Città, malattie e comunità

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Dharavi è uno slum di Mumbai, dove si stima che viva un milione di persone ammassate in strade strette e piene di piccole abitazioni informali estremamente affollate. Riporta un articolo di Al Jazeera che quando il Coronavirus ha fatto lì la sua prima vittima, in molti hanno temuto di vedere lo slum tramutarsi in un cimitero. Tuttavia, malgrado l’impossibilità del distanziamento sociale, tre mesi dopo le nuove infezioni si sono ridotte grazie a un’efficace strategia di tracciamento del virus. Ogni giorno in una parte diversa dello slum, gli operatori sanitari istituiscono un punto di raccolta dove viene mandato chi ha la febbre, in modo che i residenti possano essere sottoposti a screening e test. Scuole, sale per matrimoni e complessi sportivi sono stati trasformati in strutture per la quarantena. In questo modo alla fine di giugno più della metà della popolazione dello slum era stata sottoposta a screening e test, registrando solo 82 degli oltre 4500 morti di Mumbai. A Dharavi, un luogo che l’urbanistica – disciplina imparentata con la medicina – vorrebbe risanare, l’approccio terapeutico basato sull’attivazione della comunità ha dato prova di funzionare meglio dell’ospedalizzazione dei malati.

A marzo scorso il New England Journal of Medicine ha pubblicato un documento redatto da alcuni medici che lavorano all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Il massiccio ingresso di pazienti Covid-19 stava determinando, secondo loro, una situazione in cui l’ospedale diventava un’importante fonte di contagio e il personale impiegato un veicolo privilegiato per il virus. L’approccio terapeutico basato sul paziente e centrato sull’ospedale si è dimostrato inadatto a fronteggiare la pandemia. È l’intera popolazione infetta che deve essere raggiunta dalle cure, non solo coloro che necessitano di un ricovero. La soluzione individuata sta nell’approccio terapeutico basato sulla comunità, che limita, per quanto possibile, l’ospedalizzazione dei pazienti sostituendola con cure domiciliari, telemedicina e un vasto sistema locale di sorveglianza e isolamento.

Nel suo ultimo libro, Dark Age Ahead, Jane Jacobs ricordava l’importanza di usare l’approccio epidemiologico basato sulla comunità quando si deve fronteggiare la diffusione di un determinato agente patogeno in una grande città. Nell’estate del 1995 Chicago fu colpita da una tremenda ondata di caldo a cui si associarono alti livelli di umidità e di ozono troposferico. Nella settimana tra il 14 e il 20 luglio a centinaia, soprattutto anziani e poveri, morirono per colpo di calore, disidratazione, insufficienza renale o squilibri elettrolitici. Un ricercatore, analizzando due quartieri limitrofi in cui però in uno il numero dei morti era stato dieci volte maggiore dell’altro, scoprì che nel primo gli anziani non avevano alcun posto fresco da raggiungere a piedi e avevano paura di lasciare il loro appartamento per via della microcriminalità. In questo quartiere esisteva una comunità disfunzionale che non aveva protetto i suoi abitanti dagli effetti di quella particolare epidemia. Se una comunità è carente, se è stata depotenziata da decenni di cattiva pianificazione e di indebolimento socio-economico, se i suoi abitanti sono stati lasciati da soli ad arrangiarsi come possono appena fuori dalle loro abitazioni, anche il singolo individuo si indebolisce. Capire dove le persone vivono può essere il primo passo per individuare quale sarà il loro comportamento quando qualche agente patogeno potrebbe colpirli. Mentre scriveva il suo libro nel 2003, anche Toronto, la città nella quale viveva da più di trent’anni, era stata colpita dalla SARS. Quando la celebre autrice di Vita e morte delle grandi città era una semplice redattrice di Architectural Forum, in un articolo del 1952 scriveva che l’architetto Isadore Rosenfield progettava gli ospedali che lo avevano reso celebre arrivando a indagare persino il reddito familiare delle comunità a cui erano destinati. Gli ospedali di Rosenfield erano la dimostrazione che per costruire a favore della comunità bisogna prima di tutto conoscerla a fondo. Epidemie e pandemie rendono la conoscenza dei sistemi con cui si strutturano le comunità urbane un elemento imprescindibile per i piani di contenimento degli agenti patogeni. La pianificazione e la progettazione degli elementi strutturali di una città rispecchiano quindi il modo di pensare la comunità a cui sono destinati.

