Fabienne Agliardi, Appetricchio (Fazi, 2023)

Autore:

Fabienne Agliardi ha scritto un romanzo divertente, ambientato in un luogo di fantasia, Petricchio, Appetricchio, per i suoi abitanti, pochi, per lo più sordomuti, quasi tutti di nome Rocco, residenti in un borgo dimenticato dal tempo, scollegati dalla civiltà a causa di un ponte pieno di buche e difficilmente attraversabile, rudi, ignoranti, diffidenti, ma resi unici, familiari, vicini a noi, lettori di “paese”, dalla bravura dell’autrice, la quale ha creato una propria Macondo resa ancora più magica dalla sua scrittura padrona di un linguaggio inedito, ricco di sfumature, originale, strano, imprevedibile. Buona la seconda. (“Buona la prima” è il titolo del suo primo libro edito da Morellini).

Segnalazione di

Giorgio Razzoli
libraio di Cartolibreria Bastogi
corso Italia n. 25, Orbetello
tel. 0564.867103

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pagina facebook Cartolibreria Bastogi


Dario Ferrari, La ricreazione è finita (Sellerio editore, 2023)

Autore:

Marcello Gori, il protagonista di questo romanzo, è un giovane viareggino inconcludente, «cullato da una rassicurante bambagia di irresponsabilità», come riconosce lui stesso. Rifugge, pur facendone parte, quella generazione di «ragazzoni imbecilli e ipertatuati la cui adolescenza si protrae per un ventennio, anche dopo la loro iscrizione al popolo della famiglia tradizionale». Impiega un decennio per laurearsi in Lettere ma – giura – solo per sfuggire all’eredità del bar di famiglia cui il padre, separato, avrebbe voluto destinarlo. La fuga da quel destino, casualmente – ma la casualità è la cifra delle sue in/decisioni – lo spinge a presentarsi a un concorso universitario per la borsa di un dottorato. Inaspettatamente “passa” ed entra da dottorando presso il dipartimento del professor Sacrosanti (omen nomen). Marcello gli riconosce doti di ottimo insegnante, se non fosse per «quel godimento quasi erotico che Sacrosanti trae dai rapporti di potere interni all’università». Purtuttavia incaricato dal suo “dominus” di dipartimento di preparare una tesi sulla figura di Tito Sella, un terrorista finito in carcere e poi morto, si immerge nello studio delle sue opere sino a sviluppare quasi un’identificazione con lui, al tempo stesso stimolato e “spinto” in questo dal contesto di dispute e intrighi interni all’ambiente accademico.

Lo stile ironico e il sarcasmo con cui l’autore descrive il mondo accademico, lo premierebbe già abbondantemente (qualcosa pur conoscerà avendo studiato a Pisa e conseguito un dottorato di ricerca), ma il romanzo si presta anche a una seconda spassosissima e intelligente lettura. Il confronto tra due generazioni: quella di Marcello, provinciale e irrisolta, e quella del terrorista Tito, idealista e incompiuta. Il racconto della Brigata Ravachol è un piccolo capolavoro di comicità da non perdere, così come il finale, che ha del paradossale.

Segnalazione di

Paolo Barsi

libraio di Comunardi
via San Francesco da Paola 6, Torino
tel. 011 19785465

comunardi@fastwebnet.it


1974. Come eravamo

Autore:

1974, annus horribilis. Troppo lontano dal biennio rosso ’68-’69 e dalla sua creatività, troppo flebili ormai l’ottimismo e le promesse di quella stagione, con le speranze chissà se ingenue, certo pulite, sostituite sempre più spesso dalla virilità ottusa dei servizi d’ordine che armavano i sogni con gli stalini, o barotti come li chiamavano a Torino: insomma, bastoni. Ancora non si vedevano i cambiamenti politici nelle città, solo l’anno dopo le sinistre sarebbero riuscite a espugnare Milano con Aniasi, Roma con Argan, Torino con Novelli. Eppoi, per i protagonisti del romanzo Gli uccelli della tempesta. Un romanzo nel 74 di Pierluigi Sullo (Lastaria, 2020), la sinistra sognata era di un’altra specie.

Il clima era plumbeo, segnato dalla controrivoluzione autoritaria iniziata a piazza Fontana per fermare il conflitto operaio nelle fabbriche e nelle strade e la rivolta dei giovani, degli studenti che proprio nella ribellione contro l’autoritarismo si erano fatti spontaneamente movimento. Il ’74 è l’anno del golpe bianco di Edgardo Sogno, Cavallo e Pacciardi, un sogno infranto di gollismo all’italiana in chiave anticomunista. È l’anno delle stragi nere di piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus. La polizia spara nelle strade. I movimenti hanno già iniziato a frantumarsi mentre si moltiplicano i partitini e si fa spazio un antifascismo dai toni cupi sotto la spinta dello stragismo nero e dello squadrismo impuniti. Non sono solo i gruppi extraparlamentari a organizzare la difesa, lo stesso Pci presidia le sedi, vigilanza compagni. Tanti ragazzi cominciano a scappare di casa, latitanti preventivi. Qualcuno scappa dalla vita, magari con una siringa in vena. Oppure pensando che la lotta democratica non sia più sufficiente a fermare la reazione, e nei cortei compaiono le prime pistole.

