La sinistra e l’Europa: se si è insieme è bene, ma se si è chiari è meglio

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Donald Trump ha ricordato recentemente agli alleati europei della Nato che negherebbe il sostegno militare in caso di attacco, ove non fossero virtuosi negli investimenti in spese militari. Non è una novità. Già Trump aveva attaccato la Nato e il suo ruolo durante il suo mandato presidenziale e la questione dell’impegno ad accrescere le spese militari al 2% del PIL è stato tema di discussione e decisione da parte della Nato.

Non è nuova neppure la reazione degli alleati: scandalo, riprovazione e, soprattutto, paura. La presa di distacco dall’Europa e dai suoi problemi da parte degli Stati Uniti è stata assunta come una catastrofe, come una prospettiva di isolamento e crescita della vulnerabilità e dell’insicurezza. E la risposta, naturalmente non poteva che essere una: impedire il distacco degli Stati Uniti dagli affari europei o, in alternativa, sostituirli. L’unica proposta è stata il rilancio dell’esercito europeo, che inevitabilmente diventerebbe, se vuole essere deterrente, anche forza nucleare. Risorse inimmaginabili verrebbero buttate nel pozzo senza fondo del sostegno alle guerre e si perderebbe ancora una volta l’occasione per cercare un nuovo ordine del mondo, una nuova regola di convivenza e collaborazione.

Non viene in mente a nessuno (e purtroppo neppure a nessuna) dei (delle) governanti europei che ciò che avviene negli USA possa essere un sintomo di fallimento della politica estera e di difesa della Nato, di una crescente sfiducia degli statunitensi nella capacità di quella politica di assicurare sicurezza e benessere. Non viene in mente a nessuno che ormai è ora di cambiare il punto di vista, lo sguardo che abbiamo sul mondo e sulle cose. Alla provocazione di Trump, dovremmo rispondere che sono le alleanze militari che devono essere messe in soffitta, che non garantiscono più né sicurezza, né tanto meno benessere e che l’Europa potrebbe difendere con molto maggiore successo la propria esistenza con la trattativa, la collaborazione, la sicurezza reciproca. Invece gli europei si stanno accingendo a ripetere l’errore compiuto all’indomani dello scioglimento del Patto di Varsavia, quando, invece di comprendere che si aveva di fronte la grande occasione per disarmarci reciprocamente, gli Usa, e l’Europa al seguito, hanno scelto la via del dominio unipolare, fondato sulla forza militare usata in tutti i teatri dl mondo. Quanti avvertimenti dovremo ancora avere per comprendere la necessità di cominciare a pensare e ad agire in modo profondamente diverso?

Nel giro di pochi anni sono diventate emergenze quotidiane del presente questioni che pensavamo estranee alla nostra “confort zone” europea. Il riscaldamento globale, con l’avvicendarsi sempre più frequente di eventi estremi, ha ormai posto davanti agli occhi di tutti la necessità di cambiare drasticamente, rapidamente e insieme in modo socialmente compatibile il nostro modo di produrre e di consumare, dall’abitare, al coltivare, al produrre, al mangiare. La pandemia di Covid 19 ha improvvisamente ricordato a tutte e tutti che nessuno può salvarsi da solo, che nessuno, a parte forse pochissimi, possiede tante ricchezze, conoscenze e opportunità per potersela cavare. La crescita dei fenomeni migratori, delle persone che sfuggono alle guerre o alle catastrofi ambientali, ma anche delle donne e degli uomini che cercano nuove opportunità di vita, ha riaperto nelle nostre società la spirale perversa della guerra tra poveri. E, infine, il ritorno terribile della guerra, della potenza militare come strumento di definizione dei rapporti di forza e di gerarchie nel mondo e nelle sue diverse aree. È tornata la guerra, non più confinata tra i poveri e i derelitti del mondo, ma in Europa, nel Mediterraneo, a un passo dalle nostre case. E se ancora non ne paghiamo il prezzo diretto di sangue e distruzione, cominciamo a risentirne gli effetti nell’aumento dei costi dell’energia, delle materie prime, nel rallentamento dei commerci e delle comunicazioni, nella crescita delle andate migratorie. Quante di queste guerre “combattute dall’occidente” abbiamo perso? Tutte. Quanto hanno migliorato queste guerre i paesi in cui le abbiamo portate? Per nulla, anzi. Abbiamo alimentato odio, nazionalismi, povertà.

Ma di tutto questo sembra che in Europa abbiamo perso cognizione. Le novità portate dalla pandemia sono state archiviate e l’utilizzo del PNRR, del debito comune è stato via via depotenziato dei suoi (pochi già in origine) aspetti innovativi. Le misure di riconversione ambientale vengono via via rinviate, allontanate nel tempo, messe in secondo piano, mentre sia l’Europa che i singoli paesi sembrano del tutto incapaci o impossibilitati ad aiutare economia, società e sistemi pubblici ad affrontare le sfide della crisi climatica e della riconversione necessaria. Il patto di stabilità, che tanto ha danneggiato le nostre società e i nostri sistemi pubblici costringendo alle politiche di austerità, di privatizzazioni e tagli, è stato ripristinato senza nessun reale ripensamento. C’è un’unica voce che non va in crisi e c’è un’unica spesa che non viene messa in discussione: quella per gli armamenti. Nessun dubbio sembra sfiorare le menti dei governanti europei. E tutte e tutti noi siamo dentro a una sorta di drammatica coazione a ripetere politiche che già hanno fatto fallimento e che stanno conducendo il mondo in una situazione di guerra diffusa, permanente e senza sbocco.

In questa situazione, la sinistra, le forze che tali ancora si definiscono sembrano, nella migliore delle ipotesi, ridotte all’afasia. Non riescono a costruire nessuna alternativa. Anzi, non ci provano neppure. Sembrano accontentarsi dei sondaggi che sembrerebbero assicurare per il prossimo Parlamento europeo maggioranze simili all’attuale, ancorché indebolite. Lo status quo, questo sembra l’unico obiettivo auspicabile e desiderabile. Così la domanda se valga la pena di andare a votare diventa inevitabile. Non a caso i sondaggi rivelano che via via che ci si avvicina la voto, paradossalmente, aumenta, invece che diminuire, la percentuale di quanti non sanno se andranno alle urne. Oltre alla domanda inquietante su chi votare nel giugno prossimo, se esisterà o meno un riferimento per chi volesse sentirsi di sinistra, ne esiste un’altra, forse ancora più preoccupante: per cosa siamo chiamati a votare alle elezioni europee? Questo secondo interrogativo è in realtà preliminare. Anzi, in una qualche misura pregiudiziale.

L’abitudine della politica italiana di considerare le elezioni europee, che, si svolgono con il metodo proporzionale e quindi non obbligano a coalizioni e alleanze, come una grande primaria per misurare forza e consenso non solo tra i partiti, ma anche tra i/le leader degli stessi movimenti, rischia, questa volta, di allontanare dalle urne anche i più fedeli praticanti del dovere del voto. Se la Comunità esiste è per rinviarle addosso le palle difficili o per invocarne principi e valori originali, ormai sbiaditi nella consapevolezza comune. Eppure non si può dire che l’Europa non sia presente, nel bene e, va detto, soprattutto nel male. L’Europa è in guerra e noi siamo in guerra con lei. Mandiamo armi all’Ucraina, costruiamo missioni militari nel Mar Rosso, subiamo di fatto la follia di Netanyahu, partecipiamo, più o meno consapevoli e convinti, alla battaglia di sopravvivenza armata di un occidente sempre meno forte economicamente e sempre meno democratico, sempre meno attrattivo.

Le piazze europee sono state attraversate da lotte e movimenti che, senza letture alternative, senza politiche pubbliche efficaci, senza cura delle compatibilità sociali, rischiano di trovare il nemico nelle politiche di riconversione ambientale. Cosa può rendere interessante il voto europeo? Cosa può portare i milioni di cittadini italiani a votare nel prossimo giugno, a partire da me? Cosa può segnalare l’inizio di un nuovo modo di pensare le nostre società e le nostre vite?

