardi di piani vaccinali, di coordinamento operativo, di informazioni epidemiologiche adeguate sulla “mortalità” e/o sulla terapia intensiva e nessuno potrà misurare-evitare l’impatto di questa trasformazione della pandemia in un capitolo del mercato più classico e aggressivo. La nota-domanda di chiusura è semplice e obbligata: quale sarà l’impatto della trasformazione da salute a mercato globale, che è l’unico appropriato per almeno interessarsi responsabilmente (pur da una posizione di impotenza) di una pandemia che interessa un universo fatto di umani, e per il quale i tempi di attesa dei vaccini (non importa quali) non possono essere separati da quelli per gli altri beni comuni? Nessuno potrà o vorrà valutarlo, e in ogni modo sarà troppo tardi.