1974, il governo Rumor V segue il Rumor IV, ed è la volta del Moro IV. Persino il Festival di Sanremo vola basso e in pochi ricorderanno le prime tre canzoni classificate, Ciao cara come stai con Iva Zanicchi, Questa è la mia vita con Domenico Modugno e Occhi rossi con Orietta Berti. Eppure. Eppure, a guardar bene, la “nuova Italia” intravista nel biennio rosso non è stata del tutto sommersa da trame, servizi segreti “deviati” (qualcuno ne ha incrociati di “retti” negli anni Settanta?) e governi democristiani: è proprio del ’74 la straordinaria vittoria nel referendum sul divorzio che segna un’inversione di tendenza. E, fuori casa, il piccolo Vietnam sta sconfiggendo il gigante a stelle e strisce, nelle vie di Lisbona i carri armati non sparano più proiettili e bombe ma garofani rossi sulla folla in festa.

Enrico è cresciuto, ora è un giovane storico all’Università. Sono passati sei anni dalla ribellione che resta nel cuore e nei sogni degli attori del nuovo romanzo di Sullo ma nella quotidianità ora c’è l’Organizzazione – l’autore non dice quale nella costellazione rivoluzionaria, lo lascia solo intendere ad addetti e nostalgici dell’ultima parte dello scorso millennio. Con Enrico ecco di nuovo i vecchi compagni di liceo, quelli che abbiamo conosciuto in La rivoluzione dei piccoli pianeti. Un romanzo nel ‘68, ritrovati dopo il ritorno a Roma, in fuga da Milano e dal grande amore perduto, Annamaria, la più bella, che ha scelto un operaio, un’avanguardia operaia per la precisione.

Il secondo atto di una trilogia letteraria (si attende il terzo su Genova 2001: ricordate il nuovo movimento contro la globalizzazione neoliberista, l’uccisione di Carlo Giuliani, la macelleria messicana alla Diaz?) è ancora una storia d’amore. Anzi, di amori, le ragazze si susseguono passandosi il testimone, ormai mature, per occuparsi senza mediazioni possibili del proprio corpo e delle proprie scelte. Il femminismo irrompe in un mondo virile, in una stagione di svolta, e di paure. Adesso si scappa, dalla famiglia e dai suoi scheletri nell’armadio, si scappa dalle ventilate minacce di golpe.

Enrico ha il suo buen retiro in val d’Orcia dove vive lo zio anarchico con la sua compagna, entrambi ex combattenti della guerra civile spagnola. In val d’Orcia c’è una bussola per aiutare Enrico a trovare la strada da imboccare in mezzo alla nebbia. Queste sono le pagine più fresche del romanzo.

Non ci sono solo i vecchi compagni di liceo, oggi nell’Organizzazione, nel viaggio dell’autore nell’annus horribilis c’è anche Italo, il camerata frustrato che nel ’68 leggeva il Mein Kampf e non si è mai pentito. Cercherà un contatto con Enrico per informarlo di un possibile colpo di stato autoritario contro estremismi di destra e, soprattutto, di sinistra. Poi scompare; anche a destra si intensifica la scelta della latitanza, spesso sostenuta dai soliti servizi segreti. Enrico, di transito nella Spagna fascista in un viaggio verso il Portogallo che dal fascismo si è da poco liberato, intravedrà Italo per un attimo mentre si rifugia in una sede franchista, e da lui riceverà un messaggio che forse annuncia la fine di una rincorsa, diventata ormai incerta e troppo pesante, del Mein Kampf. E la fine di una vita segnata fin dalle origini.

Battaglie e amori si intrecciano nella tempesta politica e ormonale. Probabilmente Enrico sta cercando di liberarsi dalle regole e dai rituali dell’Organizzazione alla ricerca di un futuro più allegramente libertario. Il lettore dovrà aspettare il terzo romanzo della trilogia di Sullo per sapere se ce la farà.


