Difendere l’università dal potere, non dagli studenti

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La campagna politica e di stampa contro l’università pubblica italiana merita una riflessione, e una risposta, articolate.

Anche al netto della propaganda e della malafede di non pochi politici e giornalisti, ciò che colpisce è la pressoché universale ignoranza circa la natura stessa dell’università. Intendiamoci, la colpa di questa eclissi è in gran parte dei professori stessi, che si sono piegati ad accettare la condizione tanto lucidamente descritta da Filippomaria Pontani sul Fatto quotidiano del 5 aprile scorso: l’università ha così spesso e così tanto rinunciato a difendere la propria libertà, che quando oggi timidamente la rivendica quasi nessuno capisce di cosa si stia parlando. Prendiamo il caso della Scuola Normale di Pisa, che è stata per giorni crocifissa da editoriali dei più grandi giornali italiani, e dal coro pressoché unanime della politica e addirittura dall’associazione dei suoi (begli) amici, perché avrebbe “chiuso i rapporti con Israele” (così un titolo di Repubblica». Ebbene, nessuno di coloro che hanno commentato in questo senso sembra aver letto ciò che stava commentando: la mozione del Senato accademico della Scuola, che non chiudeva nessun rapporto ma chiedeva al Maeci di «rivalutare», alla luce dell’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra, il bando «per la raccolta di progetti congiunti di ricerca per l’anno 2024, sulla base dell’Accordo di Cooperazione Industriale, Scientifica e Tecnologica tra Italia e Israele». Dov’è dunque la chiusura di rapporti con le università israeliane? Non c’è la chiusura, perché si chiede al nostro Ministero degli Esteri di rivalutare un certo protocollo: e non ci sono nemmeno le università. Perché, e questo è il punto cruciale, qua non si tratta di convenzioni e accordi tra liberi atenei, ma tra due governi: quello Meloni e quello Nethanyau. E in un momento in cui il Consiglio per i diritti umani dell’Onu chiede che Israele sia condannato per crimini di guerra a Gaza, come sarebbe possibile collaborare acriticamente non con le libere università di quel Paese, ma proprio con il governo responsabile di quei crimini? Come condannare l’Università di Torino che a quel bando ha deciso di non aderire?

Qui occorre chiarire un nodo cruciale: il rapporto tra università e poteri pubblici in Italia.

Nel dopoguerra si pensò di introdurre per i professori universitari un giuramento di fedeltà costituzionale: ma, memori di quello imposto dal fascismo nel 1931, si scelse poi di evitare perfino l’obbligo morale di aderire alla Costituzione. L’università doveva essere sciolta da ogni ortodossia: quasi l’avamposto di una comunità semplicemente umana. Non è un obiettivo facile, e in tutto il mondo le università sono costrette a negoziare e a difendere ogni giorno la propria libertà: rispetto ai governi, o al mercato. Il discrimine è la possibilità di dissentire rispetto a chi esercita il potere: come ha detto Martin Luther King, «la libertà accademica è una realtà oggi perché Socrate praticava la disobbedienza civile». Nel codice etico del mio ateneo è scritto che «tutte le componenti dell’Università […] sono tenute a salvaguardare l’indipendenza e l’autonomia della comunità accademica dal potere politico e da quello giudiziario, da quello religioso e da quello militare, dagli enti locali, dagli interessi economici, dai governi e dai corpi diplomatici stranieri». Certo, se un marziano visitasse oggi le università italiane potrebbe apprezzare in modo molto discontinuo – usiamo un eufemismo – la loro reale indipendenza. Eppure, in ogni dipartimento troverebbe almeno qualche docente che la pratica fino in fondo: formando persone libere, malgrado il sistema.

È vero nella nostra (corrotta e periclitante) democrazia, lo è anche in Turchia, Cina, Arabia Saudita, Egitto e in tanti altri paesi in cui minoranze e dissidenti sono perseguitati e uccisi, e in cui le università sono, in misura variabile, controllate dai governi o addirittura attive nell’attuarne le peggiori politiche: eppure nessuno, per fortuna, propone di boicottarle. Proprio in quelle comunità accademiche, infatti, resiste un residuo dissenso: connaturato all’insubordinazione intellettuale che spinge alla ricerca, cioè alla revisione della verità stabilita. È una contraddizione ben nota: oggi sono le università dell’Iran a guidare la ribellione al regime, e sappiamo (dalla parte opposta) come le opulente università degli Stati Uniti possano al contempo nutrire la più servile fedeltà all’apparato militare e industriale, ma anche alimentare la più feroce critica al loro Paese.

Penso dunque sia un grave errore boicottare le università di Israele: come lo è stato interrompere le relazioni con quelle russe, o con quelle palestinesi. Le università israeliane sostengono l’invasione criminale di Gaza, e contribuiscono a tenere in piedi un sistema che Amnesty definisce, con solide ragioni, di apartheid? Quelle russe hanno espresso nei loro vertici pieno sostegno alla guerra di Putin? Quelle palestinesi hanno sostenuto la linea di Hamas? Sì, è accaduto anche tutto questo. Ma queste stesse università sono comunità plurali, la cui parte migliore lotta costantemente per affrancarsi dai rispettivi governi, rivendicando libertà per il pensiero critico. Il 17 ottobre scorso, i rettori di 9 università israeliane si sono rifiutati di sottostare a una direttiva del Consiglio Superiore per l’Educazione che chiedeva di denunciare ogni complicità intellettuale con Hamas: «Non intendiamo rispettare direttive che possono creare un’atmosfera di maccartismo e di denuncia reciproca nei campus». Lo hanno scritto mentre piangevano, tra i loro stessi studenti, vittime del pogrom di Hamas.

Va tutto bene, dunque, nelle università di Israele? Naturalmente no, ed è vitale protestare con vigore contro ogni processo alle opinioni: lo ha fatto, per esempio, Judith Butler, con una splendida lettera in difesa della collega Nadera Shalhoub-Kevorkian, che per aver chiesto il cessate il fuoco a Gaza e aver parlato di genocidio è stata minacciata di licenziamento dalla Hebrew University of Jerusalem. Così, mentre decideva di non troncare le relazioni con gli atenei russi, il mio ateneo diffuse una nota durissima contro i rettori russi schierati con Putin. Essere in relazione non vuol dire tacere: anzi. I ricercatori hanno il diritto (anzi il dovere) di criticare le ricerche e i corsi tesi a legittimare collateralismi al potere, ben documentati nelle università israeliane: come l’archeologia coloniale anti-palestinese, o l’uso della filosofia del male minore per giustificare l’uccisione dei civili. Ma le università non si possono ridurre né ai governi dei loro paesi, né ai loro stessi governi accademici. Sono comunità plurali, per definizione aperte e perfino ribelli, se fedeli alla loro missione: rompere le relazioni tra comunità di ricercatori e studenti di paesi diversi, significherebbe uccidere proprio l’ultima speranza di costruire argomenti comuni per ribellarci alla follia omicida di governi che conducono il mondo al disastro.

Tutt’altra cosa sono i rapporti tra università e governi. Per questo trovo profondamente sbagliato l’appello rivolto al nostro ministro degli Esteri Tajani dall’Associazione degli Accademici e Scienziati di origine italiana in Israele, che chiede la realizzazione di una fondazione partecipata dagli stati italiano e israeliano che finanzi progetti scientifici, «in tutte le discipline, non solo scientifiche ma anche umanistiche, perché è noto che la maggior parte dei boicottatori contro l’Accademia Israeliana provengono da Facoltà Umanistiche, pertanto, mai come in questo momento, sarebbe vitale la creazione di tale Fondazione». Immaginiamo quale sarebbe stata la reazione se gli studiosi italiani in Russia avessero chiesto al nostro governo di creare, con quello di Putin, una simile fondazione per aggirare il boicottaggio delle università russe.

Le università sono, fin dal Medioevo, il luogo in cui si coltiva un internazionalismo, un pensiero critico e un dissenso sistematico che sono il miglior antidoto ai nazionalismi e alle guerre: per questo ogni tentativo di far passare la ricerca attraverso accordi tra governi smentisce e nega quella libertà accademica che è la vera ragione per non boicottare le università. La richiesta degli studiosi italiani in Israele ha poi una motivazione che non è degna di chi dovrebbe coltivare il pensiero critico: «il boicottaggio come l’anti-israelismo sono figli di un antisemitismo che si sta risvegliando anche in Italia». Questo è un giudizio non solo sommario e fattualmente sbagliato, ma anche disonesto sul piano intellettuale. Ripeto: sono contrario a ogni boicottaggio accademico, ma se una università italiana liberamente decidesse di annullare ogni suo accordo con università israeliane (o russe, o cinesi, o turche, o… americane) farebbe una scelta legittima, che nessuno potrebbe accusare di razzismo. E questo vale, deve valere, anche per Israele.

Questo uso estensivo, improprio e strumentale della categoria dell’antisemitismo (un uso che le stesse università hanno purtroppo implicitamente condiviso, quando la Conferenza dei rettori fece propria l’inaccettabile definizione di antisemitismo dell’IHRA, che considera antisemita perfino chi dica che in Israele si pratica una forma di apartheid: il che è un dato di fatto) mira ad impedire un dibattito libero, ed è irresponsabile perché rischia di banalizzare il vero antisemitismo, che esiste ed è assai pericoloso. L’università fa il suo mestiere quando alimenta dubbi, distingue, discute, argomenta: non quando maledice, o interdice. E soprattutto non quando obbedisce ai governi, o peggio quando ne diventa un docile strumento. Diciamo di voler difendere ad ogni costo i valori occidentali: una università davvero libera (anche e soprattutto dal governo del proprio Paese) è uno di essi.

Se qualcosa oggi minaccia questa università, in Italia, non sono certo le manifestazioni degli studenti e delle studentesse. La minaccia è nel madornale sottofinanziamento del sistema universitario da parte dello Stato. È nella mancanza di un sostanziale diritto allo studio in termini di alloggi e servizi. È nella minaccia mortale che l’autonomia differenziata rappresenta per la libertà dell’università sancita dalla Costituzione. È nella costante intromissione di una politica che interviene sulle idee e sulle parole dei docenti chiedendo dimissioni, o censure. È nell’uso dei manganelli da parte della polizia anche dentro i campus, contro studenti e docenti inermi. È nell’interferenza inaudita di ambasciate di Stati esteri che contattano direttamente i rettori con richieste e moniti. È nella crescita abnorme delle università telematiche, macchine di profitto capaci di assicurarsi l’indulgenza della politica verso l’applicazione di controlli e valutazioni ai quali sono invece sottoposti gli atenei pubblici: con la conseguenza che Pegaso sta superando la Sapienza per iscritti, diventando il primo ateneo d’Europa, in un ben triste primato italiano.

Non vedo, invece, alcuna emergenza nelle manifestazioni per Gaza che in queste settimane attraversano le nostre comunità accademiche. Le studentesse e gli studenti dicono, anzi gridano, cose che si possono condividere o meno. Personalmente condivido fino in fondo la richiesta di ‘smilitarizzare’ le università italiane. In conferenza dei rettori votai contro la collaborazione con MedOr (la fondazione di Leonardo presieduta da Marco Minniti), e credo che nessun rettore dovrebbe sedere nel suo consiglio scientifico. Nell’aula magna della mia università abbiamo scritto una frase di Virginia Woolf: «E poi, cosa si dovrà insegnare nell’università nuova? Certo non l’arte di dominare sugli altri […] di uccidere […] ma l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri». E il nostro Codice Etico dice che «nessuna ricerca di chi lavora e studia all’Università e nessun posto di insegnamento possono essere finanziati da imprese o fondazioni legate alla produzione e vendita di armi». Ma il punto non è essere d’accordo o meno con ciò che dicono le studentesse e gli studenti: è permettere loro di dirlo.

