Per la pace: rilanciare l’obiezione fiscale e l’impegno dei Comuni  

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Molte sono le forme con cui manifestare la nostra decisa contrarietà alla guerra, un NO “senza se e senza ma”: le manifestazioni, le iniziative pubbliche, le prese di posizione, il rifiuto di servirsi di banche che finanziano le industrie degli armamenti e di votare partiti che contribuiscono allo sviluppo dei conflitti armati inviando armi ai contendenti. Ma non è ancora sufficiente. Nella seconda metà del secolo scorso si svilupparono delle vere e proprie campagne che coinvolsero migliaia di persone e decine di enti locali.

Mi riferisco alla campagna per l’obiezione di coscienza alle spese militari e a quella con cui gli enti locali si dichiaravano “comuni denuclearizzati”.

La prima partiva dal presupposto che è giusto e doveroso pagare le tasse – sono lo strumento essenziale per garantire a tutte/i lo stato sociale –, ma che è altrettanto giusto non voler essere complice dello Stato quando investe in armamenti. Perciò chi praticava questa forma di obiezione detraeva dal suo versamento fiscale una quota corrispondente alla percentuale di bilancio dedicata alle forze armate. Ciò era abbastanza semplice per chi pagava direttamente il suo contributo, diveniva più complicato per coloro ai-alle quali venivano detratte le imposte fiscali sulla busta della paga o della pensione. In questo secondo caso si inviava una lettera all’Ufficio delle Imposte con cui si richiedeva la restituzione della quota delle tasse relativa agli armamenti. Naturalmente questo non accadeva, ma l’obiettore, per manifestare appieno la propria volontà, destinava la parte che non avrebbe voluto versare allo Stato a un’“impresa di pace”. A quelli che invece pagavano direttamente venivano requisiti, dopo un certo periodo di tempo, a cura del Comune, dei beni per un valore corrispondente alla somma non versata. Ricordo che a Firenze Sandro Targetti e Alberto L’Abate trasformavano tali situazioni in occasioni pubbliche per dare risonanza alla causa dell’obiezione – a Sandro un anno furono requisite decine di copie di un libro di Capanna, a quei tempi militante di Democrazia Proletaria, come Sandro, copie che si trovavano, guarda caso, in casa sua, e Alberto durante le requisizioni, coinvolgeva diverse altre persone tramite la vendita di quadri e libri da cui ricavare la somma da dare al fisco –. Pur se non diventò mai una pratica di massa, l’obiezione fiscale alle spese militari riguardò un certo numero di persone impegnate attivamente contro la guerra ed ebbe anche una certa risonanza.

Risonanza che acquisì anche, su un altro versante, la campagna che riguardava gli enti locali e che consisteva nel loro dichiararsi “territorio denuclearizzato”. Ancora oggi ne rimangono tracce – cartelli che annunciano a chi arriva nel Comune “denuclearizzato” di trovarsi, appunto in una zona che non ospita, e non ospiterà mai, armi nucleari –. Si inseriva, questa seconda campagna, in una tradizione di impegno dei comuni per la pace che veniva da lontano. Aveva visto infatti, negli anni ‘50, il Sindaco di Firenze Giorgio La Pira condurre azioni efficaci in tal senso, con gli incontri internazionali che avevano coinvolto città di tutto il mondo e con i Colloqui Mediterranei, particolarmente centrati sul conflitto fra Israele e i Paesi Arabi, e, nel 1961, Aldo Capitini promuovere la Marcia per la pace Perugia-Assisi, che prosegue ancor oggi, protagonisti principali proprio gli enti locali. Negli anni ‘80 Firenze si è dichiarata “città operatrice di pace”, con atto formale del Consiglio Comunale, su ispirazione di Ernesto Balducci e in piena sintonia con la Tenda della pace che veniva montata, dalle diverse realtà pacifiste cittadine, in piazza San Giovanni allo scoppiare delle guerre – del Golfo, dei Balcani… –. E nel 2002, alla grande manifestazione conclusiva del Social Forum – un milione in piazza contro la guerra – erano presenti moltissimI gonfaloni di Comuni, con tanto di primi cittadini dotati di fascia tricolore.

Penso che in questo periodo, in cui la guerra ha ripreso pieno campo e ha fatto scatenare gli impulsi bellicisti di gran parte dei mass media e dei soggetti politici, anche se nell’opinione pubblica prevale il desiderio di pace, occorra riprendere l’iniziativa come realtà pacifiste, ampliando le modalità d’intervento e rilanciando quelle che avevano caratterizzato i movimenti del secolo scorso, e cioè l’obiezione fiscale alle spese militari e la campagna per la denuclearizzazione del territorio, con riferimento anche al nucleare civile, campagna che potrebbe intrecciarsi con quella per l’adozione in Italia dello jus soli – due aspetti, che, seppur diversi, hanno in comune quel senso di umanità, a cui si dovrebbero ispirare gli atti, i comportamenti, i provvedimenti di un popolo civile –. Le persone del futuro «o saranno persone di pace o non saranno». All’affermazione di Ernesto Balducci aggiungerei «o saranno persone meticce, cooperanti, solidali o non saranno». Perché il futuro dell’umanità sta appunto nel meticciato, nella cooperazione, nel superamento di ogni forma di sovranismo e nazionalismo, nel riconoscimento che «nostra patria è il mondo intero», come affermava un canto anarchico ottocentesco, e nella condivisione dei beni comuni, di un impegno diffuso ad affrontare la crisi energetica e la riconversione ecologica, di modalità veramente nuove di relazionarsi fra le persone, fra i popoli, con la natura e l’ambiente, non più nel segno della competizione, del profitto, del mercato, ma in quello della convivenza civile, della solidarietà, dell’impegno collettivo.

Occorrono cambiamenti radicali, nelle politiche delle istituzioni, ma anche nei comportamenti individuali. Prendendo finalmente coscienza che il tempo utile per salvare il senso di umanità, e l’umanità stessa, si sta riducendo sempre di più.


Ricostruire il conflitto attorno all’eguaglianza

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L’interrogativo “Che fare” è ineludibile e immane; anche perché non si possono scindere le considerazioni sul futuro di Volere la luna da quelle sul contesto complessivo. Nello spazio di queste note, mi limito a proporre qualche suggestione, muovendo dal quadro fosco, ma, insieme, di realismo non arreso, che contrassegna l’orizzonte dipinto da Livio Pepino nell’introduzione al dibattito (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/09/22/volere-la-luna-che-fare-un-confronto-aperto/) e che costituisce, a mio parere, uno dei fil rouge del compito di Volere la luna: cercare di decifrare la realtà e al tempo stesso di trasformarla, sul piano del pensiero così come su quello dell’azione concreta sul territorio.  

La questione di fondo è: come invertire rapporti di forza mostruosamente sbilanciati, creando un’alternativa e forze materiali (sociali e politiche), che siano in grado di contrapporsi al sistema neoliberista? È un modello penetrante, che attraverso la leva economica controlla la politica, il diritto e la cultura (grazie anche al controllo e all’omologazione esercitata attraverso lo spazio digitale), che occulta dietro la mistificazione del merito le diseguaglianze, che frantuma la società con il fascino dell’individuo “imprenditore di se stesso”. Quindi, a cascata, è un sistema che influisce su un «organo centrale della democrazia» (Calamandrei), quale la scuola, deprivandola del suo potenziale trasformativo, allontanandola dal suo ruolo nel superamento delle diseguaglianze e nella costruzione di emancipazione, nonché surrogando le conoscenze e la capacità critica con le competenze; modifica il senso del lavoro, da strumento di dignità a merce.

Si ripropone in forma brutale, altamente pervasivo e segnato dall’egemonia di una parte, il conflitto intorno all’eguaglianza e al dominio che attraversa come una costante la storia: «oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese» (Marx, Engels). Come far sì che la forza di idee come eguaglianza ed emancipazione contrastino il modello dell’homo oeconomicus?

Se «la tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola» (Benjamin), proprio la storia ricorda come non esiste alcun ineluttabile destino o legge di natura, ma spetta a donne e uomini costruire il proprio futuro: le alternative esistono. Provare a cercarle, metterle in pratica, immaginarne di nuove è il primo, imprescindibile, passo. Occorre (ri)-costruire il legame sociale contro la disgregazione della società, la cultura dei diritti contro quella dei privilegi, la solidarietà e la comune umanità contro la ricerca unicamente del proprio particolare e la disumanizzazione del “diverso”. Occorre rivoluzionare i rapporti sociali ed economici, ricostruire «partecipazione effettiva» (art. 3 Cost.), dare anima e vitalità alla democrazia.

Da dove muovere? La risposta, un po’ istintiva, è ovunque: occorre ricostruire la tensione e la lotta per l’eguaglianza e l’emancipazione nella società; ripensare forze politiche organizzate che esprimano una chiara e netta visione del mondo dalla parte della dignità della persona e sappiano farsi tramite tra società e istituzioni; far sì che le istituzioni rispettino e attuino il progetto di trasformazione scritto in una Costituzione che pone al centro la dignità, l’emancipazione, la giustizia sociale, come progetto collettivo; occorre agire nella scuola e nell’università, nel mondo del lavoro, nei territori, come nel Parlamento. È necessario che la parte dell’eguaglianza, dell’emancipazione, della dignità pervada la società e generi la consapevolezza, e l’organizzazione, che consentano la sua egemonia, anche se la distanza siderale da percorrere perché ciò accada, rende difficile anche solo immaginarlo.

La natura immane del compito impone di ricorrere a tutte le possibilità in campo; imprescindibile, per chi scrive, è il radicamento del conflitto dalla parte dell’emancipazione nella società: dunque, le lotte nei luoghi di lavoro, le proteste nel mondo della scuola e dell’università, le battaglie dei movimenti territoriali, le occupazioni per la casa, le azioni degli ecologisti. Sono i movimenti, le lotte autorganizzate, il variegato mondo dell’associazionismo, che oggi rivendicano alternative, immaginano e praticano visioni del mondo inscritte nella prospettiva dell’eguaglianza, dell’emancipazione e della solidarietà: la loro stessa esistenza, con la partecipazione in prima persona, la ricostruzione di legame sociale contro l’atomizzazione della società, è un atto di conflitto contro la gabbia del dominio neoliberista. La sinergia dei movimenti, nella pluralità dei loro obiettivi, delle loro azioni, delle persone che li fanno vivere, propone e pratica una visione del mondo alternativa, che collega giustizia sociale e ambientale. I movimenti nel loro essere, e farsi, popolari e trasversali, creano consapevolezza, il terreno necessario per la costruzione di una democrazia solida ed effettiva, che non può che essere plurale, conflittuale e strutturalmente contraria, nella sua tensione all’eguaglianza e all’emancipazione, alla diseguaglianza e alla sopraffazione insite nel neoliberismo.

Insistere su un radicamento sociale, dal basso, non significa sottovalutare l’importanza di un’azione sul terreno politico-rappresentativo e istituzionale: l’uno non esclude l’altra, anzi, si sostengono a vicenda; e nel circolo virtuoso si inserisce il costituzionalismo, con i suoi diritti, il suo progetto di emancipazione, i suoi strumenti di limitazione del potere (qualsiasi potere). La democrazia – si può aggiungere –, ferma restando l’immaginazione di forme nuove, è un’organizzazione complessa e, dunque, richiede che la vitalità dal basso si accompagni a organismi collettivi in grado di traghettare istanze e visioni nelle istituzioni, e a istituzioni che non si contrappongano alle rivendicazioni sociali ma ne siano strumento, agendo a partire dalla trasformazione delle condizioni materiali, dalla “rimozione degli ostacoli”, dal controllo sull’economia. La Costituzione, in questa prospettiva, è un progetto di trasformazione della società già scritto, dotato della forza della legge suprema, e ben si presta a rappresentare un minimo comun denominatore fra le forze che si propongono di invertire la rotta.

