Val Susa: ancora a fuoco un presidio No Tav

Autore:

Avrebbe dovuto essere il luogo più sicuro del mondo il presidio di San Didero, di fronte al fortino militarizzato per difendere la costruzione del nuovo autoporto, collegato con la linea ferroviaria Torino-Lione, dopo la distruzione del vecchio, costruito negli anni Ottanta (agli occhi di tutti uno spreco scandaloso, mai entrato in funzione). Eppure, di fronte a fari puntati, blindati sempre presenti, telecamere, il 4 gennaio il presidio di San Didero è stato dato alle fiamme. Come tutti i martedì, c’era stata l’apericena, diventata un’abitudine per trovarsi e fare il punto della situazione. Così come il giovedì, quando un gruppo di pensionati si trova per pranzare insieme. Il presidio è “vivo” e monitorato anche dalla presenza di molti giovani no Tav. L’ampio spazio (di proprietà di alcuni militanti no Tav) ha permesso iniziative molto partecipate, compresi balli occitani (puntualmente filmati dalla Digos per la loro bellezza coreografica…) e appuntamenti gastronomici in grado di raccogliere fondi per il Rifugio Fraternità Massi di Oulx, una risposta alla rotta dei migranti verso la Francia. L’ultima manifestazione no Tav dell’8 dicembre si era conclusa proprio in quello spazio e molte persone avevano attraversato la statale per andare ad appendere palline di Natale alle reti del fortino. Per rinforzare gli auguri verso sera si erano visti in cielo fuochi d’artificio anche se, non essendo stato colto lo spirito natalizio, la risposta era stata al solito con gli idranti… Poi, pochi giorni dopo, l’incendio: partito dalla roulotte che staziona sul posto, nessun attacco elettrico, un’unica bombola di gas portata via durante l’intervento dei vigili.

La data del 4 gennaio 2022 va ad aggiungersi all’elenco delle provocazioni.

Era rimasta la stufa, il 24 gennaio 2010, al centro del presidio di Borgone distrutto da un incendio doloso. Sembrava smagrita nella sua forma bombata, generosa di ferraglia, ma ancora riconoscibile. Per cinque anni aveva riscaldato quel luogo, a volte infeltrendo il bordo di giacche di chi per cercare il caldo l’abbracciava un po’ troppo. Erano trascorsi cinque anni dal 22 giugno 2005, primo tentativo (respinto) di prendere possesso di quel terreno per poi trivellarlo per un sondaggio. Il giorno dopo la stessa scena si era ripetuta a Bruzolo e poi a Venaus. Tre luoghi simbolo dove erano nati tre presidi, all’inizio gazebo veloci, poi vere casette di legno, con cucina e tende alle finestre. Tutto era servito a fare comunità, a stare bene insieme, a continuare a discutere, a leggere i giornali, a incazzarsi. “Montanari imbizzarriti” erano stati chiamati i valsusini da politici torinesi che per giorni avevano lanciato una campagna stampa a dir poco aggressiva, violenta. Intanto il presidio di Borgone era stato raso al suolo.

Qualche giorno prima, il 16 gennaio, ci avevano provato con il presidio di Bruzolo, più o meno all’ora di cena. Troppo presto, qualcuno che transitava sulla strada aveva dato l’allarme ed erano arrivati i vigili del fuoco. Ma il 1 febbraio l’operazione era stata portata a termine e anche quel presidio era stato raso al suolo ed erano rimasti solo alcuni spuntoni di ferro anneriti verso il cielo. I presidianti di Bruzolo avevano partecipato alla manifestazione con uno striscione con su scritto “Brucia più a voi che a noi”, che ben sintetizzava il clima della valle sempre più determinato a resistere e a ricostruire i presìdi. Nelle stesse giornate alcuni monumenti dedicati ai partigiani della valle erano stati imbrattati con scritte Sì Tav. E su Facebook un gruppo Sì Tav aveva postato un video con i presìdi in fiamme e minacce a quelli in Val Sangone e a Rivoli con la scritta “A fuoco”.

