Usa. Tre vittorie progressiste a confronto

Un’analisi dell’ascesa, nelle primarie di medio termine, di figure progressiste all’interno del Partito Democratico statunitense attraverso lo studio di tre casi elettorali emblematici: Minnesota, Florida e Massachusetts dove la sinistra del partito è stata capace di diversificare le proprie strategie per affermarsi contro l’ala centrista, nonostante una grande disparità di mezzi e di finanziamenti.

Stati Uniti: la necessaria svolta progressista

I candidati progressisti stanno vincendo gran parte delle primarie democratiche per le elezioni midterm. È uno scossone prodotto dalla mobilitazione di decine di migliaia di giovani e volontari, che può avviare la trasformazione del partito, spesso adagiato in difesa dello status quo. Ma già sono partite le grandi manovre per screditarli, siccome “comunisti” o “terroristi”, e per condizionare o sovvertire l’esito delle elezioni.

I balli degli iraniani e le lacrime degli antimperialisti

Ci sono iraniani progressisti che gioiscono per l’attacco al loro paese. E ci sono occidentali progressisti che si stracciano le vesti per la morte dell’ayatollah Khamenei. I progressisti, in Occidente e nel Sud del mondo, sanno che questo sistema è ingiusto ma non si oppongono perché hanno troppo da perdere e sognano interventi esterni. Ma non c’è nessun salvatore. Nessun Messia. Solo noi. E la nostra responsabilità.

Se per il consenso si truccano anche i numeri dei migranti

A quattro mesi dalla fine del 2022 risultano sbarcate sulle nostre coste 56.210 persone, meno di un terzo delle 181.436 del 2016 e la metà esatta rispetto al 2017. Eppure – siamo del resto sotto elezioni – si torna a parlare di “invasione dei migranti”. Non lo fa solo la destra: in Italia come in Europa abbracciano questa retorica anche i sedicenti progressisti, accodati alla narrativa mainstream.