Lasciar morire. Dal mare al deserto

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La Conferenza internazionale su sviluppo e migrazione, tenutasi a Roma il 23 luglio scorso, è stata organizzata congiuntamente da Italia e Tunisia, da qui il protagonismo, altrimenti inspiegabile, del Presidente Tunisino Kais Saied, il maggior beneficiario di questa operazione politica.

Sulla partecipazione c’è da notare che tra i cinque capi di Stato, otto primi ministri e otto ministri presenti, solo Italia, Grecia, Cipro e Malta erano rappresentati tra i Paesi europei; vi erano invece sia la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, entrambi collocati in posizioni marginali. D’altra parte, è stato detto e ripetuto dalla Presidente Meloni che questo processo che lei, scimmiottando il Processo di Barcellona del 1995, ha voluto chiamare “il Processo di Roma”, si basa sul protagonismo dei singoli Stati e su accordi bilaterali definiti, appunto, “partenariati su misura”. Il quadro istituzionale appare, quindi, molto precario e segnala una pericolosa concorrenza con Paesi europei fondamentali quali Francia e Spagna (il primo non invitato, il secondo, che esprime la Presidenza semestrale dell’UE, impegnato nelle elezioni politiche).

A proposito di risorse, poi, la presa in giro è plateale. Per ora si tratta, infatti, di 250 milioni di euro del bilancio europeo previsti dal Memorandum in favore della Tunisia di cui 105 devono essere dedicati al “controllo delle frontiere”. Così come appare inconsistente il quadro finanziario contenuto nella dichiarazione finale della Conferenza, il quale prevede che «gli Stati e le organizzazioni partecipanti – che lo desiderino – metteranno a disposizione dei singoli progetti le risorse finanziarie adeguate».

Nel dibattito sono risultate particolarmente indigeribili le affermazioni dei rappresentanti della mezza Libia presente (il generale Haftar, infatti, non c’era), i quali hanno rivendicato, seppure in assenza di sottoscrizione di accordi internazionali fondamentali, il pieno rispetto dei diritti dei migranti; o quelle del Ministro degli Esteri marocchino circa il legame tra ONG e trafficanti di esseri umani; o ancora, quelle dello stesso Presidente Saied, il quale ha liquidato le proteste delle associazioni in difesa dei diritti dei migranti di fronte alle recenti morti nel deserto al confine libico come «dichiarazioni di nessun valore». Tutti indistintamente hanno sostenuto di voler contrastare le organizzazioni criminali individuate come uniche responsabili del traffico di esseri umani; e tutti, a cominciare dalla Libia, hanno sostenuto che queste agiscono al di fuori dei loro Stati come soggetti criminali internazionali. Come si può dar credito a queste affermazioni dopo le comprovate responsabilità della Guardia costiera libica nel traffico o di fronte alla corruzione della polizia tunisina che sfrutta economicamente i profughi sub-sahariani? Questa conferenza lo ha fatto.

Non si può, peraltro, ignorare il punto di vista dell’altra sponda, a cominciare dalla Tunisia, oggi al centro dell’attenzione politica e mediatica.

A questo proposito, è importante sapere che i ripetuti viaggi del terzetto Meloni – von der Leyen – Rutte, in Tunisia, fino alla firma del Memorandum avvenuto il 16 luglio a Cartagine, sono stati accompagnati da forti contestazioni a cominciare dalla prima visita a Tunisi del 6 luglio. In tale occasione è stato sottoscritto un documento da numerose associazioni in cui si segnala lo scambio ineguale tra qualche ingresso legale in più in Italia contro un rimpatrio forzato di cittadini tunisini, i quali costituiscono la nazionalità più numerosa tra le persone trattenute nei Centri di permanenza per i rimpatri, e si sottolinea come tutto questo stia già provocando conseguenze terribili sulla repressione dei migranti sub-sahariani, abbandonati nel deserto, al fine di preservare l’integrità etnica del Paese come dichiarato dal Presidente Saied. Il Memorandum accresce la preoccupazione della società civile tunisina che la Tunisia possa divenire, al di là delle parole del Presidente Saied, il “guardiano delle frontiere europee”, aumentando le sofferenze dei popoli africani. Nel documento delle associazioni si richiama la posizione di Amnesty International e dell’Alto Commissariato per i diritti umani, contro la pratica illegale dei respingimenti collettivi e la posizione del Parlamento europeo critica sulla deriva del regime tunisino, il che avrebbe dovuto consigliare maggior prudenza alle massime autorità europee nel dare piena copertura a questa operazione.

Sia il Memorandum UE-Tunisia che la dichiarazione finale della Conferenza di Roma rimandano ad accordi di là da venire non avendo alcun impatto sulla realtà immediata; tuttavia i due eventi fanno parte di una operazione politico-mediatica che, invece, delle conseguenze le ha già e sono sotto i nostri occhi. Infatti, oltre ai riflessi nefasti sulla politica italiana, ciò che è oltremodo grave è che si sta consapevolmente enfatizzando il ruolo del Presidente Kais Saied il quale, dalla sua elezione nel 2019, ha sciolto il Parlamento e il Consiglio Superiore della Magistratura, ha modificato la Costituzione attraverso un referendum senza quorum (cui ha partecipato il 37% degli aventi diritto) e, infine, ha impedito ai partiti di partecipare alle elezioni politiche del 2022-2023, sostenendo che la sua è una democrazia senza partiti e ottenendo così il 9% della partecipazione al voto. Nel frattempo la Tunisia è sprofondata in una crisi economica e sociale senza precedenti. A quest’uomo e al suo regime è stato dato l’incarico di preparare la riunione a Tunisi della futura tappa del neonato “Processo di Roma” che ha come scopo non dichiarabile quello di spostare il cimitero dei migranti dal Mediterraneo al Sahara.

L’articolo è tratto, in forza di un rapporto di collaborazione,
dal sito del CRS (Centro per la riforma dello Stato)


Non c’è più tempo. La sinistra tra vecchi preconcetti e nuove urgenze

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La cultura di sinistra ha storicamente coltivato una solida fiducia nel futuro, convinta che il trascorrere del tempo fosse un fattore favorevole al conseguimento dei propri obiettivi. Se prendiamo, come riferimento ideale, il pensiero marxista-leninista relativo alla “fase più elevata del comunismo”, ne troviamo la conferma.

Lenin scrive che si può «parlare unicamente dell’inevitabile estinzione dello Stato, sottolineando la durata di questo processo […] lasciando assolutamente in sospeso la questione del momento in cui avverrà e delle forme concrete che questa estinzione assumerà». Prefigurando la sintesi finale tra la dittatura del proletariato, il pensiero socialista e quello anarchico, Lenin sostiene che «lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: “Da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch’essi lavoreranno volontariamente, secondo le loro capacità». Troviamo qui la fiducia non soltanto nell’inarrestabile marcia del proletariato, ma anche nell’incremento della produttività del lavoro, nella quantità dei prodotti che saranno disponibili per soddisfare i bisogni di tutti e nell’applicazione pienamente condivisa delle regole di convivenza sociale. Si tratta di affermazioni che vanno collocate storicamente, sottolineando però che, nel pensiero di sinistra, questa fiducia nel futuro e nell’espansione delle conquiste umane ha continuato a essere prevalente, mentre la consapevolezza del “mondo finito” (nel senso di delimitato) che cominciò a farsi strada dagli anni Settanta, è stata considerata con sospetto, se non del tutto rifiutata. Territori e mari da far fruttare, progresso scientifico e tecnico, insieme alla crescita delle produzioni e della disponibilità di beni, sembravano, ancora pochi anni fa, la garanzia per il raggiungimento generalizzato del bene comune.

