Piemonte. La caccia agli untori del presidente Cirio

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Covid, migranti, pandemia.
I nuovi untori che giungono da lontano: prima, all’inizio, furono i cinesi e tutti ricordiamo ancora l’isteria mediatica legata alla coppia finita allo Spallanzani di Roma, che ingenerò una violenta caccia all’asiatico: quello che si mangia i pipistrelli, quello privo di igiene e sostanzialmente incivile.
Passa il tempo ma il nuovo mondo non sorge, nonostante un battesimo del fuoco che non ha cancellato radicate coazioni a ripetere. Rimane la via di fuga più breve, l’uomo che viene da lontano, il responsabile.
Mi ha impressionato un post particolarmente allarmato, e allarmistico, firmato dal presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. Righe che mi hanno riportato indietro nel tempo. Il 29 luglio, scriveva su un social: BASTA INVIO DI MIGRANTI IN PIEMONTE (tutto maiuscolo), nel corpo del post così argomentava:

«Sto seguendo personalmente la situazione e trovo profondamente assurdo che la Regione non possa avere competenza in una decisione del genere, ma debba subire le scelte del governo nazionale su un tema che può avere conseguenze dirette sulla salute e sulla sicurezza sanitaria del proprio territorio. Mi sono sincerato quotidianamente, tramite il prefetto di Torino che ringrazio per la consueta efficienza e attenzione, che nei confronti di queste persone venissero adottate tutte le procedure e le verifiche sanitarie opportune e che le Forze dell’ordine garantissero l’effettivo rispetto della quarantena a cui erano sottoposte. Ora però diciamo “basta” e l’ho scritto al Ministero degli Interni perché il Piemonte non può garantire oltre queste forme di accoglienza. Arriviamo da mesi terribili, siamo state una delle regioni più colpite dall’emergenza e stiamo raggiungendo, a fronte di sacrifici enormi, un equilibrio sanitario che non può essere messo a rischio in questo modo. Quindi ho formalmente chiesto con fermezza al ministro Lamorgese di non voler procedere a ulteriori invii, che metterebbero fortemente a rischio la tenuta e la sicurezza del nostro sistema sanitario e sociale».

A corredo del pezzo, la foto di un barcone.
Il post, che riporto integralmente per correttezza, colleziona quasi ottomila “like”, contro una media ben inferiore a mille delle esternazioni social del presidente della Regione.
Negli oltre mille e cinquecento commenti non potevano mancare florilegi che, al di là dei toni ormai consueti che non vengono moderati, mettono in evidenza come la percezione popolare, ma sarebbe meglio iniziare a spingere il lemma “gentismo” lasciando perdere il popolo, mantenga alta la guardia sul tema “invasione”. O meglio: quando ci sono da recuperare consensi, il migrante è sempre un ottimo argomento.
Ora, come sempre, i numeri dell’invasione sono lì che raccontano l’aleatorietà del fenomeno: un centinaio, forse di più, hanno invaso il Piemonte e in generale le regioni del Nord governate dalla destra.
Ma l’aspetto curioso, diciamo così, di questa storia, è legato alla normativa nonché agli effettivi casi di Covid registrati tra i migranti. La normativa – l’art. 103, comma 20, del decreto legge n. 30/2020 – suona così:

«Al fine di contrastare efficacemente i fenomeni di concentrazione dei cittadini stranieri in condizioni inadeguate a garantire il rispetto delle condizioni igienico-sanitarie necessarie al fine di prevenire la diffusione del contagio da Covid-19, le Amministrazioni dello Stato competenti e le Regioni, adottano soluzioni e misure urgenti idonee a garantire la salubrità e la sicurezza delle condizioni alloggiative, nonché ulteriori interventi di contrasto del lavoro irregolare e del fenomeno del caporalato. Per i predetti scopi il Tavolo operativo istituito dall’art. 25 quater del decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2018, n. 136, può avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, del supporto del Servizio nazionale di protezione civile e della Croce Rossa Italiana».

