Israele scende in piazza, ma è una buona notizia solo per metà

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Migliaia di bandiere israeliane, da molte settimane garriscono al vento nelle strade e nelle piazze delle principali città dello Stato ebraico. Non si vedeva nulla di simile da 75 anni, dal giorno della proclamazione dello Stato di Israele stesso. Se non fossimo stati informati dalle televisioni e della stampa della ragione della presenza di tutte queste bandiere nazionali potremmo pensare a una torrenziale manifestazione nazionalista. Invece no, si tratta di una vastissima mobilitazione per la difesa di uno dei principi istitutivi di qualsiasi democrazia, ovvero la separazione e l’indipendenza dei poteri dello Stato. L’opposizione parlamentare al Governo e anche parte rilevante della società civile decisamente sopita da anni e anni, anche quando avrebbe avuto sacrosante ragioni per fare il proprio mestiere, si è risvegliata di colpo quando il Governo ha annunciato, e poi fatto passare, un provvedimento di legge che de facto e de jure sottomette la Corte Suprema all’esecutivo privandola di una titolarità che finora le permetteva di bloccare un’azione del Governo sulla base del principio di “estrema irragionevolezza”.

Come mai questa titolarità dell’Alta Corte era espressa in termini così generici? Il motivo è che lo Stato di Israele non ha una Costituzione e non ha mai pensato di darsela perché i governi potessero avere le mani libere su molte questioni che i politici sionisti ritenevano imprescindibili per i loro obiettivi. Una Costituzione, per esempio, definisce i confini di un territorio nazionale. Lo fa sulla base della propria identità ma soprattutto in rispetto dei principi della legalità internazionale. E sulla base delle risoluzioni dell’ONU, i governi e l’autorità militare israeliane non avrebbero mai potuto perseguire sistematicamente e artatamente la politica di occupazione, colonizzazione, oppressione e segregazione del popolo palestinese.

Chiarito questo punto, ritorniamo alla mobilitazione di questi tempi. La vasta maggioranza della società israeliana non ha mai trovato la motivazione per mobilitarsi di fronte allo scempio dei più elementari diritti umani e neppure per l’assenza del più primario sentimento di rispetto nei confronti dei palestinesi di cui da decenni danno prova le autorità governative e militari dello Stato d’Israele. Solo piccole minoranze hanno lottato con determinazione rivendicando i principi universali di dignità ed eguaglianza a favore dei cittadini palestinesi. Ma non appena Bibi, ha deciso di disgregare la fragile e limitata democrazia israeliana per farne un regime autoritario, pronto a trasformarsi in un Iran degli ebrei israeliani, grazie alla complicità di sedicenti ebrei ortodossi (in realtà fanatici zeloti assetati di potere e agiti da un fanatismo per interessi), apriti cielo, è scoppiato un putiferio. La parte “laica”, secolare e religiosa, ha riscoperto di colpo che la democrazia è un valore su cui hanno sempre pensato che si fondasse il sionismo.

È una buona notizia? Si e no! Si, perché è sempre una buona notizia che vaste parti di un popolo si ribellino alle schifose trame di potere dell’ultimo aspirante autocrate e dei suoi sgherri. Ribellarsi è giusto! Gli ebrei israeliani lo hanno fatto ma solo perché Bibi voleva sottrarre loro una titolarità. E quindi… No, perché il vero veleno che ha reso l’aspirazione democratica dell’Entità sionista velleitaria è stato il processo esponenziale di oppressione dei palestinesi. La perversione del sogno ha avuto inizio con la Nakba ed è proseguito con la metastasi dell’occupazione illegale delle terre palestinesi. Lo aveva preconizzato lo studioso di ebraismo e filosofo Yeshayau Leibowitz, ebreo sionista. Con la visionarietà di un profeta aveva ammonito che se i territori occupati nel ‘67 non fossero stati restituiti immediatamente, il giovane stato ebraico sarebbe precipitato in un regime giudeo-nazista. Per il suo linguaggio provocatorio Leibowitz ebbe molti guai, ma la forza del suo magistero oggi ritrova forza.

I veri nemici della democrazia israeliana si chiamano occupazione, colonizzazione, apartheid e tutte le pratiche di violenza e di sadismo istituzionale, di arbitrio senza limiti che si traducono in decine di migliaia di arresti arbitrari, di leggi senza giustizia, tipiche delle peggiori forme di barbarie, di aggressioni dei coloni israeliani protetti dall’esercito contro i villaggi dei palestinesi (le stesse aggressioni che quando le subivano gli ebrei dalla marmaglia antisemita si chiamavano pogròm). La costellazione di arbitri, violenze, abusi, sopraffazioni che ogni ora subiscono i palestinesi richiederebbe la redazione di un ponderoso volume. La democrazia israeliana non può essere difesa opponendosi a un solo provvedimento di legge ancorché gravissimo, ma deve confrontarsi con una radicale rimessa in questione di tutte le pratiche politiche che l’hanno portata alla degenerazione guidata e voluta da una classe politica accecata dal nazionalismo fanatico e di cui Bibi Netanyahu è il più sinistro e cinico epigono che, per salvare se stesso, sarebbe capace di trascinare Israele nel baratro.


Il ministro Nordio e il populismo penale

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Si definisce off label l’impiego nella pratica clinica di farmaci usati per indicazioni terapeutiche diverse rispetto a quelle per le quali sono stati prodotti e autorizzati. A questa eterogenesi dei fini ci è venuto di pensare quando abbiamo sentito il ministro Nordio ammettere che certo, come lui ha sempre sostenuto e come risulta da tutta una serie di analisi storico-filosofiche, «la severità della pena non ha efficacia di deterrenza, ma può servire come segnale politico». Ad esempio – precisa – «nessuno si illude che aumentando di uno o due anni le pene per gli scafisti il fenomeno possa essere interrotto, ma ha un significato di attenzione politica, significa che la politica, in questo caso il Governo, è particolarmente attento a combattere questo fenomeno pernicioso che è il traffico di esseri umani, e una di queste manifestazioni è appunto la legge penale che viene inasprita; è un segnale politico, più che di intimidazione giudiziaria». In sostanza, il ministro, con apprezzabile trasparenza, ammette che il Governo intende usare la medicina penale non come risposta alla patologia del reato, ma per finalità che non le sarebbero proprie.