Certo, ora non vi sono che germogli, spesso frammentati, emarginati, quando non tout court repressi, di una società nel segno dell’eguaglianza, ma l’altra via è precipitare nella barbarie e attendere che le diseguaglianze, la disumanità, gli effetti della catastrofe ambientale siano tali da generare un moto di rivolta; in ogni caso, lo scavo e il lavorio sono necessari per seminare e far crescere la consapevolezza, per creare l’organizzazione, che traducano le esplosioni di rabbia in un progetto di emancipazione. Senza paura di pronunciare parole che la prepotenza della cultura dominante vuole relegate nella soffitta della storia: spalancare l’orizzonte della resistenza – non della resilienza, che si presta a un adattamento all’esistente – e quello della rivoluzione; non in un nostalgico, anacronistico e irreale ritorno al passato, ma per rilanciare valori e principi come emancipazione, eguaglianza, solidarietà, agendo, in nome di essi, il conflitto sociale; senza nulla togliere a quanto l’immaginazione e la pratica del conflitto sapranno creare (si veda in proposito https://volerelaluna.it/che-fare/2021/11/25/il-mutualismo-politico-come-promessa-e-strategia-di-emancipazione/).    

La cura per (ri) conquistare spazio alla prospettiva nel nome della giustizia sociale e ambientale, deve divenire continuativa: può sembrare quasi bizzarro nei tempi bui che stiamo vivendo, e la cura appare debole, ma la cura è insieme condizione per costruire l’alternativa e mantenerla. Troppo spesso la storia racconta di ricadute rapide, di popoli organizzati, consapevoli e determinati che si sfaldano e perdono, per moti interni (l’attrazione del potere, del “proprio utile”, l’acquiescenza, la passività), o per la forza in sé della parte del dominio, dell’influenza (geo)-politica ed economica del capitalismo. Emblematica è la storia di alcuni paesi latinoamericani o l’esperienza del confederalismo democratico del Rojava. È necessario mantenere «l’impulso profondo della democrazia contro ogni forma di arche», in nome del «non-dominio» (Abensour), nel senso di quel «vivente movimento delle masse» (Luxemburg) che serbi permanentemente attivo il conflitto dalla parte dell’eguaglianza, nello spazio della società, nella sfera politica, nei rapporti economici. E allora il “che fare” è proseguire nel cammino intrapreso, cercando di costruire reti dal basso che propongono e praticano alternative, che immaginano e agiscono, nelle sfide sul territorio così come nei grandi conflitti globali. La strada, concretizzando con un esempio, è quella della recente organizzazione da parte di Volere la luna, insieme a Comunet, di una giornata sul diritto all’abitare (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/06/questione-abitativa-e-politiche-della-casa/): creare rete, agire sul territorio concretamente a partire da conflitti in corso e intorno a obiettivi che toccano le condizioni materiali delle persone e, allo stesso tempo, mettono in discussione il modello economico e sociale. La via, ancora, è quella messa in campo dagli operai della Gkn che hanno creato sinergie con il territorio e con altre lotte, con il mondo dell’università e dei giuristi, rivendicando obiettivi concreti che raccontano della costruzione di un mondo diverso (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/20/cosa-insegna-la-lotta-dei-lavoratori-della-gkn/).


Il mutualismo politico come promessa e strategia di emancipazione

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Come ha ricordato Riccardo Barbero (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/10/11/stare-nei-territori-ma-anche-ridefinire-un-progetto/), «il più grosso problema che da trent’anni non riusciamo ad affrontare è quello di costruire un progetto di società alternativa a quello presente, pur in presenza di una sua crisi profonda e radicale». È intorno a questo asse problematico che gravita una delle analisi più lucide sul realismo capitalista dei nostri giorni: secondo Mark Fisher la nostra epoca avrebbe reso inconcepibile – prima ancora che impraticabile – ogni possibile alternativa al capitalismo neoliberale (M. Fisher, Realismo capitalista, Nero, 2018). La sua messa al bando ha cessato da tempo di essere soltanto uno slogan recitato dai profeti della controrivoluzione neoliberale al compromesso fordista fra capitale e lavoro siglato nella seconda metà del Novecento. Quello che Alain Badiou ha ribattezzato “uso intimidatorio del reale” (A. Badiou, Alla ricerca del reale perduto, Mimesis, 2016) ha ormai colonizzato il senso comune: lo testimonia il fatto che persino la critica del capitalismo pare aver rinunciato, per citare la felice espressione di Marco Bersani, a sentire la «necessità di collocare ogni esperienza di lotta dentro la prospettiva di un altro modello sociale, economico, relazionale e antropologico» (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/10/06/costruire-la-societa-della-cura-2/).
A oltre vent’anni di distanza dalla fine del socialismo reale, l’apologia del capitalismo realmente esistente a livello globale è diventato il parametro di riferimento per misurare la ragionevolezza di qualsiasi posizione e di chiunque la esprima. Un banco di prova di questo mutato atteggiamento nei confronti del reale e delle sue possibili alternative risiede nel rapporto che intratteniamo con il tempo: mentre ogni rapporto con il passato viene sacrificato sull’altare di un presente risucchiato nel flusso immediato del “tempo reale” (F. Merlini e S. Tagliagambe, Catastrofi dell’immediatezza, Rosenberg & Sellier, 2016), persino la più futuristica delle emozioni – la speranza – è stata mercificata (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/11/11/il-futuro-come-merce-luciano-gallino-e-la-critica-del-finanzcapitalismo/).
Per delineare un’alternativa non basterà denunciare a gran voce l’irrealismo di una forma di vita incentrata sull’accumulazione illimitata dei profitti o la sua insostenibilità ecologica, economica, sociale e politica (almeno per le democrazie costituzionali). Se, a dispetto di tutte le sue crisi e contraddizioni epocali, il capitalismo neoliberale sembra farsi beffe di ogni potenziale tentativo di riforma radicale è anche e soprattutto perché è all’interno di questa forma di vita che siamo diventati quello che siamo. Ma questa ammissione auto-critica non intende in alcun modo celebrare l’onnipotenza dell’avversario, proprio mentre si crogiola melanconicamente nell’ammissione della propria impotenza. Al contrario, la messa in questione di sé può rappresentare una prima e irrinunciabile mossa per ovviare alla diffusa presunzione d’impotenza che pregiudica sul nascere la nostra capacità di immaginare, praticare e consolidare possibili alternative. Ritengo che l’esercizio effettivo di questa capacità dipenda dalla diffusa disponibilità a ripartire (o, per i più lungimiranti, a proseguire) da tre fronti che ritengo irrinunciabili.

1.

Il primo fronte riguarda i contenuti programmatici attorno a cui sviluppare rivendicazioni radicali e percorribili che vadano nella direzione di una nuova forma di ecosocialismo femminista e democratico (https://comunet.online/chi-siamo/regolamento-interno/). A differenza delle precedenti, la nostra è la prima generazione che rischia di assistere all’estinzione di intere specie viventi, alla scomparsa di terre emerse e – prima ancora – di sopravvivere alle successive per via dei rischi globali connessi al “capitalocene”, dal riscaldamento climatico al sovra-consumo delle risorse annualmente rinnovabili dal pianeta, passando attraverso impoverimento del suolo e sovrapproduzione di scarti (J. W. Moore, Antropocene o capitalocene? Scenari di ecologia mondo nella crisi planetaria, Ombre Corte, 2017). L’indebolimento progressivo del welfare pubblico rischia di condannare una porzione crescente della popolazione che resterà esclusa dal mondo del lavoro a spartirsi le briciole della ricchezza socialmente prodotta, se non sarà ripensato e rafforzato in sinergia con nuove forme di socializzazione dell’economia che passino anche attraverso la riscoperta della proprietà pubblica come strumento anziché come fine: il recupero cooperativistico d’impresa (https://impreserecuperate.it/) è solo un esempio (E. O. Wright, Per un nuovo socialismo e una reale democrazia. Come essere anticapitalisti nel XXI secolo, Edizioni Punto Rosso 2018). Nessuna riforma istituzionale promossa per riavvicinare i cittadini alla politica sarà esente dal rischio di derive ideologiche, se si ostinerà a fare astrazione dalle loro condizioni materiali di vita, che incidono concretamente sulla possibilità effettiva di prendere parte ai processi decisionali che pure li riguardano.
È per cogliere il senso e la portata di queste sfide che lo scorso ottobre è stato inaugurato il Festival Interazioni, in collaborazione con quei soggetti già attivi sul fronte della giustizia ambientale, del salario minimo, di un mutualismo intersezionalista e di una nuova agenda per il diritto all’abitare di tutti e tutte. Non intendo addentrarmi e soffermarmi su questo primo fronte di lavoro, data la mole e – soprattutto – la qualità delle proposte elaborate in questi ultimi anni da diversi soggetti su questi e altri ambiti programmatici. Piuttosto, vorrei richiamare l’attenzione sul metodo e, prima ancora, sullo spirito che potrebbe essere preliminarmente richiesto a chiunque volesse contribuire a sviluppare questo primo fronte programmatico: l’inevitabile dissenso con cui ci si dovrà cimentare quando si entrerà nel merito delle proposte programmatiche da rivendicare dovrebbe essere riconosciuto come un ingrediente fondamentale del loro ulteriore miglioramento, nella mite consapevolezza che la formazione politica che sta a monte di questo lavoro teorico è un processo plurale fondato sulla deliberazione e sullo scambio reciproco di argomenti e contro-argomentazioni per fare luce sulla coerenza interna di certe riforme radicali, sulle loro possibili implicazioni pratiche e sugli annessi rischi e opportunità.

2.