Secondo l’antropologo James C. Scott è in parte grazie a Jacobs, e in particolare a Vita e morte delle grandi città, che noi ora conosciamo meglio cosa può rendere soddisfacente un quartiere per le persone che vi abitano. Ciò su cui non si deve smettere di indagare riguarda il modo di sostenerne gli abitanti affinché possano funzionare come una comunità. In un saggio sulla critica di Jacobs all’urbanistica iper-modernista e sulla sua idea di città – che Elèuthera sta per pubblicare in appendice a Città e libertà, un’antologia di scritti di questa autrice – Scott attribuisce a Jacobs la convinzione dell’impossibilità da parte degli urbanisti di creare comunità funzionanti. Al contrario, una comunità che funziona «può, nei propri limiti, migliorare la propria condizione» al di là piani urbanistici. Scott, al riguardo, riprende questa affermazione dell’urbanista Stanley Tankel citata nel libro di Jacobs: «la creazione di una comunità è un’impresa che trascende le possibilità inventive di chiunque. Dobbiamo imparare ad amare le comunità che abbiamo, perché non è facile trovarne». Tankel insieme a Jacobs era tra i pochi oppositori del vasto programma di demolizione degli slum e di ricostruzione, che aveva radicalmente trasformato molte città americane, concepito sotto l’egida dell’urban renewal.

Jacobs sosteneva che gli abitanti dei quartieri «condannati» dall’urbanistica del rinnovamento urbano erano in grado di formare comunità capaci di attuare quelle iniziative di auto-risanamento che nel suo libro aveva definito unslumming. Riprendendo queste argomentazioni, Scott sottolinea come gli urbanisti abbiano distrutto molti slum – «il primo punto di appoggio per gli immigrati poveri arrivati in città» – che potevano smettere di esserlo. Se solo, come in molti casi era successo, le comunità che li abitavano avessero potuto raggiungere una certa stabilità sociale ed economica, esse sarebbero state in grado di uscire da sole dalla condizione di degrado in cui vivevano. Ciò che non corrispondeva agli standard edilizi pensati dagli urbanisti avrebbe potuto avere in sé le energie per far emergere le comunità vitali di cui le città hanno bisogno, soprattutto per affrontare i momenti di difficoltà.

La parola comunità viene dal latino communitas, la cui etimologia è stata indagata dal filosofo Roberto Esposito. La sua radice munus rimanda al dovere di dare qualcosa, al dono e al reciproco essere in debito che lega i suoi componenti. Gli individui sono parte di una comunità quando esiste questo legame. Esserne privi definisce, al contrario, la condizione dell’immunità. In una intervista rilasciata nel pieno della pandemia all’Istituto Italiano di Studi Filosofici, Esposito ha sostenuto che, dopo avere attivato il principio immunitario dell’isolamento forzato degli individui dalla loro comunità, è assolutamente necessario riattivare il principio comunitario che lega tra loro le vite degli individui, come hanno dimostrato gli operatori sanitari che hanno rischiato di perdere la loro per salvare le vite altrui. Si tratta, per Esposito, di un passaggio fondamentale verso la «riattivazione della democrazia».

Peter L. Laurence, nel secondo saggio pubblicato in appendice dell’antologia Città e libertà, sostiene che Jacobs credeva che le città, nella loro forma fisica, potessero promuovere la vita democratica. Laurence ricorda che Jacobs, nel suo libro del 1992 System of Survival, aveva sostenuto che ci fosse «bisogno di continue, anche se informali, esplorazioni democratiche su quella parte di persone che potrebbe farsi strada nell’ambito delle politiche governative, degli affari o del volontariato e della società civile». Là dove i cittadini dedicano una parte del loro tempo alle questioni di interesse pubblico e non si accontentano del solo diritto di voto si innescano spontaneamente dei «processi di democratizzazione». Secondo Scott, Jacobs ha messo in evidenza come, in un contesto democratico, una comunità strutturata possa avere la forza di battersi per creare e mantenere tutti quei servizi urbani vitali e quelle abitazioni decenti di cui ha bisogno per continuare a esistere. Quando le malattie attaccano le città, sia che si tratti di virus o batteri oppure della «cancrena galoppante» – definizione che Jacobs usa in uno dei suoi scritti pubblicati da Elèuthera – dei progetti che demoliscono interi quartieri, più che gli individui sono le comunità che devono immunizzarsi.

Dalla fine degli anni Cinquanta gli scritti di Jacobs hanno avuto l’obiettivo di presentare ai lettori gli strumenti concettuali che potessero renderli immuni dalle false credenze dell’urbanistica novecentesca. Anche se, sottolinea Scott, per molti dei suoi critici Jacobs ha sopravvalutato le virtù della comunità in quartieri che in molti erano ansiosi di lasciare e sottovalutato di considerare quanto le città fossero già state pianificate non dalla iniziativa popolare o dallo Stato ma dagli immobiliaristi e dagli uomini della finanza con connessioni politiche, ciò che è importante recuperare della sua fenomenologia urbana è il profondo legame che unisce i luoghi in cui le persone vivono, le comunità che lì si formano e i processi democratici che vi trovano spazio.

L’articolo è ripreso da Comune-info in virtù della collaborazione tra i due siti


Chi ha tradito i territori

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Negli anni più recenti è andata aumentando la consapevolezza del ruolo fondamentale del territorio da intendersi come vero contesto di vita delle popolazioni, non solo come supporto materiale alle diverse funzioni necessarie alla sussistenza degli insediamenti e alle loro economie. Tanto più nel nostro Paese, dove il territorio è stato oggetto di trasformazioni insediative plurimillenarie. Consapevolezza diffusa, che però non sempre si è accompagnata a un’adeguata consapevolezza amministrativa e in senso lato politica, come mostra un’ormai significativa letteratura.