Si tratta di strada non percorribile, neppure restando nell’incauto accostamento metaforico che ne abbiamo proposto. L’impiego dei farmaci off label, infatti, deve avvenire nell’interesse del malato ed essere assistito da talune cautele fondamentali: sicurezza per il paziente, consenso informato e responsabilità del medico. Nel nostro caso l’eccesso di rigore punitivo è nell’interesse del “medico” e a danno del “paziente”. La sola idea che alcuni soggetti scontino anni in più di privazione della libertà affinché sia chiara la forte riprovazione dell’esecutivo nei confronti di alcune forme di delinquenza suscita un irrefrenabile trasalimento etico. Beninteso, non si tratta di sbandamenti inediti della politica penale: anche nel passato si è pensato di esibire una muscolarità sanzionatoria (es. sequestro di persona a scopo di estorsione, furti in abitazione o con strappo, omicidio stradale) per ostentare assoluta intransigenza nei confronti di tipologie di reato particolarmente diffuse e generatrici di allarme sociale. Non mi sembra sia mai accaduto, però, che l’improprio obbiettivo si palesasse in modo così esplicito e venisse perseguito con tanta sistematicità. E si ha ragione di temere che questa forma di populismo penale non sarà più praticata solo quando la collettività avrà acquisito la consapevolezza che introdurre una nuova ipotesi di reato o aumentare un numero in una disposizione del codice penale non è una dimostrazione di forza, ma di impotenza. Uno Stato davvero forte è quello che ha meno necessità di ricorrere alla punizione perché ha predisposto le condizioni economiche, amministrative, sociali e culturali che riducono la necessità, l’interesse e la possibilità di delinquere.

Queste folate punitiviste legate alla devianza o alla criminalità à la page, oltre che sicuramente inutili, come correttamente riconosce lo stesso ministro, sono altrettanto sicuramente dannose per il sistema: viene aggravata la risposta sanzionatoria per un reato che in un certo periodo, spesso anche per l’enfasi dei media che funzionano da specchi ustori, determina insicurezza sociale; poi, una volta passata la recrudescenza del fenomeno o, più di frequente, una volta distolto dallo stesso il riflettore mediatico, resta nel sistema questa ipertrofia punitiva che crea scompensi e irragionevoli disparità. Emblematico il caso del sequestro di persona a scopo di estorsione. Come ha sottolineato la Corte costituzionale (sentenza n. 143 del 2021), «a seguito dell’allarme sociale provocato, negli anni Settanta, da numerosi episodi di sequestro di persona per conseguire il riscatto», il minimo della pena comminata per quel reato è passato da otto a venticinque anni, «risultando essere addirittura più elevato – e non di poco – di quello previsto per l’omicidio volontario (punito, nel minimo, con ventuno anni di reclusione)». Con possibili effetti – aggiungiamo noi – perfino criminogeni.

Sarebbe saggio, dunque, abbandonare al più presto la strada della politica penale off label. Un Governo autorevole, e non vanamente autoritario, non digrigna i denti dello spauracchio sanzionatorio per mandare un segnale, ma – dopo aver compiuto ogni sforzo per prevenirli e contrastarli – si dispone ad affrontare i fenomeni criminali con la composta fermezza dello Stato di diritto.

L’articolo è tratto da Avvenire del 30 aprile


Europa e giudici nazionali: la guerra delle Corti

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Lo scontro in atto tra la Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) e la Corte costituzionale polacca ha riacceso, in tutta Europa, i riflettori sulla questione del rapporto tra ordinamento europeo e ordinamenti statali.

Per comprenderne i termini essenziali, occorre anzitutto considerare che, sulla base dei Trattati europei, così come interpretati dalla Cgue, nell’ambito delle materie di competenza dell’Unione europea (Ue) vale il principio fondamentale del primato di tutto il diritto europeo – dagli articoli dei Trattati alle disposizioni amministrative della Commissione, passando per le sentenze della Cgue – su tutto il diritto interno agli Stati con esso configgente, diritto costituzionale incluso. Più precisamente, il primato implica: a) che tutto il diritto europeo che non necessita di norme statali integrative per poter ricevere esecuzione (cosidetto diritto self-executing) crei immediatamente obblighi giuridici in capo ai soggetti pubblici e, in alcune circostanze, anche in capo ai soggetti privati; b) che tutto il diritto europeo non self-executing vada obbligatoriamente recepito all’interno degli ordinamenti statali tramite l’adozione dell’opportuna normativa integrativa; c) che qualunque organo nazionale – ivi compresi giudici e legislatore – vìoli una norma europea self-executing (inclusa una sentenza della Cgue) o non ottemperi all’obbligo di recepire una norma europea non self-executing provoca, a determinate condizioni, la responsabilità dello Stato nei confronti dei singoli lesi nei loro diritti dalla violazione o dal mancato – o inesatto o tardivo – recepimento del diritto europeo.

