La ripresa del Covid. Cronache da un ospedale – 6. Vaccini

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Alla fine la seconda ondata è arrivata.
Era prevedibile. Si poteva fare di più. Si doveva fare di più. Si doveva fare prima. I come, i se, i perché occuperanno i dibattiti e le analisi dei prossimi mesi. A oggi, poco importa. Perché nel frattempo gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi, i pronti soccorso a essere intasati, i reparti a essere riconvertiti per accogliere sempre più malati, cercando di sopperire, così, alla cronica mancanza di posti letto (ma anche di personale e di risorse). Muri buttati giù in primavera sono tornati a separare le zone pulite, quelle destinate alle normali degenze, da quelle sporche, le aree Covid.
Di nuovo, si è tornati a separare il fuori e il dentro, il mondo esterno, alle prese con suddivisioni del territorio in zone di diversi brillanti colori, quasi fosse un’aggiornata versione di Risiko, da quello interno dei reparti ospedalieri, fatto di storie e vissuti di pazienti e di personale sanitario che ormai siamo abituati a vedere solo più vestito con tute da astronauta e maschere filtranti a nascondere il viso.
Tra l’una e l’altra realtà una divisione quasi impenetrabile.
Eppure, indagare cosa accade “dentro” diventa oggi l’unico modo per dare un senso a ciò che sta succedendo “fuori” e, per farlo, serve la voce di chi, come la dott.ssa Chiarlo dell’Ospedale Giovanni Bosco di Torino – che ha già commentato la prima ondata (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/01/cronache-da-un-ospedale-in-tempo-di-covid-19/) –, vivendo quei luoghi tutti i giorni, può rendere una lucida e responsabile testimonianza dello tsunami che, a distanza di pochi mesi, ci troviamo di nuovo ad affrontare. 

Ore 23 di una notte in Pronto soccorso zona Covid. Mi avvicina un’infermiera: «Tu cosa ne pensi del vaccino Covid?». Ore 10 di una mattina in ambulatorio: «Io non mi fido, mi sono documentato, ma questi vaccini modificano il DNA». Ore 1.30, davanti a un caffè: «Posto che tanto ci costringeranno, ma se esce il vaccino lo farai?».
I casi Covid iniziano a calare. Ci troviamo di nuovo a fiutare l’aria e a cercare di prevedere la prossima ondata: sarà tra due settimane quando pagheremo il prezzo dell’affollamento nei negozi per i regali natalizi? Sarà dopo le feste? Sarà in un momento non correlabile ai nostri tentativi di controllo dell’infezione? Nel frattempo l’esasperazione cresce, e il soft lockdown nel periodo festivo pesa più che mai. Sembra quindi logico che l’argomento della settimana sia il vaccino per Covid-19: esiste? funziona? è pericoloso?
Per noi operatori sanitari il vaccino non è un’eventualità remota, è, a questo punto degli studi, quasi una certezza. Sarà disponibile a breve e, al di là di quante dosi saranno distribuite, secondo quale criterio e quale sarà il margine di scelta personale, sicuramente è alle porte più che per la popolazione generale. Ben sapendo di inoltrarmi in un campo minato, e pur riconoscendo i limiti della mia formazione, principalmente clinica, penso che qualche riflessione in tal senso possa essere utile. Parto dalle basi più elementari, sperando di non offendere nessuno. Chi avesse interesse ad approfondire può consultare il sito di AIFA (l’Agenzia italiana del farmaco: http://www.agenziafarmaco.gov.it/content/le-fasi-di-sviluppo-di-un-vaccino) e quello, ben più completo e adatto al pubblico generale, del CDC (Center for Disease Control: https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/vaccines/index.html). 

Come funziona un virus?

Un virus è un parassita delle strutture cellulari che si autoreplica. Immaginiamo la cellula come una fabbrica molto gelosa dei propri piani. I progetti originali (codice genetico o DNA) stanno in cassaforte. Ogni mattina un addetto estrae la pagina di progetto necessaria alla produzione della giornata, la fotocopia (trascrizione in mRNA) e la trasmette alla catena di montaggio per avviare la produzione (nella cellula l’RNA funge da codice per produrre proteine). A fine giornata le fotocopie (mRNA) vengono distrutte e il giorno dopo si ricomincia da capo. Il virus è una spia che si introduce di nascosto nella fabbrica e sostituisce la fotocopia dei piani dell’azienda con una sua versione, inducendo così la catena di montaggio a produrre mitragliatrici al posto di automobili.

Come funziona il sistema immunitario?

Le cellule del corpo umano espongono sulla propria superficie pezzi di proteine che le identificano. Se le cellule del corpo umano producono automobili, in superficie avranno volanti, carrozzerie, ruote ecc. Il sistema immunitario si allena a riconoscere le proprie cellule da quelle estranee, ossia riconosce tutto ciò che espone pezzi di automobile come proprio. Quando una cellula estranea penetra nell’organismo capita che in mezzo a milioni di cellule che producono automobili se ne trovi una che produce mitragliatrici. A questo punto il sistema immunitario riconosce che un mirino è diverso da un volante e produce anticorpi che riconoscono i pezzi di mitragliatrici. La risposta immunitaria stimolata da una cellula nuova richiede circa due settimane tra riconoscimento, produzione degli anticorpi e attacco all’agente infettivo, ma alla fine tutte le cellule che producono mitragliatrici sono distrutte. Se un giorno il sistema immunitario torna in contatto con cellule che producono mitragliatrici sarà in grado di rispondere molto rapidamente e debellare l’infezione in pochi giorni. Se invece entrerà in contatto con cellule che producono divani ci metterà di nuovo due settimane a riconoscere un cuscino dalla carrozzeria di un’automobile.

Come funziona un vaccino?

L’idea del vaccino è veicolare pezzi di proteine di agenti patogeni per indurre il sistema immunitario a rispondere all’invasione senza che ci sia una vera malattia. In altre parole si inseriscono nell’organismo solo mirini e canne, ma non proiettili e percussori così che il sistema immunitario sia pronto a rispondere contro le mitragliatrici, anche se nemmeno una mitragliatrice funzionante sarà prodotta.

Come funzionano i vaccini per Covid-19?

Al momento sono in studio tre tipi di vaccini:
vaccini a mRNA: sacchetti contenenti le fotocopie dei piani per i mirini delle mitragliatrici. La cellula produrrà solo i mirini, non le mitragliatrici, stimolando la risposta immunitaria. A fine giornata la fotocopia (mRNA) sarà distrutta.
vaccini a subunità proteiche: sacchetti contenenti i mirini delle mitragliatrici. Le cellule li prenderanno così come sono e li esporranno in superficie, stimolando la risposta immunitaria.
vaccini vettori: virus che produrrebbero divani vengono modificati affinché producano divani con mirini, in questo modo la risposta immunitaria riconoscerà anche le mitragliatrici.
Nel caso del Covid-19 il mirino di mitragliatrice è la proteina spike, lo “spuntone” che dà l’aspetto e il nome al coronavirus.

È vero che i vaccini modificano il DNA?

No. Esattamente come nell’esempio della fabbrica, si tratta di sostituzione di fotocopie di progetti (immediatamente distrutte) che in nessun modo possono alterare il progetto originario custodito in cassaforte. 

Come sono stati studiati e come saranno approvati?

Le fasi di sperimentazione dei vaccini, come per tutti i farmaci, sono numerose:
– fase preclinica: si studia in vitro su colture cellulari il meccanismo d’azione del prodotto;
– fase I e II: si studiano dosaggi e sicurezza su pochi individui;
– fase III: si valutano efficacia e sicurezza su popolazioni più estese. Questi studi sono fatti “in doppio cieco” cioè metà dei pazienti riceve il vaccino, l’altra metà un placebo (acqua) e né il paziente né il medico sanno a chi va il vaccino e a chi il placebo. Ovviamente i dati sono registrati e lo sperimentatore li userà per calcolare l’efficacia.
Per quanto riguarda i vaccini Pfeizer e Moderna, tra i più vicini alla commercializzazione, sono stati finora sottoposti a vaccinazione rispettivamente 44.000 e 30.000 soggetti, 94 e 196 hanno contratto l’infezione Covid19, per la maggior parte nel gruppo placebo, risultando in un’efficacia del vaccino dichiarata rispettivamente del 95% e del 94,5%.
Al momento i dati sono in possesso delle aziende produttrici e degli enti regolatori per l’immissione in commercio (per l’Europa l’European Medicine Agencies, EMA). EMA si occupa di “pesare” rischi e benefici sulla base dei dati disponibili e di stabilire se i vaccini sono sicuri e utili per contrastare la pandemia.
Se le aziende farmaceutiche sono interessate a vendere il prodotto, gli enti regolatori sono principalmente interessati a verificarne la sicurezza. 