Qualche anno dopo, il 1 novembre 2013, era stata la volta del presidio Picapere a Vaie, anche questo raso al suolo dal fuoco. Una manifestazione aveva messo insieme, ancora una volta, “cuore e rabbia”. A denti stretti anche i giornali avevano ammesso che i partecipanti non erano comparse e che la valle in effetti non era pacificata. Il presidio in poco tempo era stato ricostruito ancora più bello. Tuttavia una riflessione il movimento lo stava facendo e, dovendosi occupare di un nuovo spazio nella valletta della Maddalena di Chiomonte, aveva pronta un’alternativa. Era stata costruita una casetta sugli alberi. Un castagneto secolare aveva ospitato il nuovo presidio. I piedi per terra erano stati mantenuti dando l’incarico di vigilanza, il 14 maggio 2011, a un pilone votivo dedicato alla Madonna del Rocciamelone, a San Michele Arcangelo, a San Francesco. Poi, volendo esagerare, era stata posata una statua di Padre Pio, di cui si era notato che i militari di turno al cantiere riconoscevano l’autorità.    

Ma l’abitudine di appiccare il fuoco per togliere di mezzo chi infastidisce si era riproposta nella notte fra il 2 e 3 gennaio del 2018. Le fiamme avevano divorato lo spazio sociale VisRabbia di Avigliana frequentato da molti giovani.

In questi trent’anni di mobilitazione e lotta i presidi sparsi su tutto il territorio della valle sono sempre stati luoghi di benessere sociale. Il giorno della Befana a San Didero è stata organizzata una bella polentata per rispondere al detto «se le cose vanno male il corpo non deve patire». E ognuno si è portato piatto e bicchiere. Come al solito.


“Vaccinazioni di massa” in Val Susa

Autore:

1.

L’assuefazione al sopruso, la stanchezza per decenni di lotta che prima o poi cade addosso, gli anni che pesano sulle spalle dei più anziani, le accuse infamanti che pesano più degli anni e la dura repressione, il rischio della rassegnazione sempre in agguato. E poi la fiducia nella democrazia e nelle istituzioni messa ripetutamente a dura prova e il panorama politico sempre più desolante. La convinzione che nel dopo Covid niente dovrà essere uguale a prima, la speranza che cede il posto all’illusione e il dubbio fondato che tutto possa essere peggio di prima. E le continue prove di forza, l’ultima subita nella notte pochi giorni prima, le ferite ancora aperte che si aggiungono a quelle appena rimarginate, l’umiliazione, il senso di impotenza, la rabbia, l’incredulità e nuovamente la rabbia da tenere sotto controllo. Tutti questi pensieri si mescolavano nella testa di chi si stava avvicinando al grande “centro vaccinale” aperto a tempo di record a San Didero.

Numerosi volontari con pettorina gialla regolavano il traffico, suggerivano uno spazio per parcheggiare e indicavano la direzione per proseguire a piedi lungo la stradina che si snoda tra muri a secco e prati su cui pascolano mucche incuriosite dall’inaspettata folla e indifferenti alle diossine della vicina acciaieria: in un paio d’ore oltre 4.000 persone avrebbero ricevuto una dose di rinforzo di vaccino. Non c’era stato il tempo di programmare la somministrazione delle dosi, nessun sistema di prenotazione era stato attivato, tutto era stato deciso in fretta non senza qualche contrasto su come rispondere più efficacemente all’emergenza senza rinunciare a guardare lontano.