Onde evitare facili illusioni è bene soffermarsi su una delle direttrici di lavoro indicate da Livio Pepino nella lucida analisi che ha aperto questo confronto (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/09/22/volere-la-luna-che-fare-un-confronto-aperto/). Non dalla sola critica delle contraddizioni del capitalismo neoliberale o dalla coerenza interna, dalla radicalità e dalla realizzabilità di certe proposte programmatiche dipende la loro desiderabilità sociale.
Quando a essere messa in questione è un’intera forma di vita, conta non soltanto il contenuto dell’alternativa proposta ma anche e soprattutto la credibilità di chi la propone. Prima ancora che da grafiche accattivanti, slogan geniali e campagne social preparate nei minimi dettagli da professionisti della comunicazione, il consenso in favore di certe proposte dipenderà dal grado di autorevolezza acquisito da coloro che se ne faranno promotori. Il progetto di “cooperazione e mutualismo in rete” su cui abbiamo deciso collettivamente di scommettere da qualche anno a Torino e, più precisamente, nel quartiere di Barriera di Milano si fonda su questo e su un ulteriore presupposto, che andrà verificato sperimentalmente sul campo nei prossimi anni: la credibilità di un soggetto politico dipende sia dalla prospettiva situata da cui scruta il mondo che vorrebbe trasformare, sia dalla capacità di coinvolgere attivamente tutti i soggetti oppressi con cui si schiera.
Il secondo fronte su cui occorrerà (continuare a) lavorare è, allora, quello del radicamento territoriale all’insegna del mutualismo politico: grazie, cioè, alla capacità di rispondere ai bisogni diffusi su un territorio grazie alla condivisione di tempo, capacità e risorse di chi si batte in nome dei valori della cooperazione e della solidarietà. La sfida implicita in questa scelta strategica è anzitutto quella di “far parlare le pratiche”, senza per questo mai sottovalutare il potere demiurgico dei linguaggi e delle parole che usiamo ogni giorno; all’eloquenza delle pratiche non può non accompagnarsi l’attenzione ai linguaggi che usiamo per nominare il mondo che vogliamo trasformare. A questo proposito, conviene sgombrare fin da subito il campo dalla ricorrente confusione fra reciprocità e la presunta orizzontalità delle pratiche mutualistiche: piaccia o meno ammetterlo, si darà sempre asimmetria fra chi eroga una prestazione a favore di qualcuno e chi ne beneficia. La differenza tra reciprocità mutualistica e le derive potenzialmente autocompiaiute della carità o quelle impersonali che spesso si accompagnano alla burocratizzazione delle pratiche assistenzialistiche risiede altrove: il mutualismo consiste in un circuito di pratiche di reciproco aiuto che consentono di soddisfare i bisogni immediati di chi vi prende parte. Proprio come avviene in ogni forma di dono, è questa asimmetria iniziale a innescare la reciprocità mutualistica: chi beneficia di una prestazione soddisferà, sotto altra forma, i bisogni di un’altra persona inclusa nel circuito. Per poter accedere al circuito le persone devono versare una quota che consenta di riconoscere eguali diritti di partecipazione democratica a ogni socio e a ogni socia. Tuttavia, le prestazioni mutualistiche non sono direttamente mediate dallo scambio di un equivalente astratto come il denaro: a essere scambiate sono anzitutto capacità diverse (non soltanto beni, come accade nel baratto), a fronte di un’analoga condivisione del proprio tempo. A differenza degli scambi commerciali, inoltre, la reciprocità asimmetrica che contraddistingue il mutualismo è multilaterale: la condivisione di diverse capacità individuali a fronte di un’analoga condivisione del tempo non avviene fra i medesimi soggetti.
Ora, se il mutualismo designa un insieme di pratiche di reciproco aiuto che consentono di soddisfare i bisogni di soci e socie grazie alla condivisione di diverse capacità e risorse, siano esse immateriali (disponibilità di tempo) o materiali (denaro), perché tali conclusioni dovrebbero risultare insufficienti? E perché sostenere che occorra rimediare a tale insufficienza connotando politicamente il mutualismo?
A queste due domande, strettamente intrecciate fra loro, risponderò sulla base di tre argomenti.

2.1. Pur avendo evitato il peggio, le recenti elezioni comunali possono essere difficilmente salutate come un successo da chiunque abbia ancora il coraggio di definirsi di sinistra, a meno di non trasformare l’astensionismo di massa – soprattutto quello delle periferie urbane – in un nuovo, inconfessabile alleato. Condivido in toto il giudizio perentorio di Andrea Morniroli (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/11/02/parlare-a-chi-oggi-si-sente-solo/) circa la triste miopia di quanti, a sinistra, hanno salutato con sollievo l’astensionismo delle periferie, consentendo al centro-sinistra di tornare al governo di una città come Torino. Dolersi pubblicamente e, al tempo stesso, rallegrarsi privatamente per l’astensionismo delle periferie è una forma di cinismo mascherato che, al di qua di ogni giudizio moralistico, mi pare anti-politico per definizione: anzitutto perché celebra la propria resa nei confronti di determinati contesti e territori dove aumenta il peso della solitudine connesso alle sfide a cui una certa sinistra sostiene di voler offrire risposte. In secondo luogo, perché non saranno i preamboli e le parole di rammarico ostentate pubblicamente dalle minoranze mobilitate in queste ultime scadenze elettorali a scalfire lo “sciopero del voto” a cui ha preso parte la maggioranza degli aventi diritto. Se si continueranno a disertare fisicamente certi luoghi, ad avere il sopravvento saranno i discorsi capaci di convertire le radici socio-economiche del malessere nelle passioni tristi del panico, del risentimento e della vigliaccheria organizzata dalle destre. A scanso di equivoci: prendere atto – peraltro per l’ennesima volta – della premeditata diserzione delle sinistre di certi territori urbani non significa in alcun modo avallare la narrazione secondo cui, invece, le destre vi si sarebbero radicate. Organizzare strategicamente la solidarietà è sempre stato più oneroso rispetto al dirottamento tattico della sofferenza sociale contro chi sta peggio. Temo che la prima opzione rischi di diventare una missione addirittura impossibile se, a sinistra, si continuerà a “navigare a vista”, accontentandosi di un’analisi di fase permanente che si condanna alla completa subalternità rispetto all’agenda setting mediatico-governativa o, nel migliore dei casi, se si continuerà soltanto a puntare sulla speranza di nuove fusioni o alleanze per ricomporre il settarismo identitario di organizzazioni nostalgicamente ancorate al passato e di nuovi leader soli al comando di partiti liquidi che hanno fieramente rinunciato a darsi obiettivi emancipativi.
A fronte di questo quadro sconfortante, il mutualismo si configura come una vera e propria strategia politica, anzitutto perché potrebbe evitare sul nascere le derive autoreferenziali connesse alla democrazia delle bolle esemplarmente descritta da Damiano Palano (Bubble Democracy, Morcelliana, 2020). Puntare su questa strategia significa ribellarsi all’obsolescenza programmata dell’impegno politico, risalente a forme di attivismo dal fiato corto tarate su scadenze ravvicinate di tipo elettorale e, in senso più ampio, progettuali. Scadenti sono diventate le nostre vite dopo che la parola “progetto”, da categoria cruciale dell’esistenzialismo per condurre autenticamente la propria vita, è diventato uno dei principali dispositivi neoliberali capaci di scaricare sugli individui il peso di contraddizioni sistemiche del nostro tempo. Le dinamiche scadenti che scandiscono le nostre vite sono l’altra faccia di questo colonialismo progettuale: anche chi ha la fortuna relativa di non avere un contratto a progetto lavora a progetto, con la conseguenza che il confine fra vita professionale e vita personale sfuma a vantaggio della valorizzazione capitalistica delle capacità e delle emozioni individuali. Scadenti sono diventate anche le relazioni extra-professionali: come potrebbe essere altrimenti, se il tempo a disposizione per viverle è sistematicamente conteso da obiettivi professionali che ci sono stati assegnati e che non ammettono altre attività al di fuori di quelle necessarie a conseguirli? Last but not least: se la politica è percepita come scadente, forse, è anche perché è stata sempre più subordinata alle scadenze elettorali. Così facendo, si è condannato l’impegno che le precede a diventare materiale di scarto, nel migliore dei casi riciclabile in vista della scadenza successiva.
Facendo parlare le pratiche, il mutualismo può far valere un’autorevolezza che consente a certe parole di tornare ad assumere il peso e il valore che hanno progressivamente smarrito, a seguito dello sradicamento territoriale dei soggetti che hanno continuato a farvi pubblicamente ricorso mentre cessavano di praticarle su ampia scala.

2.2. Una volta distinta la politica dalla sola arte di governo che rischia di condannarla all’agonismo elettoralistico, dovremmo accettare che essa consista semplicemente nella capacità umana di agire di concerto (H. Arendt, Sulla violenza, Guanda, 2017, p. 61) o di costruire comunità all’altezza degli ideali ecosocialisti, femministi, antirazzisti e democratici professati?
Ritengo che queste ultime due risposte non siano meno fuorvianti dell’alternativa da cui vorrebbero prendere le distanze. Se viene intesa come una pratica emancipatrice, la politica è anche capacità collettiva di produrre decisioni pubblicamente vincolanti in direzione di certi valori. Se interpretata mutualisticamente, inoltre, questa capacità non può che essere collettivamente esercitata a partire dal radicamento su un territorio e dal coinvolgimento attivo di coloro che lo vivono all’interno di una comunità politica che risponda ai bisogni diffusi grazie alla condivisione di competenze professionali, disponibilità di tempo e risorse economiche.
Come farlo? Rinunciando una volta per tutte all’idea che chi vive condizioni di particolare vulnerabilità non abbia nulla da restituire sotto altra forma alla comunità che lo ha supportato. È questa la lezione scabrosa impartita dal più ignorante ed emancipatore dei maestri, cui Jacques Ranciere ha dedicato uno dei suoi saggi più illuminanti e disturbanti, almeno per chi ancora intravede nella pedagogia un possibile canale di emancipazione (J. Rancière, Il maestro ignorante, Mimesis, 2008). È questa la bussola che sta orientando l’attività politico-mutualistica degli sportelli, dell’animazione culturale e delle rivendicazioni politiche di Comunet-Officine Corsare.
Come evitare che, nel frattempo, il graduale lavoro di prossimità del mutualismo si traduca in un alibi per riprodurre la separazione fra lavoro “sociale” e “politico”? Sviluppando rivendicazioni – e alleanze funzionali – che possano essere prese in carico dalle istituzioni, in primis quelle locali, tenendo conto dei vincoli sistemici pendenti sui bilanci comunali (https://volerelaluna.it/territori/2021/11/08/il-debito-di-torino-se-39-miliardi-vi-sembran-pochi/). È soprattutto per evitare il rischio di neutralizzare le contraddizioni in atto, ad esempio accontentandoci di ereditare le medesime funzioni di chi ha la responsabilità istituzionale di distribuire più democraticamente il potere e le risorse socialmente prodotte, che non dovremmo rinunciare a connotare politicamente il mutualismo. All’indomani dello scoppio della sindemia, il mutualismo ha palesato un valore essenziale; al tempo stesso, come ha giustamente osservato Giso Amendola in un suo recente intervento presso il Festival del mutualismo promosso dalla Società di mutuo soccorso di Pinerolo (https://www.youtube.com/watch?v=yZg1B2TpQyQ&t=610s), ha smarrito il suo ruolo sussidiario, perché le strutture di welfare pubblico sono ormai venute meno alla loro funzione. In questo mutato contesto, il mutualismo è destinato a diventare un complice involontario della crisi del welfare pubblico, se non avrà il coraggio politico di sviluppare rivendicazioni che vadano nella direzione del rafforzamento delle strutture pubbliche di welfare, a cominciare da quelle sanitarie (https://www.sostenibilitaesalute.org/appello-della-rete-sostenibilita-e-salute-i-fondi-sanitari-integrativi-e-sostitutivi-minacciano-la-salute-del-servizio-sanitario-nazionale/). Occorre, in altri termini, rivendicare con forza che ciò che oggi viene erogato sotto forma di “servizio” o di “prestazione” – dal mercato o dai soggetti del privato sociale – diventi un diritto universale pubblicamente riconosciuto.
Come? Pretendendo, ad esempio, che vengano contrattualizzati e assunti dal settore pubblico i lavoratori e le lavoratrici precarizzati/e che lavorano nelle cooperative e nelle associazioni che gestiscono gran parte dei servizi fondamentali. Si dovrebbe chiedere dunque al mutualismo di agire paradossalmente contro i propri interessi immediati? Non girerò intorno alla questione: la risposta è sì e il paradosso che essa reca con sé è il motore propulsore della politicità del mutualismo.