Tutto ciò – è bene ribadirlo – vale nei limiti delle competenze dell’UE: al di fuori, continua a valere il diritto interno (che quindi, tendenzialmente, non viene annullato, ma solo non applicato nelle materie di competenza UE). E, tuttavia, occorre aggiungere che i limiti delle competenze Ue sono resi flessibili dal fatto che i Trattati definiscono le competenze non per materie, ma per politiche e obiettivi: cosa che ha indotto la Cgue a riconoscere all’UE tutti i poteri necessari a esercitare le proprie competenze, anche se non esplicitati dai Trattati (dottrina dei poteri impliciti), e tutte le ulteriori competenze necessarie a non pregiudicare il perseguimento degli obiettivi posti nei trattati (dottrina dell’effetto utile). Alla stessa Cgue è poi attribuito il compito di determinare l’ambito di applicazione del diritto europeo, interpretandone la portata normativa e decidendone la validità, e, conseguentemente, di decidere quali siano le norme statali che, rientrando nella sfera del diritto europeo, sono destinate a non essere applicate, senza che residui ruolo alcuno per le corti nazionali, nemmeno con riguardo alle norme di rango costituzionale.

Proprio qui, in questa pretesa di escludere le corti costituzionali nazionali da ogni questione rientrante nelle competenze europee, si annidano le cause della tensione che, ciclicamente, contrappone alcune di loro alla Cgue. Un esempio recente è la sentenza del 2020 con cui il Tribunale costituzionale federale tedesco ha giudicato esorbitante dalle competenze Ue il programma finalizzato all’acquisto di titoli di Stato sui mercati secondari da parte della Bce e ha, conseguentemente, negato efficacia alla sentenza del 2018 della Cgue che aveva invece ritenuto rispettate le competenze europee. Un altro esempio è la vicenda polacca di questi giorni, delicatissima perché vertente sulla configurazione dei poteri sanzionatori nei confronti della magistratura, una configurazione che la Cgue ritiene incompatibile con il rispetto dello Stato di diritto, in quanto tale lesiva di un principio fondamentale dell’UE, e che la Corte di Varsavia ritiene, al contrario, estranea alle competenze europee.

Anche la nostra Corte costituzionale è stata protagonista di aspri contrasti con la Cgue. Inizialmente, a causa del fatto che, essendo stati i Trattati europei recepiti con legge ordinaria, attribuiva al diritto europeo rango di legge, rendendolo così abrogabile dalle leggi successive e subordinato alla Costituzione: una posizione che, negando il primato del diritto europeo, ha scatenato uno scontro così duro da essere chiamato, in dottrina, «guerra tra le corti». Di seguito, a causa della teoria dei controlimiti, in base alla quale ritiene che le limitazioni di sovranità consentite dall’art. 11 Costituzione (con cui ha poi riconosciuto copertura costituzionale all’appartenenza dell’Italia all’UE) non possono comunque travolgere i princìpi costituzionali fondamentali e i diritti umani inviolabili, pena l’incostituzionalità della legge di recepimento dei Trattati nella parte in cui dovesse consentire l’ingresso nell’ordinamento italiano di norme europee ostili ai suoi caratteri fondamentali. Una simile eventualità non si è, sinora, mai verificata, ma è stata fatta balenare in un caso in cui la Cgue aveva ritenuto incompatibili con il diritto europeo le norme italiane sulla prescrizione dei reati fiscali, suscitando la reazione della Consulta a tutela della irretroattività del diritto penale in malam partem. In quell’occasione, la Cgue era infine tornata sui suoi passi, ma nulla esclude che un nuovo caso possa ripresentarsi in futuro, anche a causa di una sentenza del 2017 con cui la Corte costituzionale ha affermato la propria competenza a intervenire in tutte le circostanze in cui siano chiamati in causa diritti fondamentali riconosciuti sia dalla Costituzione italiana, sia dalla Carta di Nizza, a prescindere dalla violazione dei controlimiti. La Cgue vorrebbe riservarsi ogni spazio d’intervento, essendo la Carta di Nizza oramai equiparata ai Trattati, ma – comprensibilmente – la Corte costituzionale non intende rinunciare al suo ruolo a tutela dei diritti.

Sullo sfondo, permangono due rilevanti nodi lasciati irrisolti dal processo d’integrazione europea. Il primo riguarda la differenza d’impostazione tra alcune carte costituzionali statali, prioritariamente rivolte alla costruzione dello Stato sociale, e i Trattati europei, prioritariamente rivolti alla costruzione del libero mercato: riconoscere precedenza alle une o agli altri in molti casi può fare la differenza. Il secondo riguarda la progressiva marginalizzazione dal processo d’integrazione europea dei parlamenti, organi esponenziali della rappresentanza democratica, a favore dei giudici comuni e costituzionali, sempre più propensi al dialogo con le corti sovranazionali. Si tratta di due questioni non molto discusse nel dibattito pubblico, ma decisive: al punto che è probabilmente da esse, assai più che dalla limitazione dei poteri del Parlamento europeo, che origina il deficit sociale e democratico che sempre più mina la costruzione dell’Europa unita.


Biden e la strumentalità dei diritti umani

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«Riaffermiamo il principio secondo cui una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere mai combattuta». Questa dichiarazione comune probabilmente è il principale aspetto positivo del vertice di Ginevra fra Biden e Putin. Assieme al ritorno degli ambasciatori, la stabilizzazione del confronto strategico nucleare, con l’annuncio di Biden della volontà di rinnovare per cinque anni New Start, l’accordo di dissuasione sulle armi strategiche, rappresenta una frenata del processo di guerra fredda a cui lo stesso Biden aveva dato un rinnovato impulso dopo il suo avvento alla Casa Bianca. Forse è stato superato il punto più basso nelle relazioni fra Russia e Stati Uniti ma non ci sono state svolte significative e i dossier più spinosi, come l’Ucraina, restano irrisolti, come restano irrisolte le principali questioni internazionali per le quali la collaborazione fra Russia e Stati Uniti sarebbe auspicabile per ristabilire un ordine internazionale pacifico.