Avvicinandosi al “centro vaccinale” ognuno, guardandosi intorno, si sorprendeva nel vedere volti che non vedeva da tempo, provava sollievo e intuiva che il pomeriggio sarebbe stato interessante e difficile da dimenticare. Pochi giorni prima c’era stato il blitz che aveva portato alla conquista manu militari di una bella fetta di prati e rado bosco tra la statale 25 e il fiume Dora con l’obiettivo di recintare un’area su cui dovrebbe nascere un nuovo autoporto. L’amministrazione comunale di San Didero, il giorno dopo, aveva scritto:

«È vergognoso quello che è successo nel centro abitato di San Didero martedì 13 aprile. Lacrimogeni sparati nei cortili delle case, campi di grano calpestati, candelotti di lacrimogeni sparsi nei prati, di cui taluni inesplosi, un pericolo per le persone e i bambini che vogliono muoversi nel verde e non ultimo per gli animali al pascolo. Un paese sotto assedio. L’Amministrazione Comunale di San Didero si stringe ai suoi cittadini, esprimendo rammarico e rabbia allo stesso tempo per l’uso improprio di forze dell’ordine che, per difendere un cantiere sulla SS 25 distante 1,5 chilometri dal centro abitato, si sono spinte all’interno del paese, spargendo il panico fra i residenti. In questo modo si calpestano i diritti, sia dei cittadini sia degli amministratori che rappresentano la comunità».

Come sempre è tutto un altro film rispetto a quello mandato in onda dalle varie tv e riportato dai grandi quotidiani alla ricerca di una pietra lanciata da chi tenta di resistere all’invasione: su questi schermi le truppe sono sempre schierate ordinatamente, attente solo a difendersi dagli attacchi di orde di incappucciati violenti.

La sala triage del grande “centro vaccinale” era stata allestita all’esterno del salone polivalente di San Didero, come sempre di questi tempi è d’obbligo aggiungere «in totale sicurezza e nel pieno rispetto delle norme anticovid». A un tavolo il sindaco di San Didero, il vicesindaco di Bruzolo, il presidente dell’Unione montana, un insegnante, un naturalista e due professori universitari. E ad ascoltarli un numero crescente di valsusini, centinaia: seduti nelle sedie opportunamente distanziate, seduti in terra, in piedi tutt’intorno e lungo la rampa che porta alla strada che poi scende verso la statale 25 chiusa «per motivi di ordine pubblico».

Tra l’abbaiare dei cani nei giardini delle case vicine e le corse dei bambini nel piazzale il sindaco ha raccontato l’accaduto e ha accennato alle umiliazioni subite di fronte al prefetto che prontamente lo aveva convocato per richiamarlo all’ordine. Applausi. Applausi anche al vicesindaco di Bruzolo e poi al presidente dell’Unione montana che rilevava, tra l’altro, che la prima opera costruita per far passare un treno che dovrebbe togliere i tir dalle strade sarà proprio un autoporto per i tir. Sembra una beffa ma è così. Notare che l’autoporto a San Didero era già stato costruito quarant’anni prima, esattamente nello stesso luogo. Era stato completato e poi era stato deciso che non serviva e il giorno dopo se n’era costruito un altro dieci chilometri più a monte cementificando così il doppio. Il gigantesco edificio dell’autoporto fantasma di San Didero era diventato in poco tempo fatiscente e ora, sul tetto, un piccolo gruppo di no Tav cercava di resistere allo sgombero.

Dopo gli applausi agli amministratori la parola era andata ai quattro tecnici, tutti esponenti di una commissione nominata dalla stessa Unità montana. E giù a sciorinare dati e a elencare le tante irregolarità procedurali legate al progetto del nuovo autoporto (https://volerelaluna.it/tav/2021/04/16/pensavo-fosse-un-treno-invece-era-un-camion/). Sul tavolo dei sindaci e dei tecnici erano allineati una ventina di candelotti lacrimogeni raccolti nei cortili delle case e nei prati nei giorni precedenti: solo un piccolo campionario, s’intende. Quasi due ore di triage, ma nessuno mostrava insofferenza per l’attesa, al contrario si compiaceva di venire coinvolto per essere informato.