2.3. Se la funzione politica del mutualismo consiste anzitutto nel coinvolgere attivamente chi beneficia di certe pratiche di muto aiuto a sostegno di proposte che aspirano a modificare alla radice certe condizioni materiali di vita, occorre porsi la questione di come evitare che le quote associative che vincolano l’accesso alla comunità finiscano per respingere anziché includere le persone a cui essa si rivolge.
A questa domanda Comunet-Officine Corsare ha dato due risposte singolari. È il fondo mutualistico composto dalle quote associative di chi può versarle annualmente a coprire i costi del tesseramento di chi non può permetterselo. Tuttavia, il peso politico delle condizioni materiali di vita di ogni potenziale attivista non si fa sentire soltanto in entrata. La stessa quantità di tempo dedicata alle pratiche mutualistiche assume un peso diverso, a seconda delle diverse condizioni materiali di chi le mette a disposizione: le 48 ore di impegno volontario di una lavoratrice straniera con un contratto di lavoro precario, in affitto, con figli a carico non hanno lo stesso peso delle 48 ore messe a disposizione di un maschio bianco che può contare sullo status di cittadino, su una casa di proprietà, su un lavoro a tempo indeterminato e su risparmi in grado di infondere un minimo di sicurezza economica. È per tenere conto anche di queste differenze che non ci si dovrebbe limitare a chiedere un monte ore minimo di impegno a ogni attivista per dare continuità alle pratiche mutualistiche: le quote del tesseramento possono essere diversificate non soltanto in funzione del numero o della tipologia degli sportelli a cui il socio o la socia intende accedere, ma in base alle loro condizioni materiali di vita. Questa esigenza era pressoché assente nelle più antiche società di mutuo soccorso, che erano animate anzitutto da lavoratori e lavoratrici che condividevano analoghe situazioni professionali e condizioni materiali.
La politicità di una simile opzione assume tanto più valore se si sceglie di imparare e tradurre politicamente la lezione dell’intersezionalismo: a incidere sulle condizioni materiali di vita delle persone, infatti, è non soltanto l’estrazione di classe dei soggetti, ma sono anche discriminazioni basate sull’identità di genere, sulla provenienza geografica, sull’orientamento sessuale dei soggetti e su altre differenze. Prendere politicamente sul serio – non solo a parole – questi diversi ma potenzialmente convergenti assi della subordinazione significa modulare le quote associative proporzionalmente alle condizioni materiali di vita delle persone. Certo, queste novità organizzative non consentiranno mai alle comunità che le praticheranno di diventare ricche. Se non altro – e, di questi tempi, non è poco – si assicureranno una certa autonomia politico-finanziaria dalle derive scadenti che si accompagnano a quelle forme di attivismo che devono subordinare sistematicamente obiettivi emancipativi all’ideazione, stesura, presentazione e rendicontazione di progetti capaci di aggiudicarsi le risorse messe a disposizione dai bandi più eterogenei.

3.

Vengo infine al terzo e ultimo fronte. Non sarà il mutualismo di una sola comunità o la molteplicità irrelata di comunità autorevoli a fare la differenza nel prossimo futuro. La sfida, oggi, è fare mutualismo tra chi fa mutualismo e aumentare, anche grazie a questa reciprocità fra soggetti organizzati, il peso politico a sostegno di comuni rivendicazioni politiche, capaci di trasformare alla radice certe condizioni di dominio.
A latitare, oggi più che mai, non sono certo le passioni e l’intelligenza mobilitate in una miriade di organizzazioni, comitati, associazioni e movimenti. A far sentire la propria mancanza mi sembra essere la disponibilità diffusa a re-immaginare e praticare nuove forme organizzative, capaci di moltiplicare queste passioni critiche grazie alla loro messa in rete a livello locale, nazionale e sovranazionale. Mettere a tema questa assenza ingombrante significa, inutile negarlo, denunciare la presenza di un diffuso narcisismo organizzativo. Il superamento di questo scoglio dipenderà non soltanto dalla disponibilità a collaborare dei singoli nodi collettivi, ma anche e soprattutto dal tipo di “rete” che si vorrà mettere in campo e dalle sue regole di ingaggio. Occorrono ambizioni più elevate della semplice condivisione della propria identità collettiva, se si vuole davvero generare una rete capace di incidere sui rapporti di forza esistenti: non basterà, dunque, mettere in rete l’esistente ma immaginare e praticare assieme percorsi e rivendicazioni che continuerebbero a restare inconcepibili, prima ancora che impraticabili, se fossero elaborati all’interno di ogni singola organizzazione.

 

Postilla

I tre fronti di lavoro presentano gradi di complessità crescente.
Penso ci siano ottime basi da cui partire e buone possibilità di avviare un confronto sul primo fronte.
Più difficile è convenire nella pratica (non solo a parole) sul secondo fronte: alle derive auto-compiaciute di un mutualismo che abdica alla sfida politica di trasformare alla radice certe condizioni materiali di vita anche grazie alla politica istituzionale rischia infatti di fare da contraltare la presunzione di chi, dall’alto delle istituzioni, vede nel mutualismo solo un insieme di “buone pratiche”.
Più arduo ancora sarà lavorare sul terzo fronte. Se vogliamo accettare la sfida, se vogliamo dare vita a una rete capace di connettere, valorizzare e rafforzare l’agibilità politica di ogni nodo già impegnato nel mutualismo occorre essere disposti a fare un passo indietro per farne avanti due assieme, riscoprendo nuove forme di rappresentanza e, quindi, di fiducia democratica fra e dentro i diversi nodi organizzativi.
A quest’ultima ipotesi di lavoro, peraltro appena abbozzata, non ho da offrire altro che uno spunto di riflessione ancor meno definito e, dunque, tanto più facilmente emendabile da chi vorrà esprimere il suo dissenso: ho la sensazione che non saranno il gigantismo post-ideologico delle grandi organizzazioni e neppure forme isolate di radicalismo a indicare la via, ma una rete strutturata fra soggetti radicati mutualisticamente nei territori e, prima ancora, la loro disponibilità a ripensare le regole di ingaggio e il protagonismo di ogni nodo sulla base della qualità del lavoro svolto nei singoli quartieri anziché del numero di tessere raccolte.
Sperando che lo scetticismo di queste conclusioni possa venire smentito dai fatti, vorrei restituire un elemento di analisi, non scontato, che ho avuto il piacere di verificare personalmente. Se si accetta la scommessa di diventare credibili alzando l’asticella dei valori e delle pratiche in nome dei quali si sceglie di fare politica in un’ottica emancipativa, si possono incontrare perfetti sconosciuti o re-incontrare persone disposte a dedicare una parte cospicua del loro tempo extra-lavorativo a una comunità che vuole vincere (non semplicemente combattere) certe battaglie per l’emancipazione. Non abbiamo tempo da perdere, gridavamo in piazza più di dieci anni fa in opposizione alla controriforma dell’Università. Ne abbiamo ancor meno oggi: tanto vale investirlo in un progetto politico-mutualistico capace di sincronizzare il cuore e la mente di chi, pur non scorgendo alcuna alternativa nelle pieghe del presente, non ha mai smesso di desiderarla.


No all’ipocrisia: proposte per la sanità nel PNRR

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Un sintetico e preciso articolo di Gianluigi Trianni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/07/come-ti-demolisco-il-sistema-sanitario-nazionale/) indica i punti di più profonda dissociazione tra le indicazioni concrete contenute nel PNRR per l’ambito salute-sanità e le affermazioni di principio che lo vorrebbero schierato, senza se senza ma, a favore dei “valori” costituzionalmente garantiti. Suggerito senza enfasi, e perciò con la chiarezza di una constatazione, il termine “ipocrisia” è evocato per qualificare questa dissociazione, che interessa trasversalmente (come una vera e propria cultura) tutti gli ambiti critici per poter considerare l’ormai mitica colonna 6 del PNRR ‒ e le altre più o meno direttamente collegate ‒ un efficace quadro di riferimento e strumento operativo per il sempre più invisibile cambio di paradigma post Covid-19 (che dovrebbe consistere nel ritrovare una sanità al servizio del diritto alla salute, inteso come diritto universale alla dignità della vita, sempre in progress, come la democrazia) e per lasciarsi alle spalle gli scenari che la pandemia ha posto in evidenza (una salute degradata a variabile marginal-clientelare di un sistema economico-politico che risponde solo a predefinite compatibilità di bilancio, sulla base di dati che prescindono dalla vita delle persone, nel silenzio-connivenza delle autorità centrali o regionali, sanitarie o meno).

Nella sua apparente indefinitezza etica il termine ipocrisia è quanto mai appropriato. Esplicita e indica un meccanismo di fondo che vorrebbe rendere digeribile la dissociazione: il travestimento-trasformazione di realtà dure in astrazioni suggestive. Il decentramento regionale diventa un passo verso “la prossimità”. La telemedicina e la digitalizzazione si presentano come realtà già presenti ed efficienti-efficaci (risolutive di tutte le assenze) per le lontananze fisiche, culturali, di età, di problemi. Il personale medico e infermieristico si immagina in stretta continuità con la dedizione eroica della pandemia, dimenticando-nascondendo la situazione di conflitto su tutto: contratti, salari, competitività tra pubblico e privato, formazione che richiede anni per colmare i vuoti. Gli investimenti sono su tecnologie ed edifici di comunità, perché le persone sono “costi”. Il privato che è parte centrale (e spesso dominante) della sanità non è neppure nominato (un eccesso di ipocrisia?), quasi fosse una brutta parola. E le popolazioni fragili (dalla salute mentale, agli anziani, ai disabili) restano nel loro limbo (con porte aperte sull’inferno…) di competenze tra pubblico, privato, terzo settore. E le promesse del PNRR sono così importanti da chiedere fiducia in stime del bilancio per la sanità (la salute non c’entra più, anche se ogni tanto la parola ricorre) che lo dichiarano, contro ogni evidenza, in aumento e in recupero, insieme alla ricerca, rispetto a quelli degli altri paesi europei.

L’ipocrisia, come cultura e metodologia, è ovviamente un problema politico generale, e non ci sono vaccini. Constatare, con più o meno dettagli, l’esistente, non può che creare una situazione di più forte dipendenza e passività. Tra le tante proposte che da più parti emergono è ragionevolmente necessario concentrarsi su alcuni snodi, culturali e di metodo, per i quali creare, politicamente, uno spazio anche nella opinione pubblica (che è la più esposta e intossicata dai due anni di dis-informazione programmata sulla pandemia). Può essere utile lavorare a due livelli: quello della trasparenza informativa e quello del “territorio” (con la sua sequela di termini suggestivi: prossimità, continuità, cura, domiciliarità, infermieri di famiglia etc.).

1.