I governi delle università devono avere l’intelligenza di costruire più spazi di libertà, in modo che a nessuno (con l’eccezione, imposta dalla Costituzione, di chi si professi fascista) venga negato il diritto di parlare, ma anzi tutti possano farlo: esemplare, in questo senso, il Senato accademico aperto voluto dal rettore di Pisa Riccardo Zucchi, che in otto ore ha dato tribuna e ascolto alle più diverse opinioni su Gaza e Israele. Prendiamo il caso di Maurizio Molinari, contestato alla Federico II di Napoli. Quando le studentesse e gli studenti provano (sbagliando) a togliere la parola a personaggi mediatici invitati nelle università (secondo una prassi sulla quale dovremmo interrogarci), come si fa a non vedere che una generazione senza voce sta contestando chi, invece, può parlare ovunque? Perché è in fondo questo che chiedono: poter parlare, essere ascoltati. Dovremmo preoccuparci se non lo facessero, di fronte all’enormità del massacro di Gaza e alle complicità ipocrite dell’Occidente. Semmai, dovremmo interrogarci sui limiti della capacità di argomentare che vengono dolorosamente a galla in questa ondata di proteste: ma qui siamo noi professori a doverci battere il petto, per aver supinamente accettato un modello universitario assai più dedito a formare un disciplinato “capitale umano”, che non ad alimentare un solido e attrezzato pensiero critico.

Le università devono rimanere luoghi in cui si garantisce a tutti e a tutte la massima libertà di parola. E bisogna resistere al rischio (o al disegno) per cui la creazione a tavolino di una emergenza sia pretesto e legittimazione di qualunque forma di irregimentazione poliziesca, o di controllo politico. Perché è dall’alto, e non già dal basso, che sono sempre arrivate, in ogni paese, le vere e più concrete minacce alla libertà delle università: la quale è uno dei termometri più sensibili della libertà tutta di un Paese. Di fronte alla repressione giudiziaria delle proteste studentesche della metà degli anni sessanta, quell’uomo misurato e mite che era Alessandro Galante Garrone scrisse: «Cerchiamo un po’ tutti di non inaridire, alla fonte, la sincerità dei nostri giovani, di rispettarne la dignità, di non indurli a una opportunistica cautela, di cui hanno già fin troppi esempi intorno a sé. Lasciamoli dire, senza veli, quello che pensano. Le manette, le museruole, le vessazioni grandi o piccole (come un tempo i biglietti della confessione) non possono che fare del male». Parole sagge: ancora oggi perfetto manifesto di una università veramente libera.


Un nuovo nemico da delegittimare e criminalizzare: le università

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Studentesse e studenti dei collettivi universitari prendono la parola, denunciano il patriarcato come sistema, manifestano contro il genocidio a Gaza e le politiche coloniali di Israele, chiedono la fine del capitalismo fossile; rivendicano voce sul presente e sul futuro. Immediata è la risposta: delegittimazione e criminalizzazione (sono “intolleranti”, “violenti”, “antisemiti”). C’è un nuovo nemico da delegittimare e criminalizzare: le università? Anche chi insegna e lavora in università riceve lo stesso trattamento, se osa chiedere per Gaza e il popolo palestinese il cessate il fuoco e il rispetto del diritto internazionale. Neanche gli organi accademici sono risparmiati: emblematici sono gli attacchi scomposti al senato accademico dell’università di Torino per la mozione sulla non opportunità di partecipare al bando del Ministero degli Affari Esteri sulla cooperazione industriale, scientifica e tecnologica con Israele, vista la situazione a Gaza (https://volerelaluna.it/materiali/2024/03/06/una-richiesta-dal-mondo-accademico).

Certo, resta che il diritto di critica vale per tutti, anche per coloro che, saldamente ancorati alla cultura egemone, obiettano a chi protesta e a chi vota mozioni non allineate, ma ora si assiste ad un rogo mediatico. Le posizioni dei collettivi e del senato accademico dell’università di Torino, per restare agli ultimi fatti, non sono solo oggetto di discussione ma del tentativo di privarle di legittimità, escluderle dal novero di quanto può essere detto, espellerle dallo spazio democratico come “non democratiche”. Le reazioni sono spropositate, nel loro rapporto con la realtà, e sono violente, nella delegittimazione, nell’esclusione e nella criminalizzazione che veicolano.

Sono atteggiamenti pericolosamente in linea con la frenesia bellica, di un paese, un’Europa, che si armano, culturalmente e materialmente: è la logica binaria della dicotomia amico-nemico, che criminalizza il dissenso e giustifica e insieme fonda la deriva autoritaria. È la democrazia decidente e plebiscitaria che si sovrappone di fatto, in attesa di formalizzare il passaggio con la riforma sul premierato, alla democrazia pluralista e conflittuale. È lo stesso discorso, su un altro piano, che normalizza, attraverso la disumanizzazione, gli otto morti in mare al giorno del 2023 o il “trattamento” del disagio sociale con l’allontanamento in nome del decoro.

Se poi guardiamo al merito, appiano le falsificazioni e i capovolgimenti, assunti apoditticamente e amplificati da un’informazione arruolata. “Antisemitismo dilagante”: il giudizio della Presidente del Consiglio viene riportato in maniera piana, alla pari di un dato indiscusso; ogni volta che ciò avviene si consolida e cristallizza il falso. E allora occorre ribadire, contro l’ignoranza, la mistificazione, la strumentalizzazione, l’ovvio: criticare il Governo di Israele, le sue politiche, ragionare di colonialismo, apartheid e genocidio, non è essere antisemiti. Viviamo in un mondo alla rovescia, dove chiedere il rispetto del diritto internazionale è sovversivo, dove ragionare di principio pacifista è un attentato ai valori democratici, dove manifestare è una concessione, dove essere antifascisti è una colpa.

Ma torniamo all’università. Il senso dell’università, anche qui ripetendo quanto dovrebbe essere scontato, non è sfornare laureati pronti – proni? – al mercato del lavoro (o alla propria colpevolizzazione se non vi trovano posto), ma contribuire ad un percorso costellato di dubbi, ragionamenti, ricerca, in una parola alla costruzione di pensiero critico. Autonomia universitaria non significa autoreferenzialità e competitività fra atenei ma concretizzazione dell’articolo 33 della Costituzione laddove sancisce che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»; affermazione che a sua volta si connette alla promozione di una cultura, aperta e plurale, coerente con una democrazia fondata sul pieno sviluppo di ciascuna persona e sulla partecipazione effettiva, in una prospettiva trasformatrice.

A fronte del titolo di apertura de La Stampa del 21 marzo, “Università senza pace”, viene da esclamare “per fortuna!”. Grazie alle studentesse e agli studenti che non accettano una pace intesa come “pacificazione” nel senso del TINA (There Is No Alternative), che spezzano la gabbia di acquiescenza e ignavia, che riflettono, discutono e contestano, ricordando all’università il suo senso.

Decenni di aziendalizzazione e privatizzazione, asservimento dei percorsi di studio al mercato del lavoro, ricerca condizionata, meritocrazia, precarietà a oltranza, burocrazia asfissiante, non hanno spento del tutto il desiderio di discussione, di critica, di trasformazione che proviene dalle università. Non è intolleranza, ma dissenso e partecipazione, per rivendicare una alternativa all’esistente.


Una richiesta dal mondo accademico: sospendere l’accordo di cooperazione Italia-Israele

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Come accademiche e accademici, ricercatrici e ricercatori impegnate nei centri di ricerca e nelle università in Italia e all’estero, assistiamo con enorme sgomento alla brutalità degli eventi che, dall’ottobre 2023, interessano la Striscia di Gaza. In seguito agli attacchi di Hamas il 7 ottobre 2023, lo stato di Israele ha risposto con una violenza militare che ha oggi causato la morte di quasi 30.000 palestinesi, in larga parte minori, il trasferimento forzato di circa due milioni di palestinesi all’interno della Striscia, più di un milione dei quali vivono oggi in tende a Rafah senza sapere quale sarà il loro destino, e il pressoché totale annichilimento delle infrastrutture civili (dalle case agli ospedali e le scuole) necessarie alla sopravvivenza umana a Gaza. Nel nord della Striscia, centinaia di migliaia di palestinesi sono a rischio di morire di fame a causa del blocco agli aiuti imposto dall’esercito israeliano. Come il report compilato dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine, il Health in Humanitarian Crises Centre e il John Hopkins Center for Humanitarian Health dimostra, nei prossimi sei mesi a Gaza potrebbero morire tra le 60.000 e le 75.000 persone a causa dell’assenza di cibo, acqua e di minime condizioni igieniche che impediscano la diffusione di malattie ed epidemie. Ciò a cui stiamo assistendo è una catastrofe umanitaria e configura, come denunciato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani operanti nella zona, una grave violazione del diritto umanitario da parte di Israele.

Lo scorso gennaio, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un’ordinanza nella quale si riconosce che vi è un rischio plausibile che Israele stia commettendo il crimine di genocidio a Gaza, e ha indicato sei misure cautelari urgenti atte a impedire che questo avvenga. Secondo Human Rights Watch, diverse misure non sono state rispettate da Israele. Il 22 febbraio 2024, la Federazione Internazionale dei Diritti Umani ha comunicato al Parlamento Europeo che la fornitura di armi a uno stato sospettato di commettere genocidio può configurare la complicità nel crimine, anch’essa proibita ai sensi della Convenzione per la Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio del 1948.

A fine febbraio 2024, apprendiamo che il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale annuncia il bando per progetti congiunti di ricerca sulla base dell’Accordo di Cooperazione Industriale, Scientifica e Tecnologica tra Italia e Israele. Sottolineiamo che il finanziamento potrebbe essere utilizzato per sviluppare tecnologia dual use, ovvero a impiego sia civile che militare, e che la terza linea di finanziamento delle tecnologie ottiche potrebbe essere utilizzata per sviluppare devices di sorveglianza di ultima generazione (detectors) anche a uso bellico. Questo aggraverebbe le responsabilità internazionali del nostro Paese poiché, nonostante le rassicurazioni del governo, l’Italia non sembra aver interrotto l’esportazione di armi verso Tel Aviv dal 7 ottobre 2023.

Viste queste premesse, chiediamo che la cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra le università e i centri di ricerca italiani e israeliani venga sospesa, con lo scopo di esercitare pressione sullo stato di Israele affinché si impegni al rispetto del diritto internazionale tutto, come è giustamente richiesto a tutti gli stati del mondo.

Avanziamo questa richiesta anche per proteggere le istituzioni italiane dall’accusa di non aver adempiuto al dovere inderogabile di prevenzione di genocidi, ovunque ve ne sia il pericolo, che è un obbligo per gli stati membri delle Nazioni Unite secondo la Convenzione per la Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio, o di essere complici di crimini di guerra, attualmente all’indagine della Corte penale internazionale. Il bando MAECI non protegge le istituzioni italiane perché può includere lo sviluppo di tecnologie e devices dual use. La nostra richiesta è in linea con la dichiarazione, datata 23 febbraio 2024, di numerosi esperti delle Nazioni Unite, secondo i quali gli stati membri dovrebbero astenersi immediatamente dal trasferire armi e tecnologia militare verso Israele, quindi anche ricerca e know how a possibile impiego bellico, poiché c’è il rischio ineludibile che esse vengano utilizzate per violare obblighi consuetudinari di diritto internazionale umanitario. Inoltre, le collaborazioni che chiediamo di interrompere appaiono in grave contrasto con il Piano di Azione Nazionale su impresa e diritti umani su cui il Governo stesso dichiara di vigilare. Sarebbe paradossale chiedere alle imprese di rispettare diritti che si ritengono secondari o violabili nell’azione di enti pubblici e di ricerca, che hanno il dovere di conformarsi all’ordinamento costituzionale repubblicano (che include quello internazionale come sua parte integrante).