La situazione odierna, profondamente mutata, appare tanto più paradossale e drammatica se consideriamo che effettivamente la scienza e le tecnologie di cui disponiamo, insieme alla maturazione dei sistemi di diritto democratici, potrebbero permettere all’umanità intera di convivere pacificamente, godendo di un benessere diffuso. Invece ci avviciniamo al punto di non ritorno: ogni giorno squillano intorno a noi campanelli d’allarme sempre più insistenti e minacciosi. L’ombra nera del capitalismo distruttivo si estende su tutto, aggredendo ambiente e risorse, diffondendo forme di sfruttamento estreme, condizionando le menti e le aspettative, riproponendo forme di governo autoritario e di controllo che si ritenevano superate. Il futuro stesso è a rischio. Siamo passati da prima o poi a prima o mai più. Questo radicale mutamento di prospettiva richiede la presa di distanza da ogni tipo di preconcetto e fede, a favore di un solido laicismo, che permetta di analizzare rapidamente i fatti, prendere decisioni, ottenere risultati, pur senza mai perdere di vista i principi fondanti dell’essere di sinistra. Molte volte, in passato, si sono adottate posizioni determinate semplicemente dalla presunta necessità di contrapporsi a quanto veniva affermato dai nostri avversari, senza nemmeno chiedersi se, con gli opportuni adattamenti, ne poteva sortire qualche buona idea.

Tra i problemi di enorme entità che abbiamo davanti, alcuni si presentano con elementi contraddittori (o quanto meno contrapposti) e perciò di difficile soluzione. Mi limito a qualche esempio, con la speranza di stimolare i necessari approfondimenti.

Quello dei limiti dello sviluppo è forse il tema più complesso, sul quale la Sinistra si è mossa con ritardo ed esitazione. Nel rapporto, commissionato dal Club di Roma e pubblicato nel 1972, si incominciò a mettere in relazione il tasso di crescita della popolazione con l’industrializzazione e lo sfruttamento delle risorse; la cosiddetta “bomba demografica” diventò un argomento di interesse generale, con le conseguenti riflessioni sui possibili interventi per il controllo delle nascite. Opponendosi, giustamente, a interventi coercitivi, la Sinistra europea sostenne che il rallentamento della crescita demografica sarebbe stato il risultato del raggiungimento generalizzato di livelli superiori di benessere, come in effetti è successo nei nostri Paesi ricchi. Non si tenne però conto del fatto che la diffusione del benessere materiale nei Paesi emergenti si traduce essenzialmente in un forte aumento dei consumi pro-capite: dunque la popolazione mondiale, cresciuta di tre volte rispetto agli anni Cinquanta del secolo scorso, consuma complessivamente dieci o forse venti volte di più. Nei Paesi di recente industrializzazione, la globalizzazione sfrenata non ha portato vero benessere, ma piuttosto l’adozione, improvvisa e acritica, dei modelli di consumo occidentali. Anche le religioni più diffuse (cristianesimo, islam, induismo), attraverso le loro strutture di potere temporale o le loro derivazioni settarie, hanno contrastato ogni forma di controllo delle nascite, sovrapponendosi a culture e tradizioni profondamente maschiliste, che assegnano alle donne, come compito principale, quello di procreare. Così oggi ci troviamo di fronte a una pressione demografica molto forte nei Paesi poveri, dove la popolazione continua a crescere, mentre avanzano la desertificazione e la rapina ambientale. Solo gli inguaribili ottimisti possono immaginare che sia gestibile in modo democratico un mondo popolato da una popolazione ancora in sensibile crescita, ma con risorse naturali sempre più limitate. Come si può reagire, da sinistra? Con una lotta senza quartiere per i diritti all’autodeterminazione da parte delle donne e per il diritto dei nuovi nati alla prospettiva di una vita degna di essere vissuta. Quindi lotta generalizzata ed enorme impegno per la salute e l’istruzione nei Paesi meno sviluppati, contro ogni pregiudizio religioso e maschilista, che considera una prova di virilità il mettere al mondo molti figli. E basta con gli allarmismi per “l’inverno demografico” nei Paesi ricchi, dove i giovani senza prospettive preferiscono non scommettere sull’allargamento delle proprie famiglie. Serve un femminismo internazionale e combattivo, concentrato sui problemi veri, anziché sulle quisquilie linguistiche, che trovano tanto spazio sui nostri media.

Le teorie della decrescita felice sono state, da gran parte della Sinistra, guardate con ostilità. Chi mostrava qualche tiepido interesse, finiva per ammettere che l’idea, quella sì, aveva qualche fondamento, ma la scelta del nome era del tutto inopportuna. «Come facciamo a dire agli operai e a tutti gli sfruttati che il modello di benessere a cui aspirano è un miraggio irrealistico? Come facciamo a dire che, con la decrescita, serviranno meno fabbriche e meno posti di lavoro?». Per come si stanno evolvendo le cose, oggi si incomincia a dire, con una battuta fin troppo facile, che quella che abbiamo di fronte è la prospettiva della decrescita infelice, del tutto subìta, anziché gestita per tempo. E chi pagherà questa decrescita? Non occorre grande immaginazione per prevedere che i ricchi sapranno difendere i propri privilegi, a scapito di masse sempre più ampie di esclusi. Chiamiamolo come vogliamo, ma il tema di un profondo mutamento dei modelli di consumo, dei valori condivisibili e dei criteri di convivenza tra di noi e con la natura, è ineludibile e urgente. È qualcosa che va ben oltre l’aggiornamento delle fabbriche di automobili, che invece dei motori a scoppio possono montare quelli elettrici. È qualcosa di molto più radicale del “green new deal”, proposto, per lo più, con insidiosa ipocrisia. Se la Sinistra non saprà fare propria una proposta convincente e un’idea rivoluzionaria del futuro possibile, sarà la sua decrescita a proseguire inarrestabile.

Aiutiamoli a casa loro” è stata un’affermazione sostenuta dalle nostre destre in modo falso e strumentale, perché serviva semplicemente a giustificare il rifiuto all’ingresso di migranti nel nostro Paese. Ma se l’aiuto a casa loro, coordinato a livello europeo, iniziasse dal cessare la rapina infinita di risorse e il sostegno a regimi corrotti e dittatoriali, forse parleremmo di interventi concreti. Se partecipassimo a contrastare la desertificazione, dovuta al cambiamento climatico di cui sono responsabili i Paesi ricchi, forse eviteremmo di peggiorare ancora le condizioni di vita di intere popolazioni. Se dessimo vita a un “esercito della pace”, composto da giovani (e, perché no, da pensionati ancora in gamba), in grado di condividere sul campo programmi per la diffusione della cultura, della salute e delle applicazioni tecnologiche effettivamente utili, forse contribuiremmo ad abbattere muri di diffidenza e di razzismo. Per realizzare tutto ciò occorrono grandi risorse economiche, ma probabilmente meno di quelle che i nostri governi sono disposti a spendere per contrastare l’immigrazione, anche con azioni delittuose.

L’inefficienza del settore pubblico è un argomento che piace molto ai liberisti, soprattutto per sostenere che “privato è meglio”. Ma rendere l’amministrazione e i servizi pubblici efficienti, con un rapporto di reciproca fiducia tra cittadini e Stato, dovrebbe essere in cima agli obiettivi della Sinistra. Come si può, infatti, sostenere il primato nella gestione dell’economia e delle relazioni sociali, se non con un apparato pubblico di alto livello? Pur lasciando al privato la libertà di iniziativa, il settore pubblico dovrebbe essere in grado di orientare e controllare, con piena efficienza e imparzialità. Questo comporta anche la necessità di intervenire nei confronti di chi crede di aver trovato nell’impiego pubblico una posizione di comodo, incurante di doveri e finalità del proprio lavoro. Purtroppo, la Sinistra non è stata, molte volte, abbastanza chiara su questi argomenti. Un atteggiamento sindacale troppo accondiscendente ha finito per difendere anche fannulloni e scorretti, senza creare una netta distinzione con coloro (per fortuna numerosi) che svolgono al meglio il proprio compito. La presenza prevalente, nelle fila delle organizzazioni di sinistra, di dipendenti pubblici, che hanno preso il posto degli operai, ha dato luogo a posizioni sconfinanti in atteggiamenti corporativi.

