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Edward Said, preludi alla trappola di Gaza

Gli scritti di Edward Said di 20 anni fa sulla Palestina sono quanto mai attuali. Fin da allora Said denunciava l’impraticabilità, dopo il fallimento degli accordi di Oslo, del progetto di due Stati e l’impossibilità, prodotta dalla politica di Israele, di un solo Stato con parità di diritti per tutti. Le sue analisi non sono state ascoltate e l’acritica adesione dell’Occidente alla narrazione sionista ha portato all’attuale situazione senza sbocchi.

Orientalismo e sionismo per giustificare un genocidio

Ad essere in gioco oggi non è l’esistenza di Israele ma la sopravvivenza del popolo palestinese. Eppure, in Occidente, la realtà viene rovesciata. Così la critica alle politiche di Israele è bollata come antisemitismo, contro cui si coalizzano le estreme destre neo e post fasciste pronte a manifestare contro la barbarie islamica. Con effetti devastanti anche per le nostre culture e la nostra pedagogia democratica.

2024: nuovi venti di guerra da Israele

Che anno sarà il 2024? Fare la pace in Medio Oriente significherebbe fare nascere un vero Stato palestinese sulla porzione di Palestina storica ancora non formalmente israeliana. Ma è un’impresa impossibile senza un impegno dell’Occidente di cui non si vede traccia. Così il rischio è un’estensione del conflitto con una guerra aperta tra Israele e Iran. Le premesse ci sono tutte.

Gaza. La guerra non è contro Hamas, è contro i palestinesi

Il sionismo si è mosso fin dagli albori con l’obiettivo di una nazione ebraica che escluda i palestinesi. Ma la terra non era senza popolo. Gli autoctoni c’erano e ci sono. La “disgrazia” dei palestinesi – o la loro “colpa” – era (ed è) quella di vivere su una terra che è la loro e di non volerla abbandonare. Di qui la loro disumanizzazione e un colonialismo “di insediamento” fondato sulla loro sostituzione.

La Palestina e l’autocensura dei giornalisti

L’Ordine dei giornalisti italiani ha sottoscritto la definizione di antisemitismo adottata dalla International Holocaust Remembrance Alliance, una definizione che, volutamente e incongruamente, fa coincidere l’antisemitismo con la critica alle politiche del Governo di Israele, in particolare nei confronti dei Palestinesi. È un fatto estremamente grave: una sorta di autocensura preventiva che viola il diritto all’informazione.

Metti in Israele…

Israele è scosso dalle manifestazioni contro Netanyahu e c’è chi comincia ad accorgersi che è in atto nel Paese una degenerazione para-fascista e che la compressione dei diritti, un tempo limitata ai palestinesi, oggi si estende a tutti. Si aprono così due possibili scenari: o un impegno diffuso per una rigenerazione culturale e politica dalle fondamenta o un duro (se non addirittura cruento) scontro interno al Paese.

27 gennaio, memoria o celebrazione?

Il “Giorno della Memoria” è stato istituito per ricordare il genocidio di sei milioni di ebrei. Ricordare è un dovere ineludibile ma sempre prestando attenzione all’oggi. Come ebreo io mi sentirò al sicuro solo quando nessuno avrà titolo di opprimere, sfruttare, usare, strumentalizzare, schiavizzare i suoi simili, a cominciare dai palestinesi.

L’antisemita a doppio senso

Nei giorni scorsi Gad Lerner è stato apostrofato con il termine “ebreo”, usato come insulto. È un segnale preoccupante di antisemitismo. Ma un pericolo ancora più insidioso per gli ebrei della diaspora viene dalle politiche del premier israeliano Netanyahu che, per ragioni di potere, legittima i peggiori leader antisemiti.