“Salviamo il Servizio Sanitario Nazionale”. Un appello di medici e scienziati

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Dal 1978, data della sua fondazione, al 2019 il SSN in Italia ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita (da 73,8 a 83,6 anni) tra i Paesi ad alto reddito. Ma oggi i dati dimostrano che il sistema è in crisi: arretramento di alcuni indicatori di salute, difficoltà crescente di accesso ai percorsi di diagnosi e cura, aumento delle diseguaglianze regionali e sociali.

Questo accade perché i costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica, hanno reso fortemente sottofinanziato il SSN, al quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del PIL (meno di vent’anni fa).

Il pubblico garantisce ancora a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri per acuzie), mentre per il resto (visite specialistiche, diagnostica, piccola chirurgia) il pubblico arretra, e i cittadini sono costretti a rinviare gli interventi o indotti a ricorrere al privato. Progredire su questa china, oltre che in contrasto con l’Art.32 della Costituzione, ci spinge verso il modello USA, terribilmente più oneroso (spesa complessiva più che tripla rispetto all’Italia) e meno efficace (aspettativa di vita inferiore di sei anni). La spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute.

È dunque necessario un piano straordinario di finanziamento del SSN e specifiche risorse devono essere destinate a rimuovere gli squilibri territoriali. La allocazione di risorse deve essere accompagnata da efficienza nel loro utilizzo e appropriatezza nell’uso a livello diagnostico e terapeutico, in quanto fondamentali per la sostenibilità del sistema. Ancora, l’SSN deve recuperare il suo ruolo di luogo di ricerca e innovazione al servizio della salute.

Parte delle nuove risorse deve essere impiegata per intervenire in profondità sull’edilizia sanitaria, in un Paese dove due ospedali su tre hanno più di 50 anni, e uno su tre è stato costruito prima del 1940.

Ma il grande patrimonio del SSN è il suo personale: una sofisticata apparecchiatura si installa in un paio d’anni, ma molti di più ne occorrono per disporre di professionisti sanitari competenti, che continuano a formarsi e aggiornarsi lungo tutta la vita lavorativa. Nell’attuale scenario di crisi del sistema, e di fronte a cittadini/pazienti sempre più insoddisfatti, è inevitabile che gli operatori siano sottoposti a una pressione insostenibile che si traduce in una fuga dal pubblico, soprattutto dai luoghi di maggior tensione, come l’area dell’urgenza. È evidente che le retribuzioni debbano essere adeguate, ma è indispensabile affrontare temi come la valorizzazione degli operatori, la loro tutela e la garanzia di condizioni di lavoro sostenibili. Particolarmente grave è inoltre la carenza di infermieri (in numero ampiamente inferiore alla media europea).

Da decenni si parla di continuità assistenziale (ospedale-territorio-domicilio e viceversa), ma i progressi in questa direzione sono timidi. Oggi il problema non è più procrastinabile: tra 25 anni quasi due italiani su cinque avranno più di 65 anni (molti di loro affetti da almeno una patologia cronica) e il sistema, già oggi in grave difficoltà, non sarà in grado di assisterli.

La spesa per la prevenzione in Italia è da sempre al di sotto di quanto programmato, il che spiega in parte gli insufficienti tassi di adesione ai programmi di screening oncologico che si registrano in quasi tutta Italia. Ma ancora più evidente è il divario riguardante la prevenzione primaria; basta un dato: abbiamo una delle percentuali più alte in Europa di bambini sovrappeso o addirittura obesi, e questo è legato sia a un cambiamento – preoccupante – delle abitudini alimentari sia alla scarsa propensione degli italiani all’attività fisica. Molto va investito, in modo strategico, nella cultura della prevenzione (individuale e collettiva) e nella consapevolezza delle opportunità ma anche dei limiti della medicina moderna.

Molto, quindi, si può e si deve fare sul piano organizzativo, ma la vera emergenza è adeguare il finanziamento del SSN agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del PIL), ed è urgente e indispensabile, perché un SSN che funziona non solo tutela la salute ma contribuisce anche alla coesione sociale.

Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone, Paolo Vineis


Non c’è più tempo. La sinistra tra vecchi preconcetti e nuove urgenze

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La cultura di sinistra ha storicamente coltivato una solida fiducia nel futuro, convinta che il trascorrere del tempo fosse un fattore favorevole al conseguimento dei propri obiettivi. Se prendiamo, come riferimento ideale, il pensiero marxista-leninista relativo alla “fase più elevata del comunismo”, ne troviamo la conferma.

Lenin scrive che si può «parlare unicamente dell’inevitabile estinzione dello Stato, sottolineando la durata di questo processo […] lasciando assolutamente in sospeso la questione del momento in cui avverrà e delle forme concrete che questa estinzione assumerà». Prefigurando la sintesi finale tra la dittatura del proletariato, il pensiero socialista e quello anarchico, Lenin sostiene che «lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: “Da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch’essi lavoreranno volontariamente, secondo le loro capacità». Troviamo qui la fiducia non soltanto nell’inarrestabile marcia del proletariato, ma anche nell’incremento della produttività del lavoro, nella quantità dei prodotti che saranno disponibili per soddisfare i bisogni di tutti e nell’applicazione pienamente condivisa delle regole di convivenza sociale. Si tratta di affermazioni che vanno collocate storicamente, sottolineando però che, nel pensiero di sinistra, questa fiducia nel futuro e nell’espansione delle conquiste umane ha continuato a essere prevalente, mentre la consapevolezza del “mondo finito” (nel senso di delimitato) che cominciò a farsi strada dagli anni Settanta, è stata considerata con sospetto, se non del tutto rifiutata. Territori e mari da far fruttare, progresso scientifico e tecnico, insieme alla crescita delle produzioni e della disponibilità di beni, sembravano, ancora pochi anni fa, la garanzia per il raggiungimento generalizzato del bene comune.

La situazione odierna, profondamente mutata, appare tanto più paradossale e drammatica se consideriamo che effettivamente la scienza e le tecnologie di cui disponiamo, insieme alla maturazione dei sistemi di diritto democratici, potrebbero permettere all’umanità intera di convivere pacificamente, godendo di un benessere diffuso. Invece ci avviciniamo al punto di non ritorno: ogni giorno squillano intorno a noi campanelli d’allarme sempre più insistenti e minacciosi. L’ombra nera del capitalismo distruttivo si estende su tutto, aggredendo ambiente e risorse, diffondendo forme di sfruttamento estreme, condizionando le menti e le aspettative, riproponendo forme di governo autoritario e di controllo che si ritenevano superate. Il futuro stesso è a rischio. Siamo passati da prima o poi a prima o mai più. Questo radicale mutamento di prospettiva richiede la presa di distanza da ogni tipo di preconcetto e fede, a favore di un solido laicismo, che permetta di analizzare rapidamente i fatti, prendere decisioni, ottenere risultati, pur senza mai perdere di vista i principi fondanti dell’essere di sinistra. Molte volte, in passato, si sono adottate posizioni determinate semplicemente dalla presunta necessità di contrapporsi a quanto veniva affermato dai nostri avversari, senza nemmeno chiedersi se, con gli opportuni adattamenti, ne poteva sortire qualche buona idea.

Tra i problemi di enorme entità che abbiamo davanti, alcuni si presentano con elementi contraddittori (o quanto meno contrapposti) e perciò di difficile soluzione. Mi limito a qualche esempio, con la speranza di stimolare i necessari approfondimenti.