Tirato un sospiro di sollievo per come sono andate le elezioni amministrative in Emilia Romagna (e forse qualcosa di più) ho ripensato infatti al richiamo di Vittorio Emiliani sul “Fatto quotidiano” quando si è augurato che ora Bonaccini “cambi musica”: basta con l’asfalto e il cemento.

Basta vien da dire con l’uso sconsiderato che ogni parte politica, non escluso appunto il centro sinistra, ha fatto del territorio italiano in questi anni. Finalizzato, come ci spiega Anna Marson, che ha firmato il piano paesaggistico della Regione Toscana, nel suo libro Urbanistica e pianificazione territorialista uscito in questi giorni da Quodlibet, ad assecondare prevalentemente i processi di industrializzazione e di finanz-capitalismo come lo chiamerebbe Luciano Gallino. Con una privatizzazione crescente dello stesso sistema della pianificazione territoriale.

Non lasciamo però che l’unica voce udibile contro la distruzione dei luoghi sia quella dei populisti (per quanto sovente ridotta a mera retorica contraddetta nella reale pratica amministrativa). Mentre l’insieme di elaborazioni culturali che propongono critiche argomentate e alternative inclusive rimangono sottotraccia. Anzi, spesso dai tribali amministratori leghisti vengono stigmatizzate e additate al ludibrio popolare come tematiche da salotto. Ciò non toglie che troppo spesso, a uno sguardo superficiale, questi stessi “barbari” possono apparire – e si accreditano – come custodi gelosi dei loro territori. Si pensi, fa notare Anna Marson, che l’Associazione delle scuole europee di pianificazione impiega il termine “territorialismo” per connotare negativamente il sovranismo.

E’ giusto invocare (e non solo per l’Emilia Romagna ovviamente) tanto più in epoca di Fridays for the future, la fine dell’uso brutalmente funzionale del nostro territorio: semplice posta in gioco tra i diversi interessi organizzati. Dove si relega sempre più ai margini (significative l’istituzione delle Città metropolitane e lo svuotamento delle Province) tutto ciò che non è “centro”. E dove la rigenerazione dei centri urbani, nei luoghi di maggiore attrazione turistica, produce per lo più nuova rendita fondiaria e immobiliare.

Il territorio va considerato allora, ci ammoniscono le voci dei pianificatori raccolte nel volume (da Cellamare a De Bonis da Poli a Agostini), come ecosistema complesso, patrimonio materiale e immateriale essenziale al nostro benessere civile, assumendo, come afferma Alberto Magnaghi, fondatore della scuola Territorialista, “il punto di vista dell’abitare”. Il territorio è ben altro rispetto al valore finanziario dei terreni edificabili. E’ un patrimonio in sé che può alimentare forme di sviluppo economico, qualità degli insediamenti, stili di vita. Tanto più che l’individuo, ridotto a puro consumatore, nella caduta di ogni spazio pubblico esprime una domanda di comunità, di interazione con i luoghi. Si tratta ormai sempre più di comunità meticce, lontane dal genere tradizionalista che si può avere in mente, composte di persone che a vario titolo si prendono cura dei territori. Ponendoci seri interrogativi.

Ecco che va rimessa in discussione, secondo i Territorialisti, la nozione stessa di “interesse pubblico”, difficilmente difeso oggi dalle sole istituzioni politiche così da aprirsi a una condivisione più ampia di responsabilità. Come? Certo attraverso, anzitutto, una ricomposizione dei saperi ora troppo settoriali che il territorio sappiano rappresentarlo adeguatamente. E insieme, incoraggiando proprio quelle pratiche di partecipazione sul piano concreto come strumento per acquisire “coscienza di luogo” e dunque potere (empowerment in senso tecnico) da parte delle comunità locali.

Non si tratta, ammonisce Anna Marson, di sostituire l’azione pubblica scaricando sui cittadini gli oneri amministrativi quanto di ripensare la stessa idea di Amministrazione pubblica in termini di sussidiarietà a base collettiva. In modo tale che a fronte di processi decisionali sempre più opachi e lontani dai territori si ristabiliscano gli interessi anzitutto di chi li abita.

Gli esempi non mancano. Dalla costituzione degli Ecomusei come strumenti innovativi e partecipati di pianificazione da parte dei Comuni (il caso citato è anzitutto quello delle Apuane), all’incremento delle pratiche pattizie (i Contratti di fiume) al progetto di Piano per il Parco Nazionale del Gran Sasso, al recupero eco-paesaggistico di un’area abusiva di un quartiere di Gela……

Insomma s’impara molto dall’esperienza non solo teorica raccolta nel volume: utile tanto più a quegli amministratori che a partire da Maggio prenderanno in consegna molti dei nostri territori fragili.