Il sistema elettorale europeo è, fortunatamente proporzionale. Possiamo votare per chi ci convince di più e non solo per chi ci dispiace di meno. Non è più sufficiente oggi, la denuncia dei mali dell’ordoliberismo. Occorre proporre un obiettivo, grande, ma praticabile e comprensibile. Un obiettivo che apra la strada a politiche diverse, liberi le risorse per un nuovo paradigma, che sostituisca la competizione, e lo sfruttamento e la rapina delle risorse, con la cura per le persone e per il nostro mondo. Credo che abbiano ragione Santoro e La Valle: quell’obiettivo è la fine della guerra in Europa e della partecipazione europea alle guerre di dominio ad alta e bassa intensità ovunque nel mondo. Se si esprimesse, se non in tutta Europa, almeno in Italia, in un voto così motivato, una parte di quel sentimento pacifista che si manifesta oggi solo nei sondaggi e nelle mobilitazioni, questo sarebbe un segnale forte. Esprimerebbe una voglia di cambiamento, una volontà di liberare le risorse impegnate nelle guerre, di avere un’Europa capace di accompagnare la società e le attività verso la riconversione ecologica, di ragionare con equità sugli accordi commerciali, di combattere la povertà e i lavori poveri e precari, di impegnare risorse nella salute, nella ricerca, nella vivibilità delle nostra città, nella costruzione di modelli diversi di produzione e consumo. Le idee ci sono. Sono le volontà che mancano. Alla fine, non è più l’unità quella che conta, per avere una lista attrattiva. Se si è insieme è bene. Ma se si è chiari, è meglio.


L’Argentina allo sbando

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La stravagante immagine del nuovo presidente argentino Javier Milei ha fatto il giro del mondo e – com’è ormai consuetudine nella società contemporanea – una serie di tratti grotteschi ne hanno definito l’estetica e, con essa, un riassunto sufficiente per sapere qualcosa di ciò che accade da queste parti. Il nuovo presidente clona quelli che chiama i suoi “figli”, che in realtà sono i suoi cani, ed afferma di fare sedute spiritiche con quello giudicato più saggio, Conan, morto anni fa. È stato ritratto da tutta la stampa occidentale con il suo strumento di campagna elettorale, una motosega. Anche il suo paragone dello Stato con un pedofilo in un asilo è rapidamente verificabile su Internet. Questi tratti lo hanno reso il nuovo e fugace personaggio che riempie alcuni momenti di intrattenimento nella stampa europea e americana. Questo non è tuttavia, di gran lunga, l’aspetto più drammatico.

L’Argentina soffre di diversi mali cronici. Il più paradigmatico è forse l’inflazione. Una forma di confisca di beni ai cittadini da parte del Governo. Ma l’inflazione non è solo un fenomeno economico. È anche un fenomeno profondamente politico che incide sulla distribuzione del reddito e della ricchezza («una misura del conflitto su chi ottiene cosa dalla produzione totale», direbbe Galbraith). L’Argentina sta attraversando da molti anni un grave processo inflazionistico, che si è rapidamente e progressivamente aggravato negli ultimi 18 mesi. Ho letto con un senso di agrodolce l’allarme dell’Istat secondo cui nei primi 7 mesi del 2023 i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati in Italia dell’11,4%. Per mettere rapidamente in prospettiva i lettori non abituati a leggere notizie dall’Argentina, nello stesso periodo l’inflazione argentina è stata del 50,6% (127% annualizzato). Ma se prendiamo gli ultimi 7 mesi, da luglio 2023 a gennaio 2024, l’inflazione cumulativa è stata del 92,8%, pari al 270% annualizzato. Questo genera incertezza e povertà per la maggior parte della popolazione.

Le ragioni dell’inflazione sono molteplici e ogni specialista ne attribuisce la responsabilità a fattori diversi. Brevemente, diremo che a contribuire a questa situazione sono l’enorme debito pubblico del Paese (che nel secondo trimestre del 2023 ammontava a 403.836 milioni di dollari nominali, pari all’88,4% del PIL argentino e che viene finanziato con l’emissione di pesos), la scarsità di credito internazionale (che causa la mancanza di valuta estera essenziale per le transazioni commerciali con l’estero) e la limitata capacità di esportazione del Paese (con gravi restrizioni alla generazione di ricchezza). La scarsa disponibilità di dollari da parte dello Stato, delle aziende e degli importatori crea difficoltà quotidiane nella vita delle persone, poiché l’incertezza permanente del grado crescente di una inflazione che si modifica a ritmi giornalieri, impedisce di fatto anche la disponibilità regolare dei beni di base, e crea una situazione di penuria crescente. Sebbene la mancanza di forniture riguardi un’ampia gamma di aspetti della vita quotidiana degli argentini, poche carenze sono più drammatiche delle forniture sanitarie di base. Il governo in carica fino all’8 dicembre 2023 ha reagito a questi problemi con politiche di controllo dei prezzi, basate su arbitrarie autorizzazioni selettive dei materiali di produzione importabili, differenze dei valori di scambio tra dollaro e pesos (ufficiali e non ufficiali) superiori al 100%, modifiche dei regolamenti statali che sono diventati progressivamente più complessi e inefficienti.

In questo contesto di angoscia, incertezza e ansia, l’8 dicembre 2023 gli argentini hanno votato per un nuovo governo. Le elezioni sono state vinte da una forza (“La Libertad Avanza” di Javier Milei) che si potrebbe definire di estrema destra e che, grazie anche al sostegno della destra più tradizionale (“Juntos por el Cambio” dell’ex presidente Macri), ha sconfitto al ballottaggio il partito peronista al potere. Il presidente Milei si definisce un anarco-capitalista con idee liberali. Tuttavia, come di solito accade con i partiti di destra in Argentina, il liberalismo è confinato alla sfera economica, mentre il conservatorismo più profondo è esercitato nella sfera politica.

In campo economico, la nuova amministrazione ha proceduto subito a eliminare ogni intervento statale sui prezzi e ha disposto una svalutazione del 100% del peso rispetto al dollaro. Questo è ciò che molti uomini d’affari e gli attuali funzionari chiamano “aggiustamento dei prezzi”. Le conseguenze immediate sono state un aumento dell’inflazione del 29% nel solo mese di dicembre. Ma alcuni prodotti essenziali, come i medicinali, dall’8 dicembre 2023 al 2 gennaio 2024 sono aumentati in media del 46%. Questo aumento è stato estremamente eterogeneo. Se si prende ad esempio un portafoglio di 370 farmaci essenziali, gli aumenti per diverse categorie di prodotti variano dal 24% al 200%, secondo criteri che non obbediscono a valori economici reali, ma a scelte assolutamente preferenziali tra le aziende farmaceutiche che li producono e li commercializzano. Dato che in Argentina (e nel mondo) il costo di produzione dei farmaci e i margini di profitto delle aziende sono del tutto sconosciuti, questo comportamento dimostra piuttosto che, lasciati alle regole del libero mercato, i farmaci sono aumentati in modo anarchico. Si può presumere che nessuna azienda perda denaro o diventi non redditizia, ma l’ampiezza della gamma di aumenti per i farmaci di base (farmaci di sintesi chimica non brevettati) è così ampia che difficilmente può essere spiegata dalle sole variabili economiche. I farmaci essenziali sono un bene anelastico. Diventa così molto probabile che la situazione del migliore accesso attuale dei farmaci dell’Argentina rispetto alla maggior parte dei Paesi della regione, non sarà più sostenibile. E per completare il quadro è bene ricordare che il nuovo presidente pensa e dichiara che «il miglior sistema sanitario possibile è un sistema sanitario privato in cui ogni argentino paga per i propri servizi».

In un Paese in cui il 40,1% della popolazione vive in povertà occorre prestare molta attenzione al monitoraggio dell’accesso ai beni di base. Il nuovo Governo sta cercando molto di più di un’economia di mercato: sta pensando, piuttosto, a una società di mercato, dove chi ha qualcosa da scambiare ne fa parte e chi non ha nulla è semplicemente espulso. Una rivista satirica si è chiesta come avrebbero reagito i mercati alla mancanza di persone…

Anche a livello politico le intenzioni sono chiare. A poche ore dal suo insediamento, il presidente Milei ha chiesto al Congresso nazionale poteri incompatibili con lo Stato di diritto. Ha inviato un ambizioso progetto di legge chiedendo di concedergli ampi poteri legislativi che costituiscono una sorta di autorizzazione legale a governare con cambiamenti radicali della legislazione senza dover passare dal Congresso. Da aggiungere la criminalizzazione della protesta, esasperando le pene per semplici blocchi stradali, e proponendo una norma per cui qualsiasi assembramento di tre o più persone in strada può essere considerato una manifestazione di cui avvisare preventivamente il Ministero degli Interni. I temi del contratto sociale argentino non sono numerosi, ma la difesa del diritto di protesta e lo smantellamento dell’apparato repressivo statale sono ben radicati.