Quello dei limiti dello sviluppo è forse il tema più complesso, sul quale la Sinistra si è mossa con ritardo ed esitazione. Nel rapporto, commissionato dal Club di Roma e pubblicato nel 1972, si incominciò a mettere in relazione il tasso di crescita della popolazione con l’industrializzazione e lo sfruttamento delle risorse; la cosiddetta “bomba demografica” diventò un argomento di interesse generale, con le conseguenti riflessioni sui possibili interventi per il controllo delle nascite. Opponendosi, giustamente, a interventi coercitivi, la Sinistra europea sostenne che il rallentamento della crescita demografica sarebbe stato il risultato del raggiungimento generalizzato di livelli superiori di benessere, come in effetti è successo nei nostri Paesi ricchi. Non si tenne però conto del fatto che la diffusione del benessere materiale nei Paesi emergenti si traduce essenzialmente in un forte aumento dei consumi pro-capite: dunque la popolazione mondiale, cresciuta di tre volte rispetto agli anni Cinquanta del secolo scorso, consuma complessivamente dieci o forse venti volte di più. Nei Paesi di recente industrializzazione, la globalizzazione sfrenata non ha portato vero benessere, ma piuttosto l’adozione, improvvisa e acritica, dei modelli di consumo occidentali. Anche le religioni più diffuse (cristianesimo, islam, induismo), attraverso le loro strutture di potere temporale o le loro derivazioni settarie, hanno contrastato ogni forma di controllo delle nascite, sovrapponendosi a culture e tradizioni profondamente maschiliste, che assegnano alle donne, come compito principale, quello di procreare. Così oggi ci troviamo di fronte a una pressione demografica molto forte nei Paesi poveri, dove la popolazione continua a crescere, mentre avanzano la desertificazione e la rapina ambientale. Solo gli inguaribili ottimisti possono immaginare che sia gestibile in modo democratico un mondo popolato da una popolazione ancora in sensibile crescita, ma con risorse naturali sempre più limitate. Come si può reagire, da sinistra? Con una lotta senza quartiere per i diritti all’autodeterminazione da parte delle donne e per il diritto dei nuovi nati alla prospettiva di una vita degna di essere vissuta. Quindi lotta generalizzata ed enorme impegno per la salute e l’istruzione nei Paesi meno sviluppati, contro ogni pregiudizio religioso e maschilista, che considera una prova di virilità il mettere al mondo molti figli. E basta con gli allarmismi per “l’inverno demografico” nei Paesi ricchi, dove i giovani senza prospettive preferiscono non scommettere sull’allargamento delle proprie famiglie. Serve un femminismo internazionale e combattivo, concentrato sui problemi veri, anziché sulle quisquilie linguistiche, che trovano tanto spazio sui nostri media.

Le teorie della decrescita felice sono state, da gran parte della Sinistra, guardate con ostilità. Chi mostrava qualche tiepido interesse, finiva per ammettere che l’idea, quella sì, aveva qualche fondamento, ma la scelta del nome era del tutto inopportuna. «Come facciamo a dire agli operai e a tutti gli sfruttati che il modello di benessere a cui aspirano è un miraggio irrealistico? Come facciamo a dire che, con la decrescita, serviranno meno fabbriche e meno posti di lavoro?». Per come si stanno evolvendo le cose, oggi si incomincia a dire, con una battuta fin troppo facile, che quella che abbiamo di fronte è la prospettiva della decrescita infelice, del tutto subìta, anziché gestita per tempo. E chi pagherà questa decrescita? Non occorre grande immaginazione per prevedere che i ricchi sapranno difendere i propri privilegi, a scapito di masse sempre più ampie di esclusi. Chiamiamolo come vogliamo, ma il tema di un profondo mutamento dei modelli di consumo, dei valori condivisibili e dei criteri di convivenza tra di noi e con la natura, è ineludibile e urgente. È qualcosa che va ben oltre l’aggiornamento delle fabbriche di automobili, che invece dei motori a scoppio possono montare quelli elettrici. È qualcosa di molto più radicale del “green new deal”, proposto, per lo più, con insidiosa ipocrisia. Se la Sinistra non saprà fare propria una proposta convincente e un’idea rivoluzionaria del futuro possibile, sarà la sua decrescita a proseguire inarrestabile.

Aiutiamoli a casa loro” è stata un’affermazione sostenuta dalle nostre destre in modo falso e strumentale, perché serviva semplicemente a giustificare il rifiuto all’ingresso di migranti nel nostro Paese. Ma se l’aiuto a casa loro, coordinato a livello europeo, iniziasse dal cessare la rapina infinita di risorse e il sostegno a regimi corrotti e dittatoriali, forse parleremmo di interventi concreti. Se partecipassimo a contrastare la desertificazione, dovuta al cambiamento climatico di cui sono responsabili i Paesi ricchi, forse eviteremmo di peggiorare ancora le condizioni di vita di intere popolazioni. Se dessimo vita a un “esercito della pace”, composto da giovani (e, perché no, da pensionati ancora in gamba), in grado di condividere sul campo programmi per la diffusione della cultura, della salute e delle applicazioni tecnologiche effettivamente utili, forse contribuiremmo ad abbattere muri di diffidenza e di razzismo. Per realizzare tutto ciò occorrono grandi risorse economiche, ma probabilmente meno di quelle che i nostri governi sono disposti a spendere per contrastare l’immigrazione, anche con azioni delittuose.

L’inefficienza del settore pubblico è un argomento che piace molto ai liberisti, soprattutto per sostenere che “privato è meglio”. Ma rendere l’amministrazione e i servizi pubblici efficienti, con un rapporto di reciproca fiducia tra cittadini e Stato, dovrebbe essere in cima agli obiettivi della Sinistra. Come si può, infatti, sostenere il primato nella gestione dell’economia e delle relazioni sociali, se non con un apparato pubblico di alto livello? Pur lasciando al privato la libertà di iniziativa, il settore pubblico dovrebbe essere in grado di orientare e controllare, con piena efficienza e imparzialità. Questo comporta anche la necessità di intervenire nei confronti di chi crede di aver trovato nell’impiego pubblico una posizione di comodo, incurante di doveri e finalità del proprio lavoro. Purtroppo, la Sinistra non è stata, molte volte, abbastanza chiara su questi argomenti. Un atteggiamento sindacale troppo accondiscendente ha finito per difendere anche fannulloni e scorretti, senza creare una netta distinzione con coloro (per fortuna numerosi) che svolgono al meglio il proprio compito. La presenza prevalente, nelle fila delle organizzazioni di sinistra, di dipendenti pubblici, che hanno preso il posto degli operai, ha dato luogo a posizioni sconfinanti in atteggiamenti corporativi.

Questi sono esempi tesi a sostenere che abbiamo bisogno di un grande impegno di pensiero, alla ricerca di elementi concreti per ridefinire le nostre linee guida, riconoscendone l’urgenza: è ora di tornare a parlare di rivoluzione. Nella prefazione all’edizione italiana del Rapporto sui dilemmi dell’umanità, Aurelio Peccei, cofondatore del Club di Roma, cinquant’anni fa scriveva, tra l’altro: «Non dobbiamo illuderci. Senza una forte ventata di opinione pubblica mondiale, […] la classe politica continuerà in ogni paese a restare in ritardo sui tempi, prigioniera del corto termine e d’interessi settoriali o locali, e le istituzioni politiche, già attualmente sclerotiche, inadeguate e ciò nonpertanto tendenti a perpetuarsi, finiranno per soccombere. Ciò renderà inevitabile il momento rivoluzionario come unica soluzione per la trasformazione della società umana, affinché essa riprenda un assetto di equilibrio interno ed esterno atto ad assicurarne la sopravvivenza in base alle nuove realtà che gli uomini stessi hanno creato nel loro mondo. […] Non solo potremo sperare di correggere il corso degli eventi per evitare il peggio che già si profila per un non lontano futuro, ma potremo forse gettare le basi di una nuova grande avventura dell’uomo, la prima a dimensioni planetarie, quali le sue conoscenze e i suoi mezzi tecnico-scientifici oggidì non solo permettono, ma ormai impongono».


Il prezzo del lavoro e della salute

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La salute non ha prezzo. In questi ultimi anni non ha prezzo neanche il lavoro. Per il fatto che il lavoro, profondamente cambiato da manifatturiero (sempre più robotizzato) a relazionale, immateriale, di servizio alla persona (non standardizzabile e, quindi, non robotizzabile) non consente al capitale di ragionare in termini di produttività, cioè di bulloni prodotti nell’unità di tempo. Il capitale, brutalmente, ragiona in termini di “tasso di profitto”. Nel tasso di profitto non sono compresi termini come “condizioni favorevoli, benessere sociale e ambientale, paesaggio, cultura, salute interesse della collettività, lavoro diritto fondante, prevenzione primaria”, che, invece, sono parole cardine della nostra Costituzione. Sempre più persone toccano con mano che il lavoro spesso non consente di avere un reddito dignitoso. Che la salute non coincide con la sanità. In particolare – aggiungo con amarezza – in quelle regioni (pandemia docet) dove la sanità è stata maggiormente privatizzata, a spese della sanità pubblica. Su questo quadro si sono inseriti il perdurare della pandemia e il lento scivolamento complessivo verso la “guerra grande”. Appare evidente che, nel prossimo futuro, il mondo cambierà rispetto alla narrazione a senso unico degli ultimi trent’anni.