In definitiva sono sicuri?

Il problema non è quanto i dati delle case farmaceutiche siano completi, trasparenti e disponibili al pubblico. Il problema è che ogni preparato medico “nuovo” ha un margine di incertezza. Un effetto collaterale “molto raro”, ossia che si verifica in un caso su 100.000 potrebbe non verificarsi sui 44.000 soggetti finora testati, ma comparire in centinaia di casi se la popolazione da vaccinare è di milioni di persone. Proprio per questo motivo ogni preparato medico “nuovo” è sottoposto a una fase di controllo degli effetti, denominata fase IV o fase post-commercializzazione, in cui gli eventuali effetti collaterali vengono riportati e conteggiati con attenzione, portando talora al ritiro di alcuni farmaci (un caso celeberrimo per tutti la talidomide, ritirata a causa di enorme incidenza di focomelia e recuperata per la terapia dei tumori due decenni dopo).
La maggior parte dei vaccini che utilizziamo oggi sono stati già somministrati a milioni di persone e sappiamo esattamente qual è l’incidenza degli eventi avversi, con un vaccino nuovo non possiamo saperlo.
Lo stesso discorso vale anche per i farmaci. Anche un farmaco “nuovo” è meno conosciuto di uno “vecchio”, la differenza è che chi è malato è più disposto ad accettare gli effetti collaterali di un farmaco per curare la malattia che ha già, mentre chi si vaccina è, in quel momento, sano e meno disposto ad accettare degli effetti collaterali per proteggersi da un’infezione che potrebbe anche non contrarre mai.

Perché non investire invece sulla terapia del Covid-19?

Anche la fase di ricerca di terapie efficaci per la malattia causata da Sars-Cov2 sta procedendo. Purtroppo, però, colpire i virus è molto difficile. I farmaci antivirali sviluppati funzionano discretamente nelle infezioni virali croniche (HIV, epatite B e C), mentre pochissimi farmaci riescono a migliorare il decorso di infezioni virali acute come l’influenza (esiste un farmaco, il tamiflu, ma è molto poco efficace e va somministrato in un arco di tempo preciso)

Vaccinare o non vaccinare?

Per sapere con certezza se facciamo bene a lanciare una campagna vaccinale con i nuovi vaccini per Covid-19 bisognerebbe avere una macchina del tempo e scoprire cosa accadrà. Le possibilità sono infinite: magari il Sars-Cov2 si trasformerà in un raffreddore o in una gastroenterite e in tal caso la vaccinazione sarà un incredibile spreco di risorse. Probabilmente saranno dichiarati dei presunti effetti collaterali, in tal caso ci vorrà tempo per capire se sono veramente da attribuirsi al vaccino, rischiando nel frattempo un drammatico calo di fiducia nella vaccinazione. Magari andrà tutto bene e grazie a questa campagna vaccinale sconfiggeremo la Covid-19, aggiungendo al nostro arco una tecnologia pronta a contrastare la prossima pandemia virale.
La vera domanda, quella da un milione di dollari, è: abbiamo delle alternative valide?
Non troppi anni fa, quando il cellulare era un accessorio da ricchi, si diceva che potesse avere effetti devastanti a causa del campo elettromagnetico che produce. «Tra vent’anni ce ne accorgeremo ‒ diceva qualcuno ‒. Aumenteranno i tumori cerebrali, le malformazioni fetali, l’infertilità». Vent’anni sono passati e tutti abbiamo in tasca un oggetto che ci permette di comunicare quasi gratis in tempo reale con tutto il mondo, di intrattenerci, lavorare, acquistare oggetti, gestire attività. Questo da un lato perché i tumori cerebrali non sono aumentati in maniera notevole, e dall’altro perché non avere uno smartphone è diventato un tale svantaggio che nessuno è più disposto a rinunciarvi in virtù del margine di incertezza legato alla sicurezza del suo utilizzo.
Se e quando il vaccino sarà approvato da più agenzie del farmaco indipendenti (EMA, FDA, MHRA), rischi rilevanti (o frequenti) per la salute possono essere esclusi. Rimangono margini di incertezza, come nella quasi totalità degli eventi della vita. Muoversi di casa, che sia in automobile, in treno o in aereo, espone al rischio di incidenti anche letali. Fare la spesa o mangiare al ristorante espone al rischio di tossinfezioni. Concepire figli espone la madre e il feto al rischio di malattia o morte.
Vorrei quindi spostare il piano della riflessione su un punto che mi sembra poco indagato: se il vaccino fosse l’unico strumento che, in un mondo pandemico, consentisse di uscire, viaggiare, interfacciarsi in presenza con le persone, svolgere attività ricreative, non saremmo disposti a tollerare un margine di incertezza analogo a quello insito nelle altre attività della vita?


Roma. Sgomberato il Nuovo Cinema Palazzo

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Ieri mattina, a Roma, la polizia ha sgomberato il Nuovo Cinema Palazzo. Non era la prima volta che ci si provava, ma questa volta l’operazione è riuscita. E lo sgombero è avvenuto proprio quando una trattativa con la Regione sembrava prefigurare una soluzione diversa.

Il Nuovo Cinema Palazzo si trova in piazza dei Sanniti, nel quartiere di San Lorenzo, vicino all’università La Sapienza. È un locale storico per la città che dieci anni fa era in procinto di chiudere e di essere trasformato in una sala bingo o in un casinò. Per impedirlo, nel 2011, sono scesi in piazza attivisti, collettivi studenteschi e abitanti del quartiere, con il sostegno di artisti e intellettuali. La protesta ha, poi, portato all’occupazione e, da allora, il cinema è diventato uno spazio autogestito molto attivo e frequentato in cui si sono succeduti eventi, dibattiti, proiezioni di film, iniziative culturali e sociali che hanno contribuito alla riqualificazione del quartiere. Da ultimo, in questi lunghi mesi segnati dal Covid, ha funzionato anche come luogo di raccolta e distribuzione di generi alimentari a chi ne aveva bisogno. Come tanti luoghi, sottratti all’abbandono o alla speculazione da occupazioni virtuose, è stato un punto di riferimento per l’intera città. Un luogo – per dirlo con le parole di Giuseppe De Marzo, coordinatore della Rete dei Numeri Pari e responsabile delle politiche sociali di Libera – «che, attraverso la cooperazione e l’impegno per il bene comune, ha contribuito a costruire bellezza e speranza in una città che è diventata purtroppo la capitale delle disuguaglianze. Un luogo in cui gli attivisti, attraverso l’impegno volontario al servizio dell’interesse generale hanno rappresentato un avamposto di antimafia sociale in una città in cui sono 94 i clan e 100 le piazze dello spaccio». Ciononostante, nel 2019 lo stabile è stato inserito dalla prefettura in una lista di 22 palazzi da sgomberare con urgenza e ieri, dopo mesi di inutili trattative per evitarlo, lo sgombero è stato eseguito.

La sindaca Raggi, già in prima fila nel chiedere lo sgombero della Casa delle donne, esprime tutta la propria soddisfazione, ringrazia la prefettura e le forze dell’ordine e aggiunge: «A Roma le occupazioni abusive non sono tollerate. Torna la legalità», così dimostrando di confondere l’esercizio della solidarietà con operazioni di prepotenza e prevaricazione come l’occupazione del palazzo dell’Inps da parte di Casapound (che, nonostante i periodici proclami, prosegue indisturbata da 13 anni). Il governo di Roma è allo sbando e in confusione, come rileva lo stesso vicesindaco Luca Bergamo che, prendendo le distanze da Raggi (a sua volta maldestramente tornata, in serata, sui suoi passi), dichiara: «Le persone che hanno fatto vivere il Cinema Palazzo fino a oggi hanno svolto una funzione sociale e culturale importante, in un quartiere che soffre la pressione di una piccola criminalità aggressiva. Ritengo che la struttura debba essere soggetta a un vincolo culturale e rimanere parte integrante degli spazi che rendono la città viva». Questa è Roma alla vigilia delle elezioni amministrative per cui si susseguono tentativi di alleanze e lotte di potere senza alcun interesse ai problemi reali della città.

