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A che serve un “sindaco d’Italia”?

Si dice “democrazia decidente” ma si pensa a una svolta conservatrice e autoritaria. È questo che sta dietro all’evocazione di un presidente investito con elezione diretta, di un “sindaco d’Italia”, di una sorta di capo azienda. Infatti i primi decenni dell’Italia repubblicana, ricchi di riforme profonde e incisive, sono lì a dimostrare che non esiste alcun nesso necessario tra stabilità dei Governi e processi riformatori.

L’autorevolezza perduta del Parlamento (a margine del bis di Mattarella)

La rielezione di Mattarella, dopo quella di Napolitano, induce ad alcune riflessioni. Certo un doppio mandato presidenziale (potenzialmente di complessivi 14 anni) non è tranquillizzante, ma il vero problema è la perdita di centralità di chi elegge il presidente, cioè del Parlamento. A ripristinare quella centralità perduta dovrebbero essere dedicate le prossime riforme.

Draghi è il garante della società che non vogliamo

Contrastare l’attuale modello di società passa per l’opposizione al Governo Draghi, che vuole “ammodernare il sistema” ma lasciarne inalterati gli equilibri. Ciò che occorre è, invece, un fisco ridistributivo, un piano di assunzioni pubbliche, la riduzione della precarietà lavorativa, il rilancio del pubblico in settori strategici, una sanità pubblica e gratuita, un vero reddito di base. Un programma, non un’utopia.