Questi sono esempi tesi a sostenere che abbiamo bisogno di un grande impegno di pensiero, alla ricerca di elementi concreti per ridefinire le nostre linee guida, riconoscendone l’urgenza: è ora di tornare a parlare di rivoluzione. Nella prefazione all’edizione italiana del Rapporto sui dilemmi dell’umanità, Aurelio Peccei, cofondatore del Club di Roma, cinquant’anni fa scriveva, tra l’altro: «Non dobbiamo illuderci. Senza una forte ventata di opinione pubblica mondiale, […] la classe politica continuerà in ogni paese a restare in ritardo sui tempi, prigioniera del corto termine e d’interessi settoriali o locali, e le istituzioni politiche, già attualmente sclerotiche, inadeguate e ciò nonpertanto tendenti a perpetuarsi, finiranno per soccombere. Ciò renderà inevitabile il momento rivoluzionario come unica soluzione per la trasformazione della società umana, affinché essa riprenda un assetto di equilibrio interno ed esterno atto ad assicurarne la sopravvivenza in base alle nuove realtà che gli uomini stessi hanno creato nel loro mondo. […] Non solo potremo sperare di correggere il corso degli eventi per evitare il peggio che già si profila per un non lontano futuro, ma potremo forse gettare le basi di una nuova grande avventura dell’uomo, la prima a dimensioni planetarie, quali le sue conoscenze e i suoi mezzi tecnico-scientifici oggidì non solo permettono, ma ormai impongono».


Le leggi della fisica e la crescita impossibile

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Due fisici (il primo è senior professor presso la facoltà di ingegneria del Politecnico di Torino, il secondo ha insegnato Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano) si rivolgono, uno, ai decisori politici (Angelo Tartaglia, Clima, lettera di un fisico alla politica, Edizioni Gruppo Abele, 2021), l’altro agli insegnati (Federico M. Butera, Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica, Edizioni Ambiente, 2021), ma potrebbero invertirsi i compiti e gli argomenti non cambierebbero di molto. Come dire: il problema va affrontato sia dal basso che dall’alto, alla base della formazione culturale e scientifica delle persone, come ai vertici del potere. La sfida sarà vinta, probabilmente, quando avremo un ecologo al ministero dell’ecologia e l’ecologia in cattedra nelle scuole. Il tema è il rapporto tra attività antropiche e mondo fisico, a partire dai cambiamenti climatici, ma non solo.

Il lavoro di Tartaglia è un agile, ironico e tagliente pamphlet, quello di Butera è un ponderoso compendio di storia della natura pensato per gli educatori che devono introdurre l’insegnamento obbligatorio dell’educazione ambientale fin dalla scuola primaria, voluto dall’ex ministro Lorenzo Fioramonti (vedi: www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/LINEE_GUIDA.pdf).

Tralasciamo qui le parti analitiche dei due volumi, utilissime, ma oramai note ai più. Il problema non sono più i “negazionisti” ‒ che si sono sciolti con il surriscaldamento climatico ‒, ma i numerosi camuffamenti del greenwashing, gli ambientalisti dei consigli di amministrazione, i teorici della Green Growth, gli idolatori delle soluzioni tecnocratiche della geo e bio ingegneria. Più deperisce il mondo vitale, più cresce una vera e propria religione fondata su due assiomi: la tecnoscienza troverà sempre, stupefacendoci, le soluzioni più idonee a tutti i nostri problemi; la “mano invisibile” del libero mercato economico (con “pilota automatico”, prima evocato poi materializzatosi in Italia con Draghi) canalizzerà il denaro necessario a finanziare le innovazioni necessarie. Il cerchio denaro-tecnologia si chiude così in modo tautologico e autoreferenziale.

I nostri autori si sforzano a dimostrare la fallacia e la pericolosità di tale visione magica della scienza e del mercato. Butera richiama la necessità di figurare la giusta rappresentazione dell’economia nel mondo fisico. La biosfera come “sovra-sistema” con “limiti planetari” (stock e servizi ecosistemici) difficili da forzare dalla potenza trasformativa dell’homo sapiens industrializzato senza provocare dannosi “effetti collaterali”, senza alterare i processi biogeochimici, senza perturbare le concatenazioni (interconnessioni) che regolano il funzionamento del sistema Terra. Stiamo compromettendo cicli vitali complessi e complicatissimi, come quello del fosforo e dell’azoto, da cui dipende la fertilità dei suoli e quindi, in ultima analisi, l’assorbimento dell’anidride carbonica e la stessa fotosintesi clorofilliana. Stiamo ignorando leggi del mondo reale, della fisica e della termodinamica.

Sia Butera che Tartaglia concordano sul dover “fermare il treno del progresso”, cambiare il modello economico e culturale che ha un nome – scrive Butera –: «È il capitalismo nella forma estrema del neoliberismo» (p. 290). Per lui l’idea del “Green New Deal” può essere un primo passo per avviare una transizione che «includa il bilancio ecologico nel bilancio economico» delle aziende, degli stati, delle famiglie. L’obiettivo deve essere «la diminuzione drastica della quantità di prodotti che vengono immessi nel mercato nei paesi sviluppati e una crescita contenuta e selettiva di essi nei paesi in via di sviluppo, in un contesto culturale ed economico in cui prevalga il concetto di sobrietà» (p. 283). Dovremmo: «ridurre la produzione di nuovi beni, progettandoli e realizzandoli in modo che siano durevoli, riparabili e riusabili» (p. 271). Butera comunque non ama il concetto di “decrescita”, che ritiene una «infelice locuzione» e lascia aperta la possibilità di un “disaccoppiamento” tra la crescita dei profitti aziendali e la cura della Terra. La frase topica è questa: «(una impresa) può guadagnare tanto sia con la qualità che con la quantità» (p. 270). Tartaglia è più radicale: la «crescita [perpetua, illimitata, universale] sostenibile» è mera metafisica, un mito e un inganno. Non può esserci aumento del Pil che non trascini con sé maggiori flussi di energia e di materia, di «tonnellate e di chilowattora». A meno di non pensare di poter «mettere un prezzo a sorrisi e atti di benevolenza reciproca» (p. 58) e di volerli riservare solo a chi è solvibile sul mercato. Così come è impossibile ipotizzare una circolarità compiuta delle materie impegnate nei cicli produttivi, distributivi e di consumo: «Per crescere, cioè se l’ampiezza del ciclo deve aumentare, bisogna attingere a risorse primarie che si trovano fuori del ciclo» (p. 61). Nessun nuovo Piano Marshall, nessuna espansione basata sull’indebitamento, sull’appropriazione dei saperi e sulla competizione tra aree di influenza economiche potrà mai portarci fuori dalla crisi ecologica in atto.

Da scienziati della più “dura” delle discipline – la fisica ‒ i nostri due autori si lamentano di un paradosso irrisolto. Come è possibile conoscere l’insostenibilità e l’irragionevolezza del sistema socioeconomico in cui viviamo sia attraverso l’esperienza (fa più caldo, le specie animali si estinguono, le pandemie avanzano, le migrazioni di profughi ambientali si avvicinano…), sia in termini scientifici, ma non riuscire a cambiare rotta? Evidentemente la ragione e la razionalità non bastano a battere «ignoranza ed egoismo», «diffidenza e paura» (sempre Tartaglia). Il pessimismo rischia di avere il sopravvento se non interviene la dimensione etica e spirituale che ci deve far dire che questo mondo dominato da relazioni umane gerarchiche, discriminatorie, patriarcali, razziste, speciste… non lo vogliamo più, nemmeno se fossero ancora a nostra disposizione tutte le risorse naturali del pianeta. Dimensione ecologica, dimensione sociale e dimensione spirituale-culturale (che idea abbiamo noi del senso della nostra vita) non possono essere disgiunte nel pensare e creare un’alternativa.