Quel che sfugge a una politica sempre più lontana dai bisogni delle persone – a Roma e nel resto del Paese (con poche lodevoli eccezioni) – è che non tutte le occupazioni sono uguali e da criminalizzare a prescindere. A sottolinearlo è stato, proprio a Roma un anno fa, l’elemosiniere del papa che è andato personalmente a riallacciare la luce in uno stabile occupato da senzatetto (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/05/26/lelemosiniere-del-papa-la-legalita-la-chiesa/).

Le occupazioni sono diverse non per il colore politico di chi le realizza ma per le finalità che si propongono, per gli immobili in cui intervengono, per la capacità (o meno) di dare risposta a bisogni reali e diffusi. Equipararle e procedere a sgomberi indiscriminati in nome di un’idea astratta di legalità e di sicurezza è miope e sbagliato.

Viviamo in un Paese in cui le leggi sono tanto numerose quanto violate. Perseguire la legalità significa dunque, inevitabilmente, definire gerarchie di valori e priorità di intereventi. Non tutto si può fare contemporaneamente e con lo stesso impegno di risorse e di intelligenza. Occorre scegliere. Si può cominciare lottando contro le mafie o liberando le città dalla presenza “fastidiosa” di migranti e lavavetri, contrastando la speculazione edilizia e l’inquinamento ambientale o perseguendo chi protesta a tutela della salute propria e dei propri figli, impegnandosi per eliminare (o contenere) l’evasione fiscale oppure per sgomberare edifici occupati da “contestatori” e via elencando. Inutile dire che la definizione del calendario degli impegni (e la connessa mobilitazione dell’opinione pubblica) è una scelta politica e non un vincolo giuridico (https://volerelaluna.it/controcanto/2018/09/17/quando-la-legalita-e-un-inganno/).

E, poi, l’idea di sicurezza a cui si ispirano sgomberi indiscriminati e aumenti di pena per le occupazioni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/10/12/i-porti-si-aprono-ma-le-piazze-restano-chiuse/) è un’idea ottusa e reazionaria. Tutte le città – e Roma tra queste – si confrontano oggi con un’idea di sicurezza che appare funzionale alle politiche di mercificazione dello spazio urbano, oggetto di speculazione edilizia e luogo dal quale estrarre profitto. Ma questa sicurezza urbana non ha nulla a che vedere con la sicurezza sociale intesa come tutela dei diritti e garanzia di effettività dell’eguaglianza sostanziale. Al contrario, essa modifica l’idea stessa di vivibilità delle città come garanzia della dignità e dei diritti sociali delle persone che vi abitano (https://volerelaluna.it/societa/2019/09/04/occupazioni-sgomberi-sicurezza-il-caso-roma-e-non-solo/). Anziché ragionare sull’insufficienza delle risposte della città ai crescenti bisogni sociali e alla necessità di forme innovative di impiego e gestione dei (molti) luoghi abbandonati o destinati alla speculazione si grida alla “illegalità” e si parla di occupazioni con l’occhio aperto alle prossime elezioni amministrative.

Tutto questo sta dietro allo sgombero del Nuovo Cinema Palazzo.


I porti si aprono ma le piazze restano chiuse

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La vulgata è che, seppur con estremo ritardo, i cosiddetti decreti Salvini sono andati in soffitta e che, dopo gli eccessi repressivi del Governo e della maggioranza gialloverde, si è finalmente aperta una nuova stagione politica. Non è così o, almeno, è così solo in piccola parte. Se le norme più smaccatamente illiberali in tema di immigrazione sono state, almeno in alcuni punti, modificate, la lettera e l’impianto di quei decreti sono rimasti, nel resto, immutati. E non è certo poca cosa.

I provvedimenti che portano tuttora il nome dell’allora ministro degli interni (il decreto 4 ottobre 2018 n. 113, convertito in legge 1 dicembre 2018 n. 132, e il decreto 14 giugno 2029 n. 53, convertito in legge 8 agosto 2019 n. 77) riguardavano, infatti, non solo l’immigrazione ma anche il controllo della marginalità e del conflitto sociale (come recitano le loro rubriche nelle quali si fa riferimento, anche, a sicurezza e ordine pubblico). Conviene, qui, richiamare le relative disposizioni.

Sul piano del controllo della marginalità sociale, in nome della tutela del “decoro urbano”, ci sono state:
– l’aumento della pena per l’occupazione di stabili o edifici, anche per finalità abitative, per cui è prevista la pena della reclusione da uno a tre anni;
– l’introduzione del reato di «esercizio molesto dell’accattonaggio», punito con la pena congiunta dell’arresto da tre a sei mesi e dell’ammenda;
– la trasformazione dell’esercizio abusivo dell’attività di “parcheggiatore o guardamacchine” da illecito amministrativo in contravvenzione punita con la pena congiunta dell’arresto (da sei mesi a un anno) e dell’ammenda nel caso in cui «nell’attività [siano] impiegati minori, o se il soggetto [sia] già stato sanzionato per la medesima violazione con provvedimento definitivo»;
– l’estensione, per alcune categorie di persone (prevalentemente marginali), del cosiddetto DASPO urbano, cioè del divieto di accedere, in determinate zone cittadine, ai presìdi sanitari, alle aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati e pubblici spettacoli e ai locali pubblici e pubblici esercizi (che vengono così ad aggiungersi a porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, scuole, università, musei, aree archeologiche o comunque interessate da consistenti flussi turistici o destinate al verde pubblico), con previsione di sanzioni amministrative pecuniarie e di sanzioni penali detentive in caso di violazione del divieto.

Ancor più rilevanti gli interventi di incremento della repressione di condotte connesse con il conflitto sociale. Merita segnalare i più importanti:
– il ripristino in toto del reato di blocco ferroviario e stradale (già previsto dal decreto legislativo 22 gennaio 1948 n. 66 e parzialmente depenalizzato nel 1999), con pena da uno a sei anni di reclusione, raddoppiata se il fatto è commesso da più persone, cioè sempre in caso di manifestazioni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2018/11/01/il-decreto-salvini-e-il-blocco-stradale/), con l’esclusione, introdotta in sede di conversione, della sola ipotesi di «ostruzione stradale realizzata con il solo corpo» (sic!), punita peraltro, anche per promotori e organizzatori, con la sanzione amministrativa da 1.000 a 4.000 euro;
– l’aumento generalizzato e abnorme delle pene (in toto o nei minimi) per i reati di interruzione di pubblico servizio, oltraggio a pubblico ufficiale, danneggiamento, devastazione e saccheggio, uso di caschi o di altri mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento, lancio di razzi, fuochi di artificio, bastoni o oggetti contundenti se commessi nel corso di manifestazioni (a titolo di esempio, per il danneggiamento, anche minimo, è prevista la pena da uno a cinque anni di reclusione e per l’oltraggio a pubblico ufficiale quella da sei mesi a tre anni);
– l’esclusione della possibilità del proscioglimento per particolare tenuità del fatto nei casi di resistenza, violenza e oltraggio (reati ricorrenti nelle manifestazioni di piazza) se commessi nei confronti di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni;
– l’aumento abnorme delle pene stabilite per il reato di invasione o occupazione di terreni o edifici commesso da più di cinque persone (cioè sempre nelle occupazioni “politiche”), con previsione della reclusione da due a quattro anni e con un ulteriore aumento per «promotori e organizzatori» (nonché con la possibilità di procedere finanche a intercettazione di conversazioni o comunicazioni).