Poche settimane prima, anche in vista dell’annunciato arrivo a San Didero di un nuova variante del virus, era stato effettuato un test di massa sui vaccini proprio a Chiomonte dove era presente dal 2011 un focolaio particolarmente resistente: il virus aveva colpito per la prima volta a Venaus anni prima, un vaccino era stato scoperto in fretta e aveva risolto un situazione difficile. Poi, negli anni successivi, il virus era ricomparso qua e là ma l’epidemia vera e propria era stata dichiarata a Chiomonte. Fin da subito tra virologi ed epidemiologi era nata grande confusione ma quasi sempre il problema era riconducibile al solito vecchio conflitto di interessi e i media facevano a gara nel dare spazio a coloro che confondevano il virus con il vaccino e il “laboratorio” Valsusa assumeva così significati opposti: laboratorio di democrazia per una parte, laboratorio di sperimentazione di nuove tecniche repressive dall’altra. Per i valsusini gli obiettivi erano, come sempre, principalmente due: combattere il virus (quello vero) e combattere l’ignoranza, la disinformazione e il pregiudizio. Una battaglia dura, combattuta ad armi impari.

Ma tornando a Chiomonte e al test delle settimane precedenti: quella che avrebbe potuto risolversi in un normale attacco di burocrazia vessatoria in cui poche cavie sarebbero state sacrificate da medici spregiudicati era stato trasformato in una grande occasione di partecipazione attiva e responsabile (https://volerelaluna.it/tav/2021/02/26/marziani-in-val-di-susa/). Le cavie si erano moltiplicate a dismisura su base volontaria e per gli aspiranti Lombroso era stata una sofferenza: un piccolo esperimento crudele si era trasformato in un test di massa in cui le cavie avevano alzato la testa sussurrando maliziosamente «sarà düra». Molte di queste cavie si sarebbero ripresentate a San Didero portando parenti e amici, il test di massa aveva dato esiti positivi e avrebbe contribuito all’affollamento del “centro vaccinale” di San Didero.

2.

Dopo il triage è stata subito meraviglia.

Oltre 4.000 persone, la maggior parte valsusini, vincevano la paura dando vita a un grande corteo in cui era immediato cogliere la forza di una nuova forma di disobbedienza civile. Vale la pena ricordare in proposito quanto aveva scritto su una rivista specializzata la costituzionalista Alessandra Algostino analizzando i vari Dpcm così di moda da oltre un anno. A proposito della «inedita, almeno dal punto di vista della Costituzione, distinzione fra manifestazioni in forma statica – si potrebbe chiosare, i presidi – e “in forma dinamica” – i cortei” ‒» la professoressa rilevava l’introduzione di «una forma inedita di restrizione in via generale e preventiva, se pur nei limiti temporali di vigenza del decreto, della libertà di manifestazione, quando essa appare come riunione in movimento, ossia corteo». Da costituzionalista, si chiedeva se ci fosse «un bilanciamento proporzionato e ragionevole fra il diritto alla salute e il diritto di riunione» concludendo che, ferma restando la necessità di regole di distanziamento volte a contenere la diffusione del Covid-19, «non pare né ragionevole né proporzionato il divieto di cortei» e notava la contraddizione tra il fatto che fossero consentiti «assembramenti (riunioni casuali) sui mezzi di trasporto» e venissero vietati i cortei, tra cui quelli in difesa del posto di lavoro. Quasi non fossimo in una Repubblica fondata sul lavoro. E si chiedeva: «nel momento in cui non è ristretta la libertà di circolazione, non sono limitate le attività produttive, perché le manifestazioni devono essere solo statiche?».

Gli oltre 4.000 di San Didero si erano dati la risposta. Qualche malizioso potrà notare che, confrontati con le decine di migliaia di cui la Val Susa ci ha abituati negli anni, i 4.000 che si muovevano in corteo da San Didero son poca cosa. Ma il ragionamento non tiene conto dei timori legati al Covid e soprattutto dei pensieri di cui parlavo all’inizio che giravano nella testa di coloro che erano venuti per la somministrazione del solito vecchio vaccino: la fiducia nelle proprie forze e nella forza della ragione. Gli stessi timori e gli stessi pensieri che in questa occasione avevano tenuto lontani altri già pronti però a vaccinarsi alla prossima occasione. Fatto sta che, non avendo avuto il tempo di organizzare le cose in grande, la cosa era diventata grande da sola e “soltanto” 4.000 persone respiravano ora a pieni polmoni un’aria nuova. Tanti giovani e persone di ogni età, bambini liberi di correre e cani tenuti al guinzaglio. E dall’altra parte della ferrovia le truppe schierate con aria minacciosa che venivano ignorate dal corteo che svoltava verso Bruzolo e poi sulla strada statale verso San Giorio.