L’articolo è pubblicato anche sul sito dell’Associazione per la decrescita


Morti che ci riguardano

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Il report pubblicato in questi giorni da Front Line Defenders (https://www.frontlinedefenders.org/sites/default/files/fld_global_analysis_2020.pdf) denuncia che nel mondo sono state uccise nel 2020 ben 331 persone che si battevano per i diritti umani e, spesso, per la salvaguardia del loro territorio, specialmente in America Latina e in Africa. Una bella cifra che dovrebbe essere sbattuta in faccia a coloro che criticano la sindrome di Nimby…

Ma, al di là di questa considerazione marginale, un’altra deve essere fatta: di questi eroi pressoché nessun media si occupa. Così, la gente, se va bene, ricorda Chico Mendes, e crede che la sua sia stata una uccisione isolata. La realtà, come visto, è ben più drammatica. Perché i media non si occupano di queste stragi? Probabilmente giocano più fattori: faccio due ipotesi.
Inconsapevolmente potrebbe esserci una componente razzista. Gli uccisi sono in buona parte indigeni e gli indigeni sono considerati inferiori ai bianchi, e, in particolare, agli occidentali. Se viene ucciso Giulio Regeni è sacrosanto avere enne notizie, servizi, approfondimenti, inviati, conferenze stampa; su chi muore proteggendo il proprio territorio può calare il silenzio.
Ma ci può essere un’altra componente più o meno inconsapevole: queste morti sono in buona parte danni collaterali del nostro sviluppo. In fondo, ci può stare che per deforestare, per creare pascoli, per aprire una nuova miniera d’oro, per estrarre altro petrolio, per coltivare oppio ci siano anche dei morti: è lo sviluppo che avanza.

Ma, a parte la carenza dell’informazione, vi è un altro aspetto da considerare: non è perché queste morti avvengono dall’altra parte del mondo che non ci riguardano. Certo, è vero che la stragrande maggioranza degli omicidi avviene in paesi non democratici o pseudo-democratici, ma spesso noi occidentali usufruiamo dei beni contro la cui depredazione i locali combattevano. E qui subentra il concetto di “responsabilità”, che implica anche una revisione del concetto di “libertà”: noi siamo liberi di fare benzina, di acquistare un gioiello d’oro, di mangiare carne, ma è un po’ come il battito d’ali della farfalla di Lorenz: le conseguenze si possono verificare a migliaia di chilometri da noi. Facile dire che la nostra libertà cessa dove comincia quella altrui, ma nel mondo globalizzato occorre superare il concetto di vicinanza.

Per chi volesse approfondire la tematica delle lotte degli indigeni contro le multinazionali consiglio il libro Guerre interne, di Joseph Zarate; tre piccole storie, passate naturalmente inosservate, che denunciano la crudeltà dello sviluppo (http://ilparatesto.altervista.org/guerre-interne-joseph-zarate-gran-via/?doing_wp_cron=1615122910.3317859172821044921875).


M’hai detto un prospero!*

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“Una grande politica di transizione ordinata da un settore industriale energivoro e basato su produzioni tutto sommato tradizionali (dalle auto agli stessi computer, che sono ormai dei piccoli elettrodomestici prodotti a milioni e con grande automazione) verso settori produttivi ad alta intensità di lavoro. I settori di riferimento sono moltissimi: i beni culturali, l’incremento dell’efficienza energetica e nell’utilizzo di materia, la ristrutturazione degli edifici (si pensi che metà delle scuole non è ancora a norma dal punto di vista della sicurezza) o il dissesto idrogeologico, che costa all’Italia circa 12-15 miliardi di euro l’anno: una somma che potrebbe essere investita per creare centinaia di migliaia di posti di lavoro su un’ ampia fascia di competenze professionali, che vanno dal badilante al geometra e all’architetto. Si tratta di un processo di transizione che richiederebbe però una robusta politica industriale da parte del Governo, invece questi blaterano di crescita e spesso non sanno nemmeno bene di cosa stiano parlando.” Così, e correva l’anno 2015, scriveva nel suo Finanzcapitalismo il mai abbastanza compianto Luciano Gallino. Dubito che il nostro turibolato nuovo Presidente del Consiglio abbia letto quel libro. E se l’avesse fatto, non credo l’avrebbe approvato. Suppongo anche che, al momento della formazione del governo, ministri e sottosegretari compresi, per digerire certe nomine avrà fatto ricorso al suo fervido cattolicesimo, così fervido da fargli accettare inviti alle riunioni di Comunione e Liberazione in quel di Rimini (chissà se vi ha incontrato anche Formigoni, benemerito di quella riforma della Sanità che, in nome della magica parola ‘sussidiarietà’, tanto bene ha fatto ai lombardi). Che cosa non si sopporta per salvare la Patria… Ma riuscirà poi a salvarla? Personalmente ne dubito.

Non c’è solo la pandemia da fronteggiare. Ci sono i giovani, per fare un esempio drammatico. Quelli benestanti, almeno quelli che non si drogano, vanno all’estero. Gli altri, come scrive Adriano Prosperi in Un tempo senza storia, “tra i 18 e i 24 anni non studiano, non hanno un lavoro e non lo cercano”. E quando lo cercano e magari lo trovano, sono lavori sottopagati e precari. In ogni caso quasi nessuno si preoccupa concretamente del loro disagio, della loro impossibilità di ritagliarsi un posto, anche piccolissimo, nel mondo: si invoca la parola magica, “sviluppo” (pronunciata come quando in bocca si assapora e si ciuccia un boero, facendo schioccare la doppia p), e si scuote desolati il capo, come fosse tutta colpa dei giovani “che non sono più quelli di una volta”. E nessuno che ripassi gli scempi compiuti nella scuola dalla Moratti o dalla Gelmini, tanto per fare due nomi che, ahimé, ricorrono anche oggi in altri incarichi. Condizioni precarie e sfruttamento sono peraltro diffusi in tutte le fasce d’età: ognuno di noi potrebbe raccontare storie di regressioni a condizioni ottocentesche.

Ma il problema dei giovani non è certo il solo. Dovunque si volga lo sguardo è evidente che la politica, quella vera, non quella che si limita a gestire la spartizione degli avanzi, non esiste più. O, più precisamente, non ha più potere soprattutto perché il potere reale le passa sopra la testa. La gestione è altrove, non più nei parlamenti, ma nei mercati finanziari.

In proposito è chiara l’intervista di Nicola Dimitri a Bruno Montanari  su   “Pandora” (https://www.pandorarivista.it/articoli/effettivita-del-potere-e- sovrastrutture-mediatiche-intervista-a-bruno-montanari/): “Le istituzioni politiche dipendono dai mercati finanziari e la politica può solo benedire e ancora per un po’ vivere parassitariamente.” E l’intervistatore, nella conversazione, cita a sua volta anche Gustavo Zagrebelsky: “La parte più importante delle decisioni che riguardano   la   nostra   vita   è   ormai   collocata   su     una scala dimensionale   sulla   quale   gli   Stati   non   hanno   più   presa”. Globalizzazione e informatica vanno insieme e si potenziano a vicenda, eliminando dal loro orizzonte la mediazione politica. Anzi, la mediazione in genere:  nella Rete uno vale uno, conoscenza esperienza professionalità rischiano di diventare delle ubbie da vecchi accademici. Ma se “uno vale uno”, e in più io posso spostare dove mi è più comodo i miei ricavi di borsa, è poi difficile che il gioco politico non si riduca a chiacchiera e spartizione degli spiccioli. Ministri, viceministri, sottosegretari come tanti piccioni che si contendono le briciole gettate loro per la foto ricordo sul sagrato.