Il salto di qualità di questo insieme di norme – come a suo tempo segnalato in queste pagine (https://volerelaluna.it/controcanto/2019/08/06/il-decreto-sicurezza-bis-e-il-razzismo-di-stato/) – è di gravità pari a quello in tema di immigrazione, sia sotto il profilo culturale che sotto quello pratico. Culturalmente queste disposizioni riscrivono il rapporto tra autorità e cittadini con uno sbilanciamento inedito nei confronti della prima, configurano la povertà come una colpa (completando il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale), individuano il conflitto sociale in quanto tale come illecito (punendo gli stessi fatti in modo più grave se commessi nel corso di manifestazioni di piazza, con un trattamento sconosciuto al nostro sistema finanche nel periodo fascista, allorché l’art. 62 n. 3 codice penale configurava la commissione nel corso di assembramenti e manifestazioni come un’attenuante per qualunque reato). Sotto il profilo pratico, poi, quel corpus normativo determinerà – ha già determinato – lunghe carcerazioni, preventive e definitive, anche per fatti bagatellari, in un contesto nel quale le presenze in carcere hanno ricominciato a salire dopo il lockdown (il 30 settembre i detenuti erano ben 54.277) e si torna a parlare di trasformare in carceri alcune caserme dismesse. In sintesi, siamo all’individuazione sempre più esplicita della categoria dei nemici della società, da estendere nel numero e da colpire nei diritti (cfr. https://volerelaluna.it/talpe/2019/08/13/repressione-giudiziaria-e-movimenti/).

Ebbene, queste disposizioni non sono nemmeno sfiorate dal decreto varato nei giorni scorsi dal Governo che, anzi, ne accresce la valenza discriminatoria limitando l’inapplicabilità del proscioglimento per la particolare tenuità del fatto alle sole ipotesi in cui la parte offesa dell’oltraggio, della violenza o della resistenza è «un ufficiale o agente di pubblica sicurezza o un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell’esercizio delle proprie funzioni» (e, dunque, ai casi che più di frequente si verificano nel corso di manifestazioni). Il tutto – va da sé – in un quadro di previsione di ulteriori reati (in particolare l’introduzione o la detenzione in carcere di telefoni cellulari) e di aumento dell’entità delle pene (in particolare per l’ipotesi di partecipazione, a qualunque titolo, a risse in cui si verifichino la morte o lesioni di alcuno e per le violazioni del DASPO urbano). Continua così la trasformazione dello Stato sociale in Stato penale e del diritto penale classico in quello che è stato definito il diritto penale del nemico (https://volerelaluna.it/politica/2018/12/07/il-decreto-salvini-e-il-diritto-penale-del-nemico/).

Inutile, data la generale condivisione della politica, sperare in un intervento modificativo, in sede di conversione del decreto legge, da parte di un Parlamento in tutt’altre faccende affaccendato, ma almeno ci si risparmi l’affermazione che siamo di fronte a una svolta politica.


La tortura nell’Italia di oggi

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La tortura è un crimine del potere. Esso è commesso da uomini in carne e ossa nel nome di un fine superiore e non dicibile.

Antigone, in questo e-book, piuttosto che limitarsi a raccontare solo episodi o inchieste ha scelto un’altra chiave narrativa, che è quella dell’approfondimento, sia giuridico che empirico. La tortura ha un suo tragico e complesso vocabolario che intreccia concetti, fatti e norme. E questo intreccio intendiamo raccontarlo.

La tortura è un crimine contro la dignità umana. Non c’è modo di comprendere la necessità giuridica, politica, sociale, umana di punire chi tortura se non si crede nella primarietà della dignità umana. La dignità umana è il bene giuridico protetto dalle norme penali, laddove esistenti, che incriminano la tortura. La dignità umana è la non degradazione dell’uomo a cosa, la sua irriducibilità a mezzo. La tortura degrada l’uomo a cosa, lo riduce a mezzo. La tortura è sempre finalizzata a strumentalizzare l’uomo in funzione investigativa o punitiva. La dignità umana non è riassumibile nella sola integrità fisica, psichica o psico-fisica. La dignità umana è qualcosa di diverso, di meno tangibile, di più complesso. La dignità umana è il fondamento dei diritti umani, è il criterio di esigibilità, è il diritto ad avere diritti.

L’impegno di Antigone è verso la promozione e protezione della dignità umana di tutti, innocenti o colpevoli, liberi o reclusi.

Antigone dal lontano 1998 ha lottato affinché nel codice penale italiano fosse introdotto il delitto di tortura. Ora finalmente c’è. Non ha la conformazione giuridica prevista dall’articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite nel 1984, ma pubblici ministeri e giudici lo stanno imputando in giro per l’Italia (da Torino a Santa Maria Capua Vetere, passando per San Gimignano e Monza) nei confronti di pubblici ufficiali, tanto che c’è chi, tra i fan dei torturatori, chiede addirittura l’abrogazione del reato.

Non c’è democrazia senza giustizia e senza il rispetto dei diritti umani di tutti. Il divieto di tortura è al fondamento delle democrazie costituzionali novecentesche. È una conquista che deve essere non solo tradotta in norme, ma anche in pratiche di polizia e giudiziarie.

Questo volume vuole contribuire a elevare il dibattito sottraendolo alle volgarità di chi vorrebbe una patente di impunità per chi svolge funzioni di ordine pubblico, sicurezza o custodia.

Questo il link per accedere al testo integrale dell’e-book:
https://www.antigone.it/news/antigone-news/3310-la-tortura-nell-italia-di-oggi-leggi-il-nostro-ebook


La “modernità” che farebbe impallidire Lombroso

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Cesare Lombroso sosteneva che l’origine del comportamento criminale fosse insita nelle caratteristiche anatomiche dei delinquenti, dotati di anomalie e atavismi capaci di determinare comportamenti socialmente devianti. Convinto sostenitore della teoria frenologica, un’estensione della più antica dottrina fisiognomica, secondo cui dall’esame della morfologia del cranio degli individui è possibile dedurne caratteristiche psicologiche e morali, Lombroso propose persino di separare i bambini che nel corso delle misurazioni di viso e corpo, risultavano intellettualmente inferiori rispetto ai loro compagni «meglio dotati».

Screditate e bollate come pseudoscienze, oggi fisiognomica e frenologia le ritroviamo dove meno ce le aspetteremmo: negli algoritmi che fanno funzionare l’intelligenza artificiale.

Tutto è partito nel novembre 2016 quando due ricercatori della Shanghai Jiaotong University, Xiaolin Wu e Xi Zhang, affermarono di poter rilevare i tratti del viso associabili alla delinquenza tramite l’uso del machine learning (o apprendimento automatico), con un’accuratezza dell’89.5 per cento.

Lo studio pubblicato su ArXiv, un archivio online per i lavori in attesa di approvazione, prendeva in esame curvatura delle labbra, spazio tra naso e bocca e distanza tra gli angoli interni degli occhi. Oltre ad attirare numerose contestazioni, i ricercatori stimolarono l’immaginario degli usi dell’intelligenza artificiale al punto che nel 2017 un altro gruppo di studiosi cinesi è tornato sul tema: in un articolo pubblicato sull’International Journal of Automation and Computing l’uso del machine learning per estrapolare dai tratti facciali dati sulla personalità veniva presentato come uno strumento cruciale per le relazioni interpersonali, le sentenze giudiziarie e le elezioni. Nello stesso anno, inoltre, Yilun Wang e Michael Kosinski dell’Università di Stanford presentarono in uno studio un algoritmo capace di individuare gli omosessuali, utilizzando fotografie facciali di uomini, con una precisione dell’81 per cento. Kosinski ha persino affermato che l’analisi facciale potrebbe essere utilizzata in futuro per calcolare il QI degli individui.

Partite dal mondo accademico, le derive della fisiognomica 4.0 hanno coinvolto anche le imprese, con le startup cinesi che hanno fatto da apripista. La Human+ Intelligent Robotics Technology ha sede a Pechino e dal 2016, anno della sua fondazione, ha ricevuto circa 100 milioni di yuan (circa 13 milioni di euro) di finanziamenti. Tra le sue tecnologie vanta i sensori RGDB HumanSense, capaci non solo di rilevare corpi e dettagli facciali, ma anche di valutare le intenzioni e l’attitudine di un individuo sulla base di tali rilevamenti.

Una tecnologia AI, secondo quanto riporta il sito dell’azienda, che si pone l’obiettivo di comprendere ogni individuo, al fine di fornire soluzioni per lo smart retail e la smart security. A Shanghai ha sede invece ReadSense, che attraverso le reti neurali esamina immagini facciali per identificare utenti, analizzare le loro caratteristiche e comprenderne emozioni e temperamenti.