Molti dei nostri colleghi, unendo le loro voci a studenti e lavoratori in tutto il mondo, chiedono che le università riesaminino le collaborazioni intrattenute con le istituzioni e le aziende israeliane complici della violenza in corso e/o del mantenimento dell’occupazione nei territori occupati. Molte università stanno agendo in questa direzione. Nel febbraio del 2024, l’Università della California Davis ha disinvestito 20 milioni di dollari dalla collaborazione con aziende complici dell’occupazione e dell’assalto militare in corso, e lo stesso hanno fatto quattro università norvegesi.

Tali richieste di disinvestimento, sospensione e boicottaggio delle collaborazioni istituzionali vengono avanzate su due basi argomentative. Innanzitutto, l’impegno morale al e il dovere giuridico di rispetto dei diritti umani di tutti e del diritto internazionale. È nostra convinzione che non sia più possibile ignorare le gravi violazioni dei diritti fondamentali della popolazione palestinese da parte di Israele e la gravissima situazione in cui versa Gaza. Le violazioni del diritto internazionale, molte delle quali integranti probabili crimini di guerra e altri gravi crimini internazionali, non sono certo iniziate il 7 ottobre 2023, come appare evidente nel contesto del caso in discussione davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e delle indagini in corso della Corte Penale Internazionale, a conclusione di indagini preliminari gravemente indizianti. La velocità con cui la macchina militare israeliana ha annichilito un territorio, le sue infrastrutture civili (tra cui il sistema educativo, come illustriamo più avanti in questa lettera) e una popolazione intera restano tuttavia eccezionali e senza precedenti e richiedono una presa di coscienza e responsabilità immediata. 

Inoltre, la richiesta di sospensione della cooperazione alla ricerca e universitaria è motivata dalla volontà di non essere complici delle gravi violazioni in atto. Le conseguenze per uno stato ritenuto complice di crimini di guerra e/o contro l’umanità, o ancor più di genocidio, sono gravi e potrebbero esserlo anche per l’Italia. Pur con delle differenze, ne è un esempio l’Olanda, ove i giudici della Corte d’appello hanno ordinato al governo l’immediata sospensione e cessazione di qualsiasi export di armi verso Israele a causa della possibile complicità nelle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e nei probabili crimini di guerra perpetrati a Gaza. Con le dovute differenze, un altro esempio è la causa che rischia l’Eni a causa della sua partecipazione a progetti a conduzione israeliana per l’estrazione di gas a Gaza.

Inoltre, vogliamo portare all’attenzione del Ministero il fatto che nella Striscia di Gaza, a causa delle operazioni militari israeliane, assistiamo a un vero e proprio scolasticidio, ovvero la sistematica, totale e intenzionale distruzione del sistema educativo locale e uccisione di massa di studenti, ricercatori e docenti. Come evidenziato da numerosi report, negli ultimi quattro mesi il sistema educativo di Gaza, che comprendeva prima dell’ottobre 2023 oltre 625.000 studenti e circa 23.000 insegnanti e professori, è stato annientato. Al 24 gennaio 2024, Israele ha ucciso 4.327 studenti e ferito 8.109, oltre a 231 insegnanti e amministratori (feriti 756). Il numero di studenti e personale scolastico uccisi in un periodo così breve non ha precedenti nella storia della regione. Gli studenti e gli insegnanti che non sono stati uccisi sono tra gli oltre 1.7 milioni di persone sfollate e rimosse con la forza che oggi vivono in rifugi sovraffollati e antigienici o dormono all’aperto. Come il resto della popolazione di Gaza, essi corrono il rischio di morire di fame e di malattie, senza accesso al cibo, all’acqua potabile, all’elettricità, al riscaldamento o alle medicine.

Israele ha sistematicamente distrutto tutte le università di Gaza. Il 17 gennaio, Israele ha fatto saltare in aria l’Università Al-Israa, l’ultima università rimasta in piedi a Gaza. Il filmato condiviso dalla BBC mostra l’università completamente distrutta. L’Università Islamica e la Facoltà Universitaria di Scienze Applicate sono state bombardate rispettivamente l’11 e il 19 ottobre. Il 4 novembre, le forze israeliane hanno bombardato l’Università di Al Azhar, la seconda università più grande di Gaza, seguita dalla distruzione dell’Università di Al Quds il 15 novembre. Il 10 dicembre è stata bombardata la facoltà di medicina dell’Università Islamica, mentre sono stati gravemente danneggiate anche l’Università di Al-Aqsa e il Palestine Technical College. Oltre alla distruzione delle università, la maggior parte degli edifici scolastici di Gaza sono danneggiati. I soldati israeliani hanno filmato alcuni dei loro atti di distruzione, incluso un video che mostra il momento in cui l’esercito israeliano ha fatto saltare in aria una scuola delle Nazioni Unite a Beit Hanoun, nel dicembre 2023. A seguito della distruzione delle scuole di Gaza, centinaia di migliaia di bambini che sono già stati privati dell’istruzione per diversi mesi, non avranno in futuro una scuola in cui tornare. Inoltre, le forze israeliane hanno attaccato diverse scuole che fungevano da rifugi temporanei per i civili, uccidendo i palestinesi che vi avevano trovato rifugio. Ad esempio, nel novembre 2023 le forze israeliane hanno attaccato le scuole Al-Fakhoura e Al-Buraq, gestite dall’UNRWA, uccidendo almeno 40 persone e ferendone molte altre, mentre nel dicembre 2023 hanno ucciso 15 palestinesi negli attacchi alla scuola Shadia Abu Ghazala. Anche la situazione in Cisgiordania peggiora ogni giorno, con un significativo aumento degli attacchi militari ai campus e degli arresti di colleghi e studenti dal 7 ottobre 2023.

Di fronte a questa realtà, al risalente uso illegale di risorse idriche e agricole della popolazione sotto occupazione da parte della potenza occupante, ai probabili crimini internazionali a mezzo di sistemi di sorveglianza e carcerazione arbitraria di massa, consideriamo particolarmente gravi le linee di finanziamento del bando MAECI, che si concentrano sullo sviluppo di tecnologie idrauliche e di gestione della distribuzione dell’acqua, di tecniche e tecnologie agricole, e sullo sviluppo di tecnologie ottiche volte alla messa a punto della nuova generazione di detectors. Queste linee suggeriscono che la morte di migliaia di palestinesi a causa della fame, della sete e della tecnologia usata a scopo militare, e la distruzione del sistema scolastico locale, siano dei dettagli trascurabili. Tali linee di finanziamento, inoltre, sono in indifendibile contraddizione con le recenti misure adottate per analoghe, gravi violazioni dell’integrità territoriale, dell’autodeterminazione e delle protezioni della popolazione civile da parte di altre potenze occupanti.

In conclusione, ribadiamo la nostra richiesta di sospensione della cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra le università e i centri di ricerca italiani e israeliani e invitiamo il MAECI a estendere la cooperazione con le università palestinesi, attraverso l’apertura di linee di finanziamento dedicate e l’istituzione di programmi di visiting professorship per i colleghi e le colleghe che si trovano in situazioni di pericolo letale e di sofferenza, come è stato fatto in occasione di precedenti conflitti e crisi umanitarie.

Qui la lettera con l’indicazione (in via di aggiornamento) dei docenti e ricercatori di Università italiane firmatari (773 il 1° marzo)


Un’altra memoria: quella delle vittime dell’occupazione coloniale italiana

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Il professor Bora Avsar ha appena letto, nell’originale turco, la dodicesima lettera a Taranta Babu, accompagnata, sullo schermo, da una sua nuova traduzione italiana e dalle illustrazioni che Renato Guttuso le dedicò nel 1960. L’autore è Nazim Hikmet, uno dei maggiori poeti europei del Novecento, un turco cosmopolita innamorato dell’Italia, che finse di pubblicare le lettere in cui un giovane abissino, poi arrestato e giustiziato a Roma, annunciava a sua moglie l’imminente arrivo dell’invasione coloniale italiana. Quando uscì, era il 1935, il governo fascista di Mussolini ottenne dalle autorità turche che il titolo fosse cambiato: non Un giovane abissino in Italia, ma Lettere a Taranta Babu. Un professore che è insieme curdo, turco e italiano, legge e traduce in italiano versi turchi nei quali parla un giovane africano, in Italia. Questa è la vita quotidiana dell’Università per Stranieri di Siena: traduzione, comparazione, mediazione. Vederci con gli occhi degli altri, imparare a scambiarci gli sguardi, studiare ogni giorno come i confini ci attraversino.

Il nuovo gonfalone della nostra università, oggi per la prima volta uscito in pubblico e dipinto dal maestro Francesco Del Casino – l’inventore senese dei murales di Orgosolo, che è ormai parte della nostra comunità – rappresenta la Stranieri come una sirena dalla doppia natura: radicata nella nostra amatissima città di Siena, ma aperta al mondo. Impegnata per la pace, e rivolta allo studio di ogni differenza, come dimostrano le piccole applicazioni ceramiche, create da giovani persone con autismo.

La nostra università nasce come scuola di lingua e cultura italiana per stranieri, nel 1917, nel mezzo della Grande Guerra. Nel 1992 diventa università, e la legge la apre anche alle studentesse e agli studenti italiani, con la missione statutaria di essere «impegnata nella diffusione del plurilinguismo e del multiculturalismo». Lo abbiamo fatto innanzitutto affiancando all’insegnamento dell’italiano a stranieri, l’insegnamento di molte lingue agli italiani. Oggi siamo a 14: le ultime arrivate sono ucraino, turco, swahili. In cantiere ci sono vietnamita, neogreco, e in prospettiva l’ebraico. E un nuovo corso di studi, che speriamo di attivare dal prossimo autunno, si chiamerà “Plurilinguismo, traduzione, interpretazione”. La mediazione culturale continua a sembrarci una prospettiva straordinariamente importante per costruire pace non solo nel mondo, ma nel cuore delle nostre città. La radice della guerra, lo sappiamo, è nel desiderio di dominio e possesso; nella diffidenza per il diverso che diventa odio, e poi industria politica della paura. «Casa mia, casa tua che differenza c’è?»: perfino al Festival di Sanremo ha fatto irruzione la questione centrale del nostro tempo. Un ‘italiano vero’ che canta in arabo ha mostrato al Paese quello che il Paese è già. Qua alla Stranieri studiamo che, no, non c’è differenza morale, e che le differenze culturali invece ci sono, per fortuna: e sono una straordinaria ricchezza, una cruciale occasione per crescere insieme. Per ridiscutere profondamente il concetto di identità.

Ma perché iniziare proprio con i versi di Hikmet, belli e terribili? Perché oggi è il 19 febbraio. È il giorno in cui, da tempo, si chiede di poter celebrare una giornata nazionale di memoria delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana, stimate ben sopra le 500.000. Il 19 febbraio 1937, dodicesimo giorno del mese etiopico di Yekatit, iniziò la violenta rappresaglia italiana in ritorsione al fallito attentato al maresciallo Graziani, il boia del Fezzan, che in capo a qualche mese fece circa 20.000 vittime, culminando nell’eccidio del monastero di Debra Libànos, «il peggior crimine di guerra dell’Italia». Di questo ci parlerà, nella sua lezione inaugurale, il professor Paolo Borruso, che saluto e ringrazio. E nell’altra lezione inaugurale, la dottoressa Igiaba Scego – un’amica della Stranieri che torna da noi, e che pure saluto e ringrazio – ci dirà in quali modi possiamo convivere con il patrimonio culturale coloniale. Come capirete, le parole e la musica di Jadel Andreeto e del Buthan Clan, che siamo felici di avere tra noi, saranno una parte integrante del nostro discorso collettivo.

