Economia, fisco, lavoro: nulla di nuovo sotto il sole

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Come spesso accade in Italia per le cose che contano davvero, si sta parlando poco del cosiddetto “Piano nazionale di riforma” (PNR), una delle componenti fondamentali del Documento di Economia e Finanza (DEF), approvato in ritardo rispetto al calendario previsto dalle regole UE, ma importantissimo ai fini della definizione della strategia anti-crisi che il Governo dovrà presentare a settembre per accedere alle risorse finanziare che l’Europa dovrebbe mettere a disposizione.

Tutta l’attenzione mediatica, infatti, si sta concentrando in questi giorni sul cosiddetto “Decreto Semplificazioni” – il provvedimento con cui si dovrebbero sbloccare 130 opere di media e grande dimensione nel Paese –, che, nondimeno, costituisce una sorta di appendice del “Piano Nazionale di Riforma”, essendo la logica della liberalizzazione del sistema degli appalti (e di ciò che ne consegue per quanto riguarda l’ambiente e il lavoro) e quella delle grandi opere impattanti perfettamente in linea con la sua filosofia neoliberista e pro-business, solo goffamente camuffata con banali enunciazioni di principio sulla solidarietà, l’equità, l’inclusione sociale.

La prima nota dolente del documento è data dalla contraddizione tra l’esigenza di rilancio dell’economia e l’impegno, che fa seguito alle raccomandazioni di Bruxelles, di abbattere il debito pubblico con una nuova stagione di tagli alla spesa e di svendita di assets pubblici. Un piano di rientro decennale, per riportare i conti pubblici entro le soglie fissate dai Trattati. A ben vedere, un impegno folle, considerando il debito pregresso, i nuovi sforamenti del deficit fatti tra marzo e maggio (gli 80 miliardi) e i nuovi debiti che si contrarranno con il Next Generation EU e, eventualmente, con il MES. Lo chiamano “rientro”, si legge “austerità”.

Al secondo posto, tra gli obiettivi del Piano, troviamo la riforma del fisco. Una «riforma del sistema fiscale improntata all’efficienza, all’equità e alla progressività», si legge nel testo. Invero, l’ulteriore riduzione delle aliquote (siamo passati dalle 32 aliquote del 1974 alle attuali 5), per come è stata anticipata dal Governo, non potrà che favorire i redditi medio-alti. Che poi è quello che lo stesso Governo ammette, quando dice che la riforma servirà a «ridurre in particolare la pressione fiscale sui ceti medi». Un classico della cultura della destra: se si tagliano le tasse a chi ha di più, qualcosa sgocciolerà anche per i più poveri. D’altronde, per i ceti popolari, il problema non sono state mai le imposte sul reddito, ma il reddito stesso e il costo sempre più elevato dei servizi essenziali (rifiuti, acqua, luce, gas, trasporti ecc.).

Tra gli obiettivi, naturalmente, non poteva mancare la «produttività del lavoro», totem indistruttibile dell’ideologia che serve gli interessi del capitale, dietro il quale si fanno scomparire tutte le ragioni dei lavoratori in merito alle loro retribuzioni. La regoletta: il problema non è costituito dai bassi salari, ma dalla produttività del lavoro, che, proprio perché non cresce, tiene basse le retribuzioni. Eppure, la storia degli ultimi decenni, in Italia e nei Paesi più industrializzati, è stata un’altra. Si è assistito a una vistosa diminuzione della quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori, benché la produttività del lavoro sia generalmente aumentata. Insomma, i capitalisti si sono appropriati di quote crescenti del valore prodotto dal lavoro. In altri tempi, avremmo parlato di maggiore sfruttamento del lavoro vivo. Perché l’Europa raccomanda all’Italia di “investire” nella produttività? Perché su questo terreno si tutela il profitto a scapito dei salari. Dunque il tema della produttività è in assoluto un tema sbagliato? No. Se lo sviluppo tecnologico e altri miglioramenti produttivi consentono di produrre più beni a parità di ore lavorate, si potrebbe lasciare più tempo libero ai lavoratori senza colpirli nei diritti e nella retribuzione, consentendo loro anche di andare in pensione anticipatamente. Il problema è che nello schema dominante, il mantra della produttività del lavoro serve solo a tenere il sistema in un equilibrio permanente di sottoccupazione, di precarietà e di bassi salari.

E poi le imprese, attorno a cui tutto ruota e tutto bisogna far continuare a ruotare. Incentivi, sgravi, meno tasse. L’impresa crea la ricchezza, l’impresa crea il lavoro, l’impresa ci porterà via dalla crisi. Il film degli ultimi trent’anni. Beninteso, l’impresa ha la sua funzione in una economia aperta come la nostra, peraltro tutelata dalla Costituzione. Ma, se da un lato ci sono ambiti in cui l’impresa non dovrebbe entrare (scuola, università, sanità, più o meno le “autonomie separate” di cui parlava J.M. Keynes), dall’altro si possono creare le condizioni per cui lo Stato imprenditore si sostituisca all’imprenditore privato. Soprattutto in momenti di crisi, di grave difficoltà dell’economia.