Mi astengo da considerazioni geopolitiche, qui fuori luogo. Ma la sanità dovrà ridiventare pubblica (bene comune) e il tempo di lavoro, a parità di salario, dovrà ridursi. Già vediamo i sacerdoti del turbo capitalismo, annidati nei giornaloni, nelle televisioni, nelle Università, che porranno la fatidica domanda: «Con quali soldi?». Brutalmente: andandoli a scovare dove si nascondono. «Ma questo alimenterà il conflitto sociale! Anzi “l’odio di classe!”». Cos’altro ci dice il programma di larga parte dello schieramento politico? Un “Vaffa Day delle Élite”, come titola, in modo appropriato, l’ultimo numero di FQ Millennium. In conclusione una serie di fatti ci indicano che, nei prossimi tempi, stante la situazione attuale, aumenterà il rischio, cioè la probabilità, di conflittualità sociale e alta dovrà essere la vigilanza nei confronti di una degenerazione violenta indotta da provocazioni che, abbastanza frequentemente, saranno studiate e calibrate a tavolino. I ventenni degli anni Settanta del secolo scorso lo ricordano bene.

La risposta ai sacerdoti del turbo capitalismo sta, anche, nella matita elettorale. Se si vuole uscire dall’inganno della “crescita infinita” dovranno essere premiate le forze politiche (poche, spesso marginali, comunque osteggiate dai sacerdoti di cui sopra) che sostengono la sanità pubblica, la scuola pubblica, l’acqua pubblica, la riduzione dell’orario di lavoro, le fonti di energia rinnovabili vere (non il nucleare “pulito”), il cambiamento di modello di sviluppo vero (non consumare per produrre, bensì produrre ciò che di materiale e immateriale effettivamente serve alle persone). Basta con la salute intesa come quantità di prestazioni sanitarie spesso inappropriate. Basta con l’energia da fonti fossili o da nucleare di nuova generazione. Basta con la cultura come prodotto di consumo ad uso di chi può pagarselo.

Ma la soluzione non sta solo nella cabina elettorale. Sta nella lotta per dare un chiaro segnale di inversione di rotta. A quelli che ci dicono che dobbiamo essere resilienti, cioè sopportare la situazione così com’è, dobbiamo far capire che siamo resistenti, cioè che la situazione com’è oggi non va bene. Per cambiare ci vorranno tempi medio lunghi. Ne abbiamo il tempo? Fondamentale, comunque, è modificare la percezione complessiva di senso e direzione. Non più verso il baratro sociale, economico e ambientale che ci propongono in cambio della nostra “resilienza”. Bensì verso la maggiore cura dell’unico pianeta che abbiamo e, come conseguenza diretta, degli interessi vitali della stragrande maggioranza, cioè nostri. Questo cambio di percezione migliora la nostra salute (benessere fisico, psichico, sociale), certamente più della sanità privata.


Quando la concorrenza è contro la Costituzione

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Numerosi enti locali (fra i quali, da ultimo, il 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, il comune di Roma Capitale) hanno adottato mozioni in opposizione all’articolo 6 del disegno di legge sulla concorrenza (A.S. 2469, Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2021). Attraverso la campagna per lo stralcio dell’art. 6 passa lo scontro tra due visioni del mondo: da un lato la prospettiva, che ha la sua trascrizione giuridica nella Costituzione, che pone al centro la persona inserita in una rete di relazioni, la dignità, i diritti, la partecipazione, la solidarietà; dall’altro, la «lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere» (Gallino). L’orizzonte del disegno di legge, che costituisce una riforma “abilitante” del Piano nazionale di ripresa e resilienza, è ordoliberale: innanzitutto vengono il privato, l’impresa, gli investimenti (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/11/12/il-disegno-di-legge-concorrenza-ovvero-la-festa-delle-privatizzazioni/). È dall’economia di mercato che possono discendere eventuali benefici sociali: il soggetto e l’oggetto sono l’impresa. L’art. 6 prevede una delega in materia di servizi pubblici locali, per «armonizzare la normativa nazionale», nell’intento di «ribadire, in primo luogo, il doppio fine della tutela e della promozione della concorrenza menzionato nel PNRR: quello dell’efficienza economica e quello della giustizia sociale» (così nella Relazione che accompagna il disegno di legge). Scorrendo i principi e i criteri direttivi del futuro decreto legislativo, tuttavia, a dominare è la concorrenza intesa come obiettivo autoreferenziale; obiettivo perseguito a discapito del progetto costituzionale di emancipazione e del ruolo dei Comuni (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2021/11/12/draghi-allassalto-dei-servizi-pubblici-locali/).

Il dominio della concorrenza è coerente con la Costituzione?

La «tutela della concorrenza» è esplicitamente menzionata nel testo costituzionale all’art. 117, comma 2, lett. e, e può essere ricondotta alla libertà economica di cui all’art. 41 (co. 1), ma questo non la svincola da un rapporto di necessaria conformità rispetto all’utilità sociale (art. 41, co. 2), che ne determina i limiti, in connessione con la previsione dell’attività legislativa di indirizzo e coordinamento a fini sociali (art. 41, co. 3). Nemmeno vale il richiamo all’ordinamento dell’Unione europea (nella Relazione si legge del «potenziamento delle regole pro-competitive» come «fortemente voluto dalle istituzioni dell’Unione europea»): a) se si considera la disciplina in tema di servizi di interesse economico generale, essa non contempla un obbligo generalizzato di liberalizzazione; b) se, andando alle radici, si cita l’inserimento fra gli obiettivi dell’Unione (art. 3.3 TUE) dell’«economia sociale di mercato fortemente competitiva», restano i limiti e gli indirizzi in senso sociale dell’economia di cui all’art. 41 Costituzione, i quali, dato il loro stretto collegamento con l’art. 3, co. 2, integrano un principio fondamentale e, quindi, un controlimite, in caso di contrasto, rispetto al diritto dell’Unione europea. Non è la concorrenza il paradigma dei rapporti fra istituzioni e imprese, o fra politica ed economia, ma sono il progetto costituzionale di emancipazione personale e sociale e il principio personalista, che pone al centro la dignità della persona. La concorrenza non necessariamente, nel perseguire l’interesse individuale alla massimizzazione del profitto, è coerente con l’utilità sociale. L’utilità sociale non è veicolata di per sé dalla concorrenza, ma piuttosto della concorrenza costituisce un limite (rafforzato dal suo legame con l’art. 3, co. 2), nell’intento di concretizzare l’eguaglianza sostanziale e liberare tutte le persone da bisogni ed ostacoli al “pieno sviluppo”.

La concorrenza – può aggiungersi – è strutturalmente una modalità competitiva, che tende a creare diseguaglianza e a incrementarla. Essa può produrre ricchezza, ovvero profitti, ma questo non implica una redistribuzione o un miglior godimento dei diritti. Rimuovere gli ostacoli alla concorrenza – in una battuta – non equivale a rimuovere «gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza.

Infine, la concorrenza, nel disegno di legge, si accompagna a una razionalizzazione e a una semplificazione, che facilmente degradano in una de-regolamentazione; basti in proposito ricordare come Tocqueville (La democrazia in America, 1835) scrivesse come il «principale merito» delle forme «è di servire di barriera fra il forte e il debole, il governante e il governato…».  

Il senso costituzionale dell’autonomia locale

Il Testo unico delle leggi sugli ordinamenti locali (D. lgs. n. 267 del 2000), dopo aver proclamato che «il comune è l’ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo» (art. 1, co. 1), stabilisce che «spettano al comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione e il territorio comunale», in particolare nei «servizi alla persona e alla comunità» (art. 13 TU). Il testo unico è coerente con gli articoli 118 (che attribuisce in via generale le funzioni amministrative ai Comuni) e 5 della Costituzione.