Decolonizzazione è la parola chiave di questa giornata. Una definizione efficace di decolonizzazione è quella di Edward Said, grandissimo intellettuale palestinese, instancabile costruttore di pace. Un nome che non si può oggi pronunciare senza chiedere, e tutta la nostra comunità accademica lo chiede, un immediato cessate il fuoco a Gaza. Said diceva che per decolonizzare i rapporti internazionali, ma anche i rapporti interni alle comunità nazionali (quelli tra uomini e donne, per esempio, ancora segnati da un fortissimo dominio maschile), bisogna sciogliere l’«intreccio di potere e conoscenza» che fa di ciò che chiamiamo cultura anche un luogo di dominio di alcuni su altri, provando invece a renderlo un luogo di costruzione dell’umanità di tutte e tutti. L’Università per Stranieri di Siena – è ancora il nostro Statuto a dirlo – «promuove e favorisce la dimensione internazionale della ricerca e della formazione, i processi di incontro, dialogo, mediazione fra persone con lingue e culture diverse, nell’intento di favorire la civile e pacifica convivenza che nasce dal reciproco riconoscimento e dal vicendevole rispetto».

Il nostro modo per fare questo – un modo tipicamente umanistico – è legare passato e futuro. Studiare, riesaminare, interpretare l’eredità culturale del passato (dalle letterature ai patrimoni culturali) per costruire un futuro diverso. Studiare la differenza di genere, studiare le migrazioni e le vite delle persone migranti in Italia, studiare le relazioni internazionali da ogni punto di vista, significa da una parte dare un contributo alla ridefinizione del concetto di identità, e contemporaneamente definire “una nuova etica delle relazioni”. Questa ultima espressione è il sottotitolo di un documento chiave del processo di decolonizzazione europea (il Rapporto francese sulla restituzione del patrimonio culturale africano del 2018), chiesto dal presidente Macron e firmato dall’economista senegalese Felwine Sarr e dalla storica dell’arte francese Bénédicte Savoy. Vi si legge che «pensare alla restituzione implica molto di più che esplorare il passato: si tratta soprattutto di costruire ponti verso relazioni future più eque». È così anche per il nostro lavoro: leggere i versi di Nazim Hikmet significa capire fino in fondo cosa ha fatto l’Italia, per poter consapevolmente costruire un futuro diverso. Nel nostro caso non si tratta della restituzione materiale di oggetti (anche se pure questo è un fecondo campo di studi), ma della restituzione morale di riconoscimenti reciproci, tra popoli e tra persone. Questa prospettiva decoloniale è l’unica possibile, pensiamo, per una Università per Stranieri italiana nell’anno 2024. Per questo, l’altro nuovo corso di laurea che abbiamo costruito si chiamerà “Decolonizzazione e sostenibilità. Ambiente, paesaggi, patrimoni culturali”. […]

Coltivare in questo Paese gli anticorpi del pensiero critico ci pare importante, urgente. Ci pare l’unica strada per rimanere umani, e civili. Nell’anno 2023 anche il nostro ateneo ha partecipato alle celebrazioni per il centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Nella sua celebre Lettera ai giudici, documento chiave della storia del pacifismo del Novecento, il Priore di Barbiana ricorda la sua esperienza di alunno in una scuola italiana nazionalista, spiegando con parole non fraintendibili ciò che la scuola (e l’università, qua amiamo ripetercelo, è scuola) non deve fare: «Ci presentavano l’Impero come una gloria della Patria! Avevo tredici anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri s’erano dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per esser più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler». Noi crediamo a una università che formi, semmai, alla disobbedienza: intesa come esercizio, non condizionato e non sorvegliato, del pensiero critico. Martin Luther King ha detto che l’autonomia universitaria è una realtà moderna perché anticamente Socrate praticò la disobbedienza civile. Noi crediamo che avesse ragione.

Un unico filo lega le nostre scelte dello scorso anno. Abbiamo ospitato qua, insieme all’Università degli Studi, un confronto tra tutte e tutti i candidati a sindaco di Siena: rivendicando la nostra assoluta terzietà, ma insieme il nostro interesse per la sorte della polis. Abbiamo rivendicato la nostra libertà di esporre, o non esporre, le bandiere: e devo ringraziare pubblicamente la ministra dell’Università perché, pur nella palese diversità di giudizio di merito, ha garantito con adamantina coerenza l’autonomia universitaria affermata nella Costituzione su cui ha giurato. È lo stesso senso di autonomia per cui manteniamo aperti i canali con le università russe e la certificazione della lingua russa, e contemporaneamente abbiamo dato una laurea honoris causa a Liudmìla Petrucèskaia, una intellettuale che, esortando i soldati russi alla diserzione, ha restituito a Putin il massimo premio culturale russo. È il senso di autonomia per cui abbiamo dedicato una sala di lettura a Michela Murgia, simbolo di una funzione intellettuale non subordinata al potere. È il senso di autonomia per cui non abbiamo aderito al boicottaggio delle università israeliane: perché le università sono sempre luoghi di dissenso da tutelare e promuovere, anche (anzi, soprattutto) in una situazione terribilmente compromessa come quella, con una strage che rischia di avvicinarsi ogni giorno di più a un genocidio. Questo è ciò che siamo, e che sempre meglio vogliamo essere. […]

Abbiamo istituito, e messo in Statuto – prima università in Italia – un Osservatorio sulla precarietà che possa costantemente monitorare l’andamento del lavoro precario, e fornisca pareri formali al governo dell’Ateneo sui piani di fabbisogno del personale. Pensiamo che non si possa fare bene didattica e ricerca se le si fanno sulle spalle di docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo il cui lavoro non è sicuro e dignitoso. Brecht si chiedeva se fossero stati i re di Tebe a strascicare i blocchi di pietra delle sue sette porte: anche noi vorremmo costantemente chiederci su quale lavoro e su che qualità della vita di tutte e di tutti costruiamo la nostra università. E permettetemi qua di dire che questa domanda riguarda in modo urgente, e direi, straziante, tutta l’Italia, nel momento in cui nel cantiere Esselunga di Firenze si sono recuperati i corpi di quattro operai e se ne cerca disperatamente un altro, quello di un diciannovenne venuto in Italia come un fantasma senza corpo e senza diritti, fino al momento in cui di quel corpo tutti ci siamo accorti nel modo più terribile. […]

La persona è il punto che ci sta più a cuore. Per questo nell’ultimo anno abbiamo scelto di avere tra i ricercatori, come research fellows, due colleghi con disabilità, i professori Luca Casarotti e Paola Tricomi, che ringrazio e saluto. Se l’accesso dell’università italiana agli studenti con disabilità è un nodo ancora largamente non risolto, ancora più grave è la questione dell’accesso alla docenza di chi, a parità (spesso anzi in condizioni di superiorità) di conoscenze e qualità di ricerca, ne è escluso semplicemente perché nessuna delle nostre strutture di ricerca analogiche o digitali (a partire dagli strumenti bibliografici) è concepito per chi ha una abilità diversa. Su questo, speriamo che la nostra (piccola) esperienza possa essere utile all’intera comunità universitaria nazionale.

Un poeta napoletano, Francesco Nappo, ha scritto due versi in cui ci riconosciamo profondamente: «La patria sarà | quando saremo tutti stranieri». È l’aspirazione ad un nuovo giorno: davvero adatta per coronare questo inizio solenne di un nuovo anno accademico. È stato detto che «bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci». Non solo ci crediamo, ma tutto il nostro lavoro collettivo è perché l’aurora di quel giorno si affretti.

È uno stralcio del discorso di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università per stranieri di Siena, svolto dal rettore il 19 febbraio 2024.


Il carcere scoppia? C’è una risposta possibile e razionale: il numero chiuso

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Il 31 dicembre 2023 le persone detenute presenti nelle carceri italiane hanno toccato quota 60.166. La capienza regolamentare degli istituti di pena prevede un massimo di 51.179 ospiti, ma quella effettiva si aggira attorno ai 48.000 posti. Le carceri italiane, dunque, tornano a esplodere.

Il sovraffollamento è un buco nero che ingoia tutto, a partire dalle vite dei detenuti: 84 suicidi nel 2022, 68 nel 2023. Nel carcere straripante di presenze, ogni prospettiva di umanità della pena e di rispetto dei diritti soggettivi delle persone ristrette rischia di essere uccisa in culla, per non parlare delle concrete possibilità di reinserimento sociale delle condannate e dei condannati. Sotto quest’ultimo profilo, le cifre sono spietate: nel carcere italiano, in media, è presente un educatore ogni 75 detenuti, con il picco negativo (ma non isolato) raggiunto dalla Casa Circondariale romana di Regina Coeli, dove nel 2022 gli educatori effettivi erano 3 a fronte di 1002 detenuti; a lavorare è solo il 29% della popolazione ristretta, mentre poco più del 6% è coinvolto in progetti di formazione professionale. Anche gli sforzi più apprezzabili (ve ne sono di quasi eroici) di gestire al meglio gli spazi a disposizione e le risorse esistenti sono frustrati dalla durezza della situazione.

Il carcere sovraffollato è un luogo violento, nel quali i soggetti più vulnerabili sono in costante pericolo. Crescono gli episodi di insofferenza, di autolesionismo, di auto ed etero aggressività dei detenuti ed aumenta, in parallelo, il rischio di risposte altrettanto violente da parte dell’istituzione. Il presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (d’ora in poi: CPT), Alan Mitchell, ha rimarcato che «il sovraffollamento carcerario mina ogni tentativo di dare un significato pratico al divieto di tortura e di altre forme di maltrattamenti». Far entrare nel carcere sovraffollato la persona condannata significa inserirla in un incubatore di odio; lasciarla in quel contesto per tutto il tempo della pena, secondo un malinteso e purtroppo egemone concetto di “certezza della pena”, vuol dire restituire alla società un recidivo quasi certo. È utile, per descrivere la realtà penitenziaria sovraffollata, conservare quel «chiodo fisso di chiamare le cose per quelle che sono» di cui ci parla il protagonista di Sunset Limited, il coraggioso romanzo di Cormac McCarthy: la prigione torna a essere una galera; le camere detentive, celle; i detenuti, camosci ingabbiati.

Se questo è lo stato delle cose, occorre chiedersi cosa fare per cambiarlo. Cambiarlo oggi, nell’immediato, se vogliamo offrire risposte non simboliche e propagandistiche alla esigenze di sicurezza e senso all’unica e ragionevole funzione della pena detentiva: reinserire in società persone responsabili.

Nella politica governativa, così come nell’opinione pubblica diffusa e in quella specializzata (anche progressista o soi-disant progressista), suscita consensi la soluzione più semplice: costruire nuove carceri. In quest’ottica, il 6 novembre 2023, il Comitato interministeriale sull’edilizia carceraria ha disposto la ripartizione di 166 milioni di euro per ristrutturare, ampliare e, soprattutto, costruire nuove carceri. Per più di un motivo, si tratta di una soluzione ingannevole. Primo: calcoli e statistiche alla mano, i nuovi istituti saranno pronti soltanto tra dieci anni e potranno assorbire una quota estremamente ridotta del sovraffollamento (il nuovo carcere di San Vito al Tagliamento – progetto da 40 milioni di euro sui complessivi 166 da ripartire – prevede una capienza di 300 posti). Secondo: in assenza di personale educativo e di risorse organizzative e materiali, le nuove carceri amplieranno il profilo meramente custodiale della detenzione, riducendo o elidendo ulteriormente il profilo del trattamento finalizzato al reinserimento e, dunque, moltiplicando i problemi del carcere. Terzo: in un mondo in cui la pena assolve anche una funzione di controllo e incapacitazione dei marginali – non codificata ma reale –, accrescere il numero dei posti a disposizione significa accrescere anche il numero di coloro che andranno a occuparli. Se aumentano le prigioni, prima o poi verranno riempite. Non a caso, il Manuale sulle strategie per ridurre il sovraffollamento penitenziario, adottato nel 2013 dall’Ufficio delle Nazioni Unite sulla droga e il crimine, è lapidario sul punto: «Oggi è ampiamente accettato che l’aumento della capacità carceraria non costituisce, di per sé, una strategia sostenibile per combattere il sovraffollamento carcerario»; a lungo termine, «l’incremento dell’edilizia penitenziaria può persino portare a un aumento dei tassi di detenzione», mentre a breve «il sollievo offerto dalle nuove costruzioni può ritardare la discussione sulle cause del sovraffollamento».