Il prof. Tartaglia, di inossidabile e ben documentata fiducia nelle regole democratiche, in riferimento alla imponente militarizzazione ha parlato di «truppe coloniali» e di «occupazione militare da parte di forze armate dello Stato» e si è chiesto: «Quale fiducia si pensa possa esserci, in queste condizioni, nello Stato? E a cosa si è ridotta la credibilità della politica?». Che le definizioni fossero azzeccate e le domande ben poste se ne avrebbe avuto conferma la sera stessa in cui le truppe coloniali di occupazione avrebbero ripreso l’abitudine di sparare candelotti lacrimogeni ad altezza d’uomo: questa volta a farne le spese sarebbe stata una ragazza colpita in pieno volto subendo numerose fratture ed emorragie cerebrali. I generali avrebbero poi negato l’evidenza lasciando intendere che la ragazza si sarebbe scagliata volontariamente a testa bassa contro un oggetto non identificato procurandosi qualche graffio. Tant’è che volevano interrogarla subito nella stanza dell’ospedale. La storia si ripete da anni. Non sono pochi coloro che hanno subito gravi danni permanenti. Siamo in tanti a chiederci come sia possibile che così pochi tra coloro che guardano i TG, seguono i talk show e leggono Stampa e Repubblica non si interroghino su come sia possibile che un candelotto che dovrebbe essere usato per spargere sostanze urticanti al fine di tenere lontani potenziali aggressori possa essere usato come proiettile. Eppure le prove non mancano, non mancano i video che lo documentano e non mancano le voci di carabinieri che si vantano con i commilitoni dicendo: «Sì, ne ho tirati due in faccia!». Qualcuno si è preso la briga di raccogliere un ricco dossier: vedere per credere (https://www.notav.info/post/il-tiro-al-notav-da-parte-delle-forze-dellordine-e-prassi/). Ma si sa, sul piano mediatico la lotta è impari.

Del candelotto danneggiato da una ragazza che lo avrebbe colpito con lo zigomo, il corteo partito da San Didero ancora non poteva sapere, anche se qualcuno parlava della ragazza colpita sul petto la sera precedente, per fortuna con minori danni. Nel corteo prevaleva ora la gioia del ritrovarsi nuovamente in tanti, il vaccino mostrava già i primi effetti e lo sguardo andava ai prossimi mesi e ai prossimi anni. Questo corteo colorato, con tanta gente “normale”, quella stessa di cui si ricordano i partiti solo in campagna elettorale, quella cancellata dai grandi media, questo corteo era un grande segnale di ripresa di un viaggio che, come recita il titolo di un libro «non promettiamo breve». I trattori nei prati intorno incrociavano il corteo e sopra le teste volteggiavano parapendii mentre il sole tramontava dietro alle montagne. Anche queste immagini a colori (https://photos.app.goo.gl/1UjVLN2EiZoie1qa7) stridono con il bianco nero delle immagini cupe e minacciose mostrate in tv.