Con l’incontro di Ginevra si è conclusa una settimana di straordinario attivismo di Biden in Europa iniziata con il vertice del G7 in Cornovaglia, conclusosi il 13 giugno, passando per il summit della NATO, il 14 giugno, e l’incontro con la Commissione Europea il 15 giugno. In questa girandola di incontri e di questioni discusse fra i principali attori della scena internazionale, l’unica notizia positiva per l’Europa è la fine della guerra commerciale giocatasi intorno alla vicenda Airbus-Boeing. A Bruxelles è stata comunicata la decisione dell’amministrazione americana di sospendere per cinque anni i dazi punitivi che Trump aveva inflitto all’Unione Europea, che – a sua volta – aveva reagito con altri dazi. Nell’intento di contenere l’avanzata commerciale della Cina, gli Stati Uniti si sono resi conto dell’inopportunità di punire i loro alleati europei.    

La vastità delle questioni messe sul tappeto dai vertici del G7, della NATO e di Ginevra, dalla questione dei vaccini, all’esigenza di ricostruzione di un mondo migliore dopo la pandemia, alla lotta ai cambiamenti climatici e alla risposta alle ipotizzate minacce, militari e non, della Russia e della Cina, impone un approfondimento tematico sui singoli argomenti che non può essere effettuato in questa sede. La Costituzione, peraltro, ci ha dato una bussola per orientarci nel nostro rapporto con il resto del mondo, stabilendo che l’asse delle relazioni internazionali deve essere orientato alla costruzione della giustizia (fra le Nazioni) e della pace. Se utilizziamo queste categorie per valutare nel loro complesso gli esiti di questi incontri non possiamo che rimanere delusi. Da questo punto di vista quello che ci colpisce di più è l’uso spregiudicato della retorica dei diritti umani e i falsi peana alle regole dello Stato di diritto. Nei lavori del G7, ma soprattutto nel summit della NATO è stata rilanciata la favola delle democrazie (identificate nei paesi occidentali e nei loro alleati) che intensificano la loro cooperazione per contenere le dittature (identificate nella Russia e nella Cina), a difesa dei diritti e delle regole dello Stato di diritto (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/05/24/e-ufficiale-i-diritti-umani-sono-scaduti/). Nella dichiarazione finale del summit NATO al punto 2 si sottolinea che i Paesi membri del Consiglio atlantico, oltre ad avere assicurato la sicurezza e la libertà a un miliardo di persone «condividono gli stessi valori, che includono la libertà individuale, i diritti umani, la democrazia e i principi dello Stato di diritto». Sarebbe curioso capire come fa la Turchia, che ha le carceri piene di perseguitati politici, inclusi giornalisti, magistrati e avvocati, a condividere questi valori e come ha fatto il presidente Draghi, dopo aver qualificato “dittatore” Erdogan, ad accettare la finzione di includere la Turchia nel contesto delle democrazie impegnate a difendere i presunti valori dell’Occidente contro le dittature. Proseguendo in questa finzione, Biden ha gettato la sua spada sul piatto di una plateale difesa della vita e della libertà di Navalny. Peccato che nello stesso giorno in cui si rivendicavano i diritti di un oppositore russo, è stata resa nota l’esecuzione a Ryad della condanna a morte del giovanissimo Mustafa Darwish, arrestato a 17 anni per aver partecipato a una manifestazione di protesta contro il regime saudita, senza che nessuna democrazia occidentale abbia battuto ciglio.

In realtà l’uso pretestuoso dei diritti umani per legittimare una politica di supremazia non è un’invenzione degli Stati Uniti, ma risale addirittura a Napoleone. Dopo aver sconfitto le truppe dello Stato pontificio, Napoleone Bonaparte concluse il 19 febbraio 1797 un trattato di pace con i plenipotenziari di Papa Pio VI. Con il trattato di Tolentino Napoleone impose al papato la cessione del territorio della Romagna, la consegna di numerose opere d’arte e il pagamento di una somma di 15 milioni di lire tornesi. Il trattato conteneva, inoltre, una clausola sui diritti umani: l’articolo 19 imponeva al papato di rimettere in libertà coloro che fossero «detenuti a motivo delle loro opinioni politiche».

Purtroppo quando gli Stati Uniti alzano nei confronti degli avversari la bandiera dei diritti umani, non è la causa della libertà che stanno servendo ma quella della supremazia.  


Turchia. Il disperato sciopero della fame di Ebru Timtik e Aytaç Ünsal

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Tra il 2017 e il 2019 il regime turco di Erdoğan ha chiuso in carcere oltre 10mila oppositori politici, curdi e sostenitori dell’HDP e ha coperto questa incarcerazione di massa con una cappa di silenzio istituzionale pressoché impenetrabile, rotto solo da appelli internazionali e, all’interno del paese, da disperati scioperi della fame. Nel novembre 2018 questo sciopero si è esteso a oltre 7mila persone, dentro e fuori le carceri. Nel solo 2019 cinque di esse sono morte per il rifiuto del cibo mentre otto detenuti si sono tolti la vita come estremo gesto di protesta (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2019/04/15/turchia-morire-in-cella-per-rompere-lisolamento/). Da tempo in Turchia lo Stato di diritto non esiste più. Ne è stata cancellata anche l’apparenza con la rimozione e la repressione generalizzata anche degli avvocati difensori degli oppositori e dei magistrati ritenuti troppo indipendenti, come documentato dalle testimonianze raccolte in un dossier di Magistrats européens pour la démocratie et les libertés (https://volerelaluna.it/materiali/2019/06/05/la-repressione-dei-magistrati-in-turchia/).

Da ultimo Helin Bölek (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/13/helin-e-la-nostra-disattenzione/) e Ibrahim Gökçek (https://volerelaluna.it/?s=sciopero+della+fame), cantante e bassista del gruppo musicale Group Yorum, sono morti all’esito di un lungo sciopero della fame per rivendicare, a fronte della carcerazione e delle accuse di terrorismo, la loro innocenza e il loro diritto di cantare per la libertà del popolo turco e di tutti i popoli. Le loro morti hanno avuto una notevole eco a livello internazionale ma ciò non ha ridotto la repressione. Ora ad essere in pericolo di vita sono gli avvocati Ebru Timtik e Aytaç Ünsal, che rifiutano il cibo da diversi mesi.