Anche se pioniera, la Cina non è l’unica a battere la via: la startup russo-britannica BestFitMe afferma di usare l’AI per delineare personalità sulla base di fotografie, e Facemetrics, startup di origine polacco-bielorussa, ha lanciato l’app FaceMe che sarebbe capace di effettuare il test di personalità di Myers-Briggs utilizzando dati estrapolati da fotografie. Infine, dall’ecosistema tecnologico israeliano con cui da anni Pechino si interfaccia con vivo interesse, la startup di Tel Aviv Faception sostiene di aver sviluppato software di analisi facciale in grado di identificare potenziali pedofili e terroristi.

Con un mercato della sicurezza pubblica che varrà 162 miliardi di dollari nel 2023, la Cina è terra di sperimentazione per le più innovative tecnologie di sorveglianza. Non è difficile immaginare come gli applicativi fisiognomici dell’intelligenza artificiale possano adattarsi a questo scopo, specialmente in zone sensibili come il Xinjiang, diventato ormai il più grande laboratorio in Cina per aziende di FRT (Facial Recognition Technology) e per esperimenti di controllo totalitario. In questo caso la fisiognomica potrebbe fungere da strumento di discriminazione etnica, associando per esempio ai tratti tipici degli uiguri un profilo negativo o sospetto.

Non sarebbe uno scenario del tutto nuovo: la pelle scura, il naso grande, le labbra carnose e i capelli ricci, caratteristiche anatomiche tipiche delle etnie colonizzate in Africa, furono associate nel corso del XVII secolo a mancanza di disciplina, malignità e depravazione, come testimonia il trattato Physiognomie and Chiromancie Metoposcopie di Richard Saunders (1653).

Misurazioni del cranio e dell’altezza del naso vennero effettuate anche sui prigionieri ebrei dei campi di concentramento nazisti. Insomma, il rischio è che se messa in pratica, la pseudoscienza della fisiognomica potrebbe attivare la pseudoscienza del «razzismo scientifico»: la credibilità degli algoritmi e delle macchine va relativizzata considerando che il loro addestramento può essere viziato da dati somministrati ed etichettati sulla base di pregiudizi umani.

In uno scambio di e-mail con Alexander Todorov, professore presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Princeton e autore del libro Face Value: The Irresistible Influence of First Impressions, è emerso che il motivo per cui si tende istintivamente a giustificare la fisiognomica è la confusione che si genera fra la concezione del viso come veicolo di espressione emotiva e la concezione del viso come espressione data del carattere e della personalità: «la tentazione di pensare che possiamo leggere qualcosa di più profondo da questi stereotipi visivi è sbagliata, ma persistente».

Di fatto, la tendenza a interpretare i volti e da essi fare deduzioni è una pratica antica e persistente, comune ai trattati aristotelici ma anche all’antica Cina, dove prendeva il nome di Mian Xiang. Secondo la medicina tradizionale cinese il viso funge non solo da mappa per individuare potenziali disturbi, apparati deboli e tendenza a vari tipi di patologie, ma anche per leggere l’equilibrio psichico e fisico della persona e dedurne la sua attitudine. In tempi imperiali, se giungeva a corte un visitatore straniero, o un dignitario, il consigliere imperiale vagliava l’ospite secondo le regole del Mian Xiang per scongiurare il rischio di attentati all’incolumità e alla stabilità dell’imperatore. La lettura del volto era anche utilizzata per altri scopi, come la scelta del futuro marito per la propria figlia.

Di fatto – come spiega Stefano Parancola, architetto fengshui e autore del libro Capirsi in un istante, l’arte cinese del Mian Xiang ovvero la Fisiognomica – secondo la tradizione cinese, il viso è un microspazio composto da dodici palazzi. È la facciata esterna di un mondo interno. Le diverse aree del viso danno informazioni in merito a specifici contesti. Le sopracciglia indicano l’attitudine di una persona a relazionarsi con altri, le tempie sono per l’uomo indice del suo approccio al matrimonio, mentre per la donna in questo caso si guarda al naso. Un volto senza nei e cicatrici è un volto tendenzialmente raccomandabile, simbolo di purezza d’animo e ciò influenza ancora il concetto di bellezza in Cina, con riguardo anche per il mondo del marketing e della pubblicità, particolarmente importante nel campo della moda.

In Fisiognomica Franco Battiato cantava della capacità di leggere negli occhi, di capire dal taglio della bocca se si fosse disposti all’odio o all’indulgenza, dal tratto del naso se si fosse orgogliosi, fieri oppure vili.

Se fino ad ora questo compito è stato esclusivo di pseudoscienziati e consiglieri di corte, un mondo in cui saremmo sempre più insistentemente invitati a far valutare i nostri visi a un’app, per scopi ludici o securitari, potrebbe non essere così lontano.

L’articolo è tratto da “il manifesto” del 31 luglio


Un altro mondo va costruito con i lavoratori, non sulla loro testa

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Ci sono notizie che non fanno notizia, succede quando i media lo decidono. O meglio, neppure lo decidono, il loro comportamento cieco è nell’ordine delle cose. La cecità dell’informazione è una malattia provocata dalla cancellazione del soggetto da guardare: se l’operaio è invisibile, come si fa a vederlo, a osservare i suoi comportamenti, per non parlare dei suoi diritti? Sono un paio di decenni ormai che siamo interessati solo alla merce, non a chi la produce o la distribuisce, gli operai sono una variabile dipendente del mercato, un’appendice della macchina. Al momento opportuno, cioè in occasioni straordinarie, quest’appendice può anche tornare visibile e per un attimo vestire addirittura i panni dell’eroe: quando sfida il Covid 19 al posto nostro per portarci la spesa o la pizza a casa, ancor più se lavora in ospedali infestati dal virus, oppure in una fabbrica di mascherine. Però non ci chiediamo se il rider o persino l’infermiera o chi fa le pulizie nei reparti ha in dotazione una mascherina, questo non compete a noi atomi opachi del male. Poi passerà la nottata e l’eroe tornerà invisibile perché «tutto sarà come prima».

Veniamo allora alla notizia che non fa notizia. Il caso più eclatante ci porta nelle fabbriche metalmeccaniche del nord. Da settimane capitano cose che meriterebbero molta attenzione e l’avrebbero, se i media e purtroppo gran parte di un’opinione pubblica plasmata dalla filosofia neoliberista non fossero ciechi: gli operai hanno scioperato e qua e là ancora scioperano affinché le loro fabbriche vengano chiuse, o comunque non riaperte. Strano no? È dagli albori dell’industrializzazione che operai e sindacato si battono per evitare che le fabbriche vengano chiuse, adesso che succede? Semplice, dicono a noi ciechi e sordi che prima viene la vita e solo dopo la produzione e i profitti, per gridarlo perdono salario e suggeriscono una soluzione che li penalizzerebbe da un punto di vista economico: la cassa integrazione per chiudere le produzioni non indispensabili e quelle per cui i padroni non garantiscono sicurezza e protezione dal virus. Scioperando difendono la vita e la salute non solo loro, ma di tutti.

Perché se gli operai lavorano senza la sicurezza che sarebbe obbligatoria per tutti, o se lavorano per produrre merce non indispensabile in questa drammatica emergenza, allora non rischiano la vita per il bene comune, per aiutarci a difenderci dal virus ma solo per garantire al padrone la sua fetta di mercato, andando e tornando a casa dalla fabbrica, salendo sui mezzi pubblici, rischiando di infettarsi alla catena di montaggio e finiscono per diventare involontari diffusori del virus. Torna utile un’antica saggezza rivoluzionaria: liberando sé stessi gli operai liberano l’umanità. Solo per fare un esempio concreto, ci rendiamo conto di cosa voglia dire il diffondersi del contagio all’Ilva dove in condizioni normali, cioè non oggi, entrano escono e faticano oltre 10 mila lavoratori? In una città martire come Taranto? I primi contagi ci sono già, per fortuna l’impianto è attivo solo per una piccola parte.