Comincio dalla trasparenza informativa sui dati che stanno dietro le decisioni e la comprensibilità-diffusione delle informazioni. Salvo ciò che ogni tanto compare in documenti più o meno riservati, le informazioni che circolano sono sulle macro divisioni-distribuzioni dei fondi che si dichiarano disponibili per l’una o l’altra area di intervento e per le classiche macro regioni (Nord, Centro, Sud). L’invisibilità delle popolazioni che sono i soggetti e i titolari dei bisogni e degli interventi coincide con la loro inesistenza di fatto. I dati ci sono, ma sono trattati come la proprietà privata di un’azienda. Si comunica quel che serve a rendere credibile ciò che coincide con decisioni già prese: l’occultamento sistematico dei dati reali, non globali, mirati a rendere visibili le diversità di bisogni e di risposte coincide con una clandestinità che riesce a non fare entrare nella politica, e nella cultura della “gente”, nemmeno i dati ufficiali dell’Istat o di Agenas, o delle regioni o delle Strutture sanitarie. Tutta la letteratura più accreditata, medica o meno, in Europa o in Usa, sottolinea che la malattia-pandemia più pericolosa e pervasiva è la diseguaglianza, ancor più quando si fa povertà: come è possibile che l’incrocio di questi dati (che obbligherebbero a un confronto tra responsabili sanitari e civili e a un’epidemiologia che non si limita a descrivere le tante e diverse comunità) non sia considerato concretamente in nessuna pianificazione-valutazione? Un riferimento chiaro, esplicito per quanto riguarda certezze e incertezze conoscitive alla vita reale dei “soggetti di diritto” non è facoltativo. È giuridicamente obbligatorio ‒ ben più delle liturgie etiche sul “consenso informato” nelle sperimentazioni e della firma per rendere valido un contratto ‒ e deve essere esigibile, come indicatore minimo di legittimità e come strumento di informazione/alfabetizzazione sulla salute come diritto fondamentale, e sulla sanità come uno dei suoi indicatori di attribuibilità.
Una trasparenza complementare, altrettanto imprescindibile, è quella che riguarda quei capitoli della “salute” (cioè del diritto alla dignità della vita) che non hanno risposte sanitarie ma solo, e parzialmente, sociali o simili. Sono tanti, e spesso i più dolorosi e pesanti. C’è un lavoro urgente per dare visibilità specifica ‒ non marginale, non lasciata alla casualità degli “amministratori di risorse” ‒ a queste situazioni, che sono i veri indicatori del grado di lontananza dall’accesso al diritto umano all’autonomia del vivere: che corrisponde, quando il “non so” è chiaro, alla promozione-investimento in progetti di ricerca, non necessariamente sanitaria, ma abitativa, di riabilitazione, lavorativa etc. Solo così la salute diventa strumento fortemente didattico di una democrazia che investe sui più deboli. È di pochi giorni fa la ripetizione, da parte dell’OMS, che la salute mentale è un modello di fallimento delle nostre società. Ed è di tutti i giorni la richiesta, senza risposta, di una epidemiologia dell’età anziana che sia in grado di restituire a questa popolazione la priorità di attenzione e investimenti.
Un accenno, breve ma fondamentale, è necessario a un aspetto diverso di una politica di contrasto della ipocrisia. Nulla è credibile del PNRR se non si fanno passi concreti di trasparenza, con dati verificabili, sul rapporto tra pubblico e privato. La dissociazione tra le dichiarazioni di rispetto del SSN e i bilanci che vanno al privato (da parte delle istituzioni e dei singoli) è talmente grande da tradursi in un esercizio programmato per far perdere fiducia in qualsiasi cosa venga detta sui costi e la sostenibilità sanitaria. Anche qui, i dati ci sono. Più o meno affidabili, secondo le fonti, ma rimangono oggetto di dibattito (quando va bene) generale, che non permette di far entrare nella coscienza politica e culturale del paese la visione-coscienza di quanto il diritto umano alla salute è un indicatore-garante di democrazia. All’ipocrisia del PNNR, che ha alle spalle una situazione politica di cui sono note le contraddizioni, dovrebbe corrispondere una presenza molto più intensa di ricerca e di prese di posizione esplicite da parte del mondo non-sanitario della salute: costituzionalisti, economisti, terzo settore. Non è più tempo di mimare il dibattito nei talk-show, di dire si/no, o bravo/cattivo al pubblico o al privato. La sanità-salute è un’area modello per un problema che tocca allo stesso tempo i “massimi sistemi” e il quotidiano di ciascuno, delle comunità, del paese.

2.

Fin dalla prima ondata della pandemia (che aveva visto nelle RSA e nelle terapie intensive i luoghi delle morti senza fine e il simbolo dell’impotenza di un sistema sanitario non in grado di gestire la prevenzione e la medicina generale) la parola d’ordine maggiormente riassuntiva delle strategie da promuovere e adottare in un post-pandemia radicalmente innovativo è stata quella di porre in primo piano il territorio. Il PNRR sembrerebbe, a prima vista, essere la traduzione coerente di quella esigenza. Il territorio è lo scenario dove devono essere costruite le 1296 “case di salute-comunità”, dove sono previsti ospedali di primo livello, dove operano infermieri di famiglia, dove è garantita una presenza integrata medico infermieristica accessibile 24 ore per tutti i 7 giorni della settimana, dove si attivano centri di coordinamento. Tutto ciò che serve per far sì che gli obiettivi rassicuranti associati al termine territorio si realizzino soprattutto per le popolazioni fragili destinatarie anche di un monitoraggio ordinato e tempestivo dei bisogni presenti ed emergenti.
Ma la realtà con cui questi scenari promettenti devono confrontarsi è molto differente. Le risorse economiche previste nel PNRR appaiono preferenzialmente destinate alla costruzione di nuove strutture che si immaginano da distribuire per territori e popolazioni considerate come contesti omogenei, in termini di popolazioni, condizioni socioeconomiche e culturali, situazioni sanitarie con pari accessibilità e risorse. Non è così. “Comunità” è un termine astratto quando la si deve considerare in contesti urbani (centrali o marginali) o in contesti non urbani (intensamente abitati o isolati) o nelle diverse regioni. Le “case di comunità” hanno senso se vengono costruite come opportunità per ri-definire le mappe dei bisogni e delle risposte a partire da una epidemiologia locale che trasforma la “prossimità” da parola affascinante in piani precisi, flessibili, condivisi per adeguare risorse e interventi sulla base di dati concreti, da monitorare con il supporto di tecnologie informatiche che non si attivano dall’oggi al domani. In questo percorso, che ha contenuti e tempi di realizzazione molto diversi, il fattore determinante è la disponibilità di personale da formare, cui assicurare ruoli e retribuzioni con caratteristiche di stabilità che permettano loro di essere attraenti e motivanti. Tanto più quando si riconosce che la grande sfida ‒ finora affrontata, con esiti molto differenziati, in tante situazioni pilota o esemplari ‒ è quella di rendere integrabili competenze e responsabilità appartenenti ad amministrazioni (più ancora che a discipline) a tutt’oggi separate, quando non antagoniste. Basta pensare ai rapporti tra diversi ruoli e organizzazioni di medici e infermieri, di assistenti sociali, di caregiver. Nella logica top-down del PNRR queste realtà concrete sono immaginate come perfettamente funzionanti in modo collaborativo. Con un’ulteriore, e determinante, carenza-ipocrisia. Mentre alle risorse per costruire reti di “case”, di ospedali gestiti da infermieri, di centri di coordinamento informatizzati corrispondono nel PNRR capitoli di spesa, il problema del personale è sostanzialmente scoperto: anche in questo caso immaginando che le risorse arrivino da non si sa dove. E, ancora una volta, non toccando in modo concreto l’interazione, che spesso è interferenza o competizione, tra privato, pubblico, attori e competenze del terzo settore, in una logica tutta da sperimentare di “cura” (cioè di presa in carico di un modello che non è assistenziale-sanitario, ma responsabile della autonomia di vita degli individui e della comunità).
Il “territorio” definisce in questo senso una strategia di pianificazione, monitoraggio, valutazione che mirano alla realizzazione della “prossimità” con indicatori che hanno come punto di partenza la variabilità delle comunità concrete e come misura dei diritti accessibili e attribuibili la riduzione dei bisogni, soprattutto quelli inevasi delle popolazioni più fragili. Visibilità epidemiologica delle tante e diverse comunità significa confrontare il modello economico e top-down del PNRR con una logica che restituisce alle persone-comunità l’identità costituzionale di soggetti della propria salute, e non di destinatari-oggetto di interventi sanitari: comunità che si parlano, si confrontano, apprendono reciprocamente perché si sentono parte e protagonisti di un progetto, di lungo periodo, di democrazia-uguaglianza.

Un piano di sviluppo-realizzazione degli obiettivi sopra indicati è quello che manca completamente per la credibilità delle promesse del PNRR: la formulazione “trasparente”, progressiva, sperimentale di questo piano (non la definizione a tavolino di un futuro che finge di essere altro dal presente da parte di una o dell’altra autorità, come ha fatto la Regione Lombardia) è la conditio sine qua non perché l’opportunità economica del PNRR non sia la riproduzione del passato.


Costruire la società della cura

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Il documento “Volere la Luna che fare? Un confronto aperto” (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/22/volere-la-luna-che-fare-un-confronto-aperto/) coglie le criticità che attraversano questo tempo e che richiedono a ciascuna realtà un “’di più” di analisi e di azione. Colgo volentieri l’invito a dare il mio contributo.

Siamo dentro una situazione che ha aspetti paradossali: gli uomini più ricchi del mondo fanno a gara per lanciarsi con voli privati nello spazio e, nel contempo, un minuscolo e invisibile essere vivente ha messo in scacco, da quasi due anni, la società della globalizzazione, provocando, ad oggi, cinque milioni di morti e costringendo miliardi di persone all’autoreclusione o a misure di restrizione della vita personale e relazionale. Siamo di fronte a una polarizzazione culturale. Da una parte ci sono le grandi imprese, la grande finanza, i sistemi bancari, le multinazionali e i ricchi che propongono una lettura della pandemia basata sull’incidente di percorso, peraltro benvenuto perché ha permesso di nascondere le profonde crisi sistemiche che attraversano da anni il modello capitalistico e perché consente una riorganizzazione della società sulle stesse basi di prima, ma dentro un telaio molto più autoritario (la recente condanna di un uomo buono come Mimmo Lucano ne è solo l’esempio più eclatante: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/01/non-e-giustizia/). Dall’altra c’è un mondo di persone, di realtà sociali, di esperienze e pratiche che della pandemia ha colto i significati più profondi, comprendendone il drammatico segnale di allarme e la necessità di una radicale inversione di rotta. Sono tutte e tutti coloro che hanno sperimentato la vulnerabilità delle vite, l’interdipendenza fra le persone e fra queste e l’ambiente in cui vivono, l’importanza della riproduzione sociale senza la quale nessuna produzione economica è possibile, l’impossibilità di protezione dentro una società regolata dal mercato.

I primi stanno portando avanti con determinazione una visione contemporanea dell’antica lotta di classe: pensano che le persone debbano essere divise in vite degne e vite da scarto, che viventi e natura esistano solo come oggetti da cui estrarre valore finanziario, che l’accumulazione di profitti sia l’unico faro di un’organizzazione della società basata sul dominio. I secondi vogliono una società diversa, che metta al centro i diritti, la vita e la sua dignità, che riconosca la sua interdipendenza con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni. In mezzo a questi due poli, vive una fetta consistente di umanità dispersa, abbandonata dentro l’orizzonte della solitudine competitiva e attraversata per lo più da una grande rassegnazione, che rischia di non approdare alla rabbia creativa ma di rimanere imprigionata nel rancore individuale.

Se il mondo dei potenti, consapevole della profonda fragilità di un sistema basato non più sul consenso ma sul dominio, si sta adeguatamente organizzando, fino ad aver trasformato la democrazia in un’oligarchia tecnocratica, occorre che il mondo dal basso faccia un grande salto di qualità, sapendo che sui soggetti intermedi sociali e politici ‒ dai partiti ai sindacati, alle storiche associazioni sociali ‒ non si può fare riferimento, o perché attraversati da una crisi profonda o perché definitivamente allineati al modello proposto dai potenti. Su cosa si sostanzia questo necessario salto di qualità? A mio avviso, su tre elementi fondamentali.