Dare voce alla vita

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Con Noi (Bompiani, 2020) Paolo Di Stefano non solo ha scritto il suo libro forse più significativo ma anche uno dei migliori e più originali romanzi italiani contemporanei.
Già la qualifica di “romanzo”, che campeggia in copertina sotto il titolo, è in questo caso ambigua. Le quasi 600 pagine di testo infatti raccontano con precisione, a volte minuziosa, eventi reali, e cioè la storia della famiglia Di Stefano lungo lo scoscendere di quattro generazioni: nonni e genitori dell’autore e dei suoi fratelli e relativi figli. E il libro può essere letto anche come un lascito all’ ultimogenita dell’autore, Maria, che fa capolino tra le pagine e intreccia col padre brevi dialoghi di commento, spesso in un codice fantasioso e intimo.
Una famiglia difficile, di Avola, con il ramo materno dell’autore mite e affettuoso e invece i nonni paterni conflittuali col figlio Giovanni (Vannuzzo) e la nuora Corradina (Dina): in modo violento e selvaggio il nonno, don Giovanni u Crucifissu, pecoraro sciupafemmine, vittimistico e ricattatorio la nonna Mariannina. L’evocazione del privato (tende, mobilia, liquori dolciastri, amari digestivi, nocino, la grappa di genziana, oggetti ormai dimenticati, come il mangiadischi per ascoltare le fiabe) si intreccia con eventi storici (a cominciare dallo sbarco degli americani in Sicilia e i tedeschi in ritirata), con richiami cronachistici (canzoni, fumetti, rotocalchi popolari, eventi sportivi…). E poi ci sono i mutamenti del costume, la Milano degli anni Cinquanta che preparava il boom degli anni Sessanta, la povertà arcaica del Sud e usanze altrettanto remote, ma un tempo frequenti anche nelle campagne settentrionali, come quella di u Crucifissu, che in un antro di casa teneva “un bottiglione scuro con dentro un sacchetto legato al turacciolo da una cordicella: in quel sacchetto penzolante dentro il bottiglione il femminaro teneva i risparmi in banconote o monete”. Uno dei tanti tratti, questo, che a me ricordano un vecchio libro mitico per generazioni intere, Le novelle della nonna, di Emma Perodi.
Noi, allora, non è soltanto una saga famigliare. È anche l’epopea delle migrazioni interne, dal Sud verso Nord, Roma, Lodi, Milano, Mandello del Lario, Pioltello, Lugano… tappe di un esodo senza fine, come senza fine è il richiamo del ritorno ad Avola per Vannuzzu, il padre dell’autore. Storia vera, dunque, non romanzo, di persone in carne e ossa, poveri e arricchiti, succubi e prepotenti, in un mondo descritto con partecipe precisione cronachistica.

Nell’ assegnazione dei ruoli ovviamente nonni e genitori dell’autore, oltre all’evocato fratellino Claudio, morto di leucemia ancora bambino, hanno un ruolo preponderante. La straordinaria madre Dina (Dinuzza), donna bella mite premurosa e insieme fortissima, che con paziente determinatezza subisce per amore del marito la prepotenza dei suoceri riuscendo però a non farsene sopraffare e salvando l’integrità della famiglia; Vannuzzu, che dopo vari lavori più o meno precari diventa autorevole professore di lettere al liceo Cattaneo di Lugano. Colto, appassionato della cultura classica, preciso fino alla meticolosità, ma incapace di liberarsi dal giogo di Avola, del padre tiranno, dei ricatti sentimentali della madre, per tutta la vita oscillerà tra i due mondi, il Nord svizzero e il Sud mediterraneo. Ma la tensione interiore lo porterà anche a scatti di rabbia e di violenza di cui i figli saranno il primo bersaglio. Ma le pagine sulla sua vecchiaia e morte sono commoventi.

Il tutto, “messo in forma” letteraria, diventa narrazione romanzesca. Una sorta di Buddenbrook mediterraneo più che un ennesimo prodotto del new realism o della decantata autofiction (di cui peraltro è maestro Emmanuel Carrère, autore amato da Di Stefano scrittore).
In proposito, però, bisognerebbe ricordare quanto scriveva Italo Calvino in Mondo scritto e mondo non scritto: “In un certo senso, credo che sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi. Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall’ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione.” Non a caso questo passo di Calvino mi è venuto in mente leggendo, in Noi, le righe stampate in rosso, a volte a giustezza di pagina più spesso raggruppate in forma di calligrammi, che riportano, come una sorta di controcanto, le parole di Claudio, il fratellino dell’ autore morto a cinque anni di leucemia: parole tenere, fantasiose, spesso scherzose e argute, ma sempre in una tonalità elegiaca, come venissero da un mondo sospeso. Via via, man mano che si avvicina la fine, il cambio di registro diventa struggente per il lettore.
Già ne La catastròfa Di Stefano aveva evitato il rischio della documentarietà giocando sul piano linguistico con le voci e i dialetti dei superstiti di Marcinelle. È infatti scrittore troppo avvertito per ignorare che, anche senza essere postmoderni, la realtà si conosce solo attraverso l’interpretazione e che si è scrittori proprio per prendere alle spalle gli accadimenti del quotidiano e liberarli dalla loro opacità e dare un senso alle nostre vite. Qui, secondo me, fa un passo avanti: l’ apparente fragilità della parola riscatta la realtà dalla pena e dal dolore, la redime dalla pesantezza dei fatti. Come in un’ operazione alchemica, la elabora in conoscenza ed esperienza. E alla domanda, non retorica, che Di Stefano si pone (e pone ai suoi lettori): “Che cosa raccontiamo in realtà quando ci proponiamo di raccontare la nostra vita?” lo scrittore risponde con la “messa in forma” del suo vissuto. Non è un’ esibizione delle proprie busecche sulla bancarella del mercato, come temeva Cesare Garboli quando parlava di romanzi, ma la condivisione, e quindi il dono, di zone inaccessibili alla razionalizzazione. La trasformazione in destino di ciò che sembra casuale. E soprattutto una lotta contro la morte.