È evidente che tale norma impone alle Regioni, tutte, di adottare soluzioni idonee a «garantire la salubrità e la sicurezza» etc. La responsabilità della gestione dell’emergenza ricade, dunque, su Regione Piemonte e Prefetture che, immagino, stanno spendendo il massimo delle forze per mettere in pratica la legge che la impone.
Detto questo, l’assoluta esiguità dei flussi migratori – da non confondere con i flussi di braccianti che si muovono attraverso l’Italia – mal si compenetra con i lai che si alzano dal Piemonte e in generale dalle regioni governate dalla destra. Vengono confusi i braccianti – capita nel cuneese – con i migranti che arrivano, tutto in un pentolone, ed erompe una narrazione tossica che va a solleticare le paure ben amplificate dal Covid.
Il fatto è che non c’è nessuna invasione in corso: c’è solo da mettere in pratica la legge, eseguire i protocolli sanitari laddove risulta necessario, trovare luoghi salubri dove dar alloggio ai pochi che arrivano.


Abbasso i podisti!

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Mi chiamo Maurizio Pagliassotti e sono un untore.

Pratico podismo, l’inglesismo runner lo trovo tremendamente provinciale, e ciclismo, biker ancora peggio, a livello agonistico da molti anni: una maratona venti anni fa, qualche mezza maratona negli ultimi anni, qualche gara di triathlon in tempi passati.

Non scendo sotto 4.45 al mille sulla mezza maratona nemmeno con un fucile puntato nella schiena, quindi sono uno dei tanti che corricchia per passare il tempo all’aria aperta, attività che mi dà grande gioia, sempre. In bici, idem: settemila km all’anno ad andatura blanda, qualche colle alpino e tanti giretti per vedere i panorami e fermarmi a mangiare un panino alle acciughe in un bar di paese.

Ebbene sì, io sono il nemico finalmente battuto e messo in fuga, che solo fino a pochi giorni fa terrorizzava le vite di moltitudini perché “va a correre” o “va in bici”.

A correre sono andato l’ultima volta a fine febbraio con il mio amico e fratello Marco, e in bicicletta i primi di marzo. Ricordo le prime fioriture di ciliegio selvatico, i primi fiori nei prati, i cavalli che mangiavano fieno nelle cascine. Un’altra vita, che non so quando e se tornerà.

Fino a quelle date sono andato a correre e a pedalare ma non sono andato a fare “l’aperitivo contro la paura” oppure “al ristorante contro la paura”, “al cinema tenendo la distanza di sicurezza contro la paura, un posto sì e uno no contro la paura”, “a comprare un vestito contro la paura” quando le massime autorità nazionali del mio Paese invitavano, anzi, ordinavano di “reagire alla paura”.

Ve li ricordate quei giorni, sì? Quelle voci e quei sorrisi, quegli inviti pressanti a non essere dei buzzurri che credono a bubbole medioevali, complotti inventati per colpire l’Italia.

Gli infettivologi al tempo già si esprimevano con parole chiare, escluso qualche conformista dell’anticonformismo, rispetto cosa sarebbe accaduto.

Non sono più andato a correre quando Conte scandiva che l’Italia non si doveva fermare e che bisognava mandare avanti anche il settore del turismo, Di Maio parlava di “infodemia”, Sala lanciava i suoi “Milano non si ferma”, seguiti da Torino e altre città.

Io mi fermo quando le massime autorità politiche del Paese, quelle che hanno gestito e ancora lo fanno questa tragedia, invitano a muoversi il più possibile. Ma ora è inelegante parlare di queste cose, dato che è il tempo dell’Unità, niente meno.

