La politica e le parole violentate

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«Il salario minimo per legge rischia di peggiorare la situazione dei lavoratori». Questa la paradossale parola d’ordine della presidente del Consiglio e della maggioranza a proposito dei necessari interventi normativi a tutela dei “lavoratori poveri”. È davvero arduo dare un senso logico a un’affermazione così bislacca e priva di qualsivoglia attendibilità (https://volerelaluna.it/lavoro/2023/08/02/dando-i-numeri-sui-salari/). Ma essa è indicativa di una caratteristica costante dell’attività politica contemporanea: la perdita di qualsivoglia rilievo del senso e della razionalità delle parole e dei concetti. Ciò che importa è la loro immissione nel dibattito pubblico e la loro ripetizione ossessiva.

Da tempo è in corso una revisione del lessico: le guerre vengono chiamate operazioni di pace, il conflitto sociale si chiama violenza (o, addirittura, terrorismo), l’immigrazione si scrive invasione, i poveri diventano fannulloni, i pacifisti sono filo putiniani, il privilegio è sinonimo di merito e via elencando. Non è un’operazione innocente. Nessuno si sta sciacquando i panni in Arno. Più semplicemente è in atto la costruzione, a tappe forzate, di un immaginario collettivo coerente con gli assetti di potere dominanti e con l’ideologia che li sorregge. Il segmento finale delloperazione è la repressione del dissenso radicale (da non confondere con il gioco delle parti dei salotti televisivi) ma il punto di partenza sta in una narrazione manipolata e in parole d’ordine ripetute di continuo con l’intento di creare consenso diffuso. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Due esempi tra i molti.

Prendiamo il conflitto sociale. Il pensiero dominante, veicolato da una ferrea saldatura tra media, politica e apparati repressivi, è che esso sia oggi caratterizzato, nel nostro Paese, da una particolare violenza. È vero, in realtà, il contrario ché la situazione attuale in Italia, a differenza di altre epoche, è di un conflitto sociale di intensità minima. Basta confrontare quel che accade oggi con le tappe principali della storia del dopoguerra (con i veri e propri moti successivi all’attentato a Togliatti, la sommossa di Genova del luglio 1960, le manifestazioni di piazza Statuto e di corso Traiano a Torino o, ancora, alcune manifestazioni del 1968; e lo stesso vale anche, sull’opposto versante, per Reggio Calabria e il movimento dei “boia chi molla” che, tra il 1970 e il 1971, paralizzò la città per mesi con sei morti, assalti alla questura e alla prefettura, carri armati sul lungo mare) e considerare il fatto che nel primo dopoguerra e fino agli anni Settanta si sono contati nel Paese, in manifestazioni di piazza, ben 158 morti (14 tra le forze di polizia e 144 tra i dimostranti). E basta guardare l’intensità e l’asprezza del conflitto in paesi vicini al nostro, a cominciare dalla Francia. Il pensiero dominante, dunque, ha assai poco a che fare con la realtà ed è il portato di una narrazione finalizzata a fare terra bruciata intorno a ogni forma di dissenso. Fino a punte grottesche: dalla evocazione a ogni piè sospinto di un fantasioso “pericolo anarchico” (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/02/10/esiste-davvero-un-pericolo-anarchico/) alla definizione come “attacco al cuore dello Stato” (sic!), da parte delle massime cariche istituzionali, di un innocuo imbrattamento dell’ingresso del Senato effettuato a volto scoperto e con vernice lavabile (https://volerelaluna.it/commenti/2023/04/18/il-dissenso-non-piace-allestablishment/). È la costruzione del nemico destinata a condizionare i comportamenti degli apparati e le reazioni dell’opinione pubblica.

Non diversa la questione della sicurezza, derubricata da sinonimo di “ben vivere” a portato della repressione esemplare di una criminalità asseritamente dilagante e impunita. Anche qui la realtà è tutt’altra. Il trend risultante dalle statistiche della delittuosità presenta una curva in forte decrescita. I furti di veicoli, le rapine in banca, gli incendi dolosi e i danneggiamenti sono in discesa da oltre dieci anni e gli scippi, i borseggi, i furti nei negozi e le rapine in strada dal 2015. Per non parlare degli omicidi, sono passati dai 1938 del 1991 ai 304 del 2021 e ai 314 del 2022 con un tasso dello 0,6 per centomila abitanti, ai gradini più bassi d’Europa, più alto solo di quello del Lussemburgo (https://volerelaluna.it/materiali/2021/01/26/la-criminalita-in-italia-delitti-imputati-e-vittime/). Nessuna criminalità dilagante, dunque, ma la sua ossessiva evocazione ha prodotto un diffuso senso di insicurezza e la crescita a dismisura del carcere. Il 31 dicembre 1970 (poco più di 50 anni fa) i detenuti erano 23.190 mentre il 31 luglio scorso erano diventati 57.749 dopo che, il 30 giugno 2010 si era raggiunto il picco di 68.258 e i detenuti con condanne all’ergastolo sono passati dai 408 del 1992 ai 990 del 2002 per arrivare ai 1.840 del giugno 2022 (https://volerelaluna.it/materiali/2022/05/12/il-carcere-visto-da-dentro/). Sembra un paradosso: la diminuzione della criminalità si accompagna all’aumento del carcere. Ma il paradosso è solo apparente ché, in realtà, si tratta dell’effetto di una campagna metodicamente perseguita per trasformare lo Stato sociale in Stato penale.

L’uso delle parole è, per il governo delle società, fondamentale. Ad esso segue poi, opportunamente gestita, la loro diffusione (di nuovo in modo del tutto indipendente dalla realtà). Anche qui ci sono due casi di scuola, accaduti rispettivamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

Il caso della Gran Bretagna risale al 1926 e venne scatenato da una trasmissione radiofonica satirica, trasmessa alle 19.40 di sabato 6 gennaio dagli studi della BBC. La pièce, della durata di 20 minuti, preceduta dall’annuncio che si trattava di una rappresentazione di fantasia, proponeva un notiziario radiofonico dedicato, in prevalenza, alla descrizione di una manifestazione di disoccupati a Trafalgar Square, intervallato da collegamenti musicali, previsioni del tempo e informazioni sportive. Questa la sequenza delle notizia: la manifestazione è guidata da Mr. Popplebury, segretario del Movimento nazionale per l’abolizione delle code a teatro; i disoccupati si avvicinano con fare minaccioso ai palazzi governativi lanciando bottiglie contro le anatre che nuotano nello stagno di St. James’ Park; le autorità preannunciano un imminente discorso di Sir Theopholus Gooch sulla necessità di dare case ai poveri; il discorso non ci sarà perché Sir Gooch sta per essere bruciato vivo a Trafalgar Square; la folla sta demolendo il Parlamento con mortai da trincea; crolla la torre dell’orologio che ospita il Big Ben; il ministro dei Trasporti viene impiccato a un lampione. Difficile, anche a prescindere dall’annuncio che si trattava di finzione, ipotizzare una storia più inverosimile. Scherzo, dunque, di plateale evidenza, seppur di dubbio gusto. Eppure la stragrande maggioranza degli ascoltatori ci cascò. La BBC, le stazioni di polizia, i giornali furono subissati di telefonate allarmate. Ci furono malori e svenimenti in tutto il Paese. Alcune autorità di polizia si preoccuparono di adottare contromisure contro l’incipiente guerra civile. Ci vollero 24 ore perché il panico rientrasse definitivamente… La cosa oggi sembra impossibile, eppure accadde. La ragione fondamentale fu il mezzo con cui la notizia era stata diffusa: la radio.

Ancora maggiore il panico sociale provocato dalla seconda vicenda, accaduta negli Stati Uniti nel 1938. Si trattò, anche qui, di una pièce radiofonica sotto forma di radiogiornale, curata da Orson Welles e diffusa dalla CBS la sera di domenica 30 ottobre 1938, vigilia di Halloween. In essa veniva raccontata in diretta l’invasione della terra da parte di un esercito di marziani, atterrati con un’astronave nel New Jersey e da lì spintisi sino a invadere New York spazzando via esercito, artiglieria e aviazione. Come e più di dodici anni prima, fu il panico, nonostante l’evidente inverosimiglianza del racconto e i ripetuti avvisi – prima e durante la pièce – che si trattava di una finzione. Oltre un milione di americani (in ascolto o informati da amici o parenti) si precipitò in strada; centinaia di migliaia caricarono provviste sulle auto e fuggirono senza meta; altrettanti rimasero in casa immobilizzati dalla paura.

Sostituiamo la radio con la televisione e i social e abbiamo una perfetta rappresentazione della situazione attuale.

Torniamo, a questo punto, al fatto da cui siamo partiti. La previsione legislativa di un salario minimo tutela all’evidenza i lavoratori con retribuzioni inferiori all’entità stabilita (che sono alcuni milioni…) e non impedisce che altri ottengano, attraverso la contrattazione, trattamenti più favorevoli. Ma tant’è. L’importante, per l’establishment e per chi ne rappresenta gli interessi, è far credere che non sia così. Superfluo aggiungere che un’inversione di tendenza passa necessariamente attraverso la lotta politica, ma questa si alimenta di una cultura di cui è parte la riappropriazione delle parole.


Il salario minimo è di destra o di sinistra?

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La storia del salario minimo in Italia ha dell’inspiegabile e se dovessimo raccontare le varie posizioni assunte a un francese (nel cui Paese il salario minimo esiste dal 1950) o a uno spagnolo (il cui premier nelle ultime elezioni ha arginato la destra estrema aumentando il salario minimo) difficilmente potrebbero capire, per dirla come Giorgio Gaber, cos’è la destra, cos’è la sinistra.

Le origini erano chiare. Il 14 maggio 1954, la partigiana Teresa Noce (una delle 21 donne elette all’Assemblea costituente) e Giuseppe Di Vittorio (mitico segretario della Cgil) furono i primi firmatari della prima “proposta di fissazione di un minimo garantito di retribuzione per tutti i lavoratori”. Poi tutto si è ingarbugliato. Non si riusciva a spiegare – ed era una domanda frequente in Italia – come mai proprio i sindacati, le organizzazioni finalizzate alla difesa e promozione delle condizioni di vita di lavoratori e lavoratrici, fossero scettici, o addirittura contrari al salario minimo. L’unica formazione politica, che peraltro all’epoca non dichiarava nessuna appartenenza a schieramento politico (tanto da fare il governo indifferentemente con la Lega e poi con il PD), a rilanciare con convinzione il tema era il Movimento 5Stelle che, con la ministra Catalfo, propose una legge sul salario minimo. Alcune proposte erano state presentate per la verità anche dal PD ma con minore convinzione e coraggio, ancorandosi i testi di questo partito sostanzialmente ai contratti collettivi per non allontanarsi dagli intendimenti sindacali. Addirittura nel gennaio 2019 il deputato di Fratelli d’Italia Walter Rizzetto – oggi presidente della Commissione Lavoro della Camera – presentò un progetto di legge intitolato “Istituzione del salario minimo orario nazionale”, per rendere la confusione più totale. Finalmente – questo solo per la chiarezza sul tema – arriviamo al settembre 2022 quando la destra stravince alle elezioni politiche formando un governo con a capo la leader del partito della destra più estrema rappresentata in Parlamento.

Durante il primo semestre di luna di miele della compagine governativa con il paese i sondaggi univocamente attestavano la sempre maggiore popolarità di questo governo e le difficoltà della minoranza. Poi qualcosa cambia. Il nuovo segretario del Partito Democratico, scelto non dagli iscritti al partito (che indicano solo i due candidati per il ballottaggio), ma da oltre un milione di Italiani con idee progressiste, è Elly Schlein che nel programma proposto ha nel salario minimo uno dei capisaldi insieme ai diritti civili e all’ambiente e nel dialogo con i 5Stelle, ormai sempre più orientati a sinistra dal segretario Conte, la stella polare del proprio cammino politico. Allo stesso modo anche la CGIL ha finalmente un ripensamento critico e inizia ad aprirsi sul tema del salario minimo, seguita dalla UIL mentre la CISL rimarrà sulla posizione critica che caratterizzerà tutto lo schieramento di destra. Anche nella terra politica di nessuno, o al massimo di pochi, Calenda con Azione apre al salario minimo mentre Renzi (che pure ne aveva già parlato nel Jobs Act) con Italia Viva si schiera con il Governo contro.