L’autonomia locale è inserita tra i principi fondamentali della Carta (art. 5), a sottolineare la connessione che esiste tra essa e principi quali democrazia, sovranità popolare, uguaglianza, solidarietà. L’autonomia è impregnata di tali principi e il riferimento all’unità, sempre nell’art. 5, ribadisce la sua inclusione in un comune orizzonte incardinato intorno alla dignità, ai diritti, all’emancipazione. È un’autonomia – quella costituzionale – che esprime un’idea di territorio come luogo vissuto, spazio di riconoscimento della pari dignità sociale, di esercizio dei diritti, di soddisfazione dei bisogni. Attraverso l’autonomia passano il pluralismo, la sovranità come appartenente al popolo e intrinsecamente plurale, la valorizzazione della partecipazione. La prossimità è vista come garanzia, attraverso la vicinanza e l’effettività, di concretizzazione dei diritti, in armonia e al servizio del progetto costituzionale di uguaglianza sostanziale (si ritorna all’art. 3, co. 2, Costituzione). I servizi pubblici locali sono strumento per la tutela della persona, della sua dignità, della sua emancipazione, dei suoi diritti: a questo sono finalizzati e a questo devono tendere, non al profitto, all’efficienza economica “what ever it takes” (fermo restando, peraltro, il rigetto della vulgata del “pubblico inefficiente”).

è un quadro in linea anche con quanto si legge nella Carta europea dell’autonomia locale (Strasburgo, 15 ottobre 1985): «per autonomia locale, s’intende il diritto e la capacità effettiva, per le collettività locali, di regolamentare ed amministrare […] a favore delle popolazioni, una parte importante di affari pubblici» (art. 3). «A favore delle popolazioni», ovvero in stretta connessione con la centralità della persona, l’uguaglianza, la solidarietà, nella prospettiva dei diritti; e, per inciso, lontano da pulsioni territoriali egoistiche (il pensiero è all’autonomia differenziata).

L’articolo 6 del disegno di legge sulla concorrenza si inserisce in opposizione, in distonia, rispetto a questo quadro. Da un lato, il focus è, come anticipato, sulla tutela della concorrenza e non sul servizio teso ad assicurare il godimento dei diritti (fra i quali, in primis, il «diritto umano all’acqua», come è definito nella Risoluzione del 2010 delle Nazioni Unite). L’art. 6 (co. 2, lett. a) del disegno di legge concorrenza si premura in primo luogo di precisare che l’individuazione delle «attività di interesse generale», necessarie per «assicurare la soddisfazione delle esigenze delle comunità locali», è «da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza». Dall’altro, dal complesso delle varie disposizioni dell’articolo 6 si evince un processo di privatizzazione che ha la sua apoteosi nella lettera f del comma 2, dove si prevede l’obbligo per l’ente locale di una «motivazione anticipata e qualificata per la scelta o la conferma del modello dell’autoproduzione». Il pubblico viene configurato come recessivo: per esistere deve giustificarsi. Il modello è il mercato, è il privato, è la concorrenza. Il testo è chiaro: «oltre la motivazione anticipata e qualificata», in caso di opzione per l’autoproduzione, si richiede che la relativa decisione sia trasmessa «tempestivamente» all’Autorità garante della concorrenza e del mercato e si prevede che sia soggetta a «sistemi di monitoraggio dei costi» (art. 6, co. 2, lett. g e h). Non solo: alla lett. q si prevede una «revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro, anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione della proprietà pubblica»: una perifrasi per alludere a vendita di beni pubblici e, di nuovo, privatizzazione?

Il fine perseguito non pare, come pur recita il disegno di legge, «la soddisfazione delle esigenze delle comunità locali», nella prospettiva – si può aggiungere – della rimozione degli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo della persona e alla sua effettiva partecipazione alla vita del Paese (art. 3, co. 2, Costituzione), ma quella «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali» indicata come «necessaria» nella nota lettera della Banca Centrale Europea, a firma di Draghi e Trichet, inviata al “Primo ministro” (così testualmente) il 5 agosto del 2011.

Attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici locali, si svuota l’autonomia territoriale, si restringono gli spazi di scelta politica degli enti locali, con un vulnus alla sovranità popolare, alla sua espressione plurale, alla partecipazione: non nel nome, dunque della Costituzione, ma in linea con una governance – per inciso, una brutta parola – del PNRR, top-down, locuzione quest’ultima à la page per sottolineare l’accentramento di poteri, a discapito delle autonomie territoriali, relegando i comuni in un compito di attuazione ed escludendoli dal processo decisionale. Ancora: con la privatizzazione si indebolisce il senso costituzionale di un’autonomia locale concepita in stretta connessione con la garanzia dei diritti e la concretizzazione di un progetto di emancipazione sociale, si svuota la funzione sociale dei comuni e si abbandona il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli, il cuore del progetto costituzionale. Un compito – si può annotare – che era stato difeso dai cittadini, quando con il referendum del 12-13 giugno 2011, il 95,35% dei votanti (affluenza 57.04% del corpo elettorale) si era espresso per l’abrogazione di norme che consentivano di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori economici privati. Un primo tentativo di aggirare l’esito referendario, attraverso il sostanziale ripristino della normativa abrogata, era stato respinto dalla Corte costituzionale (sentenza n. 199 del 2012); oggi ritorna l’arroganza di chi vuole stracciare la volontà popolare e neutralizzare la Costituzione sostituendola con una razionalità altra, neoliberista.

L’art. 6 del disegno di legge sulla concorrenza manifesta una volta di più la prassi di agire “come se la Costituzione non esistesse”; una prassi invero pervasiva, che dilaga nei rapporti fra gli organi costituzionali, si esprime nell’abbandono del progetto di emancipazione, nella rimozione del conflitto sociale e nell’egemonia dell’economia sulla politica. L’invito allora è a opporsi ad un disegno di legge che assume come grundnorm la competitività, per tornare alla Costituzione, a un progetto che pone al centro la persona e la sua emancipazione, per ragionare – per dirlo con Pasolini – non di sviluppo, ma di progresso.


No all’ipocrisia: proposte per la sanità nel PNRR

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Un sintetico e preciso articolo di Gianluigi Trianni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/07/come-ti-demolisco-il-sistema-sanitario-nazionale/) indica i punti di più profonda dissociazione tra le indicazioni concrete contenute nel PNRR per l’ambito salute-sanità e le affermazioni di principio che lo vorrebbero schierato, senza se senza ma, a favore dei “valori” costituzionalmente garantiti. Suggerito senza enfasi, e perciò con la chiarezza di una constatazione, il termine “ipocrisia” è evocato per qualificare questa dissociazione, che interessa trasversalmente (come una vera e propria cultura) tutti gli ambiti critici per poter considerare l’ormai mitica colonna 6 del PNRR ‒ e le altre più o meno direttamente collegate ‒ un efficace quadro di riferimento e strumento operativo per il sempre più invisibile cambio di paradigma post Covid-19 (che dovrebbe consistere nel ritrovare una sanità al servizio del diritto alla salute, inteso come diritto universale alla dignità della vita, sempre in progress, come la democrazia) e per lasciarsi alle spalle gli scenari che la pandemia ha posto in evidenza (una salute degradata a variabile marginal-clientelare di un sistema economico-politico che risponde solo a predefinite compatibilità di bilancio, sulla base di dati che prescindono dalla vita delle persone, nel silenzio-connivenza delle autorità centrali o regionali, sanitarie o meno).