L’Argentina deve affrontare sfide complesse. Forse quella più di fondo è la costruzione di una definizione di cittadinanza. Dalle promesse-slogan del governo precedente a quelle del governo attuale, l’Argentina vive costruendo uno dopo l’altro immaginari retorici che pretendono di sostituire la realtà. E in una società affascinata e succube di leader, sono molti quelli che credono che partecipare alla vita pubblica significhi semplicemente votare per chi fa promesse più affermative e dure di un futuro in cui tutto è sotto controllo.


Natale: «La parola avvenne nella carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (Giovanni 1,14)

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Una lettura storica sulle prospettive della chiesa cattolica non appare certo consolante. L’erosione del patrimonio culturale e sociale che portava a sentirsi parte di essa è evidente. Da un lato c’è la mancata trasmissione generazionale di un’identità sempre meno compresa; dall’altro il peso di vari scandali (in primis quello degli abusi del clero) ha creato una frattura di fiducia nei confronti di una istituzione che faceva proprio della formazione fiduciaria delle giovani generazioni uno dei suoi punti di forza. Neanche un pontificato ricco di aperture e intuizioni straordinarie sembra invertire una tendenza che non appare transitoria. È un’analisi sommaria che potrebbe elencare altro: in ultima analisi comprendendo l’ipotesi che il cristianesimo – il teismo in genere – abbia esaurito la sua spinta propulsiva nel rispondere alle esigenze dell’antropologia contemporanea. Se fino a qualche anno fa si poteva pensare che fosse il positivismo scientifico a minare i presupposti della fede, quanto constatato nella stretta contemporaneità (le contestazioni arbitrarie al pensiero medico scientifico in pandemia, per esempio) fa supporre che il pensiero religioso non sia stato sostituito da una costruzione del tutto logica delle convinzioni esistenziali. Ma ne occorrono davvero? Magari no. Non mi sembra però che rimuovere la questione della metafisica abbia prodotto serenità diffusa, fiducia nel futuro, gratificazione dalla buona qualità di vita. Se si pensa alla trascendenza solo su un piano religioso, si perde la prospettiva di un’evoluzione consapevole, che per gli esseri umani può passare solo per la dimensione della domanda difficile, della provocazione, della consapevolezza della finitudine, ma, al contempo, del valore dell’esperienza umana in quanto tale. Su tutto questo c’è molta poca analisi, la società in cui viviamo ci educa alle prospettive unidirezionali. Herbert Marcuse aveva ragione.

Un altro Natale. Ancora più spoglio di significati che non siano quelli del mercato, della convenzione artificiosa riguardo alle relazioni affettive, di modelli di vita sicuramente usurati ed inadeguati. Prevale un crescente disagio, venato dalla preoccupazione riguardo al futuro e dal senso di colpa che ci portiamo dentro. Stiamo assistendo a conflitti sempre più pervasivi, da cui niente sembra poterci esentare: inclusi quelli rappresentati dalla violenza di genere e dalla guerra suicida all’ecosistema. In colpa perché la nostra impotenza diventa rassegnazione. Atterriti nel constatare che le vie di progresso si fanno involute.

Lettrici e lettori penseranno che mi sto mettendo nei guai da solo. Da un lato enuncio una crisi, quella del cattolicesimo, dall’altro ne inserisco i termini in quella generale della contemporaneità. Quindi?

Ciò che dovrebbe sostenere le Chiese cristiane, la Bibbia, scaturisce per lo più da contesti di crisi, personale e delle società, fino al punto di farmi sostenere che il concetto stesso di crisi ne sia una chiave di lettura basilare. I cattolici arrivano a celebrare Natale guidati da un profeta, Isaia, il cui libro è ossatura fondamentale delle liturgie di Avvento: questo testo, con almeno tre diversi livelli storici e composto a più mani, ruota intorno alla memoria storica e teologica dell’evento più devastante vissuto dal Regno di Israele. Annientati dall’impero babilonese, gli ebrei sono destinati alla deportazione e alla cattività. Nel prima, durante e dopo l’esilio, Isaia ammonisce, contesta, prospetta, consola, sostiene, illumina. Soprattutto presenta una visione: letto il presente con gli occhi di Dio, se ne possono proiettare gli elementi verso il futuro. Non troverete in ciò traccia alcuna di un ottimismo fine a sé stesso, un’ingenuità sul tempo vissuto, la prospettiva artificiosa del fideismo. La Scrittura è scabra, aspra, brutale nel dichiarare ciò che avviene e mettere ognuno davanti alle proprie responsabilità. Ma proprio per questo è veritiera anche quando ti espone il dato dell’imprevedibile, che non può essere solo foriero di negatività. Il Dio che si presenta così educa alla speranza: chiede l’onestà sugli errori, sostiene il cambiamento, condurrà ogni popolo al proprio Esodo, ad una pedagogia di liberazione.

I Vangeli sono scritti con lo stile letterario profetico, Cristo è il compimento della profezia stessa: è un codice di comprensione importante, talvolta poco seguito dagli esegeti. Gesù di Nazareth nasce in un tempo difficilissimo: un tempo di dominazione imperiale, di difficile resistenza alle sue istanze culturali di idolatria della forza e del potere, di minorità e marginalità di popoli interi. La società era governata da un potere teocratico che aveva perso ogni autorità, ripetendo stancamente a favore del fariseismo la lettura di un Dio giudicante, divisivo, escludente. Il dio classista dei potenti e dei garantiti: sempre invocato per stroncare le dissidenze, spegnere le profezie, annichilire le speranze. Dio avviene nella carne in questo quadro. E avviene riducendosi a niente, nascendo povero, mite, coraggioso e veritiero in un tempo – quando mai no, però? – della menzogna eletta a sistema di comunicazione. Giovanni, nel primo capitolo, ci dice che il Logos, il senso più alto dell’intelletto, il genio comunicativo e intessuto di razionalità pienamente umana – quindi affettiva, generativa, fantasiosa – avviene nella fragilità e nella contraddittorietà della carne. La prospettiva della condizione effimera, sia pur meravigliosa, della corporeità umana, deve far sintesi con il presupposto intellettivo mai così definito in positivo come nell’idea del Logos/Parola. Il Divino si immerge totalmente nella contraddizione, la crudeltà, la fatica, la sofferenza, la dignità e la bellezza di ciò che è nella dimensione concreta dell’esistere delle donne e degli uomini.