Finalmente l’operazione chiarezza sembrerebbe realizzarsi: chi è di sinistra, o comunque tendenzialmente progressista, è favorevole al salario minimo mentre chi è di destra, o tendenzialmente conservatore, è contrario. C’è però un particolare: i sondaggi parlano di un 75% circa degli italiani favorevoli al salario minimo e questo inevitabilmente porta a concludere che anche una grande parte dell’elettorato di destra non condivide le opinioni dei politici che la rappresenta (anche il governatore della Banca d’Italia Visco, nella ultima relazione del maggio 2023 è arrivato a dire che «all’Italia servono il salario minimo e più immigrazione» mentre per il presidente di Confindustra Bonomi «da parte nostra non ci sono veti, anzi è una grande sfida»). O forse più semplicemente le persone stanno da un punto di vista economico molto peggio dei politici che le rappresentano

Le ragioni di questo comune sentire sono evidenti: il lavoro povero, quello che non consente di superare la soglia di povertà (si considerano lavoratori con basso salario coloro che guadagnano meno dl 60% della mediana del salario annuale), è oramai a livelli altissimi. Per le Acli si arriva al 15% ma secondo il Forum Disuguaglianze e Diversità il numero di lavoratori poveri oscilla, a seconda del campione considerato e del salario, tra il 20 ed il 30%: «L’Italia, infatti, è l’unico dei Paesi OCSE in cui c’è stata una riduzione del salario medio tra il 1990 e il 2020 (circa 3 punti percentuali) e nello stesso periodo sono aumentate anche le disuguaglianze salariali». E questo fenomeno non è degli ultimi tempi, è solo peggiorato: come giudice del lavoro in primo grado troppe volte mi sono sentito dire dai lavoratori che accettavano accordi scandalosamente bassi che loro dovevano arrivare con la famiglia alla fine del mese… Alcuni dei contratti collettivi, anche quelli conclusi dai sindacati confederali, non garantiscono l’esistenza libera e dignitosa richiamata dall’art. 36 Costituzione; i giudici del lavoro devono intervenire con sentenze su un tema che non può essere di competenza giurisdizionale ma legislativo, come avvenuto nella stragrande maggioranza dei paesi dell’Unione. Le ultime ventate inflazionistiche hanno ulteriormente ridotto il potere di acquisto degli italiani che sono sempre meno interessati alle vicende della Santanchè o alle uscite dei vari Nordio e Sangiuliano (che sembrano creati dai pennarelli di Maccox) ma che fanno i conti con la loro sempre più difficile situazione.

Questa è allora la spiegazione: il salario minimo non è un tema di sinistra ma una questione che riguarda la dignità di chi lavora e di tutti noi. Per questo personalmente ritengo che firmare la petizione sia cosa giusta (sul sito salariominimosubito.it, dove è possibile firmare on line, si possono trovare oltre al testo della proposta di legge sul salario minimo anche una serie di Faq utili per una informazione sul tema).


Dando i numeri sui salari

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Mi cimento anch’io nella discussione sul salario minimo, sul salario contrattato da sindacati confederali e sindacati farlocchi, sull’andamento dei redditi da lavoro. Scrivere questo articolo è per me umiliante. Mi si presenta, o ripresenta, la stessa questione che mi vide in dissenso rispetto all’accordo interconfederale del 1993 sulla politica dei redditi per diversi aspetti, in primis la definitiva cancellazione dell’indennità di carovita, come veniva chiamata da Di Vittorio, e la sua sostituzione con la previsione che i futuri aumenti salariali dovessero essere valutati «anche alla luce delle eventuali variazioni delle ragioni di scambio del Paese»: dall’internazionalismo proletario e solidale all’organizzazione del crumiraggio come unica possibilità per essere competitivi nell’economia mondializzata. E di strada ne abbiamo fatto tanta.

Le rilevazioni statistiche, gli studi e le ricerche italiane e internazionali sull’andamento delle retribuzioni dei lavoratori sono numerose, ma apparentemente poco conosciute anche da parte di chi decide sui redditi dei lavoratori. Dico apparentemente, perché si ha la spiacevole sensazione che questi dati siano volutamente ignorati per poter mentire.

Piove sul bagnato

Nei giorni scorsi l’Istat ha pubblicato l’ultimo rapporto trimestrale sull’andamento delle retribuzioni contrattuali. Ecco il commento dell’istituto di statistica: «La dinamica tendenziale delle retribuzioni contrattuali continua a mostrare un progressivo rafforzamento: a giugno 2023 la crescita su base annua è stata del +3,1% (la più marcata da novembre 2009). Il comparto pubblico – che beneficia dell’applicazione degli incrementi relativi ai rinnovi del triennio 2019-2021 siglati a partire da maggio 2022 – è quello che registra l’incremento più alto (4,4%). Nonostante il recente rallentamento dell’inflazione, nei primi sei mesi dell’anno la distanza tra la dinamica dei prezzi (IPCA) e quella delle retribuzioni supera ancora i sei punti percentuali». Si conferma così una tendenza alla riduzione dei salari reali che caratterizza questa fase economica e sociale a livello internazionale ma in Italia si presenta con un andamento tra i peggiori in Europa.

Prima gli effetti della pandemia del Covid e poi la crescita impetuosa dell’inflazione hanno determinato una caduta dei salari che ha colpito tutti i lavoratori, ma, soprattutto i lavoratori meno qualificati e a più basso reddito. Dall’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro relativo ai salari nell’anno 2022: «Tra i paesi del G20, che raggruppano circa il 60 per cento dei lavoratori dipendenti del mondo, si stima che la crescita dei salari reali nella prima metà del 2022 sia scesa del 2,2 per cento nelle economie avanzate, mentre la crescita dei salari nelle economie emergenti è rallentata ma è rimasta positiva allo 0,8 per cento». Sempre nello stesso rapporto viene posta in evidenza la tendenza a un aumento del divario nei redditi tra gli stessi lavoratori che colpisce soprattutto le donne e i giovani.

L’OCSE conferma questa tendenza: «Alla fine del 2022, i salari reali nella Penisola erano calati del 7,5% rispetto al periodo precedente la pandemia contro una media Ocse del 2,2%. La Francia, ad esempio, segna addirittura un aumento reale dell’1,5%, in Germania la flessione è contenuta al 3,2%, in Spagna e’ del 4% e negli Usa del 2,3%. La discesa potrebbe non essere conclusa: in base alle proiezioni Ocse, in Italia i salari nominali aumenteranno del 3,7% nel 2023 e del 3,5% nel 2024, mentre l’inflazione dovrebbe attestarsi al 6,4% nel 2023 e al 3% nel 2024. La perdita di potere d’acquisto ha un impatto più forte sulle famiglie a basso reddito, che hanno una minore capacità di far fronte all’aumento dei prezzi attraverso il risparmio o l’indebitamento». Sempre l’OCSE, nel 2021 aveva fotografato la situazione dei salari in Europa:

I lavoratori italiani hanno il primato nella gara della corsa verso il basso delle paghe; nonostante questo, produzione e competitività ristagnano e Governo e media ci vendono i grandi successi di una crescita del prodotto interno lordo del 1,..% mentre la crescita dell’occupazione avviene esclusivamente riducendo le ore lavorate, cioè – ancora una volta – a scapito dei redditi da lavoro.

Lavoro povero e diseguaglianze

In Italia si sono svolte alcune interessanti ricerche sulla crescita dei lavoratori poveri, quelli che pur percependo un salario rimangono al di sotto della soglia della povertà.

Le Acli hanno intelligentemente usato la fonte della dichiarazione dei redditi dei lavoratori che si sono avvalsi del loro servizio di Centro di assistenza fiscale (CAF): «Emerge che il 14,9%, pur lavorando, ha un reddito inferiore o pari a 9.000 euro. Se si considerano anche i redditi complessivi inferiori o uguali a 11.000 euro, ovvero quelli dei lavoratori poveri (working poor), si arriva a una percentuale di lavoratrici e lavoratori pari al 19,5%; mentre si raggiunge il 29,4% tra quanti hanno un reddito complessivo che non va oltre i 15.000 euro e che possiamo definire “vulnerabili”, ovvero a rischio di povertà di fronte ad un evento inaspettato o fuori dall’ordinario (una malattia, un divorzio o perfino la nascita di un figlio).

Nella relazione di presentazione del rapporto annuale INPS, il malcapitato presidente dell’istituto che oggi i fascisti vorrebbero processare in parlamento, scriveva: «La distribuzione dei redditi all’interno del lavoro dipendente si è ulteriormente polarizzata, con una quota crescente di lavoratori che percepiscono un reddito da lavoro inferiore alla soglia di fruizione del reddito di cittadinanza. Per la precisione il 23% dei lavoratori guadagna meno di 780 euro/mese, considerando anche i part-time. Per contro, l’1% dei lavoratori meglio retribuiti ha visto un ulteriore aumento di un punto percentuale della loro quota sulla massa retributiva complessiva». La relazione del professor Tridico, più da segretario politico di un partito che da presidente dell’Inps, tratta seriamente la disgregazione dei rapporti di lavoro determinata dalla precarietà e gli effetti sui redditi. Il nuovo Governo lo ha subito rimosso.

I rapporti di ricerca delle Acli e dell’Inps vengono puntualmente confermati dall’ultimo rapporto del Gruppo di lavoro “Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa” istituito con decreto ministeriale n. 126 del 2021, ma nella presentazione del rapporto il Ministero dei mercanti del lavoro della signora Calderone (https://volerelaluna.it/commenti/2023/07/28/un-governo-che-odia-i-poveri-e-i-lavoratori/) tiene a ribadire che «le opinioni e le proposte espresse in questa relazione rappresentano esclusivamente il punto di vista dei membri del Gruppo di lavoro e non riflettono la posizione delle istituzioni a cui appartengono né quella del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali».

Economia, scontro sociale e democrazia nell’era della scarsità

Quando non ce n’è per tutti e si fa fatica ad arricchirsi è meglio prendere i soldi ai più deboli che sono, guarda caso, i più poveri. Anche in questo caso l’Italia è in prima fila in questo processo in corso a livello globale che, quando non basta il mercato, ricorre alle guerre. In questi giorni il Governo italiano, gli imprenditori e anche qualche economista hanno espresso la loro preoccupazione che la politica dei tassi d’interesse della Banca Europea possa portare al fallimento di molte imprese italiane. È la stessa politica che fu adottata dalla troika per ammazzare il Governo greco e “fare fuori Varoufakis”, come si espresse il signor Renzi aprendo i lavori del consiglio dei ministri italiano. Perché una politica monetaria può andare bene per alcuni e non per altri? Per la stessa ragione per cui si deve tagliare il reddito di cittadinanza dei fannulloni (dai titoli dei giornali che sostengono apertamente il Governo): si accumulano ricchezze ritornando al furto democratico perché fondato sul consenso di chi ancora vota alle elezioni politiche sostenuto da un ceto medio sempre più incerto che spera di riprendersi facendo pagare la crisi a chi ha redditi molto bassi ed è privo di alcuna voce politica.

La balla della efficacia della contrattazione sindacale

Sia la signora Meloni che autorevoli esponenti di parte padronale continuano a ribadire che il modo migliore per difendere i salari è quello della contrattazione. Non sono soli. In Parlamento giace a verbale la posizione unitaria delle tre Confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil le quali paventano che una la legge sul salario minimo possa provocare «una fuoruscita dall’applicazione dei contratti collettivi nazionali, rivelandosi così uno strumento per abbassare i salari e le tutele delle lavoratrici e dei lavoratori». Eppure un bilancio sulla loro forza e sulla loro efficacia nella contrattazione collettiva dovrebbero farlo.

Nei giorni scorsi, in un dibattito televisivo, un rappresentante della più autorevole associazione padronale sottolineava come nei paesi dove non c’è il salario minimo e la dinamica salariale è determinata dalla contrattazione collettiva le retribuzioni sono nettamente più alte. O è ignorante o è bugiardo. Ecco i dati forniti da Eurostat (e ripresi dall’Istituto europeo di studio delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori Eurofound con sede a Dublino) relativi alle retribuzioni contrattuali dei lavoratori che svolgono le mansioni meno pagate dei paesi dove non c’è il salario minimo:

I salari italiani sono decisamente i più bassi e se prendiamo le retribuzioni mensili indicate per il nostro paese e le dividiamo per il coefficiente 173 normalmente usato nei contratti collettivi nazionali per calcolare la paga oraria (può essere 170 in quelli che hanno aggiornato il coefficiente ma anche 175 per altri contratti), viene fuori la paga oraria lorda: 976 euro mensili diviso 173 per le paghe più basse = 5,64 euro/ora; 1.348 euro mensili diviso 173 per le paghe medie = 7,79 euro/ora. E questi estremisti dell’opposizione propongono 9 euro l’ora. Estremisti? Mica tanto, il salario minimo lordo delle prestazioni occasionali pagato con il voucher è di 12,41 euro corrispondenti a 9 euro netti.