Poi scopro, nel tempo, quando l’epidemia diventa catastrofica, di essere il nemico pubblico numero uno dell’occidente. Prima rimango stupito, poi spaventato dalla violenza estrema che si riversa su chi corre. Quelli che vanno nei parchi a sgambettare, quelli che vanno in bicicletta, quelli che camminano col cane, entrano tutti nel centro del mirino nel momento in cui i sopracitati escono, o a dirittura si ergono a salvatori. Dai balconi vengono puntate telecamere per la successiva gogna social, seguita da gavettoni e altri mezzi spicci.

Troppo visibili siamo, sicuramente non troppo depressi in un momento cupo e di collera diffusa. Sui social in particolare, che frequento il meno possibile, si alza un’onda in capo alla quale c’è una catena di sant’Antonio secondo la quale siamo noi che corriamo a intasare gli ospedali perché ci rompiamo le caviglie, cosa che per altro viene surretiziamente augurata nel testo, più relativo contagio e successiva morte.

Ora che anche i più restii sono a casa, chiusi nell’armadio scarpette e bicicletta sul balcone a prendere il fresco, il pericolo è diminuito? Ci sentiamo tutti più sicuri?

Probabilmente sì e questo è sicuramente un bene. Anche noi in fondo ci sentiamo più sicuri dato che non corriamo più il rischio di essere aggrediti per strada da fanatici pompati come rane toro a reti mediatiche unificate.

E adesso?

Con i nuovi decreti del primo ministro i corridori sono stati messi a cuccia, ma gli spostamenti a Milano sono passati da 600.000 a 554.000: settimanalmente.

Il raggio di spostamento, tracciato attraverso le celle telefoniche, crolla durante il fine settimana: cosa vorrà dire? Significa che il grosso del movimento non è dovuto a plotoni di novelli Gelindo Bordin, ma a eserciti di lavoratori che sono obbligati a spostarsi.

Il problema eravamo noi corridori? Forse sì, ma diamo una dimensione al fenomeno però, una dimensione comparata. Il relativismo non mi è mai piaciuto perché totalmente deresponsabilizzante, ma a volte può essere utile a mettere in luce quadri complessi.

Le fabbriche che rimangono aperte, addirittura nelle zone demolite dalla epidemia? Con i sindacati che minacciano lo sciopero generale e Confindustria che invece interviene per andare avanti nonostante quello che succede? È stata buona anche l’idea di ridurre le corse dei mezzi pubblici, costringendo così all’“intruppamento” forzato, sicuramente non troppo salutare, migliaia di disgraziati operai e impiegati costretti a continuare a recarsi al lavoro?

E così via, anche qui non infieriamo perché c’è l’Unità etc. etc.

La gazzarra inventata lì per là e fomentata dai media a suon di servizi censori verso coloro che hanno corso fino a quando hanno potuto – è bene ricordarlo questo – è stata totalmente fuori scala rispetto ad altre condizioni su cui si sorvola o si fa finta di non vedere. È bene dirlo ora perché tra poco entreremo in una riscrittura di questa storia orwelliana, processo già in corso per altro.

Questa non è una difesa dei podisti o dei ciclisti, è invece un invito ad analizzare l’insieme del reale, pratica impossibile in presenza di media in mano a pochi editori, prevalentemente mega gruppi industriali, affinché non si venga trascinati dentro guerre di inciviltà verso categorie precise. Perché ieri sono stati i podisti, domani potrebbero essere quelli che vanno a fare la spesa e comprano “ciò che non è necessario” oppure “ci mettono troppo tempo”. Oppure potrebbero esseri i vecchi, che già ondeggiano sull’orlo del precipizio.

È questa corsa, l’ennesima, eterna, ad essere spietati con i deboli e comprensivi con i forti. Siano essi, i primi, quelli che corrono, quelli che portano il cane, il povero che non vuole stare in un alloggio tugurio di una periferia urbana qualsiasi d’Italia, demolita da decenni di incuria e abbandono. E addirittura gli mandano l’esercito contro perché ritorni nella sua cuccia buono buono, come il podista.

