Tesla approda in Italia? La lezione di Stati Uniti e Svezia

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Stellantis vende lo stabilimento Maserati (ex Bertone) di corso Allamano a Grugliasco, acquistato nel 2009 dall’allora FCA e inaugurato nel 2013. Marchionne salutò l’acquisto della fabbrica come il primo passo di «un’evoluzione senza precedenti per Maserati». La fabbrica aveva occupato fino a 1.400 operai, prima del taglio di personale dell’anno scorso. I 200 operai rimasti risulta saranno impiegati a Mirafiori e l’area, di più di 200.000 metri quadrati, messa in vendita al miglior offerente. Il Comune di Grugliasco riporta sul suo sito la vendita del capannone di 115.000 metri quadri, annunciata da un sito immobiliare. E, giustamente, non intende modificare la destinazione d’uso, che dovrà restare a fini produttivi.

Il segretario della CGIL Piemonte, Giorgio Airaudo, anche in considerazione dell’incertezza dei futuri investimenti di Stellantis, propone agli industriali d’interpellare Elon Musk, amministratore delegato (CEO) di Tesla, e chiedergli di acquistare l’area per realizzarvi uno stabilimento che produca veicoli elettrici: «Sarebbe una grande opportunità per il nostro territorio, per l’innovazione e per l’occupazione. Tesla potrebbe trovare in Piemonte le competenze e le infrastrutture necessarie per il suo sviluppo».

Tesla impiega nel mondo 127.000 lavoratori ed è stata fondata nel 2003. Musk entrò nella maggioranza del capitale nel 2004 e ne divenne CEO. Nel 2017, Tesla era già la principale azienda USA per capitalizzazione e oggi detiene il 60% del mercato dei veicoli elettrici negli Stati Uniti, che produce in quattro stabilimenti. Ha fabbriche anche a Shanghai e vicino a Berlino. Impianti ipertecnologici, propulsori della transizione ai veicoli elettrici e alle auto a guida autonoma.

Come hanno raccontato diversi articoli e rapporti usciti negli USA in questi anni, Tesla è oggetto di azioni legali, controlli governativi e critiche dei media in merito a violazioni dei diritti di chi ci lavora. Musk è spesso protagonista di dichiarazioni fuori dalle righe; dichiaratosi «progressista sulle tematiche sociali», nel 2015 era uno dei maggiori finanziatori del Partito democratico ma è risolutamente contro il sindacato. Nella sua fabbrica di Fremont (California) ci sono stati almeno tre casi significativi di violazioni dei diritti. Nel 2021 alcune operaie hanno denunciato continue molestie sessuali che potevano avere origine, secondo le ricorrenti, anche nei suoi atteggiamenti pubblici verso le donne. La causa sarà discussa in Tribunale. Dal 2014 al 2018, la stessa fabbrica ha registrato un numero di violazioni, rilevate dall’Agenzia federale per la salute e la sicurezza nei posti di lavoro, tre volte superiore rispetto ai dieci più grandi stabilimenti automobilistici statunitensi messi insieme. Un’indagine del podcast Reveal ha affermato che Tesla «non ha segnalato alcuni dei suoi infortuni gravi nei rapporti legalmente obbligatori», onde minimizzare il numero di infortuni. Nel 2022 il Dipartimento per i diritti civili della California ha intentato una causa sostenendo la presenza in fabbrica di «un modello di molestie e pregiudizi razziali». Queste ultime azioni sono affrontate in via extragiudiziale, come prevede l’impegno assunto al momento dell’assunzione. Inoltre l’azienda è stata più volte richiamata dall’agenzia federale per la tutela dei diritti sindacali, NLRB, per aver ostacolato i legittimi tentativi dei e delle dipendenti di organizzare un sindacato.

Due sindacati, United Auto Workers in California e Workers United a New York, hanno cercato finora senza successo di sindacalizzare i lavoratori. Sull’argomento, nel 2018 Musk aveva twittato: «Niente impedisce al team Tesla del nostro stabilimento automobilistico di votare per il Sindacato. Potrebbero farlo se lo volessero. Ma perché pagare le quote sindacali e rinunciare alle stock option per niente?». Nel caso che Musk intendesse affermare che potranno usufruire di tali opzioni solo coloro che non aderiscano a un sindacato, è stata opportuna l’ordinanza del NLRB, che ha chiesto di smentire la sua affermazione antisindacale. Cosa che l’azienda non ha fatto. Nel giugno 2022, un rapporto dell’agenzia di stampa CNBC ha rilevato che dal 2017 al 2018 Tesla ha pagato la società di pubbliche relazioni MikeWorldWide per monitorare un gruppo Facebook del proprio personale creato per condurre ricerche sull’attività di organizzazione sindacale. Nel febbraio 2023, a Buffalo lavoratori e lavoratrici di Tesla hanno annunciato l’inizio della procedura di sindacalizzazione con Workers United (affiliato al sindacato siderurgico United Steelworkers). Il giorno seguente hanno presentato una denuncia al NLRB per il licenziamento di trentasette dipendenti che partecipavano al tentativo di sindacalizzazione.

Musk non si occupa solo di veicoli elettrici. Il suo ego sterminato tracima nello spazio. È impegnato infatti nella corsa per arrivare per primo su Marte. Un’indagine di Reuters ha rilevato che, a partire dal 2014, sono avvenuti oltre seicento infortuni sul lavoro all’interno di SpaceX, la sua impresa aerospaziale.

E in Europa come si comporta Tesla? In Svezia, uno dei paesi con il più alto tasso di sindacalizzazione del mondo, il 27 ottobre circa 130 dipendenti, iscrittɜ alla Federazione dei metalmeccanici (IF Metall), sono scesɜ in sciopero in sette dei comuni in cui si trovano le officine Tesla; pochi giorni dopo, lo sciopero si è esteso ad altre quattro officine. È la prima volta nel mondo che Tesla deve fronteggiare una lotta sindacale e certo al suo gruppo dirigente deve sembrare incredibile che in Svezia non sia apprezzata la cornucopia offerta insieme al contratto di assunzione: Welfare aziendale, sconti sull’acquisto dei veicoli, stock options. Manca però ciò che il movimento operaio svedese ritiene fondamentale: il contratto collettivo; un’assenza che dovrebbe far riflettere chi ripone in Musk la speranza di creare occupazione: a che prezzo? Lo sciopero in Svezia sta mostrando con grande chiarezza quale sia il modello di relazioni sindacali che Tesla vuole stabilire anche in Europa.

L’azienda ha effettuato una mappatura dell’appartenenza al sindacato del personale, minacciando di licenziamento chi intendeva aderire, e si è immediatamente attivata per trovare crumirɜ. Sul piano dei contenuti, Tesla Svezia ha risposto che i suoi contratti sono almeno equivalenti, se non migliori, del contratto collettivo. Non è di questo avviso Susanna Gideonsson, la segretaria generale della Confederazione nazionale del lavoro svedese (LO): «Non ci tireremo indietro», ha detto. E se Tesla dovesse lasciare la Svezia, chiedono i portavoce del fronte imprenditoriale? Pur augurandosi che non si arrivi a tanto, la segretaria generale risponde: «L’alternativa è che tutte le aziende del settore nella stessa situazione rifiutino di firmare il contratto collettivo […]. In Svezia ci ritroveremmo con un altro modello, sarebbe tutto da rifare». A IF Metall sono arrivati diversi attestati di solidarietà. La Federazione dei portuali ha annunciato che nei quattro maggiori porti commerciali della Svezia non saranno più scaricati i veicoli Tesla; la Federazione dei decoratori si asterrà dal verniciarli. La segretaria della Federazione dei e delle dipendenti delle comunicazioni, Gabriella Lavecchia, comunicando il blocco delle spedizioni dei componenti auto alle officine del gruppo, ha dichiarato: «Tesla e il suo proprietario, Elon Musk, si rifiutano di firmare un accordo collettivo e di seguire le regole del gioco in vigore nel mercato del lavoro svedese; la lotta di IF Metall è anche la nostra lotta. Rifiutandosi di sottostare alle regole del gioco in Svezia, Tesla tenta di procurarsi un vantaggio competitivo con dei livelli salariali e delle condizioni di lavoro peggiori di quelli che varrebbero con un contratto collettivo. Questo è totalmente inaccettabile».

Dopo un primo incontro fra le parti, rivelatosi del tutto inutile perché Tesla Svezia ha semplicemente confermato che non intende siglare alcun accordo collettivo perché la decisione può essere presa solo dalla casa madre, c’è stato un secondo incontro, da cui le parti sono uscite con l’accordo di rivedersi il 6 novembre. In quest’ultima occasione l’azienda non ha accettato alcuna riconvocazione. Mentre lo sciopero, entrato nella sua terza settimana, si allarga ad altre officine e altre federazioni, IF Metall ha annunciato il 13 novembre una decisione che fa capire quali siano le sue previsioni rispetto alla durata e alla rilevanza dello scontro: l’indennità di sciopero, che è corrisposta dal sindacato ai propri membri ed equivale mediamente all’80% dello stipendio, per chi lotta contro Tesla è innalzata dal 100% previsto fino ad ora (quindi già più alta del normale) addirittura al 130%; in altre parole, chi aderisce allo sciopero prenderà più di quello che guadagnerebbe con lo stipendio.

Nel frattempo, il malcontento verso lo stile di Musk si allarga alla Germania, dove moltɜ dipendenti dello stabilimento di Grunheide (vicino a Berlino) si lamentano delle condizioni di lavoro e del clima antisindacale. Un dirigente di IG Metall, Dirk Schulze, ha espresso la solidarietà della sua organizzazione al sindacato metalmeccanico svedese, dicendosi fiducioso sulle prospettive di mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori di Tesla, in Europa come negli USA. Qui il sindacato United Auto Workers, reduce dal rinnovo dei contratti di lavoro dei e delle 146.000 dipendenti degli stabilimenti delle tre grandi dell’auto (General Motors, Ford e Stellantis), ha annunciato che Tesla sarà uno dei prossimi obiettivi di sindacalizzazione. Anche il presidente degli USA, Biden, parlando il 9 novembre presso lo stabilimento Stellantis di Belvidere (Illinois), che sarà riaperto come ottenuto nel recente rinnovo contrattuale, ha auspicato la sindacalizzazione di Tesla (e di Toyota).

Si direbbe che sia tempo, considerato che viviamo in un sistema capitalistico, che Tesla perda il vantaggio economico, in disprezzo dell’onesta concorrenza, di non dover trattare collettivamente i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. La possibilità cioè di pagarlɜ in modo assai inferiore a quellɜ delle aziende sindacalizzate. Come afferma Christopher Nolan su The Guardian: «Nemmeno Musk può nascondersi per sempre dal movimento operaio. Che è in giro da molto più tempo di lui».

Sempre attendendo le opinioni di Musk sull’acquisto dell’area ex Maserati di Grugliasco, facciamo gli auguri a Tesla per il suo vaticinato arrivo in Italia. Che comporterebbe, sì, l’avvio di una produzione green e della relativa occupazione, ma a che prezzo per chi ci lavora? Non è questa la strada per una conversione ecologica che vada di pari passo con la giustizia sociale. Con Musk si aprirebbe inevitabilmente una bella sfida fra la tradizione italiana ed europea delle lotte e dei diritti sindacali e quella “made in USA”, pervicacemente antisindacale. Evidentemente faremo il tifo per la prima.


Messico: una riforma del lavoro per uscire dallo sfruttamento

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In Messico dal 2019 è stata introdotta una “reforma laboral” (riforma del lavoro) che, insieme al T-Mec (il nuovo accordo di libero scambio tra Canada, Usa e Messico), introduce una maggior attenzione ai diritti dei lavoratori e un nuovo modello di rappresentanza. Per capire il senso dell’operazione occorre non perdere di vista il contesto.

Le ultime elezioni sono state vinte da Andrés Manuel Lopéz Obrador, definito dai media un populista di sinistra, con il suo movimento politico Morena, dopo un dominio pressoché centenario del Pri (Partido revolucionario istitucional), con una breve parentesi del Pan (di destra). Il Messico, che ha una popolazione di 130 milioni di abitanti, è il paese dei cartelli dei narcos, che controllano “militarmente” e ferocemente buona parte del paese e che dalla droga hanno allargato i loro interessi al traffico di migranti verso gli Usa: più in generale controllano una parte importante dell’economia, con un sistema di corruzione che è arrivato ai massimi vertici dello Stato. Dal 2006 vi sono stati almeno 350mila morti per la violenza diffusa, oltre a 100mila scomparsi. L’anno scorso, la media è stata di 94 morti al giorno. Il Messico è anche la nazione in cui vengono uccisi più giornalisti. Il paese ha una struttura economica fortemente integrata con Usa e Canada, verso cui è destinato oltre l’80% della produzione industriale, a partire dall’automotive: tutti i principali costruttori di auto – asiatici ed europei compresi – hanno impiantato qui grandi fabbriche, soprattutto vicino al confine con gli Stati Uniti, la cosiddetta Frontera. Il Messico è il quinto esportatore mondiale di componenti per l’automotive, e il settimo produttore di auto, subito dietro la Germania, con oltre 3 milioni di veicoli (4 volte l’Italia!). Ma soprattutto i salari messicani – i più bassi dell’America latina – sono tra un decimo e un tredicesimo di quelli degli Stati Uniti. Inoltre il 40% del lavoro è “informale”, cioè in nero.

Per inquadrare la situazione degli ultimi anni occorre ricordare che Trump ha vinto le elezioni nel 2017 anche con la promessa di riportare negli Usa lavoro dal Messico, e una delle strade è alzare gli stipendi degli operai messicani: per questo si è generato un circolo virtuoso tra Trump, i democratici, i sindacati statunitensi e il “nuovo Messico” di Obrador, il quale aveva messo al centro del proprio programma la crescita dei diritti e dei salari delle lavoratrici e dei lavoratori, puntando in questo modo a ridurre l’emigrazione verso gli Usa, altro tema caro a Trump. Già oggi il grosso dei migranti che cerca di entrare negli Usa – spesso con vere e proprie carovane di migliaia di persone – attraversa il Messico ma proviene dai paesi del Centroamerica.

Come nel Paese è esistito finora una sorta di partito unico, così è stato a livello sindacale con la CTM (Central de Trabajadores de Mexico), moderata, filopadronale e spesso corrotta, se non addirittura infiltrata dai cartelli. Con qualche storica eccezione, come i portuali e i mineros (minatori), il cui leader, prima della vittoria di Obrador, era in esilio in Canada e oggi presiede la Comission laboral. In Messico si parla di contratti di “protezione”, che spesso i lavoratori neanche conoscono e sono fatti a protezione, appunto, degli interessi padronali. Per mettere in discussione questo sistema sono nati sindacati indipendenti, sostenuti, a livello internazionale, soprattutto da IndustriAll e dall’Afl-Cio americana: questo processo è partito in mezzo a mille difficoltà – dalla violenza ai licenziamenti – e un caso emblematico ha riguardato la Teksid (gruppo Fiat-Chrysler), dove c’e stato un conflitto durato otto anni, con licenziamenti di massa e violenze, un presidio di quattro anni ai cancelli e dove la vittoria alle elezioni dei mineros non è stata riconosciuta fino all’arrivo della reforma laboral, grazie alla quale di recente la vertenza è stata positivamente risolta con il passaggio della titolarità contrattuale dalla CTM ai mineros e la riassunzione e l’indennizzo dei lavoratori a suo tempo licenziati.

La “reforma laboral” prevede in sostanza la certificazione, entro la metà del 2023, dei contratti aziendali attraverso il voto dei lavoratori. Se il contratto viene bocciato la titolarità a concluderne uno nuovo passa da chi l’aveva contrattato fino a quel momento (in genere la CTM) a chi l’ha contestato (quasi sempre sindacati indipendenti): negli ultimi mesi di grande rilevanza è stato il referendum che ha decretato la bocciatura del contratto aziendale tra gli 8 mila lavoratori della General Motors di Silao. A questo meccanismo se ne aggiunge un altro, frutto del T-Mec, detto “risposta rapida”: se viene contestato un comportamento antisindacale e lesivo dei diritti dei lavoratori, un organismo “abbastanza” indipendente entro tre mesi deve accertarne l’esistenza. In tal caso l’azienda, se non si adegua, ricade in una serie di sanzioni da parte di Usa e Canada per le attività di esportazione. Questo inedito contesto ha dato una spinta enorme a una nuova sindacalizzazione, sostenuta materialmente da Centri di solidarietà finanziati soprattutto dai sindacati americani, come quello che ha organizzato un recente convegno presso l’Università di Queretaro con la partecipazione di esponenti sindacali di molti paesi (tra cui l’Italia). Non secondario è il ruolo delle Università: il Centro laboral dell’Università di Queretaro, inaugurato all’inizio del convegno, ha tra i promotori l’analogo Labour Center dell’Ucla di Los Angeles, la più grande Università della California.