Sempre gli istituti economici e di ricerca internazionali mettono poi in evidenza come siano ormai moltissimi i contratti nazionali di lavoro che non vengono più rinnovati. Nel rapporto del Ministero dei mercanti del lavoro pubblicato il 17 luglio 2023 relativo alle domande delle imprese di detassazione dei premi di risultato o della partecipazione agli utili d’impresa si sottolinea che «prendendo in considerazione la distribuzione geografica, per Ispettorato del lavoro competente, delle aziende che hanno depositato gli 85.971 contratti ritroviamo che il 75% è concentrato al Nord, il 17% al Centro il 8% al Sud». Insomma, le signore Meloni e Calderone sono decisamente per la contrattazione ma non quella collettiva e solidale del rinnovo dei contratti collettivi nazionali, bensì finanziano la diffusione dei contratti aziendali come richiesto non tanto tempo fa dalla Confindustria e dalla Banca Europea (a firma Draghi, per non dimenticare). Si conferma così, se ancora ce ne fosse bisogno, quello che le ricerche delle Acli e dell’Inps avevano evidenziato: crescono le diseguaglianze anche tra gli stessi lavoratori.

E perché il salario non ce lo pagano in sale?

La prassi di un paio di millenni fa di compensare una prestazione di lavoro con una certa quantità di sale ha dato origine alla parola “salario”. La spinta all’emulazione ritorna a essere oggi molto forte perché in questo modo si può pagare un lavoratore evitando di pagare le tasse allo Stato e i contributi previdenziali all’Inps e all’Inail. Ed ecco che una parte del salario si trasforma in quota per la pensione integrativa, per la mutua integrativa, per il buono pasto con cui andare a fare la spesa al supermercato, il buono trasporti e ora arrivano i fringe benefits le elargizioni per le spese dell’energia, del gas sino alla carica dell’auto elettrica nella colonnina aziendale di alimentazione messa a disposizione innanzitutto per la clientela e poi anche per i dipendenti adeguatamente selezionati. Quanto incide sul reddito reale di un lavoratore tutto questo? E quanto concorre ad aumentare le diseguaglianze tra lavoratori quando qualcuno è “beneficiato” e qualcun altro no?

Con la sconfitta sindacale alla Fiat del 1980 si passò da una democrazia fondata sulla partecipazione a quella che Luciano Gallino definì elitarismo democratico. Ora abbiamo imboccato quella dell’autoritarismo non tanto contro l’avversario politico, piuttosto contro la povera gente. La sinistra che seleziona i suoi candidati con le primarie ha ormai escluso gli ultimi, richiamati qualche volta con il termine periferie pur trattandosi di esseri umani. A quando il partito delle ultimarie?


Le nuove generazioni motore della crescita?

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Il Rapporto annuale ISTAT 2023 “in pillole” (già proposto, insieme al Rapporto integrale, su queste pagine: https://volerelaluna.it/materiali/2023/07/28/la-situazione-del-paese/) è, come avrebbe detto Maurizio Crozza quando imitava Conte (l’allenatore) “agghiacciante”. Particolarmente orrido il paragrafo intitolato “Le nuove generazioni come motore della crescita futura”; il titolo farebbe ben sperare ma apprendiamo subito che «nel 2022 quasi un giovane su due (47,7 per cento dei 18-34 enni) mostra almeno un segnale di deprivazione in uno dei domini chiave del benessere (Istruzione e Lavoro, Coesione sociale, Salute, Benessere soggettivo, Territorio). Di questi giovani oltre 1,6 milioni (pari al 15,5 per cento dei 18-34enni), sono multi-deprivati ovvero mostrano segnali di deprivazione in almeno 2 domini». Peggio ancora: «i livelli di deprivazione e multi-deprivazione sono sistematicamente più alti nella fascia di età 25-34 anni, che risulta la più vulnerabile». Di conseguenza abbiamo giovani e giovani adulti che hanno oltrepassato i trent’anni senza un lavoro stabile, senza un reddito dignitoso, senza un inserimento sociale soddisfacente. C’è di più: veniamo informati che la cosiddetta “trappola della povertà” – e cioè la trasmissione della povertà da una generazione all’altra – funziona in Italia molto bene. Vale a dire: se si nasce poveri si hanno grandi opportunità di rimanere tali, più che nella maggior parte degli altri Paesi europei. La mobilità sociale in Italia è quasi inesistente e il rischio della povertà incombe proprio su adulti che provengono da famiglie povere. Naturalmente, l’altra faccia della medaglia è che se si nasce ricchi (meglio ancora, molto ricchi) ci sono ottime possibilità di mantenersi tali sino alla settima generazione, con buona pace della “meritocrazia”. Se qualcuno non l’avesse ancora capito, l’ideologia meritocratica serve a giustificare il privilegio. Sei ricco? Bravo, vuol dire che ti sei guadagnato quello che hai. Poco importa se gran parte di ciò che possiedi lo hai ereditato; poco importa se conosci le lingue perché la tua famiglia ti ha consentito di frequentare le scuole all’estero, mentre il figlio del falegname (vedi Briatore) si accontentava dell’istituto professionale periferico più vicino a casa sua; poco importa se, nella corsa della vita, sei partito a pochi metri dal traguardo mentre altri si trovavano a distanza di chilometri. Tutti fatti, questi, inessenziali, trascurabili. Adesso dirigi l’impresa di famiglia per merito tuo e, se proprio non sei una capra, potrai facilmente aumentare il tuo reddito. Inoltre, grazie a leggi e leggine molto generose verso i ricchi, il passaggio ereditario sarà quasi indolore. Il compianto Berlusconi passerà le sue molte ricchezze agli eredi in linea diretta pagando di tasse un modico 4% del valore del patrimonio (ammesso che non si trovi il modo di non far loro pagare nemmeno quello).

Ma lo Stato, di fronte alla diseguaglianza socio-economica, che fa? Come cerca di riequilibrare e di dare maggiori opportunità a chi ha di meno? Per esempio, cosa fa per la scuola? Parrebbe ben poco, nonostante la grancassa della “scuola 4.0” e l’esibita pioggia di risorse economiche legate al PNRR. L’Italia continua ad essere il fanalino di coda rispetto alle maggiori economie europee: spende per l’istruzione il 4,1% del PIL contro il 5,2 della Francia, il 4,6 della Spagna e il 4,5 della Germania e si colloca sotto la media dei paesi Ue27 (4,8%). Quanto alle prestazioni sociali erogate alle famiglie e ai minori il nostro Paese spende l’1,2% del PIL (la Francia spende 2,5% e la Germania il 3,7%). Inoltre, per dare una risposta parziale alla oziosa domanda sulla scarsa natalità, basterebbe guardare al dato relativo alla copertura dei posti disponibili nelle strutture educative per la prima infanzia (0-2 anni): rispetto ai bambini residenti è pari al 28%. Anche qui siamo sotto i parametri europei.

Alla fine di questo paragrafo del rapporto ISTAT (che si conclude ricordando al lettore che soltanto il 40% degli edifici che ospitano le scuole italiane possiede la certificazione di sicurezza) torniamo al titolo: “Le nuove generazioni come motore della crescita futura”. Viene spontaneo chiedersi se si tratti di umorismo involontario. Il quadro che emerge dal rapporto ISTAT è fosco, inquietante, privo di prospettive, proprio per quei giovani che dovrebbero essere “motore della crescita futura”. Sempre l’ISTAT ci aveva informato che tra il 2012 e il 2021 circa un milione di italiani, in gran parte giovani, sono espatriati e che un quarto di questi aveva la laurea. È una mossa davvero astuta: formare i nostri figli per poi farli espatriare.

Ma il nostro è il Paese dei paradossi: è degno di essere ricordato un recente intervento di Elsa Fornero, che continua a fregiarsi del titolo di “economista”, pur essendo corresponsabile di uno dei più massicci interventi di macelleria sociale del “trentennio inglorioso”. Fornero disse già a suo tempo qualcosa di memorabile sui giovani, definendoli choosy nel caso in cui, appunto, facciano gli schizzinosi non accettando il primo lavoro che capita loro. Naturalmente predicava rispetto ai figli degli altri, che devono essere pronti a fare qualsiasi cosa mentre la sua personale prole, per nascita e per qualità indiscutibili, farà senz’altro un lavoro privilegiato. Adesso, questa signora così poco signorile e con tanta puzza sotto il naso, entra con argomenti inqualificabili nella discussione sul salario minimo, in una trasmissione televisiva di pochi giorni fa. Si discuteva di “salario minimo” a 9 euro. Fornero, che è tra gli ospiti, afferma: «Credo che sia necessario e che se ne debba discutere, ma personalmente ritengo che 9 euro all’ora siano un po’ tanti, forse meglio 8 o 7». E poi aggiunge: «Sì, l’Italia è un Paese che si è molto impoverito e noi abbiamo oggi dei contratti anche con le sigle dei sindacati non pirata che hanno 5 euro e non ci scandalizziamo più di tanto».

C’è da non credere alle proprie orecchie e non si sa se in quelle parole offenda più la iattanza, il cinismo o la mancanza di logica comune. Quindi, il Paese è impoverito, perciò contribuiamo all’impoverimento della popolazione: come dire che se si ha l’influenza e ci si potrebbe curare con aspirina e riposo, tanto vale uscire al freddo, non far nulla e rischiare la polmonite. Come economista Fornero dovrebbe sapere quanto è tassato il lavoro in Italia. Tra imposte fiscali e contributi previdenziali si arriva presto presto al 30% – precisiamo che si tratta di un calcolo all’ingrosso e medio. Perciò, con un salario minimo lordo di 9 euro ci si ritroverebbe con meno di 7 euro netti in tasca e con un salario mensile non proprio invidiabile. Tenuto conto che «nel 2022, il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 11 milioni e 800mila individui) avendo avuto, nell’anno precedente l’indagine, un reddito netto inferiore al 60% di quello mediano (ossia 11.155 euro)» (fonte ISTAT) appare chiaro a tutti che quello del salario mimino per legge forse sarà soltanto un pannicello caldo; non potrà però peggiorare una situazione in cui la discontinuità lavorativa, lo sfruttamento e il lavoro sottopagato non sono eccezioni ma quasi regola.

La scarsa combattività dei sindacati, che nell’ultimo trentennio non sono stati in grado di difendere i diritti dei lavoratori e hanno accettato accordi al ribasso pur di garantirsi la rappresentatività, è senz’altro una concausa importante e che dovrebbe essere tenuta nel giusto conto; più di questa incide il fatto che la lotta di classe, sempre in atto checché ne dicano quelli che la relegano nel repertorio antiquario otto-novecentesco, l’hanno stravinta i padroni, complici economisti neoliberisti pronti a giustificare tutto in nome della presunta crescita e ancora oggi detentori di una bieca egemonia sub-culturale. Il dato di fatto incontestabile è che da trent’anni i salari in Italia scendono e il Paese si impoverisce (l’ha detto persino Fornero!). Più che di salario minimo si dovrebbe quindi parlare di dignità del lavoro e giusta retribuzione. Nella sua semplicità ci guida ancora una volta la Costituzione: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi».

Sappiamo dall’ISTAT che nel 2022 poco meno di un quarto della popolazione (24,4%) è a rischio di povertà o esclusione sociale. Cresce il lavoro povero e persino con una laurea talvolta non si riesce a guadagnare abbastanza per vivere decorosamente. Perciò, per politici e sindacalisti non obnubilati la parola d’ordine non dovrebbe essere soltanto “salario minimo” ma piuttosto redistribuzione del reddito, riduzione dell’orario di lavoro e riforma del fisco in senso progressivo. Precisiamo: tassare con percentuali più alte chi guadagna di più. In questo carnevalesco e sinistro mondo alla rovescia, meglio prevenire interpretazioni indebite.


Un Governo che odia i poveri e i lavoratori

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Elvira Calderone, avvocato, scoperta dal talent scout Matteo Renzi, è oggi ministro del lavoro del Governo Meloni. Per 18 anni è stata presidente dell’Ordine dei consulenti del lavoro, carica che ha lasciato lo scorso anno proprio per poter fare il ministro e non ha trovato di meglio che passare lo scettro a suo marito, Rosario De Luca. Chi può azzardarsi a dire che è in conflitto d’interessi? Perché bisogna sapere che l’Ordine è al servizio delle imprese per la gestione dei rapporti di lavoro, cioè rappresenta la controparte di lavoratori e sindacati. Un po’ come la pitonessa Santanché che, per fare il ministro del turismo, ha lasciato gli ombrelloni del Twiga da 500 euro al giorno, sdraio e spritz esclusi, al suo compagno attuale Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena (parente della contessa Serpelloni Mazzanti Vien dal Mare?), al di lui gemello Soldano e alla sorella Anastasia, nonché al di lei socio storico Flavio Briatore (qualcuno sostiene addirittura che i due sodali potrebbero aver fatto insieme il militare a Cuneo, ma non ci sono prove). Claudio Durigon, fascioleghista laziale-veneto e nostalgico della bonifica mussoliniana, è sottosegretario al lavoro sempre nel Governo Meloni. Da piccolo è stato segretario generale dei metalmeccanici Ugl e poi vicesegretario generale della stessa confederazione erede del sindacato fascista Cisnal. Va ricordato che il sindacato di Durigon è firmatario del contratto pirata con Delivery che riduce i rider a schiavi su due ruote. Adesso la destra di governo, nell’opporsi al salario minimo finalmente proposto dalle opposizioni, dice che bisognerebbe evitare i contratti pirata firmati da sindacati poco rappresentativi, o rappresentativi solo dell’interesse dei padroni, tipo Ugl per intenderci. Tra le sue performance più famose, Durigon è titolare della proposta di cambiamento del nome del parco di Latina oggi dedicato a Falcone e Borsellino: vuole intitolarlo “Parco Mussolini” in onore di Arnaldo, fratello del duce.