Quindi il Piano è tutto sbagliato? Tra le righe si può anche rintracciare qualche intervento positivo, come ad esempio il richiamo a una qualche forma di salario minimo. Ma è la filosofia d’insieme che ci tiene inchiodati, maledettamente, a questo eterno presente. Il problema è che il Covid-19 ha messo a nudo tutte le fragilità e le ingiustizie di questo nostro Paese. Dice bene Marco Revelli che questa pandemia ha funzionato come il luminol, facendo emergere tutto quello che non vedevamo o facevamo finta di non vedere nella nostra società. Il motivo per cui in tanti chiedono, chiediamo, una svolta vera. Un vero cambiamento di paradigma, affinché dalla crisi non si esca allo stesso modo in cui ci siamo entrati.

In pratica, quello che nella testa di chi ci governa purtroppo non c’è.

Eppure, basterebbero due o tre cose per cambiare registro.

Riforma del fisco? Certamente, ripristinando la progressività delle imposte e introducendo una tassa straordinaria sui grandi patrimoni, per redistribuire verso il basso la ricchezza del Paese, oggi maggiormente concentrata nelle mani di una minoranza, che con la precedente crisi anziché rimetterci ci ha guadagnato. Si aiuterebbe l’economia con una medicina nuova: la giustizia sociale.

Produttività del lavoro? Ma certo, per redistribuire il lavoro che c’è, riducendo l’orario a parità di salario, e per crearne di nuovo.

Inclusione sociale? Una priorità, istituendo un reddito di base incondizionato senza alleggerire lo Stato sociale. Perché barattando il sussidio con la diminuzione dei servizi del welfare si farebbero piombare i cittadini nella difficile condizione di dover scegliere tra carità di Stato e salari di fame.

Il debito? Sarebbe venuto il momento di porre la questione al centro del dibattito sul futuro dell’Europa. Anziché parlare di MES, bisognerebbe costruire un’alleanza europea per modificare l’attuale architettura dell’euro. Anche sui limiti dell’attuale modello di integrazione il Covid19 ha funzionato e sta funzionando come il luminol. Ha fatto emergere con più forza l’insostenibilità di un sistema che condanna gli Stati sovrani a un’eterna dannazione nel loro rapporto perverso, rovesciato, con i mercati finanziari. E con loro i cittadini, che pagano questo rapporto perverso con meno servizi, meno occupazione, meno opportunità.

Il guaio è che dal basso, ancora, non si muove granchè…


Il vecchio mondo del “Piano Colao”

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1.

Prima di chiederci cosa c’è scritto nel cosiddetto “Piano Colao” (https://static.gedidigital.it/repubblica/pdf/2020/cronaca/schede-lavoro.pdf), dovremmo chiederci perché un Governo costituzionale abbia affidato al buio a un manager privato, coadiuvato da un team di docenti, esperti e professionisti, l’elaborazione di un piano per il rilancio dell’economia italiana, dopo la serrata imposta dalla pandemia (vedi https://volerelaluna.it/commenti/2020/04/13/coronavirus-fase-2-guai-ai-poveri/). La risposta a questo interrogativo rimanda indubbiamente al tema, ormai storico, dello svuotamento progressivo della “funzione politica” nei principali Paesi capitalistici, in nome di una presunta oggettività delle leggi che regolano l’economia. Il rapporto agonico tra politica ed economia è stato risolto nella subordinazione della prima alla seconda, rendendo maledettamente reale l’assunto marx-engelsiano secondo cui il potere statale moderno non sarebbe altro che «un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese».

Eppure, non è stato sempre così. Per più di un trentennio, nel dopoguerra, la politica, forte anche della sua legittimazione di classe, è riuscita a contendere pezzi di potere al capitale. Finché, per dirla con Mario Tronti, «la storia non ha ripreso nelle sue mani il secolo e ha espulso la politica», cosicché «il capitalismo ha riafferrato tutto intero l’esercizio della sua egemonia, con le armi proprie, strategiche, della forza economica, della potenza finanziaria, della violenza tecnologica». Non c’è altra spiegazione al fatto che, di fronte alla più grave crisi economica degli ultimi cento anni, un Governo, formalmente espressione di una volontà parlamentare, quindi in teoria “politica”, decida di appaltare a terzi, senza nemmeno dettare una qualche linea generale d’indirizzo, la definizione di una strategia di medio periodo per la ripartenza del Paese.

Probabilmente, il premier e i partiti della maggioranza non si aspettavano un documento così sfacciatamente liberista e contrario all’attuale disposizione d’animo degli italiani, sebbene, nel complesso, lo stesso Conte l’abbia definito «un buon lavoro». Ma ciò, a ben vedere, costituisce un’aggravante, la conferma che il Governo abbia del tutto abdicato alla sua funzione di indirizzo politico, in nome di una presunta “neutralità” della tecnica programmatoria.