Nella sua apparente indefinitezza etica il termine ipocrisia è quanto mai appropriato. Esplicita e indica un meccanismo di fondo che vorrebbe rendere digeribile la dissociazione: il travestimento-trasformazione di realtà dure in astrazioni suggestive. Il decentramento regionale diventa un passo verso “la prossimità”. La telemedicina e la digitalizzazione si presentano come realtà già presenti ed efficienti-efficaci (risolutive di tutte le assenze) per le lontananze fisiche, culturali, di età, di problemi. Il personale medico e infermieristico si immagina in stretta continuità con la dedizione eroica della pandemia, dimenticando-nascondendo la situazione di conflitto su tutto: contratti, salari, competitività tra pubblico e privato, formazione che richiede anni per colmare i vuoti. Gli investimenti sono su tecnologie ed edifici di comunità, perché le persone sono “costi”. Il privato che è parte centrale (e spesso dominante) della sanità non è neppure nominato (un eccesso di ipocrisia?), quasi fosse una brutta parola. E le popolazioni fragili (dalla salute mentale, agli anziani, ai disabili) restano nel loro limbo (con porte aperte sull’inferno…) di competenze tra pubblico, privato, terzo settore. E le promesse del PNRR sono così importanti da chiedere fiducia in stime del bilancio per la sanità (la salute non c’entra più, anche se ogni tanto la parola ricorre) che lo dichiarano, contro ogni evidenza, in aumento e in recupero, insieme alla ricerca, rispetto a quelli degli altri paesi europei.

L’ipocrisia, come cultura e metodologia, è ovviamente un problema politico generale, e non ci sono vaccini. Constatare, con più o meno dettagli, l’esistente, non può che creare una situazione di più forte dipendenza e passività. Tra le tante proposte che da più parti emergono è ragionevolmente necessario concentrarsi su alcuni snodi, culturali e di metodo, per i quali creare, politicamente, uno spazio anche nella opinione pubblica (che è la più esposta e intossicata dai due anni di dis-informazione programmata sulla pandemia). Può essere utile lavorare a due livelli: quello della trasparenza informativa e quello del “territorio” (con la sua sequela di termini suggestivi: prossimità, continuità, cura, domiciliarità, infermieri di famiglia etc.).

1.

Comincio dalla trasparenza informativa sui dati che stanno dietro le decisioni e la comprensibilità-diffusione delle informazioni. Salvo ciò che ogni tanto compare in documenti più o meno riservati, le informazioni che circolano sono sulle macro divisioni-distribuzioni dei fondi che si dichiarano disponibili per l’una o l’altra area di intervento e per le classiche macro regioni (Nord, Centro, Sud). L’invisibilità delle popolazioni che sono i soggetti e i titolari dei bisogni e degli interventi coincide con la loro inesistenza di fatto. I dati ci sono, ma sono trattati come la proprietà privata di un’azienda. Si comunica quel che serve a rendere credibile ciò che coincide con decisioni già prese: l’occultamento sistematico dei dati reali, non globali, mirati a rendere visibili le diversità di bisogni e di risposte coincide con una clandestinità che riesce a non fare entrare nella politica, e nella cultura della “gente”, nemmeno i dati ufficiali dell’Istat o di Agenas, o delle regioni o delle Strutture sanitarie. Tutta la letteratura più accreditata, medica o meno, in Europa o in Usa, sottolinea che la malattia-pandemia più pericolosa e pervasiva è la diseguaglianza, ancor più quando si fa povertà: come è possibile che l’incrocio di questi dati (che obbligherebbero a un confronto tra responsabili sanitari e civili e a un’epidemiologia che non si limita a descrivere le tante e diverse comunità) non sia considerato concretamente in nessuna pianificazione-valutazione? Un riferimento chiaro, esplicito per quanto riguarda certezze e incertezze conoscitive alla vita reale dei “soggetti di diritto” non è facoltativo. È giuridicamente obbligatorio ‒ ben più delle liturgie etiche sul “consenso informato” nelle sperimentazioni e della firma per rendere valido un contratto ‒ e deve essere esigibile, come indicatore minimo di legittimità e come strumento di informazione/alfabetizzazione sulla salute come diritto fondamentale, e sulla sanità come uno dei suoi indicatori di attribuibilità.
Una trasparenza complementare, altrettanto imprescindibile, è quella che riguarda quei capitoli della “salute” (cioè del diritto alla dignità della vita) che non hanno risposte sanitarie ma solo, e parzialmente, sociali o simili. Sono tanti, e spesso i più dolorosi e pesanti. C’è un lavoro urgente per dare visibilità specifica ‒ non marginale, non lasciata alla casualità degli “amministratori di risorse” ‒ a queste situazioni, che sono i veri indicatori del grado di lontananza dall’accesso al diritto umano all’autonomia del vivere: che corrisponde, quando il “non so” è chiaro, alla promozione-investimento in progetti di ricerca, non necessariamente sanitaria, ma abitativa, di riabilitazione, lavorativa etc. Solo così la salute diventa strumento fortemente didattico di una democrazia che investe sui più deboli. È di pochi giorni fa la ripetizione, da parte dell’OMS, che la salute mentale è un modello di fallimento delle nostre società. Ed è di tutti i giorni la richiesta, senza risposta, di una epidemiologia dell’età anziana che sia in grado di restituire a questa popolazione la priorità di attenzione e investimenti.
Un accenno, breve ma fondamentale, è necessario a un aspetto diverso di una politica di contrasto della ipocrisia. Nulla è credibile del PNRR se non si fanno passi concreti di trasparenza, con dati verificabili, sul rapporto tra pubblico e privato. La dissociazione tra le dichiarazioni di rispetto del SSN e i bilanci che vanno al privato (da parte delle istituzioni e dei singoli) è talmente grande da tradursi in un esercizio programmato per far perdere fiducia in qualsiasi cosa venga detta sui costi e la sostenibilità sanitaria. Anche qui, i dati ci sono. Più o meno affidabili, secondo le fonti, ma rimangono oggetto di dibattito (quando va bene) generale, che non permette di far entrare nella coscienza politica e culturale del paese la visione-coscienza di quanto il diritto umano alla salute è un indicatore-garante di democrazia. All’ipocrisia del PNNR, che ha alle spalle una situazione politica di cui sono note le contraddizioni, dovrebbe corrispondere una presenza molto più intensa di ricerca e di prese di posizione esplicite da parte del mondo non-sanitario della salute: costituzionalisti, economisti, terzo settore. Non è più tempo di mimare il dibattito nei talk-show, di dire si/no, o bravo/cattivo al pubblico o al privato. La sanità-salute è un’area modello per un problema che tocca allo stesso tempo i “massimi sistemi” e il quotidiano di ciascuno, delle comunità, del paese.

2.