Il gioco è sempre il solito, anche oggi: mettere gli ultimi contro i penultimi affinché si annientino rispettivamente. Io contro quello che porta il cane, quello che porta il cane contro l’anziano che va a spasso con la moglie per non crepare di solitudine, e questi ultimi due contro il primo che gli offre la televisione.

Facciamo attenzione, rispettiamo le regole, ma in un’ottica di giustizia nell’eguaglianza.


Qual è la vera epidemia? Noi e gli altri

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Trovo che ci sia qualcosa di singolare in questa storia dell’emergenza Coronavirus. Non mi riferisco alla diffusione del virus, né al dibattito sulle misure prese per prevenirla, ancor meno alla triste strumentalizzazione politica del virus, cui abbiamo purtroppo dovuto assistere. Mi interessa di più la riflessione che si fa intorno a quest’emergenza. Perché il virus fa anche pensare. Anche solo aver dovuto rallentare i ritmi, tenersi un po’ in disparte, crea una predisposizione favorevole al pensiero. Allora vorrei provare a mettere insieme due spunti di riflessione che mi è parso di cogliere qua e là in relazione a questa emergenza.

Il primo spunto nasce dalla considerazione che le epidemie, per quanto diverse, hanno tutte delle caratteristiche comuni: scatenano paure primordiali, ma anche fantasie incontrollate, e costituiscono laboratori di ingegneria sociale. Intorno alle epidemie c’è sempre stata una risposta politica e un’innovazione nelle forme di controllo, nell’intento di rafforzare il confinamento del contagio e l’attacco al contagioso. Mi pare strano allora che ci si meravigli tanto delle forme di controllo legate all’epidemia di Coronavirus.

Ci lamentiamo delle restrizioni nella mobilità e nella socialità, delle ricadute sull’economia e sul turismo. Ma tutto questo succede – ci dice qualcuno – perché questa epidemia viene governata stringendo la presa e il controllo sui corpi, sequestrati, isolati, immobilizzati; e diffondendo il panico, spinto da una politica emergenziale. Mi riferisco in particolare a un articolo di Giorgio Agamben su il manifesto del 26 febbraio (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2020/02/27/unemergenza-immotivata-e-lo-stato-di-eccezione/), in cui rilancia il suo concetto di stato d’eccezione: la risposta all’epidemia di Coronavirus ne sarebbe una dimostrazione eclatante.

Questa figura dello stato d’eccezione è stata proposta da Agamben negli anni Ottanta come la ri-trascrizione del concetto di bio-politica, coniato da Michel Foucault nei suoi corsi al Collège de France degli anni 1977-1979, e ha finito per imporsi in Italia come l’interpretazione di quel concetto. Ma con bio-politica, Foucault aveva inteso definire un tratto essenziale, non eccezionale, del moderno modo di governare, in cui il rapporto politico è fra lo Stato e la sua popolazione, governata nel suo aspetto biologico, cioè come masse di corpi che nel vivere corrono dei rischi fisici (la malattia, la vecchiaia, la morte) dai quali lo Stato si propone di proteggerli. Si tratta di una forma particolare di potere, che organizza la protezione sociale e si lega al sapere scientifico, in particolare alle scienze della vita, visto che questo tipo di potere si gioca sulla vitalità. In questo senso la bio-politica è tutt’altro che la militarizzazione, l’eccezionalità del controllo spinto in uno scenario di guerra; si tratta al contrario di una forma di governo ordinario.