Ci si può aspettare, da un Governo che affida il tema scottante del lavoro a due personaggi siffatti, la possibilità di raggiungere un accordo sulla proposta di legge per l’introduzione del salario minimo? Questo è un Governo che odia i poveri e i lavoratori, che cancella il reddito di cittadinanza e arriva a dimezzare il sostegno alle famiglie delle vittime sul lavoro. Un Governo che lesina sulla cassa integrazione per caldo a chi raccoglie i pomodori alle 14 quando la colonnina di mercurio segna 45 gradi. Pochi giorni fa è morto di caldo, tra i tanti, un gruista di settantacinque anni. Come se non fossero già abbastanza i morti sul lavoro per aggiungercene degli altri. Nel primo semestre del 2023, in Italia sono morti 688 lavoratori, di cui 436 sul luogo di lavoro e i rimanenti in itinere, il 15% in più rispetto all’anno record che è stato il 2022 quando erano conteggiate anche le vittime del Covid tra i lavoratori della sanità. In tutto il 2022 sono morti 1.499 lavoratori. Se si conteggiano solo i morti sul posto di lavoro, l’aumento nel semestre dell’anno in corso è addirittura del 34%. Dati certificati dall’Osservatorio di Bologna, fondato da Carlo Soricelli nel 2008 «per non dimenticare i sette operai morti nella strage della ThyssenKrupp nella fonderia di Torino». Soricelli è un operaio metalmeccanico in pensione e artista sociale. I dati che ha raccolto in questi anni dimostrano che dal 2008 le vittime accertate del lavoro raggiungono la cifra spaventosa di 19.519. Uomini e donne, giovani e anziani, italiani e immigrati, a tutte le vittime l’Osservatorio ha dato il nome e il cognome, un’opera di misericordia, di giustizia e di rabbia. Certo, questa strage non è imputabile solo al Governo fascista in carica. Così come va ricordato che non è stata Meloni né era stato Berlusconi a cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori bensì Renzi. Si può però dire che il Governo Meloni riesce a fare ancora peggio di chi l’ha preceduto. Avere ripristinato appalti e subappalti a cascata aumenta la precarietà e le morti cosiddette bianche che sono nere come il carbone, consente alle grandi aziende di salvarsi la coscienza scaricando il lavoro sporco sulle piccole, sulle piccolissime aziende, sulle false cooperative che usano i caporali, costringono i lavoratori al nero e allo sfruttamento selvaggio con salari ben lontani dai 9 euro netti l’ora.

Nella farsa inscenata per bloccare l’introduzione del salario minimo per legge che ci chiede persino l’Europa, le destre guidate da Giorgia Meloni cercano solo una scusa per nascondere la loro natura classista, antioperaia e antisindacale. È un misero imbroglio dire che la strada per intervenire sui working poor è la contrattazione collettiva mentre non si rinnovano neanche i contratti dei lavoratori pubblici, o che bisogna fermare i contratti pirata mentre si sostiene chi li sottoscrive e ci si rifiuta di varare una legge sulla rappresentanza sindacale per dare un valore erga omnes al contratto di lavoro. Meloni prende tempo e butta la palla in tribuna, altro che concertazione invocata a sproposito da Calenda nel fronte politico e dalla Cisl in quello sindacale.

Le posizioni sindacali rispetto al salario minimo sono modificate nel tempo perché sono modificate le condizioni, i rapporti di lavoro e la legislazione che li regola a tutto vantaggio delle imprese. Oggi, in seguito alla deregulation che ha decuplicato la precarietà, i sindacati rappresentano una minoranza di lavoratori concentrati soprattutto nelle grandi imprese e, in parte, nel pubblico impiego. Fuori da questi capisaldi c’è la giungla e, sempre più spesso, la guerra tra poveri; la cultura liberista è penetrata nella società facendo il miracolo di far credere a chi guadagna 1.000 euro al mese che la colpa non è del suo amministratore delegato che ne guadagna 100.000 ma dell’operaio dell’appalto che ne prende 500. La frantumazione del lavoro e delle sue filiere ha moltiplicato paurosamente il numero dei contratti, addirittura più di 1.000, molti dei quali pirata che prevedono salari ben al di sotto dei 9 euro lordi. Alcuni di questi contratti con salari al di sotto dei 9 euro l’ora, pochi per fortuna, recano la firma di Cgil, Cisl e Uil. Questi e altri ragionamenti hanno portato il sindacato di Landini ad aprirsi rispetto alla necessità di fissare per legge una soglia salariale minima per restituire la dignità ad almeno tre milioni di lavoratori poveri. Un atto di solidarietà verso i lavoratori più svantaggiati. Insieme, però, andrebbero: rafforzata la contrattazione, varata una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale, rivisto radicalmente il meccanismo degli appalti e subappalti, mandati in pensione i voucher. Perché il salario minimo è una buona base di partenza, ma non risolve da solo tutti gli immensi problemi di chi lavora nell’era del liberismo.

Rappresenta un segnale positivo la proposta presentata dall’opposizione unita di introdurre il salario minimo per legge. Unita, se si prende atto che Renzi altro non è che la ruota di scorta della maggioranza così come potrebbe dirsi per la Cisl, mentre Calenda rimane tra color che son sospesi, sostiene la proposta ma plaude al presunto passo indietro della Meloni e ottiene una promessa d’incontro e qualche moina. Meloni si limita a prendere tempo rimandando lo scontro a settembre, promettendo che in autunno anche il Governo presenterà una sua proposta di legge in sostegno dei salari, magari detassando gli straordinari che al contrario, se si vuole sostenere l’occupazione, andrebbero aboliti. Elly Schlein, a sua volta, pur prendendo timidamente le distanze dall’afflato concertativo di Calenda, plaude alla vittoria delle opposizioni che hanno costretto le destre a ritirare l’emendamento ammazza-legge sui salari. Unione Popolare (Prc e PaP) raccolgono firme per un referendum per il salario minimo a 10 euro. A pensar male viene in mente il vecchio vizio della sinistra del più uno. Conte diffida del passo a lato di Meloni. Restano agli atti le parole del vicepremier Tajani, secondo cui il salario minimo per legge ci getterebbe nell’orbita dell’Unione sovietica, peraltro dissoltasi oltre trent’anni fa. O le parole di Musumeci, il ministro siciliano che dovrebbe proteggerci da alluvioni, incendi e colpi di sole e che si lancia invece nell’agone politico del lavoro sostenendo che il salario minimo sarebbe puro assistenzialismo. Dovrebbe andare a dirlo ai rider o ai raccoglitori di pomodori, alle badanti o ai muratori, ai lavoratori delle piattaforme, che nove euro di salario sarebbero assistenzialismo.

C’è un aspetto della questione totalmente rimosso, ma che pure per Meloni dovrebbe rappresentare un problema se cerca il consenso del Paese: oltre il 70% degli italiani è favorevole al salario minimo per legge. Del resto, la maggioranza assoluta dei cittadini è contraria all’invio di armi all’Ucraina, mentre il Parlamento che decide è favorevole per oltre l’80%. Della serie: chi se ne frega. È la postdemocrazia, bellezza.


Salario minimo legale: una proposta di legge di iniziativa popolare

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A fianco dei progetti di legge su giusta retribuzione e salario minimo depositati il Parlamento (https://volerelaluna.it/lavoro/2023/07/14/le-proposte-di-legge-sulla-giusta-retribuzione-e-il-salario-minimo/) e del testo unitario elaborato dalle componenti parlamentari del centro-sinistra c’è, sulla scena politica, anche una proposta di legge di iniziativa popolare, elaborata da Unione Popolare, sulla quale è in corso nel Paese la raccolta delle firme necessarie per la presentazione in Parlamento. Alla sua illustrazione e al suo significato politico è dedicato il contributo che segue di Antonello Patta e Franco Guaschino. (la redazione)

Con la proposta di legge di iniziativa popolare sul salario minimo Unione Popolare ha voluto fornire una risposta concreta all’emergenza sociale del lavoro povero diffuso in modo particolare in Italia, che ha salari tra i più bassi d’Europa. La costituzione di un ampio Comitato di sostegno alla proposta ha fornito, nei giorni scorsi, un’ulteriore spinta al successo dell’iniziativa. Volere la Luna ha già dato rilievo alla questione del salario minimo con gli articoli di Fulvio Perini (https://volerelaluna.it/lavoro/2022/08/17/il-salario-minimo-per-legge-e-i-ritardi-dellitalia/) e di Giovanni Alleva (https://volerelaluna.it/lavoro/2023/07/14/le-proposte-di-legge-sulla-giusta-retribuzione-e-il-salario-minimo/), che hanno spiegato in dettaglio le sacrosante ragioni di una siffatta misura.
Possiamo perciò dare per conosciute le motivazioni solide e con carattere di urgenza di un provvedimento come questo a contrasto della povertà lavorativa, assoluta e relativa, ulteriormente aggravata dalla pesante inflazione. Una condizione prodotta da 30 anni di politiche economiche neoliberiste tendenti soprattutto a comprimere i salari e aumentare le disuguaglianze, dalla moderazione salariale accettata in cambio di promesse di miglioramenti futuri mai arrivati e dall’incapacità, crescente negli anni, della contrattazione collettiva di tutelare il lavoro. Una condizione, quella della povertà lavorativa sollevata a livello europeo dalla Commissione UE e in Italia dalle decine di sentenze di tribunali contro forme di sfruttamento e riduzione dei salari illegali, ma anche contro aziende che erogano paghe base orarie letteralmente da fame in applicazione di contratti nazionali firmati da sindacati confederali. Sappiamo bene che oltre alle basse retribuzioni orarie esistono altre cause responsabili dei salari indegni; si va dalla precarietà estrema che produce discontinuità lavorativa, al part time involontario, fino alle mille irregolarità del lavoro grigio dove ore e paghe dichiarate non corrispondono mai al lavoro svolto e a quanto effettivamente versato al lavoratore.

La Sinistra prende l’iniziativa
Unione Popolare, il nuovo “spazio politico” della Sinistra, ha ritenuto importante aggredire la questione con una proposta di legge di iniziativa popolare per il salario minimo, ritenendolo un nodo centrale, anche nell’intento di sollevare l’attenzione e costruire una mobilitazione non solo su questo, ma su tutti i temi dei quali i bassi salari sono la risultante. Una scelta confortata dalle molte indagini che indicano i bassi salari come la principale causa del malessere sociale diffuso, specie tra i giovani. Non a caso, un recente sondaggio indica nel 64% gli italiani favorevoli all’introduzione di un salario minimo. La scelta di raccogliere le firme, da un lato, è quella obbligata per una forza politica che non è presente in Parlamento, ma dall’altro ha il vantaggio di costruire una presenza visibile nei luoghi pubblici, dove si dialoga con le persone e si raccolgono in modo diretto i sentimenti di indignazione per una situazione non più sopportabile sul piano delle diseguaglianze e della precarietà. I risultati positivi si incominciano a vedere con molte firme raccolte dopo meno di un mese dal lancio dell’attività e con partecipazione e dimostrazioni di interesse del tutto confortanti, pur avendo ancora quasi quattro mesi di tempo prima del termine della raccolta. Il Comitato di sostegno alla proposta di legge, presentato il 20 luglio in piazza Montecitorio, è promosso da personalità della politica, del mondo sindacale, della cultura, da economisti e giuslavoristi, tra i quali Emiliano Brancaccio, Tomaso Montanari, Moni Ovadia e molti altri. Partecipano inoltre i sindacati di base (Usb, Sgb, Cub), l’area Cgil Radici del Sindacato e altri partiti della sinistra (Pci e Sinistra Anticapitalista).