Una storia rimossa nella Corea del Sud

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Davvero complicata la storia della penisola coreana divisa alla fine della seconda guerra mondiale, che mise fine alla trentennale occupazione giapponese, in due Stati con confine all’altezza del 38 parallelo. La successiva guerra, a inizio anni Cinquanta, tra la Corea del Nord sotto l’influenza dell’Unione Sovietica e quella del Sud supportata dagli USA, consolidò infine la divisione tra due Stati tra loro indipendenti e contrapposti.

L’attenzione dei media è focalizzata, da tempo, particolarmente sulla Corea del Nord, guidata da Kim Jong Un, sulla carta Stato socialista ma nei fatti regime in cui non c’è spazio per democrazia reale e diritti umani, con una situazione economica fortemente segnata dalle sanzioni internazionali.

Della Corea del Sud si parla meno e per lo più ci si limita ad analisi sulla sua notevole potenza economica e sull’alto tasso di sviluppo informatico. Ma la storia della Corea del Sud è in realtà l’altra faccia della medaglia di quella del Nord ed è, in sostanza, la storia di un popolo diviso in zone d’influenza, per opposte ragioni geopolitiche, nel periodo della guerra fredda che in Europa ebbe come simbolo il Muro di Berlino.

«È vero che gli uomini sono fondamentalmente crudeli? L’esperienza della crudeltà è l’unica cosa che ci accomuna come specie?». Queste domande stanno all’interno del drammatico e intenso romanzo Atti umani di Han Kang (Adelphi, 2017), scrittrice sud coreana, già autrice di La vegetariana.

Il libro apre uno squarcio di luce sulla Corea del Sud più volte sottomessa a violente dittature militari e profondamente segnata dal massacro di Gwangju, una strage a lungo negata o minimizzata, di cui, in questi giorni, ricorre il quarantennale. Il dittatore militare Park Chung-hee, che aveva preso il potere con il golpe del 16 maggio 1961, viene assassinato il 26 novembre 1979, data che segna il passaggio sotto la dittatura di un altro generale: Chun Doo-hwan, che resterà presidente della Corea del Sud fino al 1988 e finirà poi processato e condannato a morte nel 1996, con pena capitale graziata, per le precise e gravi responsabilità del massacro di Gwangju.

All’indomani dell’ennesimo golpe nel Paese crescono le richieste di maggiore democrazia e dell’abolizione della perenne legge marziale, ed è nella città di Gwangju che la ribellione alla dittatura militare diventa generale: studenti, operai, cittadini riempiono le piazze ed è insurrezione popolare che raggiunge il culmine il 18 maggio 1980. La risposta del Potere è violentissima: l’esercito irrompe nella città con i carri armati e inizia un massacro che costerà la vita a 2000 cittadini, principalmente studenti, gettati nelle fosse comuni, e distruggerà la vita di altre migliaia di persone: in 60.000 subiranno violenze nel campo di rieducazione di Samchung.

Ripreso il controllo della situazione inizia la rappresaglia con la caccia ai “sovversivi” e centinaia di studenti e sindacalisti vengono arrestati, torturati a morte da parte di un esercito brutale che si è sviluppato in un mix micidiale costituito da rigidità e fanatismo, assorbiti durante l’occupazione giapponese, e l’efficienza statunitense che, in funzione anticomunista rispetto alla Corea del Nord, non farà mancare il suo supporto alla feroce dittatura.

Lo stile di scrittura di Han Kang, lineare e diretto, e la sua capacità, in questo romanzo, di trovare il giusto equilibrio tra la realtà dei fatti e i percorsi individuali e corali dei suoi protagonisti, rendono le pagine di Atti umani uno schiaffo continuo sul volto del lettore. Schiaffi non diversi da quelli subiti dalla giovane traduttrice Kim Eun-sook nell’ufficio di censura nel 1985, accompagnati dal pugno nello stomaco per la tragica fine del giovanissimo studente Dong-ho o per la vita spezzata di Kim Jin-su.