Ebru Timtik e Aytaç Ünsal fanno parte di un gruppo di diciotto avvocati membri dell’Associazione degli avvocati progressisti (Çağdaş Hukukçular Derneği, ÇHD) e dell’ufficio legale del popolo (Halkın Hukuk Bürosu) impegnati nella difesa di oppositori del Governo di Erdoğan. Per questa loro militanza politica e per la loro attività professionale tutti sono stati processati, con l’accusa di appartenenza a una organizzazione terroristica, e condannati a lunghe pene detentive. In particolare Ebru Timtik è stata condannata a 13 anni e 6 mesi e Aytaç Ünsal a 10 anni e 6 mesi di reclusione.

Il processo a cui sono stati sottoposti è stato un processo farsa caratterizzato da ripetute anomalie e dalla violazione delle garanzie minime di difesa. All’inizio del procedimento agli avvocati era stata revocata la custodia cautelare ma i giudici che avevano preso la decisione sono stati rimossi e sostituiti da altri che hanno ripristinato la carcerazione (con evidenti dubbi sulla loro indipendenza e imparzialità); nel corso del processo, poi, sono stati sentiti testimoni di cui non è stata rivelata l’identità, che hanno reso le loro dichiarazioni anziché in aula con un collegamento video che ha reso impossibile la verifica della loro identità e delle condizioni in cui testimoniavano e ha impedito alla difesa un controesame efficace. Inoltre, gli imputati sono stati spesso interrotti nelle loro dichiarazioni ed espulsi dall’aula durante le udienze. Per queste ragioni il presidente della Corte e i giudici sono stati ripetutamente ricusati ma le relative istanze sono sempre state respinte e il processo è proseguito con le stesse modalità, concludendosi il 20 marzo 2019 con la sentenza di condanna. Nell’ottobre 2019 l’appello proposto dagli imputati è stato respinto dalla Corte d’appello regionale di Istanbul. Attualmente è pendente ricorso dinanzi alla Corte suprema.

In questa situazione, nel febbraio di quest’anno, Ebru Timtik e Aytaç Ünsal hanno iniziato uno sciopero della fame di protesta. Il 5 aprile, nella Giornata turca dell’avvocato, poi, hanno annunciato che lo sciopero proseguirà a tempo indeterminato anche fino alla morte. L’astensione dal cibo è tuttora in corso e la loro salute si sta rapidamente deteriorando tanto che ora sono stati ricoverati in ospedale per essere sottoposti ad alimentazione forzata.

L’11 agosto scorso l’associazione Lawyers for Lawyers e altre organizzazioni di giuristi europei hanno lanciato un appello per la liberazione di Ebru Timtik e Aytaç Ünsal e denunciato la situazione in atto ma nulla è cambiato e il rischio di un esito drammatico, simile a quello di Helin Bölek e Ibrahim Gökçek, è elevato e ravvicinato.

Questo esito sarebbe una gravissima sconfitta per l’umanità, lo Stato di diritto e la giustizia. È auspicabile che gli interessi economici e geopolitici non inducano ancora una volta l’Unione europea e i singoli Governi ad assistere in silenzio o con prese di distanza puramente formali.

ULTIMA ORA: Ebru Timtik non ce l’ha fatta. Oggi 28 agosto, dopo 238 giorni di digiuno, è morta. Come  Helin Bölek, come Ibrahim Gökçek e come molti altri oppositori del regime. Che la terra le sia lieve!


Le persone arrestate e le garanzie dello Stato di diritto

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Chiunque, anche l’autore del più grave dei delitti, preso in carico da rappresentanti dello Stato, deve ricevere un trattamento che ne tuteli la dignità e i diritti. Le garanzie previste in uno Stato di diritto non conoscono eccezioni e chi ha il monopolio legale dell’uso della forza non può abusarne in alcun modo. L’articolo 13 della nostra Costituzione fa di queste garanzie l’argine invalicabile posto a tutela delle persone sottoposte a restrizione della libertà.

Anche nei momenti più bui della storia di questo Paese, l’azione della magistratura nelle indagini e nei processi e delle forze dell’ordine in tutti gli interventi a tutela della collettività ha garantito la risposta forte della democrazia, che rimane fedele a se stessa solo con la tenuta delle garanzie e di tutti i principi dello Stato di diritto. È quanto sanno e hanno ribadito nel loro intervento i vertici dell’Arma dei Carabinieri, che hanno stigmatizzato le immagini della persona fermata ammanettata e bendata e la loro diffusione, preannunciando provvedimenti a carico dei responsabili.

È invece preoccupante constatare che, attraverso le parole del Ministro dell’Interno, si banalizzi il rispetto delle garanzie e si finisca per accreditare pericolose distorsioni. E che, ancora una volta, la politica possa trarre motivi di propaganda da una terribile vicenda per indire un grottesco referendum all’insegna del “con chi stare”.

La magistratura sta sempre dalla parte dei valori costituzionali dello Stato di diritto e la giurisdizione deve restare un baluardo insuperabile a difesa dei diritti di tutte le persone e di tutela delle garanzie e dei principi del giusto processo.

Compito di tutta la comunità dei giuristi di questo Paese è quello di far comprendere oggi alla collettività che sul rispetto diritti e delle garanzie si misurano la qualità e l’effettività di un ordinamento democratico.

Roma, 29 luglio 2019


I magistrati: leoni sotto il trono?