Se il Natale lo leggo in questa prospettiva trovo la necessità di incarnarsi nel proprio vivere, nella stagione storica a cui siamo stati consegnati. La verità dei nostri limiti si definisce attraverso le fragilità del relazionarsi: il desiderio, il bisogno, la transitorietà di tutto. Al contempo possiamo capire che ciò che stiamo vivendo si iscrive nella potenzialità dell’altrove, di ciò che procede più in là da quanto definito e conosciuto. La crisi si può abitare in una dimensione profetica: imparando a decifrare i segni di quella che attanaglia l’istituzione che la produce, la governa, gode e profitta del suo essere. Certo, qui una componente fideista c’è e passa per pensare che le vittime e i violentati vedranno la crisi volgersi in crescita perché è l’Impero, racconta l’Apocalisse, il libro che è la summa delle intuizioni profetiche di tutta la Scrittura, che dovrà rassegnarsi al proprio crollo. L’Impero è il simbolo di tutto quel male che ha preteso di governare la storia umana: è stato fondato sul disumanesimo, sussiste in virtù di esso, non può che sprofondare nelle sue stesse logiche di morte. Chi ha conservato una logica di vita, di tenerezza e di solidarietà, sopravviverà. Quando parlo di fede ne intendo una vasta, non necessariamente teista, anzi: sostenuta da quell’umanesimo distillato dalle grandezze e dai fallimenti delle prassi storiche, è la fiducia che gli esseri umani – come sosteneva il mio maestro Ernesto Balducci – hanno in sé potenzialità inedite ancora nascoste, in lento travaglio verso la piena espressione. L’umano della pace non si è del tutto svelato, ma è già presente. Talvolta soccombe, ma la sua piena e feconda espressione è irriducibile, avverrà comunque. Nel 2024 celebreremo i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia, la cui azione ha espresso un umanesimo totale e radicale, che si genera e si comprende a partire dalla ragione dei sofferenti, dei malati, di quelli e quelle ascritte alle varie categorie dell’esclusione. Per capire che siamo comunque ai margini, dato che tutti chiediamo salvezza, soffriamo il male di vivere. Essere consapevoli del nostro male, per questo solidali e dediti alla cura, è l’unico modo per acquisire lucidità riguardo alla propria crisi, la comprensione di come essa si tramuti nella pace. Può sembrare mera retorica ma bisogna assumere tutto il peso dello scandalo folle del Vangelo che dichiara beati i poveri, chiedendoci di ragionare secondo la logica della vera povertà, liberi dal troppo, gioiosi nell’essenziale. Un conto è la tutela del necessario e di quel di più che garantisce autentica contentezza, un conto è farsi soffocare dal bisogno indotto, che snatura il senso bello dell’avere senza possedere, di esistere per l’abbondanza del condiviso. «Para todos, todo. Para nosotros, nada» affermano gli zapatisti dell’Ezln (continuano a resistere all’Impero, anche se non si parla di loro). Il senso di questa povertà è pienezza dell’avere, perché è avere insieme. Il Vangelo non esalta la povertà in sé, avversa semmai radicalmente la miseria, perché sa che l’avere non è male: dominare senza condividere, quello è il peccato alla radice della condizione umana. Avere senza cuore, pensiero, fantasia, com/passione.

È un bambino, nasce ai margini, non nei luoghi garantiti, privilegiati e sicuri. Accolto tra i primi dai pastori. I membri della mia comunità sono rimasti molto colpiti quando abbiamo studiato insieme che erano parte di una categoria disprezzata, guardata con sospetto per la promiscuità con il mondo animale, randagia, nomade, talora irregolare e violenta, per reazione al disamore. Eppure sono i primi ad ascoltare, andare, vedere, gioire. Cosa? Il tempo nuovo di un umanesimo che non si fa dominare, spengere, addomesticare, irregimentare. Libero, intelligente, felice. Spinto da una creatività invincibile. Impastato con le sante essenze della sororità e della fraternità. In transito, eppure nella stabilità in equilibrio non definitivo di chi ha una tenda e non la prigionia dei palazzi.


Pensieri sparsi a margine di un film di successo

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Pensieri sparsi come shanghai sul tavolo. È il film della Cortellesi che suggerisce una moltitudine di riflessioni. Uno per tutti: stupore. Un film che si è alimentato con uno straordinario passa parola riesce a mantenere celato, non svelato il finale o qualche altro momento epico del racconto. Il tutto mantenuto rigorosamente protetto nei non detti.

Forse bisognerebbe anche ammettere che non si tratta di un film, ma di un manifesto politico, di un “qualche cosa” di cui si aveva dannatamente bisogno. Un popolo di orfani riempie le sale. Una storia che prima ancora di raccontare la povertà del dopo guerra, la difficoltà del vivere, la speranza, la violenza sulle donne eccetera, in qualche modo fa lievitare un bisogno assopito che si pensava perso fra le tante macerie della militanza politica. Ora, tutti a bocca chiusa, a casa, frastornati e silenti. Poi quel bisogno quasi viscerale di condividere e dirlo: «Vai a vedere il film». E il tono perentorio tradisce subito il fatto che non si tratta di buone sceneggiature, di interpretazioni, di regia. È altra cosa, è un di più. È successo che durante la presentazione di un libro (Laura Conti, Discorso sulla caccia) il relatore si sia fermato e di pancia abbia lanciato l’invito: «Andate a vedere il film».

È lo stesso bisogno fisico che il pubblico sente al termine e applaude. Uno scossone per migliaia di persone che sono andate al cinema. «Ma davvero è bello?! No, è qualche cosa di più. Ma perché ci siamo ridotti così?». Si commenta all’uscita. Aggrappati a questa storia per un bisogno di riconoscersi. Questa volta la Cultura è stata un passo avanti alla stessa politica. Per una strana alchimia riesce a provocare smottamenti.

Lunga coda di persone anche per entrare a vedere Io Capitano di Matteo Garrone. Stessa attenzione per il bellissimo film di animazione Manodopera del regista francese Alain Ughetto che racconta la storia di emigrazione dei suoi nonni partiti da Giaveno, comune piemontese. (Non a caso l’opera è dedicata a Nuto Revelli). Quel Nuto Revelli che aveva avuto il merito, con un lavoro di inchiesta durato anni, di svelare la retorica sul lavoro contadino. La storia di tante donne sfruttate che vivevano in montagna, tenuta nascosta. L’anello forte edito da Einaudi (1985) aveva dato la parola alle donne nella società rurale attraversata da emigrazione da guerre e da un pesante patriarcato. L’uscita del libro era stato una pietra di inciampo così come ora lo è il film della Cortellesi, opera contemporanea ma ambientata nel passato.

Commenta Luigi: «Ho visto il film C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Un film meraviglioso, credo il più bello visto negli ultimi anni. Tecnicamente perfetto. Dolce, determinato, struggente, esaustivo, poetico, denunciante, fuori dagli schemi pietistici e tante altre cose ancora. Ho pianto per tutta la durata del film e piango ancora ora. Piango per essere nato uomo e per non essere riuscito ancora a strapparmi completamente di dosso l’essenza terribile del patriarcato. Ci ho provato ma mi capita di ricascarci e mi arrocco dietro la scusa che sono cresciuto imbevuto di questa cultura e che è difficile cancellare sé stessi. Il patriarcato non è solo violenza fisica. Anzi. È agire senza giustizia, è perseguire pratiche di vita che ricalcano schemi violenti di sopraffazione continua. È un quotidiano spregio al vivere stesso. Il patriarcato è la condizione più inaccettabile che vive la nostra società. Più devastante e inaccettabile di qualsiasi altra aberrazione. E non sono le donne a doverci insegnare. Non ci sono scuse da poter accampare. Non è difficile da capire, basta volerlo. Basta essere pronti a rinunciare alla sopraffazione. Siamo noi uomini titolari di questo dovere. Lo dobbiamo fare totalmente senza indugio e percorrendo vie dritte che non prevedano scorciatoie. Questo è da fare. Ed è da fare non per concessione alle donne. È da fare per noi. Per poter rivendicare il diritto di essere persone bisogna che capiamo che questa non è una lotta. Le lotte verranno dopo ma se non riusciamo ad estirpare il patriarcato dal nostro essere, non abbiamo dignità e forza per affrontare nessun’altra lotta. E allora continuo a piangere nella speranza che con le lacrime possa uscire da me anche quel che ancora resta del mio essere uomo patriarcale. E spero che comincino a piangere tutti gli uomini. Giovani o vecchi che siano».