Ovviamente i problemi sono e restano enormi. I sindacati indipendenti nascono in modo disordinato, nelle aziende dove si fanno i referendum non hanno agibilità (e dov’è possibile si ricorre a osservatori esterni, addirittura internazionali, come nel caso della General Motors), le forme di coordinamento sono ancora embrionali, crescono nuove esperienze di militanza ma senza forti sponde politiche a livelli locale. Il 2023 è dietro l’angolo e ad oggi, su migliaia di potenziali referendum, se ne sono tenuti solo alcune centinaia. Quel che colpisce però è l’entusiasmo che accompagna questo processo, l’atteggiamento positivo di un nuovo sindacalismo di classe, in un punto strategico dei processi di globalizzazione, che parla anche a noi.

Ad ogni latitudine un sindacato senza democrazia è destinato a burocratizzarsi e a cercare legittimazione più dai poteri economici e istituzionali che non dai lavoratori che dovrebbe rappresentare. Anche per difendere i diritti dei lavoratori delle nazioni più ricche, è fondamentale sostenere le lotte e migliorare le condizioni di quelli che vivono nei paesi dove negli ultimi decenni si è spostata una parte importante delle produzione industriale e anche di molti servizi (come i call center). Per questo, dopo qualche anno, sono tornato molto volentieri in Messico. E ho considerato un onore rappresentare, in passato la Fiom, e oggi la Cgil al Forum Internazionale sul futuro del movimento dei lavoratori in Messico, a tre anni dalla “reforma laboral”.


Conflitto sindacale e iniziative giudiziarie: un ritorno al 1922?

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1.

Mercoledì 3 agosto, in una Bologna calda e assolata, si è tenuta avanti al Tribunale del riesame l’udienza per l’annullamento delle misure cautelari applicate dal Tribunale di Piacenza a quattro sindacalisti del Si Cobas e a due dell’USB. La discussione è durata quasi cinque ore ed è stata per tutto il tempo accompagnata da cori e slogan del numeroso e partecipato presidio indetto dal Si Cobas davanti alla sede del Tribunale, a dimostrazione che c’è una comunità operaia che non accetta che si definisca il proprio sindacato un’associazione per delinquere e i suoi dirigenti dei criminali. Venerdì 5 agosto il Tribunale bolognese ha accolto quasi integralmente le richieste delle difese, annullando l’ordinanza applicativa nella parte in cui riconosceva la sussistenza di due associazioni per delinquere e applicava ai sei sindacalisti la misura degli arresti domiciliari.
Il contesto in cui si colloca la vicenda giudiziaria è stato ampiamente analizzato dai giornali e da numerosi articoli usciti su riviste o siti web. Tra i tanti, vale la pena di segnalare almeno quelli di Giovanni Iozzoli (https://www.carmillaonline.com/2022/07/22/fronte-dellinterporto/) e di Francesco Massimo e Alberto Violante (https://jacobinitalia.it/dallo-statuto-dei-lavoratori-allo-statuto-albertino/), che spiegano come quello della logistica sia divenuto negli anni uno dei settori economici avanzati del capitalismo internazionale, caratterizzato da grande sfruttamento della forza lavoro, bassi compensi, lavoro in nero, evasione fiscale e contributiva, operazioni di riciclaggio di denaro sporco. La situazione è andata progressivamente migliorando grazie alle lotte avviate negli ultimi 10-12 mesi dai sindacati di base, vertenze aspre, spesso con seguiti giudiziari, caratterizzate in più occasioni da aggressioni ai lavoratori da parte di squadracce di picchiatori foraggiati dal padronato o da sfondamento dei picchetti da parte di camionisti, che hanno provocato a Piacenza e Novara la morte di due lavoratori, Abd Elsalam Ahmed Eldanf, nel 2016, e Adil Belakhdim, nel 2021.
Qui vorrei occuparmi, in prosecuzione del lavoro di analisi di provvedimenti giudiziari emessi per fatti legati alla conflittualità sociale (https://volerelaluna.it/talpe/2019/08/13/repressione-giudiziaria-e-movimenti/), dell’ordinanza applicativa con cui il Giudice del Tribunale di Piacenza ha originariamente applicato le misure cautelari.

2.

Come sempre più spesso capita, lo sviluppo argomentativo contenuto nel provvedimento ricalca esattamente quello della richiesta della Procura di Piacenza. Cambiano l’ordine delle questioni trattate e alcuni riferimenti giurisprudenziali, ma l’impianto e il contenuto delle valutazioni espresse da GIP e PM è immediatamente sovrapponibile, a dimostrazione, a seconda dei punti di vista, o di una scarsa autonomia di valutazione del primo o di una straordinaria coincidenza di vedute. Fa difetto nell’ordinanza solo quel surplus di polemica che traspare dall’atto della Procura, indicativo di un’ostilità e di una tensione emotiva non molto in sintonia con il ruolo di imparzialità, che si ricava dai connotati pubblicistici che il codice di rito ritaglia sulla figura del magistrato inquirente. In alcuni passaggi della corposa richiesta di 400 pagine del PM, si trovano, infatti, affermazioni che stupisce incontrare in un provvedimento giudiziario. Ad esempio, la legittima protesta verbale diffusa con un video da uno degli indagati (arrestato e poi scarcerato dal Tribunale del riesame di Bologna circa un anno fa, per un’altra inchiesta della Procura piacentina) viene definita una «minaccia da strada sguaiata e aggressiva», espressa oltretutto da un soggetto che avrebbe la pretesa di porsi «sullo stesso piano degli uomini dello Stato che garantiscono la legalità», oppure le manifestazioni di solidarietà con arrestati appartenenti al sindacato vengono qualificate come «aggressioni a soggetti istituzionali, come la stessa magistratura» a cui parteciperebbero soggetti «strumentalizzati» che, ovviamente, agiscono «nella più totale ignoranza dei fatti e della realtà».

3.

Il lungo capo di imputazione relativo al reato associativo contestato ai sindacalisti del Si COBAS (quasi un racconto breve) fa inizialmente riferimento a reati commessi nel corso delle manifestazioni sindacali (picchetti, blocchi stradali ecc.), per poi concentrarsi sulla rivalità/dissidio con l’USB e sulla volontà di imporsi come organizzazione maggioritaria nel comparto delle logistica, descrivendo infine ulteriori attività poste in essere dallo stesso sindacato «per alimentare il conflitto all’interno dei magazzini […] allo scopo di acquisire e implementare i consensi dei lavoratori».
Nell’evidente impossibilità, nell’anno di grazia 2022 (e non 1922), di prospettare un’equazione per cui un sindacato può essere considerato un’associazione per delinquere, gli inquirenti hanno messo in campo un meccanismo esegetico che suona più o meno così: dietro lo schermo dell’attività sindacale lecita, si sarebbe formata un’associazione per delinquere che avrebbe operato come gruppo di potere per finalità proprie, anche di lucro e di tutela dei propri iscritti, incrementando ad arte la conflittualità con la controparte padronale al fine di ottenere continue concessioni, «anche indebite contrattualmente», maggiori iscrizioni al proprio sindacato e beneficiare di somme di denaro derivanti dai tesseramenti e dalle conciliazioni. Si tratta di uno schema – quello del nucleo criminale costituitosi all’interno di un’associazione lecita – già visto all’opera di recente anche a Torino nel procedimento contro gli appartenenti ad Askatasuna (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/07/13/costruire-il-nemico-askatasuna-i-no-tav-il-conflitto-sociale/). La particolarità del caso in esame è che esso si appoggia costantemente a giudizi di valore, in misura che appare inconsueta per un provvedimento emesso da un Tribunale. Il GIP – ma, con ben altra foga argomentativa, la Procura prima di lui – arricchisce le proprie osservazioni con valutazioni cariche di disprezzo verso i sindacati di base, incaricandosi addirittura, facendosi storico, di distinguere un periodo “buono” delle vertenze sindacali del Si COBAS, che precede il 2014, da uno cattivo successivo a tale data (tanto da spingere, a sua volta, la Procura a sostenere, una sua trasformazione da «forza rivoluzionaria in potere consolidato»), poi ulteriormente peggiorato dal 2016 con la “sfida” dell’altra organizzazione, la USB.
Ora, nell’ambito delle decisioni giudiziarie la sensibilità valoriale del singolo magistrato dovrebbe avere un ruolo residuale. L’ermeneutica contemporanea ci ha però insegnato che nell’ambito di tutti processi cognitivi la propria pre-comprensione del mondo esercita un ruolo fondamentale. Dunque, non si può ingenuamente pretendere che il magistrato non sia influenzato, ferma restando la sua soggezione alla legge, dalle proprie convinzioni. Nel nostro caso, però, ciò che stupisce non è tanto l’esternazione di un proprio punto di vista ben definito da parte degli inquirenti e del GIP, quanto il fatto che emerga tra le pagine dell’ordinanza un’idea pre-moderna del rapporto tra diritto e morale, una concezione che si può definire, citando Luigi Ferrajoli, «ontologico-etica o naturalistica del reato come male quia peccatum e non solo quia prohibitum».
Per esemplificare, in più passaggi l’ordinanza stigmatizza l’utilizzo come semplici «pedine» dei lavoratori da parte del sindacato, i rallentamenti che definisce «pretestuosi» dell’attività lavorativa, l’alimentazione da parte dei dirigenti di «reti clientelari». Si tratta in larga parte di mere illazioni o di giudizi profondamente parziali e non corrispondenti alla realtà, che interpretano comportamenti tipici del sindacato alla luce del teorema accusatorio di partenza, con un curioso ribaltamento del meccanismo di valutazione probatoria e di ricostruzione causale dell’accaduto. Tali comportamenti o costituiscono fatti di rilievo penale, e come tali, allora, vanno contestati e perseguiti, o sono invece critiche, censure che poco hanno a che fare con un provvedimento giudiziario. Il paradosso è invece che, tra tutti i reati scopo dell’associazione contestati nei 143 capi di incolpazione successivi a quelli relativi ai reati associativi, non ve n’è uno che riguardi reati a sfondo patrimoniale, illeciti arricchimenti, malversazioni a danno dei lavoratori o quant’altro. Ne consegue che tutte le argomentazioni aventi a oggetto tali questioni, disseminate nel corso dell’ordinanza (radicalmente contestate, va detto, da tutti gli indagati), rimandano a condotte del tutto lecite e al più deprecabili, dal punto di vista del giudice e degli inquirenti, sul piano del costume o della morale.
In realtà, quelle che l’ordinanza definisce attività svolte per indebite ragioni del sodalizio criminoso, che nulla hanno a che fare con la gestione dell’attività sindacale, appaiono, come hanno spiegato dettagliatamente gli indagati nelle loro spontanee dichiarazioni rese nel corso degli interrogatori di garanzia, condotte connesse al funzionamento effettivo di ogni sindacato; valgano come esempio i finanziamenti attraverso il tesseramento e le conciliazione o la tutela della posizione lavorativa dei propri iscritti, finanche la concorrenza con altre compagini sindacali per ottenere più aderenti. Stesso discorso vale per le concessioni strappate ai datori di lavoro, presentate dagli inquirenti quasi che si trattasse di attività di tipo estorsivo, come se uno dei compiti principali di un sindacato non fosse proprio quello di organizzare dei conflitti collettivi e costruire delle vertenze per strappare alle multinazionali del settore migliori condizioni di lavoro e di vita. Nel capo di imputazione si arriva a stigmatizzare la volontà del Si COBAS di «imporsi alla proprietà anche per le scelte a questa squisitamente riservate, come appunto l’organizzazione del lavoro», dimostrando una volta di più un’idea delle relazioni sindacali non solo obsoleta, quanto soprattutto di stampo padronale.
L’asserito ruolo di coordinamento criminale di un dirigente del sindacato viene richiamato nell’ordinanza con una citazione, che il giudice definisce «eloquente», delle dichiarazioni rese dall’amministratore delegato di Ikea Italia, secondo cui il sindacalista gli chiese di adoperarsi per il reintegro di alcuni lavoratori licenziati da alcune cooperative appaltatrici per ragioni disciplinari, promettendo a sua volta lo sblocco di un’attività di picchettaggio. Insomma, ciò che sconcerta il GIP è che un sindacato faccia il sindacato, che si occupi, cioè, della tutela degli operai.

4.

L’ordinanza individua poi un ulteriore elemento sintomatico dell’esistenza di una struttura associativa nella cosiddetta “cassa di resistenza”, alimentata dalle conciliazioni, dalle affiliazioni al sindacato e perfino da versamenti fatti per pagare le spese di un processo istruito in passato contro il dirigente del Si COBAS Aldo Milani, poi assolto con sentenza definitiva. Qui la parzialità della ricostruzione si mescola all’inconsapevolezza. Tutti i sindacati, i movimenti sociali, ma anche molte associazioni da sempre vantano casse di resistenza con cui far fronte alle spese, specie per gli aderenti colpiti dalla “repressione”. Funziona così da un paio di secoli. La storia del movimento operaio e delle sue tante diverse declinazioni è sempre statA caratterizzata da forme di solidarietà collettiva. Il fatto che la memoria di quelle vicende e dei loro profili solidaristici sia evaporata è evidentemente un segno dei tempi. In ogni caso, non si comprende di che si stupisca il giudice. Perfino i sindacati, quelli riconosciuti sul piano istituzionale, che la stampa mainstream ritiene seri e responsabili, si approvvigionano attraverso i versamenti degli iscritti, le conciliazioni eccetera e hanno delle casse di resistenza.

5.

Va detto, poi, che tutti gli episodi richiamati vengono citati nell’ordinanza senza che se ne spieghi la loro rilevanza per individuare gli elementi costitutivi del reato di associazione per delinquere. Anche in questo caso (sembra quasi una nuova tendenza regressiva di molti magistrati impegnati sul cautelare) il giudice afferma ma non motiva. La motivazione di un provvedimento giudiziario non deve esser “narrativa”, ma “dimostrativa”: non può risolversi, come avviene in questo caso, nella descrizione delle convinzioni del giudice, ma deve approdare a una giustificazione logica delle sue valutazioni. Il provvedimento, in altre parole, deve offrire un percorso razionale e argomentativo controllabile, che spieghi come dalle risultanze acquisite si raggiunga uno specifico risultato probatorio. Nel caso di specie, invece, il giudice, dopo aver raccontato una serie di episodi a suo dire sintomatici del quadro accusatorio, non spiega quali siano i criteri di inferenza che gli abbiano consentito di passare dai dati probatori acquisiti all’esito finale, relativo alla qualificata probabilità di esistenza di un’associazione criminale.
In realtà, la ricostruzione proposta – vale a dire la creazione nel corpo sano del Si COBAS di un nucleo che a fini reconditi ne strumentalizza, per i propri interessi, l’azione – sembra funzionale alla messa sotto accusa dello stesso sindacato per la sua attività nei magazzini della logisitica, per la sua irriducibilità a una gestione concordata e non conflittuale delle condizioni di lavoro. Non è un caso che il procedimento prenda le mosse, come ammette candidamente il GIP, da alcune richieste di intercettazioni, prontamente autorizzate dal Tribunale di Piacenza, in cui gli inquirenti non avevano ancora messo a fuoco il teorema che poi prenderà forma. Lo strumento giuridico che consente di intercettare i sindacalisti è la contestazione di un reato associativo, che ancora una volta serve per mantenere un monitoraggio, un controllo continuo sull’obiettivo investigativo prescelto. Non è un caso che, allorché deve definire i ruoli del sodalizio criminale, l’ordinanza compia un’operazione di tipo traslativo, mescolando il ruolo legittimo dentro il sindacato dei singoli militanti con quello di rilievo penale nell’ambito del comparto associato. Non è di nuovo un caso che il procedimento nasca sulla base di annotazioni di polizia e di denunce della controparte aziendale che lamentano l’eccesso di picchetti e scioperi, dunque con un’impronta di partenza che si trasforma poi strada facendo, per approdare surrettiziamente nella teoria del nucleo criminale che si impadronisce della direzione del sindacato per scopi illeciti personali.
Ciò che appare atipico e inconsueto nella vicenda piacentina sono la combattività e la capacità conflittuale del Si COBAS (e dell’USB), che costituiscono, queste sì, un’eccezione in un panorama sindacale spesso quieto e omologato. La stessa ordinanza è costretta a riconoscere che le agitazioni, i picchetti, gli scioperi condotti dal Si COBAS «sono serviti […] a difendere i diritti dei lavoratori», ma ci aggiunge, a più riprese, quasi ossessivamente, la locuzione «solo in parte». È questo il vero tema di cui si discute: l’anomalia sindacale nel settore della logistica che si intravede dietro lo schermo di un presunto sodalizio criminale, di cui non si comprendono la struttura e le finalità. Occorrerà tenerlo a mente quando inizierà il vero e proprio processo.