C’è chi, a sinistra, se la prende con gli operai e i sindacati che lavorano all’Ilva che ha falcidiato lavoratori e cittadini tarantini, nonché pecore, cozze e pascoli. Oppure ce l’ha con gli operai che costruiscono pistole alla Beretta destinate all’esercito nordamericano o elicotteri da combattimento Agusta destinati alle forze armate israeliane. O bombe in una fabbrica tedesca impiantata nel Sulcis da esportare in Arabia Saudita che le fa esplodere sulla testa di uomini donne e bambini dello Yemen.

Vorrei dire ai fustigatori della presunta insensibilità operaia: cari amici, sparate sul bersaglio sbagliato. Pensate che all’operaio dell’Ilva faccia piacere rischiare la vita all’altoforno e spruzzare sé stesso e i tarantini di diossina? O che il metalmeccanico bresciano raggiunga l’orgasmo solo assemblando pistole, come quell’homo faber disegnato da Ermanno Rea in La dismissione che solo alla vista dalla barca del molo dell’Italsider di Bagnoli si eccitava? Ho intervistato ad Avellino un operaio ammalato di mesotelioma pleurico guadagnato scoibentando vagoni carichi di amianto, che diceva: se mai questa maledetta attività dovesse riaprire ci sarebbe la fila di giovani irpini pronti a fare domanda per lavorarci, in quella stessa fabbrica dove magari i loro stessi padri sono stati ammazzati dall’amianto. E aggiungeva: di amianto si può anche morire, di fame si muore di sicuro. E quello che pensano anche gli abitanti di Tamburi a Taranto.

Il sindacato ha imposto al Governo un protocollo per individuare i lavori che vanno garantiti in condizioni di sicurezza per far funzionare le filiere indispensabili alla lotta al virus, a partire da quella sanitaria, e tenere chiuse le altre fabbriche. I padroni, che avevano mal digerito la scelta nella notte avevano fatto pressione sul Governo per allargare le maglie, costringendo i sindacati a uno scontro per ripristinare garanzie, sicurezza e chiusure. Poi la delega è passata dal Governo ai prefetti, evidentemente molto sensibili alle sirene confindustriali, che hanno consentito deroghe su deroghe cosicché nel Bresciano e nella Bergamasca ha riaperto i cancelli la metà delle fabbriche. E qua e là sono ripresi gli scioperi. Si sa che aria tira da quelle parti.

Ora, se siamo convinti che il coronavirus potrebbe essere l’occasione per prefigurare un altro mondo, un altro modello di sviluppo, una produzione ambientalmente e socialmente compatibile; se riteniamo una follia pensare che tutto debba tornare com’era prima perché siamo convinti che quella normalità è il problema; se pensiamo che ci hanno fregato con l’idea che privato è bello, meglio del pubblico, cosicché hanno privatizzato sanità, energia, istruzione, acqua aprendo un’autostrada ai virus e all’individualismo proprietario; se pensate che l’acciaio che servirà per la città futura dovrà essere prodotto in sicurezza, e che per riempire i granai non serviranno bombe e mitragliatrici; se pensate questo e altro ricordatevi che l’altro mondo possibile non va costruito sulla testa dei lavoratori ma insieme a loro. Parafrasando un vecchio saggio orientale, non sempre gli operai hanno ragione ma non c’è ragione rivoluzionaria che non passi attraverso gli operai.


A lezione dal Coronavirus. Prendiamo appunti / 2

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Il Coronavirus è un implacabile maestro di vita: sta mostrando a tutti noi lo scheletro poco visibile delle nostre società, l’architrave che regge(va) la vita collettiva e i sistemi di produzioni. L’emergenza è globale e la lezione prosegue. Continuiamo a prendere appunti (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/03/29/a-lezione-dal-coronavirus-prendiamo-appunti/). Perché non dovremo tornare alla “normalità”.

7.

Grazie a un articolo dell’infaticabile Giorgio Beretta (www.unimondo.org/Notizie/Il-coronavirus-la-Lombardia-e-quell-agenzia-per-la-riconversione-194242), abbiamo constatato che in Italia esistono 231 aziende impegnate nella produzione di armi e munizioni e solo una in grado di realizzare i preziosissimi respiratori artificiali usati nei reparti di rianimazione, macchinari salva-vita dall’influenza Covid-19 e drammaticamente carenti nei nostri ospedali. Situazione oscena di questi tempi, coi malati che muoiono soffocati e gli ospedali al collasso, mentre l’industria delle armi è dichiarata “essenziale” e quindi prosegue regolarmente la propria attività. Per anni l’azione disarmista e pacifista è stata ignorata e derisa dalla politica ufficiale (per non parlare del sistema mediatico), ma ora si vede come ci sia ben poco da ridere. In un libro recente (Economia della pace, Il Mulino, www.mulino.it/isbn/9788815267566) l’economista Raul Caruso ha dimostrato come l’industria bellica italiana, che alcuni propongono ancora come gioiello industriale di cui vantarsi, sia in realtà una zavorra per l’economia del Paese: sottrae risorse materiali, umane e finanziarie ad attività produttive e di ricerca ben più utili e urgenti per la collettività. La drastica riduzione della spesa militare e la riconversione dell’industria delle armi sono priorità politiche ineludibili.

8.

Proprio nei giorni dell’esplosione della pandemia in Europa, era in programma nel continente (soprattutto Polonia e paesi baltici) Defender 20, la più grande esercitazione della Nato dal dopoguerra, con oltre 30mila soldati in arrivo dagli Stati Uniti e un enorme dispiegamento di mezzi, con 17 paesi coinvolti e un convitato di pietra: la Russia, individuata come rivale strategico e potenziale nemico dai vertici dell’Alleanza atlantica (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2020/03/13/rambo-il-coronavirus-e-le-manovre-militari-usa-in-europa/). Nel frattempo la pandemia ha preso alla sprovvista non solo il potere politico ma anche il sistema sanitario e della protezione civile, non solo in Italia. Nel nostro Paese la carenza di protezioni individuali per il personale sanitario, l’altissimo numero di medici e infermieri contagiati, le incertezze nella gestione delle zone rosse e dei divieti sono state l’esito di un grave deficit di prevenzione e preparazione specifica. L’esercitazione Nato è stata bloccata dal virus, mentre le esercitazioni per affrontare un’epidemia virale non sono state mai nemmeno pensate: il virus ci insegna che il concetto di sicurezza deve spostarsi dall’ambito militare a quello sanitario e civile, con corrispettivo spostamento di risorse economiche, umane, tecnologiche. Più prevenzione (sanitaria), meno esibizione (militare).

9.

La recessione da Covid-19 si annuncia pesante, come pesanti saranno le conseguenze sui processi di globalizzazione. In pochi giorni è cambiato moltissimo nelle prassi di politica economica, fra emissioni straordinarie di titoli, elargizioni a fondo perduto, ammortizzatori sociali di massa, aperture di credito quasi illimitato. Le regole auree dell’austerità sono saltate in un baleno, vincoli che parevano rigidissimi sono stati spazzati via senza esitazione. La religione economica del mercato, col suo disprezzo per lo Stato e l’intervento pubblico nelle produzioni e nei commerci, ha mostrato il suo vero volto, una religione appunto, e non una scienza, o addirittura l’unica scienza. Il pensiero economico non aveva previsto l’ipotesi di una pandemia, e la pandemia, d’altra parte, sta mostrando la necessità di ridefinire un adeguato e coerente pensiero economico, che ancora non c’è. La lezione è dunque che dovremo ricostruirne uno, a partire da ciò che stiamo capendo in questi giorni: serve un’economia che assicuri innanzitutto i bisogni essenziali, un capillare sistema di sanità pubblica e di sicurezza sociale; un’economia che produce meno, consuma meno, sposta meno merci e si pone l’obiettivo di durare nel tempo. Torna in mente Alex Langer, che scelse di lasciarci quasi 25 anni fa: il suo motto per il futuro era “lentius, profundius, suavius”, più lenti, più profondi, più dolci. Quasi una profezia.

10.