Fin dalla prima ondata della pandemia (che aveva visto nelle RSA e nelle terapie intensive i luoghi delle morti senza fine e il simbolo dell’impotenza di un sistema sanitario non in grado di gestire la prevenzione e la medicina generale) la parola d’ordine maggiormente riassuntiva delle strategie da promuovere e adottare in un post-pandemia radicalmente innovativo è stata quella di porre in primo piano il territorio. Il PNRR sembrerebbe, a prima vista, essere la traduzione coerente di quella esigenza. Il territorio è lo scenario dove devono essere costruite le 1296 “case di salute-comunità”, dove sono previsti ospedali di primo livello, dove operano infermieri di famiglia, dove è garantita una presenza integrata medico infermieristica accessibile 24 ore per tutti i 7 giorni della settimana, dove si attivano centri di coordinamento. Tutto ciò che serve per far sì che gli obiettivi rassicuranti associati al termine territorio si realizzino soprattutto per le popolazioni fragili destinatarie anche di un monitoraggio ordinato e tempestivo dei bisogni presenti ed emergenti.
Ma la realtà con cui questi scenari promettenti devono confrontarsi è molto differente. Le risorse economiche previste nel PNRR appaiono preferenzialmente destinate alla costruzione di nuove strutture che si immaginano da distribuire per territori e popolazioni considerate come contesti omogenei, in termini di popolazioni, condizioni socioeconomiche e culturali, situazioni sanitarie con pari accessibilità e risorse. Non è così. “Comunità” è un termine astratto quando la si deve considerare in contesti urbani (centrali o marginali) o in contesti non urbani (intensamente abitati o isolati) o nelle diverse regioni. Le “case di comunità” hanno senso se vengono costruite come opportunità per ri-definire le mappe dei bisogni e delle risposte a partire da una epidemiologia locale che trasforma la “prossimità” da parola affascinante in piani precisi, flessibili, condivisi per adeguare risorse e interventi sulla base di dati concreti, da monitorare con il supporto di tecnologie informatiche che non si attivano dall’oggi al domani. In questo percorso, che ha contenuti e tempi di realizzazione molto diversi, il fattore determinante è la disponibilità di personale da formare, cui assicurare ruoli e retribuzioni con caratteristiche di stabilità che permettano loro di essere attraenti e motivanti. Tanto più quando si riconosce che la grande sfida ‒ finora affrontata, con esiti molto differenziati, in tante situazioni pilota o esemplari ‒ è quella di rendere integrabili competenze e responsabilità appartenenti ad amministrazioni (più ancora che a discipline) a tutt’oggi separate, quando non antagoniste. Basta pensare ai rapporti tra diversi ruoli e organizzazioni di medici e infermieri, di assistenti sociali, di caregiver. Nella logica top-down del PNRR queste realtà concrete sono immaginate come perfettamente funzionanti in modo collaborativo. Con un’ulteriore, e determinante, carenza-ipocrisia. Mentre alle risorse per costruire reti di “case”, di ospedali gestiti da infermieri, di centri di coordinamento informatizzati corrispondono nel PNRR capitoli di spesa, il problema del personale è sostanzialmente scoperto: anche in questo caso immaginando che le risorse arrivino da non si sa dove. E, ancora una volta, non toccando in modo concreto l’interazione, che spesso è interferenza o competizione, tra privato, pubblico, attori e competenze del terzo settore, in una logica tutta da sperimentare di “cura” (cioè di presa in carico di un modello che non è assistenziale-sanitario, ma responsabile della autonomia di vita degli individui e della comunità).
Il “territorio” definisce in questo senso una strategia di pianificazione, monitoraggio, valutazione che mirano alla realizzazione della “prossimità” con indicatori che hanno come punto di partenza la variabilità delle comunità concrete e come misura dei diritti accessibili e attribuibili la riduzione dei bisogni, soprattutto quelli inevasi delle popolazioni più fragili. Visibilità epidemiologica delle tante e diverse comunità significa confrontare il modello economico e top-down del PNRR con una logica che restituisce alle persone-comunità l’identità costituzionale di soggetti della propria salute, e non di destinatari-oggetto di interventi sanitari: comunità che si parlano, si confrontano, apprendono reciprocamente perché si sentono parte e protagonisti di un progetto, di lungo periodo, di democrazia-uguaglianza.

Un piano di sviluppo-realizzazione degli obiettivi sopra indicati è quello che manca completamente per la credibilità delle promesse del PNRR: la formulazione “trasparente”, progressiva, sperimentale di questo piano (non la definizione a tavolino di un futuro che finge di essere altro dal presente da parte di una o dell’altra autorità, come ha fatto la Regione Lombardia) è la conditio sine qua non perché l’opportunità economica del PNRR non sia la riproduzione del passato.


Dove ci porta il Piano di ripresa e resilienza?

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Abbiamo un Piano. Anzi, addirittura un Piano quinquennale (!): 2021-2026.

Forse non abbiamo riflettuto abbastanza su questo fatto. O su questo nome. E su questi tempi: già, perché in Italia, nel 2023 (se non prima) si vota. Ma i tempi del Piano sembrano indifferenti, o preminenti o soverchianti, rispetto a quelli della democrazia. Siamo passati, anche formalmente, dalla democrazia alla tecnocrazia? Non saprei dire se considerino questo passaggio un risultato acquisito, o un rischio calcolato, o un’opportunità da cogliere, quei soggetti che immaginano e forse preparano fin d’ora il ripristino di un governo Draghi dopo le elezioni politiche. Quale che ne sia l’esito.

Non confondiamo regime tecnocratico e governo tecnico. La tecnocrazia è una forma politica opposta alla democrazia, perché in essa le decisioni collettive sono (di fatto o di diritto) riservate a un ceto o un comitato di (pretesi) competenti, detentori di saperi specializzati, e sottratte all’influenza vincolante dei processi di partecipazione, come le elezioni ma non solo, attraverso cui i cittadini manifestano le proprie (differenti, divergenti, contrastanti, conflittuali) istanze alle istituzioni pubbliche. Ma non dovunque vi sia un “governo tecnico”, lì vi è un regime tecnocratico. Per un verso, ogni governo dovrebbe essere “tecnico”, nel senso che la guida dei vari ministeri preposti al perseguimento di obiettivi e funzioni stabilite dalla Costituzione dovrebbe essere affidata a soggetti competenti; mentre spesso o per lo più accade il contrario. Per altro verso, tuttavia, nessun governo, per quanto composto di competenti, è mai puramente tecnico: come organo collegiale responsabile di un programma di decisioni pubbliche, sulla base del quale ha ottenuto (in un sistema parlamentare) la fiducia delle Camere, è a suo modo sempre un governo politico. È attore di un indirizzo politico (di maggioranza) alternativo ad altri possibili nei contenuti, anche quando fosse un governo “di unità nazionale”. Una decisione tecnica è propriamente una decisione sui mezzi, su quali siano adeguati a raggiungere determinati fini. Una decisione politica è una decisione sui fini, su quali debbano essere scelti e perseguiti in alternativa ad altri. Un regime tecnocratico si regge sull’ideologia — tale è, sotto mentite spoglie di obiettività scientifica — che non si dia davvero scelta tra fini alternativi. There is no alternative.

Ma non è mai vero, non è mai così. Qualunque decisione pubblica ci porta in una certa direzione, verso un tipo di società o verso un altro. Dunque: dove ci porta il Piano? Quali sono i suoi obiettivi, i suoi fini? Sono indiscutibili o ne possiamo e dobbiamo discutere? Sono interpretabili in modo univoco? E i mezzi predisposti — i provvedimenti, le riforme — sono adeguati a raggiungerli?

La riflessione sul fatto e sul nome del Piano potrebbe anche suggerire una domanda di tutt’altro genere. Sia detto con ironia: siamo forse passati dall’economia di mercato all’economia di piano? Ma figuriamoci! Pare che l’idea — anzi, il vero piano — sia restaurare attraverso l’attuazione del Piano il dominio del mercato, del privato sul pubblico, con l’aiuto delle più ingenti risorse pubbliche. Lo dicono le stesse parole-chiave del titolo: “ripresa”, termine consueto nel discorso sui cicli del capitalismo; e “resilienza”, termine scientifico inconsueto nel discorso pubblico, anzi fastidioso neologismo mediatico, il cui significato nel nuovo contesto extra-scientifico è forse quello involontariamente rivelato dalla Presidente della Commissione europea in un improvvido commento recente, perla di ingenuità e ignoranza: quando ha citato il celebre motto del Gattopardo, «tutto deve cambiare perché tutto ritorni come prima», intendendolo come l’indicazione di una fulgida mèta, anziché la mesta enunciazione di una filosofia pessimistica della storia. Come prima? Il Piano ci riporta a come eravamo prima? In che senso, in che cosa, in che misura?

Ma che cosa dice davvero il Piano? Che cosa bolle in pentola? Insomma, di nuovo: dove ci porta il Piano?

La Scuola per la Buona Politica di Torino e Volere la luna hanno promosso un’iniziativa congiunta per aiutarci a capirlo. Abbiamo chiesto a un gruppo di studiosi di leggere le varie parti del Piano, le cosiddette “missioni”, e i documenti finora disponibili di alcune delle “riforme” ad esso collegate, per cercare di scorgere che cosa si sta preparando per il nostro futuro.

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Un’olimpiade a prova di tampone

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Nella precaria dipendenza dal virus l’Olimpiade si staglia all’orizzonte come un’Araba Fenice. Ma, secondo il Comitato Olimpico Internazionale e gli organizzatori, le manovre di avvicinamento non possono per definizione mettere in dubbio che i Giochi si faranno. Già, ma come si faranno? Sarà un evento a cui i giapponesi (basta leggere i risultati di specifici sondaggi) rinuncerebbero volentieri. Ma non si può mettere in dubbio l’indefettibile rigore istituzionale nipponico, quello che spingeva i kamikaze a sacrificarsi per la patria. Quindi l’avvenimento è percepito ormai come un inderogabile dovere nazionale. Fossimo in tutt’altra area (diciamo l’incerta Unione Europea) probabilmente già si sarebbe riscontrato un salomonico ammaina bandiera.