Il primo è un pensiero nuovo che riponga in cantina uno dei capisaldi del ’900, la gerarchia delle contraddizioni e delle lotte. Sembra evidente come il capitalismo non sia solo un sistema economico, bensì un sistema sociale e antropologico e che la sua pervasività non lasci alcuno spazio fuori di sé. Questo significa che ogni contraddizione aperta e ogni vertenza messa in campo è parte essenziale e imprescindibile di un puzzle per comporre un altro modello di società. Ne è un chiaro esempio la straordinaria lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della GKN di Firenze. Che cosa ha permesso loro di farla diventare una vertenza nazionale? Il fatto che non hanno rispettato il copione classico. Non sono andati dai vertici sindacali a pietire mediazioni, non sono andati dalle istituzioni a chiedere ammortizzatori sociali e illusorie promesse di reindustrializzazione. Hanno chiamato la città, il territorio e la società intera a insorgere, dichiarando la vulnerabilità della propria lotta e proponendo l’interdipendenza della stessa con tutte le altre in corso (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/20/cosa-insegna-la-lotta-dei-lavoratori-della-gkn/). Non hanno detto “stiamo male”; hanno chiesto “e voi come state?”.

Il secondo elemento è che l’insieme di lotte, vertenze, pratiche di alternativa esistenti devono uscire dalla logica della “riduzione del danno” (per quanto necessaria), e porre con forza la sfida per una alternativa di società. Occorre riaprire l’orizzonte per mettere in discussione la narrazione dominante: la drammatica crisi climatica, la profonda diseguaglianza sociale, la pandemia reclamano la dichiarazione di totale insostenibilità del capitalismo e la necessità di collocare ogni esperienza di lotta dentro la prospettiva di un altro modello sociale, economico, relazionale e antropologico.

Il terzo elemento è la convergenza, come percorso che non ha né l’obiettivo di una reductio ad unum verso una sintesi omologante né la costruzione astratta di qualcosa di esogeno che lo rappresenti; chiede invece a ciascuna realtà di conservare con cura la propria storia e il proprio percorso e di metterlo a disposizione come valore aggiunto per il processo collettivo. Qualcosa di molto più profondo del mettersi in rete ‒ le reti uniscono i nodi ma lasciano buchi attraverso i quali la società liquida passa ‒ perché l’obiettivo è costruire tessuti, ovvero esperienze e pratiche che sedimentino dentro ogni territorio suggestioni di un’alternativa di società.

Sono tutti e tre elementi che hanno permesso, in piena pandemia, quando tutto spingeva alla solitudine e all’isolamento, di produrre un filo rosso fra realtà associative (oggi più di 400) e persone attive individualmente (oggi oltre 1500) reciprocamente riconosciutesi nella sfida per un’alternativa di società, che non è stata solo auspicata, ma anche nominata, liberando l’orizzonte. Sto parlando del percorso di convergenza «contro l’economia del profitto e per la società della cura», che propone il nuovo paradigma del prendersi cura contro un sistema basato sull’incuria nei confronti delle persone, dei viventi e del pianeta e sulla noncuranza per le sorti della vita e della dignità per tutte e tutti. Un percorso in itinere, guidato dalla lenta impazienza, ma che ha contribuito all’emersione di lotte in questo inizio autunno che hanno le caratteristiche dell’intersezionalità e dell’intreccio fra pezzi di società sinora poco comunicanti fra loro. Si tratta di un percorso difficile, inedito e non scontato. Ma potenzialmente capace di farci lanciare, tutte e tutti insieme, il cuore oltre l’ostacolo.


Torino. Un sito per la casetta di via Trivero

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Alcuni lo sanno da tempo. Ma non tutti i nostri lettori. Volere la Luna ha messo radici a Torino: in via Trivero, quartiere Parella.

Molti anni fa, quando la sinistra era soprattutto il Pci, con le sue diverse anime, in quella breve via in quartiere Parella, a fianco del parco della Pellerina, aveva sede la mitica 39ª sezione, quella più eretica e ribelle nell’eretica Torino. La sua origine risale ai primissimi anni ’50 – agli anni duri – quando un gruppo di ex partigiani e di simpatizzanti comunisti «si mise in società per acquistare un piccolo terreno su cui fondare un circolo o una sede distaccata del partito», sotto la guida di un dirigente storico, Dino Rebbio, anche lui partigiano e comunista. Lo ricorda Vincenzo Reda, in un articolo sulle Viti torinesi monumentali, perché lì c’era (e c’è tuttora) uno dei pergolati più belli di Torino, circa 200 metri quadri di verde e di grappoli di uva fragola. Sul terreno acquistato quei militanti costruirono, col proprio lavoro e i propri mezzi, una palazzina a due piani, con al pianterreno un bancone da bar, e, a fianco, un ampio capannone con una cucina, il tutto fatto ad opera d’arte, con buone finiture e impianto elettrico e di riscaldamento. Lì si tennero storiche assemblee, convegni, feste e pranzi sociali, proiezioni cinematografiche e rappresentazioni teatrali, presentazioni di libri e conferenze, fino al 1989, quando il Partito cambiò nome e loro, ribelli ed eretici, rifiutarono di conferire quella loro “proprietà comune” (e comunista) ai liquidatori politici di quell’eredità e di quel partito, e la donarono al Centro Studi Piero Gobetti, presieduto allora da Bianca Guidetti Serra, partigiana e avvocata, nella convinzione che lo spirito con cui avevano costruito quel luogo di socialità e di impegno civile sarebbe stato rispettato.

Trent’anni dopo la casetta di via Trivero è tornata a vivere. Grazie a Volere la luna, che l’ha presa in locazione dal Centro Gobetti, l’ha strappata all’usura del tempo (anche questa volta con lavoro volontario) e l’ha aperta al pubblico. Di nuovo le iniziative culturali e la proiezione di film si sono alternati con momenti conviviali e, poi, è stata aperta una biblioteca, sono stati allestiti sportelli gratuiti di consulenza legale, sanitaria e sulla casa aperti al quartiere, è stato piantato un orto… E abbiamo messo in campo molte idee per affiancare alle attività sociali e culturali il completamento del restauro-riqualificazione del capannone nonché alcuni lavori per la messa a punto definitiva della palazzina. Il progetto era quello di rendere lo spazio di via Trivero un luogo di servizi e iniziative capaci di favorire la partecipazione della cittadinanza, una crescita culturale diffusa, una rete significativa di rapporti sociali e di integrazione, in stretto rapporto con le realtà che operano nel quartiere, in particolare a livello giovanile.

Poi è arrivata la pandemia… Come per tutti, il lockdown ha interrotto la vita. Ma non ci siamo scoraggiati: abbiamo proseguito con gli sportelli di consulenza grazie a un numero telefonico sempre attivo, ci siamo coordinati con la rete #TorinoSolidale e con l’associazione Più SpazioQuattro nel servizio di aiuti alimentari e di prima necessità, abbiamo organizzato – con l’Associazione dei Sardi “A. Gramsci” – la consegna di “pasti sospesi” ad alcune famiglie in difficoltà e altro ancora.

Ora la vita riprende, speriamo in maniera definitiva. Non ne siamo sicuri ma ci stiamo riorganizzando e presto riapriremo, seppur con le cautele del caso. Intanto abbiamo una novità importante. Per far conoscere le nostre attività, per aggiornarci e metterci in relazione con le altre attività del territorio per ragionare su cosa succede in città, per documentare le attività più significative (nostre e di altri con cui lavoriamo) abbiamo aperto un sito che, grazie all’aiuto e ai preziosi consigli di Alessandro De Angelis è agile e gradevole. Arrivarci è semplice: basta usare il link www.viatrivero.volerelaluna.it. Per rendere tutto più facile abbiamo anche aperto in questo sito una finestra (che trovate nella colonna di destra) per accedere direttamente. Siamo agli inizi ma siamo convinti che sarà uno strumento fondamentale. Per renderlo ricco e agibile abbiamo però bisogno di idee e collaborazione da parte di tutte e tutti. Come fare? Mettendosi in contatto con Carlo o Diego a uno di questi indirizzi: c.minoli@libero.it o diego.bettiolo1976@gmail.com.

Il disegno della homepage è di Carlo Minoli


L’ambiente e la sindrome del geometra

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Un nuovo appello per l’ambiente

Tra i firmatari ci sono i più bei nomi dei protagonisti delle battaglie per l’ambiente sostenute nel nostro Paese negli ultimi decenni. A chiamarli a raccolta Gianluigi Ceruti, avvocato, già vicepresidente di Italia Nostra, da sempre sostenitore dell’istituzione del Parco nazionale del Delta del Po, poi parlamentare dei Verdi e padre di quella legge quadro sulle aree protette che l’universo degli ambientalisti e degli scienziati italiani attendeva da decenni. Sono oltre duecento ed è difficile estrarne qualcuno senza far torto agli altri. Così cito solo i più noti, da Fulco Pratesi storico leader del WWF a Salvatore Giannella, primo direttore di Airone, una testata che ha fatto storia. O, ancora, Piero Belletti e Mauro Furlani, segretario e presidente della Pro Natura prima associazione ambientalista nata nel 1948 in Italia; Cesare De Seta, professore emerito di Storia dell’arte e dell’architettura all’Università Federico II di Napoli; Vittorio Emiliani, giornalista, presidente del Comitato per la Bellezza; Carlo Alberto Graziani, già parlamentare europeo e presidente del Parco Nazionale dei Monti Sibillini; Corradino Guacci, presidente della Società italiana per la storia della fauna; Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale; Francesco Mezzatesta, già segretario generale LIPU; Franco Pedrotti, professore emerito Università di Camerino, past president della Società Botanica Italiana; Luigi Piccioni, storico dell’ambientalismo Università della Calabria; Paolo Pupillo, professore emerito dell’Università di Bologna, già preside della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali; Giuseppe Rossi, già presidente di Parchi nazionali, direttore di Federparchi.

Un piano di manutenzione

Cosa chiedono nella loro mozione inviata al Presidente del Consiglio e al Parlamento? Obiettivi tanto semplici quanto concreti. Di immediata realizzazione. Basta la volontà. Un piano pluriennale di manutenzione dei beni pubblici e in particolare dei beni ambientali e culturali. La proposta si incardina sulla constatazione che «la manutenzione, costante e adeguata, dei beni è essenziale alla loro conservazione e previene l’insorgenza di eventi calamitosi accaduti anche nel recente passato in Italia con perdite di vite umane e danni patrimoniali ingenti; la manutenzione è una forma di estrinsecazione concreta del principio giuridico comunitario di precauzione che amministratori pubblici e magistrati debbono applicare per evitare conseguenze negative e personali responsabilità anche nell’incertezza sulle cause dei danni all’incolumità delle persone e alla integrità dei beni materiali». L’appello si rivolge al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Governo e al Parlamento affinché presentino alle Autorità competenti dell’Unione Europea un piano pluriennale di manutenzione dei beni pubblici come edifici scolastici, ponti, acquedotti, strade nonché dei beni culturali e paesaggistico-ambientali notificati, prevedendo agevolazioni fiscali, anche sotto forma di incentivi, a beneficio dei proprietari dei beni. Si tratta di azioni ripetutamente richiamate ogni qual volta si verificano incidenti o tragedie che si sarebbero potute evitare con una maggiore attenzione alle opere di manutenzione. Ebbene, oggi un programma capace di muoversi in questa direzione può consentire di attivare tutte le misure necessarie alla messa in sicurezza rispetto ai materiali inquinanti (si pensi all’amianto, ancora fortemente diffuso), alle misure antisismiche e all’efficientamento energetico con la riconversione verso le fonti naturali rinnovabili.