E la risposta alle domande poste da An Kang, forse, è proprio che gli uomini sono fondamentalmente crudeli.

 

PS: Su You tube sono reperibili alcuni video girati, nei giorni del massacro del maggio 1980, dal giornalista tedesco Jürgen Hinzpeter guidato per le strade della città dal tassista Kim Sa-bok. Il loro impegno di denuncia di quanto è accaduto è stato ricostruito nel film A taxi driver record di incassi in Corea del Sud, a dimostrazione di quanto il massacro di Gwangiu abbia segnato il Paese.


«L’accompagnatore»: Liberi di morire, liberi di vivere?

Autore:

La trama in sintesi:
“L’accompagnatore” è un romanzo dello scrittore olandese Peter Drehmanns pubblicato in Italia nel 2013 da Meridiano Zero. Leo Zonderland, proprietario di un’agenzia di viaggi, si è specializzato nell’accompagnamento dei cosiddetti “suicide tourists” da Amsterdam a Zurigo. Qui ha sede la fondazione Sententia, che offre all’umanità stanca della vita una via di scampo sottoforma di 15 grammi di pentobarbital sodico. La signora R., abbandonata dalla psichiatria, il signor M., impotente, e infine la signora W., igienista dentale inabile al lavoro. Tutti e tre hanno un appuntamento vincolante a Zurigo. Con alta professionalità, Leo Zonderland è pronto a guidarli a destinazione…

Estratto del testo:
Se ora tagli la corda quel vecchio pazzo sicuramente non saprà più cosa dire, balbetterà, per la prima volta in vita sua, resterà senza parole, finalmente. Ma già soltanto quel pensiero è severamente proibito, incomprensibile addirittura, prova di un desiderio di autonomia totalmente indecoroso. Non mi resta altro che fare da guida al signor M., in modo che sia lui, a poter tagliare la corda. Non voglio essere accusato di omissione, non potrei sopportarlo, sarebbe la fine.

Giada: Io sono un umile soccorritore, dice Zonderland, non un superbo moralista. Il suo compito è aiutare i clienti (li chiama così) a esercitare il loro diritto all’autodeterminazione, evitando ogni incidente di percorso che possa farli morire diversamente da come hanno deciso. Morire in modo asettico e senza rischi: è lecito desiderarlo? Ed è lecito aiutare qualcuno a realizzare questo desiderio? Chi sono io, chiede l’accompagnatore, per giudicare le motivazioni dei miei clienti?
Invece il desiderio (o la necessità; comunque: la scelta) di morire nella nostra società deve essere motivato. Bisogna fare di tutto per vivere, non possiamo arrenderci alla morte… Che resta, oggi, il nostro grande tabù: il cittadino non è libero di morire quando e come decide lui (mi riferisco al cittadino comunemente integrato nella società, non al migrante, al marginale, al detenuto. A questi ultimi suppongo che in molti concederebbero la libertà di farsi fuori volontariamente senza bisogno di giustificazioni). Ma non potrebbe essere altrimenti: in ultima analisi, la stessa libertà che manca nella morte manca anche nella vita; e l’una senza l’altra non si dà.

Marica: L’accompagnatore è un libro che parla proprio di libertà, e quindi anche di responsabilità. Sono d’accordo: il nostro rapporto con la morte è l’altra faccia della medaglia di quello con la vita. Per questo partirei col sottolineare che Peter Drehmanns è olandese: la sua è una riflessione avanzata, che si colloca in una società che già nel 2002 aveva, prima al mondo, una legge sull’eutanasia diretta e sul suicidio assistito, che nel 2005 ha approvato il Protocollo di Groningen e che nelle ultime statistiche registra il 4,4% dei decessi per eutanasia. È lì che l’autore si può chiedere, lontano anni luce dalla situazione italiana, se un suicidio efficiente, eseguito con metodo svizzero, sia davvero il massimo che ci possiamo concedere. Perché è vero che la morte deve essere “buona”, ma buona dovrebbe essere, prima di tutto, la vita.
I clienti di Leo Zonderland hanno una lettura dolorosamente ma anche prepotentemente soggettiva della realtà, limitata da una condizione psichica alterata. Così anche la percezione di insopportabilità di vita. Dov’è allora il giusto confine? E non è per caso che a questa follia, che è morte in-vita, si sia arrivati proprio per quell’eccesso di igiene di cui l’operato della Sententia è solo uno specchio?