In ogni caso saranno Giochi a continua prova-tampone. Alcune prime importanti decisioni sono state prese. Non saranno Giochi a portata di turisti. Anzi si delinea sullo sfondo l’ipoteca di un parziale spettacolo “a porte chiuse”. Più che mai evento mediatico a dimensione virtual-televisiva. Le rappresentative dei vari Paesi eviteranno un concentramento nel Villaggio olimpico. Sarà un’Olimpiade con scarsa atmosfera comunitaria. Con un “mordi e fuggi” rispetto alle gare in programma. Gli atleti arriveranno un paio di giorni prima del proprio impegno, smaltiranno i disagi del fuso orario e ripartiranno velocemente per la propria destinazione di partenza. I giapponesi, forti del loro spirito programmatore, hanno persino previsto un Covid hotel per gli atleti positivi durante i Giochi. Sintomatici e asintomatici saranno concentrati in questo centro che vivrà di regole speciali di isolamento. Qui gli atleti saranno assistiti, curati e potranno vivere la prevista quarantena.

Un vago alone di boicottaggio e di rinunce, peraltro, già grava sull’evento. La Corea del nord ha dato forfait motivando l’annunciata assenza con motivi di sicurezza. E gli Stati Uniti, minacciando di disertare il successivo evento invernale in Cina, hanno destabilizzato ulteriormente la presunta pace (o non belligeranza) mondiale che dovrebbe essere garantita dallo sport. Che sia distensione con Biden al posto di Trump è un’equazione geopolitica tutta da dimostrare.

Intanto in Italia la sottosegretaria Vezzali, cooptata grazie a un inesistente curriculum dirigenziale (il suo top è stato, come noto, «Mi farei volentieri toccare da Berlusconi») ha annunciato che spedirà a Tokyo una squadra azzurra integralmente vaccinata. Decisione doverosa e necessaria per non creare focolai a macchia di leopardo. Meno giustificabile la diseguaglianza in atto nella squadra. Gli sportivi militari (il 70% circa dei componenti della spedizione) già vaccinati grazie a una ritenuta esigenza di protezione del tutto risibile perché, notoriamente, i campioni con le stellette non fanno servizio di caserma e sono degli agonisti privilegiati. In questo caso si possono configurare come raccomandati che “hanno saltato la fila” (per usare le parole di Draghi) rispetto ai loro colleghi civili. Ma nel campo dello sport in generale ci sono già altre diseguaglianze a regime. a livello globale. Un esempio? La squadra di basket di Bologna sta giocando un importante doppio confronto di Coppa con la squadra di Kazan: ma in casa gioca a porte chiuse e senza sostenitori mentre in Russia ha dovuto affrontare la torcida di 4.000 tifosi scatenati contro di lei.

Se il 23 luglio i Giochi potranno effettivamente svolgersi saranno i quinti consecutivi per la divina Pellegrini. E saranno un banco di prova per il Coni di Malagò, che spera di raccogliere podi soprattutto con scherma, tiro a segno, canottaggio, nuoto, lotta, forse judo; minor raccolto è previsto negli sport di squadra (la partecipazione nel basket maschile, per esempio, si scontrerà con la corazzata Serbia, per di più nella tana del lupo, a Belgrado); mentre in extremis la sedizione si arricchisce di qualche nuovo imprevedibile personaggio leader, come il pesista Pizzolato, freschissimo e poco pronosticato campione europeo.  


«Soul»

Autore:

Regia: Pete Docter, Kemp Powers
Sceneggiatura: Pete Docter, Mike Jones, Kemp Powers
Cast (voci ): Jamie Foxx, Tina Fey, Angela Bassett, Graham Norton, Daveed Diggs
Fotografia: Matt Aspbury, Ian Megibben
Montaggio: Kevin Nolting
Musiche: Trent Reznor, Atticus Ross
USA, animazione, 101 minuti

Distribuito direttamente sulla piattaforma Disney Plus, Soul, l’ultima produzione della Pixar, è un film tecnocrate ed emozionante, tanto profondo e poetico quanto calcolato nel dettaglio e che lascia il dubbio di essere il prodotto di un algoritmo.

Protagonista è un musicista jazz, costretto a insegnare in una scuola di musica per sbarcare il lunario e in attesa della grande occasione; quando questa arriva, un passo letteralmente falso lo porta tra la vita e la morte. Si ritroverà in una sorta di limbo misterioso dove le anime vengono preparate alla vita che affronteranno, e si aggrapperà a una piccola anima spaventata, insicura e incapace di affrontare il passaggio sulla terra. Il rapporto tra i due, che ‒ come tipico della Pixar ‒ diventa in qualche modo anche una riflessione sul rapporto padre (reale o improvvisato e improvviso) e figlio/a, porterà a un percorso di formazione e a prese di consapevolezza; a partire da quella ‒ altra tipicità della Pixar ‒ del valore dei sentimenti, della famiglia e di una sorta di normalità in cui tenere a bada, o adattare, le passioni e le pulsioni più profonde e meno conformiste.

La Pixar è in qualche modo la madre dell’animazione mainstream adulta (certamente non una novità assoluta, ma che innegabilmente si è diffusa e radicata in questi ultimi decenni) e della nobilitazione del genere, avvenuta in questo primo spicchio di secolo. Adatti per tematiche, storie e stili visivi a chiunque, anche andando ben oltre la dicotomia «bambini» e «genitori che accompagnano», i film della casa fondata da John Lasseter hanno saputo sia utilizzare le nuove tecniche della computer-grafica per creare meraviglie visive e immaginari mondi interiori o altrove metafisici, sia tradurre nella fluidità tipica dell’animazione tematiche profonde, drammatiche e difficili, a partire dal senso e della percezione della morte; molto spesso raggiungendo grandi o grandissimi risultati, nel filone più “classico” e narrativamente più vicino alla tipicità Disney (da Ratatouille a La ricerca di Nemo) come in quello più sperimentale e introspettivo (da almeno la prima parte di Wall-E a Inside Out, con film come Up e Coco che in qualche modo stanno nel mezzo tra queste due schematiche tendenze).

La Pixar è stata innegabilmente una protagonista assoluta del cinema, animato e non, degli ultimi 25 anni, e da lei siamo abituati ad aspettarci un mix gustoso di fantasia, estetica variopinta e affascinante, psicoanalisi, dramma, leggerezza, poesia, comicità e introspezione. Un amalgama che sulla carta non manca certamente in Soul, che ha i suoi bei momenti di meraviglia, divertimento e intensità e che è tutto tranne che un film brutto o inefficace. Soul ha però anche il sapore delle cose troppo programmate col bilancino, dei prodotti impeccabili serviti in maniera tale che, conoscendo i gusti del pubblico, non possono non piacere, e che per questi motivi alla fine lasciano un retrogusto amarognolo, la sensazione di una certa calcolata freddezza di fondo e il sospetto, anche legittimo data la stretta parentela con la Disney, che lo chef sia in realtà un algoritmo. Per dare un’idea, si può fare il paragone, con l’ennesimo buon album di un cantante o di un gruppo che ha già passato gli anni più memorabili della carriera e che va avanti col freno a mano tirato sapendo alla perfezione cosa entusiasmi i fan (e certa critica).

Così, Soul è contemporaneamente meraviglioso e prevedibile, emozionante e algido, nel suo affrontare tematiche grandiose e ostiche nella loro drammaticità, essendo in qualche modo un film sul senso della vita e un film sulla morte, alternando il grandioso impatto estetico e visivo (si vedano i viaggi del protagonista da un mondo all’altro, la rappresentazione dell’universo o lo stesso altrove in cui le aspiranti anime vengono “educate” all’imminente vita) ai momenti di introspezione e a quelli in cui dispiega tutta la carica emozionale, senza dimenticare, anche in questo caso, le parentesi umoristiche, divertenti e nella sostanza prevedibili (o meglio, organizzate in maniera prevedibile) e gli insegnamenti e la morale di fondo.