Pensarlo come un’eccezione non aiuta a capire. Perché, cosa copre? Copre il fatto che, se ci pensiamo meglio, il corpo è al centro dello scontro politico da molto prima della comparsa del Coronavirus. I corpi dei migranti, che qualcuno vuole salvare e altri affondare, che qualcuno rinchiude in celle infami e altri scaraventano allo sbaraglio, che qualcuno usa come scudi umani e altri come merce di scambio sono da anni luogo di battaglia. La stessa paura del contagio non è nata con il Coronavirus; l’abbiamo vista e sentita nelle invettive contro chi sui gommoni era accusato di portarci ogni tipo di malattia. Il modello di contenimento della quarantena ci è apparso innanzitutto nella figura di quelle navi fantasma, piene di naufraghi, che abbiamo visto vagare per giorni e settimane senza poter toccare terra. Per non parlare della politica d’emergenza, che ormai da anni ci fa guardare come emergenze fenomeni del tutto strutturali. Insomma, pensare il trattamento politico di questa crisi epidemica come un’eccezione rischia di non farci vedere il fatto che la presa sui corpi e l’uso della paura abitano la normalità della politica dei nostri tempi.

Forse allora la vera novità viene dal secondo spunto di riflessione che mi è parso di cogliere, che mette il dito su un cambiamento di prospettiva.

Abbiamo passato tanto tempo, e con tanto furore, a pensare in termini di “noi e gli altri”: l’altro come tutto ciò che non siamo noi, chi è diverso, chi viene da fuori, prima noi e poi gli altri. E poi tutt’a un tratto ci tocca riconoscere che l’altro siamo noi. Siamo noi che veniamo scansati agli aeroporti o respinti alle frontiere, siamo noi i migranti, siamo noi gli untori – come diceva da Chicago il maestro Muti in un’intervista a la Repubblica qualche giorno fa. Così impariamo ad assolutizzare concetti relativi: perché ognuno è sempre l’altro per qualcuno. «Per l’Altro, l’altro siamo noi», ci ricordava spesso e volentieri Andrea Camilleri.

In questo senso, mi è parsa esemplare la vicenda della Sea Watch a Messina qualche giorno fa. Viene assegnato il porto di Messina per lo sbarco dei 194 naufraghi, ma il governatore della Sicilia Musumeci di Fratelli d’Italia non ci sta, prende a pretesto il coronavirus e chiede che vengano tenuti in quarantena per due settimane sulla nave. La ONG rifiuta, si tratta, e finalmente il 27 febbraio i naufraghi sono fatti sbarcare e messi in quarantena a terra. Bene, i volontari di Sea Watch avevano dovuto spiegare ai naufraghi che sarebbero stati messi in quarantena. Ma loro hanno equivocato, perché erano preoccupati all’idea di sbarcare in Italia con l’epidemia di Coronavirus in corso, e hanno pensato che li si volesse così proteggere dal rischio d’infezione… Solo dopo hanno capito che li si metteva in quarantena perché si sospettava che il virus lo portassero loro!

Chi è l’untore di chi? Ecco. La vera differenza è che ora lo siamo diventati noi; per questo denunciamo la militarizzazione, perché adesso queste strategie politiche toccano noi, e non più solo gli altri…

Se il Coronavirus ci aiutasse a uscire dall’epidemia di razzismo che ci ha travolti, gliene saremo collettivamente grati.


La peste, la paura, la folla. Manzoni sull’animo umano

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«La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia».

Era il 1629. Manzoni ripercorre il dilagare del contagio nei capitoli XXXI e XXXII dei Promessi Sposi, rimandando alla Storia della colonna infame, in appendice all’edizione del 1842, per un ulteriore approfondimento. Il saggio ricostruisce il processo agli untori del 1630 ed è stato più volte citato in questi giorni per le possibili analogie con la stigmatizzazione dei cinesi nella diffusione del coronavirus SARS-CoV-2.