Povertà, salute negata e contraddizioni del Governo

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Il Servizio Sanitario Nazionale non garantisce più equità di accesso alle prestazioni sanitarie e sta inesorabilmente scivolando verso 21 sistemi sanitari regionali basati sulle regole del libero mercato e con un Sud ove avanza sempre di più il “deserto sanitario”. Il sesto rapporto della Fondazione Gimbe sul Servizio Sanitario Nazionale ha evidenziato una «frattura strutturale Nord-Sud che sta per essere normativamente legittimata dall’autonomia differenziata». Rispetto ai livelli essenziali di assistenza sanitaria, nel 2020 l’unica Regione del Sud tra le 11 adempienti è la Puglia. Nel 2021 delle 14 regioni adempienti solo 3 sono del Sud: Abruzzo, Puglia e Basilicata. Sia nel 2020 che nel 2021 le Regioni meridionali sono ultime tra quelle adempienti. Una frattura certificata anche dai dati sulla mobilità sanitaria e dai flussi economici che scorrono prevalentemente da Sud a Nord del Paese: nel 2020, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto cubano complessivamente il 94% del saldo di mobilità attiva (https://volerelaluna.it/materiali/2023/10/20/salviamo-il-servizio-sanitario-nazionale/)

La sanità è sempre più nelle mani dei privati (dei 3 miliardi destinati al Fondo sanitario dalla recente manovra “inemendabile” delle destre e che non risolvono affatto la grave carenza di risorse, 5-600 milioni saranno utilizzati per comprare visite specialistiche ed esami diagnostici presso strutture convenzionate) e sempre più diseguale. Per di più, non sempre a costi maggiori corrisponde efficienza dei servizi, a dimostrazione che la regionalizzazione ha prodotto più guasti che qualità: dall’analisi della Corte dei Conti emerge come negli ospedali vi sia qualità alta a Trento e in Emilia-Romagna, ma uscite massime in Molise, dove i risultati sono i peggiori d’Italia. In Molise, Valle d’Aosta, Abruzzo e Liguria la spesa per gli ospedali è oltre la media nazionale, ma i risultati sono modesti. In Emilia-Romagna e Toscana accade il contrario. Trento, Bolzano, Basilicata e Sardegna spendono più di 1.300 euro a testa per medici di famiglia e assistenza territoriale, ma il servizio è migliore in Emilia-Romagna, Veneto, Toscana e Lombardia dove i costi pro capite sono inferiori (https://www.corteconti.it/Download?id=7807eb5a-ed55-4672-943b-f1c09b01964b). Un Servizio Sanitario Nazionale che avrà il suo colpo di grazia con la cosiddetta “Autonomia differenziata”.

Eppure, intervenendo a Torino al recente Festival delle Regioni, la presidente Meloni (https://volerelaluna.it/politica/2023/10/13/la-sanita-allo-sfascio-e-lo-sciopero-generale-se-non-ora-quando/), pur prendendo atto che «siamo una Nazione nella quale i divari tra città e aree interne, tra Nord e Sud, tra costa tirrenica e costa adriatica, tra pianura e montagna, sono sempre molto evidenti e per paradosso rischiano di aumentare», ha aggiunto – senza curarsi della palese contraddizione – che «l’autonomia differenziata proseguirà senza stop». Quando invece la sola cosa da fare sarebbe quella di spostare dal catalogo delle competenze concorrenti di cui all’art. 117.3 Costituzione all’elenco della potestà esclusiva statale ex art. 117.2 alcune materie che si ritengono strategiche per l’unità del paese, a partire proprio dalla tutela della salute per ripristinare in prospettiva un servizio sanitario effettivamente nazionale, approvando quanto prima la Proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, promossa dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/01/20/autonomia-differenziata-fermate-quel-treno/), sulla quale sono state raccolte più di 100mila firme.

La salute è negata soprattutto alle cittadine e ai cittadini che si trovano in condizione di difficoltà (https://volerelaluna.it/materiali/2023/06/06/rapporto-italia-2023/). In Italia, la povertà assoluta – il cui dato più recente oggi disponibile è relativo all’anno 2021 – ha confermato i massimi storici raggiunti nel 2020, coinvolgendo il 7,5% delle famiglie e il 9,4% degli individui residenti in Italia, registrando un aumento dell’1,7% rispetto al 2019 e del 5,2% rispetto al 2010 (Istat, 2023). Nel 2021, l’incidenza della deprivazione alimentare materiale o sociale era pari al 12% delle persone residenti in Italia con almeno 16 anni di età, per un totale di circa 6 milioni di individui. Deprivazione che colpisce anche i più piccoli: nel 2021, l’incidenza di questo fenomeno ammontava al 2,5%, corrispondente all’incirca a 200 mila individui di età inferiore ai 16 anni residenti nel territorio italiano. Tale quota è maggiore tra bambini e bambine fino a 5 anni di età, ammontando al 3,3%, riguarda il 5,3% di coloro che vivono in famiglie che pagano un affitto e raggiunge l’incidenza più elevata del 10,4% tra chi ha cittadinanza extraeuropea, per un totale di oltre 93 mila individui. Deprivazione spesso alimentata quindi dalla povertà abitativa: rispetto al 2021 abbiamo più 9,4 per cento gli sfratti emessi, più 199 le richieste, più 218 quelli eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario. Parliamo di 34 mila gli sfratti per morosità, pari all’80,1% del totale, con una crescita del 4,3% rispetto all’anno precedente, quasi la metà nelle città capoluogo, il restante 52% nelle province (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/06/questione-abitativa-e-politiche-della-casa/).

E mentre la sanità va definitivamente in bancarotta e aumentano le povertà, continuano a prosperare evasori e super-ricchi. Nel 2021 il valore dell’economia non osservata ha raggiunto 192 miliardi di euro. L’economia sommersa si attesta a poco meno di 174 miliardi di euro, mentre le attività illegali superano i 18 miliardi. Rispetto al 2020, il valore dell’economia non osservata cresce di 17,4 miliardi, ma la sua incidenza sul Pil resta invariata (10,5%). Le unità di lavoro irregolari sono invece 2 milioni 990mila, con un aumento di circa 73mila unità rispetto al 2020. E pensare che per mesi, dovendo affossare definitivamente il reddito di cittadinanza senza se e senza ma, hanno continuato a parlare di “fannulloni” e di “poltronisti”, alimentando lo stereotipo del povero imbroglione e la retorica della povertà come colpa (https://www.istat.it/it/files//2023/10/Report-ECONOMIA-NON-OSSERVATA-2021.pdf).

Intanto, come si sottolinea in Tax the Rich – Le politiche per l’eguaglianza, a cura di Paolo Andruccioli (www.sbilanciamoci.info), i super-ricchi italiani con patrimoni di oltre 5 milioni di dollari sono 117.904 (lo 0,23% degli italiani adulti), mentre i ricchi con patrimoni tra 1 e 5 milioni di dollari sono 1.294.761 (il 2,6% degli italiani adulti). Poco più del 97% degli italiani ha patrimoni inferiori al milione di dollari. Il valore del patrimonio mediano è di poco superiore ai 91mila dollari. La ricchezza media per ogni italiano adulto, secondo Credit Suisse, è di 231mila dollari. Il 67,6% della ricchezza in Italia è nelle mani del 20% più ricco, a fronte dello 0,4% di quello più povero. Secondo i dati Credit Suisse, in Italia ci sono quasi 4.000 persone che hanno un patrimonio superiore a 100 milioni di euro (https://sbilanciamoci.info/tax-the-rich-una-campagna-mondiale-per-la-democrazia/).

Come sottolinea da tempo la Campagna Sbilanciamoci, nel nostro Paese c’è urgente bisogno di affrontare il tema della giustizia fiscale e sociale, riducendo le tasse per i lavoratori, le classi di reddito medio-basse, per i precari e intervenendo sui ricchi e i super-ricchi che pagano troppe poche tasse, mentre i lavoratori e le classi di reddito medio-basse ne pagano troppe. Il problema dunque è quello delle tasse giuste, delle diseguaglianze enormemente cresciute in questi anni, che si possono combattere soltanto: alzando i salari e le retribuzioni (considerato che le retribuzioni italiane sono tra le più basse in Europa) e perseguendo una redistribuzione indiretta della ricchezza, con un welfare veramente universalistico e una politica fiscale ispirata a criteri di giustizia e di progressività, come recita l’articolo 53 della Costituzione. In poche parole andrebbero con urgenza adottate le seguenti misure: tassare di più le grandi ricchezze e le rendite finanziarie, aumentare la progressività sui redditi più alti, sopra i 70mila euro, tassare di più le successioni milionarie, introdurre una vera ed efficace Tobin Tax.