L’unica risposta adeguata sarebbe quella in grado di agire, a monte, sulle cause del sovraffollamento, per lo più note: l’investimento politico nel diritto e nella giustizia penali quali strumenti di consenso; l’illusoria metamorfosi del carcere in surrogato dello stato sociale; i conseguenti rigorismi punitivi (pene più lunghe, minor accesso alle misure alternative). Si tratta di una prospettiva non realistica e nell’attuale contesto politico e culturale, persino le sacrosante strategie miranti ad aumentare il catalogo delle pene e delle misure alternative al carcere risulta fallimentare. La recente riforma Cartabia (decreto legisltivo n. 150/2022) fornisce un esempio chiarificatore. Dal 30 dicembre 2022 i giudici che condannano possono sostituire le pene detentive brevi – fino a quattro anni di reclusione – con le pene sostitutive dei lavori di pubblica utilità, della detenzione domiciliare e della semilibertà (oltre che, fino a un anno di reclusione, con la sola pena pecuniaria). Nel lasso di tempo tra il 30 dicembre 2022 e la metà di novembre 2023 sono state applicate circa 1.500 pene sostitutive. I numeri delle presenze in carcere, tuttavia, sono aumentati ugualmente: al 31 dicembre 2022 erano 56.196, oggi, come detto, sono 60.166. Un balzo in avanti di quasi quattromila unità, che esprime una sola cosa: a quadri culturali immutati, incrementare le offerte di alternative al carcere produce l’effetto di ampliare il controllo sociale penale senza sfoltire la popolazione carceraria.

Nel dibattito più approfondito sulla questione penitenziaria, per fortuna, torna ad affacciarsi con una certa continuità una soluzione ulteriore al problema del sovraffollamento: il numero chiuso nelle carceri. A dirla così sembra un’idea bizzarra, pura eresia: è concepibile che lo Stato metta un tetto massimo al numero di detenuti che può ospitare nelle patrie galere? Non si garantirebbe, in tal modo, una sorta di impunità a chi, legittimamente condannato, dovesse risultare eccedente rispetto al limite? Ad analizzare meglio i termini del problema, ci si accorge che l’idea è tutt’altro che bislacca. Ci si trova di fronte, invece, a un’importante rivoluzione copernicana; necessaria, se si vuole riportare il carcere al livello delle promesse costituzionali. Per spiegarla non esistono parole migliori di quelle Massimo Zanchin, detenuto: «Invece di pensare di costruire nuove carceri, chissà dove, chissà quando, abbiamo qui e ora la possibilità di ricostruire nuove vite».

Il carcere, come è stato osservato, è rimasta l’unica istituzione pubblica di welfare a non poter contingentare gli accessi. Si dà ormai per scontato, infatti, che istituzioni fondamentali della Repubblica – università e ospedali in prima battuta – prevedano il numero chiuso. La Corte costituzionale (sentenza n. 383/1998), nel dare il via libera al numero chiuso universitario e nel riflettere sul rapporto tra organizzazione dell’insegnamento e diritto ad accedervi, pose l’accento sui seguenti profili: «Organizzazione e diritti sono aspetti speculari della stessa materia, l’una e gli altri implicandosi e condizionandosi reciprocamente. Non c’è organizzazione che, direttamente o almeno indirettamente, non sia finalizzata a diritti, così come non c’è diritto a prestazione che non condizioni l’organizzazione». Per promuovere al meglio i diritti costituzionali della persona alla formazione culturale e alla scelta libera e consapevole delle professioni, dunque, la Consulta sancì la legittimità di una limitazione degli accessi all’organizzazione universitaria, purché basata su scelte di legge chiare e condivise. Di lì a poco, la legge n. 264 del 1999 tradusse in disposizioni normative questi principi, istituendo le prime facoltà a numero chiuso. Si può criticare o assecondare questa impostazione, ma non suscita scandalo. Vale lo stesso, come anticipato, per gli ospedali: esistono classi di priorità e liste di attesa per le prestazioni ambulatoriali e per i ricoveri. La tutela adeguata della salute come diritto fondamentale di tutti gli individui e come interesse della collettività (art. 32 Costituzione) ha imposto di censire le risorse e, conseguentemente, limitare e scaglionare gli accessi in base all’urgenza e alla tendenza all’aggravamento delle patologie.

Gli stessi principi dovrebbero essere utilizzati per tutelare la dignità delle persone ristrette e promuovere il finalismo rieducativo delle pena. Lo raccomanda il CPT nel suo rapporto sulle attività svolte nel 2021, caldeggiando l’adozione da parte degli Stati membri di un numero massimo di detenuti da accogliere in ogni istituto penitenziario. Nessuno scandalo, nessuna fantascienza. Semmai, un meccanismo pratico ed efficace per garantire il rispetto degli standard relativi allo spazio abitativo minimo offerto a ciascuno detenuto – per il CPT, 6 metri quadri in celle singole e quattro in celle condivise, esclusi gli annessi sanitari – e tutelare l’efficacia dei percorsi risocializzanti. Analizziamone da vicino il funzionamento: la legge dovrebbe stabilire un limite di capienza invalicabile per ogni istituto, calcolato non soltanto sugli spazi detentivi, ma anche sulla reale offerta educativa e di assistenza socio-sanitaria, sui numeri del personale e su altri fattori determinanti; entro tale limite massimo, poi, dovrebbe essere stabilito chi debba entrare in carcere con priorità – i responsabili dei reati più gravi e di reale offensività sociale – e chi, invece, in attesa che i numeri scendano sotto il limite, possa iniziare a scontare la pena in altre modalità (ad esempio, detenzione domiciliare). Anche la Corte costituzionale, sia pure nell’ambito di una pronuncia di inammissibilità che rimetteva la palla in mano al legislatore, aveva riconosciuto la necessità di «un rimedio estremo, il quale, quando non sia altrimenti possibile mediante le ordinarie misure dell’ordinamento penitenziario, permetta una fuoriuscita del detenuto dal circuito carcerario, eventualmente correlata all’applicazione nei suoi confronti di misure sanzionatorie e di controllo non carcerarie (sentenza n. 279 del 2013).

Gli effetti vantaggiosi del numero chiuso, debitamente calibrato, sono numerosi e prevalgono sulle criticità. In primo luogo, il principio di extrema ratio del carcere assumerebbe una sua misura chiara e univoca, tale da indurre cautela nell’applicazione delle misure cautelari e nel dosaggio della pena. I detenuti che devono fare ingresso in carcere con priorità, poi, si troverebbero a fruire appieno di tutte le risorse messe a disposizione dall’amministrazione penitenziaria, con la concreta speranza di potersi davvero preparare a un reingresso in società senza recidive e ad abbandonare in maniera definitiva tutto il circuito della giustizia penale. Inoltre, lo Stato sarebbe costretto a investire su tutte quelle misure di controllo penale non penitenziario che, nel breve periodo, dovrebbero escludere l’impunità di coloro che sono in lista di attesa e, alla lunga, potrebbero diventare il motore di una penalità non più incentrata sul moloch della prigione. Insomma, come ha scritto Stefano Anastasia, riprendendo le parole di un celebre direttore di San Vittore, conviene ed è «importante fare in modo che le carceri possano dire di no».


Stati Uniti. Se la libertà di parola si ferma alla soglia della Palestina

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L’audizione al Congresso, martedì 5 dicembre, delle rettrici di tre fra le università più prestigiose degli Stati Uniti (Harvard, Penn e MIT) sul tema dell’antisemitismo nei rispettivi campus, mette contemporaneamente a nudo quella che da tempo viene denunciata come l’eccezione palestinese al principio di libertà di manifestazione del pensiero e i rischi insiti nella sovrapposizione fra denuncia delle politiche aggressive di Israele, antisionismo e antisemitismo.

Nel corso dell’audizione, la deputata repubblicana Elise Stefanik, dopo aver ricordato l’appoggio all’Intifada espresso dagli studenti di varie università, ha duramente apostrofato la rettrice di Harvard Claudine Gay («Si rende conto che l’uso del termine Intifada nel contesto del conflitto arabo-israeliano significa incitare alla resistenza armata violenta contro lo Stato di Israele, inclusa la violenza contro i civili e il genocidio degli ebrei?») chiedendole se intendeva applicare sanzioni disciplinari nei confronti degli studenti che si erano dichiarati a favore dell’Intifada o di una Palestina libera “dal fiume al mare”. Alla risposta che, per quanto odiose, si trattava di dichiarazioni protette dal primo emendamento, la deputata non si è data per vinta, ha chiesto alle rettrici se nei loro campus sia permesso invocare il genocidio degli ebrei e, sovrapponendo intenzionalmente i concetti di resistenza contro l’oppressione israeliana, antisionismo e antisemitismo, si è mostrata scandalizzata per l’affermazione della rettrice di Penn University, Liz Magill, secondo cui la punibilità delle dichiarazioni degli studenti dipende anche dal contesto in cui sono pronunciate, innescando un profluvio di proteste che nei giorni seguenti hanno invaso le testate giornalistiche e costretto le rettrici, cadute in una trappola tesa ad arte, a cospargersi pubblicamente il capo di cenere. Così, senza che ciò le abbia consentito di evitare le dimissioni, ha fatto la Magill con un video di scuse nel quale ha affermato che le politiche della Penn University sulla libertà di espressione del pensiero, da sempre improntate alla Costituzione, potranno in futuro cambiare perché «nel mondo di oggi, in cui i segnali di odio proliferano nei campus, così come ovunque, in maniera come non era mai accaduto in precedenza, vanno chiarite e rivalutate». Sono parole pesanti, che fanno peraltro seguito alle prese di posizione dei vertici delle tante università che, dall’inizio del conflitto medio orientale, hanno cominciato a limitare il free speech, la libertà di parola di chi protesta contro Israele e che preludono a futuri inasprimenti.

Nessun principio fondamentale rappresenta, nell’immaginario collettivo, l’essenza della democrazia statunitense quanto il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero. Celebrato nel tempo attraverso le tante decisioni della Corte Suprema federale che hanno imposto il rispetto del dissenso, è soprattutto in ambito scolastico e universitario che quel principio ha trovato pieno riconoscimento. Come ha più volte ripetuto la Suprema Corte, imponendo la tolleranza nei confronti degli intolleranti, «gli insegnanti e gli studenti devono sempre rimanere liberi di indagare, studiare e valutare, per raggiungere una piena maturità e comprensione; altrimenti la nostra civiltà stagnerà e morirà». Il rispetto per il così detto marketplace delle idee (United States v. Rumely, 345 U.S. 41, 56, 1953), che sta alla base di una democrazia liberale in cui – come scrisse nel 1961 Hugo Black «dobbiamo proteggere le idee che detestiamo, altrimenti presto o tardi ci proibiranno di esprimere quelle che amiamo» (Communist Party of U.S. v. Subversive Activities Control Bd, 81 S.Ct. 1357, 1431 (1961) –, ha prodotto decisioni che hanno imposto a tutte le università pubbliche di eliminare i così detti hate speech codes o codici contro l’incitamento all’odio. I regolamenti dei colleges universitari pubblici che, per garantire distensione sociale e protezione alle minoranze, proibiscono e sanzionano le espressioni verbali offensive all’interno dei campus, sono stati giudicati incostituzionali dalle Corti federali tutte le volte che queste ultime sono state investite della questione. Le università (pubbliche) non hanno così per esempio potuto censurare programmi radiofonici studenteschi pieni di battute razziste, o impedire agli studenti di appendere alle finestre dei loro campus una tunica bianca simbolo del Ku Klux Klan, o vietare volantini anonimi che prendevano in giro caricaturizzandoli i neri chiamandoli «labbra grosse», «musi neri» o «negri» e che dichiarano «aperta la stagione di caccia» ai neri. È a quei principi e a quell’orientamento giurisprudenziale che le tre rettrici hanno fatto riferimento nella loro audizione in Congresso: principi e orientamento giurisprudenziale che, peraltro, l’eccezione palestinese ha già messo in crisi. Le vicende che, a partire dal famigerato 7 ottobre 2023, hanno segnato le fortissime proteste nei campus universitari statunitensi e la conseguente risposta repressiva da parte delle istituzioni di governo delle università, sono emblematiche di questo brusco cambiamento di indirizzo, con connesso appiattimento delle amministrazioni universitarie sulle posizioni dei big donors e in generale delle lobby israeliane. La casistica è impressionante.