Distorsioni di un GIP: sindacati e associazioni a delinquere

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1.

I fatti sono noti (https://volerelaluna.it/lavoro/2022/08/02/contro-la-repressione-del-sindacalismo-di-base-un-appello/). Con ordinanza 12 luglio 2022 (poi annullata il 5 agosto dal Tribunale del riesame di Bologna) la GIP del Tribunale di Piacenza Sonia Caravelli ha applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari a sei sindacalisti (coordinatori nazionali e provinciali dei sindacati SI COBAS e USB) ritenuti gravemente indiziati di due distinti delitti di associazione per delinquere, posti in essere, nell’ipotesi accusatoria, da due distinti e simmetrici «gruppi di potere» alla guida dei sindacati anzidetti. Le imputazioni, infatti, divergono soltanto con riferimento alla sigla sindacale cui aderiscono gli indagati.

La sussistenza delle due associazioni per delinquere è desunta anzitutto, nel capo di imputazione, dal fine di «commettere più delitti di violenza privata (articolo 610 codice penale), di resistenza a pubblico ufficiale (articoli 336 e 337), di interruzione di pubblico servizio (articolo 340), di sabotaggio (articolo 508) ed altri».

Viene poi enumerata una serie di elementi riconducibili esclusivamente all’attività sindacale: il piccolo sindacato SI COBAS era attivo da anni nel settore della logistica di Piacenza; in tale settore era successivamente comparso il sindacato USB, rivelatosi attivo nel «tentare di fare proseliti tra i lavoratori di diverse aziende», quali ad esempio Leroy Merlin, TNT/Fedex, GLS, Traconf ed altre; tra il SI COBAS e la sigla USB era quindi insorto un conflitto per la conquista dei consensi tra i lavoratori e per «cercare di allontanarli dai diversi magazzini»; il terreno di scontro tra i due sindacati locali era rappresentato dagli stabilimenti delle multinazionali della logistica, che avevano un elevato numero di dipendenti, «perlopiù di origine straniera»; i lavoratori erano considerati dai sindacati vero e proprio terreno di conquista, poiché l’adesioni all’una o all’altra sigla consentiva a ciascun sindacato di lucrare gli introiti derivanti dal tesseramento e dalle conciliazioni con la parte datoriale e permetteva ai sindacalisti indagati di garantire assunzioni su base «clientelare», stabilizzazioni e «ricche» buonuscite in caso di cambio degli appalti; i sindacalisti, quindi, fomentavano i conflitti all’interno dei magazzini (hub delle multinazionali) provocando scontri con la parte datoriale, con la cooperativa che appaltava la manodopera ovvero con il sindacato avverso, e ottenendo in tal modo ulteriori «affiliazioni» (o meglio, adesioni) dei lavoratori all’una o all’altra sigla, così da assicurarsi i proventi di tessere e conciliazioni.

I capi di imputazione proseguono, quindi, affermando che gli indagati:
– «creavano ad arte o alimentavano situazioni di conflitto con la parte datoriale, prendendo a pretesto ogni normale e banale problematica di lavoro risolvibile tramite fisiologici rapporti datore di lavoro/lavoratori, avviando attività di picchettaggio illegale all’esterno degli stabilimenti interessati impedendo ai mezzi di entrare e uscire, anche occasionando scontri con le forze dell’ordine, occupando la sede stradale anche con oggetti oltre che con le persone dei lavoratori istigati allo scopo, ponendo in essere continue azioni di sabotaggio (ad esempio azionando l’interruttore di emergenza per interrompere l’azione dei macchinari utilizzati per la movimentazione dei pacchi), istigando i lavoratori a forme di lotta sindacale illecite, compreso il rallentamento pretestuoso o strumentale dell’attività lavorativa o l’uso dell’astensione per malattia anche in assenza di problematiche sanitarie»;
– «costringevano la parte datoriale – piegata dall’illegale blocco dei mezzi e delle merci, con il rischio di vedersi bloccata tutta la filiera logistica del “supplì chain” e in definitiva di perdere l’appalto con il committente (fortemente danneggiato non solo dalle mancate consegne ma dal blocco o rallentamento di tutta la filiera) – a continue concessioni, anche indebite contrattualmente, e alla fine costringendola ad addivenire a procedure conciliative garantendo ai lavoratori ricche buonuscite e agli indagati di incassare il contributo previsto per sigle che avevano perorato le ragioni dei lavoratori interessati»;
– «alimentavano attorno alla loro persona, tramite tale sistema, reti clientelari di lavoratori interessati alla stabilizzazione, anche e soprattutto a scapito dei lavoratori iscritti a sigle contrapposte, o comunque a lucrare ricche buonuscite, nonché ad approfittare della forza ricattatoria del sindacato di appartenenza per sottrarsi alla propria obbligazione lavorativa (ricorrendo a scioperi bianchi, rallentamenti, uso distorto ed illegale della malattia)»;
– «una volta ottenuto e consolidato il potere di ricattare la parte datoriale minacciando continui dannosissimi blocchi, al fine di consolidare la propria presenza all’interno del magazzino, con le stesse modalità iniziavano a favorire “i propri lavoratori”, affinché ottenessero di svolgere le mansioni più gradite a scapito degli altri, ottenendo pretestuosi privilegi e ciò per accreditarsi davanti agli “altri” come l’organizzazione più efficace e in grado di fare ottenere loro condizioni migliori, sebbene ingiuste, in una logica di proselitismo autoalimentato»;
– «cominciavano ad imporsi alla proprietà anche per le scelte squisitamente a questa riservate, come appunto l’organizzazione del lavoro ovvero l’assunzione di singoli lavoratori a scapito di altri, imponendo il proprio volere minacciando in qualsiasi momento arresti alla produzione pretestuosi, non annunciati e dannosissimi; di qui le onerose conciliazioni, con incasso di ingenti somme da parte della sigla»;
– «e così, per le finalità sopra indicate, si associavano per commettere un numero indeterminato di delitti della specie sopra indicata” ossia violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio e sabotaggio».

Queste, in sintesi, le contestazioni.

2.

Una prima osservazione: i reati elencati nell’asserito programma criminoso delle due associazioni (cioè i delitti di resistenza a pubblico ufficiale, di violenza privata e di interruzione di pubblico servizio) sono costituti – ove sussistenti – da condotte che, nelle manifestazioni sindacali, intervengono per definizione in modo occasionale, e sono commesse per effetto dell’insorgenza di fattori del tutto estemporanei. Ma, nel delitto associativo, i singoli reati-fine devono essere espressione di un programma criminoso previamente concordato. Qualora, come nel caso di specie, non sia ipotizzabile l’esistenza di un programma siffatto che leghi le condotte qualificate come reati satellite al delitto di partecipazione al sodalizio criminoso, tutto cade e il dedotto programma criminoso dell’associazione scolora fino a confondersi con le precipue finalità del sindacato, di lotta per ottenere migliori condizioni di lavoro. Né può tenersi conto del generico riferimento, contenuto nell’imputazione, ad altri reati non specificati, poiché si tratta di un richiamo a condotte assolutamente indeterminate, e per tale motivo incompatibili con la configurazione del delitto di associazione per delinquere che presuppone un programma criminoso ben determinato quantomeno nella tipologia dei delitti che i partecipanti dovranno commettere per raggiungere il fine comune al sodalizio.

Ciò posto, è agevole osservare che:
– non è chiaro cosa sia un’assunzione «clientelare» favorita da un sindacalista;
– le imputazioni peccano di indeterminatezza, poiché non si chiarisce in quali casi, e per quali importi di denaro, una conciliazione sarebbe così sproporzionata da potersi qualificare come «ricca» (essendo comunque nell’ambito di accordi negoziali aventi ad oggetto diritti disponibili, specie da parte datoriale, e non si comprende come una conciliazione tra datore di lavoro e lavoratore, ancorché molto favorevole per quest’ultimo, possa costituire elemento caratterizzante il delitto associativo, posto che si versa in tema di attività lecite, e che in caso di eccessiva sproporzione tra le posizioni contrattuali sono previsti  specifici rimedi di tipo civilistico);
– gli introiti provenienti dal tesseramento e dalle attività di mediazione e conciliazione dei sindacalisti sono del tutto leciti, in quanto costituiscono il corrispettivo dell’attività svolta dal rappresentante sindacale in virtù del mandato conferitogli dai lavoratori con l’adesione al sindacato (e soltanto qualora il sindacalista tenesse per sé il denaro frutto di tessere o conciliazioni, invece di versarlo nelle casse del sindacato, si potrebbe pensare ad un’appropriazione indebita);
– il picchettaggio è ormai da tempo considerato attività lecita, sempre che non vengano compiute vere e proprie azioni di violenza contro persone o cose per impedire ai lavoratori di entrare in azienda in occasione di scioperi o manifestazioni (la giurisprudenza penale in materia di picchettaggio risale agli anni settanta; non si registrano successive pronunce della Suprema Corte, che nella sentenza n. 7595/1975 ha affermato il principio secondo cui l’esercizio del diritto di sciopero comporta la legittimità di praticare liberamente quelle azioni sussidiarie che sono ritenute necessarie per la riuscita dell’astensione, quale il lancio di manifesti, la ripetizione di slogans, la formazione di blocchi volanti propagandistici, o dei cosiddetti picchettaggi di persuasione e altre consimili attività dirette a svolgere opera di convincimento nei confronti di coloro che dimostrano assenteismo o dissenso);
– eventuali forme di lotta sindacale che si pongano al di fuori del perimetro del diritto allo sciopero, come scioperi “bianchi” o atipici, possono costituire condotte disciplinarmente rilevanti, ma non si vede come possano rappresentare elementi costitutivi di un’associazione per delinquere;
– la falsa astensione per malattia del lavoratore che in realtà non ha alcuna patologia si qualifica come truffa ai danni del datore di lavoro e concorso nel falso ideologico commesso dal medico che redige il certificato di malattia ma, a tacer d’altro, nessun reato siffatto è contestato nelle 140 imputazioni o ricompreso nel programma criminoso dell’associazione).

Si aggiunga che, una volta ammessa la possibilità di deroghe in peius alla contrattazione collettiva nazionale mediante la sottoscrizione di accordi aziendali e finanche di contratti individuali, si è aperto un terreno di conflittualità potenzialmente sconfinato: mentre i sindacati “storici” possono avere linee di interlocuzione più “morbide” con le parti datoriali, piccole sigle sindacali come quelle qui in esame ben possono attestarsi su posizioni più rigorose, tenuto conto che i lavoratori non hanno alternative se vogliono ottenere risultati concreti e indurre le parti datoriali ad accettare tutte o parte delle loro richieste. Sotto tale aspetto, non vi è nulla di strano se il sindacato prende posizione in favore dei propri iscritti, e non di altri lavoratori: è proprio questo il compito del sindacato, quello di tutelare i propri iscritti, ed è ciò che accade normalmente in caso di riconoscimento di corrispettivi per l’estromissione dall’azienda (esodi incentivati, e quelle che vengono chiamate buonuscite), o in caso di stabilizzazione di lavoratori a tempo determinato.

3.

Alla stregua di quanto precede, nelle descritte imputazioni relative ai reati associativi si registra una sorta di strabismo inquisitorio: si confonde la condotta tipica di alcuni reati con una finalità del sindacato e si perde di vista il reale scopo delle condotte (lecite e illecite) di costringere le parti datoriali a venire a patti con il gruppo sindacale che persegue obiettivi di tutela della collettività dei lavoratori aderenti. In altre parole, la distorsione operata dal PM e dalla GIP sta nell’aver obliterato il reale scopo della lotta sindacale, costruendo l’esistenza di un programma criminoso su azioni o condotte meramente eventuali, non programmate né programmabili al momento della nascita dell’associazione, il cui unico elemento unificante è rappresentato dal perseguimento di uno scopo del tutto lecito e costituzionalmente garantito. A nulla vale enunciare in premessa che le condotte degli indagati esulano dal perimetro dell’attività sindacale, poiché all’affermazione astratta deve seguire la rigorosa dimostrazione della riconducibilità dei concreti comportamenti all’ipotesi criminosa delineata nella norma di cui all’art. 416 codice penale e, se tale dimostrazione è tecnicamente impossibile, le singole condotte contestate come reati-fine rimangono azioni non unificabili da un programma criminoso. Ed è appena il caso di aggiungere che la forte conflittualità tra datori di lavoro e lavoratori, quale emerge dalla lettura dell’ordinanza, non può essere fronteggiata ipotizzando delitti di cui mancano gli elementi costitutivi.

In conclusione, prescindendo dal comprensibile clamore mediatico che ha suscitato l’ordinanza di custodia cautelare in commento, le vicende oggetto di disamina appaiono riconducibili, dal punto di vista tecnico-giuridico, a una fisiologica ancorché aspra lotta sindacale per l’affermazione di diritti connessi alle posizioni di lavoratori iscritti ai due sindacati; anche la “guerra” tra le due sigle sindacali non è nuova nel panorama nazionale, e non sembra che in precedenza siano stati ipotizzati reati di associazione per delinquere. Eventuali condotte di violenza o di sabotaggio a beni o cose delle imprese datrici di lavoro sono ascrivibili ai singoli lavoratori che le hanno commesse, poiché il programma e lo scopo del sindacato non sono quelli di commettere reati, bensì di ottenere migliori condizioni di lavoro. Sotto tale profilo colpisce l’affermazione contenuta nell’ordinanza, secondo cui i fatti oggetto del procedimento fuoriescono dal perimetro della libertà sindacale e dei diritti a questa connessi: prescindendo dal sapore di excusatio non petita, le condotte descritte nel capo di imputazione dimostrano il contrario, dal momento che siamo di fronte ad attività sindacali, anche molto forti, ma pur sempre riconducibili alla sfera della libertà di rivendicare modalità e condizioni di lavoro più favorevoli nei confronti di aziende che svolgono attività analoghe, e applicano analoghe condizioni e tariffe salariali. Non stupisce, quindi, che i lavoratori di imprese diverse si siano associati per combattere insieme, persino trasferendosi a bordo di automezzi da uno stabilimento all’altro per portare avanti le loro rivendicazioni. Nessuno contesta che singole, specifiche azioni possano costituire fatti penalmente rilevanti; ma da qui ad ipotizzare un’associazione per delinquere operante sin dal 2014, e a ritenere sussistenti gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, intercorre uno spazio siderale.

Una più ampia versione dell’articolo, con link al testo dell’ordinanza del GIP di Piacenza, può leggersi in Questione Giustizia online (https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-caso-piacenza-sindacati-o-associazioni-a-delinquere)


Visco, Bonomi e il convitato di pietra

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Nel suo intervento del 12 febbraio 2022 (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2022/FOREX-12-febbraio-2022-Visco.pdf) al 28° Congresso Assiom Forex, (l’associazione degli operatori dei mercati finanziari) il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si è espresso sull’attuale situazione economica, con particolare attenzione a ciò che accade in Italia. Tralascio ‒ ma segnalo ‒ l’ampio e, a mio avviso, inquietante capitolo dedicato all’evoluzione della finanza, intitolato significativamente “I cambiamenti nell’industria finanziaria: opportunità e rischi” (al lettore comune i rischi sembrano tanti e le conseguenze appaiono pronte a ricadere sulle masse popolari mentre si intuisce che le eventuali “opportunità” avvantaggeranno i soliti speculatori) e vengo al passaggio che mi ha colpito, anche perché è stato riproposto in formulazione ancora più netta dai telegiornali.

Visco afferma che «anche se è probabile che la prevista riduzione dell’inflazione trovi conferma nei prossimi mesi, i rischi di un disancoraggio delle aspettative e di avvio di rincorse tra prezzi e salari, di cui pure al momento non vi è evidenza, vanno attentamente monitorati». Vale la pena di riportare anche quest’altro passaggio: «La principale risposta all’aumento del livello dei prezzi dell’energia – un evidente, inatteso, shock di offerta – non dovrebbe provenire dalla politica monetaria, specialmente in assenza di una rincorsa tra salari e prezzi e in presenza di aspettative di inflazione che restano saldamente ancorate all’obiettivo della banca centrale. Mentre sia la politica monetaria sia quella di bilancio possono contrastare gli effetti inflattivi dei costi dell’energia, solo la seconda è infatti in grado di agire direttamente su questi ultimi, compensando, almeno in una certa misura, la perdita di reddito disponibile e contenendone gli effetti sull’economia». Ne deduciamo che il “sistema” si squilibra con poco (l’“inatteso shock di offerta” che peraltro arriva al momento opportuno) e che della temuta “rincorsa tra prezzi e salari” non si vede nemmeno l’ombra (ma, essendo temibilissima, bisogna scongiurarla); come per il diavolo l’acquasanta, così per il “rischio rincorsa” il vade retro è costituito da un’accorta “politica di bilancio” che scongiurerà “almeno in parte” la perdita di reddito per le masse popolari. Non possiamo fare a meno di collegare le parole del governatore Visco a quelle pronunciate recentemente dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi, secondo il quale «se si vogliono innalzare i salari subito, la strada sono contratti di produttività in ogni impresa, addizionali al contratto nazionale»; bisogna insomma andare «verso un riformismo competitivo: non interventi a margine ma riforme efficaci, che rendano moderno e competitivo il Paese». Perché, secondo Bonomi, sprezzatore di ogni decrescita, di ogni critica dell’idea di sviluppo, la formula da seguire per far fronte all’“enorme debito italiano” è soltanto una: «crescere, crescere, crescere».