I punti chiave della proposta
Differenziandosi da quelle del centro-sinistra, la proposta di Unione Popolare è chiara e netta fin dal primo articolo: «Ogni lavoratore di cui all’art. 2094 codice civile, visto l’art. 36, comma 1, della Costituzione ha diritto, con riferimento alla paga base oraria, a un trattamento economico minimo orario non inferiore a 10 euro lordi l’ora». Significa che ogni lavoratore, dovunque lavori e qualsiasi mansione svolga, non può ricevere nel livello di inquadramento più basso meno di 10 euro al lordo dei contributi e delle tasse che deve pagare. Ciò vuol dire una retribuzione lorda mensile di 1730 euro per 173 ore lavorative e un netto di circa 1350 euro. Nel definire la cifra si è ritenuta irricevibile l’indicazione proveniente da più parti, compresa la direttiva europea, per un salario minimo corrispondente al 60% della mediana delle retribuzioni, che avrebbe comportato una paga oraria tra i sei e sette euro e un mensile netto tra 850 e 950 euro, pari o prossimi alla soglia di povertà relativa per un lavoratore singolo. Una soglia che, come si diceva, andrebbe rivista alla luce dell’inflazione a due cifre e che cresce di almeno il 50% nel caso di lavoratori con un familiare a carico, condizione attualissima vista l’esplosione del fenomeno delle famiglie monoparentali, la maggior parte delle quali hanno una donna come capofamiglia. Proprio per il ruolo svolto dall’inflazione nel ridurre progressivamente i salari reali dopo l’abolizione della scala mobile, la proposta di legge, diversamente da quella del centrosinistra prevede nel secondo articolo un meccanismo automatico di adeguamento pieno all’inflazione: «Con decreto del Ministero del Lavoro, il minimo salariale si rivalorizza alla data del 1° gennaio e del 1° luglio di ogni anno sulla base dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea (IPCA)».
Oltre alla previsione di un articolato sistema di sanzioni crescenti da applicare nei casi di inadempienza, è importante sottolineare altri tre contenuti della proposta di legge. Il primo riguarda la prescrizione che oltre alla paga base il lavoratore «ha diritto al pagamento della tredicesima mensilità, delle retribuzioni differite, delle ore di lavoro straordinario, degli scatti di anzianità e di tutte le altre competenze previste dai CCNL di settore»; il secondo è l’obbligo della “applicazione al lavoratore/lavoratrice dei contratti collettivi nazionali, territoriali e aziendali che prevedono un trattamento economico minimo orario superiore all’importo del trattamento economico minimo legale». Infine, con l’articolo 3, si estende la disciplina della legge al lavoro non subordinato, sia quando organizzato direttamente dal committente, sia quando ciò è fatto attraverso piattaforme digitali. Stimiamo in cinque milioni le lavoratrici e i lavoratori che avrebbero miglioramenti di stipendio, non solo dunque quelli che hanno paghe da fame, ma moltissimi collocati a vari livelli di inquadramento previsti dai contratti nazionali.
Un’altra differenza importante distingue la proposta di legge di Unione Popolare da quelle del centro-sinistra, che prevedono un sostegno temporaneo alle imprese che dovranno riconoscere aumenti delle remunerazioni ai propri dipendenti. Si tratta di un compromesso inaccettabile, che tende a ribaltare sulla fiscalità pubblica dei costi pienamente sopportabili dalle imprese, in particolare tenendo conto del modesto impatto del costo del lavoro sui prezzi finali dei prodotti. È la solita posizione di subordinazione agli intoccabili “interessi del mercato”, già vista all’opera in occasione dei rincari ingiustificati delle forniture energetiche, compensati con sostegni a carico dello Stato: i privati speculano e tutti noi paghiamo.

Da lavoro che divide, al lavoro che unisce
Non condividiamo l’idea che il salario minimo legale indebolirebbe la contrattazione. Al contrario, come dimostra l’esempio tedesco, la rafforzerebbe spingendo verso l’alto tutti i livelli d’inquadramento. La proposta di salario minimo a 10 euro lordi non è in contraddizione con la prosecuzione della lotta per l’introduzione di un vero reddito di cittadinanza, ritenendo anzi importante che le due battaglie procedano insieme per contrastare sfruttamento e ricattabilità del lavoro. Unione Popolare esprime la piena condivisione di quanto affermato dalla direttiva europea laddove ricorda come una legge sul salario minimo ridurrebbe le disuguaglianze, contrasterebbe le disparità di genere a causa della prevalenza femminile nelle fasce salariali più basse, porterebbe un beneficio all’economia sostenendo i consumi, contrasterebbe un modello economico e produttivo fondato su bassi salari, spingendo le imprese a investire in innovazione e ricerca. In particolare, in Italia, la battaglia per il salario minimo legale ha un forte valore politico, per contrastare la perversa tattica della destra, che, con una sequenza di provvedimenti, tende a isolare le varie categorie di lavoratori e lavoratrici (o aspiranti tali), mettendoli gli uni contro gli altri: garantiti contro precari, dipendenti contro autonomi, italiani contro stranieri, uomini contro donne e, in generale, occupati contro disoccupati.

Anche il centro-sinistra in piazza?
Reagendo all’emendamento soppressivo dei partiti al governo, i proponenti delle leggi per il salario minimo di 9 euro lordi, che sono state al momento respinte, sembrano intenzionati a promuovere una propria raccolta firme per una seconda legge di iniziativa popolare, che potrebbe essere avviata all’inizio dell’autunno. È infatti probabile che, in questo caso, la discussione in Parlamento non possa essere impedita. Naturalmente non ci si può opporre a questa eventualità, ma dobbiamo lavorare perché si possa attivare un confronto aperto, anziché una misera guerra di posizione, dannosa per gli interessi dei lavoratori. Le forze sindacali e i rappresentanti di tante categorie senza voce in capitolo dovranno avere occasione di esprimersi e, finalmente, di intervenire concretamente a contrastare diseguaglianze e condizioni di povertà non più accettabili.


Le proposte di legge sulla giusta retribuzione e il salario minimo

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Da tempo è in corso, nel Paese, un dibattito sull’opportunità di introdurre anche nel nostro sistema legislativo il cosiddetto salario minimo. Ce ne siamo occupati più volte su queste pagine (cfr., da ultimo, https://volerelaluna.it/lavoro/2022/08/17/il-salario-minimo-per-legge-e-i-ritardi-dellitalia/) e continueremo a farlo anche esaminando il recente progetto elaborato unitariamente dalle componenti parlamentari di centro-sinistra. Per intanto sono depositate alla Camera sei proposte di legge, tutte provenienti dalle forze di opposizione, su cui la Commissione XI Lavoro Pubblico e Privato ha disposto una serie di audizioni informali. Particolarmente puntuale è stata quella, avvenuta il 21 giugno, di Piergiovanni Alleva. Per questo ci sembra utile pubblicarne il testo integrale. (la redazione)

1. Le proposte di legge dei partiti di centro-sinistra e le ragioni dell’atteggiamento scettico e omissivo dell’area governativa

Sono state depositate, a far tempo dall’ottobre 2022. sei proposte di legge, tutte provenienti dalle forze politiche di opposizione, in tema di salario minimo legale e dirette ad attuare la direttiva Europea 2022/2041 del 12 ottobre 2022 sui salari minimi adeguati nell’Unione Europea. Si tratta delle proposte C. 141 Fratoianni, c. 210 Serracchiani, C. 126 Laus, C. 306 Conte, C. 432 Orlando e C. 1053 Richetti alle quali dedichiamo questa nota di illustrazione e comparazione dopo avere precisato, però, che nessuna proposta è stata formulata dal Governo o dalle forze politiche di centro destra che lo sostengono, per le ragioni, ripetute ostinatamente e senza disponibilità a confronti dialettici, che converrà, pertanto, ricordare e confutare in via preliminare.

La contrarietà di principio del centro destra alla introduzione di un salario minimo legale, sia in forma di retribuzione minima oraria (es. euro 10,00 per ora di lavoro), sia di retribuzione mensile (es. euro 1.700,00 mensili) è stata, dunque, giustificata con due ordini di ragioni, da tenere ben presente anche per la migliore comprensione, poi, delle proposte presentate dalle forze politiche di centro-sinistra. La prima ragione accampata dal centro-destra (e in genere da tutti coloro che sono contrari al salario minimo legale) è che nel nostro Paese l’introduzione di un salario minimo legale rischia di “ammazzare” la contrattazione collettiva, perché quest’ultima, pur essendo diffusa in tutti o quasi tutti i settori produttivi, non ha, giuridicamente, efficacia soggettiva cogente e generale (erga omnes) per tutti i lavoratori e datori di lavoro operanti nei singoli settori, bensì solo per i dipendenti di datori di lavoro iscritti alle Organizzazioni sindacali datoriali firmatarie (Confindustria, Confcommercio ecc.). Con la conseguenza – si dice – che l’introduzione di un salario minimo legale darebbe l’incongruo risultato di provocare una “fuga” dalla contrattazione collettiva dei datori di lavoro, ossia la loro fuoriuscita dalle organizzazioni firmatarie, onde poter applicare ai propri dipendenti solo il salario minimo legale, e non il ben più ampio, conveniente e articolato trattamento economico-normativo previsto dai contratti collettivi. La seconda, e non meno importante, ragione sarebbe costituita dallo “schiacciamento salariale” indotto dalla introduzione di un salario minimo legale, il quale dovrebbe naturalmente (come in tutti i Paesi che lo hanno adottato) essere unico per tutti i lavoratori di ogni settore, laddove, invece, nei contratti collettivi le retribuzioni tabellari dei lavoratori sono, nei diversi settori, articolate e parametrate secondo una scala di qualifiche rispecchianti il diverso pregio delle diverse mansioni. Si avrebbe, dunque, il temuto “schiacciamento” verso il basso del trattamento salariale (unico), salva, poi, l’esplosione probabile di una ingovernabile e intricatissima “giungla” di accordi meramente individuali, di contenuto migliorativo rispetto al salario minimo legale. La soluzione vera del problema sarebbe costituita – osservano e concludono gli esponenti del centro-destra – dall’attuazione (dopo 80 anni circa) dell’art. 39, quarto comma, della Costituzione, che prevede istituti e procedure per la valida stipula di contratti collettivi con efficacia erga omnes, ossia validi e cogenti per tutti i datori di lavoro e lavoratori del settore considerato dal contratto collettivo, indipendentemente dalla iscrizione o non iscrizione alle organizzazioni sindacali dei datori e dei lavoratori firmatarie dello stesso contratto collettivo.

Ma poiché l’attuazione dell’art. 39, quarto comma, Costituzione si è rivelata, lungo un arco temporale di 80 anni, non praticabile in concreto per la farraginosità dei suoi strumenti e della procedura, e per altro verso, la Corte costituzionale fin dai primi anni ’60 (cfr. Corte cost. n. 106/1962), ha sentenziato l’illegittimità di strumentazioni legali alternative e diverse (caso della cd Legge Vigorelli) che raggiungano il risultato di conferire ai contratti collettivi efficacia erga omnes, si può prendere atto che il Governo e le forze politiche di centro-destra, nel concreto, e almeno fino al momento attuale, hanno deciso di non fare nulla e lasciare così briglia sciolta e campo libero al sotto salario e al “lavoro povero” e irregolare. Per altro verso, però, si spiega, allora, come almeno cinque delle sei proposte presentate dalle forze di centro-sinistra siano conformate, sia contenutisticamente che metodologicamente, proprio in modo da fornire una appagante risposta, di sicura legittimità giuridica, a quelle due “ragioni di pericolo”, che apparentemente giustificano l’atteggiamento scettico, negativo e omissivo dei partiti di centro-destra.

2. Articoli 36 e 39 costituzione quali strumenti diversi per la generalizzazione, con legge ordinaria, dei trattamenti retributivi dei contratti collettivi. Ragione della preferenza per una legge di completa attuazione dell’art. 36 Costituzione. Il “minimo salariale legale assoluto” come ruota di scorta della contrattazione

Il tratto comune e qualificante delle cinque proposte C. 141 Fratoianni, C. 210 Serracchiani, C. 126 Laus, C. 306 Conte, C. 432 Orlando è di presentarsi come proposte di legge di completa e totale applicazione dell’art. 36 Costituzione, già oggi (e da molto tempo) vigente quale regola, insita in ogni rapporto di lavoro, che obbliga il datore di lavoro a corrispondere al lavoratore una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità di lavoro prestato, e comunque sufficiente «ad assicurare al lavoratore ed alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa». Tuttavia la garanzia di detta retribuzione adeguata non è predeterminata nel suo importo quantitativo, che è rimesso alla prudente discrezionalità del giudice, e non collima di necessità e giuridicamente, né con i minimi tabellari previsti dai contratti collettivi del settore dove opera il lavoratore, né con il “complesso del trattamento economico-normativo” previsto dallo stesso contratto collettivo e comprendente, oltre i minimi tabellari, le mensilità aggiuntive di tredicesima ed eventualmente di quattordicesima, nonché indennità varie stabili e meno stabili legate alle mansioni. Il giudice, infatti, può “andare sotto” i minimi tabellari e sotto il trattamento economico complessivo, anche se può, per altro verso, “andar sopra”, quando giudichi inadeguato lo stesso contratto collettivo, e ciò è capitato non di rado quando si trattava di contratti “pirata”, stipulati da piccoli sindacati autonomi o per piccoli settori specifici (es. scuole private). Tuttavia, il riferimento preferito dai giudici per quantificare in concreto la retribuzione adeguata dovuta ai lavoratori in sede di controversia giudiziale ex art. 36 Costituzione, resta pur sempre e nella grande maggioranza dei casi quello di trattamento economico previsto dai contratti collettivi di settore, per le diverse qualifiche da loro previste.