Ma con cecità e pervicacia i provvedimenti di bilancio targati Meloni continuano a percorrere una strada opposta: si affossa il salario minimo; si aumentano divari e disuguaglianze; non si affronta l’emergenza salariale; si continua a picconare il welfare (in particolare sanità e istruzione), spostandolo sempre più dalle parti dei privati; non si interviene sulla grave emergenza abitativa; non si investe sul diritto alla studio; non si potenzia (in quantità e qualità) la pubblica amministrazione (e poi ci si lamenta che il PNRR arranca); non si affrontano i nodi del sistema pensionistico; non si perseguono politiche di genere (al netto della retorica sulla famiglia e la denatalità); non si riscontra alcuna strategia (politica industriale) in grado di affrontare le tante crisi aziendali; non si abbandona la perversa logica dei condoni (nel primo anno di questa legislatura ci sono stati ben 14 tra condoni e sanatorie) e quella di “spaccare” l’Italia, affossando definitivamente il Mezzogiorno. E si continua soprattutto a non andare a prendere i soldi là dove ci sono, ovvero nel tanto “nero” e “sommerso” che avvolge questo Paese e nelle tasche dei ricchi e super-ricchi, che continuano a concentrare patrimoni sempre più grandi.


Le elezioni europee senza l’Europa

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Sarebbe bene ricordarsi che le prossime elezioni saranno europee. E sarebbe decisamente necessario occuparsene per ciò che sono e non per altro. Elezioni europee, dentro un tempo in cui l’Europa sembra avere, per l’ennesima volta, deluso le attese dei cittadini democratici che la abitano. Proviamo, brevemente, a dipingere il volto attuale dell’Europa attraverso tre prospettive paradigmatiche (che enunciamo in ordine sparso).

La prima prospettiva è quella del ritorno di politiche repressive di chiusura e esclusione, con la scusa propagandistica della cosiddetta emergenza migratoria. Negli ultimi mesi, L’Europa ha meritoriamente accolto cinque milioni di ucraini. Solo in Italia, duecentomila. Senza costruire nuovi lager. Giustamente. Fuggivano dalla guerra. Che però, sarebbe bene ricordare, nel mondo di oggi è purtroppo una guerra, tra le tante. In Africa ci sono attualmente undici conflitti in atto, oltre alla violenza endemica dovuta alla drammatica storica povertà e al neo-imperialismo occidentale. Ma alcune migliaia di profughi disperati diventano un’emergenza insostenibile e intollerabile. Segnando una linea di confine simbolica e materiale per cui coloro che subiscono le politiche repressive non sono i migranti in quanto tali, ma i migranti in quanto poveri (come descritto in https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/09/22/attenzione-lobiettivo-non-sono-i-migranti-sono-i-poveri/). Tutti i paesi europei stanno partecipando a questa indecente commedia, recitata mentre si accumulano morti in mare, violenze e stupri. In barba a ogni aspettativa di una linea comune, le politiche migratorie europee sono diventate l’ennesima occasione in cui ogni singolo paese privilegia i propri interessi e gioca sulla pelle di disperati la propria partita elettorale e politica. Ogni governo magnifica la propria capacità di respingere, chiudere, selezionare, in un crescendo di cinico e propagandistico “patriottismo”.

La seconda prospettiva è quella della guerra ucraina. La guerra rappresentava plasticamente il fallimento delle politiche di contrapposizione tra blocchi, riprese dopo la breve parentesi apertasi con l’avvento di Gorbaciov. Ma l’Europa, invece di affermare la propria funzione di relazione con il resto del mondo, ha scelto di amplificare la propria subordinazione politica rispetto all’alleanza atlantica, rinunciando di fatto a ogni azione significativa nel mondo. Diventata, con la guerra in Ucraina, il braccio orientale della Nato, asservito ciecamente agli interessi Usa, non riesce più a contare nulla, né verso l’est, né verso il sud del mondo. L’Unione europea è nata – a quanto affermano i suoi stessi membri – dall’aver vinto una tragica guerra provocata da nazionalismo e razzismo. Ha oltre 448 milioni di abitanti, il 6% della popolazione mondiale, produce il 22% del PIL del mondo, pari a più di sedicimila miliardi di euro. Eppure, di fronte al problema storico di costruire un nuovo ordine mondiale che superi le contrapposizioni di sistema e affermi una nuova dignità di tutte le regioni della terra, l’Europa balbetta, sparisce, rifluisce nel suo passato di nazionalismi più o meno contrapposti, chiusi nell’orizzonte ormai asfittico del vecchio continente.

La terza prospettiva è quella dell’economia politica. Dopo anni in cui il cinismo del neoliberismo ha sfruttato l’Europa per imporre le proprie ricette irresponsabili e impoverire in maniera ostinata e perversa alcuni Paesi, giustificando tutto ciò con il nome di austerity, pareva esserci stato un momento in cui si è assistito a una parziale resipiscenza europea. È stato solo un momento, appunto. Durato giusto il tempo della terribile ma ormai dimenticata stagione della pandemia, nel quale era sembrato che di fronte a un “male comune” che attaccava senza tenere conto delle frontiere o delle etnie e persino, in qualche misura, della potenza e della ricchezza, le classi dirigenti avessero compreso la debolezza della competizione e la forza della cooperazione. Appena il pericolo più appariscente e urgente si è attenuato, tutto è tornato come prima. Oggi, per limitarci soltanto a qualche esempio, si torna a parlare di vincoli e di patto di stabilità. Le uniche concessioni di cui si discute non riguardano temi sociali come gli investimenti sulla sanità o sull’istruzione, ma i finanziamenti alle spese militari. I fondi del PNRR sono diventati perlopiù l’ennesima occasione per subordinare le politiche nazionali a obiettivi sociali imposti dall’alto con l’intento di riaffermare un ordine del mondo concorrenziale e iper-individualista. La BCE, incurante della lezione recente, ritorna a proporre una strategia folle sui tassi d’interesse, approfittando dell’inflazione galoppante per riaffermare l’austerity. Lagarde – con un’ipocrisia inversamente proporzionale alla scarsa fantasia – la definisce adesso “prudenza fiscale”, che si otterrebbe «riducendo i sostegni contro il caro energia e gradualmente abbattendo i livelli elevati del debito pubblico». L’effetto di queste scelte non sarà inaspettato: sclerotizzare le diseguaglianze a tutto vantaggio dei pochi ricchi e contro gli interessi dei tanti sempre più impoveriti.

Deus dementat quos perdere vult”, si potrebbe dire delle classi dirigenti europee. Un continente e ventisette stati, afflitti dalla stagnazione economica, dalla disoccupazione di massa, dalla crescita della povertà, dal deperimento dei propri sistemi di welfare, dalla denatalità, dalla mancanza di forza democratica e civile messi in evidenza dalla pandemia, sembrano non avere altre ricette e altre idee che quelle che hanno dominato negli ultimi quaranta anni e che hanno portato il continente e i paesi che lo compongono alla loro attuale, triste mancanza di futuro. Non dovrebbe essere questo l’unico e decisivo oggetto di discussione della prossima campagna elettorale? O, se vogliamo esser più precisi, non dovrebbe essere proprio questo ciò che distingue l’approccio di una sinistra credibile dalla destra? È ovvio infatti che le destre europee possano ignorare il destino dell’Europa. In fondo le politiche europee di austerità sono state un ottimo pretesto per l’affermazione dei nazionalismi e per l’imposizione di un ordine economico diseguale. Ma dovrebbe essere altrettanto ovvio chiedere alle sinistre di porre al centro delle proprie discussioni la domanda fondamentale: può l’Europa ancora essere uno strumento di amplificazione della democrazia e di costruzione di una società più equa o, dopo tutti questi decenni di storia contraffatta, dobbiamo rinunciare a quella dimensione? Può insomma la sinistra ignorare la necessità di misurarsi sulla trasformazione dell’Europa?

Di fronte a questa domanda fondamentale, anche il dibattito italiano sembra invece dominato dall’urgenza tutta autoreferenziale di trasformare le prossime elezioni europee in regolamenti di conti tra classi dirigenti, magari in concorrenza tra loro all’interno dello stesso partito, schiacciando ogni altro dibattito. Perché è bene affermarlo con nettezza: nessuna delle tre prospettive che abbiamo sommariamente descritto sopra può essere affrontata senza rispondere alla questione decisiva sul futuro dell’Europa. Ogni legittima indignazione sulle politiche migratorie sarà anche impotente, se non rivendica una trasformazione radicale delle istituzioni europee. Non ci può essere una posizione chiara sulla guerra all’interno di un giudizio imprecisato sull’Europa e sulla sua funzione internazionale. Ogni avversione all’ordine politico economico del neoliberismo è di fatto cieca, se non riconosce la contraddizione stridente tra l’utopia dell’Europa di Ventotene e la trappola dell’Europa di Von der Leyen e Lagarde.