Ad Harvard la notte dell’attacco di Hamas a Israele una coalizione formata da 30 gruppi di studenti (fra cui Amnesty International ad Harvard, l’Harvard Kennedy School Palestine Caucus e l’Harvard Divinity School Muslim Association) scrive una lettera, non firmata individualmente, in cui dichiara che «gli eventi odierni non sono venuti dal nulla» e ancora che «negli ultimi due decenni milioni di palestinesi a Gaza sono stati costretti a vivere in una prigione a cielo aperto» ragion per cui «è il regime di apartheid che va condannato» e Israele è quindi «interamente responsabile» dell’accaduto. Nel giro di pochissimi giorni gli studenti affiliati a quei gruppi sono identificati, i loro nomi e le loro informazioni personali messe in rete e persino le loro famiglie vengono contattate e minacciate. Come se non bastasse un camion sponsorizzato da un gruppo conservatore, Accuracy in Media, comincia a fare il giro del perimetro esterno del campus universitario mostrando i nomi e i volti degli studenti. Bill Ackman, uno dei miliardari che, in quanto ex allievo, sostiene finanziariamente Harvard, scrive sui social che i nomi di quegli studenti devono circolare per evitare che qualcuno “inavvertitamente” li assuma! Così i più di 800,000 followers del miliardario diffondono la lista e fanno sì che dozzine di chief executives la richiedano e ottengano. Non c’è dunque da stupirsi se, quando uno studente a favore dell’attacco di Israele a Gaza si avvicina con il telefonino per filmare chi sta organizzando una manifestazione pro-Palestina con finti morti, alcuni dei manifestanti lo allontanino con veemenza. La reazione dell’associazione degli ex allievi dell’Harvard Business School, l’Harvard College Jewish Alumni Association (HCJAA), contro l’istituzione che a suo avviso non ha preso i provvedimenti di necessaria punizione nei confronti dei manifestanti, non si fa però attendere: tutti i fondi all’Università saranno revocati, con un’azione dimostrativa attraverso cui sarà inviato ad Harvard un assegno da un solo dollaro, in luogo dei soliti milioni. L’episodio dà poi l’avvio a un’indagine dell’ufficio federale dei diritti civili del dipartimento dell’istruzione per chiarire se nei confronti del ragazzo allontanato siano stati commessi reati di violenza antisemita, di cui anche l’Università potrebbe essere resa responsabile. E serve a poco che Harvard offra la sua più completa disponibilità a collaborare a quelle indagini o che la sua rettrice, Claudine Gay, accusata da Larry Summers (Rettore di Harvard dal 2001 al 2006) e dai big donors di aver preso posizione contro Hamas soltanto un giorno dopo l’attacco in Israele, vi rimedi con due ferme prese di posizione di condanna o si presenti alla cena di shabbat del 13 ottobre, organizzata dall’organizzazione ebraica, per rassicurare gli astanti che Harvard è al loro fianco e ottenga per questo una standing ovation. I big donors, convinti che Harvard stia parteggiando per i fiancheggiatori del terrorismo palestinese, non sostengono più finanziariamente l’istituzione. Sul punto, fra gli altri, Whitney Tilson, uno degli uomini più influenti nella finanza, è esplicito: rifiuta di partecipare a un incontro di richiesta di fondi, aggiungendo che non solo non darà che pochi spiccioli, ma che ha inviato email ai suoi più di 10.000 lettori e amici perché facciano altrettanto.

Così, mentre ad Harvard Claudine Gay annuncia di investigare i comportamenti “antisemiti” di coloro che esprimono il proprio disappunto, non certo nei confronti della religione del popolo ebraico, bensì delle politiche israeliane, e dichiara apertamente che l’affermazione per cui la Palestina deve essere libera dal fiume al mare è chiaramente antisemita, c’è chi fa anche di peggio. La Columbia University per esempio – sotto la spinta di vari miliardari, fra cui Henry Swieca e Leon Cooperman, che ritirano il proprio appoggio finanziario all’istituzione lamentando la sua politica di sostegno all’antisemitismo per aver permesso agli studenti delle associazioni Students for Justice in Palestine e Jewish Voice for Peace di manifestare in campus o di organizzare dei walks out – non solo non prende seriamente posizione a tutela degli studenti pro-Palestina che sono presi di mira da chi li espone individualmente al pubblico ludibrio tramite il così detto doxxing. Dopo una manifestazione pro-Palestina, l’amministrazione dell’Università sanziona addirittura pesantemente gli studenti delle due associazioni che l’avevano progettata, proibendo loro di organizzare future proteste e tagliando i rispettivi fondi universitari fino alla fine dell’anno. Il Barnard College della Columbia University cancella, poi, un incontro sulla Palestina, dal titolo “Let’s talk Palestine”, con un preavviso di un solo giorno, pur avendolo precedentemente confermato.

Anche l’Università Brandeis, a Boston Massachussetts, dopo aver rilasciato un comunicato di ferma condanna dell’attacco di Hamas il 7 ottobre, proibisce alla locale espressione del gruppo Students for Justice in Palestine di organizzare per il futuro qualsiasi tipo di attività in campus, perché ritenute manifestazioni di incoraggiamento dell’azione terroristica di Hamas e come tali fuori dall’ambito di protezione dei principi del free speech dell’Università.

Su quella stessa linea si pone il sistema universitario statale della Florida che, per voce del suo rettore, ma su indicazione del governatore De Santis, qualifica addirittura come reato le eventuali azioni a favore della Palestina organizzate dalle sezioni locali dello Students for Justice in Palestine, facendo riferimento a una fattispecie creata dopo il crollo delle torri gemelle (e già utilizzata a suo tempo per reprimere la libera espressione del pensiero: https://www.questionegiustizia.it/data/rivista/articoli/270/qg_2015-4_07.pdf): quella di «offrire consapevolmente aiuto […] a un’organizzazione terroristica». D’altronde, sempre secondo il rettore Rodrigues, ulteriori sanzioni potrebbero essere irrogate agli studenti appartenenti a quelle organizzazioni, fra cui «misure volte a impedirne la futura assunzione lavorativa o la sospensione dal lavoro per chi è occupato all’interno della amministrazione universitaria».

Alla New York University, poi, la presidente dell’associazione studentesca per l’esame di stato della Law School, Ryna Workman, colpevole di aver rilasciato il 7 ottobre una dichiarazione in cui definisce l’attacco di Hamas una forma di resistenza al regime di violenza imposto da Israele nei territori, viene rimossa dall’incarico e l’amministrazione universitaria dichiara di avere aperto un’indagine disciplinare contro di lei.

Alla Pennsylvania University, infine, già prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, la rettrice Liz Magill, è sotto attacco per una conferenza sulla Palestina, che molti big donors non vogliono abbia luogo. La conferenza viene, però, confermata e quando successivamente la Magill condanna pubblicamente e fermamente l’attacco di Hamas, ma con un giorno di ritardo, la reazione dei big donors è feroce. Marc Rowan, a capo del gigante del private equity, Apollo Global Management, nonché presidente del Consiglio di amministrazione di Wharton – la Business School dell’università responsabile della gran parte della raccolta fondi per Penn – lancia una campagna per cancellare le donazioni all’istituzione, che a suo parere è eccessivamente tollerante verso l’antisemitismo. Alla campagna di Rowan, che insieme alla moglie ha nel passato donato a Penn 50 milioni l’anno, aderiscono in tanti fra cui per esempio Ronald S. Lauder, il miliardario della cosmesi, oppure Jon Huntsman, l’ex governatore dello Utah, o ancora Dick Wolf, l’inventore di “Law & Order”, oppure Ross Stevens, fondatore dello Stone Ridge Asset Management, che da solo di norma contribuiva al budget di Penn per 100 milioni l’anno. I tanti ex benefattori inviano per protesta un assegno da un dollaro, in luogo dei soliti checks milionari, e certamente segnano il loro punto quando giovedì 9 novembre la Magill, facendo riferimento ad alcune frasi proiettate su alcuni edifici dell’università dal seguente tenore: «lasciate vivere Gaza», «Sionismo significa razzismo», «Penn finanzia il genocidio dei palestinesi», «l’occupazione della Palestina è un crimine», «10.000 sono stati assassinati dall’occupazione israeliana dal 7 ottobre», «From the river to the sea, Palestine will be free», qualifica quelle frasi come messaggi di odio (hateful messages) e annuncia un’indagine della polizia interna volta a colpire chi ha proiettato «i vili messaggi antisemiti» in questione.

È questo il quadro in cui si inserisce l’audizione al Congresso delle rettrici di Harvard, Penn e MIT. Un quadro in cui la libertà degli studenti di manifestare nei campus il proprio dolore e la propria rabbia nei confronti della carneficina in atto nella striscia di Gaza e la propria solidarietà al popolo palestinese oppresso deve fare sempre più i conti con la necessità delle istituzioni universitarie di compiacere i propri finanziatori oppure il potere politico che, come in Florida, asseconda la potente lobby israeliana d’America. Quando poi – come oggi accade – nel linguaggio corrente la critica al Governo israeliano assume il significato non solo di antisionismo, ma addirittura di attacco al popolo ebraico, la compressione del diritto di critica diventa inevitabile. Lo scivolamento verso nuove forme di maccartismo è d’altra parte evidente nella richiesta rivolta dalla deputata repubblicana Virginia Foxx alle tre rettrici, durante l’audizione in Congresso, di chiarire la loro posizione personale in ordine al diritto di Israele di esistere. La caccia all’antisionista, equiparato ormai all’antisemita, è aperta, con tutto ciò che ne consegue in termini di restrizioni della libertà del pensiero di tutti.


Antifascismo e repressione: il barometro non segna bel tempo

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L’azione della polizia è da sempre la cartina di tornasole dello stato di salute delle democrazie e il termometro dell’effettività dei diritti e delle libertà. Da tempo – e specialmente nell’ultimo anno – in Italia il barometro non segna, al riguardo, bel tempo. Torino è uno dei laboratori più significativi sotto molteplici profili. Nell’ultimo periodo il banco di prova è l’antifascismo e la sede l’Università.