Dunque, il primo obiettivo delle proposte di legge ricordate è quello di stabilizzare e rendere cogente, e non più discrezionale, il riferimento, come trattamento minimo dovuto a tutti i lavoratori, quello previsto dai contratti collettivi, e, in particolare, dai contratti collettivi conclusi da sindacati “comparativamente” più rappresentativi, da identificarsi normalmente nei grandi sindacati confederali (cfr. Cass. n. 17583/2014). Le due obiezioni delle forze politiche dell’area governativa e di centro-destra alla introduzione di un salario minimo legale, vengono in tal modo “smontate”, e messe nel nulla, per così dire, perché si perverrebbe, con una legge di piena attuazione dell’art. 36, quarto comma, Costituzione, proprio al risultato che da quella parte politica è stato indicato come unico valido e privo di controindicazioni, quello cioè della efficacia generale e fruizione da parte di tutti i lavoratori dei trattamenti economici previsti dal contratto collettivo di settore. Pervenendo, però, a quel risultato per la via, sicuramente e tranquillamente percorribile, della piena attuazione dell’art. 36 Costituzione, e non per quella, assolutamente impervia, dell’attuazione dell’art. 39, quarto comma.

Diciamo che la via della piena attuazione dell’art. 36 è “sicura e tranquilla” perché è già stata esaminata, testata e approvata dalla Corte costituzionale con la sentenza 26 marzo 2015, n. 51, che ha proprio risolto il problema qui esposto, seppur con riguardo a un ambito limitato (qualitativamente equivalente), quello del trattamento economico comunque dovuto ai soci lavoratori di cooperative di produzione e lavoro. Si ricorda, in proposito, che in forza dell’art. 7, comma 4, del decreto legge 31 dicembre 2007 n. 248, le società cooperative dovevano applicare ai propri soci lavoratori «trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria». Il dubbio di incostituzionalità che era sorto in proposito era lo stesso che aveva portato alla dichiarazione di incostituzionalità della legge Vigorelli, con la sentenza n. 106/1962: non si trattava, forse, nuovamente di un aggiramento dell’art. 39, quarto comma, Costituzione, di un modo per conferire efficacia erga omnes ai contratti collettivi per una via diversa da quella voluta dalla norma costituzionale? La risposta della Corte è stata, questa volta, nel senso della piena legittimità della norma contestata perché con l’art. 7 comma 4 decreto legge n. 2487/2007 non erano i contratti collettivi ad acquistare efficacia generale come fonte giuridica, ma era il precetto dell’art. 36 Costituzione a garantire ai soci lavoratori dei trattamenti complessivi minimi utilizzando quei contratti collettivi come “parametro esterno” di commisurazione da parte del giudice. Non si tratta di un sofisma, ma di una differenza concettuale ben chiara e precisa; la “cartina di tornasole” è costituita dalla circostanza che se il giudice vede certamente limitata “verso il basso” la sua discrezionalità, non potendo più “andar sotto” il livello dei trattamenti previsti dai contratti collettivi sottoscritti da sindacati comparativamente più rappresentativi, per altro verso, può tuttavia, ancora “andar sopra”, ove trovi gli stessi trattamenti contrattuali collettivi inidonei. E questo proprio perché sta applicando l’art. 36 Costituzione e non i contratti collettivi quali fonti giuridiche.

In sostanza si può dire che le cinque proposte sopra ricordate risolvono, con il ricorso alla piena attuazione dell’art. 36 Costituzione, nel modo più ampio ed efficace la problematica di garantire a tutti i lavoratori i trattamenti contrattuali collettivi, ma, per così dire, non hanno inventato nulla: hanno solo seguito il solco tracciato dalla Corte costituzionale n. 517/2015, il che – a nostro avviso – è quanto di meglio potesse e possa succedere.

Resta, però, una domanda: a che serve, allora, il salario minimo legale in senso stretto, ossia la fissazione di un importo di retribuzione oraria o mensile, intercategoriale (es. euro10 orari o euro 1.700 mensili) uguale per tutti i settori e per tutti i lavoratori? Serve, perché, come dicevano i vecchi Maestri del diritto sindacale, “anche la contrattazione collettiva ha le sue debolezze”, e cioè anche i contratti collettivi sottoscritti dai sindacati comparativamente più rappresentativi possono rivelarsi troppo “avari” verso i lavoratori di bassa qualifica in settori produttivi “poveri”, come, per intenderci, il settore terziario “non avanzato” (logistica, multiservizi, turismo ecc.), nei quali la retribuzione tabellare, ossia delle ultime tre-quattro qualifiche risulta inferiore (e anche di molto) ai 9 euro. In questi casi l’importo assoluto di salario legale minimo entrerebbe in funzione come “ruota di scorta”, per così dire, di una contrattazione in quei punti non soddisfacente, sostituendo il valore minimo assoluto (euro 9 orari, o euro 10 o quel che sia) alla più bassa tariffa di qualifica prevista dal contratto collettivo nelle “parti basse” della scala di inquadramento. Questa struttura concettuale è comune, si diceva, a quelle cinque proposte e può essere riassunta nella formula “generalizzazione, in base alla disciplina di piena attuazione dell’art. 36 Costituzione, dei trattamenti economici dei contratti collettivi firmati dai sindacati contrattualmente più rappresentativi, accompagnata dall’eventuale fattore correttivo di un minimo salariale unico”.

Restano, però, almeno due questioni di rilevante importanza sulle quali quelle proposte devono trovare una formula inequivoca e tranquillizzante: ciò che viene garantito a tutti i lavoratori è un trattamento economico complessivo, equivalente a quello proprio dei contratti collettivi (e quindi non solo minimi tabellari di qualifica, ma anche mensilità aggiuntive di tredicesima ed eventuale quattordicesima, e scatti di anzianità e indennità varie) o, invece, vanno garantiti solo i minimi tabellari di qualifica o paga base? Non si dimentichi in proposito che la giurisprudenza più restrittiva in tema di art. 36 Costituzione, limita la garanzia, appunto, alla sola paga-base dei contratti nazionali. Questa soluzione è accolta dal progetto C. 216 Laus, ma non può essere condivisa, e va tenuto fermo (come fanno i progetti Conte, Fratoianni, Orlando, Serracchiani) invece, il riferimento al trattamento economico complessivo da assicurare con l’auspicata norma di piena attuazione dell’art. 36 Costituzione: altrimenti – notiamo – riprenderebbero vigore, quanto meno in parte, le obiezioni strumentalmente avanzate dal centro destra, perché i datori di lavoro avrebbero tutto l’interesse a fuoriuscire dalle organizzazioni datoriali onde essere giuridicamente tenuti a pagare ai loro dipendenti solo la paga-base o minimo tabellare e non tutte le altre voci retributive previste dal contratto collettivo. La seconda questione riguarda quella che abbiamo chiamato la “ruota di scorta della contrattazione”, nel senso che il minimo salario legale assoluto, poniamo di 10 euro, può essere inteso come un “valore tabellare” di paga-base oraria, con riflessi, poi, sulla retribuzione complessiva (composta anche da mensilità aggiuntive, scatti di anzianità, indennità), ma anche, e invece, come un “valore-risultato”, comprendente già l’incidenza della tredicesima, della eventuale quattordicesima, indennità di turno ecc., il che abbasserebbe non di poco l’importanza della garanzia. Per evitare equivoci, fraintendimenti da infinite discussioni è meglio che l’ammontare della “ruota di scorta”, o salario minimo legale assoluto, sia espresso in valori mensili (es. 1.700 euro mensili), perché così (e non già in termini di retribuzione oraria) si esprimono in tabelle salariali dei contratti collettivi, e a nessuno verrebbe in mente di sostenere, a fronte di una tabella di minimi salariali di contratto collettivo che preveda per l’operaio di 5° livello, una paga di 1.700 euro mensili, che essa comprenda anche una frazione di tredicesima o dell’eventuale quattordicesima, di indennizzi di turno ecc.

Fin qui si è detto delle cinque proposte di legge con strutture concettuali comuni (salva la peculiarità, peggiorativa, della proposta Laus sopra ricordata) ma occorre anche occuparsi, perché espressiva della posizione della parte più moderata del centro-sinistra della stessa proposta C. 1053 Richetti e altri. Questa proposta non prevede una norma generale di piena attuazione dell’art. 36 Costituzione, ma solo la introduzione di una retribuzione minima oraria di 9 euro – a quanto è dato di comprendere dovrebbe essere confrontata con la retribuzione complessiva annua percepita dal lavoratore, suddivisa per le ore lavorate o lavorabili nell’anno –. La proposta suscita numerosi interrogativi e non sembra in grado di respingere efficacemente le posizioni scettiche di centro-destra, anche per la necessità di rendere operativa una istituenda “Commissione per l’aggiornamento della retribuzione oraria minima”.

3. Elementi di confronto, oltre che di convergenza tra i progetti di legge

Si può, dunque, procedere a una comparazione tra le proposte di legge, per indicare peculiarità o consonanze.

Una prima importante notazione riguarda l’indicazione, come riferimenti per l’applicazione integrale dell’art. 36 Costituzione, dei contratti collettivi sottoscritti da organizzazioni sindacali “comparativamente più rappresentative”: va notato infatti che la proposta C. 306 Conte, all’art. 3, secondo comma, prevede anche criteri di “misurazione” della rappresentatività con rinvio agli accordi interconfederali (T.U. del 2014), mentre le altre proposte si limitano a un rinvio generico alla rappresentatività “comparativamente” maggiore. Va notato che la nozione generica (ovvero “storica”) è stata fino ad ora utilizzata senza inconvenienti, in applicazione dell’art. 51 decreto legislativo n. 81/2015, anche se il tema dovrà senza alcun dubbio essere ripreso funditus in un futuro intervento legislativo organico in tema di rappresentanza e rappresentatività sindacale, di cui si sente più che mai il bisogno. Sempre con riguardo ai contratti collettivi sottoscritti dai sindacati comparativamente più rappresentativi, destinati a fungere da “riferimento esterno” per l’applicazione del trattamento complessivo dovuto ai sensi della normativa di totale applicazione dell’art. 36 Costituzione, è importante notare come le principali proposte (Conte, Orlando, Fratoianni) prevedano l’ultrattività del riferimento dei loro contenuti anche dopo la scadenza, con applicazione, altresì, di un adeguamento alla eventuale inflazione.

Le proposte ora ricordate, si preoccupano, inoltre, di estendere la garanzia di retribuzione adeguata al di là dei confini del lavoro subordinato, ma in realtà il richiamo alle collaborazioni coordinate e continuative di cui all’art. 2 decreto legislativo n. 81/2015 non aggiunge nulla perché esse sono già considerate di lavoro subordinato o ad esso equiparato. Invece nell’art. 2 del progetto Fratoianni vengono in effetti superati i confini del lavoro subordinato (comprendendo anche i rapporti di agenzia e rappresentanza commerciale oltre alle collaborazioni coordinate e continuative non equiparati al lavoro subordinato), con la previsione del diritto «a un compenso al risultato ottenuto, avuto riguardo al tempo normativamente necessario per conseguirlo». La questione andrebbe senz’altro ripresa in sede di auspicata redazione di una proposta unificata.

Con riguardo, infine, ai profili sanzionatori del mancato rispetto da parte dei datori di lavoro della garanzia retributiva di trattamento non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi va segnalato che sia il progetto Fratoianni (C. 141), sia il progetto Serracchiani prevedono sanzioni amministrative, ma è il progetto Conte (C. 306) a predisporre una strumentazione convincente: nell’art. 6 è previsto un procedimento giudiziario sommario (sul modello dell’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori) per la repressione delle condotte elusive della corresponsione ai lavoratori del trattamento economico complessivo, e inoltre è opportunamente evocata l’applicazione, in sede amministrativa, dell’istituto della “diffida accertativa” di cui all’art. 12 decreto legislativo n. 124/2004. E questa diverrebbe la “via regia” per la lotta al sottosalario perché non occorrerebbe più intentare un giudizio per ottenere la retribuzione adeguata, affidandosi alla discrezionalità del giudice, ma basterebbe rivolgersi all’Ispettorato del lavoro per ottenere il pagamento di un credito differenziale reso certo e determinato proprio dal riferimento legislativo ai contratti collettivi e ai trattamenti da essi previsti.


Il salario minimo per legge e i ritardi dell’Italia

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1.