Ai parallelismi storici preferisco tuttavia la rilettura del romanzo. Primo perché, come avverte Montale, «la storia non è magistra / di niente che ci riguardi»: essendo ogni situazione unica e libera, «la sua direzione non è nell’orario». Poi perché l’arte la oltrepassa, con uno sguardo più ampio e profondo sull’animo umano che ne è motore. Ed è esattamente questo che fa Manzoni usando il Seicento per parlare del suo secolo, autorizzandoci quindi anche filologicamente a fare altrettanto. Lasciando, s’intende, la questione medica a chi di dovere. Dove oltretutto conterà come sempre il bilancio complessivo, conseguenze sanitarie collaterali, psicologiche, politico-economiche e oltre comprese, essendo la salute, secondo la definizione proposta nel 1998 dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, uno «stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non mera assenza di malattia». Dove si notino anche gli ultimi termini dell’equazione. Non si può insomma elevare troppo presto la cronaca a storia né limitarsi a una visione parziale e di settore. Per l’appunto l’invito di Manzoni in calce a quei capitoli è proprio a «osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare».

Nel Seicento il rischio fu sottovalutato da autorità, medici e popolo (che preferì non vedere, già vessato dalle preoccupazioni della guerra). Ma quel che trovo interessante, al di là di questa, non trasferibile, specifica che riguarda una peste che uccise un quarto della popolazione (con picchi del 40% in alcune aree geografiche), è che già gli storici dell’epoca si fissarono su un dettaglio:

«vollero notare il nome di chi ce la portò il [per] primo, e altre circostanze della persona e del caso: e infatti, nell’osservare i princìpi di una vasta mortalità, in cui le vittime, non che esser distinte per nome, appena si potranno indicare all’incirca […], nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poteron essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la precedenza nell’esterminio, par che facciano trovare in essi […] qualche cosa di fatale e di memorabile».

Il fiorire degli articoli sui nostri pazienti zero. Dove il punto, anche per Manzoni, è che «sia come sia» il giorno dell’entrata a Milano fu comunque «prima della pubblicazione delle grida sulle bullette». Considerazione che ci rivela, a dispetto delle ricostruzioni di cui sopra, molto più impotenti di quanto vorremmo.

Da qui inizia il racconto dell’ira funesta «della nobiltà, delli mercanti et della plebe» per le conseguenti vessazioni. Ma, ancor più, di quella «cieca e indisciplinata paura» che, unita alla «cattività [cattiveria]», aumentò a dismisura il danno, a causa della «grand’impressione di spavento nella moltitudine, per cui un oggetto diventa così facilmente un argomento». Del resto la paura causa istintivamente tre reazioni: aggressività, fuga, paralisi (la tanatosi degli animali). E, continua il capitolo XXXII,

«la collera aspira a punire: […] le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa fare le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi».

Così la folla o i più folli caricavano di pugni e calci i presunti untori, allora come oggi soprattutto gli sconosciuti, gli stranieri: «la frenesia s’era propagata come il contagio». Perché la forza del pregiudizio, commenta ancora Manzoni, è più forte dell’evidenza e le persone finiscono spesso per aggiustare ogni ragione a seconda di ciò di cui sono già convinte.

«Il povero senno umano» insomma «cozzava co’ fantasmi creati da sé». Tanto che l’11 giugno 1630 si svolse una processione per scongiurare il pericolo, che ovviamente fu causa di ulteriore contagio. Gli illogici assembramenti nei supermercati mi pare ci somiglino un po’, più riti esorcizzanti che necessarie e razionali strategie: una razzia di pasta e cipolle che salvi il pasto nazionale, e con esso forse l’identità dalla più sotterranea minaccia di disgregazione esistenziale.

Certamente «il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare» direbbe Don Abbondio, che tuttavia il suo autore non perdona facilmente, chiosando che «spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso», mettendo nei guai degli innocenti. Senza dubbio, anche a non voler far propria la morale manzoniana, la paura chiude nell’egocentrismo. E se

«in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità […], purtroppo, non manca mai un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità».