L’amoroso duetto tra Visco e Bonomi non finisce qui. Nella conclusione del suo intervento all’Assiom Forex Visco afferma: «Per le banche e gli intermediari finanziari gli investimenti in tecnologia e una gestione efficace dei rischi, anche di quelli legati al cambiamento climatico, non sono solo strumenti volti ad affrontare la crescente competizione, ma leve fondamentali per ridurre i costi dell’intermediazione, accrescere la qualità dei servizi offerti, migliorare la redditività e, in ultima analisi, fornire all’economia il sostegno di cui essa necessita». Anche quelli legati al cambiamento climatico: attenzione, interviene un elemento insolito nel lessico dell’analisi economico-finanziaria. Ho fatto una veloce indagine lessicale sulle relazioni annuali di Bankitalia, a partire dal 2016, contando la ricorrenza dell’espressione “cambiamenti climatici”. Questi i risultati: 2016, nessuna volta; 2017, nessuna volta; 2018, nessuna volta; 2019, quattro volte; 2020, 18 volte. Di particolare interesse, nel rapporto del 2020, il capitolo intitolato “Banche centrali, cambiamenti climatici e finanza sostenibile”. Non vorrei svilire il complesso contenuto del capitolo ma è lampante che l’attenzione ai cambiamenti climatici, con la motivazione di garantire la stabilità finanziaria è volta soprattutto verso la messa a profitto del problema climatico.

A questo “squillo di tromba” corrisponde quello lanciato da Bonomi: «Servono interventi strutturali che aumentino l’offerta di energia, da destinare alle imprese. In Francia, il Governo sta riservando il 70% dell’energia nucleare a basso costo alle imprese e anche noi abbiamo bisogno di qualcosa di simile, con le nostre capacità». Per concludere, secondo Bonomi, l’Italia ha fatto una scelta per referendum 34 anni fa sulle tecnologie disponibili: oggi che le tecnologie sono avanzate, c’è l’opportunità per discuterne in modo non ideologico. «Le transizioni tecnologiche sono ineludibili. Ma se si impongono forzature diventa pericoloso. O si ha una filosofia di accompagnamento o si rischia un disastro sociale». Lascio al lettore immaginare qual sia la “filosofia d’accompagnamento”: il nucleo centrale di tal filosofia deve essere costituito dal tentativo di convincere la popolazione che esiste un “nucleare di quarta generazione”, un “nucleare pulito”. Nel frattempo freghiamocene pure dell’insopportabile inquinamento delle nostre città, del dissesto idro-geologico, della insostenibile produzione di rifiuti etc. La spinta verso la scelta nucleare, che comunque diventerebbe operativa tra decenni, meriterebbe una critica analitica ma, in sintesi, possiamo accettare il titolo di un interessante opuscolo di Legambiente: “Atomo sicuro?Nucleare pulito? Tutte balle” (https://volerelaluna.it/materiali/2022/02/15/atomo-sicuro-nucleare-pulito-tutte-balle/).

Tiriamo le fila: Visco e Bonomi, come dimostrano le “citazioni parallele” si stanno muovendo in sintonia. La redistribuzione della ricchezza è lo scoglio più insidioso, da evitare anche qualora i redditi delle masse popolari scendano ulteriormente; la ricetta per uscire dalla crisi pandemica è sempre la stessa, quella di incrementare la produzione (quale, come, perché sono domande che non interessano); se i lavoratori vogliono qualche briciola si adattino a collaborare al programma del “crescere, crescere, crescere” e ad accettare il mostruoso “riformismo competitivo”.

A questa sfacciataggine sconfinata risponde la “sinistra patetica” (felicissima definizione di Starnone, che prendo a prestito) con le parole di Maurizio Landini, il quale interpreta correttamente la formula del riformismo competitivo proposta da Bonomi: «Se poi, di fronte al problema dei contratti nazionali e dell’inflazione che cresce, [Bonomi] risponde che non va cambiato nulla perché l’unico luogo dove devono crescere eventualmente i salari è con la produttività, dove si fa la contrattazione aziendale, per noi questa è una cosa non accettabile» (www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/02/12/contratti-landini-inaccettabili-parole-bonomi_a9a36fe3-7ea3-4959-9711-3c945d37e485.html). Risposta senz’altro flebile perché le parole di Visco e di Bonomi congiunte dovrebbero portare, ora che ci accingiamo a uscire dallo stato di emergenza, almeno a uno stato di mobilitazione permanente. Gli ultimi rapporti Oxfam mettono in rilievo la crescita delle diseguaglianze in Italia: tra marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità, sono cresciuti di circa un milione i poveri, sono aumentati soprattutto i working poor e, sulla base dei dati OCSE, l’Italia è l’unico Paese dell’Unione europea in cui, negli ultimi 30 anni, il salario medio dei lavoratori è diminuito anziché aumentare. Quello del reddito è soltanto un aspetto, ancorché centrale. Perciò le parole di Landini ci colpiscono: per l’inerzia del sindacato di fronte a un attacco così massiccio, per la mancanza di autocritica necessaria: se i lavoratori non si vedono più rappresentati dai grandi sindacati è perché da troppo tempo questi non hanno difeso le ragioni dei lavoratori.

Ultima citazione: «La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive». Queste sono parole di Luciano Lama tratte da una famosa intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari (La Repubblica, 24 gennaio 1978). Era il 1978: il piano inclinato che ci ha portati sino a negare quasi ogni valore al lavoro è iniziato molto tempo fa e adesso possiamo valutarne appieno le conseguenze.


Dieci spunti sulla questione sindacale

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1. In Italia il sindacato era forte quando il sistema di lavorazione industriale era quello fordista: da questo punto di vista è significativa la rievocazione dell’accordo FIAT del 1971, fatta da Adriano Serafino (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/12/20/50-anni-dopo-laccordo-che-cambio-le-relazioni-sindacali-alla-fiat/). La condizione materiale di lavoro permetteva più facilmente ai lavoratori di cogliere la condivisione di problemi e di possibili soluzioni nella dimensione della fabbrica di massa, dove le condizioni erano oggettivamente comuni e le rivendicazioni egualitarie; questa situazione oggettiva era il presupposto per la sindacalizzazione e anche per la condivisione di un progetto politico che stava alla base dell’azione del sindacato. In questo senso il sindacato faceva politica. Naturalmente c’erano anche altri fattori economici e politici, interni e internazionali, che aiutavano, ma lasciamoli da parte per concentrarci su cosa dovrebbe cambiare nel sindacato oggi.

2. Sappiamo tutti cosa è cambiato da allora ad oggi dal punto di vista dell’organizzazione della produzione e del mercato del lavoro: si è ridimensionato il settore industriale a causa della globalizzazione e del decentramento produttivo in paesi a più basso salario; si è enormemente sviluppato il settore della logistica; la rivoluzione digitale ha radicalmente trasformato il lavoro tecnico e impiegatizio; l’automazione e lo sviluppo di internet hanno drasticamente ridotto la quantità di manodopera utilizzata in molte attività; si sono costruite catene di appalti e subappalti (spesso affidati a finte cooperative) con contratti diversi anche nelle produzioni rimaste; nelle stesse aziende si è creata una frattura generazionale tra i lavoratori più anziani, stabili contrattualmente e con salari più elevati e i lavoratori giovani più precari e meno retribuiti, meno difesi anche dal punto di vista normativo; questa frattura si è accentuata attraverso l’utilizzo di lavoratori immigrati meno tutelati non solo dal punto di vista sindacale; il tempo di lavoro ha invaso il tempo di vita con turni su tutta la settimana, con orari su tutta la giornata, con ferie scaglionate su tutto l’anno, con un uso scontato degli straordinari.

3. Su questa diversa condizione materiale di lavoro, si è diffusa, inoltre, un’ideologia liberista per la quale ogni lavoratore si deve sentire in competizione con gli altri per guadagnarsi, in regime di scarsità, almeno una continuità di lavoro alle condizioni date e al massimo un consolidamento contrattuale della sua condizione attuale. Questa ideologia, però, non può essere combattuta solo sul piano delle idee, ma deve essere criticata attraverso esperienze concrete di ricostruzione dell’unità dei lavoratori all’interno della loro azione di mobilitazione e di lotta. Gli esempi delle fabbriche che si oppongono alla chiusura, decretata da qualche multinazionale o da qualche finanziaria, sono positivi, ma non sufficienti, perché esclusivamente difensivi. Servirebbe una capacità di mobilitazione offensiva anche in settori che non stanno subendo ridimensionamenti produttivi e licenziamenti.

4. Di fronte a questi mutamenti, si è chiesto Loris Campetti (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/11/01/la-salute-del-sindacato/), «chi rappresenta il sindacato nella stagione della globalizzazione neoliberista, quali figure sociali tutela e quali sono invece abbandonate allo strapotere del turbocapitalismo? cosa è diventato il sindacato?». Credo che si possa rispondere che il sindacato di oggi è un ibrido tra il sindacato del glorioso tempo passato e quello che dovrebbe essere in base ai nuovi problemi del presente. Dal punto di vista organizzativo, sono rimaste tutte le categorie contrattuali (meccanici, chimici ecc.) con tutte le articolazioni organizzative (leghe, federazioni provinciali, regionali, nazionali, per ogni categoria contrattuale); e poi ci sono tutte quelle confederali (alte e basse).Da ultimo si sono aggiunte strutture che cercano di organizzare i lavoratori considerati atipici che sono invece tutt’altro che atipici, almeno tra le nuove generazioni. A tutto questo si sovrappone un mastodontico sindacato dei pensionati che, al di là delle buone intenzioni, simboleggia la divisione tra giovani e anziani e costituisce generalmente la massa di manovra a fini congressuali delle burocrazie interne. Il sindacato di massa, dunque, è rimasto tale solo negli apparati; mentre è notevolmente diminuito il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori e si sono via via ridotte le modalità di partecipazione diretta dei lavoratori all’azione sindacale: non solo sono scomparsi i Consigli dei delegati (anche a causa della fine delle fabbriche fordiste), ma gli stessi rappresentanti sindacali aziendali sono oggi nominati dai sindacati in tante aziende dell’edilizia, del commercio e dei servizi e vengono selezionati dal sindacato dove i lavoratori sono chiamati alla elezione delle RSU: quindi sono scelti e confermati dalle organizzazioni non tanto per la loro capacità di rappresentare i lavoratori e di conoscere i problemi dei medesimi, ma piuttosto per la loro adesione alle direttive dell’apparato sindacale professionale. Quest’ultimo è più spesso impegnato nella gestione interna oppure nell’erogazione dei servizi offerti agli iscritti piuttosto che nell’azione di sindacalizzazione dei lavoratori attraverso le esperienze di contrattazione delle loro condizioni di lavoro. Non stupisce, quindi, che la maggioranza dei lavoratori, tanto più quelli giovani, veda oggi il sindacato come un ente parastatale, un’istituzione accanto alle altre, e non come uno strumento di difesa dei propri diritti e di organizzazione delle lotte per migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro.

5. Se si guarda all’attuale realtà del mondo del lavoro, è evidente che non si giustifica più una tale struttura elefantiaca e una simile frammentazione organizzativa: i contratti di lavoro andrebbero unificati in poche aree (ad esempio industria, logistica e trasporti, edilizia, servizi prevalentemente digitali, altri servizi e commercio, pubblica amministrazione con articolazione per comparti); il sindacato pensionati andrebbe superato, favorendo ovviamente la possibilità per i lavoratori anziani di mantenere l’iscrizione al sindacato di categoria di provenienza, per contribuire all’azione sindacale e al confronto con i nuovi lavoratori. Non dovrebbero essere accettati contratti diversi per lavoratori che operano all’interno dello stesso ciclo produttivo (appalti e subappalti).

6. Questa diversa organizzazione proposta schematicamente a grandi linee ha una motivazione in primo luogo politica; se il sindacato vuole combattere la divisione tra i lavoratori, determinata dalla politica padronale e dalle nuove forme di produzione e di organizzazione aziendale, allora deve praticare l’obiettivo a partire da se stesso: unire e semplificare le sue strutture per unire i lavoratori sia in termini contrattuali sia in termini di progettualità politica.

7. Come già indicato da Fulvio Perini (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/11/17/il-futuro-del-sindacato-burocratizzazione-o-rinnovamento/), ci vuole, dunque, un apparato sindacale più snello, che favorisca una maggiore partecipazione della base: allo stesso tempo l’apparato deve essere più qualificato perché deve riuscire a fare sintesi operando su un mercato del lavoro oggi così complesso. Attraverso una struttura più capillare e meno accentrata il sindacato potrebbe e dovrebbe svolgere un’inchiesta più approfondita sulle concrete condizioni di lavoro: è un compito che oggi non viene sostanzialmente svolto dalle strutture sindacali e che indebolisce perciò gravemente la possibilità di iniziativa contrattuale.

8. Quest’ultima deve operare sia sul piano nazionale (ma sarebbe opportuno anche su quello europeo) che su quello aziendale o di comparto nella pubblica amministrazione (e nel primo ambito sicuramente non solo più a livello nazionale per le imprese insediate in molti diversi paesi). Essa deve operare lungo alcuni indirizzi fondamentali: il primo è sicuramente quello di una maggiore stabilità del posto di lavoro che superi le varie forme di precariato (lavoro a chiamata, contratti a tempo parziale ecc.); il secondo è quello di un migliore riconoscimento salariale, in modo da formare uno zoccolo adeguato e sufficiente ad articolare, al di sopra di esso, una progressione legata allo sviluppo della professionalità; il terzo è una maggiore separazione tra tempo di vita e tempo di lavoro attraverso un riduzione dell’orario settimanale, una limitazione dei turni di lavoro, un maggiore rispetto dei periodi di riposo e un contrasto forte alla pratica diffusa dello straordinario. Il quarto è il ripristino, la difesa e l’ampliamento dei diritti sindacali dei lavoratori. Ovviamente su tutti questi indirizzi l’azione sindacale deve coniugarsi con la pressione politica sul Parlamento per l’adozione di provvedimenti legislativi che stabilizzino e rafforzino l’azione autonoma del sindacato. I temi sono quelli noti del salario minimo (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/10/01/si-riapre-la-questione-del-salario-minimo/), del reddito di cittadinanza inteso non solo come fattore di contenimento alla povertà dei lavoratori, ma anche come strumento di difesa da lavori umilianti e sottopagati; di ripristino e allargamento dei diritti sindacali negati attraverso il Jobs act e altri provvedimenti legislativi degli ultimi vent’anni.

9. Tanto più debole è l’azione del sindacato, tanto più numerose sono le strutture organizzative che si propongono come sindacati: ci sono le tre confederazioni, i vari sindacati di base radicati significativamente tra i lavoratori immigrati, i sindacati corporativi particolarmente diffusi nel pubblico impiego e/o nelle categorie che vantavano, e in parte vantano ancora, condizioni di privilegio, i sindacati fasulli ispirati dalla destra politica e i tanti sindacatini finanziati dal padronato per svuotare di senso la contrattazione. Una scelta unitaria da parte delle organizzazioni maggiormente rappresentative farebbe chiarezza all’interno del mondo del lavoro: essa è tanto più praticabile quanto più le organizzazioni sindacali accetteranno di mutare la propria struttura organizzativa e soprattutto il rapporto oggi penalizzante tra apparati e lavoratori.

10. C’è, infine, una questione che diventa ogni giorno più importante: un sindacato rinnovato e partecipato non dovrebbe limitarsi a contrattare le condizioni di lavoro, senza portare un punto di vista critico sia sul modo di produrre, sia su cosa produrre. La crisi climatica e quella pandemica, tra loro connesse, mettono in evidenza come sia urgente modificare l’impianto economico per impedire un collasso generale della nostra società. I giovani studenti e i giovani lavoratori potrebbero costruire su questo terreno un decisivo momento d’incontro e di unità: il sindacato potrebbe favorire questo confronto, come in qualche misura avvenne negli anni ’70 ricordati da Adriano Serafino (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/12/20/50-anni-dopo-laccordo-che-cambio-le-relazioni-sindacali-alla-fiat/), quando i giovani operai e i giovani studenti di allora si ribellarono all’autoritarismo della fabbrica fordista e delle istituzioni educative.