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Dopo che le indagini della Procura della Repubblica di Perugia hanno scoperchiato una serie di trame fra magistrati e politici volte a pilotare le nomine di uffici direttivi della magistratura, favorendo magistrati “amici” e ostacolando concorrenti sgraditi, uno psicodramma ha investito il Consiglio superiore della magistratura e tutta la magistratura associata. Un componente dell’organo di autogoverno si è dimesso e altri quattro si sono “autosospesi”. E martedì scorso il plenum ha approvato un documento in cui i consiglieri si dichiarano: «sgomenti ed amareggiati per (…) fatti che gettano grave discredito su un’istituzione che costituisce uno snodo fondamentale nell’architettura costituzionale, a presidio, nell’interesse dei cittadini, dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione, della sua credibilità, della sua autorevolezza» (vedi Buio al CSM, tempesta o temporale).

Se tutti concordano nel denunciare il marcio, il problema è l’interpretazione dei fatti nella loro valenza politica e istituzionale. Il punto di partenza è lo scandalo del “potere diviso”, cioè quello snodo insuperabile di pluralismo istituzionale rappresentato dal sistema di indipendenza del potere giudiziario che, secondo il disegno costituzionale, non può essere assoggettato né condizionato dall’esercizio dei poteri politici di governo, né da nessun altro potere. Il controllo di legalità effettuato da una magistratura indipendente da ogni altro potere è la principale garanzia per la tutela dei diritti fondamentali che la Costituzione riconosce come inviolabili. Il CSM è l’organo deputato a garantire l’indipendenza dei magistrati, attraverso la gestione delle nomine, delle carriere, delle promozioni, dei trasferimenti e delle sanzioni disciplinari.

Fin dall’inizio della storia della Repubblica, l’ordinamento politico non ha accettato lo scandalo del potere diviso e ha cercato di “addomesticare” l’esercizio della giurisdizione. Risale al 1980 il manuale Cencelli nel quale si dava atto che la nomina del Procuratore della Repubblica di Roma, in termini di potere, equivaleva a due ministeri. Condizionare la nomina dei vertici della magistratura è sempre stato un obiettivo perseguito con tenacia dal potere politico, tuttavia in passato non esistevano i telefonini, le telecamere di sorveglianza e i trojan horse per cui non abbiamo saputo nulla delle trame intessute fra politici e magistrati servizievoli per pilotare le nomine.

Non a caso la Procura di Roma fu definita il “porto delle nebbie” perché in essa venivano fatti confluire (anche con trucchi procedurali) processi molto delicati sotto il profilo politico, come quello sullo scandalo della P2, che poi svanivano. Tuttavia all’epoca vi erano degli anticorpi perché le forze politiche d’opposizione erano attestate nella difesa del modello costituzionale. In seguito quando l’ex partito comunista si è avvicinato all’area del potere si è verificata una svolta. Nel suo libro Magistrati, pubblicato nel 2009, Luciano Violante richiama la concezione della magistratura formulata quattro secoli prima dal filosofo inglese Francis Bacon, secondo il quale: «I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono». In altre parole l’esercizio della funzione giudiziaria deve essere reso compatibile con l’esercizio del potere politico sovrano. Non v’è dubbio che il modello di giudice, leone sotto il trono, è quello preferito dal sistema politico. I leoni sotto il trono sono feroci verso chi è sgradito al Sovrano: l’esempio è quello di un PM siciliano che sequestrò la nave di una ONG, contestando al capitano la fantastica accusa di violenza privata nei confronti del Governo italiano per averlo “costretto” ad accettare lo sbarco dei migranti salvati nel Mediterraneo. Però questi leoni si trasformano in cagnolini a fronte degli abusi del Sovrano: l’esempio è quello di un altro pubblico ministero siciliano che, a fronte della condotta di un Ministro che integrava astrattamente gli estremi del reato di sequestro di persona, ha chiesto l’archiviazione al Tribunale di Ministri, invocando – a contrario – la separazione dei poteri. Certamente al leone sotto il trono non verrà mai in mente di mordere la mano del Sovrano.    

Purtroppo questa concezione dei magistrati come “leoni sotto il trono” è presente in ampi settori della magistratura associata, specialmente nelle correnti di destra. Per questo, benché sia riprovevole, non deve stupire più di tanto se emergono vicende che dimostrano la subalternità di alcuni magistrati all’esigenza di spezzoni del potere politico di scegliersi il leone giusto sotto il trono.

L’importante è reagire.

Bisogna evitare che il polverone sollevato da queste vicende sia utilizzato per legittimare una ancor maggiore ingerenza della politica sull’esercizio della giurisdizione, come sta avvenendo in queste ore, visto che il Viminale ha comunicato che metterà “sotto osservazione” i giudici che nelle ultime settimane hanno pronunciato sentenze contro provvedimenti emanati dal Ministero dell’interno (vedi Come ti intimorisco i giudici): che i leoni tornino subito sotto il trono!

I cittadini devono chiedere alla politica di rispettare l’indipendenza della magistratura, i magistrati non devono farsi intimorire dal dossieraggio annunciato da Salvini ma devono riscoprire l’orgoglio della funzione che è stata loro assegnata direttamente dalla Costituzione, quella di garantire, attraverso l’esercizio indipendente del potere giurisdizionale, la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo.