L’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) sull’andamento dei salari a livello mondiale (https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/—dcomm/—publ/documents/publication/wcms_762534.pdf) pone molta enfasi sul ruolo che può avere una norma di legge vincolante che fissa, per ogni Paese, il salario minimo e che lo adegua progressivamente secondo l’andamento dei prezzi e dei salari. In mancanza non solo non si difendono le retribuzioni ma ‒ ci richiama l’ILO ‒ aumentano le stesse diseguaglianze tra lavoratori e tra lavoratrici e lavoratori. I dati dell’ILO sono interessanti: nel 90% degli Stati è fissato un salario minimo per legge o per contrattazione collettiva ma riconosciuta da una legge; a livello globale, nel 2019 il valore mediano dei salari minimi lordi (cioè quello mediano della distribuzione dei salari tra tutti i percettori) è stato pari a 486 dollari al mese; il salario minimo è fissato, in media, a circa il 55 per cento del salario mediano nei paesi sviluppati e al 67 per cento del salario mediano nelle economie emergenti e in via di sviluppo

Per l’elaborazione dei dati relativi ai salari in Europa l’ILO si avvale di Eurostat e così fa la Fondazione Europea sulle condizioni di lavoro (https://www.eurofound.europa.eu/it/publications/report/2022/minimum-wages-in-2022-annual-review). Conosciamo così il costo orario del lavoro nei diversi paesi europei, riportato nella tavola che segue: quello indicato è il dato medio e nel costo entrano tutte le voci: salario diretto e indiretto (fino alla dotazione dell’abito da lavoro), tasse, contributi previdenziali per il lavoratore e la sua famiglia.

 

 

2.

Presto entrerà il vigore la Direttiva europea sul salario minimo ((https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A52020PC0682) secondo cui ogni Stato membro deve scegliere, in sede di ratifica, tra un salario minimo stabilito per legge oppure un rinvio alla contrattazione. Nella proposta di direttiva i criteri per la fissazione del salario minimo sono «quelli comunemente indicati a livello internazionale» (art. 5.3); quindi, affinché si possa dire garantito il rispetto del diritto all’equa retribuzione già sancito nell’art. 4 della Carta Sociale Europea, gli Stati Membri possono o utilizzare l’indice Kaitz (60% del salario lordo mediano nazionale) oppure, in alternativa, l’indice indicato dal Consiglio d’Europa (50% del salario medio netto).

In Italia si porrà quindi la scelta di recepire la direttiva UE, stabilendo per legge il salario minimo, oppure continuare con le prassi in atto che fanno riferimento ai contratti collettivi nazionali. Nel secondo caso, essendo 498 i contratti collettivi registrati nel database del Cnel e dell’Inps (https://www.inps.it/docallegatiNP/Mig/AllegatiNews/Database_CCNL.pdf), avremo 498 salari minimi e continueremo a non sapere cosa succede per i contratti non registrati. Nessuno ci dirà qual è il salario mediano nazionale lordo o il salario reale netto su cui calcolare un ipotetico salario minimo italiano, e dovremo accontentarci di sapere di avere la retribuzione contrattuale lorda più bassa tra i paesi europei che stabiliscono i salari per via contrattuale (Austria, Danimarca, Finlandia, Italia, Norvegia e Svezia).

Ci rimane il salario minimo dei poveri, delle lavoratrici e dei lavoratori che prestano la loro opera in modo occasionale; per lo Stato italiano “incapienti” non potendo superare un reddito di 5.000 € l’anno e pagare le tasse. Il compenso per il prestatore d’opera occasionale è regolato dal comma 16 dell’articolo 54 bis del decreto legge n. 96/2017: «La misura minima oraria del compenso è pari a 9 euro […]. Sono interamente a carico dell’utilizzatore la contribuzione alla Gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, nella misura del 33 per cento del compenso, e il premio dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali nella misura del 3,5 per cento del compenso». Il legislatore ha quindi stabilito solo per una minoranza di lavoratrici e lavoratori una retribuzione che non può essere ulteriormente ridotta.

 

3.

La “paga sindacale” appartiene al linguaggio delle generazioni del passato e per consuetudine si riferiva alla retribuzione lorda della qualifica più bassa stabilita dal contratto nazionale, il “parametro 100” nella scala degli inquadramenti professionali. Una volta gli inquadramenti professionali al livello più basso avevano delle durate molto limitate (settimane per gli operai o alcuni mesi per gli impiegati) e poi si passava al livello superiore; ora che non c’è più una assunzione a tempo indeterminato quella vecchia regola è largamente saltata.

Per avere un’idea dei salari minimi lordi facciamo riferimento ad alcuni contratti collettivi nazionali (CCNL) sottoscritti dai sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil con controparti datoriali rappresentative da decenni. I dati sono tratti dai loro siti internet. Sono pur sempre trattamenti retributivi comparativamente migliori di quasi tutti gli altri censiti dal Cnel a dall’Inps. Nella scheda si fa riferimento alle retribuzioni mensile e oraria lorde. Nei contratti collettivi nazionali queste retribuzioni devono essere maggiorate della 13ª mensilità, di almeno 20 giorni lavorativi di ferie e del trattamento di fine rapporto di lavoro (TFR, una mensilità per anno di anzianità aziendale): circa il 25% in più (8,33% x 3). Ma se si considerano le trattenute fiscali e previdenziali il salario netto non è molto diverso dalle cifre indicate nelle tabelle. Può essere comparato con quello degli “incapienti”.

 

Settore e CCNL

Mansione e qualifica

Retribuzione mensile

Paga oraria

Commercio e grande distribuz.

Livello 7 – addetto alle pulizie

1281,31

7,63

Turismo e ristorazione

Livello 7 – personale di fatica e/o pulizie

1293,15

7,52

Imprese di pulizia

Livello 1 – manovale non addetto pulizia

1182,87

6,84

Trasporto merci e logistica

6° livello junior – facchino

1339,53

7,97

Industria della gomma e plastica

Livello I – aiuto esecutivo

1419,80

8,21

Produzione di occhiali

Base livello 1

1291,43

7,46

Produzione di calzature

Primo livello – lavori di manovalanza o pulizia

1256,30

7,26

Industria delle costruzioni

Primo livello – operai comuni

  947,36

5,48

Industria metalmeccanica

1° categoria: attività manuali semplici

1509,07

8,72

 

In Italia non c’è il salario minimo e di conseguenza non può esserci una discussione sul suo adeguamento al tasso d’inflazione. Contemporaneamente non si rinnovano più i contratti collettivi nazionali o si rinnovano con anni di ritardo. Ci si deve accontentare dei bonus di Stato o della riduzione dei contributi a carico delle imprese. Poi qualche sindacalista recrimina chiamandoli elemosina ma non ha né le idee né la forza di fare altro, annunciando grandi mobilitazioni in autunno. Con uno sciopero generale di alcuni mesi or sono Cgil e Uil non hanno neppure scalfito il programma economico e sociale del governo Draghi, come pensano di farlo dopo le elezioni politiche?

In Germania, in Portogallo e in Spagna i socialisti, i verdi e la sinistra aumentano i salari minimi e spingono così verso un aumento delle retribuzioni contrattuali con i sindacati in campo verso questo obiettivi. È una differenza non più trascurabile rispetto alla situazione italiana, ma la strada del recupero della dignità, della solidarietà e dell’uguaglianza neppure si intravvede e sarà comunque lunga, se e quando sarà imboccata.


Tra “pirati” e “corsari” l’arrembaggio ai salari

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In Italia sono stati censiti dal CNEL oltre 900 contratti nazionali di lavoro. Molti di questi contratti sono tuttavia sottoscritti da associazioni sindacali non rappresentative o addirittura “di comodo” (cioè costituite con la connivenza dei datori di lavoro), che hanno come finalità principale quella di ridurre le retribuzioni dei lavoratori. Dumping salariale, quindi, che danneggia anzitutto i lavoratori, ma che nuoce anche alle aziende più serie, in termini di concorrenza sleale. Questi accordi sindacali sottoscritti da associazioni non rappresentative sono tradizionalmente definiti come contratti “pirata”.

Ma ormai da anni si sta affermando un altro e diverso fenomeno, ben più insidioso e più difficile da affrontare, sia sul piano politico che su quello giudiziario: quello dei contratti che, pure essendo stipulati da sindacati pienamente rappresentativi, in quanto articolazioni delle tre confederazioni maggiori, prevedono salari molto bassi, in linea con quelli dei contratti “pirata” e talora sotto la soglia di povertà assoluta. A questi contratti di lavoro, con tagliente ironia, è stata affibbiata la definizione di contratti “corsari”: questo perché, in tutto e per tutto, sono simili a quelli “pirata”, con la differenza che il sindacato che li stipula è munito di una lettera “di corsa”, come quella che i Sovrani concedevano ai marinai autorizzati ad assaltare le navi mercantili delle nazioni nemiche in cambio di una parte del bottino. La lettera “di corsa” è naturalmente costituita, in questa colorita metafora, dalla patente di rappresentatività di cui godono i sindacati stipulanti, in quanto aderenti a CGIL, CISL o UIL.

Episodi quali quello denunciato nel brillante articolo di Massimo Tirelli recentemente pubblicato su queste pagine (https://volerelaluna.it/lavoro/2022/06/15/chi-ha-dubbi-sul-salario-minimo/), e cioè lavoratori che lamentano il fatto di percepire una retribuzione addirittura inferiore ai 5 euro netti l’ora, sono ormai all’ordine del giorno. Ma il tema ora è diventato soprattutto il seguente. Se a stabilire una retribuzione da fame è un contratto “pirata”, è relativamente agevole ottenere che il giudice adegui i minimi salariali applicando l’art. 36 della Costituzione, secondo il quale il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire, a lui ed alla sua famiglia, un’esistenza libera e dignitosa, allineandoli con quelli previsti dai contratti omogenei stipulati dai sindacati rappresentativi. Se invece si tratta di contratto “corsaro”, e quindi è lo stesso sindacato più rappresentativo a fissare tabelle salariali insufficienti, l’operazione di adeguamento giudiziario dei minimi è assai meno lineare, come è dimostrato dall’andamento altalenante del contenzioso sul CCNL Servizi fiduciari (che è uno dei contratti più in voga, tanto che viene applicato da aziende che operano in settori anche diversi dalla vigilanza privata, perché attirate da livelli salariali talmente bassi da consentire loro di essere competitive ad esempio nell’aggiudicazione degli appalti pubblici).

Il fenomeno descritto può almeno in parte spiegare l’ostinazione, altrimenti assai poco comprensibile, con la quale le tre Confederazioni sindacali maggiori si oppongono da anni alla fissazione di un salario minimo stabilito dalla legge (con posizioni invero più sfumate in casa CGIL), soprattutto nella versione, fatta propria dal disegno di legge all’esame del Senato presentato dal Movimento 5 stelle, nella quale viene fissato un limite minimo, invalicabile anche dalla contrattazione collettiva, di 9 euro lordi l’ora. Le organizzazioni confederali, e con loro la parte maggioritaria del PD, preferirebbero invece una versione edulcorata, nella quale il salario minimo è semplicemente quello fissato dalla contrattazione collettiva sottoscritta dai sindacati rappresentativi. È quello dei 9 euro, quindi, il nodo centrale della questione.

È evidente che un meccanismo che fissi il salario minimo in linea con le tabelle dei contratti stipulati dai sindacati maggiori metterebbe fuori gioco senz’altro i contratti “pirata”, ma non quelli “corsari“, che anzi avrebbero piena legittimità giuridica. Imponendo invece un limite inderogabile di legge, i minimi di alcuni contratti nazionali sottoscritti da associazioni di categoria aderenti ai sindacati confederali risulterebbero insufficienti, e andrebbero quindi adeguati, problema che evidentemente non si vuole seriamente affrontare.

Approfittando anche della oggettiva debolezza della Direttiva in corso di approvazione in sede europea, che prevede un obbligo da parte degli Stati membri di stabilire un minimo di legge soltanto nel caso in cui il grado di copertura da parte della contrattazione collettiva sia sotto una certa soglia, le resistenze sono diventate paradossalmente più forti. Ce lo chiede l’Europa, come si suole dire, ma, mentre nei Paesi in cui il salario minimo già esiste ci si propone di aumentarlo, da noi si resiste per lasciare le cose come sono. Infatti, in Italia, il grado di copertura è molto alto, ed allora l’intervento normativo da parte del legislatore nazionale potrebbe anche non essere attuato oppure potrebbe essere attuato senza che nella sostanza nulla cambi. In fondo siamo o non siamo il Paese di Tomasi di Lampedusa?

Ma a giudizio di molti – io tra questi da epoca non sospetta (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/04/30/verso-il-salario-minimo-garantito-per-legge/) – il problema non è solo il grado di copertura da parte della contrattazione, ma anche la qualità della stessa.