Cominciamo dai fatti. Il 27 ottobre, per mettere al riparo da ogni azione di disturbo un’iniziativa del Fuan, contestata dalle organizzazioni studentesche antifasciste, la polizia è entrata in forze nel campus torinese, gli studenti sono stati manganellati da agenti in tenuta antisommossa, alcuni disabili hanno dovuto rinchiudersi in un’aula per evitare di essere travolti nel parapiglia, i parapetti delle balconate hanno rischiato di cedere sotto la pressione della massa di studenti posti in situazione di pericolo. Il copione si è ripetuto ieri, questa volta davanti al Campus Einaudi. L’occasione è stata un tentativo di volantinaggio, di nuovo da parte di uno sparuto gruppo di attivisti del Fuan, contestato da studenti e studentesse dell’Ateneo. Ancora cariche e manganellate che hanno attinto, per prime, due docenti di Giurisprudenza (Alessandra Algostino e Alice Cauduro), che, dopo essersi qualificate, si erano interposte tra gli agenti e gli studenti per evitare incidenti e che hanno riportato lesioni al capo e alle braccia. Da segnalare che le cariche sono avvenute “a freddo”, quando gli attivisti del Fuan si erano ormai allontanati, accompagnati dalla dirigente di polizia intervenuta.

Dopo i fatti alcuni spunti di analisi.

Primo. Le violenze di ieri, come quelle del 27 ottobre, hanno avuto, a monte, iniziative del Fuan – Azione universitaria, associazione di esplicita derivazione fascista, da tempo alla ricerca di spazio e visibilità in Università. Il perseguimento di tale obiettivo è stato facilitato dall’accreditamento e inserimento dell’associazione nell’albo delle organizzazioni studentesche riconosciute dall’Ateneo torinese per il biennio 2022-2024 (con conseguente possibilità di accesso a spazi e finanziamenti), deliberati in spregio della lettera e dello spirito della XII disposizione finale della Costituzione, che vieta la ricostituzione, in ogni forma, di organizzazioni fasciste, ribaltando l’originaria pronuncia dalla competente commissione (https://www.lastampa.it/torino/2023/05/12/news/fuan_universita_bandita_associazione_fascista). A questa impropria decisione – illuminante anche nel suo iter – si è affiancata ieri, in un inquietante crescendo, la protezione dell’organizzazione neofascista da parte della polizia, giunta al Campus in forze e in tenuta antisommossa insieme agli attivisti del Fuan e verosimilmente su loro richiesta, prima di qualsivoglia contestazione: dunque, non per garantire, in caso di necessità, un’equilibrata e imparziale tutela dell’ordine pubblico, ma in un’anomala funzione di “scorta” del gruppo neofascista. La storia non si ripete mai allo stesso modo ma la memoria va, inevitabilmente, alle immagini delle guardie regie che scortavano i fascisti nel 1922.

Secondo. Le cariche contro studentesse, studenti e docenti sono avvenute – come si è detto – “a freddo”, quando gli attivisti del Fuan si erano ormai allontanati e, dunque, era venuta meno – anche ammesso che fosse esistita in precedenza – ogni esigenza di tutela dell’ordine pubblico. L’intervento, dunque, è stato non solo eccessivo e sproporzionato ma radicalmente immotivato e improprio. Non è chiaro se sia trattato di un intervento preordinato o di un’iniziativa autonoma degli agenti rimasti momentaneamente privi di comando (https://torino.repubblica.it/cronaca/2023/12/05/news/lattine_di_coca_cola_e_tranci_di_pizza_contro_gli_studenti_di_destra_al_campus_interviene_la_polizia-421581696/?rss) ma le due ipotesi si equivalgono per gravità: se, infatti, la preordinazione rimanderebbe a una strategia repressiva politicamente orientata, l’azione “spontanea” decisa in loco rivelerebbe una non meno inquietante predisposizione delle forze di polizia ad agire “con le mani libere” nella certezza di una copertura istituzionale.

Terzo. Non a caso l’ultimo episodio è avvenuto all’indomani della presentazione del disegno di legge governativo che incrementa la repressione del dissenso e del conflitto sociale (con previsione di nuove fattispecie di reato e aumenti indiscriminati delle pene) e sposta l’asse del governo della società verso gli apparati militari e le forze di polizia a cui, tra l’altro, viene consentito in maniera illimitata il porto di armi personali (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/11/21/il-governo-della-paura-e-lalibi-dellinsicurezza/ ). Ciò evidenzia con chiarezza – e in modo sinistro – che non siamo di fronte a episodi gravi ma isolati bensì a un deterioramento complessivo del quadro politico e all’attacco sistematico a diritti fondamentali.

Quarto. A fronte di ciò le reazioni delle forze politiche (concretatesi, ad oggi, in un intervento nel dibattito alla Camera e in una interrogazione parlamentare) e delle istituzioni universitarie sono deboli e superficiali. In particolare spicca la latitanza dei vertici dell’Università torinese, che si sono limitati a un anodino comunicato di solidarietà a chi ha riportato lesioni e di condanna di ogni forma di violenza e che, a tutt’oggi, ancora non hanno chiarito in modo esplicito i presupposti dell’intervento della polizia all’interno dell’Ateneo il 27 ottobre (che da fonti di polizia sono riportati insistentemente a una espressa richiesta del rettore). La cosa è particolarmente grave anche perché svilisce il ruolo dell’Università come centro di cultura e di coscienza critica del paese, per questo – e non per privilegi medioevali – titolare di uno status di particolare autonomia (riconosciuto e tutelato dall’articolo 33, ultimo comma, della Carta fondamentale e oggi impunemente calpestato).

C’è di che riflettere ben oltre il caso torinese.


Voi, studenti, siete l’antidoto contro il fascismo

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Il 27 ottobre, a Torino, la polizia è entrata in forze nel Campus Luigi Einaudi dell’Università, di propria iniziativa e – a quanto consta – senza autorizzazione del Rettore, al solo fine di presidiare e mettere al riparo da ogni azione di disturbo un’iniziativa del Fuan, contestata dagli studenti antifascisti. Questi ultimi sono stati manganellati da agenti in tenuta antisommossa; alcuni disabili hanno dovuto rinchiudersi in un’aula per evitare di essere travolti nel parapiglia; i parapetti delle balconate hanno rischiato di cedere sotto la pressione della massa di studenti posti in situazione di pericolo. L’iniziativa – come ha sottolineato il Coordinamento antifascista torinese – in aria da giorni e in sintonia con quanto accaduto ripetutamente negli ultimi tempi in città (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/10/violenze-di-polizia-a-torino-una-tradizione-sabauda/) è stata particolarmente grave: in sé, per le modalità che l’hanno caratterizzata e perché lesiva, oltre che dei principi costituzionali di libertà di riunione e di manifestazione, dell’autonomia universitaria, tradizionalmente riconosciuta e tutelata dall’articolo 33, ultimo comma, della Carta fondamentale. Ad essa studenti e docenti hanno reagito, il 30 ottobre e il 7 novembre, con due assemblee affollatissime. Nella prima è intervenuto, per il Coordinamento Antifascista, Amedeo Cottino con un intervento di grande tensione etica e politica che, di seguito, si riporta. (la redazione)

Ci sono alcune parole, ci sono alcune frasi, che esprimono un dover essere, un impegno; frasi che alcuni di noi, della generazione nata prima dello scoppio della seconda guerra, hanno fatto proprie. Impegni in cui abbiamo creduto e in cui continuiamo a credere. Una di queste è la seguente: “Buttare il falso”, tre parole che, nel loro significato più profondo, sono la dichiarazione di appartenenza a una comune umanità. Frase breve, grezza, che ha accompagnato il percorso di vita di un uomo, Nuto Revelli, che ha saputo fondere insieme la tragica esperienza della ritirata dall’Unione Sovietica, che avevamo invaso nel 1942 per compiacere i nostri alleati nazisti, con la guerra partigiana da lui condotta in prima linea nel Cuneese e con l’impegno postbellico a fianco degli ultimi (i titoli di scritti come Il mondo dei vinti e L’anello forte ne sono la testimonianza). Tre spazi di vita dove il “buttare il falso” è stato un impegno da subito: da quando, durante il viaggio in tradotta che lo portava con i suoi alpini sul fronte russo, lui, tra i pochissimi, ha voluto vedere. Ha voluto vedere «gli ebrei a branchi, segnati con un marchio giallo, nelle stazioni, a raccogliere rifiuti».

La frase di Revelli è anche la frase che, consapevolmente o meno, voi avete fatto propria e, dunque, c’è un prezioso filo che lega la vostra pratica politica con la sua Resistenza.

Mai come oggi c’è bisogno di voi, l’antidoto ai veleni diffusi dal Potere in quella che si chiama la società civile. Un potere che si nutre del disprezzo per i deboli, uno degli elementi portanti dell’ideologia nazista. Molti di noi ricordano a questo proposito il commento del ministro degli interni Piantedosi a fronte della strage di Cutro. Morirono annegati quasi un centinaio di migranti. Se tra questi morti tanti erano i bambini – dichiarò il ministro – la colpa era dei loro genitori che avrebbero dovuto evitare di metterne a repentaglio la vita. Un Potere che denuncia, in esplicita chiave razzista, come ha fatto il ministro Lollobrigida, il pericolo della sostituzione etnica.

Siete l’antidoto contro la rassegnazione o peggio l’indifferenza; contro il diffuso girare la testa dall’altra parte per non voler vedere che, ad esempio, i CPR, i Centri di detenzione temporanea, sono delle vere e proprie carceri.

Siete l’antidoto contro le menzogne: che gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del mondo; che la Nato è un’organizzazione difensiva; che Hamas sono gli abitanti di Gaza; che fascismo e antifascismo costituiscono due narrazioni per così dire equivalenti. E la lista potrebbe continuare.

Siete l’antidoto contro la progressiva erosione della cultura, rimpiazzata dal rifiuto della critica, dall’esaltazione dell’eroismo, dal machismo, dall’esaltazione della violenza. Erosione che ora avviene in maniera esplicita. Si veda, ad esempio, la recentissima circolare ministeriale indirizzata alle scuole dove si chiede di commemorare le foibe: peccato che non si inviti anche a denunciare i crimini delle truppe italiane comandate dal generale Roatta, le loro stragi di civili e la distruzione di villaggi nella Venezia Giulia e nella Dalmazia. E forse non è soltanto un incidente di percorso, ma un indizio o una conferma di questo nuovo corso, la proposta, poi ritirata grazie all’energica reazione del Centro Gobetti, del Polo del Novecento di ospitare Gianfranco Fini, ex segretario del Msi per discutere della Costituzione italiana con Luciano Violante.

Vorrei chiudere questa mia testimonianza con la poesia, ricordando i versi del poeta Paul Eluard, membro della Resistenza francese che scrive con il pensiero rivolto a tutti coloro che resistono (questa è la mia interpretazione): «Un cuore solo / nessun cuore / un solo cuore / tutti i cuori / ed i corpi ogni stella / in un cielo pieno di stelle». Facciamoli nostri questi versi perché anche la bellezza e la poesia trovino posto nella nostra quotidiana pratica della resistenza.

E qui, questa sera, i cuori ed i corpi ci sono tutti!


Stati Uniti. La Corte Suprema cancella le quote riservate alle minoranze nelle Università

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Azione positiva (Affirmative action) sì o azione positiva no? La questione, che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha da poco definitivamente risolto in maniera negativa decidendo casi relativi a due fra i più antichi Colleges statunitensi – la prestigiosissima università privata di Harvard e l’università pubblica della North Carolina – è da tempo assai controversa. Nonostante il 29 giugno scorso i nove Justices della Corte abbiano dichiarato incostituzionale l’uso del criterio “razziale” nelle ammissioni delle università dividendosi 6 a 3, secondo precise linee “politiche”, sul tema progressisti e conservatori non si sono sempre trovati su posizioni contrapposte. La faccenda è, infatti, assai più complessa di quel che potrebbe a primo acchito apparire e la pronuncia della Corte non si presenta necessariamente come l’espressione di un’ottica conservatrice.

