Ripartire all’insegna del cemento?

La parola d’ordine è «ripartire comunque». Così, dietro l’angolo c’è il progetto di rovesciare sulla natura nuove colate di cemento. Nessuna forza politica propone di rilanciare l’economia con un piano neokeynesiano di messa in sicurezza del suolo (pur promesso al tempo delle elezioni da qualche smemorato ex ambientalista).

Ritrarsi dall’urbano: la vera grande opera

L’Italia è piena di borghi abbandonati, da salvare, mentre le città esplodono e inquinano. Se esistessero degli ambientalisti veri, il cuore della fase due dopo l’emergenza sarebbe un grande progetto per liberare le città e ripopolare campagne e colline con tutte le connesse attività di riassetto del territorio e dell’economia.

Chi ha tradito i territori

Non lasciamo che l’unica voce udibile contro la distruzione dei luoghi sia quella delle retoriche populiste e sovraniste. Come ci mostra un recente libro di Anna Marson, il territorio è ben altro rispetto al valore finanziario dei terreni edificabili. Un principio che troppo spesso le amministrazioni di ogni colore tradiscono.

Non c’è cambiamento senza utopia

Una risposta non emergenziale ai bisogni del Paese richiede alcune condizioni: l’incontro e il dialogo tra i movimenti emergenti e un grande piano di difesa e di rilancio del territorio che parta dalle comunità locali e coinvolga nativi e migranti. Utopia? Forse sì, ma necessaria e senza alternative.

Conte bis: per l’ambiente nessun buon segnale

Sul tema dell’ambiente il programma di governo del Conte bis è ancor più carente del contratto gialloverde. L’acceleratore è sempre, comunque, sul pedale dello sviluppo (con l’immancabile frusto richiamo alla green economy). Insomma, ancora una volta una coalizione con i piedi ben piantati nel cemento e nell’asfalto.

La politica non c’è. Che si fa?

I partiti politici sono “morti che camminano” e l’associazionismo, pur vitale, è frantumato. Che fare? Intanto si potrebbe cominciare, a livello locale, a costruire momenti strutturati di confronto fra i movimenti e a creare momenti di elaborazione e formazione comune. Forse è poco, ma è, almeno, un punto di partenza.

Il male oscuro del Primo maggio a Torino

A Torino il doppio volto del tradizionale corteo del Primo maggio rivela, come un termometro, il confronto tra un mondo del lavoro in declino, scialbo e senza parole, e una realtà emergente che contesta l’attuale paradigma prevalente in nome della difesa del territorio, di una vita a misura umana e di un lavoro non asservito. In mezzo: la polizia.