Schedature e discriminazioni: la Fiat, i lavoratori, il sindacato

Autore: e

A 50 anni dall’assemblea pubblica indetta da CGIL CISL UIL e FIM FIOM UILM di Torino al teatro Alfieri intitolata “La città deve sapere” avente in oggetto le schedature illegali compiute dalla Fiat, la mia riflessione mira a proporre un collegamento con la storia recente del gruppo automobilistico.

1.

Inizio con una domanda che è utile appunto, a sviluppare la riflessione: perché la Fiat schedava le lavoratrici e i lavoratori, che scopo perseguiva? La risposta a questa domanda è che lo faceva per conoscere in modo approfondito le idee, gli orientamenti politici, i comportamenti delle lavoratrici e dei lavoratori con l’intento di individuare coloro che potevano essere portatori di modelli, di azioni, in grado di costituire una forza organizzata insieme al sindacato all’interno della fabbrica e per quella via fornire rappresentanza al lavoro con la conseguenza di avere potere di intervento nel migliorare le condizioni oggettive di lavoro, avere un controllo dei processi produttivi e rivendicare incrementi salariali. In estrema sintesi le schedature servivano per individuare quel tipo di soggetti, per isolarli e neutralizzare la loro azione all’interno della fabbrica. Pensiamo ai reparti confino costituiti dalla Fiat e tra loro quello più “famoso” dell’Officina Sussidiaria Ricambi, ribattezzato Officina Stella Rossa dove venivano relegati gli ex partigiani, i comunisti, i sindacalisti più combattivi che poi, nella maggioranza dei casi, venivano licenziati con qualche pretesto. L’intento principale della Fiat era quindi tenere un ferreo controllo della fabbrica discriminando tutti coloro che venivano considerati “pericolosi”, che avevano idee differenti dai canoni che la stessa Fiat esigeva dai suoi addetti.

2.

La seconda domanda è: quel tipo di azioni è cessato? Che cosa è successo negli ultimi anni della storia della Fiat? So benissimo che questo argomento può essere divisivo, soprattutto tra le organizzazioni sindacali, ma in questa sede, in cui parliamo di schedature e quindi di discriminazioni, può aiutare ad aprire un dibattito su ciò che è accaduto nel recente passato i cui effetti si dispiegano ancora ai nostri giorni.
Ovviamente la Fiat oggi non scheda nessuno, mentre per quanto riguarda le azioni finalizzate a mantenere il controllo del processo produttivo, per dare una risposta bisogna analizzare alcuni comportamenti che sono stati messi in atto nella storia contemporanea della Fiat, soprattutto per quanto concerne la vicenda del Contrato Collettivo Specifico di Lavoro (CCSL), avviata una decina di anni fa, dove il gruppo è uscito dal sistema di Confindustria e dal Contratto Nazionale dei Metalmeccanici applicando un suo peculiare contratto collettivo di lavoro.
Tutti ricordano il referendum di Pomigliano prima e quello di Mirafiori poi, l’attenzione mediatica che c’era stata, la presenza ai cancelli di centinaia di persone che seguivano da vicino l’evolversi della situazione. Due momenti emblematici che resero plastico lo scontro in atto tra la Fiat, i lavoratori e una parte del sindacato sull’impostazione e sui contenuti del CCSL. Quella vicenda in realtà iniziò proprio a Torino, alle Carrozzerie di Mirafiori. Circa un anno prima del referendum di Pomigliano, in Carrozzeria scoppiò in un reparto uno sciopero spontaneo sui carichi di lavoro. I lavoratori non ce la facevano a tenere il ritmo troppo elevato della linea di montaggio. Era uno degli scioperi più frequenti, sulle reali condizioni di lavoro, sul richiedere più persone in catena di montaggio per diminuire le operazioni e i tempi di assemblaggio assegnati, per il controllo della cadenza e così via. Come frequenti erano quelli per il caldo, o il freddo, o per protestare contro atteggiamenti della gerarchia aziendale non consoni ai normali rapporti che ci dovrebbero essere negli uffici e nelle officine. Insomma, tutte proteste legittime, finalizzate a migliorare le condizioni più gravose di lavoro e i rapporti in azienda. I lavoratori in sciopero bloccarono il reparto e a cascata tutte le altre unità della catena di montaggio furono costrette a fermarsi poiché venne interrotto il flusso produttivo. Due giorni dopo tre delegati della FIOM-CGIL ricevettero una contestazione disciplinare con sospensione cautelativa, ovvero l’anticamera del licenziamento. Ovviamente andammo a discutere con l’azienda per evitare che i nostri delegati fossero licenziati e ci riuscimmo con un compromesso. Mi restano però impresse le parole che il capo del personale della Carrozzeria ci disse: «Il dott. Marchionne non tollererà più in alcun modo che un nucleo ristretto di lavoratori in sciopero blocchi l’intera produzione della fabbrica». Embrionalmente lo scontro era iniziato. La Fiat con a capo Sergio Marchionne aveva deciso che tutto doveva cambiare, che bisognava trovare un modo per avere il totale controllo della fabbrica e togliere ai lavoratori la possibilità di contrattare, esercitando i rapporti di forza, migliori condizioni di lavoro.
Un anno dopo scoppiò la vicenda di Pomigliano e del CCSL. Dopo il referendum, svolto sotto il diktat della Fiat che non sarebbero state assegnate nuove produzioni necessarie a mantenere la fabbrica aperta se avesse vinto il no, il percorso prevedeva la cassa integrazione a zero ore per i 4.000 addetti e successivamente il graduale rientro al lavoro nella nuova società di tutte le maestranze. Bisognava però licenziare i lavoratori dalla “vecchia” società per poi riassumerli ex novo in quella neocostituita dove veniva applicato il contratto di lavoro specifico che la FIOM decise di non firmare. La scelta di non sottoscrivere l’accordo costò alla FIOM la possibilità di avere rappresentanti sindacali interni eletti democraticamente dai lavoratori e il diritto a ricevere le quote tessera da parte dei suoi iscritti. Dopo qualche mese i primi 2.000 lavoratori, quindi la metà degli addetti, vennero riassunti e rientrarono in fabbrica. Guarda caso, tra loro non c’era nessun iscritto alla FIOM. Sei mesi dopo ci fu il referendum di Mirafiori con le stesse caratteristiche di quello di Pomigliano (diktat compreso) e, in seguito, l’estensione automatica del nuovo contratto di lavoro a tutti i dipendenti del Gruppo Fiat, della Magneti Marelli e dell’Iveco/CNH.
Alla FIOM non restò che ricorrere alla magistratura, per due ragioni: la prima su Pomigliano per la discriminazione attuata nei confronti dei suoi iscritti che non venivano riassorbiti nella nuova società. Per dimostrare che l’esclusione degli iscritti alla FIOM non era frutto di una casualità, come sosteneva la Fiat, avevamo commissionato uno studio a degli accademici di statistica inglesi che dimostrarono, appunto tramite la statistica, che c’era una possibilità – non ricordo esattamente su quante decine di migliaia – che tra i neoassunti non ci fosse nessuno iscritto alla FIOM. I calcoli dimostrarono che non era affatto possibile il verificarsi di un evento simile e quindi che c’era una manifesta volontà da parte della Fiat nel discriminare gli iscritti alla FIOM. La seconda per l’estromissione dei delegati della FIOM. Secondo la Fiat, alla luce del fatto che la FIOM non aveva sottoscritto il CCSL e tutti gli accordi storici erano stati disdettati, non essendo firmataria di nessun accordo collettivo applicato alla società neocostituita, non aveva il diritto ad avere una rappresentanza interna. Com’è noto la magistratura e la Corte costituzionale, su entrambe le questioni diedero torto alla Fiat e ragione alla FIOM. Sulla discriminazione degli iscritti il calcolo statistico non lasciava dubbi interpretativi, mentre sull’esclusione dei delegati della FIOM venne sancito che la Fiat aveva forzato l’interpretazione dell’articolo 19 dello statuto dei lavoratori.

3.

Arriviamo al parallelismo storico: le schedature servivano a discriminare e la Fiat fu condannata con sentenza nel febbraio 1978 per corruzione e violazione del segreto di ufficio. Il CCSL è stato utilizzato per un’altra forma di discriminazione e la Corte costituzionale con sentenza del luglio 2013 ha dichiarato l’illegittimità della norma dell’articolo 19 statuto dei lavoratori nell’interpretazione fornita dal gruppo Fiat.
Oltre al parallelismo storico, che mi viene da riassumere con la battuta che «il lupo perde il pelo ma non il vizio», è utile porsi l’interrogativo del perché la Fiat ha iniziato uno scontro così duro che ancora oggi porta i segni e le conseguenze. In parte è già stato accennato. L’intento generale della Fiat era quello di annientare definitivamente il potere contrattuale rimasto ai delegati interni nell’intervenire sulle condizioni di lavoro. Non a caso vengono disdettati tutti gli accordi storici, compreso quello dell’agosto 1971, una pietra miliare che dava regole e diritti di intervento, di controllo della prestazione lavorativa da parte dei delegati interni, da chi rappresentava direttamente le lavoratrici e i lavoratori (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/12/20/50-anni-dopo-laccordo-che-cambio-le-relazioni-sindacali-alla-fiat/). Dal mio punto di vista è stata la chiusura del cerchio di ciò che era accaduto nel 1980 con la vertenza dei 35 giorni. Non analizzerò qui quella vertenza: è sufficiente richiamarla ricordando che anche in quell’occasione lo scontro è stato sul potere in fabbrica dei delegati interni di contrattare le condizioni di lavoro e salariali. Com’è noto molti delegati non rientrarono sul loro posto di lavoro e quel “contropotere” operaio non fu mai più ricostituito con le stesse caratteristiche. Ma rimasero in piedi gli accordi, compreso quello del 1971, che hanno permesso ai delegati, ancora per trent’anni, di avere strumenti di intervento, di esercitare un ruolo di rappresentanza fattiva in fabbrica. Così la Fiat, con il CCSL, ha deciso che quel protagonismo dei delegati, seppur già fortemente ridimensionato, doveva scomparire definitivamente e per farlo scomparire bisognava cancellare tutti gli accordi che lo garantivano. Ecco la chiusura del cerchio.
In sostanza le schedature, le discriminazioni, il 1980, il CCSL sono un filo di Arianna che tiene insieme l’intento che da sempre la Fiat ha portato avanti: quello di mantenere il controllo della fabbrica, di limitare l’intervento sulle condizioni di lavoro, sui ritmi produttivi, sul salario da parte dei rappresentanti diretti dei lavoratori, di coloro che agiscono all’interno della fabbrica, che conoscono i cicli di lavoro, che sono consapevoli di quello che accade dentro gli uffici e le officine.
Non a caso adesso si contratta una sola volta ogni quattro anni in occasione del rinnovo del CCSL e quella contrattazione la fanno i sindacalisti esterni, la “burocrazia” sindacale. Il protagonismo dei delegati, la loro capacità di rappresentare direttamente le condizioni di lavoro e di intervenire per migliorarla è stata completamente spazzata via dall’impianto del CCSL. Anche i rapporti di forza, determinanti nell’ottenere dei risultati, sono stati praticamente annientati dalle regole dello stesso CCSL che prevede sanzioni per chi dichiara lo sciopero fuori dalle procedure previste, con il risultato che scioperi indetti dai firmatari non ce ne sono praticamente più stati.

4.

A questo punto mi collego con le riflessioni sulla situazione del sindacato svolte su queste pagine da Loris Campetti (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/11/01/la-salute-del-sindacato/) e Fulvio Perini (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/11/17/il-futuro-del-sindacato-burocratizzazione-o-rinnovamento/) in cui, oltre all’analisi della difficoltà sindacale odierna, si parla della possibile via di uscita.
La tesi principale è che, per costruire un sindacato adeguato alle nuove sfide, bisogna ripartire dal basso. Sono totalmente d’accordo. Per me ripartire dal basso vuol dire anche ridare strumenti di intervento ai delegati interni ai luoghi di lavoro, strumenti efficaci per essere incisivi attraverso l’implementazione dei rapporti di forza determinanti nell’ottenere dei risultati. Rapporti di forza che sono stati molto indeboliti dalle leggi che hanno scardinato le tutele contro i licenziamenti e reso precari milioni di lavoratrici e lavoratori. Quando sei precario sei sotto ricatto, difficilmente decidi di organizzarti e di lottare. Ecco perché servirebbe ricostruire un quadro legislativo e contrattuale. A livello legislativo, come suggerisce Campetti, servirebbe avere una sponda politica che oggi non esiste e quindi bisognerebbe interrogarsi su come crearla. Su quello contrattuale servirebbe un sindacato esterno meno autoreferenziale, più autonomo e davvero unitario con un’impostazione che metta al centro i delegati e la loro capacità di intervento. Le leggi, la contrattazione nazionale e quella interconfederale devono trovare regole adatte a ridare potere di intervento nei luoghi di lavoro ai delegati sindacali e poi c’è un disperato bisogno di tutelare i “nuovi lavori”, pensiamo alla logistica, all’edilizia, all’agricoltura, alle finte partite iva. Lavoratori totalmente esclusi dalle tutele basilari, che il sindacato non riesce a rappresentare, che addirittura si pone poco il problema di come rappresentarli, di come entrare in contatto con loro, di come conquistarne la fiducia.

5.

Per finire dobbiamo porci il problema di un’altra discriminazione presente in ogni luogo di lavoro, ovvero la discriminazione di genere. A Torino la crisi economica ha determinato migliaia di licenziamenti e le donne sono tra coloro che hanno pagato il prezzo più alto. Sono state licenziate e dopo il licenziamento hanno avuto maggiori difficoltà rispetto agli uomini nel trovare una nuova occupazione. Quando ci sono riuscite, nella stragrande maggioranza dei casi hanno visto peggiorare la loro condizione lavorativa e salariale: alcune testimonianze esemplari si possono leggere in E. Lazzi, Buongiorno lei è licenziata. Storie di lavoratrici nella crisi industriale (Edizioni Gruppo Abele, 2021). Siamo inoltre un Paese dove a parità di mansione le donne guadagnano meno degli uomini e difficilmente si trovano all’apice delle aziende in ruoli dirigenziali di primo livello. È un problema da affrontare con determinazione. Anche in questo caso sarà determinante come la politica e il sindacato affronteranno questa problematica con leggi e contratti che mirino a cancellare una vera e propria discriminazione che si fa fatica a capire essere tale.
La strada è lunga e tortuosa, non ci sono scorciatoie. Sono convinto che «cambiare è possibile» non è solo uno slogan ma qualcosa che davvero può accadere: alla condizione di ripartire dal lavoro e dai valori portanti di uguaglianza e di solidarietà avendo capacità di pensare criticamente. Ripartire dal basso lavorando con umiltà e determinazione è il primo passo che dobbiamo compiere.

L’articolo riprende e sviluppa l’intervento svolto nel convegno “La città deve sapere” organizzato a Torino il 13 dicembre 2021 dal Comitato per il centenario della nascita di Bianca Guidetti Serra.


50 anni dopo: l’accordo che cambiò le relazioni sindacali alla Fiat

Autore: e

L’accordo del 5 agosto 1971

Dopo 5 mesi di trattative e con oltre 2 milioni di ore di sciopero, il 5 agosto del 1971 la Fiat e i sindacati metalmeccanici firmarono un complesso accordo integrativo aziendale di ben 84 cartelle destinato a regolamentare le relazioni industriali per alcuni decenni.

A distanza di cinquant’anni e con più elementi di valutazione, ritengo che quell’accordo rappresentò la più importante conquista della storia sindacale alla Fiat. Consentì l’accettazione e il riconoscimento della presenza sindacale in fabbrica definendo regole e procedure per il confronto e la contrattazione su materie, allora, considerate di esclusiva competenza delle direzioni aziendali come, ad esempio, i tempi di lavorazione e i cottimi, l’ambiente e l’organizzazione del lavoro, le qualifiche. Per i lavoratori dei grandi stabilimenti Fiat torinesi che fin dalla metà degli anni ’50 erano sottoposti alla repressione padronale con regimi da caserma ‒ soprattutto con sindacati divisi! ‒ quella piattaforma e quell’accordo rappresentarono anche un significativo punto di arrivo di un difficile e impegnativo processo di unità sindacale faticosamente avviato a metà degli anni ’60 da Fim e Fiom, con un centinaio di militanti guidati allora da valenti sindacalisti membri delle Commissioni interne. Quel manipolo di uomini, ben conoscendo i contratti e avendo capacità di elaborare proposte e mediazioni, ebbe un ruolo determinante nell’allargare il processo di unità d’azione delle tre Confederazioni: seppe cogliere il momento del risveglio sindacale a Mirafiori (piattaforme e accordi delle primavere ’68 e ’69), si raccordò alla rivolta operaia dell’autunno caldo e contribuì alla costruzione dei Consigli di fabbrica che sostituirono le Commissioni interne. L’accordo del 1971 conquistò un considerevole monte ore retribuito per consentire ai rappresentanti sindacali aziendali ed esperti di svolgere l’attività sindacale. Era trascorso un anno dall’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori. Con quell’accordo si raddoppiò il numero dei rappresentanti sindacali aziendali introducendo la figura dell’“esperto sindacale” (un’invenzione lessicale imposta dalla Fiat che rifiutava il termine “delegato”), a sostegno delle Rappresentanze sindacali aziendali. E si definì la costituzione dei Comitati cottimo, qualifiche e ambiente, senza trasferir loro i poteri di contrattazione integrativa che rimasero accentrati al livello nazionale e provinciale, ma consentendo un rilevante potere d’iniziativa e di controllo ai rappresentanti sindacali, prerogative da sempre negate. C’è da chiedersi se queste prerogative sono tutt’ora in vigore e attive oppure si sono perse a metà degli anni ’90 con il nuovo modello produttivo avviato a Melfi.