A me sembra chiaro che, anche senza Coronavirus, andremo comunque a sbattere. Ecologisti e scienziati indipendenti lo ripetono da anni: il famoso libro del Club di Roma, I limiti dello sviluppo, è del 1972, e da allora ci sono ormai biblioteche sul tema. Tamquam non essent… Allo stesso modo vengono ignorati, quando non disdetti, i famosi Accordi di Parigi e i richiami dell’ONU. Sempre in nome dello sviluppo, naturalmente. Eppure ci sono concessi ormai pochissimi anni per un cambio di rotta ancora parzialmente possibile (alcuni punti di non ritorno, 9 su 30, dicono gli esperti, sono già stati irreparabilmente superati). Ma noi abbiamo il Ministero della transizione ecologica (suona bene, eh?) affidato al professor Cingolani, grande sodale del noto ecologista Renzi e frequentatore della Leopolda, nonché fondatore dell’Human Technopole nel cuore di MIND, Milano Innovation District (tutto un programma fin dal nome: Bertolaso si sarà mangiato le unghie per l’invidia) là dove c’è stata la buccinatissima Expo di Milano e dove, dopo, sarebbe dovuto sorgere un grande parco, polmone verde a Ovest di Milano. Immagino l’entusiasmo di Guido Viale, di Franco Arminio, di Luca Mercalli e tanti altri. E anche di Giuseppe De Rita, che da sempre giustamente propone, inascoltato, la messa in sicurezza e la rivalutazione agricola, paesaggistica, stradale, ferroviaria, gastronomica, turistica, di tutta la dorsale appenninica da Piacenza alla Calabria: un territorio vastissimo, penalizzato dallo sviluppo delle due fasce costiere sull’ Adriatico e il Tirreno e potenzialmente una risorsa quasi inesauribile. Invece Cingolani si entusiasma: “Gli agglomerati urbani diventano un motore fondamentale verso un futuro più sostenibile, resiliente, prospero e climaticamente neutro. (…) Le città attraggono talenti e investimenti, la concentrazione di persone favorisce una più rapida diffusione della conoscenza e un più alto tasso di innovazione e stimola lo sviluppo di infrastrutture intelligenti e digitali. (…) [Le città sono anche] un terreno fertile per soluzioni basate sulla natura, che promuovono la gestione del rischio e la resilienza, riducono l’impronta ecologica dei residenti e forniscono benefici per la loro qualità di vita”. Qualunque cosa tutto ciò voglia dire.

Ma poi il ministro Cingolani si metterà in contatto col collega Enrico Giovannini, neoministro delle infrastrutture, che con ben altro spessore culturale e politico parla di “città sostenibili”?  E citando Giovannini si pensa anche a Fabrizio Barca, che con l’attuale ministro ha scritto l’anno scorso Quel mondo diverso, Laterza, utile per analisi e proposte, uno dei tanti libri usciti in questi mesi dai quali si potrebbe facilmente estrarre un programma vero per un futuro sostenibile. Dice Barca: “Ai territori serve progettualità, non sussidi e grandi opere”. Credo che continuerà a essere inascoltato, come i tanti che, anche da orientamenti politici diversi, in tutti questi mesi hanno scritto e proposto modelli alternativi all’attuale assetto globale. Accetto scommesse.

*Detto romano per rispondere a chi presenta come facile un’azione o un progetto in realtà difficile o addirittura impossibile. “M’hai detto un prospero!” è un detto romanesco


Cosa intendiamo quando parliamo di crisi?

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Si discute molto su quanto la pandemia da Covid-19 stia evidenziando i punti deboli dell’attuale sistema di sviluppo. L’emergenza sanitaria lumeggia momenti di crisi già in essere e acuiti con la nuova situazione. Se ne contano diversi tra i quali spiccano: crisi economica; crisi sociale, dovuta a una sempre maggiore disuguaglianza e a una crescente diffusione della povertà; crisi politica, in quanto l’economico ha fatto sì che il politico venisse sminuito e, quando se ne rileva l’imprescindibilità, venga posto sul banco degli imputati per l’esplodere delle contraddizioni sociali; crisi istituzionale, dove per istituzioni intendiamo i centri decisionali e di elaborazione di momenti collettivi (tra cui la scienza, soprattutto quella medica, la cultura con i suoi centri di diffusione del sapere, scuola e università, la stampa che ha il compito di diffondere notizie e aprire uno squarcio tra i meandri del potere). Siamo di fronte a una crisi della classe dirigente nel suo complesso, che si porta appresso una più profonda crisi della liberaldemocrazia. Ne è un esempio l’attuale tensione sociale che, a causa della forzata interruzione di dinamiche socioeconomiche in diversi paesi in funzione anti-Covid, si sta traducendo in sommosse urbane.

Questa molteplicità di crisi è riconducibile a una stessa matrice che possiamo individuare nella deriva di un capitalismo finanziario sorretto dall’ideologia neoliberale.

In un momento in cui la politica è chiamata a prendere misure per fronteggiare la pandemia, emergono tutte le debolezze in capo a una categoria che ha visto negli ultimi decenni venir meno la propria credibilità. Oggi si assiste all’epilogo di un processo che, nell’arco di qualche decennio, ha eroso il perimetro di intervento della politica alla quale sono state opposte le virtù del libero mercato.

La pandemia non è la sola emergenza che ci si trova a dover fronteggiare per il futuro immediato. La questione ambientale e il cambiamento climatico (legati a doppio filo con il rischio di insorgenza di nuove pandemie) richiedono misure straordinarie che, per come il sistema è stato strutturato, difficilmente potranno essere adottate senza mettere in discussione lo stesso paradigma su cui si fonda. E il paradigma è quello del capitalismo che pervade ogni aspetto della realtà, politica, sociale o psichica e che ha cambiato in maniera profonda l’agire e il pensare individuali. Le attuali contraddizioni vengono principalmente imputate all’attuale fase del capitalismo finanziario. La tesi è parzialmente corretta nel senso che tale fase ha esasperato le contraddizioni insite nel capitalismo, erodendo le possibilità di intervento della politica e lasciando ampio spazio ai mercati. Ma alcune di quelle contraddizioni non le ha create dal nulla.

I primi trent’anni del secondo dopoguerra, quelli icasticamente chiamati i Trenta gloriosi, hanno rappresentato storicamente il miglior compromesso tra democrazia e capitalismo. In quella fase lo Stato ha disciplinato il capitale, garantendo un miglioramento delle classi lavoratrici sia attraverso un aumento dei redditi che attraverso i sistemi di welfare (salario sociale). In questo modo, i lavoratori sono stati integrati nel sistema capitalista e sono state depotenziate le spinte rivoluzionarie di quanti vedevano nell’Unione Sovietica un modello vincente alternativo a quello occidentale. Ma rimanevano alcune contraddizioni che quel modello non ha risolto, ben focalizzate dal famoso rapporto del Club di Roma su i limiti dello sviluppo. Da una parte un crescente inquinamento dell’ambiente a causa di un sistema di sviluppo basato sull’estrazione indiscriminata di risorse dal pianeta e una conseguente immissione di agenti inquinanti; dall’altra un altrettanto indiscriminato sfruttamento del Sud del mondo che ha permesso un aumento generalizzato del tenore di vita nei paesi occidentali. Già negli anni Cinquanta, quando l’offerta di beni cominciava ad essere eccessiva rispetto alla domanda ‒ come testimonia il lavoro pioneristico di Vance Packard (I persuasori occulti) ‒ si gettavano le basi per la creazione della società dei consumi che della crescita esponenziale di produzione e consumo di merci ha fatto una propria religione economica. Il consumismo diventava un vero e proprio stile di vita. Per alcuni aspetti, quindi, la società attuale presenta caratteri le cui basi sono ben ancorate nel modello del capitalismo che si accompagna allo Stato del welfare e le nostalgie per quel modello non sono affatto giustificate.

Poiché il compromesso keynesiano aveva il fine, non secondario, di costituire la stampella per un capitalismo claudicante in seguito al crollo del 1929, al presentarsi di determinate opportunità poteva essere sferrato l’attacco a quel modello per ridare al capitale una fetta maggiore della torta. Tale offensiva si è avuta a partire dagli anni Settanta; grazie al prodursi di alcune dinamiche è riuscito facile pensare al capitalismo socialdemocratico come fase transitoria che, sebbene avesse svolto bene il suo compito, non avrebbe potuto reggere sul lungo periodo. Nel 1971, un’espansione elevata dell’emissione di moneta per finanziare la guerra in Vietnam ha portato gli Stati Uniti a denunciare gli accordi di Bretton Woods e a cessare la convertibilità del dollaro in oro. Il crollo del sistema dei cambi fissi, unito alla crisi petrolifera di qualche anno dopo, si è innestato su una crescita generalizzata dell’inflazione nei paesi occidentali, dovuta anche al finanziamento del welfare, e sulla caduta del saggio di profitto.