E sono i «rubamenti» delle truffe inventate in questi giorni soprattutto a discapito degli anziani o coloro che «mettevano a prezzo i propri servizi», come è successo per le mascherine e l’amuchina. Ma anche la manipolazione della paura da parte di alcuni giornalisti e politici. Pur non essendo facile mantenere un giusto equilibrio, soprattutto nei primi momenti, la schizofrenica altalenanza tra l’alimentazione del panico e la sua irrisione testimonia l’urgenza di quelle fondamentali virtù di prudenza e temperanza che ci ricorda anche Vito Mancuso nel suo ultimo libro. Che non vuol dire affatto rimuovere il problema né sminuirlo oltremodo, ma solo evitare quel sensazionalismo e quella drammatizzazione istrionica che disvela anch’essa una sproporzione egocentrica, e quindi la mancanza di una centratura, di un senso radicato, che viene invece costantemente demandato a una ricerca esteriore di adrenaliniche emozioni.

Non ci si appelli però a un facile e conservatore o tempora, o mores! se anche per Manzoni «l’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi molto più che il pericolo reale e presente», fino ad «alterare tutte le ragioni della fiducia reciproca» come ultima e più grave conseguenza. Insidiosa a tutti i livelli perché «da’ trovati del volgo, le gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia». Un’acuta analisi sociologica sulla «forza d’un’opinione comune», capace di agire «anche sulle menti più nobili». Dove «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Una follia che, nella vacuità delle iperboli espressive, rischia invece proprio di dimenticare chi la morte la sta vivendo da vicino, laddove i fattori, citati alla stregua di meri tranquillanti, dell’anzianità e delle malattie pregresse non annullano certo l’intimo dolore di ciò che è, e resta, una tragedia all’interno della misura di una vita. È l’episodio di Cecilia del capitolo XXXIV, se vogliamo trovare anche in questo caso un aggancio al romanzo, narrato con la struggente commozione di un lutto che acquista realtà non appena tocca personalmente.

Ma appunto le misure di precauzione di tutti noi andrebbero là direzionate, verso un arginamento sensato e solidale che, tenendo conto della mancanza di immunità di gregge e di vaccino per il nuovo coronavirus, si preoccupi di proteggere l’intera comunità, di cui fanno parte anche le persone più fragili. È questo alla fine il coraggio: superare, per quanto possibile, la dimensione di avarizia a favore di una condivisione di capacità e beni a favore della collettività. Non è ciò che risulta dai negozi e dalle farmacie svuotate, né dagli sciacallaggi online, anche se pure Manzoni lamentava che i casi virtuosi fanno certamente meno notizia.

Ma se l’emergenza fa per l’appunto emergere le fragilità del nostro animo e della nostra società, può essere anche un’opportunità per fermarsi a osservare ciò che è salito a galla, e quindi alla luce della coscienza. In fin dei conti che cos’è la crisi? Come la fortuna per i latini, non ha in sé una valenza ontologicamente negativa o positiva. Ha a che fare piuttosto con il giudizio e la valutazione, con la scelta e la decisione. A livello sociale e personale potremmo allora focalizzarci sulla tutela e sviluppo della sanità pubblica, sull’importanza dell’informazione e dell’istruzione, sul ricollocamento delle priorità, sul ridimensionamento dei bisogni, sulla ricerca di equilibrio e stabilità, sull’interdipendenza tra individui e collettività nella dimensione della globalità. Ma altresì sulla consapevolezza della fragilità umana, dove la paura è il peggior ostacolo all’amore. Oltre a cogliere, ovviamente, l’occasione per rileggere i Promessi Sposi o il Decameron o quant’altro ci venga in soccorso da quel grande bagaglio che è la cultura e che lo spirito umano non a caso ha costruito come baluardo in questi millenni. Infine al coraggio, con buona pace di Don Abbondio, ci si può allenare. Innanzi tutto allentando un po’ quell’ansia di controllo sulla vita, che ci deriva dalla presunzione che questa ci appartenga totalmente. Cessando di relegare il suo mistero di nascita e morte a tabù durante l’ordinario corso delle nostre esistenze, perché il fatto che non potremo mai arrivare a una definitiva chiarezza non può continuare a tradursi nell’eludere il discorso. L’unico, in fondo, che vale veramente la pena fare.