Se la sinistra cade di nuovo nel tranello di fare delle elezioni europee nient’altro che elezioni a significato nazionale sarà un’ennesima occasione sprecata. E il dubbio che non ve ne saranno molte altre è un dubbio realistico. Porre la questione fondamentale sull’Europa è l’unica possibilità per la sinistra di tornare ad essere tale.


“La Via Maestra”. Una grande manifestazione il 7 ottobre

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Il 7 ottobre si terrà a Roma la grande manifestazione nazionale de “La Via Maestra” indetta, tra gli altri, dalla Cgil e a cui hanno aderito centinaia di organizzazioni (tra cui Volere la Luna): due cortei (il primo da piazza della Repubblica, il secondo da piazzale Ostiense) confluiranno alle 15.00 a piazza San Giovanni dove parleranno i rappresentanti della Cgil e gli esponenti delle associazioni e delle campagne. Per sottolineare l’importanza della manifestazione pubblichiamo l’appello su cui è stata organizzata. (la redazione)

La Costituzione italiana – nata dalla Resistenza – delinea un modello di democrazia e di società che pone alla base della Repubblica il lavoro, l’uguaglianza di tutte le persone, i diritti civili e sociali fondamentali che lo Stato, nella sua articolazione istituzionale unitaria, ha il dovere primario di promuovere attivamente rimuovendo «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Per questo rivendichiamo che i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione tornino ad essere pienamente riconosciuti e siano resi concretamente esigibili ad ogni latitudine del Paese (da nord a sud, dalle grandi città alle periferie, dai centri urbani alle aree interne), a partire da:

il diritto al lavoro stabile, libero, di qualità – fulcro di un modello di sviluppo sostenibile fondato su nuove politiche industriali – superando la precarietà dilagante, contrastando il lavoro povero e sfruttato, aumentando i salari, col rinnovo dei contratti, e le pensioni oltre al superamento della Legge Fornero. È il momento di introdurre il salario minimo, dare valore generale ai contratti, approvare la legge sulla rappresentanza, strumenti essenziali per contrastare i contratti pirata;

il diritto alla salute e un Servizio Sanitario Nazionale e un sistema socio sanitario pubblico, solidale e universale, a cui garantire le necessarie risorse economiche, umane e organizzative, per contrastare il continuo indebolimento della sanità pubblica, recuperare i divari nell’assistenza effettivamente erogata, a partire da quella territoriale, e valorizzare il lavoro di cura; investimento sul personale con un piano straordinario pluriennale di assunzioni che vada oltre le stabilizzazioni e il turnover, superi la precarietà e valorizzi le professionalità; sostegno alle persone non autosufficienti; tutela della salute e sicurezza sul lavoro, rilanciando il ruolo della prevenzione. Solo così si garantisce la piena applicazione dell’articolo 32 della Costituzione;

il diritto all’istruzione, dall’infanzia ai più alti gradi, e alla formazione permanente e continua, perché il diritto all’apprendimento sia garantito a tutti e tutte e per tutto l’arco della vita.

il contrasto a povertà e diseguaglianze e la promozione della giustizia sociale, garantendo il diritto all’abitare e un reddito per una vita dignitosa. Il Governo va in altra direzione e cancella il reddito di cittadinanza lasciando tante persone senza alcun sostegno;

il diritto a un ambiente sano e sicuro in cui vengono tutelati acqua, suolo, biodiversità ed ecosistemi. Per questo è grave aver tolto dal PNRR le risorse sul dissesto idrogeologico, tanto più a fronte delle alluvioni che hanno colpito alcune regioni del Paese e di una crisi climatica che va affrontata con una transizione ecologica fondata sulla difesa e valorizzazione del lavoro e di un’economia rinnovata e sostenibile;

una politica di pace intesa come ripudio della guerra e con la costruzione di un sistema di difesa integrato con la dimensione civile e nonviolenta.

Questi diritti possono essere riaffermati e rafforzati solo attraverso una redistribuzione delle risorse e della ricchezza che chieda di più a chi ha di più per garantire a tutti e a tutte un sistema di welfare pubblico e universalistico che protegga e liberi dai bisogni, a cominciare da una riforma fiscale basata sui principi di equità, generalità e progressività che sono oggi negati tanto da interventi regressivi – come, ad esempio, la flat tax – quanto da una evasione fiscale sempre più insostenibile. Inoltre, giustizia sociale e giustizia ambientale e climatica devono andare di pari passo nella costruzione di un modello sociale che sia «nell’interesse delle future generazioni», come recita l’art. 9 della nostra Costituzione.

Questo modello sociale – fondato su uguaglianza, solidarietà, accoglienza, e partecipazione – costituisce l’antitesi del modello che vuole realizzare l’attuale maggioranza di Governo con le prime scelte che ha già compiuto e, soprattutto, con le misure che si appresta a varare, a partire da quelle che – se non fermate – sono destinate a scardinare le fondamenta stesse dell’impianto della Repubblica, come:

l’autonomia differenziata, rilanciata con il disegno di legge Calderoli, che porterà alla definitiva disarticolazione di un sistema unitario di diritti e di politiche pubbliche volte a promuovere lo sviluppo di tutti i territori;

il superamento del modello di Repubblica parlamentare attraverso l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (presidenzialismo, semi-presidenzialismo o premierato che sia) che ridurrà ulteriormente gli spazi di democrazia, partecipazione e mediazione istituzionale, politica e sociale, rompendo irrimediabilmente l’equilibrio tra rappresentanza e governabilità.

La Costituzione antifascista nata dalla Resistenza – nel riconoscere il lavoro come elemento fondativo, la sovranità del popolo, la responsabilità delle istituzioni pubbliche di garantire l’uguaglianza sostanziale delle persone, i diritti delle donne, il dovere della solidarietà, la centralità della tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali – ha delineato un assetto istituzionale che, attraverso la centralità del Parlamento, fosse il più idoneo ad assicurare questi principi costitutivi e a realizzare un rapporto tra cittadini/e e istituzioni che non si esaurisce nel solo esercizio periodico del voto ma si sviluppa quotidianamente nella dialettica democratica e nella costante partecipazione collettiva della rappresentanza in tutte le sue declinazioni politiche, sociali e civili.

Per contrastare la deriva in corso e riaffermare la necessità di un modello sociale e di sviluppo che riparta dall’attuazione della Costituzione, non dal suo stravolgimento, ci impegniamo in un percorso di confronto, iniziativa e mobilitazione comune che – a partire dai territori e nel pieno rispetto delle prerogative di ciascuno – rimetta al centro la necessità di garantire a tutte le persone e in tutto il Paese i diritti fondamentali e di salvaguardare la centralità del Parlamento contro ogni deriva di natura plebiscitaria fondata sull’uomo o sulla donna soli al comando.

Per queste ragioni e a sostegno dell’insieme delle proposte indicate, ci impegniamo a realizzare il 7 ottobre una grande manifestazione nazionale a Roma per il lavoro, contro la precarietà, per la difesa e l’attuazione della Costituzione, contro l’autonomia differenziata e lo stravolgimento della nostra Repubblica parlamentare.

Per tutto il materiale: collettiva.it/speciali/la-via-maestra

Per aderire: adesioni7ottobre@collettiva.it


“Dedicata a te”, la miseria del contrasto alla povertà in Italia

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È il 27 luglio. A decine di migliaia di beneficiari di Reddito di Cittadinanza è arrivato un messaggio che recita «Domanda di RDC sospesa come previsto dall’art. 13 del DL 48/2023 conv. Legge 85/2023. In attesa di eventuale presa in carico da parte dei servizi sociali». I destinatari sono coloro che, considerati occupabili da decreto, d’ora in poi non potranno beneficiare più del Reddito di Cittadinanza. Da settembre potranno beneficiare di un assegno per l’attivazione ridotto nei tempi e nell’importo. Questo però non è il solo evento estivo che si muove nelle pieghe delle politiche di contrasto alla povertà. In questi stessi giorni, dopo gli annunci ufficiali del mese scorso, stanno arrivando negli uffici postali le carte acquisti “Dedicata a te”. Queste carte dovrebbero rappresentare una delle nuove misure di sostegno alle fasce di popolazione fragili, sempre più minacciate dall’inflazione e dalla crisi sociale di questi primi anni ‘20.