L’anima della vertenza del ’71 veniva da molti anni precedenti, quando a Mirafiori si iniziarono i primi passi di unità d’azione – Fim e Fiom avevano allora circa mille iscritti in uno stabilimento di 50mila dipendenti ‒ con messaggi (volantini-cartelloni) alternativi e antagonisti alle condizioni di lavoro, a quel modello fabbrica-caserma che il gergo operaio traduceva in “lavoro alla Feroce”, un sistema di sfruttamento che trasformò per lungo tempo il lavoratore in una sorta di robot, abbinando al controllo del processo produttivo un archivio segreto di schedature personali nel tentativo di identificare i potenziali portatori di idee innovative e libertarie nei luoghi di lavoro; quelle schede servirono per individuare, demolire e umiliare la persona in quanto tale. Ho ancora indelebili le testimonianze di alcuni militanti della Fim-Cisl degli anni ’60, di membri di Commissioni interne che scelsero l’impegno sindacale come reazione all’avere assistito a fatti di rappresaglia e di umiliazione di iscritti alla Fiom, non per mancanze o negligenza sul lavoro ma per essere semplicemente comunisti. Il nostro linguaggio, i nostri volantini che descrivevano le condizioni e i carichi di lavoro facevano costante riferimento ai quattro fattori [1) luce, rumore, temperatura, ventilazione, umidità; 2) polveri, gas, vapori, fumi; 3) attività muscolare o lavoro fisico; 4) effetti stancanti: monotonia, ripetitività, ritmi eccessivi, saturazione dei tempi, posizioni disagevoli, ansia, responsabilità, stress, alienazione] di una dispensa elaborata sotto la guida di Ivar Oddone, che ci insegnò un metodo di analisi per contestare con cognizione di causa, e con valore scientifico, le tabelle con le soglie di rischio definite a tavolino o in laboratorio da esperti Fiat che le Direzioni aziendali presentavano come un riferimento assoluto e fuori discussione. Quei quattro fattori erano indicati in quattro cerchi di colore verde, rosso, giallo, blu. È possibile che siano tutt’ora validi per analizzare, nell’era digitale, il lavoro che cambia (pur con la consapevolezza che debbono modificarsi per valutare la differente condizione lavorativa odierna).

Una breve sintesi di quella vertenza

La piattaforma sindacale fu definita da un Coordinamento nazionale che rappresentava 38 stabilimenti e 16 filiali; il risultato fu una serie articolata di rivendicazioni che riguardavano l’organizzazione e le condizioni di lavoro, l’aumento salariale e il rafforzamento dei diritti sindacali conseguiti nel ’69 con la regolamentazione delle linee di montaggio e la grande e innovativa richiesta del riconoscimento dei Consigli di fabbrica come soggetto sindacale aziendale. «Cottimo, qualifiche, ambiente» furono le parole d’ordine che ebbero una particolare accentuazione nella vertenza del 1971 (accompagnate da decine di migliaia di adesivi con immagini e scritte tipo “Basta! La tuta si lava, i polmoni no!” o “Il cronometro Fiat non misura la fatica”).

Il vasto dibattito che accompagnò la preparazione, la lotta sindacale e la conclusione della vertenza del 1971 vide molti protagonisti: il nucleo dei militanti degli anni ’60, i tanti neo-delegati (circa 800 eletti) molti ancora senza tutela e anche senza tessera sindacale, i giovani assunti dalla Fiat tra il 1968 e il 1970 senza poter ricorrere per urgenza di tempo alla selezione con il filtro delle schedature; e poi la novità dei molti lavoratori ritornati da esperienze di lavoro in Europa e quella di giovani che avevano completato la scuola dell’obbligo fino alla terza media (in conseguenza della riforma del 1961). Un dibattito appassionante e di grande impegno. Il sindacato si confrontò con slogan e parole d’ordine promosse da gruppi extraparlamentari tra i quali spiccava Lotta Continua, in particolare alle linee di montaggio, che venivano fatte proprie dai lavoratori spesso contrapponendole a quelle del sindacato. Qui ricordo quelle che a mio avviso ci impegnarono a rincorse, come: “Siamo tutti delegati”, “100 lire d’aumento, con il delegato non pago il salumiere” e poi quella dilagante “la seconda categoria per tutti ” e “la salute non si vende ma nemmeno si regala”. E ricordo anche che i primi delegati a Mirafiori si costituirono nelle lotte della primavera ’69 alle Officine Ausiliarie di via Settembrini per iniziativa dei militanti dello Psiup torinese.

Un crogiuolo di linguaggi, d’identità, di culture, di speranze, di utopie, di analisi, di proposte dal quale emerse con forza la presa di coscienza collettiva sul valore del NOI, dell’iniziativa del gruppo, dell’insieme si può, chi per scegliere la via dell’antagonismo di classe, chi per valorizzare sociologicamente un rapporto paritario “faccia a faccia” con il capo, infine chi, come il sindacato torinese, per rifondare la rappresentanza di base sulla figura del delegato unitario come rappresentante eletto su scheda bianca, e revocabile dal basso, da quel NOI rappresentato dal gruppo omogeneo di produzione, che nel caso Fiat di massima coincideva con la squadra. In linguaggio politico si può dire che si trattava di un sistema elettorale maggioritario con piccoli seggi elettorali senza presentazione di liste, con il solo vincolo di voto del 50+1. Una rivoluzione copernicana rispetto al tradizionale riferimento sindacale alle Commissioni interne elette da tutti i lavoratori su liste bloccate presentate dalle singole organizzazioni sindacali, e alle Sezioni sindacali aziendali elette dai soli iscritti. Una rivoluzione organizzativa e di strategia rivendicativa (in gran parte recepita nell’accordo del ’71) che poteva esistere e perfezionarsi solamente in una prospettiva di unità organica che invece già nell’anno successivo iniziò il suo declino.

L’inizio della trattativa fu lento e faticoso. La Fiat pose la pregiudiziale della presenza del Sida allo stesso tavolo negoziale. Fim-Fiom-Uilm si opposero e l’incontro fu sospeso. Cinque giorni dopo si iniziò nuovamente con la presenza del Sida che aderirà al primo sciopero di quattro ore del 28 aprile che riuscì con percentuali elevate e con una piccola quota di impiegati. Nel proseguimento con scioperi articolati interni, la Fiat iniziò la sua lunga serie di “mandate a casa per mancanza di lavoro” dei lavoratori che si trovano a valle e a monte dove si effettuavano scioperi spontanei e improvvisi sulle linee di montaggio. Una strategia che logorerà molto l’unità dei lavoratori. Il Sida progressivamente si sganciò con dichiarazione di ore di sciopero dimezzate rispetto a quelle proclamate da Fim-FiomUilm. Le Direzioni aziendali iniziarono l’invio di lettere di diffida e di ammonimento a lavoratori della Carrozzeria e della OM di Brescia; quattro operai vennero licenziati con accuse di violenze in occasione di cortei interni. A maggio la Fiat convocò i tre segretari confederali annunciando che doveva licenziare 50 lavoratori ma si sarebbe limitata a sette per consentire il proseguimento della trattativa che invece venne sospesa. Si intensificò la lotta: il 18 maggio ci fu a Torino una grande manifestazione cittadina in piazza San Carlo con sciopero di sei ore. Alla fine di maggio un corteo di di gruppi extraparlamentari a sostegno della vertenza Fiat si scontrò con le forze dell’ordine e vennero arrestati 56 manifestanti. A giugno la Fiat sospese altri lavoratori all’OM di Brescia e minacciò altri quattro licenziamenti. Seguì un nuovo blocco della trattativa e il Ministro del Lavoro Donat Cattin convocò le parti a Roma, mentre Fim-Fiom-Uilm dichiarano uno sciopero nazionale della categoria per il 22 giugno; il problema dei licenziamenti venne momentaneamente congelato e la trattativa ripartì a Roma, con tavolo separato per il Sida.

Come già nel contratto nazionale dell’autunno caldo ebbe un ruolo rilevante la mediazione del Ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin. A fine luglio, con per l’approssimarsi delle ferie, gli scioperi ebbero una flessione, in particolare a Mirafiori. Nella stretta finale della trattativa il ministro sollecitò ‒ con il suo noto brusco garbo ‒ la delegazione Fiat a non fare proprio il proverbio «chi non piscia in compagnia è un ladro o una spia» al fine di accettare la richiesta sindacale di trasformare l’unica pausa fisiologica di 10 minuti con fermo linea con più pause personali e sostituzione del lavoratore che si allontanava con un collega-jolly. Una delle conquiste che contribuirono a cambiare la condizione di lavoro. Il 19 luglio dopo una notte di intense trattative, con il Ministro Donat Cattin che pressava le parti annunciando una propria proposta di mediazione, si raggiunse l’accordo.

Una sintesi dell’accordo

Tra le 84 pagine di quell’accordo c’è una frase che cambia radicalmente il modo di concepire la democrazia diretta di fabbrica: «viene stabilito che i lavoratori hanno il diritto di discutere attraverso i Comitati cottimi i tempi ed i carichi di lavoro che appaiono contestabili sulla base delle osservazioni dei lavoratori». Essa sintetizza il balzo più significativo della rappresentanza del sindacato in fabbrica, già materializzatasi e sperimentata in numerosi contenziosi e scioperi a livello di squadra e di reparto fin dalla primavera del 1969.

Non venne riconosciuto il Consiglio di fabbrica. La Fiat escogitò la soluzione dei Comitati, composti da due rappresentanti sindacali per ogni sindacato firmatario, per cottimo, qualifiche, ambiente.

Per i Comitati cottimi (uno ogni mille dipendenti) fu accolta la richiesta di controllare e contestare i tempi, anche nella fase di assestamento di una nuova lavorazione, e di controllare le pause, le saturazioni, i rimpiazzi. L’innovazione più rilevante era contenuta nella frase sopra richiamata. La modifica del regolamento dei cottimi, in vita da 25 anni, determinò nel breve tempo un sensibile miglioramento della vita lavorativa sulle linee di montaggio. Il vecchio regolamento, infatti, prevedeva procedure di verifica e di contestazione di un tempo di lavoro e annessi ma era indispensabile che la prima istanza pervenisse dal singolo lavoratore; solo in un secondo tempo poteva intervenire la Commissione interna. Di fatto fino all’avvento dei primi delegati nella primavera del ’69, ai membri di Commissione interna non risultava che qualche operaio in attività avesse attivato quella procedura: forse qualcuno ci aveva provato e si era trovato poche ore dopo in un’altra officina o stabilimento oppure anche fuori Fiat. Per i Comitati ambiente di stabilì impegno delle Direzioni a dare informazioni sui dati rilevati con tecniche di laboratorio, fornire l’elenco delle sostanze nocive presenti, rendere noti i programmi di investimenti per rinnovare impianti e locali. Per i Comitati qualifiche operai e i Comitati qualifiche impiegati si precisò l’impegno per incontri almeno semestrale. Si abolì l’ultima categoria contrattuale (la 5ª), si stabilì il passaggio dalla 4ª alla 3ª dopo 18 mesi di lavoro in linea di montaggio. Poi l’impegno per definire insieme 16.000 passaggi di qualifica dalla 3ª alla 2ª, 2.200 dalla 2ª alla lª, 500 dalla 1ª alla lª super. Il guadagno di cottimo venne definitivamente garantito, stabilendo una banda di oscillazione molto stretta da un minimo di rendimento di 127 a un massimo di 133. Gli aumenti retributivi furono di 30 lire orarie per gli operai, di 6.000 mensili per gli impiegati. L’organizzazione sindacale di fabbrica conquistò, nel complesso Fiat, un totale di 700.000 ore di permesso per i componenti dei comitati15.

Dopo la consultazione dei lavoratori con parecchie assemblee nelle quali emersero anche contrarietà all’intesa, la firma formale dell’accordo fu posta il 5 agosto, alla vigilia della chiusura estiva degli stabilimenti perché la Fiat pose la pregiudiziale che cessassero gli scioperi a Rivalta per contrastare l’aumento di produzione.

L’accordo del 1971 consentì di definire nuove norme per regolare la prestazione di lavoro e per ridurre il conflitto sui carichi di lavoro, ma questo obiettivo non fu conseguito.

Sul surplus di conflittualità alla Fiat di quegl’anni molto si è scritto: in prevalenza si è attribuita la responsabilità principale alla strategia sindacale portatrice di una conflittualità continua nei luoghi di lavoro. Per come ho vissuto quel periodo e firmato anche quegli accordi ho un punto di vista alquanto diverso. Ricordo bene ancora quei capisaldi della strategia della Fiat che rendevano difficile la mediazione e la definizione di qualsiasi accordo, a volte anche su problemi di ordinaria amministrazione di vita aziendale:

– la contrattazione doveva rimanere accentrata a livello di gruppo nazionale, eccezionalmente a livello provinciale ma non essere praticata a livello aziendale; neppure nell’accordo del 1971 troviamo traccia formale di decentramento della contrattazione a livello di stabilimento o di officina. Quando si rompeva quello schema era a seguito di mobilitazione e conflittualità…;

– ricordo ancora le parole di un capo del personale Fiat che, nella notte di una difficile trattativa, giustificava la rigidità Fiat alla mediazione con queste parole: «Se noi rendiamo semplice il percorso per un riconoscimento salariale, sui tempi o altro di fatto incentiviamo i lavoratori a presentare altre richieste. Se invece una lira di aumento sulla paga oraria di un lavoratore ci costa per l’insieme dei lavoratori Fiat ben 150 milioni. Al lavoratore una lira in più serve a ben poco, a noi 150 milioni ben servono per investimenti»;

– nel corso della vertenza del ’71 la delegazione Fiat affermava che: «I tempi di lavorazione non sono materia che si possa trattare. Derivano da elementi tecnici per noi come per tutte le aziende automobilistiche del mondo». Ovvero, se la metrica definisce un movimento fattibile in tot secondi, non si discute, si prende atto come fosse…una tavola della legge.

Sul fronte sindacale è esistita, in larghi settori di sindacalisti e di delegati, la convinzione che la forza del sindacato alla Fiat dipendesse più dal livello di conflittualità messa in campo che non dalla forza conseguente al tasso di sindacalizzazione, dalla capacità negoziale. Più volte si è sottovalutato che un buon volantino o una riuscita assemblea, in grado di suscitare gran consenso tra i lavoratori, può suscitare una pressione verso la Direzione aziendale pari o anche di più di uno sciopero. Ripropongo una riflessione di Tom Dealessandri, a quei tempi delegato della Fim-Cisl, alla Fiat di Rivalta, ribadita in più occasioni: «una parte della gerarchia aziendale non ha mai accettato l’accordo del 1971 rifiutando il confronto con delegati e Comitati. […] Più volte mi sono reso conto che noi delegati conoscevamo più cose, soprattutto sulle incongruenze, relative ai processi produttivi di quanto sapevano i capi del personale». In quel periodo la gerarchia aziendale fu spesso messa in difficoltà ‒ nelle discussione sui tempi, sulle pause, sulle qualifiche, sull’ambiente ‒ da operai e delegati che avevano acquisito una cultura ‒ per esperienze di lavoro in più aziende anche in paesi europei, per l’allungamento della scuola dell’obbligo, per la sensibilità al vento del cambiamento ‒ superiore a quella di tanti “mandarini” della Fiat (così definiti da un capo del personale Fiat). 

Considerazioni finali

Concludo con alcune considerazioni.

La prima. Quella “interferenza” del Comitato cottimo in assistenza al lavoratore per ridefinire i tempi attivi per una sequenza lavorativa, i relativi fattori di riposo, i fattori fisiologici e le pause, è ANCORA una funzione essenziale oggi per definire un flusso di operazioni da tradurre in logaritmo con linguaggio digitale e linguaggio macchina. È ancora in vita nella contrattazione aziendale?