È in quegli anni che è ritornata in auge l’idea, perorata da personaggi del calibro di Frederich August von Hayek e Milton Friedman, secondo cui l’inflazione può essere controllata attraverso la politica monetaria delle banche centrali. Queste, attraverso l’opportuna scelta di tassi di interesse, favorirebbero il giusto equilibrio dei prezzi grazie all’incontro tra domanda e offerta. Con l’ottica neoliberale si inverte il rapporto tra Stato e capitale. Non è più il primo a disciplinare il secondo, ma è il mercato che contesta alla politica competenze in merito alla fiscalità (se non quella di garantire il pareggio del bilancio), al controllo sulla finanza, all’obiettivo della piena occupazione, alla determinazione dei salari attraverso la contrattazione collettiva. Ma l’idea che debba prevalere la logica di mercato, unita all’esigenza di avere bilanci in pareggio e quindi di comprimere la spesa pubblica, si riflette sugli stessi sistemi di welfare nel loro complesso, sulla sanità come sulle politiche di redistribuzione, o sulla programmazione. Il cambio di paradigma ha comportato la fine di quello che è stato definito il compromesso keynesiano. Tale passaggio ‒ non spontaneo ma tenacemente perseguito a colpi di dottrina ‒ ha comportato anche un mutamento valoriale all’interno delle società. Il capitalismo si è dotato di un nuovo spirito, più laico rispetto a quello protestante evidenziato da Weber, e ha spesso abbracciato le rivendicazioni inerenti le libertà civili e quelle scaturite dalla critica artistica della stagione del ’68, come hanno messo in risalto Nancy Fraser o Boltanski e Chiapello. L’idea della catallassi, ossia dell’equilibrio spontaneo raggiunto attraverso le azioni individuali di una miriade di operatori ‒ secondo quanto andava affermando von Hayek ‒ ha fatto breccia all’interno delle società e non è stata intaccata neanche dalle evidenti disfunzioni scaturite da tale ottica. Dopo la crisi del 2008 e con l’attuale emergenza sanitaria che si ripercuote sull’economia, non sembra emergere, a livello di massa, una critica al sistema di sviluppo. Semmai l’obiettivo della protesta si concentra sulla politica che, con gli strumenti consentiti dalla logica di mercato, non riesce a dare risposte adeguate. Ma, d’altra parte, neanche la sinistra politica riesce a contestare questo modello.

Se negli anni Ottanta, la stura al dominio del mercato è stata data dalle destre, negli anni Novanta la sinistra di governo è stata vittima di una cattura cognitiva che le ha fatto abbracciare l’idea neoliberale e le ha fatto allevare un golem che tenta di divorare tutto quello che si pone sulla propria strada. Eppure, un’analisi più approfondita avrebbe fatto intuire che quanto propagandato era fumo negli occhi. Solo per fare un esempio, quando Hayek scriveva Legge, legislazione e libertà (poderosa apologia del libero mercato imperniata sui principi della filosofia del diritto), era già noto il lavoro di Galbraith, L’economia e l’interesse pubblico, in cui l’economista americano parlava di un capitalismo dominato dalle tecnostrutture delle grandi corporations. Galbraith illustrava il fenomeno delle porte girevoli che favorivano il processo osmotico tra corporations e governi, nel quale la politica svolgeva un ruolo del tutto subalterno e funzionale alla logica delle tecnostrutture. In sostanza, l’evidenza andava in senso contrario a quel mercato composto da una miriade di attori in concorrenza tra loro, teorizzato dal padre del neoliberalismo novecentesco. Si potrà anche eccepire che il lavoro di Galbraith, essendo del 1974, veniva varato proprio al culmine della fase socialdemocratica del capitalismo, ma sarebbe fin troppo facile rispondere che la tendenza alla concentrazione del capitale è andata aumentando soprattutto nell’attuale fase neoliberale e sembra essere una dinamica interna al modello e una delle cause delle disfunzioni socioeconomiche tipiche del capitalismo finanziario.

È evidente che persino il libero dispiegamento dell’economia ha bisogno del politico che detti il quadro normativo perché il mercato possa funzionare e, alla peggio, impedisca la rivolta sociale quando la polarizzazione delle ricchezze diventa intollerabile. Persino quel modello di turbocapitalismo ha bisogno della politica anche se ne disconosce il ruolo, come ha argomentato Nancy Fraser (Capitalismo. Una conversazione con Rahel Jaeggi).

Oggi che la crisi pandemica incombe, il ruolo della politica è quanto mai importante perché deve contemperare le esigenze della produzione con quelle della salute dei cittadini. Compito difficile in un sistema iperaccelerato che risente di ogni accenno al rallentamento e che è alla mercé della finanza. Ma decenni di disconoscimento del ruolo della politica ne minano la credibilità e l’egemonia e generano rivolte sociali in nome di immaginifiche teorie complottiste. È il trionfo della postverità e del relativismo nell’informazione e nella scienza. La società postideologica è stata salutata con entusiasmo agli inizi del secolo corrente, ma la fine delle ideologie ha lasciato un vuoto desolante, essendo l’esaltazione delle virtù del libero mercato l’unico pensiero consentito. Se l’ideologia rappresentava un’interpretazione della realtà e forniva la chiave per comprendere da quale parte stare senza doversi spendere in complesse elaborazioni, la società postideologica richiede agli individui una continua reinterpretazione della complessità. Il motto «uno vale uno» è la raffigurazione icastica di questa disaggregazione culturale e crea l’illusione che la complessità sia alla portata di tutti. Ma poiché non tutti possono sostenere questo peso, ecco che il mezzo si è sostituito al fine e il mondo dei social network è divenuto l’arena politica in cui tutti pensano di poter contare attraverso la propria esposizione ma, di fatto, non fanno che accrescere un caos sistemico.

È del tutto evidente che la politica deve tornare a esercitare un ruolo preponderante e deve riappropriarsi di quelle prerogative di cui è stata scippata dagli anni Ottanta. Occorre però riflettere in quale contesto debba avvenire tale riappropriazione e a quale modello aspirare. Il modello keynesiano va inquadrato storicamente ed è difficilmente riproducibile al di fuori di quel contesto del dopoguerra in cui si è affermato. Ma soprattutto, come abbiamo visto, non pone soluzione ai due problemi, emergenti e collegati, della crisi ambientale e del divario tra Nord e Sud del mondo.

Oggi il compito da affrontare è quello di demistificare la narrazione che il neoliberalismo ha prodotto negli ultimi quarant’anni. Occorre prioritariamente effettuare un’operazione culturale che ridia il primato alla politica in quanto istanza di gestione delle esigenze collettive, ma rifletta anche su quale debba essere l’agenda delle cose da fare. In sostanza occorre rifondare una Weltanschauung che riporti l’umanità ai valori essenziali e che liberi i comportamenti individuali dalla persuasione occulta della società dei consumi. Bisognerebbe cominciare a porre le condizioni per contraddire quella battuta secondo cui è più facile che finisca il mondo piuttosto che si arrivi a vedere la fine del capitalismo. Una battuta dotata di fin troppo senso per non essere presa sul serio e non generare preoccupazione. Ma prenderla sul serio significherebbe cominciare a pensare a un’uscita dal capitalismo, per come l’abbiamo conosciuto finora: un sistema di potere mascherato da neutralità delle interazioni sociali e una realtà totalizzante che misura tutto in base all’attribuzione di un valore monetario. E per il quale, ad esempio, il lavoro di organizzazioni umanitarie non è catalogabile tra le attività razionali degli individui. La tecnologia e la cultura sviluppati fin qui ci rendono in grado di contraddire un’idea di sviluppo forsennato che rischia di gettarci in un tunnel senza via d’uscita.