Giada: In effetti, prima di poter morire i “candidati” devono dimostrare di essere in salute abbastanza da poter porre fine a una situazione che sana non è, devono apparire equilibrati e decisi, per quanto sconvolti si sentano… Ma non sono precisamente queste le richieste che dobbiamo soddisfare ogni giorno per garantirci la possibilità di stare al mondo? Dobbiamo essere capaci di occupare un posto nella società, di ottenere e mantenere un lavoro; dobbiamo farci accettare dagli altri, costruirci una famiglia, coltivare reti di relazioni. Dobbiamo stare bene, tenerci in equilibrio sui nostri personali abissi e nei dissesti che ci circondano, mostrare – almeno mostrare! – di sapere cosa vogliamo e cosa possiamo ottenere e non lasciarci sconvolgere quando far combaciare l’una cosa con l’altra si rivela impossibile. Dobbiamo essere adatti alla vita e celebrarla nonostante tutto.
Infatti a Zonderland viene rimproverato: «Non avresti dovuto spalancare le porte dell’inferno per tutta quella povera gente. Avresti dovuto indicare loro un’altra strada, fare del tuo meglio per mostrar loro il bello della vita…». Be’, io metterei da parte questa retorica della bellezza per parlare invece di responsabilità. Quella, per cominciare, di chi si oppone alla morte liberamente scelta in nome di qualche principio – la sacralità della vita, per esempio. Allora: io decido di porre fine alla mia esistenza e tu sostieni che non posso farlo? Dovresti quanto meno impegnarti a mostrarmi le alternative possibili, concrete e preferibili e aiutarmi a percorrerle.

Marica: E questo Leo non lo fa, proprio perché non vuole responsabilità. La Signorina R., tuttavia, si suicida soprattutto come «prova trionfale di fronte a tutti quei medici che non volevano prenderla sul serio». Per avere ragione insomma. «Ho dato loro per una volta un senso di vittoria» ribatte infatti Leo al rimprovero, che citavi, da parte delle sue ex fidanzate (non a caso ex). Non si tratta allora in questi casi di libertà, ma di volontà di imporre il proprio io. Un io schiacciato da una società di sole regole, incurante delle singolarità e quindi madre di singolarità ipertrofiche incuranti del noi sociale. Un cane che si morde la coda.
Leo sta nel mezzo, e regge il gioco. È probabile che non avrebbe potuto cambiare il corso di quelle vite. Ma avrebbe potuto cambiare il suo. A differenza dei clienti, è sufficientemente presente a se stesso. »But there is beauty in the darkest of things / And there’s hope in the insane» recita l’esergo. Leo vede quegli spiragli, è consapevole di ogni bivio (letterale, mentre viaggia con la sua Volvo, e metaforico), ma preferisce restare un impeccabile esecutore. «Non voglio essere accusato di omissione». Ma è proprio di omissione che si tratta, e a livello ben più sostanziale. Leo non azzarda mai una posizione, mai una mossa. Perché «i miei problemi sono iniziati quando non sono più stato messo nell’angolo». Bateson diceva «Potete portare un cavallo all’abbeveratoio, ma non potete costringerlo a bere: il bere è faccenda sua. Ma anche se ha sete, il cavallo non può bere se non lo portate all’acqua: portarcelo è faccenda vostra». Non vedo un profondo rispetto per la libertà altrui in Leo, bensì opportunismo.

Giada: Io direi, piuttosto, solitudine. E qui torno alla vita, alle condizioni che la rendono davvero possibile e desiderabile. Alla vita e a Leo Zonderland – lui sì bisognoso di soccorso. Uscito per strada, alla fine del romanzo, a pochi metri dalla stanza d’albergo cui si appresta a tornare, dalla doccia che gli toglierà di dosso «il freddo, la morte, la giornata storta», scivola nella neve. «Eccoti lì allora, un uomo che ha bisogno di aiuto, che da solo non ce la fa più, che senza l’intervento di un buon samaritano è destinato a crepare, a morire assiderato». Ciascuno ha diritto alla sua privacy… Dunque, se si vuole morire, ecco che arrivano i soccorritori a impedirlo; ma se un povero cristo scivola e si rompe le gambe, niente da fare, «dopotutto siamo in terra svizzera, ognuno deve pensare a se stesso». Proprio colui che ne ha accompagnati tanti verso la morte deve compiere il viaggio da solo, senza averlo scelto, come i suoi clienti. Perché di scelta comunque si tratta, non esattamente di libertà. Quante volte nella vita scegliamo qualcosa perché non possiamo – non abbiamo la libertà di – scegliere qualcos’altro? Ma, limitati come siamo, e senza aver potuto decidere se venire al mondo (e quando, e dove…), dovremmo pur essere liberi di decidere se, quando e come andarcene. Questa possibilità renderebbe effettiva la peraltro limitatissima sovranità che siamo in grado di esercitare su noi stessi.