La repressione dei magistrati in Turchia

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In Turchia le politiche di annientamento del popolo kurdo e di ogni forma di opposizione si accompagnano all’abbattimento dell’apparenza stessa dello Stato di diritto e delle sue garanzie, a cominciare dall’esistenza di una magistratura indipendente. Dal tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016, tutti i magistrati e avvocati democratici sono stati destituiti, arrestati, privati dei loro beni, sottoposti a processo senza alcuna garanzia di difesa. Yarsav, la libera associazione dei magistrati, è stata sciolta con un provvedimento amministrativo e il suo presidente, Murat Arslan è stato incarcerato e condannato, nel gennaio 2019, a dieci anni di reclusione. Insignito nel 2017, mentre era detenuto, del premio Vaclav Havel per i Diritti umani, Arslan ha risposto dicendo tra l’altro: «Vi sto parlando da una prigione in un Paese dove lo Stato di diritto è sospeso, che sta andando molto lontano dai valori democratici, dove sono messi in silenzio i dissidenti, i difensori dei diritti umani, i giornalisti, le persone che richiedono pace, le persone che gridano che i loro figli non dovrebbero essere etichettati come terroristi e imprigionati». Della situazione, drammatica e generalizzata, costituiscono impressionante testimonianza centinaia di lettere e messaggi di magistrati e loro congiunti che MEDEL – Magistrats européens pour la démocratie et les libertés (l’associazione europea dei magistrati democratici) ha raccolto in un dossier, diffuso in dodici lingue, che si pubblica di seguito.


Le zone rosse e l’illusione della sicurezza

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Sempre più si rischia di affidare la domanda di sicurezza della collettività a strategie che, senza indagare e prevenire le cause reali dei fenomeni che attentano ai diritti delle persone e alla pacifica convivenza, alimentano la sola illusione di sicurezza, rendendo “non visibile” la presenza dei “soggetti” ritenuti pericolosi.

L’ordinanza del Prefetto di Firenze permette alle forze dell’ordine di allontanare da alcune zone della città, le “zone rosse”, chi è stato denunciato: per percosse (uno schiaffo), lesioni, rissa, spaccio di stupefacenti. Denunciato. E chi ha ricevuto contestazioni relative alle regole del commercio. In pratica i venditori ambulanti.

Questa visione mina le fondamenta dello Stato di diritto, perché limita fortemente la libertà di movimento, solo per essere stati denunciati, non condannati; non è necessario neppure essere comparsi davanti a un giudice. Si crea una categoria di persone che, in quanto destinatarie di una denuncia o di una contestazione amministrativa, a prescindere dall’accertamento di fatti di reato in sede giudiziaria, si considerano “dedite ad attività illegali”.

La risposta alla legittima richiesta di sicurezza della popolazione, anche solo nei termini di “sicurezza percepita”, non può comportare deroghe generalizzate né semplificazioni rispetto all’osservanza di quelli che non sono sterili formalismi, ma garanzie poste a tutela della libertà di tutti, come la riserva di legge e di giurisdizione in materia di limitazione della libertà personale. Diversamente, si rischia un capovolgimento della scala delle fonti normative, con atti amministrativi che prendono il posto della legge e della giurisdizione.

Firenze non è sola, perché anche il Comune di Calolziocorte, in provincia di Lecco, ha individuato altre zone rosse, vietando, questa volta, l’insediamento di centri di accoglienza per immigrati nelle nuove “zone rosse”. Più sincera, in fondo, l’ordinanza di Calolziocorte: il diverso per eccellenza, l’immigrato, non può accedere alla scuola, alla stazione ferroviaria, persino all’ospedale. Del resto, le persone migranti rappresentano la “categoria” per eccellenza portatrice di un’“identità pericolosa”.

Illusorie, queste risposte: la collettività pensa che si raggiunga l’obiettivo, ma non è difficile comprendere che si tratta di soluzioni apparenti, ineffettive, naturale portato di una campagna securitaria permanente, che magnifica le situazioni di disagio e che offre risposte che, anziché risolverle, le rendono strutturali, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

Il messaggio regressivo che si va consolidando nel senso comune per effetto di queste politiche è quello di un concetto di “sicurezza” sempre più lontano dall’idea di sicurezza esistenziale e sociale, prodotta da politiche di solidarietà e di inclusione e dalla garanzia dei diritti sociali per tutti. Il rafforzamento dell’idea di “pubblica sicurezza” nelle forme dell’ordine pubblico e degli inasprimenti punitivi è il portato della propaganda zero tolerance che vale a soddisfare il sentimento diffuso dell’insicurezza sociale, mobilitandolo contro le persone non per quello che fanno, ma per quello che sono, per la loro “diversa” identità.

Sono scelte che accrescono “la solitudine del cittadino globale” e la contrapposizione, dividendo la collettività anziché renderla coesa e solidale. Si allontanano, così, gli obiettivi che davvero garantirebbero la convivenza pacifica: l’inclusione e progetti di coesione sociale, che, dove praticati, hanno consentito l’integrazione e l’effettivo aumento della sicurezza reale.

13 aprile 2019


Giustizia e giustizieri. Il caso del Ministro dell’interno

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Il 5 ottobre 2011, Angelo Peveri, sorprende un ladro, Dorel Jucan, a rubare gasolio da un escavatore presente in uno dei suoi cantieri e lo mette in fuga; tuttavia, il “fuggiasco” torna indietro per recuperare il mezzo con cui era giunto sul luogo e, lì, viene bloccato dall’imprenditore e da un suo dipendente; cosa avviene in quei momenti è ben descritto nella sentenza pronunciata pochi giorni fa dalla Corte di cassazione che conferma la condanna Peveri a quattro anni e sei mesi di reclusione per tentato omicidio: «la vittima, palesemente non armata, dopo essere stata bloccata a terra, è stata ripetutamente percossa, anche con un corpo contundente, nonostante le insistenti e supplichevoli manifestazioni di pentimento, ed è stata colpita da distanza ravvicinata, con un fucile caricato con proiettili ad elevata capacità offensiva, al torace». Quello sparo causa a Jucan – che patteggia, per il tentato furto, 10 mesi di reclusione – una percentuale di invalidità del 55 per cento. Questi i fatti.