Nemmeno le auto elettriche sono pulite…

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Se non fosse per il Covid, si potrebbe pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili. Noi occidentali siamo formidabili nella nostra ignoranza. Noi occidentali, ma in particolare noi cittadini occidentali: viviamo letteralmente fuori dal mondo. Mangiamo la carne o le uova senza sapere o preoccuparci del fatto che gli allevamenti intensivi sono dei campi di concentramento e che contribuiscono al riscaldamento climatico. Vorremmo sempre il cielo sereno senza comprendere che è delle precipitazioni che la Terra ha sempre più bisogno. Il petrolio, il metano, il carbone sono problematici, ma dove sta il problema? Si fa una transizione energetica, si passa alle energie verdi.

Fermiamoci qui, alle energie verdi. Che non seducono solo i politici, ma anche i movimenti verdi tipo i Fridays for Future.

Guillaume Pitron, giornalista e documentarista francese specializzato in geopolitica delle materie prime, ha descritto il viaggio da lui fatto nei cinque continenti per descrivere la vera e propria guerra, per ora senza armi, che si è combattuta e si sta combattendo in questo momento: “La guerra dei metalli rari. Il falso mito della transizione digitale” (https://www.luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-guerra-dei-metalli-rari). Nel libro l’autore conduce il lettore in un viaggio attraverso i processi che vanno dall’estrazione all’utilizzo finale di questi metalli, passando per le difficoltà della loro lavorazione, per la pericolosità che hanno per l’ambiente e per le oscure vicende che portano al controllo delle miniere e dei mezzi di lavorazione. Il quadro che ne emerge è a dir poco inquietante. Inquietanti sono le quantità di rocce che vengono estratte per ricavare i metalli o le terre rare (del resto è già quello che sapevamo avvenire con l’estrazione dell’oro). Inquietante l’inquinamento che l’estrazione comporta e che contamina non solo la terra e le acque, ma altresì coloro che lavorano nelle miniere. Inquietante il fatto che tali metalli e terre siano destinati a finire e non sia ipotizzabile un loro riciclo a costi contenuti.

E, rimanendo sullo stesso piano, ma spostandoci su un altro metallo, che dire del cobalto (impiegato in elettronica e nelle batterie) e della sua estrazione in Congo? Anche qui inquinamento incontrollato e in più lavoro minorile e morti premature: Apple, Dell, Microsoft e Tesla sono alcune aziende citate in causa per morti di bambini alcuni mesi fa davanti alla corte distrettuale di Washington (https://www.lifegate.it/miniere-di-cobalto-congo-causa).

Insomma, non è con uno schiocco di dita che passiamo dallo sviluppo basato sulle energie fossili a quello basato sulle energie rinnovabili. Vogliono farcelo credere, ma non è così. E non sono pulite le auto elettriche o i monopattini elettrici. Il silenzio dei loro motori qui da noi è a costo di scoppi, morti, inquinamenti altrove. Esattamente come accade con il petrolio o il carbone.

Insomma, la narrazione della transizione energetica è buona solo per i gonzi. E magari non ci crede neanche Elon Musk, il patron di Tesla, visto che finanzia missili che vanno su Marte… (https://www.repubblica.it/scienze/2018/02/06/news/space_x_tutto_pronto_per_il_lancio_del_super_razzo-188153868/).


Il mondo si è ingolfato

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Tutte le religioni dell’umanità raccontano di catastrofi epocali e/o punizioni divine, miti escatologici del mondo distrutto e ricreato da cui poi la vita rinasce migliore. Che siano punizioni per l’autoisolamento arrogante di un’etnia o di un gruppo (Torre di Babele, archetipo di tutti i sovranismi) o per un comportamento collettivo sgradito alla divinità (Diluvio universale), o distruzioni e cataclismi cosmici voluti dagli dei per far sorgere un ciclo epocale più giusto o addirittura il crepuscolo delle divinità stesse e conseguente crollo del loro dominio, si tratta comunque di un archetipo ampiamente studiato da storici e antropologi e diffuso dalla letteratura e dall’industria cinematografica. Poi c’è sempre l’avidità umana, incline a scoperchiare il vaso di Pandora…

Non so se questi miti possono aiutarci a comprendere la situazione contemporanea. So per certo che il mondo si è ingolfato e la pandemia è solo la cartina al tornasole che ne mostra guasti e fragilità. La gabbia neoliberista, potenziata dalla rivoluzione elettronica, rivela le sue pulsioni suicide. E sembrerebbe arrivata al capolinea la pretesa di regolare il globo asservendolo a una supposta razionalità del capitale. (Come prova a contrario basterebbe ricordare il tracollo della sanità pubblica, uno dei gioielli dell’Italia repubblicana, sostituita dalla sanità privata, la cui ragion d’essere è quella di aumentare il fatturato, non di diminuirlo guarendoci o accudendo comunque gli incurabili.) Resta saldo per ora il vincolo alla rete elettronica, peraltro fragilissima: esposta a ogni incursione pirata, ormai in grado di spiarci giorno e notte, vicina a sostituire il nostro sistema cerebrale, ma ancora dipendente dal coltan, una miscela di rari minerali, attualmente estratti in condizioni disumane soprattutto in Congo e Ruanda, ma in misura minore presenti anche in Australia e in Sudamerica, senza la quale non avremmo cellulari e computer. Ma in mancanza di una controtendenza sociale e politica è impossibile uscire dalla gabbia.

E qui si crea il circolo vizioso. Innanzi tutto perché la politica, che tradizionalmente era lo strumento sociale per cambiare o modificare e organizzare la realtà, non esiste più, sostituita da un potere finanziario globalizzato non emendabile e, come un macigno su un’ autostrada, ostacolo a eventuali e possibili alternative. Di qui la fine delle mediazioni (ma “uno vale uno” funziona solo per i diritti e i doveri, non per le competenze) e quindi la mediocrità generalizzata. E quando la politica tutta è condizionata globalmente dal regime neoliberista, con dislocazioni planetarie dei capitali e delle attività industriali, la vita sociale diventa sempre più lasca, i governi sono prigionieri del credito e i singoli stati, anche se lo volessero, non sarebbero in grado di fare molto: il capitale globalizzato, come un topo nel formaggio, rode da dentro qualsiasi forma di autonomia. Inoltre, e il circolo si stringe sempre più, le immense ricchezze dei paesi di quello che un tempo chiamavamo Terzo Mondo vengono date in appalto alle società per azioni dei paesi ricchi che possono facilmente corrompere i politici locali. Col conseguente aumento della povertà delle popolazioni. Tutto in nome di uno sviluppo senza fine, ma per privilegiati. I più buoni dicono anche “sostenibile”, ma, come scrive Stefano Righetti in Eco inciviltà (Mucchi editore), “il modello di sviluppo non può darsi per definizione alcun limite, perché l’unico significato ammesso (fino a questo momento) della parola ‘sviluppo’ implica già, fin dalla sua origine moderna, l’impossibilità stessa di un limite.”

Siamo prigionieri di un sistema che crollerà senza ricambio: questa mi sembra la prospettiva. Qualunque progetto politico alternativo senza possibilità di riforma e di controllo del sistema economico, è fatuo o comunque destinato alla subalternità.