Marica: Ma è proprio per questo che siamo una rete: laddove subentra il limite dell’uno, può intervenire la capacità dell’altro ad aggirarlo. Però occorre fiducia, da una parte, e generosità, dall’altra. Che implica un abbandono tout court del concetto di “’sovranità” a favore di quello di solidarietà. Non vedo né felice né funzionale una società in cui coesistano, isolate, tante monarchie assolute. È l’ambizione a questo tipo di potere che isola, generando la solitudine che dici. Anche la libertà, portata all’estremo (come accade nel libro e come qualunque principio, per quanto buono), degenera nel suo opposto. Per questo finisce per morire anche Leo, che pur non vorrebbe. La neve che lo imprigiona, col suo gelo e candore, è il morso di quella società asettica e individualista, indifferente tanto quanto lui lo è stato nei confronti dei suoi clienti. Leo si muove con lo scopo di fare bene il proprio lavoro e non per il bene di chi accompagna. Qual è la differenza dal medico che, per essere un bravo medico, non tiene conto della sofferenza e dei reali desideri del paziente?
E allora il centro dell’attenzione mi pare che debba essere la necessità di un superamento dei particolarismi nonché della Legge, intesa in senso rigido e astratto, a favore dell’humanitas, il cui bene, pur direzionato dai principi, è unicamente perseguibile secondo criteri osmotici, fluidi e al di sopra di interessi politici o di mercato fini a se stessi.


«La parete»: tra uomo, natura e società

Autore:

La trama in sintesi:
La parete è un romanzo del 1963 della scrittrice austriaca Marlen Haushofer. In esso una donna, durante una gita in montagna, rimane separata dal resto del mondo da una parete sorta misteriosamente. Con lei, solo un cane, una gatta e una mucca. Di colpo si trova costretta a organizzarsi per sopravvivere, maturando un nuovo rapporto con la natura e con se stessa.

Estratto del testo:
Dopo tutto quello che abbiamo vissuto insieme, Bella è diventata ben più di una vacca per me, una povera sorella paziente, che sopporta il suo destino con più dignità di quanto faccia io. Le auguro veramente un vitello. Prolungherebbe il tempo della mia prigionia e mi caricherebbe di nuove preoccupazioni, ma che Bella abbia il suo vitello e sia felice, e io non chiederò se ciò si accordi o meno con i miei piani.

Marica: Oggi il tema ambientale è più che mai un’urgenza, anche comunicativa. Il libro è già tutto questo, ma senza cadere nell’estremo opposto, di idealizzazione della natura, umanizzazione degli animali o auspicio a un regresso animale da parte dell’uomo. Dopo che una misteriosa parete l’ha separata dal mondo civile (che appare morto, e per sempre), la protagonista è costretta a gestire lo sconcertante divario tra l’artificiosità dei tempi e delle convenzioni sociali e la durezza dei ritmi e delle necessità naturali. Il risultato è che non poteva essere felice prima, mancandole un ancoraggio del sé, ma mi pare che non possa esserlo nemmeno ora, costretta su una montagna capace di appagare a malapena i bisogni primari, del tutto inadatta a soddisfare quelli di un soggetto pensante ed emotivamente senziente.

Giada: Inadatta, sì, ma non irreversibilmente. Davvero inadatto a rendere possibile e umana l’esistenza è il mondo dal quale la protagonista si scopre separata. Avevo solo questa piccola vita, scrive, e non me l’hanno lasciata vivere in pace. Ora la sua vita è altrove rispetto al mondo degli uomini e lei questo altrove non lo mistifica, non lo idealizza né lo maledice – una postura intellettuale e sentimentale, la sua, decisamente in minoranza nel nostro tempo, che “scopre” i temi ambientali e li affronta con i soliti strumenti, esausti ed estenuanti quanto inefficaci: sensazionalismo, ipertrofia della comunicazione social, divinizzazione di singoli individui che, nonostante il coraggio e la ragione, sono insufficienti alla salvezza del pianeta.
La protagonista cerca piuttosto, nella natura che la circonda e la separa, di conservare la propria umanità, mai rinunciando ad essa. Proprio per questo comincia a scrivere e a interrogarsi sul gesto dello sconosciuto che compare verso la fine e, unica presenza umana oltre alla sua, potrebbe esserle compagno nella nuova vita ma, al contrario, appare un nemico, residuo rappresentante del mondo “civile” al quale lei non tornerà. Non trova risposta alle proprie domande, ma si interroga comunque. Non si aspetta il lieto fine, non si aspetta nulla: è aperta a tutto.
Le circostanze della mia vita precedente, scrive, mi avevano spesso costretta a mentire; ora, qualsiasi pretesto o ragione per una menzogna erano caduti. Non vivevo più tra gli uomini. Nel bosco ha trovato il posto che le spetta: un cosmos nel quale non c’è spazio per la menzogna perché il confronto con gli elementi è diretto e non lascia possibilità di fughe. Si sopravvive oppure si muore.