La seconda. Il sistema di tutele e di norme per la salvaguardia della salute e della sicurezza sul lavoro hanno raggiunto un livello tanto ampio sul piano formale quanto ancora deficitario nell’attuazione. Troppo spesso si sacrifica la formazione dei lavoratori alla sicurezza, ignorando vecchi e nuovi rischi per infortuni e malattie professionali, non solo per i neo-assunti o quelli con contratti precari e a tempo. Quel metodo del ’71 e i quattro fattori che ho ricordato sono ancora validi e presenti nella contrattazione aziendale? Nell’era digitale, che indubbiamente ha migliorato l’ambiente e la sicurezza sul lavoro e messo in campo tante meraviglie, s’indaga ancora su quanto costituiva il quarto fattore (che teneva conto dell’interazione tra monotonia delle operazioni, ansia e stress, parcellizzazioni alienanti con possibile conseguente depressione)? Quei quattro fattori possono, aggiornandoli, servire per l’ambiente esterno per indirizzare le azioni della riconversione energetica e della transizione climatica?

Per concludere. La fabbrica-caserma nell’estate 1971 era già cambiata. Probabilmente quel sistema spionistico ‒ con ben 350.00 schede utilizzate per isolare e demolire la persona in quanto tale, prendendo di mira quei lavoratori dotati di senso critico, di coraggio e di libertà per esprimerlo, per cambiare la fabbrica o il mondo intero ‒ era stato congelato e aveva le ore contate. Infatti un coraggioso pretore, Raffaelle Guariniello, nell’estate dello stesso anno pensò di fare visita agli archivi riservati della Fiat in corso Marconi. E così anche la città venne a sapere ciò che allora, in fabbrica, molti già conoscevano o pensavano che fosse vero. Erano scheletri del passato quanto trovato negli armadi Fiat oppure un sistema ancora in vigore all’epoca della vertenza del 1971 che cambiò le relazioni sindacali? Quelle schedature miravano non solo a controllare le idee politiche e sindacali dei lavoratori ma a impedire che si esprimessero. Quell’era fa parte della storia. Ora nel mondo di Internet, dei social, dei cellulari, dei singoli permanentemente connessi, si pone un diverso problema. Si controllano le abitudini, gli interessi consumistici, gli spostamenti delle persone, con i tanti cookie e altro che si ricevono navigando in rete. Che John Elkan, presidente di Stellantis e presidente di Gedi controlli ben 12 testate e altro collegate ai media è o no un problema?

È il testo, lievemente ridotto, dell’intervento svolto nel convegno “La città deve sapere” organizzato a Torino il 13 dicembre dal Comitato per il centenario della nascita di Bianca Guidetti Serra


Il futuro del sindacato: burocratizzazione o rinnovamento?

Autore: e

Le riflessioni di Loris Campetti sul ruolo del sindacato (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/11/01/la-salute-del-sindacato/) possono essere ignorate come si fa ormai da molti anni, eppure pongono questioni molto importanti per il futuro dei lavoratori e della democrazia in Italia. Le derive sono sotto gli occhi di tutti sia per le condizioni di lavoro che per la partecipazione dei lavoratori alla vita politica.

I sindacati possono rinnovarsi?

È una delle domande che la delegazione dei sindacati presente nella Organizzazione Internazionale del Lavoro (ACTRAV-OIL) si è posta sul futuro del lavoro in occasione del centenario dell’organizzazione delle Nazioni Unite con competenza sui temi del lavoro (Il futuro del lavoro:sindacati in trasformazione, https://www.ilo.org/actrav/international-journal-labour-research/WCMS_731147/lang–en/index.htm). Nella premessa del suo documento sul tema del futuro del sindacato viene messo in evidenza come negli ultimi tre decenni i sindacati abbiano visto progressivamente ridursi il numero di adesioni e il corrispondente invecchiamento della loro base associativa (Rafael Peels, I sindacati in transizione, pp. 14-17, https://www.ilo.org/rome/pubblicazioni/WCMS_760106/lang–it/index.htm).

Ancora nei mesi scorsi, la delegazione in rappresentanza dei lavoratori a Ginevra, ricordando i quattro grandi cambiamenti in corso (la globalizzazione economica, la crisi climatica, la crescita demografica e l’accelerazione delle innovazioni tecnologiche), ha pubblicato una ulteriore nota (ACTRAV, Trade Unions in Transition, https://www.ilo.org/actrav/projects/trade-unions-in-transition/lang–en/index.htm) che ripropone il dilemma tra declino e rinnovamento evidenziando in quattro punti i rischi e le sfide che il sindacato ha di fronte: a) la marginalizzazione, derivante dalla riduzione e dall’invecchiamento degli aderenti; b) il dualismo, caratterizzato dalla azione di protezione degli attuali aderenti senza affrontare con efficacia la protezione e organizzazione dei nuovi lavoratori; c) la sostituzione con organismi come le ONG operanti sui diritti umani perdendo la specificità del lavoro, tentativo già in atto in alcuni paesi e oggetto di prime discussioni in ambito ONU; d) in alternativa, la rivitalizzazione, innovando tattiche di azione e alleanze e ponendo al centro l’organizzazione dei «lavoratori instabili nel Nord e nel Sud del mondo».

Perché, ora più che mai, è necessaria una solidarietà sindacale internazionale.

L’appello di IndustriAll, il sindacato internazionale dei lavoratori dell’industria che conta tra i suoi affiliati 55 milioni di aderenti, è per un forte rinnovamento del sindacato. Risale all’agosto 2019 e mantiene una grande attualità (traduzione dal IndustriAll. https://volerelaluna.it/lavoro/2019/08/21/perche-ora-piu-che-mai-e-necessaria-una-solidarieta-sindacale-internazionale/).

Ricordo e commento alcuni passaggi del documento. «Anche quando vinciamo, la maggior parte delle nostre vittorie sono difensive. A volte combattiamo con successo contro un assalto ai nostri diritti e condizioni di lavoro, ma non stiamo guadagnando nuovo terreno. I lavoratori sono sulla difensiva. I lavoratori sono sempre più instabili. Ci sono meno lavoratori con buone pensioni. La diseguaglianza sta aumentando». Su questa base viene svolta un’interessante analisi delle ragioni e degli effetti dei cambiamenti conseguenti all’azione degli avversari sia sul terreno delle condizioni di lavoro e dei diritti dei lavoratori che sul piano della democrazia politica. Prosegue il documento: «Sebbene la diagnosi sia complicata, il rimedio è semplice: dobbiamo riacquistare il diritto umano alla dignità del lavoro». Vengono poi indicati alcuni terreni di azione:

«Ci restano 12 anni per ridurre drasticamente le nostre emissioni di carbonio se vogliamo preservare la qualità della vita sul pianeta. […] Mentre il settore privato non riuscirà a realizzare una transizione equa ed efficace senza emissioni di carbonio, con lavoro e dignità per tutti». Già, in questi giorni, a Glasgow, un Paese come l’India è stato tra i più resistenti ad una azione ravvicinata di riduzione delle emissioni e conviene ricordare che quel paese è stato attraversato da due delle lotte sociali più imponenti nella storia del lavoro, quella dei contadini e quella dei lavoratori che, tra l’altro, si sono battuti e si stanno battendo contro la privatizzazione dei settori minerario e energetico, carbone compreso. Nel settore industriale l’azione più efficace per contrastare il “dualismo” tra lavoratori tutelati e quelli privi di diritti è quella di intervenire e organizzare i lavoratori per “catene di produzione”, che noi chiamiamo filiere: «L’impegno del sindacato focalizzato solo ai vertici della catena di approvvigionamento non costituisce solidarietà. Dobbiamo rappresentare tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici nella catena di approvvigionamento». Indicando poi l’esigenza di nuove alleanze: «Dobbiamo partecipare al movimento per l’ambiente, al femminismo, a tutte le questioni in cui le persone si incontrano attorno alla visione di un mondo migliore. Dobbiamo dimostrare di essere parte del futuro, non solo del passato. Dobbiamo avere nuove forme di organizzazione sindacale e un nuovo internazionalismo».

Mi scuso per le citazioni, forse un po’ pedanti, ma intendo sottolineare anche in questo modo il vuoto di riflessioni e di idee presente nel paese in cui vivo. Ho accolto e letto con molto piacere l’articolo di Loris Campetti che ha richiamato con forza il riferimento all’internazionalismo. Viviamo in un continente in cui le persone, per la prima volta, si aspettano che i loro figli stiano peggio di loro e subiscono passivamente o addirittura sostengono la costruzione di migliaia di chilometri di muri e reticolati da Melilla alla Lituania, mentre la solitudine e l’incertezza cancellano le loro speranze. Solo riaffermando il valore della solidarietà internazionale si potrà contrastare il «venir meno di una idea di destino comune tra i lavoratori» come ci ricordava Luciano Gallino in uno dei suoi ultimi libri.

Incontrarsi tra persone che aspirano a un mondo migliore

Mentre il sindacato italiano vive nella richiesta permanente di un “tavolo” e, verso il basso, nei servizi assistenziali e di tutela al singolo lavoratore, ormai fonte pressoché esclusiva di tesseramento, altrove per il mondo qualcosa cammina nella direzione indicata da IndustriAll.

Negli ultimi due anni in Cile e in Uruguay la lotta sociale, ma anche politica e per la democrazia, ha visto come organizzatori e protagonisti le associazioni della società civile, come diremmo noi. In Cile l’esperienza della riaggregazione delle organizzazioni e dei movimenti sociali, di genere ed etnici ha presso avvio nella primavera di due anni fa con l’organizzazione delle manifestazioni promosse dal sindacato contro i trattamenti pensionistici suggeriti oltre trent’anni fa da Milton Friedman e imposti dall’ultimo Governo Pinochet (https://volerelaluna.it/mondo/2019/10/28/un-altro-cile-e-possibile-noi-siamo-stanchi-ci-uniamo/), un modello molto valorizzato a livello internazionale che ha anche influenzato la riforma delle pensioni del 1995 in Italia. Qualche mese dopo, in agosto, le prime 78 associazioni hanno dato vita al movimento di Unidad Social con la partecipazione del sindacato Cut, delle associazioni delle donne e degli studenti, delle organizzazioni delle popolazioni indigene a partire dai Mapuche condividendo un manifesto-appello che iniziava così: «da soli si perde, ci uniamo per combattere con maggiore efficacia». Sulla base dell’appello si sono promossi numerosi gruppi tematici di studio e di proposta in ogni territorio del paese e promuovendo le prime manifestazioni duramente represse. Tra i “tavoli” tematici c’è stato sin dall’inizio quello più importante sulla riforma della Costituzione imposta da Pinochet quando dovette dimettersi. Ora si è svolto il referendum che con oltre il 70% dei voti ha dato vita a una nuova assemblea costituente formata attraverso il voto popolare con quasi il 50% dei suoi membri espressione dei movimenti di lotta nati con Unidad Social e a presiederla è stata eletta una donna mapuche (https://volerelaluna.it/mondo/2021/07/12/cile-una-nuova-costituzione-per-tutelare-i-popoli-indigeni-e-la-madre-terra/). In Uruguay il sindacato PIT-CNT ha iniziato con lo sciopero generale contro la legge di restaurazione neoliberale dei diritti sociali e civili proposta dal governo di destra e poi approvata dal parlamento. A quel punto anche in Uruguay si è dato vita a una esperienza di unità sociale molto simile a quella cilena e si è dato vita ad un movimento di associazioni di lavoratori, di donne e di studenti che ha promosso la raccolta di firme per indire un referendum abrogativo della legge, si sono raccolte più di 800mila firme a fronte di un elettorato di 2,4 milioni di elettori (https://volerelaluna.it/mondo/2021/08/23/la-lotta-sociale-e-politica-scuote-luruguay/).

Quindi, in determinati contesti e a fronte di determinate soggettività collettive, diventa possibile la proposta del sindacato IndustriAll di unirsi tra chi immagina e si batte per un mondo migliore.

Agire collettivamente in Italia

La situazione italiana è molto diversa e distante dalle esperienze sociali in corso nel ConoSur dell’America Latina e il pessimismo è d’obbligo. Eppure non ci resta che la strada di ricostruire dal basso come indica Loris Campetti.

Abbiamo vissuto una esperienza entusiasmante e drammatica vent’anni fa a Genova dove la domanda di unità sociale per un mondo migliore era fortemente presente, ma gli apparati – in primis quelli di una sinistra settaria e autosufficiente – sono riusciti a disperderla molto velocemente. Ora, sempre considerando la dimensione sociale, siamo al deserto. Tutto diventa difficile e, ragionevolmente, ognuno si unisce ad altri per affinità, come può. Non si è soli, ma si è separati. Tutto questo favorisce il degrado, l’individualismo e la divisione tra lavoratori mentre le attuali norme e gli attuali strumenti per difendere collettivamente i lavoratori sono ogni giorno più deboli. Facciamo tre esempi.

Il primo è il salario minimo che i sindacati osteggiano: il salario minimo lo stabilisce il contratto collettivo nazionale e non la legge, europea o italiana che sia. Senza considerare la questione del pluralismo sindacale e della rappresentatività dei sindacati firmatari del contratto, prendiamo in considerazione i contratti firmati dai sindacati di categoria delle confederazioni Cgil, Cisl e Uil. Tradizionalmente per un lavoratore con un rapporto di lavoro senza un contratto la magistratura adottava il criterio di stabilire che dovesse essere applicato quello del commercio. Sul sito del CNEL possiamo esaminare quanti contratti del commercio e dei servizi ci sono e quante siano le associazioni firmatarie. Tra questi ci sono ovviamente quelli firmati dai sindacati delle confederazioni, ma a luglio mi è capitato di parlare con due giovani lavoratrici che svolgevano con contratto a termine il lavoro di assistenti in cucina e di cameriere in un hotel lamentandosi di essere inquadrate e pagate con il livello professionale più basso come sguattere o addette alla pulizia. Anche nel passato si veniva assunti al livello inferiore e poi dopo poco tempo, nel caso considerato dopo pochi giorni o settimane (il periodo di prova era calcolato a giorni), si passava ai livelli superiori. Già, ma ora, con il lavoro a termine ripetuto, quell’inquadramento diventa permanente e il salario percepito è in contrasto con il principio costituzionale del salario che deve garantire la dignità del lavoratore. Molti contratti collettivi sono così e sarebbe interessante calcolare se e quando queste lavoratrici o lavoratori potranno andare in pensione, sicuramente neanche a quota 120 (70 anni di età e 50 di lavoro) perché non matureranno il minimo di contributi versati per poter avere quella pensione di 640 euro mensili, pari a 1,5 volte la pensione sociale, che permette (sic!) a un lavoratore di andare in pensione.

Si presenta così una seconda contraddizione che il sindacato internazionale chiama dualismo. In questi giorni i sindacati criticano le proposte del governo su quota 102 e poi 103 e poi 104. E quelli/e che non la maturano neanche a quota 120? Sono ormai milioni e milioni, basti pensare alle donne a part-time involontario. Lo sciopero lo si minaccia per difendere i lavoratori toccati da quota 102, per gli altri/e si rinvia a un auspicio di clemenza.

Mi ha colpito ‒ è il terzo esempio ‒ la differenza abissale tra le norme dello statuto dei lavoratori italiano e quelle spagnole sull’uso delle tecnologie digitali e il controllo a distanza. In Italia le nuove norme, imposte non caso dal Governo Renzi, permettono pressoché tutto con il solo limite di rispettare la privacy e, come conseguenza, permettono solo una tutela individuale del lavoratore interessato. In Spagna la norme dello statuto prevedono che i lavoratori siano informati «dall’impresa di parametri, regole e istruzioni sulla cui base funzionano gli algoritmi o i sistemi di intelligenza artificiale che supportano la presa di decisioni che possono incidere sulle condizioni di lavoro, sull’accesso e sulla conservazione del rapporto di lavoro, inclusa l’elaborazione dei profili personali», con la conseguenza della diffusione di una contrattazione collettiva su parametri, regole e istruzioni del cosiddetto algoritmo. La differenza è tra un sindacato che offre servizi individuali e uno che si propone di contrattare le condizioni di lavoro.

Mi pare evidente che le contraddizioni evidenziate a livello internazionale siano particolarmente presenti in Italia, ma il sindacato italiano le ignora o rinvia la riflessione. Conosco dei casi, nel territorio in cui vivo in Val di Susa, di lavoratrici e lavoratori che si licenziano e preferiscono l’indennità di disoccupazione al reddito derivante da un lavoro perché il comando è arbitrario e umiliante. Non voglio generalizzare ma devo ricordare che nel solo mese di settembre, in Usa, 4,4 milioni di lavoratori hanno lasciato un lavoro giudicato lesivo della loro dignità (https://www.washingtonpost.com/business/2021/11/12/job-quit-september-openings/). Emergono quindi comportamenti individuali di difesa caratterizzati dalla solitudine, ma, almeno negli Stati Uniti, accompagnati da azioni di sciopero dei lavoratori diffuse e crescenti (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/03/31/usa-i-lavoratori-dellalabama-contro-amazon/), anche sostenute dal sindacato AFL-CIO.