 «Non fermare la crescita»

La vera transizione ecologica parte anche da questi medio-piccoli, ma territorialmente molto diffusi, interventi, il cui censimento si suppone in gran parte già disponibile presso le singole Amministrazioni pubbliche competenti. Un’iniziativa concreta che può determinare e alimentare la ripartenza di attività imprenditoriali e lavorative in più settori, direttamente e nell’indotto, creando nuova occupazione anche giovanile per imprese industriali e artigianali, qualificate e di alta professionalità cui è chiesto di coniugare la tradizioni dei saperi con l’innovazione dei materiali e delle tecnologie. Su questi obiettivi si capirà subito se il nuovo Governo ha intenzioni serie oppure sbandiera la transizione ecologica come vuoto slogan al pari di chi in passato ha disinvoltamente abusato dell’aggettivo sostenibile appiccicato a qualsiasi cosa si volesse realizzare, magari a scapito di territorio e ambiente, dall’inutile tunnel ferroviario Torino-Lione, al ritornato di moda Ponte sullo Stretto, passando attraverso variante di valico, trivelle, Tap, riconversione di Taranto, inutili autostrade varie… Tutto ecosostenibile, tutto con Valutazioni di incidenza o di impatto ambientale favorevoli, tutti con il benestare di chi dovrebbe garantire anche le compatibilità economiche. Ah, no. La Corte dei Conti europea per il tunnel di base Lyon-Torino ha detto di no. Ma l’Unione Europea se ne è strabattuta. Segno che i vizi italiani dilagano in Europa, in ossequio al mantra «Non fermare la crescita». E questa è purtroppo l’unica che conosciamo, o vogliamo conoscere. Ma questa sarebbe già un’altra storia.

Se poi davvero ci fosse la determinazione di guardare avanti (la tanto dichiarata quanto mai definita “visione”), ci sarebbe sempre quello che già nel lontano 1967 la Commissione De Marchi battezzò come possibile New Deal ambientale italiano, per la sistemazione idraulica e di difesa del suolo, l’attuazione del programma di manutenzione e difesa idrogeologica che, se attuato, avrebbe risparmiato centinaia di vite umane e miliardi di danni al nostro ecosistema. Un New Green Deal ante litteram. Resta il dubbio che questo Paese sia ancora legato alla sindrome del geometra (con tutto il rispetto per i geometri) che di fronte al dubbio: ripariamo e restauriamo casa oppure ne facciamo una nuova rispondeva senza ombra di dubbio: «ne facciamo una nuova». Un consiglio allora sicuramente valido sotto il profilo economico; sbagliato e culturalmente ignorante per ciò che ha significato in termini di distruzione della narrazione storica di molti centri urbani della penisola. Rinunce culturali che in molti casi hanno cancellato capitoli importanti della nostra storia e delle nostra cultura. È accaduto in epoche storiche che non avevano maturato il senso della memoria. Ma tollerarle oggi non è più possibile. Significherebbe arrendersi a una grettezza di pensiero che va combattuta e non assecondata.

Pensare e programmare il futuro non può oggi prescindere dal salvaguardare il passato e le testimonianze migliori che lo hanno contrassegnato. Per farlo è necessario uno scatto di intelligenze che non si devono rassegnare alla rinuncia alla bellezza.


L’ambiente alla prova del Terminillo

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In piena crisi sanitaria, sintomo e avvisaglia di una più generale crisi ambientale, desta non poco stupore il progetto di ampliamento di impianti sciistici sul monte Terminillo, nei dintorni di Roma. La Regione Lazio ha valutato positivamente l’impatto ambientale dell’opera e il via libero definitivo si concretizzerà non appena saranno sbrigati gli ultimi adempimenti amministrativi. Fatto passare come progetto di rilancio di un territorio depresso dal sisma del 2016, l’ampliamento degli impianti sciistici ‒ si può leggere sul sito della Regione Lazio ‒ «è stato fortemente voluto dall’amministrazione Zingaretti e oggi con soddisfazione [spiega l’assessore al lavoro e politiche per la ricostruzione Claudio Di Bernardino] possiamo descrivere il progetto come una sintesi tra le esigenze di sviluppo turistico nel pieno rispetto del territorio e delle bellezze naturali». Un ossimoro, quello della sintesi tra rispetto del territorio e creazione di vere e proprie cicatrici indelebili in una zona che è al vaglio per essere riconosciuta quale sito Unesco proprio in virtù delle sue antiche faggete. D’altra parte, come denunciano le associazioni ambientaliste, il progetto vìola palesemente il piano paesaggistico regionale. Basti pensare agli interventi previsti: 17 gli ettari di faggeta che devono essere annientati, 8,7 chilometri di trincee sulle praterie della montagna, 10 chilometri di impianti di risalita, 37 chilometri di piste da sci, due bacini per l’innevamento artificiale pari a 136 mila metri cubi di acqua. Perché, ormai di neve ne cade ben poca proprio a causa del mutamento del clima.

È paradigmatico voler antropomorfizzare oltremodo la montagna riproducendo eventi atmosferici che, proprio a causa di un’impronta antropocenica a livello globale, vanno estinguendosi. È quel concetto della natura come riserva infinita ad uso e consumo dell’uomo che ci ha portato alle soglie della catastrofe climatica, ormai difficilmente arginabile. E il perché sia difficilmente arginabile lo esplica in maniera lapalissiana proprio un progetto come quello del Terminillo, concepito e realizzato in una fase in cui non si fa altro che invocare un mutamento di paradigma. Ancora una volta si contrappone il recupero economico di un’area depressa con la sua salvaguardia ambientale. Ancora una volta vengono contrapposti lavoro e ambiente, come in altre situazioni lo sono lavoro e salute. Non vengono prese in considerazione altre possibilità di sviluppo che non siano invasive. Costruire e devastare è molto più facile che mantenere e salvaguardare. A dispetto di fondi europei stanziati in nome di un new green deal, a livello locale si procede come se nessuna riflessione fosse scaturita dagli eventi attuali. Se poi riflettiamo sulle motivazioni (trasferire in uno spazio naturale momenti di svago tipicamente urbano essendo così poco legati alla naturalità del territorio) la vicenda assume un aspetto assolutamente folle; del quale non ci rendiamo conto solo perché non ci siamo mai soffermati ad analizzare l’impatto degli impianti sciistici sul territorio montano.

Non si tratta di una sola questione estetica. Non parliamo solo di quelle cicatrici sui versanti delle montagne che caratterizzano Alpi e Appennini e che costituiscono una vera ferita alla percezione visiva del paesaggio. La realizzazione di impianti sciistici richiede una serie di lavori infrastrutturali che avranno conseguenze permanenti. Si deve procedere allo spianamento dei versanti, alla costruzione di opere edili come piloni e cabine, alla realizzazione di nuove aree di parcheggio per accogliere i turisti mordi e fuggi. Lo stesso uso di buldozer e scavatrici per la realizzazione delle opere ha un impatto devastante su flora e fauna. La distruzione della faggeta farà perdere uno straordinario elemento per l’equilibrio idrogeologico e climatico che qualsiasi bosco, naturalmente, produce. Persino la neve artificiale ha conseguenze negative sull’equilibrio idrogeologico. Per non parlare del fatto che anche gli impianti per l’innevamento richiedono opere invasive come la posa di tubazioni, la costruzione di opere edili. Né viene considerato l’enorme quantitativo di acqua necessario a garantire l’innevamento, a dispetto delle campagne sul risparmio dell’oro blu. È il tipico comportamento di una società schizofrenica quale siamo. Pertanto, parlare di esito positivo nella valutazione di incidenza ambientale assume un sapore tragicomico. Anche senza uno studio dettagliato, si potrebbe eccepire che ha poco di sostenibile una pratica sportiva che per essere realizzata deve trasformare, snaturandolo, il territorio che la ospita. Per non parlare del rischio di non sostenibilità economica, dati gli alti costi prospettati, che potrebbe causare l’abbandono del progetto a realizzazione in corso o ultimata, lasciando una ferita permanente e inutile nella natura del luogo. Considerazione non peregrina mettendo in conto la non facile fruibilità del luogo rispetto ad altre mete laziali e abruzzesi collegate dall’autostrada e il fatto che la decadenza del Terminillo quale stazione sciistica è avvenuta proprio a causa di tale concorrenza. Con l’aggravante che si andrebbero a distruggere modalità alternative di fruizione della montagna rispettose dell’ecosistema.

Insomma, proprio in una fase storica in cui, a livello globale, si attua una riflessione sul futuro dell’ambiente e vengono spesi fiumi di parole e di denaro per cercare di mutare una rotta che porta alla catastrofe ambientale, a livello pratico si continua ad agire business as usual. Anziché frenare il treno impazzito lo si accelera. Ancor più grave è che, come per la TAV, cui questo progetto è assimilabile in piccolo per la sua assurdità in termini economici e ambientali, a imprimere l’accelerazione sia una forza politica di sinistra. Qualche mese fa scrivevo della alla necessità che la sinistra faccia della questione ambientale la priorità della propria agenda politica (https://volerelaluna.it/ambiente/2020/08/27/ambiente-e-conflitto-sociale/). Il vero soggetto innovatore, una volta avremmo detto rivoluzionario, è chi si fa interprete delle questioni ambientali perché, come accade per la pandemia, le ricadute dei disastri non si spalmano equamente su tutti ma ripercorrono, ampliandole, le fratture di classe prodotte da un determinato sistema politico economico. Concludevo anche l’articolo auspicando che la sinistra prendesse il testimone in quanto unica forza potenzialmente fuori dalla logica di sistema. Era più un augurio che una convinzione. La sinistra di governo è tutta interna alla logica del sistema; occorrerà volgere altrove il nostro sguardo.


Pandemia, welfare e territorio

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La pandemia rappresenta un’immane catastrofe in tutto il mondo. Ciononostante – e anzi proprio per gli sconvolgimenti ch’essa va producendo sull’uomo, sulla società e sull’ambiente – coloro che non si sono votati alla causa neoliberista o, più semplicemente, che non si ritrovano con una fetta di prosciutto sugli occhi vanno ponendo in evidenza come il Covid aiuti a disvelare di che lagrime grondi e di che sangue il modello di società in cui viviamo.

È noto che la mappa del welfare italiano era fin dalle sue origini, fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, a macchia di leopardo: nella maggior parte delle zone amministrate dalla DC si presentava come welfare dei sussidi mentre in quelle “rosse” (e in quelle in cui era presente una tradizione di buon governo locale) come welfare dei servizi. Il primo distribuiva a pioggia denaro e sovvenzioni mirando a tessere e solidificare il tessuto clientelare che era alla base del consenso intorno alle dirigenze locali. Il secondo mirò alla costruzione di nuovi servizi pubblici e alla ridefinizione delle logiche secondo le quali funzionavano quelli vecchi.

Lo sviluppo del welfare dei sussidi non portò ad alcun cambiamento sostanziale della natura dei servizi, che sostanzialmente rimasero indietro e s’ingrandirono, fra mille frodi, attraverso un uso strumentale delle sovvenzioni provenienti dallo Stato centrale. Nelle zone in cui prevalse il welfare dei servizi, invece, divenne possibile, per ampi strati della popolazione e soprattutto per le donne, godere dei vantaggi derivanti dalla sua fruizione, realizzando così un volano di crescita e stabilità. D’altra parte il varo di questi servizi vide l’emergere di una soggettività nuova nata dal dialogo fra giovani operatori e operatrici figli e figlie del ’68 (che non rinunciarono a sperimentare e a porsi in maniera critica nei confronti “della cosa”) e amministratori “accorti” (che venivano dalla resistenza e dalle lotte difensive degli anni ’50). Quest’alleanza permise la prosecuzione dell’esperienza anche quando vennero meno i poderosi movimenti di massa che l’avevano fatta nascere. Fu questo il crogiolo all’interno del quale nacquero le scuole per l’infanzia, gli asili nido, i servizi psichiatrici territoriali, i consultori, la medicina del lavoro, i servizi sociali pubblici etc. Si creò in questo modo un campo, il territorio, che non era un’entità geografica, ma un insieme di pratiche condivise (spesso anche con i fruitori dei servizi), metodologicamente incentrate su modalità di lavoro meno burocratiche, più orizzontali e più disposte a operare in rete, sia in termini inter-professionali al proprio interno (le équipes, i collettivi di lavoro, gli organi collegiali etc.), sia intessendo una rete inter-istituzionale. Con una poderosa forza d’attrazione e di rinnovamento nei confronti dei vecchi servizi: manicomi, ospedali, vecchia scuola, servizi sociali privati etc. E fu qui che nacquero gli “operatori territoriali”, cioè l’insieme di coloro che cominciarono a operare in base a un’identificazione operativa con i vari soggetti di cui ci si prendeva cura e con una particolare attenzione alla prevenzione. Creando in questo modo qualcosa che, al contrario dei sussidi, rimaneva e realizzava nel tempo una vera e propria cultura dei servizi.