Nel triste e improprio linguaggio bellico utilizzato in questi giorni da molti politici e molti media (la guerra al Covid, i guerrieri e gli eroi in prima linea, la linea del fronte negli ospedali), il dopo-Covid è indicato come l’epoca della ricostruzione, con esplicito accostamento all’uscita dalla seconda guerra mondiale. La metafora è sbagliata, nonostante tutto, e per vari motivi: la guerra causò molti milioni di morti, aveva intenzionalità politica, l’Europa fu un campo di battaglia coperto di macerie eccetera. Sembra semmai più interessante, volendo rimanere agganciati a quel passaggio cruciale del secolo scorso, il riferimento alla resistenza, specie se la spogliamo della sua dimensione militare (che del resto fu solo una delle forme di resistenza, ne sono state contate dieci: www.ilibridiemil.it/index.php?main_page=product_book_info&cPath=11&products_id=631). La resistenza fu davvero un momento generativo, e se vogliamo rigenerativo, per la popolazione italiana, dopo decenni non solo di oppressione ma anche di servilismo. Chi scelse la via della resistenza (e prima ancora dell’antifascismo attivo) lo fece col proposito di cambiare l’ordine delle cose, senza tema di sfidare il potere. Il virus ci sta insegnando che proprio di questo abbiamo bisogno: una resistenza attiva, una lotta (non una guerra) di liberazione non solo dal virus ma anche da ciò che causa le pandemie (vedi i punti precedenti). Abbiamo bisogno di una stagione che possiamo definire rivoluzionaria, una rivoluzione pacifica, nonviolenta, ma una rivoluzione. I partigiani, i resistenti, gli antifascisti osarono pensare in grande, lo fecero in forma organizzata e cambiarono il paese. Il post-pandemia sarà denso di pericoli: la shock-economy, lo abbiamo già sperimentato, esaspera il peggio del sistema neoliberale e sa come sfruttare guerre e catastrofi più o meno naturali; in aggiunta, il prolungamento indefinito di una qualche forma di stato di emergenza sarà una tentazione per molti governanti (l’ungherese Orban è subito passato all’azione e altre volte si è rivelato un anticipatore… https://volerelaluna.it/mondo/2020/04/01/ungheria-attenti-a-orban/). Oggi i dissidenti, i refrattari, gli esclusi dal banchetto del consumo, i precari, i gruppi e le associazioni che si battono per la giustizia sociale, per la difesa di madre terra, per l’uguaglianza fra le persone, tutti i persuasi che l’economia debba essere al servizio della persona e non viceversa, tutti siamo chiamati a resistere, a manifestare pensiero critico, ma domani ci sarà da lottare, creando una grande coalizione e dando vita a un movimento globale per il cambiamento e l’abbandono di questa “economia che uccide” (copyright papa Francesco): questo insegna la pandemia, e non possiamo farci trovare impreparati. Sarebbe imperdonabile.


Il Corona virus è un problema sanitario, non una guerra

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Sono un “cittadino informato”. Ho alle spalle una vita di ricerca (riconosciuta come non banale, in Italia e fuori) in campo clinico-epidemiologico. Non mi considero esperto sugli aspetti di base e specialistici di un problema sanitario trasformato in un mosaico che evoca il contesto (e l’universo di personaggi, simboli, messaggi) dell’angosciante “cecità bianca” di Saramago più che una questione di salute pubblica da gestire in un Paese con un sistema sanitario nazionale e tutte le competenze scientifiche e tecnologiche necessarie e disponibili. Mi riconosco completamente nelle posizioni (che hanno cercato di farsi strada nell’invasività aggressiva di decreti, raccomandazioni, talk show, cifre, previsioni, misure…) di esperte reali come Maria Rita Gismondo e Ilaria Capua (seguite dalle dichiarazioni di Walter Ricciardi e Silvio Garattini) che ridanno a eventi, protagonisti, terrori surreali i loro nomi e la loro realtà: il Convid19 esiste; è (non completamente ma) sufficientemente noto; deve e può essere gestito come un problema sanitario. Non è una guerra misteriosa contro un nemico da affrontare come una emergenza.

Da cittadino competente penso di avere il diritto-dovere di esplicitare alcune domande utili per comprendere (e magari rendere culturalmente e politicamente didattico) quanto sta succedendo:

1) perché un problema di salute pubblica (tra i tanti, per quanto particolare) è stato trasformato in uno scenario di “protezione civile”, con tutto il corredo di competenze, misure, messaggi che ne consegue? La trasformazione – sullo sfondo di uno scenario con suggestioni, antiche e nuovissime, come “la Cina” – di una domanda che, per definizione, richiede una partecipazione informativa reale (coerente e trasparente, su quello che si sa e su ciò che non si sa) nell’annuncio di un nemico da affrontare come un terremoto in atto o un uragano che può colpire mortalmente ovunque e chiunque ha fatto della paura e dell’impotenza le protagoniste;

2) il termine più vicino a “paura”, ancor più minaccioso, è “sicurezza”: qualcosa che deve essere dato dall’esterno, in modo rigido, contro tutti gli invasori. Quanto più la sicurezza confonde le idee, tanto più le misure che suggerisce sono sostanzialmente senza senso. O talmente di senso generico e comune, da essere ridicole: dal lavarsi tutte/i sempre più spesso le mani, al pulire ogni 15 minuti tutte le maniglie su treni sostanzialmente deserti e ben in ritardo (testimonianza personale su un Roma-Milano divenuto notturno). Senza parlare di che cosa evoca, nell’Italia di Minniti e Salvini, l’immaginario di in-sicurezza personale e collettiva coltivato per tanto tempo, e ora riversato su un nemico invisibile e potenzialmente mortale;

3) il cittadino che sono lascia ora un po’ di spazio per una domanda “competente”. Avendo come alfabeto obbligatorio di riferimento, in medicina, la consapevolezza che un’informazione sul pericolo e sul rischio deve, se vuole produrre i suoi effetti, essere chiara e generatrice di comportamenti razionali, come è stato possibile che non sia stato costituito un gruppo di esperti che fungesse da riferimento per coloro (a cominciare dai media) che potevano/possono avere un ruolo di informazione? Un gruppo di esperti reali, non a priori concordi, ma credibili per indipendenza e chiarezza di posizioni: disponibili alla discussione pubblica, ma con potere/dovere di intervenire sulle informazioni fuorvianti, per eccesso o per difetto o per banale (e più frequente) scorrettezza, più o meno volontaria. È chiaro che la domanda potrebbe essere rivolta alla “comunità scientifica” (se questa esiste): la circostanza che, di fronte a un problema dichiarato di “sicurezza nazionale”, non ci sia stato neppure un tentativo di ritrovare tra i tanti esperti una responsabilità collettiva non è banale. Ognuno parla per sé. Con la sua immagine. Con i suoi titoli. Con l’aura che sa costruirsi intorno. Viva la libertà di parola, certo. Ma a patto che a livello istituzionale non ci sia solo il raccomandare, il controllare, l’essere protagonisti rispetto a una popolazione di “consumatori” delle informazioni più ingiustificate, incomprensibili, fuori da qualsiasi credibilità scientifica: privati del diritto/possibilità di essere “interlocutori” di un’autorità responsabile e dialogante;

4) questo cittadino competente è anche abbastanza vecchio, da essere stato attore diretto (e molto tecnico, in laboratorio e in commissioni) ai tempi – ormai preistorici (anno 1976) – di Seveso. Lo scenario era quello di un gravissimo incidente industriale. L’epidemiologia e la sanità erano centrali. Molto più “potenti” di ora. Era un’estate molto calda. La commissione di tecnici era disponibile quotidianamente a valutare e discutere tutti i risultati (affidabili o meno) e le proposte di sicurezza/legalità e di civiltà/democrazia (una domanda non era, allora, così banale: era possibile permettere la gestione pubblica dell’interruzione di gravidanza nelle donne certamente “contaminate”?). E le comunità locali erano i soggetti – con tutte le parzialità – e non le destinatarie/oggetto di misure. Anche allora il problema era la credibilità dell’istituzione, e la sua disponibilità/accessibilità alla trasparenza/condivisione dell’incertezza, ma soprattutto dei suoi perché. È normale, infatti, che un evento che sembra venire da un mondo “altro” ed è minaccioso generi fantasmi. Che hanno bisogno di risposte fondate sulla realtà. Non di altri fantasmi, o di numeri che fingono di coincidere con la realtà (come i numeri di morti “per” virus che fanno ancora oggi da titolo di prima pagina a un giornale come il Corriere della Sera). Chi ci dice quanti sono i denominatori dei “positivi”, e da dove vengono, e perché e quanti sono i falsi positivi e negativi? Non per il gusto di altri numeri: semplicemente per avere, dopo l’emergenza, un tempo in cui la sanità riprenda a fare il suo unico mestiere indiscutibile: quello di essere un indicatore di democrazia e di servizio, e non un garante più o meno illusorio di risposte vendute bene all’opinione pubblica.