La domanda è dunque questa: la contrattazione collettiva è in grado di proteggere i salari più bassi? La storia di questi ultimi trent’anni fornisce una risposta impietosa a questa domanda. A prescindere dalla questione dei contratti “corsari”, dopo l’abolizione della scala mobile, la contrattazione non è stata minimamente in grado di garantire una adeguata difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni, tanto che dai dati ufficiali CENSIS risulta che il nostro è l’unico Paese tra quelli OCSE nel quale i salari in termini reali è addirittura diminuito (il grafico relativo è pubblicato sia nell’ottimo articolo di Alberto Piccinini e Carlo Sorgi comparso su queste pagine (https://volerelaluna.it/lavoro/2022/02/02/lavoro-povero-e-salario-minimo/) sia in un altrettanto interessante contributo di Marta Fana, pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 13 giugno 2022). Se il fenomeno del lavoro povero non è stato adeguatamente contrastato sinora dalla contrattazione collettiva, è pura illusione che ciò possa avvenire oggi con l’inflazione che ha ripreso a galoppare!

Né si dica che la legge sul salario minimo può provocare «una fuoruscita dall’applicazione dei CCNL rivelandosi così uno strumento per abbassare i salari e tutele delle lavoratrici e dei lavoratori» (citazione testuale tratta dal documento unitariamente presentato in sede di audizione parlamentare dalle tre maggiori Confederazioni sindacali). È anzi vero il contrario, e cioè la fissazione per legge di un limite minimo può rappresentare un sostegno alla contrattazione sindacale dei salari e possiede nel contempo un grande valore “simbolico”, particolarmente in una fase storica in cui il valore del lavoro è stato svalutato al punto da consentire lo “sdoganamento” del lavoro gratuito o quasi gratuito.

Il tema del lavoro povero è dunque drammaticamente all’ordine del giorno. Per questo ritengo che non ci si possa prendere la responsabilità di opporre rifiuti pregiudiziali o ideologici a interventi legislativi che vadano nella direzione di garantire ai più deboli quell’esistenza libera e dignitosa che i Padri Costituenti immaginarono anche per loro. Pena una irreversibile rottura con una parte significativa del mondo del lavoro, sempre più priva di rappresentanza sia politica che sindacale.

immagine di tom briske


Chi ha dubbi sul salario minimo?

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Il caso è presto detto: si rivolge all’Ufficio vertenze di un sindacato “maggiormente rappresentativo” (che passa il caso al nostro studio) un gruppetto di lavoratori dipendenti che risultano dalla busta paga essersi visti riconoscere retribuzioni medie intorno ai 4,6 € netti all’ora (circa 700 € al mese!). Il tutto lavorando 38 ore settimanali a seconda di eventuali assegni familiari o meno. Non sono dipendenti di una cooperativa più o meno fantomatica, come ci si sarebbe aspettato, bensì di una Srl avente scopi industriali di assemblaggio materiale ferroso, costruzioni metalliche eccetera. L’azienda risulta applicare un contratto collettivo nazionale non controfirmato dalle tre organizzazioni sindacali maggiori ma, come ormai noto, la mancata applicazione dell’art. 39 della Costituzione (laddove prevede l’obbligatorietà in forza di legge dei contratti di lavoro firmati dalla organizzazioni sindacali che abbiano acquisito personalità giuridica, cioè nessuno) permette ai datori di lavoro che non siano aderenti (sempre più numerosi, peraltro) a qualche associazione datoriale di particolare rilevanza di applicare il CCNL che ritengono più opportuno (ce ne sono circa 900 depositati presso il CNEL tra i quali poter scegliere quello di maggiore utilità). In sostanza poiché il contratto di lavoro ha natura negoziale e le parti sono “libere” di scegliere lo strumento regolatore in mancanza di un contratto avente forza di legge per tutti, la parte generalmente più forte (quella datoriale) può proporre-imporre lo strumento contrattuale a sé più utile.

Il gruppo di quattro lavoratori che ho davanti sembra uscito pari pari da un film di Ken Loach: due donne, tra cui la portavoce (capelli biondi tagliati a zero, robusta, occhi color ghiaccio, un poco imbarazzata ma chiara nell’esposizione), un’altra magrissima e giovane con i capelli scuri, e due uomini sui 40anni circa uno con i capelli crespi e l’altro che ha solo un maglione addosso malgrado la fredda giornata. L’attività a cui risultavano addetti era la seguente: la portavoce si occupava di servizi amministrativi (in effetti, guardando con attenzione le buste paga, prendeva circa 1 € in più all’ora) e gli altri erano addetti alla produzione, cioè assemblaggio materiale ferroso e costruzione manufatti, e magazzinaggio con interventi anche faticosi e presumibilmente pericolosi. Il mio tentativo di approfondimento in materia di rispetto della sicurezza sul lavoro (d. lgs. 81/08) è risultato sconfortante…Il contratto iniziale di lavoro si era risolto in una letterina di incarico che non indicava neppure il CCNL di riferimento, ma solo luogo di lavoro, qualifica, mansione e orario. Le mansioni effettive non parevano coincidere con quanto era stato previsto nella lettera iniziale. Molte cose insomma da approfondire, dire e fare… Si tratta(va) di iniziare a lavorarci, dal coinvolgimento dell’Ispettorato del Lavoro alla messa in mora del datore rispetto alla parte di retribuzione non corrisposta fino ad arrivare, se necessario (vale a dire quasi sicuramente), a un ricorso avanti il giudice del lavoro per chiedere l’applicazione dell’art. 36 della Costituzione («Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa») sperando di arrivare con una sentenza eseguibile in tempo rispetto all’eventuale scomparsa dell’azienda (magari rinascente successivamente con altra denominazione).

Quello che colpisce è il coraggio (come chiamarlo altrimenti?) che il datore di lavoro dimostra nel riconoscere una retribuzione così oltraggiosamente bassa. Ma non si parlava qualche tempo fa di salario minimo obbligatorio? Bene, l’Unione Europea ha elaborato una bozza di Direttiva Comunitaria molto interessante che si basa sull’articolo 153, par. 1 lett. B) del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che permette all’Unione di sostenere e completare l’azione degli Stati membri nel settore delle condizioni di lavoro, nel rispetto dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità. In sostanza tale Direttiva si dovrebbe occupare di stabilire i confini concettuali per garantire l’accesso a un salario minimo che possa assicurare un tenore di vita dignitoso in relazione a condizioni di lavoro adeguate, nonché standard minimi di meccanismi di determinazione dei salari minimi (che rimarranno comunque per il loro importo di competenza degli Stati membri) da ritenersi sufficienti a svolgere l’indicata funzione di protezione. Seppure a livello europeo si sia manifestato un certo interesse da parte delle organizzazioni dei lavoratori all’argomento (mentre molto più tiepido è risultato l’interesse delle organizzazioni dei datori di lavoro comunitari), a livello nazionale attualmente ci sono resistenze, incredibilmente, anche di natura sindacale. Già, anche in Parlamento giacciono numerose proposte sull’introduzione del salario minimo, sostenute dal M5stelle e anche del PD, ma sia forze politiche (Lega, Forza Italia, alcuni settori del PD) che sindacali (CISL, una parte significativa della CGIL) che datoriali (Confindustria) si oppongono. È di comune esperienza che le retribuzioni base in Italia siano troppo basse, e si sostiene comunemente che ciò dipende principalmente dall’eccessivo costo del lavoro (incidenza della contribuzione e/o delle tasse). Ma è davvero così? Quali sono i motivi che si oppongono a stabilire per legge una soglia sotto la quale non si deve andare, pena una retribuzione da ritenere indegna?

Secondo Confindustria (Bonomi) sono sufficienti i minimi salariali stabiliti dalla contrattazione nazionale. Semmai andranno aggiustati i CCNL che prevedono una contrattazione troppo bassa ma lasciando libere le parti di stabilire qual è la giusta retribuzione. La giustificazione liberista assoluta appare francamente insufficiente e ancorata a un’idea del basso salario come una delle gambe portanti del costo del lavoro. Sul versante sindacale la posizione non è sostanzialmente molto differente, seppure giustificata in maniera più articolata. Sostiene Luigi Sbarra, Segretario generale della CISL, che «non è con la legge sul salario e sull’orario che noi sconfiggiamo il dumping contrattuale; al contrario temo che un salario minimo darebbe la stura a tantissime aziende di uscire dai contratti e peggiorerebbe la vita di milioni di lavoratori. Aver irrigidito il mercato del lavoro con riforme invasive è l’errore più grave che ha fatto il legislatore in questi anni… Governo e Parlamento devono capire fino in fondo questa lezione e rinuncino di arrivare in gamba tesa nelle dinamiche delle relazioni industriali, che devono restare in autonomia nel perimetro del confronto negoziale e contrattuale» (Futura 2021 in Qui Finanza 27 settembre 2021). Anche alcuni studiosi ritengono che l’introduzione forzata di un salario minimo potrebbe avere effetti per nulla perequativi nei confronti della popolazione con minor reddito. Sostiene il prof. Gabriele Serafini su Lavoce.info (1 marzo 2022) che «se si introducesse un salario minimo legale, il peso dell’aumento del salario sarebbe sopportato maggiormente dai consumatori meno abbienti. Mentre con la riduzione del carico fiscale (questa è la sua proposta di base, ndr) si configurerebbe una redistribuzione del reddito a favore dei percettori di redditi più bassi».

Non sono di questa opinione. Non dimentichiamo che stiamo scontando la maledizione della mancata integrale applicazione dell’art. 39 Costituzione, laddove le associazioni sindacali hanno (al tempo per motivi nobilissimi, peraltro) rinunziato all’applicazione erga omnes dei contratti siglati per mancanza di riconoscimento della personalità giuridica, così permettendo la scelta da parte del contraente più forte (il datore di lavoro) di uno dei 900 CCNL applicabili con conseguente necessità di continui interventi (onerosi) in via giurisprudenziale per riequilibrare il sistema (come dovremo fare noi come studio legale nel caso da cui sono partito). Purtroppo nel nostro sistema ci son o contratti collettivi caratterizzati da retribuzioni estremamente basse, specie per i livelli inferiori relativi alla classificazione del personale. Peraltro, alcuni di questi contratti (come il Ccnl multiservizi e il Ccnl servizi fiduciari) riguardano ambiti di applicazione estremamente vasti. Ciò fa sì che essi, per la loro convenienza economica, finiscano pere cannibalizzare settori in cui dovrebbero applicarsi i più costosi contratti di categoria dello stesso sistema confederale (tanto che la stessa giurisprudenza ha più volte censurato la conformità ai principi dell’art. 36 Costituzione del Ccnl servizi fiduciari). Da tempo si sospetta che i CCNL e/o altri prodotti di natura negoziale di provenienza sindacale (anche quando frutto del lavoro delle organizzazioni “comparativamente più rappresentative”) siano inadeguate sul versante retributivo (e non solo) in particolare per le mansioni più generaliste e basilari, tradizionalmente più deboli. La proliferazione dei CCNL e di sigle sindacali prive di riconoscimento della personalità giuridica poi sembra avere permesso una sorta di concorrenza al ribasso nella effettiva rappresentanza dei lavoratori, oltreché una certa pochezza contrattuale sotto il profilo qualitativo. Ma è sotto il profilo della quantità di denaro che viene riconosciuta nel salario-base dei CCNL, in particolar modo in alcuni, che l’insufficienza retributiva manifesta la debolezza contrattuale del sindacato, soprattutto in determinati comparti proliferati negli ultimi anni (come sicurezza, commercio, logistica e trasporti). Cercare di emendare tale problema solo sul versante di accordi aziendali o individuali non è sufficiente a sanare un problema di fondo che potrebbe invece essere affrontato, almeno in parte, mediante l’introduzione di un salario minimo generalizzato non derogabile al ribasso dalla contrattazione collettiva. La timidezza in materia delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali deve essere superata da un intervento legislativo.

L’esempio europeo aiuta: su 27 paesi dell’Unione Europea, 21 hanno adottato questa misura, mentre solo Italia, Danimarca, Cipro, Svezia, Austria e Finlandia non l’hanno ancora fatto (Fonte Eurostat al 1 gennaio 2022). L’introduzione di strumenti di applicazione di un salario minimo tali da aiutare la contrattazione collettiva, e non deprimerla (come paiono lamentare alcune dichiarazioni di sindacalisti), avrebbe, come dagli esempi europei virtuosi, l’effetto di aumentare la retribuzione diminuendo lo sfruttamento lavorativo. E il beneficio, evidentemente, sarebbe generale.

Nel frattempo noi attendiamo la fissazione della prima udienza del procedimento instaurato per i lavoratori sottopagati. L’azienda non ha risposto alla richiesta di perequazione retributiva: speriamo di arrivare a una sentenza favorevole (certa) prima che la società datrice di lavoro risulti scomparsa.

L’articolo è pubblicato anche sul mensile Una città (n. 283)