Negli anni ’80, peraltro, ragioni d’ordine politico, economico e sociale portarono alla crisi della Prima Repubblica. Con l’affermarsi del neoliberismo si affiancò alla strategia stragista, con metodi più subdoli e con risultati più deflagranti, una nuova strategia che si mosse sullo scacchiere italiano in base a logiche predatorie, dal divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro (che fece schizzare il debito) alla svendita prodiana dei beni di famiglia, fino ai primi richiami di Bruxelles che cominciò a fare pressioni sul passaggio del welfare italiano «dall’area dei costi a quella delle entrate», come ebbe a dire il ministro Vizzini a Samarcanda. Mentre una politica fiscale iniqua spingeva buona parte del ceto medio non solo a evadere, ma anche a investire il maltolto nei BOT e nei CCT, contribuendo all’impennata del debito. Da qui la crisi che portò alla Seconda Repubblica e comportò fra l’altro, fin dall’inizio e da parte sia del centrosinistra che del centrodestra, l’attacco al welfare e la precarizzazione crescente del lavoro (con conseguenze estremamente negative anche sul nuovo welfare aziendalizzato e privatizzato, costringendo alla subordinazione acritica i nuovi soggetti che vi operavano). Le linee d’attacco al welfare furono appunto: l’aziendalizzazione dei servizi; la tickettazione delle prestazioni; la loro crescente privatizzazione in direzione del privato no profit, o profit nel caso in cui le spese per la componente organica del capitale fossero alte (ad esempio un ospedale); la loro dismissione (ad esempio una parte delle strutture per la cura degli anziani, che da allora sono sulle spalle delle famiglie, delle donne e delle immigrate). Ma anche la deterritorializzazione, cioè lo smantellamento di tutta la rete di reti intorno alla quale si innervavano i vari servizi sanitari, psichiatrici, educativi (prescolari e scolari), assistenziali.

Quando questo attacco partì, la sinistra aveva già buttato al macero l’esperienza che aveva contraddistinto il suo ormai storico modello di buon governo locale e aveva già fatto proprio il modello neoliberista prodiano del welfare mix, buttando a mare, con l’acqua sporca della dipendenza dall’URSS, anche quel vivace “bambino” che pure aveva tenuto a battesimo vent’anni prima. Anzi, nel tentativo di ribadire la propria primazia sul piano amministrativo, a livello locale fu tra i primi a distruggere il welfare dei servizi, così come lo era stata nel costruirlo. E a nulla valse la scissione di Rifondazione Comunista che, a corto di idee, subito si acconciò nei fatti alle logiche neo-liberiste per qualche strapuntino nel governo centrale e in quelli locali, dove è rimasta afona fino a circa 10 anni fa. Per non parlare del sindacato, che rinunciò a qualsiasi critica pratica nei confronti di questa vera e propria demolizione dei servizi e che da ultimo è arrivato a proporre il welfare aziendale, che mira a coprire solo la sempre più esigua platea dei tutelati e di fatto rappresenta qualcosa che si somma alle tikettazioni, invece di eliminarle.

Il nuovo modello di welfare non è assolutamente apparentabile al vecchio welfare dei sussidi (per cui le zone in cui questo modello era vincente – tutto il Sud, ad esempio – sono confluite nel nuovo solo più povere delle altre poiché in precedenza si erano mangiate le risorse). La sua nascita implica l’emergere – al Nord e al Sud, nelle ex zone rosse e in quelle bianche – di nuovi soggetti sia fra i tecnici che fra gli amministratori, di nuovi metodi di lavoro, di una nuova concezione della cura. Il perno intorno al quale tutto ruota è l’alleanza fra i nuovi amministratori regionali e locali e una nuova dirigenza, che dapprima affianca quella vecchia, esautorandola dalla gestione del sistema, e poi la sostituisce, finendo col cedere porzioni crescenti di welfare ai privati, amici degli amministratori di riferimento del momento. La deterritorializzazione, coperta spesso dalla trasformazione in una caricatura di se stessa (i tavoli di discussione), è una delle chiavi di volta di questo nuovo modello e avviene in vari modi: la chiusura dei vecchi servizi, la loro trasformazione in servizi monoprofessionali, l’emergere di sistemi di valutazione dei risultati in base a logiche aziendalistiche centrate sull’analisi dei risultati dei singoli, la precarizzazione del lavoro (che impedisce anche al più volenteroso e capace dei nuovi assunti di esprimersi sul senso delle cose da fare), la perdita della longitudinalità della cura etc. Inutile dire che tutto ciò si accentua all’interno dei servizi del privato.

Nel frattempo in tutta Italia va crescendo una rete fatta di associazioni e di soggetti portatori di progetti di cura non ascrivibili a questa logica, che tende a inserire il welfare all’interno di un concetto ben più ampio di cura. È su di essi che bisogna contare per la costituzione di un nuovo soggetto che si opponga all’attuale andazzo. Per ora mancano le condizioni che sono state alla base del vecchio welfare. Ma una cosa è certa: il nuovo non può nascere sulle basi del welfare delle origini, il cui richiamo qui serve solo a far comprendere l’entità del danno subìto. Manca oltretutto l’altro perno sul quale quell’esperienza era stata costruita: quello rappresentato allora dagli “amministratori accorti”. Ma intanto – come dicevamo all’inizio – la pandemia, nonostante la spazzatura mediatica da cui siamo invasi, sta facendo riaprire gli occhi a molti.


Perù. Quando Davide sconfigge Golia

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Ogni tanto Davide torna a sconfiggere Golia. La fionda questa volta ha colpito il gigante nelle Ande peruviane, dove Máxima Acuña, premio Goldman per l’ambiente nel 2016, ha vinto una nuova battaglia contro la compagnia mineraria Yanacocha, di proprietà della statunitense Newmont Mining Corporation. Il Tribunale costituzionale ha infatti accolto venerdì scorso la denuncia presentata nel 2016 dalla contadina diventata simbolo mondiale della lotta all’estrattivismo, ordinando all’impresa di rispettare il diritto alla privacy della sua famiglia, rimuovendo la videocamera di sorveglianza collocata a 300 metri dalla sua abitazione e astenendosi dall’uso di droni sul suo appezzamento.

Si tratta dell’ultimo capitolo – ma è probabile che altri ne seguiranno – di una complessa vicenda giudiziaria che ha inizio già nel 2011, quando, nella regione di Cajamarca, la Yananocha decide di ampliare l’area di sfruttamento dell’omonima miniera, la più grande miniera d’oro a cielo aperto dell’America Latina. Il progetto di espansione, noto come progetto Conga, si scontra però contro i 24,8 ettari dell’appezzamento di terra a Tragadero Grande, nel distretto di Sorochuco, ottenuto legittimamente nel 1994 da Máxima Acuña, che di andarsene da lì non ne vuole proprio sapere. A nessun prezzo.

La Yanacocha le prova tutte, anche mandando due funzionari di polizia, nel gennaio del 2014, a casa della donna, per ordinarle di lasciare immediatamente la casa. Facendo leva sull’acquisto di centinaia di ettari direttamente dalla comunità di Sorochuco, tra cui, a suo dire, anche il terreno di Máxima (che tuttavia nessuno ha interpellato), la compagnia la denuncia per usurpazione, finché nel dicembre 2014 la donna viene riconosciuta innocente dal tribunale di Cajamarca.

Ma la Yanacocha non si arrende. Con un curriculum che vanta imprese come il devastante sversamento di mercurio a Choropampa, nel 2000, costato la vita a oltre 70 persone, e rimasto impunito, non può certo farsi fermare da una contadina alta un metro e mezzo.

Così, mentre il processo sulla titolarità dell’appezzamento va avanti, nel febbraio del 2015 circa 200 poliziotti fanno irruzione nel suo campo, demolendo una parte della casa costruita come protezione dalla pioggia. Mentre l’anno dopo, sempre a febbraio, sono le forze di sicurezza della Yanacocha a distruggere il raccolto di patate che Máxima e la sua famiglia stavano coltivando per il proprio sostentamento, sostenendo che le patate erano state piantate illegalmente. Le pressioni non si interrompono: insieme alla videocamera e ai droni, la compagnia erige una recinzione metallica intorno al suo terreno, come una gabbia, e schiera uomini della vigilanza sulla strada sterrata di Sorochuco, l’unica via a disposizione della famiglia per spostarsi. Cosicché chiunque voglia farle visita deve passare per un check-point e attendere un lasciapassare.

A fermare la Yanacocha non è bastata neppure la sentenza con cui, nel maggio del 2017, la Corte suprema di Giustizia ha riconosciuto alla famiglia Acuña Chaupe la proprietà dei circa 25 ettari contesi, mentre al di fuori del Palazzo di Giustizia una moltitudine di persone innalzava cartelli con scritto: «Máxima no está sola». La compagnia, infatti, non solo ha annunciato di mantenere aperte altre istanze contro di lei, ma non ha rinunciato neppure ad aggressioni e intimidazioni. Ancora lo scorso anno, non a caso, suo figlio Daniel Chaupe ha denunciato l’avvelenamento di più di mille trote allevate dalla famiglia.

Máxima, tuttavia, non cede, malgrado i pericoli, i sacrifici e i timori così ben descritti da Mirtha Vásquez – avvocata dell’Associazione Grufides che ha preso a proprio carico le spese dei vari processi sostenuti contro la compagnia – all’indomani della sentenza del 2017: «Questi cinque anni sono stati anni di enorme tensione per loro, tutti i giorni vigilati, tutti i giorni minacciati, tutti i giorni con la paura che vengano a invadere o che li caccino o tolgano loro il terreno o che possano perfino ammazzarli. […] E tutto questo è una lezione di grande valore, non solo per loro, ma anche per tutta la gente che ha sempre avuto paura di fronte al potere».

Tanto più che la loro lotta non è solo per la tutela dei propri legittimi beni, ma anche per la difesa dell’intero ecosistema regionale esposto alla minaccia rappresentata dal progetto Conga. Progetto sospeso nel novembre del 2011 proprio in seguito alle proteste della popolazione, preoccupate per la prevista distruzione di quattro laghi di montagna, tra cui la Laguna Azul sul Tragadero Grande, che forniscono ai contadini di cinque vallate l’acqua per bere, per l’agricoltura e per l’allevamento.

Del resto, in un Paese in cui oltre il 20% del territorio nazionale è coperto da concessioni minerarie di varia natura e in cui la Defensoria del Pueblo, nel suo ultimo rapporto del 2019, registra 186 conflitti minerari, il popolo peruviano ha dovuto ben presto imparare a lottare. E in qualche caso è riuscito anche a vincere.

L’articolo è tratto da “il manifesto” del 7 ottobre