Lunga è la storia delle così dette affirmative actions, nate negli Usa per riparare alle ingiustizie sociali nei confronti delle minoranze che storicamente non avevano sostanzialmente avuto accesso agli studi superiori, diventate però nel tempo una via per ottenere una “diversità” troppo spesso puramente simbolica all’interno dei contesti studenteschi. Se negli anni ’60 le università americane, sull’onda delle rivendicazioni dei Civil Rights Movements e soprattutto dopo l’assassinio di Martin Luther King, il 4 aprile del 1968, avevano inaugurato importanti programmi di accesso privilegiato per le minoranze sotto rappresentate (URM) (portando a un aumento delle ammissioni della minoranza nera nelle università dell’Ivy League del paese maggiore del 100 per 100 e, per esempio, a una crescita degli studenti neri alla Columbia University, nel cuore di Harlem, da 58 a 130 su 700 ammessi – tutti uomini perché le donne furono ammesse solo a partire dal 1980: https://www.nytimes.com/2019/03/30/us/affirmative-action-50-years.html), la Corte Suprema statunitense ben presto si incaricò di annacquarne il significato politico.

Già nel 1978, di fronte alle accuse di discriminazione al contrario (reverse discrimination) mosse da un ragazzo bianco alle politiche di ammissione dell’Università della California, che riservavano un certo numero di posti a studenti neri (16 per l’esattezza su 100 disponibili), la SCOTUS nel famoso caso Regents of the University of California v. Bakke, negò – con una risicata maggioranza di 5 a 4 – la costituzionalità delle quote riservate, lasciando aperta però la porta a una possibile considerazione da parte delle università della questione razziale o etnica, quale uno dei tanti fattori accettabili in nome dell’interesse a mantenere un corpo studentesco “diverso”. Furono poi le due decisioni del 2003, Grutter v. Bollinger e Graz v. Bollinger, a dare il colpo di grazia a ogni progetto di giustizia sociale che potesse realizzarsi attraverso politiche di affirmative actions. Con quelle pronunce, infatti, se da un canto venne riaffermato il diritto della Law School del Michigan di prendere in considerazione la “razza” all’interno di un quadro olistico del candidato, quale cioè uno dei molti elementi su cui basarsi, furono però bandite le pratiche che attribuivano un certo numero di punti in più (20 per la precisione) ai candidati appartenenti alle minoranze.

La questione etnica divenne a quel punto influente davvero solo marginalmente, poiché da quel momento in poi fu la preparazione accademica dei candidati – bianchi, neri o latini che fossero – ad assumere un peso predominante. Per entrare nelle università selettive – quelle i cui laureati avrebbero avuto una carriera di successo – divenne infatti indispensabile non soltanto aver ottenuto voti particolarmente alti durante la propria carriera scolastica, ma anche aver superato molto bene un test standard chiamato SAT, la cui valutazione è a sua volta presa in considerazione nella classifica delle migliori Università americane, che – messe in competizione fra di loro in un quadro che non prevede un valore legale del titolo di studio – ambiscono ad avere la posizione più alta possibile nella graduatoria per poter ricevere maggiori riconoscimenti, più candidature eccellenti e maggiori introiti da chi si iscrive presso di loro.

La preparazione scolastica, però, dipende dalla possibilità fornita a tutti – bianchi, neri, ispanici o asiatici che siano – di apprendere, ciò che, nonostante la famosa sentenza di desegregazione razziale delle scuole del paese del 1954, Brown v. Board of Education (che avrebbe dovuto condurre all’integrazione scolastica delle minoranze e a una pari possibilità di istruirsi per bianchi e per neri, così come per ricchi e per poveri), negli Stati Uniti non è data.

Senza qui indagare le ragioni per cui ciò è avvenuto, basti pensare che a quasi sette decenni di distanza da quella pronuncia, più della metà degli studenti delle scuole pubbliche – dal kindergarden all’ultimo anno di liceo – sono di fatto razzialmente segregati in distretti scolastici in cui più del 75% è esclusivamente bianco o esclusivamente non bianco (cfr. https://edbuild.org/content/23-billion#CA). Non solo: i distretti scolastici dei quartieri bianchi più ricchi, finanziati soprattutto con soldi provenienti dalle tasse sulla casa (più alte le prime se di maggior valore le seconde) ricevono circa 23 miliardi di dollari in più di fondi pubblici rispetto alle scuole dei quartieri abitati dai neri e dagli ispanici (e dagli stessi frequentate) corrispondenti a 2.200 dollari in più per ogni studente ( https://www.nytimes.com/2019/02/27/education/school-districts-funding-white-minorities.html). Il risultato è un quadro di “separazione e disuguaglianza” (per riprendere le parole di Brown v. Board of Education), che da un canto contraddice pesantemente la pronuncia della Corte suprema del 1954 e dall’altro rende le scuole dei bimbi e ragazzi neri assai meno idonee ad una buona preparazione rispetto a quelle dei loro più agiati, e già avvantaggiati a livello familiare, coetanei bianchi.

Segregati di fatto in scuole da poveri e per poveri, in cui i docenti devono affrontare situazioni personali spesso molto difficili, i ragazzi generalmente meno abbienti delle minoranze etniche, in particolare nere, arrivano all’appuntamento con il SAT inevitabilmente meno preparati degli studenti bianchi, generalmente più abbienti. Questi ultimi, anche se con una carriera accademica meno brillante dei loro coetanei, avranno inoltre più spesso i mezzi per sostenere le spese di una delle tante preparazioni a pagamento dell’esame richiesto per l’ammissione. Non è dunque una sorpresa scoprire che in base a uno studio del 2018, riferito al 2013, gli studenti i cui genitori guadagnavano fra i 40.000 e gli 80.000 dollari l’anno, e che differivano di pochissimo in termini di media dei voti ottenuti nella loro carriera scolastica (grade point avarage, GPA) rispetto a quelli i cui genitori guadagnavano più di 200.000, all’esame del SAT conseguivano invece punteggi molto più bassi dei secondi (https://eric.ed.gov/?id=ED582459).

Ecco perché l’eliminazione da parte della SCOTUS di una seria corsia preferenziale per le minoranze, in termini di quote riservate o di maggior punteggio di partenza, e la possibilità di fare uso del criterio “razziale” solo in via subordinata rispetto al punteggio del SAT – come uno dei tanti fattori, cioè, da prendere in considerazione insieme a molti altri – ha relegato l’operatività delle affirmative actions a un piano di “diversità” puramente simbolico. Non si è più trattato di riparare all’ingiustizia sociale di chi, povero e nero, era rimasto per troppo tempo fuori dal percorso di eccellenza delle università più prestigiose degli Stati Uniti, bensì di ammettere in via sussidiariamente privilegiata chi non fosse di pelle bianca, ma provenisse comunque dal mondo delle élites, che certamente in termini di esperienza economico-sociale non ha nulla di diverso rispetto agli altri studenti.

I dati relativi all’estrazione sociale degli studenti delle università di Harvard e della North Carolina, i cui programmi di affirmative actions sono stati dichiarati incostituzionali dalla SCOTUS con la sentenza appena emessa, la dicono lunga. Ad Harvard quasi tre quarti degli studenti neri, latini e nativo-americani ammessi agli studi fanno parte del quinto percentile socio-economicamente più alto all’interno del corrispondente gruppo etnico e provengono da famiglie con redditi superiori alla mediana nazionale (https://studentsfor.wpenginepowered.com/wp-content/uploads/2018/06/Doc-416-3-Kahlenberg-Errata.pdf ). Nell’università della North Carolina, uno studio condotto da Raj Chetty del 2017 chiarisce come gli studenti provenienti dal quinto percentile più ricco fossero 16 volte più numerosi di quelli provenienti dal quinto percentile più povero. La stessa ricerca aveva, inoltre, posto in luce come in generale nelle università dell’Ivy League gli studenti appartenenti al percentile più alto, quello dell’1%, avessero 77 volte più possibilità di essere ammessi rispetto a coloro le cui famiglie guadagnavano meno di 30.000 dollari l’anno (cfr. https://www.nber.org/papers/w23618 e https://www.theatlantic.com/education/archive/2019/03/privileged-poor-navigating-elite-university-life/585100/).

Togliere oggi di mezzo definitivamente le affirmative actions non significa, allora, necessariamente assumere una posizione anti liberale e di destra, ma magari provare a dare spazio a criteri privilegiati di accesso alle università che superino la questione del colore della pelle e facciano perno sulla condizione socio-economica degli studenti per permettere ai meno abbienti -che di norma fra l’altro coincidono con le minoranze etniche, in particolare nere- di accedere anche loro agli olimpi del sapere da cui verranno lanciati verso il successo professionale.

L’abbandono di programmi di affirmative actions di tipo “razziale” potrebbe, infatti, condurre alla loro sostituzione in via generalizzata con programmi di agevolazione basati sulla classe sociale (svantaggiata). Si tratta di politiche in parte già implementate negli Stati in cui da tempo le affirmative actions sono state bandite, come in California ad esempio. Con il risultato che oggi UC Berkeley e UCLA – fra le 25 più prestigiose università statunitensi secondo lo US News & World Report– vedono la più alta diversità in termini etnici nella loro popolazione studentesca da 30 anni a questa parte, ma soprattutto la più alta percentuale di studenti che essendo socio-economicamente disagiati hanno ottenuto le borse di studio federali, i così detti Pell Grants (cfr. Kahlenberg, in https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/10/supreme-court-harvard-affirmative-action-legacy-admissions-equity/671869/). La speranza è, dunque, che la decisione odierna di una Suprema Corte conservatrice produca il paradossale effetto progressista di stimolare un’inversione di rotta nelle politiche di ammissione universitaria statunitensi, che privilegino finalmente la classe sulla razza, giacché indipendentemente dal loro colore della pelle i meno abbienti sono tutti uguali e hanno ugualmente bisogno di essere aiutati.


Dario Ferrari, La ricreazione è finita (Sellerio editore, 2023)

Autore:

Marcello Gori, il protagonista di questo romanzo, è un giovane viareggino inconcludente, «cullato da una rassicurante bambagia di irresponsabilità», come riconosce lui stesso. Rifugge, pur facendone parte, quella generazione di «ragazzoni imbecilli e ipertatuati la cui adolescenza si protrae per un ventennio, anche dopo la loro iscrizione al popolo della famiglia tradizionale». Impiega un decennio per laurearsi in Lettere ma – giura – solo per sfuggire all’eredità del bar di famiglia cui il padre, separato, avrebbe voluto destinarlo. La fuga da quel destino, casualmente – ma la casualità è la cifra delle sue in/decisioni – lo spinge a presentarsi a un concorso universitario per la borsa di un dottorato. Inaspettatamente “passa” ed entra da dottorando presso il dipartimento del professor Sacrosanti (omen nomen). Marcello gli riconosce doti di ottimo insegnante, se non fosse per «quel godimento quasi erotico che Sacrosanti trae dai rapporti di potere interni all’università». Purtuttavia incaricato dal suo “dominus” di dipartimento di preparare una tesi sulla figura di Tito Sella, un terrorista finito in carcere e poi morto, si immerge nello studio delle sue opere sino a sviluppare quasi un’identificazione con lui, al tempo stesso stimolato e “spinto” in questo dal contesto di dispute e intrighi interni all’ambiente accademico.

Lo stile ironico e il sarcasmo con cui l’autore descrive il mondo accademico, lo premierebbe già abbondantemente (qualcosa pur conoscerà avendo studiato a Pisa e conseguito un dottorato di ricerca), ma il romanzo si presta anche a una seconda spassosissima e intelligente lettura. Il confronto tra due generazioni: quella di Marcello, provinciale e irrisolta, e quella del terrorista Tito, idealista e incompiuta. Il racconto della Brigata Ravachol è un piccolo capolavoro di comicità da non perdere, così come il finale, che ha del paradossale.

Segnalazione di

Paolo Barsi

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