2.

Che dice questo piano? Che la ripartenza del Paese può avvenire soltanto dando soldi e mano libera alle imprese. Una riproposizione del vecchio laissez-faire. Come ai tempi di Adam Smith, come se due secoli fossero passati invano, la convinzione è che il perseguimento dell’interesse personale costituisca la fonte del bene comune. «Non è dalla benevolenza del fornaio o del birraio che dobbiamo aspettarci il nostro desinare […], ma dal loro egoismo», scriveva l’economista inglese nella sua Wealth of Nation. Lasciar fare, quindi.

Anzitutto il datore di lavoro non deve avere alcuna responsabilità, sul piano penale, nel caso che un suo dipendente si ammali di Covid-19, né dev’essere obbligato a stabilizzare i lavoratori precari dopo un certo periodo di tempo, come la legge vigente prevede. Piuttosto, deve avere la possibilità di vedersi condonate le sue pendenze col fisco e ricevere un premio, sotto forma di sgravi ed incentivi, dichiarando di avere lavoratori in nero o soldi nascosti all’estero. Poi, ovviamente, saranno ancora le esportazioni a trainare la ripresa, giocando sul costo del lavoro e il contenimento della domanda interna. E, naturalmente, le solite grandi opere e regole “semplificate” per gli appalti, ampliamento della gestione privata dei beni culturali, competizione tra le università per l’accaparramento di fondi sia pubblici che privati, sponsor privati per le scuole e campagne di crowdfunding per «adottare una classe».

Un manifesto della scuola di Chicago con quarant’anni di ritardo, che per le fasce più deboli e vulnerabili della società prevede i «presìdi di welfare di prossimità», una sorta di Caritas istituzionale gestita dai comuni, e l’assistenza psicologica, trattando la povertà come malattia.

Ma la cosa che colpisce di più in questo documento è l’assenza, tra i sei assi strategici individuati, di un asse specifico relativo alla sanità pubblica e al diritto universale alla salute, nonostante i problemi strutturali riscontrati nel comparto in questi mesi di emergenza e l’evidenza dei danni che le concessioni al privato e i tagli alle risorse hanno arrecato negli anni al sistema sanitario nazionale. Di sanità si parla soltanto nel capitolo intitolato «Individui e famiglie», ma sempre dal lato della salute mentale, della dipendenza, del disagio, delle devianze.

Lo Stato non scompare in questo modello di riorganizzazione della società e dell’economia, ma si limita ad apparecchiare la tavola agli attori privati, all’impresa, al capitale finanziario, preoccupandosi, dal suo canto, di gestire “sanitariamente” il disagio sociale ed eventuali conflitti derivanti dall’aggravarsi, complice la grave recessione in atto, delle condizioni di deprivazione materiale per milioni di persone. Una narrazione distopica, purtroppo, che contrasta volgarmente con le aspettative di larga parte della popolazione, di chi è costretto a lavorare per sopravvivere, di tutti coloro che ancora adesso pagano il prezzo dell’altra crisi, quella del 2008-2011, dalla quale, a dire il vero, non siamo mai pienamente usciti.

3.

Appare perfino banale ricordare che oggi servirebbe altro. Su tutto, l’uso della spesa pubblica per creare lavoro e reddito, una rifondazione del welfare su basi universalistiche, una politica di redistribuzione della ricchezza attraverso la leva della progressività fiscale e della tassazione sui grandi patrimoni, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Se è vero, come è vero, che la disuguaglianza «indebolisce l’economia, danneggia la democrazia e divide la società» ‒ per usare le parole del Premio Nobel Joseph Stiglitz ‒ proprio l’investimento nell’uguaglianza dei produttori e, più in generale, dei cittadini, sarebbe la risposta più efficace alla grave crisi nella quale ci siamo infilati. Perché la forte disparità di reddito «erode la performance economica, riducendo la domanda e facendo salire l’instabilità».

Ma chi può, oggi, nel nostro Paese, farsi carico di una simile istanza? La fine (o la residualità) delle organizzazioni politiche del movimento operaio è una delle concause dell’arretramento della politica a vantaggio del capitale. In Italia, più che altrove. L’unica forza ancora in piedi che potrebbe rianimare il conflitto e contrapporre alla “soluzione del capitale” una soluzione alternativa, calibrata sugli interessi dei lavoratori, dei precari, dei ceti popolari, è il sindacato. Che però, almeno fino a questo momento, si sta mostrando balbettante ed eccessivamente compatibilista. A meno che, la crisi, com’è accaduto anche nel recente passato in alcuni Paesi, non si faccia levatrice di un nuovo progetto politico di alternativa con basi di massa. Ciò che, per il momento, non si intravede nemmeno lontanamente.