Ricostruire dal basso

Forse è proprio dal basso che si dovrà ripartire. Perché ormai non ci sono più altre possibilità, anche se sarà tremendamente difficile. Ma anche perché senza una reale partecipazione dei lavoratori la deriva elitaria in politica e burocratica nel sindacato non si fermerà. Le esperienze aziendali che Campetti ricorda ci indicano che è ancora una strada possibile, ma non si può ignorare che l’orientamento degli apparati sindacali è, in generale, quello di tenere sotto controllo le RSU e i singoli rappresentanti sindacali. Nel 1968 mi era possibile incontrarmi presso la sede del partito repubblicano per discutere con alcuni militanti della Uil della possibilità di presentare una lista unitaria per la Commissione Interna alla Montedison di Novara; oggi una norma dell’accordo interconfederale che regola la rappresentanza sui luoghi di lavoro – impropriamente chiamato “testo unico” – vieta espressamente la possibilità di presentare liste comuni alle elezioni delle RSU pena la decadenza della lista, si devono contare i voti per misurare la rappresentatività e la forza dell’organizzazione sindacale esterna e l’unità tra lavoratori e loro rappresentanti è considerata un elemento di confusione. Il loro potere può solo derivare dai rapporti con l’impresa del funzionario sindacale che li segue.

Ripartire dal basso obbliga a fare i conti con questa pratica sindacale, ma la forza della ricerca dell’ unità dei lavoratori e della solidarietà può permettere molti passi avanti come GKN insegna. Per fare questo è necessario riprendere e riaffermare un’altra lezione di Di Vittorio: i lavoratori devono essere uniti perché vivono e lavorano nelle stesse condizioni; la condizione fa unità mentre le opinioni importate dall’esterno quasi sempre dividono. Molti dei fattorini che chiamiamo rider (https://volerelaluna.it/talpe/2021/07/02/i-diritti-dei-rider/), impegnati nelle battaglie per i diritti, vedono con fastidio l’intervento di sindacati, confederali o di base, perché portatori di divisioni.

Proprio a partire dal valore dell’unità tra lavoratori può essere proposta un’altra domanda: chi sono i titolari del diritto alla rappresentanza? i lavoratori o il sindacato? Nelle leggi di tanti paesi europei questo diritto è dei lavoratori che possono eleggere i loro rappresentanti anche dove il sindacato non è presente. In Spagna i verbali delle elezioni vengono raccolti dagli uffici locali del Ministero del Lavoro e su questa base si verifica la rappresentatività, per fare un esempio, delle Comisiones Obreras e della UGT. Sempre in Spagna è previsto che i rappresentanti dei lavoratori in azienda possano dotarsi di un programma comune. Ma con la scomposizione dei cicli di lavorazione, di oggetti come di servizi, è necessaria una nuova unità tra lavoratori di imprese diverse (alla Fiat di Melfi, nel 2007, se ne contavano più di 440 che dovevano coordinarsi ai fini della prevenzione dei rischi per la sicurezza e la salute) dando vita nuove forme di organizzazione, da un lato guardando alle catene globali di produzione (la Confederazione delle Americhe ha elaborato degli ottimi materiali) e dall’altro con strutture intercategoriali (avremmo detto una volta) sul territorio. Sempre sul territorio si può dare vita a esperienze organizzative che vedano l’incontro tra chi si batte per il diritto umano alla dignità del lavoro e chi si batte per i diritti di genere, degli immigrati, dei LGTB, o dell’ambiente dando vita a forme di unità sociale.

Per intanto bisognerebbe inventarsi dei momenti e dei luoghi per approfondire e condividere.


La salute del sindacato

Autore: e

Serve ancora il sindacato, nel secondo decennio del terzo millennio dopo Cristo? Seconda domanda: chi rappresenta il sindacato nella stagione della globalizzazione neoliberista, quali figure sociali tutela e quali sono invece abbandonate allo strapotere del turbocapitalismo? Terza domanda: cosa è diventato il sindacato? Sono tre domande difficili, le risposte non possono essere semplici né individuali. Quel che posso tentare di fare è di inquadrarle nel contesto dato, qui e ora ma con un occhio al futuro analizzando le linee di tendenza.

La miseria della politica

La prima cosa che mi viene da dire è che non è mai stato così difficile come oggi fare sindacato e, al tempo stesso, non è mai stato così necessario. Indispensabile, aggiungerei. La ragione prima della difficoltà rimanda alla politica, alla sua mutazione nella chiave dell’autoreferenzialità, allo sfilacciamento e allo snaturamento della democrazia e allo svuotamento della partecipazione. Non solo in Italia, certo, ma sulle dinamiche in atto nostro paese val la pena soffermarsi. Bastava dare un’occhiata alla grande manifestazione di Firenze organizzata dal collettivo e dalle Rsu Fiom della Gkn per rendersi conto dell’abisso che separa la lotta operaia, le condizioni materiali dei lavoratori, dalla Grande Politica. Nelle interviste realizzate per un libro-inchiesta – Ma come fanno gli operai – mi aveva colpito il racconto di un giovane delegato di una fabbrica aerospaziale del Varesotto: «Vedi, lì dai tempi dei tempi è appesa una gigantografia di Enrico Berlinguer. Per i vecchi operai la sinistra incarnata dal segretario del Pci rappresentava un riferimento forte, identitario. Per i giovani operai, invece, gli eredi principali del Pci sono quelli che più scientificamente hanno abbattuto i diritti dei lavoratori, a partire dall’attacco allo Statuto dei lavoratori». La rabbia può addirittura spingere gli operai convintamente di sinistra a votare per dispetto un partito con cui non si ha nulla a che fare pur di punire chi è accusato di essere passato dall’altra parte, dalla parte dei padroni. Un operaio della Fiat diceva parole condivise da tanti suoi compagni in tuta blu: «Ho votato per Appendino sindaca di Torino anche se non mi aspetto nulla dai grillini, perché il Pd ripresentava Piero Fassino, quello che nello scontro tra la Fiom e Marchionne si era schierato con Marchionne. Non ho votato come sarebbe stato normale per Giorgio Airaudo, ottimo compagno, perché il modo più sicuro per far perdere Fassino era votare per il M5S». I lavoratori sono ormai privi di una rappresentanza politica forte, per essere più precisi non hanno sponde nella politica (so bene che a sinistra del Pd ci sono forze come il Prc che si battono al fianco dei lavoratori, ma se vuoi trovarle devi andare nelle manifestazioni di lotta, non in Parlamento e nelle istituzioni. Ma ciò richiederebbe una riflessione a parte che esula da questo articolo). È stupido e ipocrita meravigliarsi a ogni elezione per la fuga fuori dalla sinistra del voto operaio. I lavoratori sono soli, il centrosinistra cerca consensi e voti nei ceti alti, nei centri storici e nei quartieri bene delle città, nei CDA delle banche più che tra i bancari, in quella che una volta si chiamava borghesia. Fare sindacato senza avere sponde nella politica e nelle istituzioni, con il Pd che è il più convinto sostenitore della dittatura del mercato, è davvero dura.

C’era una volta l’internazionalismo

Di un altro elemento di difficoltà a fare sindacato scrivo solo il titolo, è il passaggio dall’internazionalismo proletario all’individualismo proprietario: la fine del bipolarismo con l’inevitabile e tardiva implosione del socialismo reale ha “semplificato” lo scenario mondiale e abbattuto icone e riferimenti. Ciò ha contribuito, in assenza di un progetto politico alternativo, cioè di un’altra idea di sinistra e del mondo, ad accelerare lo scatenarsi della guerra tra poveri, tra lavoratori del nord e quelli del sud e dell’est, tra uno stabilimento e l’altro. Insomma, la crisi della solidarietà è cresciuta di pari passo con le diseguaglianze. Consiglio a tutti una gita a Monfalcone, davanti ai cancelli della Fincantieri, per farsene un’idea. Il sindacato, nato con l’idea che i proletari di tutto il mondo dovessero unirsi, oggi più che in passato avrebbe bisogno come il pane di un’ottica internazionale, globale se preferite, che invece manca da tempo. Senza una strategia e un coordinamento globali si può far poco per ridimensionare la prepotenza delle multinazionali, si può salvare per un po’ una fabbrica magari a discapito di un’altra collocata in un’altra città o in un altro continente. Ma così non si fa molta strada. 

A parità di prestazione parità di trattamento

Privati di ogni rappresentanza (e sponda) politica, i lavoratori rischiano di trovarsi soli di fronte all’arroganza del potere. Là dove non esiste neppure una rappresentanza sindacale, il passo è breve per arrivare alla cancellazione dell’insegnamento di Giuseppe Di Vittorio: mai più con il cappello in mano davanti al padrone. Allo svaporarsi della centralità del lavoro in sede politica e, ahimè, nell’immaginario collettivo, si accompagna la massiccia rivoluzione portata dal capitalismo nell’organizzazione del lavoro, nelle relazioni sociali, nella composizione della classe lavoratrice. La crescita esponenziale della logistica agevolata dalla pandemia, inoltre, sta scardinando il bagaglio dei diritti conquistati nel secolo breve, personalizzando il rapporto padrone-dipendente, e a occuparsi della mediazione non è certo il sindacato bensì il caporale. E non solo nella logistica ma anche nell’agricoltura, nell’edilizia, fino al cuore della produzione industriale dove le scelte politiche e dunque la legislazione hanno accompagnato e favorito la frammentazione del ciclo moltiplicando le diseguaglianze e scatenando il dumping sociale. Il vecchio adagio “a parità di prestazione parità di salario, orario, diritti” è stato travolto dal sistema di appalti e subappalti e dalla possibilità concessa alle imprese di scegliere la forma contrattuale più conveniente grazie a un menù disponibile di decine di forme diverse. Spesso il sindacato è in grado di rappresentare e tutelare solo la parte alta del lavoro nella piramide in cui esso è stratificato. Ma fino a quando riuscirà a rappresentare, facciamo un esempio, i dipendenti diretti della Fincantieri? Cioè, fino a quando i lavoratori della Fincantieri riusciranno a difendere i propri diritti, sotto la grandine del dumping prodotto dal sistema degli appalti? Credo che non ci sia futuro, persino per un sindacato di classe come è ancora la Fiom, senza la capacità di andare a mettere mani e cuore nelle fasce più deboli del mondo lavoro, riconquistando proprio quell’idea che a parità di prestazione deve corrispondere parità di trattamento.

La solitudine del nuovo proletariato

La pandemia ha ulteriormente spinto verso un superamento dei corpi intermedi, detto in parole povere sta ulteriormente indebolendo il sindacato. Essendo mutato nel profondo l’impianto della produzione, della distribuzione e dei consumi anche il sistema legislativo andrebbe riscritto, e persino lo Statuto dei lavoratori – quel che ne resta dopo i colpi d’accetta degli ultimi anni – andrebbe aggiornato per includere e tutelare le nuove figure sociali, il nuovo proletariato. I sindacati confederali sono in grave ritardo nella conoscenza dei nuovi lavori; soltanto negli ultimi mesi la Cgil, che ha impiegato un paio d’anni per capire che quello dei rider è un lavoro a tutti gli effetti dipendente, ha messo a fuoco i ciclofattorini che solo grazie alla loro soggettività e le loro battaglie in bicicletta condotte in solitaria sono riusciti a imporsi all’attenzione di tutti. Nella logistica le prime lotte sono state portate avanti con il fragile appoggio dei sindacati di base e i confederali a fatica stanno cercando di mettere qualche radice tra i lavoratori. Quando un camionista travolse un facchino ai cancelli durante uno sciopero si scoprì che i camionisti sono (debolmente) rappresentati dalla Cgil e i facchini (debolmente) dai sindacati di base. Se si perde di vista il nemico vero si finisce in una guerra dei penultimi contro gli ultimi.

Il Covid al lavoro

Tra le conseguenze più pesanti del Covid sul lavoro c’è il suo uso ricattatorio da parte del sistema delle imprese: con la perdita di centinaia di migliaia di posti, tentano di imporre il peggioramento delle condizioni lavorative con annessa riduzione di salario, diritti, sicurezza e dunque dignità. Se vuoi lavorare, è la parola d’ordine, accetta le mie condizioni perché la ripresa in una competizione internazionale senza esclusione di colpi impone i suoi diktat e c’è la fila di persone disposte a prendere il tuo posto. Del milione e duecentomila posti cancellati nel primo anno di pandemia se ne sono recuperati cinquecentomila nel primo semestre del 2021, ma per la quasi totalità si tratta di lavori variamente precari, a termine e in somministrazione cioè in affitto. E parlano con altrettanta chiarezza i numeri dei morti sul lavoro che continuano a crescere paurosamente (più di mille nei primi 8 mesi dell’anno a cui si aggiungono quasi 200 tra medici e infermieri vittime del covid).

L’inadeguatezza del sindacato

Questo è il contesto, reso più aspro dalla debacle del sistema dei partiti che hanno commissariato a un banchiere un’Italia già cloroformizzata dal coronavirus. I sindacati sono usciti indeboliti dalla pandemia, dopo più di un anno di riunioni e assemblee da remoto: il distanziamento è un ostacolo al rapporto tra organizzazioni sindacali e lavoratori, cioè alla pratica dei valori fondanti dell’azione collettiva e della stessa democrazia. Sic stantibus rebus, non basta dire che il sindacato è fondamentale, che è uno dei pochi strumenti di autodifesa dei lavoratori. Bisogna chiedersi se il sindacato dato è all’altezza della sfida che ha di fronte. Detto che più che di sindacato bisogna parlare di sindacati, è difficile negare l’inadeguatezza delle organizzazioni dei lavoratori. Per tutte le ragioni oggettive sin qui enunciate o solo accennate (per prima la mancanza di una dimensione internazionale), ma anche per cause soggettive. Nel tempo i sindacati sono diventati una costola dello stato e, nei casi peggiori, dei governi. L’autonomia sindacale si è indebolita ed è cresciuta la burocratizzazione, quasi un’abitudine a vivere di rendita, trasformandosi da organizzazioni di lotta in strutture di servizio, CAF e via dicendo. Era proprio obbligatorio tenere chiuse per un anno e mezzo le Camere del lavoro? Anche dentro la Cgil – taccio su Cisl e Uil, ma anche sul cosiddetto sindacato europeo, la Ces, per evitare querele – il corpaccione dei funzionari vede ogni cambiamento come un attentato allo status – e allo stipendio – acquisito. Anche così si spiegano le difficoltà incontrate da Maurizio Landini nel suo tentativo di rigenerazione o rifondazione che dir si voglia dell’organizzazione, riportandola in strada (il sindacato di strada è un buon esempio laddove viene sperimentato) e dentro i luoghi di lavoro. Ha sostanzialmente retto, invece, la struttura dei delegati, le Rsu che hanno, spesso in solitudine, tenuto vivo e costante il rapporto con i lavoratori.

La resistenza e il cambiamento

Che il sindacato serva lo dimostra l’esempio della Gkn: la Fiom ha lasciato liberi i suoi quadri di costituire un collettivo che insieme alle Rsu sta gestendo una difficile vertenza e ha intentato causa all’azienda per antisindacalità, vincendola. Certo, per vizi di forma, il modo (del licenziamento via mail) ancor m’offende. Ha consentito ai lavoratori di tirare una boccata d’ossigeno ma nella sostanza il problema resta immutato per l’acquiescenza della politica alle imprese e alla pratica delle multinazionali di chiudere stabilimenti per delocalizzare la produzione là dove di diritti ce ne sono ancora meno. Almeno, la Fiom si conferma un sindacato di resistenza, ne fa fede l’esperienza straordinaria degli operai napoletani della Whirlpool; non che non abbia un progetto sociale in testa, ma questo si impantana nelle stanze della politica e fatica ad avviare un percorso unitario con le altre categorie della sua stessa confederazione. Il nobile tentativo di costruire una coalizione con movimenti e forze sociali avviato qualche anno fa dall’unico sindacato che già a inizio secolo aveva scelto di stare con il movimento cosiddetto no-global, si è presto arenato, un po’ per la debolezza e la frammentazione degli interlocutori, un po’ per la diffidenza della Cgil e un po’ perché non basta mettere insieme le teste pensanti, i leader, per trascinare con sé tutto il resto. Le alleanze non possono che costruirsi dal basso. Come ai tempi della Flm e dei delegati di gruppo omogeneo, verrebbe da dire.

E forse proprio dal basso bisognerà ripartire per costruire un sindacato adeguato alle nuove sfide.

L’articolo è tratto, con il consenso dell’autore, da www.ilmanifestoinrete.it