Il popolo no Tav, con grande delusione di chi lo vorrebbe sull’orlo di una crisi di nervi a causa delle continue angherie subite negli ultimi trent’anni, non si è dunque fermato: i tanti anziani presenti nel corteo partito da San Didero ne sono la conferma; i tanti giovani sono l’evidenza di un continuo ricambio generazionale. Giovani e vecchi stanno ricostruendo rapporti a volte logorati con amministratori stanchi e pigri, anche se quelli vivaci non mancano di certo. Sono segnali confortanti anche per molti che guardano alla Val Susa come a un luogo che non si piega di fronte alla dittatura del pensiero unico, un luogo in cui la forte repressione non riesce a cancellare il diritto al dissenso, un luogo in cui la solidarietà non è parola vuota anche nei confronti dei migranti che vi transitano alla ricerca di un futuro. Di questi argomenti, e non solo di Valsusa, si parlerà, tra l’altro, giovedì 22 aprile alle 16 in un appuntamento, organizzato, insieme a diverse altre associazioni, dal Controsservatorio Valsusa, che potrà essere seguito in diretta streaming: https://youtu.be/phegbdRB_Hc

Intanto in Val Susa ci si gode l’effetto del vaccino, domani è un altro giorno e si vedrà. L’amministrazione comunale di San Didero scrive nel suo appello-denucia:

«Non ci è dato sapere cosa accadrà con questa militarizzazione chiamata a difendere un cantiere che costerà oltre 50 milioni di euro [il riferimento è ovviamente solo all’autoporto, opera preliminare del Tav, ndr]; certo è, che, in un momento di crisi emergenziale dovuta alla pandemia, dove non arrivano i vaccini per il Covid-19, dove il lockdown ha fatto sì che chiudessero imprese e attività commerciali, nella piana di San Didero-Bruzolo vengono inviate delle truppe di occupazione. Come si può parlare di tutela ambientale, transizione ecologica, come si può pensare che quest’opera possa contribuire a migliorare la vita dei cittadini?»

E qui il riferimento, implicito ma chiaro, non è soltanto all’autoporto.


Nebbia in Val Susa: tra sassi e manganelli

Autore:

Il 13 aprile, dopo una notte di turbolenze in Valle di Susa, a San Didero, dove cittadini e amministratori si stanno opponendo alle operazioni propedeutiche alla costruzione di un nuovo autoporto, il prefetto di Torino, Claudio Palomba, ha auspicato «che valori cardine costituzionalmente tutelati della nostra democrazia, come la libera espressione del dissenso e il diritto di manifestare, non siano strumentalmente utilizzati quale pretesto per comportamenti, come quelli registrati in Val di Susa nelle ultime ore, connotati da una inaccettabile violenza generalizzata». Le sue parole riassumono bene il punto di vista di chi, al di là delle frasi di prammatica, ha comunque un’idea autoritaria della democrazia. Il concetto di questo punto di vista è: si può manifestare, esprimere il proprio dissenso ma poi tutti a casa.. a guardare qualche programma lavacervello davanti alla tv, perché le decisioni le prendiamo Noi (https://volerelaluna.it/controcanto/2021/04/07/la-democrazia-autoritaria-che-e-dietro-langolo/).

Si possono avere opinioni diverse, ma sicuramente la democrazia è rispetto e considerazione delle comunità locali che vanno ascoltate e devono poter decidere del proprio futuro. Tutto questo in Valle di Susa non c’è stato perché la contrarietà dei cittadini e delle amministrazioni locali al progetto, ormai monco e sempre più assurdo della Torino Lyon, non è mai stata rispettata. Anzi è sempre stata sbeffeggiata: quante volte proprio all’indomani di cortei di 35-40.000 cittadini è stato dato lo schiaffo di accelerazione negli appalti o dei lavori dei cantieri!

I politici ‒ dal piddino Gariglio all’evanescente Giachino, passando per volgari esponenti della destra che hanno definito “feccia” il Movimento No Tav ‒  ripetono, come un disco rotto, le consuete frasi sulla violenza dei No TAV, ma tacciono, per ignoranza o per malafede, sul vuoto progettuale e finanziario che c’è in Francia sul tratto della ferrovia da Saint Jean de Maurienne a Lyon (https://volerelaluna.it/tav/2021/03/29/come-ti-distruggo-la-valsusa-lalleanza-tra-alta-velocita-e-autostrada/). Parlarne sarebbe l’ammissione che la leggendaria linea ad alta velocità, che partendo da Kiev doveva arrivare a Lisbona, sbuca e si ferma solo nella Maurienne e quindi il tunnel di base è fine a se stesso.