Le insicurezze ignorate

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Da sempre ci sono delle insicurezze che sistematicamente vengono trascurate o totalmente ignorate da parte di tutti i governi e dalle amministrazioni locali. Questa negligenza appare ancora più vistosa, in particolare, da oltre trent’anni, cioè da quando nella cosiddetta agenda pubblica si parla molto più di sicurezza e di lotte all’insicurezza e si propone anche la “tolleranza zero”, più repressione e sanzioni e pene sempre più severe.

Ma che ne è di quelle che qui chiamiamo insicurezze ignorate, ossia quelle che colpiscono la stragrande maggioranza della popolazione e sono la causa della maggioranza di decessi?

Si tratta di due principali tipi di insicurezza:

1) quelle derivanti dai rischi di malattie da contaminazioni tossiche che sono appunto la prima causa della mortalità in Italia come nel resto del mondo;

2) quelle derivanti dalla mancanza di tutele effettivamente efficaci nei confronti degli incidenti sul lavoro e di protezioni dei lavoratori alla mercé delle cosiddette economie sommerse (quindi lavoro nero e neo-schiavitù, che producono anche evasione fiscale e contributiva e collusioni con la criminalità, oltre che contaminazioni tossiche).

Cosa fanno le agenzie di prevenzione e controllo, le forze di polizia, le amministrazioni locali e nazionali e la magistratura rispetto a queste insicurezze e quindi per la protezione delle vittime (e fra le vittime, in questo caso, ci sono anche lo Stato e la res publica)? Sì, è vero, sui giornali leggiamo che ogni tanto ci sono operazioni repressive che però svelano solo in piccola parte queste insicurezze e le loro vittime.

Ma come ben sanno tanti operatori delle istituzioni che dovrebbero occuparsi di queste insicurezze come compito prioritario, nella maggioranza dei casi le vittime restano senza tutela e abbandonate a sé stesse. Lo si è visto nelle molteplici occasioni di disastri sanitari-ambientali quando, nell’immediato, tutti i media e tutte le autorità si sono dette commosse e impegnate ma nei fatti le vittime sono rimaste sole, tranne l’aiuto di alcuni operatori che in certi casi ci hanno rimesso la vita (vedi Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed economici in Mediterraneo, a cura di Salvatore Palidda, DeriveApprodi, 2018). E lo stesso vale per le vittime di lavoro nero e neo-schiavitù, sia che si tratti di italiani o immigrati. Fra l’altro la perdita per lo Stato è sempre elevatissima, sia per l’ammanco di contributi e tasse dalle economie sommerse – che riguardano oltre il 32% del PIL (come ha stimato anche uno studio della Banca d’Italia) – sia che si tratti di catastrofi sanitarie e ambientali (basti pensare a tutta la sequela di fatti da Seveso all’ACNA di Cengio, alle inondazioni e frane, all’inquinamento devastante dei petrolchimici o agli incendi ed esplosioni in depositi e in fabbriche).

Tutto questo gigantesco scempio di esseri umani, di beni, di mancati introiti dello Stato e delle amministrazioni locali e poi lo spreco di risorse necessario a tamponare i disastri (quasi sempre in maniera insufficiente o a beneficio di alcuni corrotti) si deve a una negligenza che è anche assenza di cultura politica di uno Stato di diritto democratico che dovrebbe mettere al primo posto la tutela della vita dei suoi abitanti. Una negligenza che si alimenta anche con gli illegalismi di massa e gli illegalismi degli attori economici che ne traggono profitto. Ed è questa negligenza che produce distrazione delle istituzioni rispetto a queste insicurezze e distrazione delle forze che vi dovrebbero essere destinate. Invece si sbraita spesso di insicurezze attribuite a devianti, delinquenti o persino immigrati che invece sono vittime sfruttati al nero e non si fa quasi nulla per le bonifiche al fine di prevenire i disastri sanitari ambientali e la riproduzione delle economie sommerse.

Eppure l’esempio di una operatività efficace si conosce ma viene ignorato: è quella che è stata programmata ma solo come azione eccezionale, ossia le operazioni interforze che coinvolgono sia le agenzie di prevenzione e controllo (ispettorati del lavoro, ASL, protezione civile ecc.), tutte le forze di polizia, le amministrazioni locali, la magistratura e anche il volontariato e le vittime stesse che vanno ascoltate come prima fonte di conoscenza. Perché, allora, in ogni prefettura non si programmano continuamente tali operazioni interforze? Perché non si provvede alla tutela delle vittime come compito prioritario pena il reato di omissione di soccorso e omissione di persecuzione di un reato? Perché non si provvede a un programma di bonifica sia dei rischi sanitari e ambientali sia delle economie sommerse? Gli attori economici che ne approfittano sono così potenti da far ignorare le insicurezze che colpiscono la maggioranza della popolazione? Queste sono le questioni che tutti gli operatori delle istituzioni prima citate dovrebbero porre come priorità anziché farsi fuorviare da obiettivi secondari o addirittura falsi come la piccola devianza urbana o l’immigrazione che più spesso è vittima di queste negligenze, insieme a milioni di italiani.

L’articolo è pubblicato anche su https://www.safetysecuritymagazine.com


Ordine pubblico e sicurezza in Italia

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Come ogni anno a Ferragosto è stato diffuso il “Dossier Viminale” contenente i dati relativi all’attività del Ministero dell’interno e alla situazione della sicurezza del Paese nei dodici mesi precedenti (e dunque, quest’anno, dal 1 agosto 2018 al 31 luglio 2019).

Molti elementi sono propagandistici o scarsamente significativi (come i dati relativi alle voci di spesa prive di specificazioni utili a comprenderne portata e variazioni) ed è evidente la virata ideologica rispetto agli anni precedenti (a cominciare dall’apertura del dossier, dedicata, per la prima volta, ai dati relativi all’ordine pubblico anziché a quelli sulla lotta alla criminalità organizzata, relegati nelle pagine interne). Al netto di ciò vi sono dati molto significativi, alcuni dei quali in clamorosa controtendenza rispetto alla narrazione del Ministro dell’Interno. Nel pubblicare il dossier ne segnaliamo alcuni:

– il quadro è quello di un Paese con una criminalità in costante diminuzione. Nel periodo considerato sono stati commessi 307 omicidi volontari (il 14% in meno rispetto all’anno precedente): di essi 25 (-19,4%) sono attribuibili alla criminalità organizzata mentre ben 145 (-4%) sono classificabili nella sfera familiare/affettiva (con una percentuale di donne vittime del 63,4%). Nello stesso periodo sono in calo anche le rapine (-16,2%), i furti (-11,2%) e le truffe (-2,1%) salvo quelle in danno di anziani (aumentate dell’1,2%);

– quanto all’immigrazione, calano gli sbarchi (8.691 contro i 42.700 dell’anno precedente, dunque il 79,6% in meno) ma calano anche i rimpatri, diminuiti dello 0,7% mentre quelli assistiti si sono più che dimezzati passando da 1.201 a 555, con un calo del 53,8%. Drastica è la riduzione del sistema d’accoglienza: i migranti ospitati sono stati 105.142 (il 34% in meno rispetto ai dodici mesi precedenti) e le risorse impiegate sono calate da 2,2 miliardi a 501 milioni. Nel periodo considerato le presenze regolari di stranieri in Italia sono aumentate da 4.116.721 a 4.191.716 (+1,8%) con una crescita dei permessi di soggiorno per lavoro (sia autonomo che subordinato) e per ricongiungimento familiare (+7,1%) e una diminuzione dei minori (-6,8%);

– è calato il numero delle manifestazioni di piazza e, in particolare, di quelle con disordini (definizione quest’ultima estremamente elastica, ma costante nei dossier del ministero). Le manifestazioni sono scese del 10,3%, passando da 11.824 a 10.609. Nello stesso periodo le proteste con disordini sono passate da 389 a 287, con un calo del 26,2% (mentre è aumentato il numero dei feriti tra le forze dell’ordine, passando da 184 a 210).