Marica: Sì, questo confronto, duro ma diretto, con la natura è il primo passo per ritrovare un io più autentico, che risponde innanzitutto ai bisogni fondamentali (per intenderci, quelli alla base della piramide di Maslow), che si spoglia delle menzogne del vivere civile e che recupera il senso delle priorità. È in questa dimensione che la protagonista compie un’evoluzione: non solo conserva la sua umanità, ma direi che la scopre proprio ora, approfondendola. La vede per contrasto e la vede nella sua essenza più pura, la consapevolezza.
La gatta gioca col topo incurante della sua sofferenza, la donna sceglie invece di non uccidere la volpe che ha ucciso la gatta: «l’unica creatura in grado di agire in modo giusto o ingiusto nel bosco sono io». La selvaggina agisce per fame, la donna condivide con essa le poche castagne rimaste: «qualcosa di radicato nella mia natura mi rendeva impossibile abbandonare ciò che mi era stato affidato». Le bestie vivono nel solo presente, «senza timori e senza speranza», la donna per un futuro, pianificando e sperando. Ha quindi un ruolo diverso nel mondo, e una responsabilità diversa.
In quel vivere civile da cui giocoforza si apparta non c’erano solo le illusioni negative, ma anche quelle positive (un po’ alla Foscolo se vogliamo): l’amore, la cura, l’arte. La Piccola serenata notturna di Mozart le manca, quella della pioggia che gliela ricorda non è abbastanza. Lo sconosciuto che incontra alla fine non ha fatto tutta questa strada: nella natura si è abbrutito, distrugge indiscriminatamente e pertanto si autodistrugge. È malvagio. Forse perché anche prima, nei suoi abiti borghesi ancora lindi, la musica classica non l’aveva ascoltata che per ego. E allora il punto è che se non muta l’animo umano, nessuna rivoluzione o protesta cambierà le cose.

Giada: Infatti mancano del tutto, in questo libro, i sentimenti e i comportamenti della rivoluzione e della protesta. Mai la protagonista reagisce alla nuova condizione ribellandosi o trasformandosi nella vittima di un cosmo malvagio o di un fato avverso. Il confronto tra il presente e un passato pur non idilliaco è spesso doloroso, lei però si aggrappa alla propria lucidità, alla propria ragione, con il sostegno degli affetti animali che sono diventati la sua comunità. Certo, nella sua resilienza non c’è gioia, e amare una mucca o una gatta è più facile che amare un essere umano. Ma, scrive, nel mondo da cui ormai è separata non si consente di vivere impunemente a chi abbia troppo gusto per la vita: nella nuova condizione, isolata da ogni altro essere umano, per la prima volta, lei si sente pacificata. E, sì, d’accordo, la felicità è un’altra cosa, tuttavia la costruzione di una convivenza armonica con i propri simili per qualcuno è impossibile. L’uomo è un animale sociale? Difficile portare prove contrarie, ma forse è il caso di ampliare il senso che diamo alla parola società.

Marica: Si sente pacificata quando riesce a entrare in sintonia con il tempo e lo spazio della natura. Diventa allora chiaro che rispettarne l’equilibrio, cacciando per necessità e senza compromettere riproduzione e biodiversità, vuol dire sopravvivere. Ma, al contempo, non si erge a salvatrice del mondo. «Non sono il Dio delle lucertole, e nemmeno quello dei gatti. Sono uno spettatore, che farebbe meglio a non immischiarsi affatto». Resta umile. Conosce la sua giusta misura, proprio perché sull’Alpe abbandona quell’individualismo che dicevi, non essendo possibile «restare un io singolo e separato, una piccola vita cieca e caparbia, restia a inserirsi nella grande comunità».
Non credo si possa eliminare il bisogno dei propri simili. «Se siamo soli e infelici accettiamo volentieri anche l’amicizia dei nostri lontani cugini», gli animali, ma il vuoto che la donna prova quando sente il proprio volto superfluo perché «non esisteva più nessuno ad amarlo» parla chiaro: non è vezzo, ma sostanza. «Non esiste impulso più ragionevole dell’amore […]. Solo, avremmo dovuto riconoscere che si trattava della nostra unica possibilità, della nostra sola speranza in una vita migliore».
Appunto. Il significato di società va ampliato, in orizzontale, agli animali, alle piante, alla terra, ma anche in verticale: alla cultura come sviluppo consapevole e integrato di mente e corpo; all’amore come logica primaria, non conflittuale, di gestione delle relazioni; alla felicità come interdipendenza di benessere individuale e collettivo. Perché prima di dire cose ecologiche o di fare cose ecologiche, occorre essere ecologici, in sé e verso di sé.