Ma parliamone della violenza. A volte vola qualche sasso: non è bello ma è inevitabile, e succede storicamente in tutte le parti del mondo quando le ragioni inascoltate sono costrette alla protesta, ed è difficile in alternativa tirare solo piume di gallina. Ma, dall’altra parte, i cittadini si trovano davanti forze militari sproporzionate per numero e violenza, che sgomberano i presidii di notte, che avanzano con blindati e idranti sparando lacrimogeni al gas CS ad altezza d’uomo, ben protetti da casco, scudo, parastinchi, paragomito, e roteando il manganello sulla testa di chi si oppone senza alcuna protezione sul proprio corpo. Questa non è violenza? una manganellata fa forse meno male di un sasso?

Manganelli e pietre sono l’esatta fotografia della deriva autoritaria di una classe politica inetta e inadeguata che delega alla forza pubblica la soluzione, manu militari, di scelte che non possono essere accettate da chi le subisce perché non sono determinate dall’interesse generale ma dagli interessi delle lobby, che nella quarantennale vergognosa assenza di una legge di regolamentazione, hanno la forza e la possibilità di condizionare il Parlamento. E perché mai dovremmo accettare la devastazione del territorio in cui viviamo? Per un tunnel di base fine a se stesso, visto che la Francia, favorevole al tunnel perché l’Italia paga anche gran parte della quota in carico ai transalpini, non ha alcuna intenzione di costruire la conseguente linea ad alta velocità tra Saint Jean de Maurienne e Lyon?

Perché Stampa e Repubblica, stesso gruppo editoriale, tacciono sul fatto che la Francia ha rinviato al 2038 la valutazione, non la progettazione e tantomeno l’inizio dei lavori, se costruire o meno la linea ferroviaria per il proseguimento del tunnel di base (https://volerelaluna.it/talpe/2019/05/07/linformazione-alla-prova-del-tav/)? La risposta è semplice e rimanda agli interessi della tradizione Fiat, già general contractor per la costruzione di altre linee ad alta velocità. Ma la Fiat non c’è più, non c’è più nemmeno Fca, e gli eredi dell’impero Agnelli vendono pezzi importanti dell’industria automobilistica in favore degli utili degli azionisti. A breve ci sarà anche il passaggio dell’Iveco alla cinese Faw, e Stellantis non avrà particolari riguardi per gli stabilimenti italiani a partire da Mirafiori e Melfi. Torino perde la sua centralità industriale nel settore automobilistico e i Sì TAV torinesi si riempiono la bocca di bolle di sapone per un tunnel fine a se stesso e che non va da nessuna parte (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2018/10/22/quel-treno-per-lione-alla-vigilia-di-una-scelta/).

E i valsusini dovrebbero limitarsi fare quattro passi in un corteo gridando No TAV per poi tornare a casa, realizzati, a guardare la TV, e lasciare che tra San Didero e Bruzolo venga cementificata un’altra area di 70.000 mq per costruire un altro autoporto, che venga smantellato quello di Susa per essere sostituito con un cantiere di deposito dello smarino estratto dal futuro tunnel di base, con conseguente degrado ambientale dell’area e della vita dei cittadini che vivono tra Susa e Bussoleno.
Non è accettabile e continueremo ad opporci.

 

Galleria fotografica di Maria Franzoni


Pensavo fosse un treno, invece era un camion

Autore:

Il 13 aprile, in piena notte, centinaia di poliziotti e carabinieri hanno occupato l’area di San Didero in cui Sitaf e Telt hanno deciso di trasferire l’autoporto di Susa, accerchiato il presidio No TAV e tentato di sgombrare gli occupanti.