L’ennesima conferma è data dal triste destino dei progetti di uscita dalla crisi prodotta dal Coronavirus. Ce ne sono di lungimiranti e realistici: le 33 proposte della Lega Ambiente; il libro a più voci Il mondo che verrà, curato da Daniela Padoan per Interno4 e già segnalato su Volere la luna da Marco Revelli; sempre su questo sito vari articoli, non solo sul Tav. Ma anche in molti siti in rete si sono lette proposte concrete e alternative alla koiné dominante. Ne verbum quidem da parte del governo attuale, delle opposizioni, dei mass media, della pletora di gruppi di studio, task force, comitati…

Io ero ancora al liceo quando Arbasino scriveva lunghi articoli contro le “cattedrali nel deserto” per le quali in Sud Italia si espiantavano agrumeti e ulivi per erigere faraoniche industrie di cui ora non riusciamo a liberarci. Forse per uscire dalla povertà del dopoguerra non si poteva, allora, fare diversamente: non ho comunque competenze sufficienti per esserne certo. Ma le ha Giuseppe De Rita, che da una vita segnala le potenzialità di ricchezza “sana” (paesaggistica, artistica, agricola e gastronomica e quindi anche economica) dell’Italia collinare e montana, a partire da tutta la dorsale appenninica, da Parma all’Aspromonte: l’Italia interna dimenticata a vantaggio di quella costiera e padana. E competenza hanno Antonella Tarpino e Guido Viale, Fabrizio Barca e Tomaso Montanari e Vittorio Emiliani e l’elenco sarebbe ancora lungo. Ma il sistema dell’informazione e la Confindustria preferiscono Vittorio Colao e Mario Draghi, quest’ultimo inopinatamente prediletto da quella Comunione e Liberazione, prima artefice del rovinoso sistema sanitario lombardo. Da parte sua il governo preferisce le adunate a Villa Pamphilij, che anche solo a pagarne le spese si fa una finanziaria. Ma intanto gli italiani diventano sempre più poveri (e vecchi) e i problemi sempre più aggrovigliati. Per anni si sono elevati peana al bluff di Milano, una città prigioniera delle sfilate di moda e delle tavole calde, che rischia una rapida decadenza se, come temo, avranno un seguito gli entusiasmi per lo smart working. Una città che nella sua area Nord in più di cinquant’anni non è riuscita nemmeno a evitare gli allagamenti periodici di strade cantine e auto causati dagli esondamenti di un fiumetto brianzolo già irreggimentato dagli antichi Romani. Mentre il coccolatissimo sindaco Sala, consapevole della mina innescata che in caso di vittoria si troverebbe sotto i piedi, si sta già defilando dalle prossime elezioni comunali.

Alla mia età non ci si fanno più illusioni. Possiamo gingillarci con tanti bei programmi, ma un progetto politico senza realistiche possibilità di governo non ha grandi chances di presa su una società disgregata in un mondo in crisi.

Ci resta il detto spagnolo Mal de todos consuelo de tontos, tanto più lucido e realistico del nostro Mal comune mezzo gaudio. O, più seriamente, la resilienza. Forme di resistenza individuale e di piccoli gruppi, disseminati qua e là, che si mandano segnali di fumo a distanza. Magari ogni tanto si incontrano e si riconoscono, poi si riallontanano: non è molto, ma nell’estraneità che li circonda si sentono meno soli.


Conte bis: per l’ambiente nessun buon segnale

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Io me lo ricordo bene il centrosinistra, i governi Craxi-Andreotti, ad esempio. Il governo Conte bis è un centrosinistra, solo che oggi non si capisce più qual è il centro e qual è la sinistra. Direi che Di Maio ha l’aspetto del perfetto democristiano, pur senza averne la preparazione, ma il PD è pieno di democristiani doc e quindi direi che il M5S è l’equivalente del PSI e il PD della DC. Può essere? Forse. Differenze sostanziali con i programmi del centrosinistra? Diciamo che oggi forzatamente, per via del turbocapitalismo imperante (la locuzione non è mia ma di Diego Fusaro), deve esserci un po’ più di attenzione al sociale. Secondo gli ultimi dati riportati da Il Fatto Quotidiano 16,4 milioni sono a rischio povertà e la forbice fra chi ha e chi non ha è sempre più accentuata. E poi ci sono i migranti, che fuggono per via dei cambiamenti climatici (l’affermazione non è mia, è del CNR: l’80% dei migranti provenienti dall’area del Sahel fuggono per questo motivo.

Per il resto, nessuna differenza. Si spinge sempre l’acceleratore sul pedale dello sviluppo. E se questo non è strano per il PD (Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria, è da sempre schierato a favore di governi DS, PDS, Ulivo, PD che dir si voglia e del resto l’alternativa prima era il bunga bunga e oggi il mojito), appare singolare per il M5S che doveva essere il partito del cambiamento, anche in campo ambientale e territoriale. Ma è bastato andare al governo per piegarsi alle solite lobbies. Vediamo.

Contratto di governo con la Lega (“Contratto di governo per il cambamento”…). In tema ambiente e territorio le uniche affermazioni che si facevano erano che lo sviluppo deve essere sostenibile e che si puntava alla green economy. Sì al terzo valico, revisione (poi non verificatasi) della TAV.

Oggi. Programma di governo col PD, 26 punti. Solo il punto 5) parla di ambiente, per sostenere sempre il totem della green economy, secondo la quale l’Italia esce dai combustibili fossili, ma riempie le campagne di pannelli solari, i crinali di pale eoliche, i corsi d’acqua di captazioni. Solo il punto 6) parla di territorio: «Occorre potenziare le politiche sul dissesto idrogeologico», ma ignora volutamente che un alloggio su due nel sud Italia continua a essere abusivo. Dell’abusivismo meglio non parlare, fa perdere consensi. E infine il divertente punto 19): «Occorre tutelare i beni comuni, come la scuola, l’acqua pubblica, la sanità». Divertente perché il primo dei beni comuni sarebbe la scuola! Non si parla neppure di suolo. Del resto, per chi non lo sapesse, la senatrice Paola Nugnes, che era la prima firmataria della proposta di legge per il consumo zero di suolo, è stata silurata dal Movimento ed è finita nel gruppo misto… Il M5S, pur di restare al potere, ha persino rinunciato a due dei venti punti indicati come irrinunciabili da Di Maio: «Misure per garantire il rispetto degli animali. Contrasto alle violenze e al maltrattamento, tutela della biodiversità e lotta al bracconaggio» (il PD e la Lega sono tradizionalmente i partiti delle doppiette) e «Sostegno ai piani di settore e alle filiere agricole e promozione di pratiche agronomiche e colturali sostenibili e a difesa del suolo».

Tutto il resto del programma del Conte bis parla solo di sviluppo e sociale. Per quanto riguarda le infrastrutture, decisa spinta in avanti: Paola De Micheli (PD) è il nuovo ministro delle Infrastrutture. «Piace ai big del cemento» (Il Fatto). E infatti il programma non parla della fastidiosa analisi costi-benefici né della revoca ai Benetton. Ah, dimenticavo il democristiano Franceschini ai beni culturali: Tomaso Montanari lo qualifica il peggiore che si potesse scegliere.

Insomma, una coalizione con i piedi ben piantati per terra, anzi, nel cemento e nell’asfalto. Mattarella, da buon democristiano, sorride a trentadue denti e dà la sua benedizione. L’Europa e Confindustria festeggiano. La Borsa brinda. E persino l’intellighenzia di sinistra, la stessa che criticava aspramente quel vecchio centrosinistra, è contenta. Si è scongiurato il pericolo della destra al potere. C’è un gioco sulla Settimana Enigmistica, si chiama “Aguzzate la vista”. Vi invita a rilevare le differenze. Usatelo anche qui.


L’aiuto allo sviluppo ai tempi della disuguaglianza

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La scadenza fissata per l’attuazione degli Obiettivi di Sviluppo si avvicina a grandi passi e i Paesi più poveri devono far fronte sia a gravi lacune negli aiuti finanziari, sia alla crescente disuguaglianza economica che ostacola la riduzione della povertà. Gli aiuti internazionali svolgono quindi un ruolo fondamentale e assolvono una doppia missione: combattere la disuguaglianza e la povertà. Ma ciò è possibile soltanto se i donatori dànno priorità agli interessi dei più poveri anziché ai propri. Il presente documento individua dieci princìpi di cruciale importanza per far sì che gli aiuti siano all’altezza della loro doppia missione e chiede ai donatori di agire in fretta per garantire agli SDG una possibilità di successo.

Testo nel sito della Rete dei numeri pari