La colonna infame

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La Direzione distrettuale antimafia di Catania ha messo a segno un altro colpo formidabile.

Dopo il fallimento del blitz che aveva portato al sequestro, nel marzo del 2018, della motonave Open Arms, della ONG spagnola Proactiva Open arms, con l’accusa di associazione per delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver salvato dalla morte in mare 218 persone (fallimento causato da un dispettoso provvedimento del Gip di Ragusa che aveva dissequestrato la nave e ribadito che non è vietato salvare le persone che stanno per annegare) adesso arriva la rivincita.

Finalmente, dopo anni di indagini e fiumi di intercettazioni telefoniche è stato trovato il tallone d’Achille che ci permetterà di sbarazzarci della fastidiosa presenza delle organizzazioni non governative umanitarie che insistono a fare i taxi del mare e a salvare i profughi, invece di lasciare che la natura faccia il suo corso.

Visto che è difficile contestare il reato di salvataggio in mare, perché qualche giudice si mette di traverso, adesso si è trovata la formula giusta: traffico di ingenti quantità di rifiuti a fine di lucro. Secondo l’accusa i responsabili di Medici senza frontiere avrebbero sistematicamente condiviso, pianificato ed eseguito un progetto di illegale smaltimento di un ingente quantitativo di rifiuti pericolosi a rischio infettivo, sanitario e non, derivanti dalle attività di soccorso dei migranti a bordo della Vos Prudence e dell’Aquarius e conferiti in modo indifferenziato, unitamente ai rifiuti solidi urbani, in occasione di scali tecnici e sbarco dei migranti in 11 porti. Scabbia, tubercolosi, meningite, Hiv: questo il variegato elenco di malattie infettive portate dai migranti soccorsi dalla Aquarius che non avrebbe smaltito come rifiuti pericolosi gli indumenti dismessi e i materiali utilizzati a bordo per il primo soccorso delle persone. Per quest’accusa è stato disposto il sequestro della nave Acquarius e di diversi conti correnti bancari.

Ha dichiarato Karline Kleijer, responsabile delle emergenze per MSF «dopo due anni di indagini giudiziarie, ostacoli burocratici, infamanti e mai confermate accuse di collusione con i trafficanti di uomini, ora veniamo accusati di far parte di un’organizzazione criminale finalizzata al traffico di rifiuti. È l’estremo, inquietante tentativo di fermare a qualunque costo la nostra attività di ricerca e soccorso in mare». «Il risultato, – aggiunge Gabriele Eminente, Direttore generale MSF Italia, – sono oltre 2000 morti nel Mediterraneo solo quest’anno e un nuovo picco di sofferenze, mentre la guardia costiera libica sostenuta dall’Italia e dall’Europa intercetta sempre più persone in mare e le riporta alle terribili condizioni della detenzione arbitraria in Libia, in piena violazione delle leggi internazionali (…) Con cinque navi umanitarie attive in tre anni di operazioni in mare, abbiamo soccorso oltre 80.000 persone in coordinamento con le autorità marittime e nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali».

Adesso la politica sta presentando il conto alle ONG per i troppi salvataggi effettuati.

È curioso che la pietra dello scandalo siano «gli indumenti contaminati indossati dagli extracomunitari».
Quegli indumenti sono intrisi di benzina, di acqua di mare, del sangue delle ferite inferte nei lager libici, del vomito, dell’odore della morte, della fame e delle persecuzioni a cui i profughi sono sfuggiti, e quindi sono idonei a diffondere la peste, come gli unguenti che diffondevano gli untori durante la peste di Milano. Però gli untori non sfuggirono alla giustizia terrena, furono arrestati, torturati e giustiziati con implacabile severità.

Scrisse Alessandro Manzoni ne la colonna infame «Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizione della casa d’uno di quegli sventurati, decretarono di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile».

Alzeremo anche noi una colonna infame?