Ospedali e sanità

Pensavi avrebbero rafforzato quelli. Cosa sarebbe più urgente? E la scuola, diamine. Dopo mesi e mesi con bambini e ragazzi incollati ai video, perché non possono stare in classe: i loro edifici scolastici sono troppo pochi, piccoli e spesso fatiscenti. Senza dimenticare il lavoro. Chi rischia di perdere il lavoro oppure è in seria difficoltà con la sua impresa, ai quali sono arrivate solo briciole.

Per il TAV

No, niente di tutto questo. Anche oggi lo Stato fa il TAV. Nel bel mezzo della pandemia da coronavirus, con l’Italia che annaspa tra chiusure a singhiozzo, vaccinazione a rilento ed economia che traballa.

I latitanti della Valsusa

Due notti fa mezza polizia d’Italia si è trasferita in Val Susa per un’immensa operazione. La cattura del boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro? No, lui può dormire sonni tranquilli. E protetti. Le truppe qui vengono per imporre con la forza la Torino Lione: la grande opera più inutile d’Europa, come ci dicono le conclusioni della Corte dei Conti Europea (previsioni gonfiate del traffico merci, progetto inconsistente, decennali ritardi di costruzione, danno climatico conclamato). A latitare, da queste parti, sono solo in due: la credibilità dello Stato e la costruzione della Torino Lione.

Pensavo fosse un treno, invece era un camion

Per fare il treno? Macché! Qui vogliono iniziare la costruzione dell’area per i camion. Sì, avete letto bene: i camion, proprio quelli che dovevano sparire grazie alla nuova mirabolante ferrovia. Due notti fa la macchina da circo della Torino Lione si è rimessa in moto per la sua ennesima e futile esibizione: l’apertura in Val Susa (a San Didero, bassa valle) del cantiere per la costruzione di un Autoporto ovvero di un’immensa area sosta e servizio per i camion, per metterceli quando chiudono il transito sui valichi. Ne esiste già una (a Susa) ma nell’allegra giostra del TAV piace buttarla all’aria per farci sopra altri cantieri. E ne esiste già anche un’altra, più vicino a Torino (a Orbassano). Ma l’occasione di spreco era imperdibile: questa bella (e inutile) cattedrale autostradale costa 49 milioni di euro.

Il mago delle recinzioni

Pertanto nelle prossime ore in Val Susa potremmo avere un po’ più di recinzioni. Altre ne avevamo già (a Chiomonte e Giaglione). Negli ultimi anni Telt, la società pubblica italo-francese che dice di voler fare il TAV, ha assunto un tono un po’ trumpiano: ultimamente si è specializzata nella posa di recinzioni. Considerato che con i treni non sta andando tanto bene… Vent’anni fa l’avvio (presunto) dei primi cantieri in Francia. Dieci anni fa l’apertura del primo (e unico finora) cantiere in Italia (Chiomonte). In vent’anni si sarebbero potuti costruire 3 tunnel (tre). Invece, dopo vent’anni di chiacchiere e miliardi, nemmeno un centimetro di ferrovia realizzata. Malgrado i signori del TAV dispongano di soldi, potere e della mano pesante della forza pubblica, nei cantieri italiani non si stanno costruendo ferrovie (bensì recinzioni).

L’uomo su Marte, prima di Lione

Le agenzie spaziali di tutto il mondo stanno lanciando la corsa per il pianeta rosso. Entro il 2030 una stazione spaziale permanente potrebbe essere messa in orbita intorno alla Luna. Ma nel frattempo (anche partisse oggi) il tunnel ferroviario del TAV non sarà ancora in esercizio. Andremo su Marte prima che a Lione, probabilmente. In realtà ci possiamo già andare, in TGV e prossimamente in Frecciarossa, ma spiace deludere quelli che credono ancora alle favole. Quanto tempo ancora dovremo aspettare, prima che questo progetto screditato e dannoso venga finalmente accantonato? Quanto tempo ancora dovremo aspettare, prima di vedere finalmente le Infrastrutture e le Mobilità Sostenibili?

 

Galleria fotografica di Maria Franzoni