La difesa dell’imprenditore, negli otto anni di processo, non ha mai invocato la legittima difesa. Semplicemente perché, nel caso di specie, non di difesa si è trattato. Lo ha fatto, invece, sabato il Ministro dell’interno, Matteo Salvini, recandosi nel carcere di Piacenza a far visita all’uomo: erigendosi lui stesso a giudice, portavoce delle istanze del “popolo” (che ha formulato, attraverso i social, un quarto grado di giudizio), lo ha assolto, invocando la concessione della grazia da parte del Presidente della Repubblica – potere che, peraltro, spetta a quest’ultimo in “collaborazione” con il Ministro della giustizia e non con quello dell’interno – e delegittimando quella magistratura che, lei sì, in nome del popolo e del suo essere soggetta “soltanto alla legge”, ha accertato oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di Peveri.

È una vicenda, questa, che, in un momento in cui è in discussione alla Camera un progetto di legge volto a riformare l’istituto della legittima difesa, impone alcune riflessioni.

In primo luogo, Matteo Salvini (e come lui, altri), invocando sicurezza e paura quali cause giustificatrici di ogni azione privata, spinge ogni volta un po’ più in là quel confine che consente di qualificare la difesa, da parte del singolo, come “legittima”, manipolandone il suo significato più proprio.

In una sorta di paradosso, proprio il soggetto deputato, nel nostro ordinamento, alla tutela dell’ordine pubblico, deresponsabilizza lo Stato, ammettendo (la presunta) incapacità di quest’ultimo di assolvere alla sua funzione originaria. Ogni ordinamento giuridico nasce, infatti, per assicurare ordine e protezione ai consociati; il monopolio della forza in capo all’autorità statale (nei limiti inderogabili fissati dalla legge) è l’unica risposta possibile al quesito hobbesiano di come superare l’insicurezza della guerra di tutti contro tutti propria dello stato di natura. È, pertanto, allo Stato e solo allo Stato che è affidata la difesa (nel senso più lato) dei consociati dalle aggressioni che possono subire. In questo contesto, l’autotutela privata ha una ragion d’essere esclusivamente laddove l’intervento dell’ordinamento si ponga, nel caso concreto, come impossibile: solo in quel caso, il singolo, ingiustamente aggredito, potrà difendersi. Il tutto, con un’azione che, però, è e deve rimanere sottoposta a precisi vincoli; nel nostro Stato, infatti, non può trovare spazio l’idea per cui l’atto privato possa assolvere a una funzione punitiva. Men che meno, può trovare spazio la legittimazione di forme di vendetta privata, quale si è configurata nel caso di Peveri.

La reazione a un’aggressione, quindi, opera solo nei limiti in cui la prima, in un contesto di attualità del pericolo e alla luce di circostanze la cui sussistenza deve essere valutata dalla magistratura, sia proporzionata alla seconda. Tutto ciò è messo in forte dubbio dalla riforma in discussione in Parlamento: essa legittima lo Stato ad arretrare dallo svolgimento di funzioni sue proprie, delegandole ai privati; depotenzia il ruolo dei tribunali, che rischiano di essere trasformati in organi preposti solo a ratificare l’azione di chi abbia reagito a un’offesa, reale o presunta, sulla base della sola prova di una ragionevole (e percepita) paura, a prescindere dalla proporzionalità della risposta; subordina il diritto alla vita – in funzione della cui tutela lo Stato si origina – alla protezione incondizionata del domicilio; sovverte la gerarchia dei valori tutelati dalla Costituzione e da tutte le Carte dei diritti internazionali, prime tra tutte la Convenzione europea dei diritti dell’uomo; riduce la persona e la sua dignità a un bilanciamento con il valore commerciale di altri beni.

Così la sicurezza non è più un bene comune (condizione, questa, essenziale per evitare arbitrii), ma diventa la somma di singole forme di giustizia privata che portano con sé l’insofferenza per il limite. Proprio quel concetto di limite che un Ministro dell’interno e Vice presidente del Consiglio è chiamato a far proprio e a ribadire, in un’ottica di convivenza pacifica tra consociati e sulla base del principio per cui qualunque azione umana deve essere valutata, nella irriducibile complessità dei fatti della vita, alla luce del principio personalistico che fonda la Costituzione repubblicana.

Non è, però, solo questo aspetto a interessare nella vicenda dell’imprenditore piacentino. Matteo Salvini, nell’invocare, in veste istituzionale, la legittima difesa in un caso in cui essa è stata inequivocabilmente esclusa dalla magistratura nel corso di tre gradi di giudizio (senza entrare, invero, mai nel processo), non solo sembra avallare il principio per cui la percezione di pericolo da parte del singolo e la narrazione che questi ne fornisce debba rappresentare l’unico inappellabile metro di giudizio applicabile e da cui può dipendere la vita o la morte di un ladro (tale o presunto che sia); non solo riesce nel gioco di fare apparire il problema della legittima difesa (importante in via di principio, ma quantitativamente modesto nei fatti, come risulta dai dati Censis del 2018) come cardinale per il contrasto alla criminalità; ma, nel farlo, delegittima l’opera di un altro potere, la magistratura, a cui, sola e in piena indipendenza, spettano le decisioni in merito alle modalità e alla durata di una pena detentiva. Opera, Salvini, quale esponente del potere esecutivo, un’invasione di campo nei confronti di quello giudiziario con il dichiarato scopo (coerente con il progetto di riforma in discussione) di marginalizzare la giurisdizione, dipinta, ormai, come insensibile al bisogno di protezione dei cittadini.

Ciò rappresenta un evidente pericolo: mettere in discussione che il processo sia l’unico luogo deputato alla ricerca delle prove e alla ricostruzione dei fatti (l’unico “strumento” attraverso cui si può pervenire all’accertamento delle responsabilità personali, garantendo, al tempo stesso, tanto i diritti degli accusati, quanto quelli delle persone offese) significa rendere più fragile il nostro stesso ordine giuridico. Significa mettere potenzialmente a rischio i diritti di tutti noi. Certamente, più di un ladro che si intrufola in casa nostra.