Insomma, questo terzo atto di una trilogia sui mondi e sugli “altrove” interiori (iniziata con l’avventura nella mente dello stupendo Inside Out e continuata con l’avventura nella morte dell’ottimo Coco) è un film bello, a tratti molto bello, che lascia qualche dubbio sulla genuinità di fondo, e che quindi conquista e scalda cuore e mente solo a tratti, o comunque sempre lasciando quel retrogusto fastidioso da algoritmo in cabina di regia. Può darsi anche che questa sensazione alla fine sia “poco male”, un peccato veniale, data l’innegabile resa di molti momenti e dato che «piuttosto (cioè, con l’algoritmo) che niente, è meglio piuttosto», però, soprattutto sapendo cosa ha fatto la Pixar in questi 25 anni, è comunque un peccato.


Controfinanziaria 2021

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Puntualmente, in prossimità della legge di bilancio, Sbilanciamoci! pubblica il suo Rapporto – ormai noto come “Controfinanziaria” – che quest’anno ha per titolo: «Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace, l’ambiente».

Il Rapporto esamina in dettaglio il disegno di legge di bilancio 2021 del Governo – che giudica insufficiente e carente di strategia e di coraggio – e lancia 111 proposte per un valore complessivo di quasi 36 miliardi per uscire dall’emergenza Covid-19 e imprimere un cambio di passo per la giusta ripartenza del Paese. Una manovra economica alternativa a saldo zero, articolata in sette aree chiave di analisi e intervento presentate nella scheda di sintesi in questa sequenza:

1) un fisco equo e progressivo per finanziare la ripresa. Se non ora, quando?

2) ridare centralità all’intervento pubblico e assicurare lavoro e reddito per tutti;

3) si esce dalla crisi solo investendo nella cultura e nei saperi;

4) l’emergenza Covid-19 non faccia dimenticare l’emergenza ambientale;

5) il welfare e la solidarietà come assi strategici per la ripartenza;

6) una moratoria sulle spese militari nel 2021;

7) promuovere l’economia che fa bene ai territori e alle persone che li abitano.

 

Qui il link per scaricare la scheda di sintesi

Qui il link per scaricare il testo integrale della Controfinanziaria


Calabria: «Facciamo il possibile, tra cinismo, Covid e giocolieri»

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In Calabria siamo in mano a giocolieri e la Regione è allo sfascio. Questa è la prima fotografia della Calabria oggi. E la ‘ndrangheta, non è più una organizzazione criminale ma una nuova borghesia che accumula denaro nei mercati illegali e lo investe in diversi settori, a partire dalla sanità dove la fa da padrona, costruendo e gestendo decine di cliniche private, di laboratori di analisi ecc. È la nuova classe dirigente. A Locri sono arrivati addirittura a incendiare l’ospedale pur di mettere fuori gioco il settore pubblico. Riconosco però un merito paradossale al Covid-19: aver fatto esplodere le contraddizioni. Da tempo la nostra realtà sociale e istituzionale, a livello nazionale, stava marcendo lentamente e non succedeva niente. Grazie a mister C. è esplosa: dalla privatizzazione della sanità all’insano rapporto tra Stato e Regioni, fino alle urgenti ‒ e rimosse ‒ questioni sociali.

La sanità in Calabria non funziona da più di vent’anni e per tutto questo tempo è stata trattata come una questione di ordine pubblico, un fatto criminale. Materia da carabinieri, insomma. Senza capire che c’è un problema di fondo che va al di là di questo o quel commissario, ovviamente “forestiero”, perché per alcuni i calabresi “normali” non esistono. Il fatto positivo comunque è che Gino Strada ‒ persona seria che non andava presa in giro in quel modo ‒ verrà a lavorare insieme alla Protezione civile, e offre una speranza, almeno per quanto riguarda la gestione della pandemia.

Certo, potremo forse “risolvere” il dramma del Covid-19, ma se continuiamo a porci in questo modo non risolveremo il problema più grande, e cioè lo stato della nostra sanità. Quando dico “nostra” intendo a livello nazionale, in Lombardia non sono messi meglio di noi. Hanno sì centri di eccellenza che i calabresi se li sognano, ma la medicina territoriale è scomparsa e la sanità è diventata un grande business, con alti livelli di corruzione e penetrazione delle mafie.

In provincia di Reggio Calabria questo processo è arrivato alle estreme conseguenze: hanno chiuso negli ultimi anni nove ospedali, lasciando tutto nelle mani dell’enorme struttura metropolitana dove si concentrano le prestazioni e non c’è più traccia della medicina territoriale. Ce ne stiamo accorgendo tragicamente adesso. Le fantomatiche Unità speciali di continuità assistenziale (USCA) attivate sono solo sei sulle dodici previste. Anche questo è indicativo.

Scrivo questo, amaramente, da neo vice-sindaco di Reggio Calabria, avventura inaspettata che non rientrava nei miei piani, e che ho accettato come una missione “nella propria casa”. Ho già fatto esperienze amministrative, tra le quali mi piace ricordare quella del Parco nazionale dell’Aspromonte. Mi sono sempre battuto sul piano culturale, ho sperimentato un metodo di lotta agli incendi ripreso in Italia e all’estero, ho introdotto la prima moneta locale stampata dalla Zecca dello Stato. Idee e progetti diventati patrimonio comune, al di là dell’esperienza locale.

Dopo l’esperienza fatta nella giunta Accorinti a Messina, scrissi un libro, Le città ingovernabili (Città del sole ed. 2016), che metteva a nudo le difficoltà enormi nel gestire oggi una città a causa dei tagli governativi, dei bilanci in dissesto, e quindi dei debiti ereditati che non ti consentono una normale gestione della cosa pubblica.

Rimuoviamo troppo spesso il fatto che il Governo centrale ha tagliato ai Comuni italiani 11 miliardi di euro in dieci anni, con la Corte dei conti a far quello che la Troika ha praticato nei confronti della Grecia all’epoca della crisi del debito. E quindi tagli, tasse locali al massimo, servizi scadenti e la crisi economica che morde. E la colpa di chi è? Del sindaco. E oggi abbiamo pure la pandemia, con la seconda ondata che sta stremando la popolazione. Reggio Calabria per “fortuna” ha ottenuto dal Governo 86 milioni di euro che le consentono di ridurre il debito di 300 milioni e di rateizzarlo in modo sostenibile. Ma, soprattutto, ci permettono di uscire dai diktat della Corte dei Conti, poter rimodulare le tasse locali, avere un po’ di risorse da spendere per il territorio e per le cose che dovrebbe fare un Comune.

Sono qui da venti giorni e mi sto occupando del Covid-19. Abbiamo organizzato un tavolo tecnico con gli operatori sanitari e i responsabili dei dipartimenti. Il precedente commissario nominato dal governo non ha fatto nulla, a parte le note figure da “Scherzi a parte” in televisione. Sto cercando i cosiddetti “Hotel Covid”. Ho trovato anche la voce di bilancio ad hoc con fondi europei per la lotta al Covid-19 ma mi son trovato di fronte a questa cosa cinica: la paura che il Comune risolva il tema “Hotel Covid” e liberi 30-40 posti in ospedale, mette in ombra altre istituzioni che dovrebbero farlo. In una situazione come quella che stiamo vivendo non puoi pensare se una determinata operazione ti spetta, per la delega che hai o altro, la fai e basta, Non cerchiamo le medaglie ma di risolvere un problema drammatico, quando non tragico: non ci sono posti liberi nel Grande ospedale metropolitano (GOM) unico vero ospedale di fatto su 500.000 abitanti.

Per fortuna da una parte della società reggina è arrivato un importante aiuto, volontariato, solidarietà. Ho trovato anche dodici medici volontari per le persone che chiamano in Comune. Un numero dedicato e loro, a turno, rispondono e danno indicazioni. È appena partito. C’è una parte di società responsabile, sensibile che si auto-organizza per dare servizi. Ad Arghillà, nella periferia Nord di Reggio Calabria, stiamo ristrutturando e dando vita al centro di medicina solidale in una zona di degrado pazzesco, grazie alla Fondazione Peppino Vismara e all’opera preziosa e instancabile del dottore Lino Caserta, fondatore a Pellaro, popoloso quartiere nella zona Sud della città, di un centro di medicina solidale.

Facciamo il possibile, tra cinismo, virus e giocolieri.

L’articolo è pubblicato anche su Altreconomia