Che cos’è Dedicata a te?

Sorvolando sulla discutibile brandizzazione dell’intervento, “Dedicata a te” è una carta prepagata finalizzata all’acquisto di beni di prima necessità, specificamente alimentari, che prevede un contributo di 382,50 per il 2023. È rivolta a nuclei familiari con indicatore ISEE inferiore a 15 mila euro e contemporaneamente non beneficiari di altre misure di sostegno – Reddito di Cittadinanza o altre misure di contrasto alla povertà, sussidi di disoccupazione NASpi e Dis-Coll, indennità di mobilità, fondi di solidarietà per l’integrazione del reddito, cassa integrazione guadagni-CIG.

Dato il limite di 1,3 milioni di carte attivabili, è prevista per l’assegnazione del contributo una scala gerarchica di beneficiari, che ordina come destinatari prioritari dell’intervento i nuclei di almeno tre componenti con minori sotto i 14 anni; un gradino sotto i nuclei con minori in generale; ancora più in basso nella classifica quelli con tre componenti; per arrivare fino ai nuclei unipersonali, se e solo se segnalati dai servizi sociali territoriali, in caso di avanzo delle risorse.

L’iniziativa è promossa in prima battuta dal Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare. Il dispositivo carta prepagata, senza possibilità di prelievo, vincola anche il suo utilizzo alle sole attività commerciali convenzionate. Come in altri interventi, inoltre, non poteva mancare un elenco che limitasse la definizione di prodotto di prima necessità: dall’assoluto divieto di acquisto di bevande alcoliche a una lista puntuale di 22 tipi di prodotti che vanno dal pescato fresco alla carne, all’aceto di vino, all’olio alla farina (per consultare l’elenco: https://www.tag24.it/716585-cosa-posso-comprare-con-la-carta-dedicata-a-te/). Una definizione con sfumature che giungono al surreale, legittimate con una doppia argomentazione pubblica: da un lato come volontà di sostenere la domanda aggregata interna, possibilmente di prodotti nazionali, dall’altro come necessità paternalistica di controllo e disciplina dei consumi di popolazioni considerate irresponsabili nei loro comportamenti alimentari e non solo.

Cosa ci racconta “Dedicata a te” del contrasto alla povertà?

Come emerge da questa breve presentazione, la misura rappresenta un contributo marginale rispetto alle necessità crescenti all’interno della nostra società e un piccolo supporto ai bilanci familiari sempre più minacciati dal caro vita. Al tempo stesso, se guardata simultaneamente alla ristrutturazione delle misure di sostegno al reddito nel contesto italiano, indica varie direzioni ben precise che queste stanno assumendo. Sembrano fare passi indietro rispetto al percorso verso forme universalistiche di protezione che è stato tracciato dal Reddito di Cittadinanza, pur con tutte le sue criticità e storture punitive, condizionali e selettive.

La prima direzione è un ritorno alla frammentazione delle misure in questo ambito di policy – dato storico del nostro paese come ben sottolineato da Saraceno, Benassi e Morlicchio in La povertà in Italia (il Mulino, 2022). La moltiplicazione delle misure e con essa la moltiplicazione dei target a cui sono rivolte ha delle conseguenze precise. La categorialità degli interventi si accompagna costantemente alla costruzione sociale di una scala di meritevolezza dei gruppi che accedono a una o all’altra misura con diversi gradi di “colpevolezza” annessi per la condizione di bisogno dei beneficiari e per questo sottoposti a regimi differenti di condizionalità e generosità delle misure. Si assiste per l’appunto al ritorno alla ribalta dei poveri meritevoli classici, da Poor law vittoriane – anziani, minori, disabili – incolpevoli della propria condizione, opposti agli abili al lavoro – pigri, divanati, spendaccioni, dipendenti – immeritevoli di supporto per definizione, a meno che non accettino misure sempre più punitive e condizionali di accesso ai benefici.

La seconda tendenza è verso un’ulteriore frammentazione, ossia quella sulle molte dimensioni del fenomeno della povertà. Si espandono sempre di più interventi rivolti a singole dimensioni del fenomeno – di volta in volta la povertà alimentare, la povertà energetica e così via – perdendo di vista l’interconnessione di queste dimensioni e l’obiettivo della rimozione dei meccanismi di impoverimento nel loro complesso. Un’azione di contrasto alla povertà che si muove sempre di più in una politica dei bonus una tantum che tampona le crescenti situazioni di difficoltà sempre più visibili e al centro del dibattito pubblico, senza intaccare nel profondo l’annoso problema sociale.

Quella che si va a definire sembra nel suo complesso una politica di breve periodo e corto respiro dove l’intento principale è quello di gestire e governare gli impoveriti. Come sottolineato da Schram e colleghi in Disciplinare i poveri (Mimesis, 2022) «sebbene la povertà torni periodicamente alla ribalta nella vita pubblica come problema da risolvere, nella realtà i poveri sono sempre esistiti e continuano a esistere come soggetti da gestire e governare», ancor di più in una fase così aspra da un punto di vista sociale. Una politica di contrasto alla povertà sistemica che avesse l’aspirazione di emancipare i soggetti avrebbe bisogno di risorse adeguate e per un tempo lungo, all’opposto dell’una tantum caritatevole: in questo modo tali risorse si potranno trasformare in credibili punti di appoggio per i soggetti in condizioni di bisogno, per progettare reali percorsi di emancipazione dalla povertà e dalla vulnerabilità sociale, in reali prospettive di futuro e non in una mera sopravvivenza all’esistente.


Le politiche di contrasto alla povertà in Italia

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Il Rapporto 2023 di Caritas italiana sulle politiche di contrasto alla povertà in Italia, dal titolo “Adeguate ai tempi e ai bisogni”, pubblicato nei giorni scorsi, è una importante interlocuzione critica con le proposte di riforma al riguardo attualmente sul tappeto. Lo precisa, nell’introduzione, il direttore della Caritas italiana, don Marco Pagniello.

«Nessuna riforma è positiva o negativa in sé, dipende da come viene disegnata. Questa regola di carattere generale vale anche per la riforma delle politiche contro la povertà prevista dal nuovo Governo, ancor più dato che il suo profilo – al di la dell’annunciato passaggio da una a due misure contro la povertà – pare ad oggi piuttosto indeterminato.

Affinché la nuova riforma possa avere un esito positivo per le tante famiglie in povertà che vivono nel nostro Paese, Caritas Italiana ritiene necessarie tre condizioni: riuscire a trarre lezione dalle esperienze maturate sinora, avere a disposizione il tempo necessario ad affrontare temi complessi, promuovere un confronto costruttivo tra tutti i soggetti – istituzionali e sociali – interessati.

Imparare dall’esperienza, migliorare le risposte” è, non a caso, il titolo del Rapporto Caritas sulle politiche contro la povertà in Italia (2021). Significa evitare approcci teorici o astratti e cercare di capire cosa ha funzionato e cosa no nelle risposte realizzate sinora, così da superarne le criticità e valorizzarne gli aspetti positivi. È la strada che proviamo a seguire anche in questo testo.

Il Rapporto comincia fornendo gli elementi di sfondo utili a contestualizzare le analisi successive, riguardanti le attuali indicazioni in merito all’intervento transitorio per il 2023 e alla riforma del 2024. Il principale obiettivo dichiarato dal nuovo Governo per questa riforma consiste nel sostituire il Reddito di cittadinanza con due misure, una rivolta ai poveri che non sono in condizione di lavorare e l’altra destinata a quelli che – invece – lo sono. Poiché si tratta di una novità per l’Italia, non è alla nostra penisola che bisogna guardare per imparare dall’esperienza. Il secondo capitolo, dunque, esamina quali sono stati i punti di forza e i punti di debolezza emersi nei Paesi che hanno introdotto soluzioni simili. I successivi tre capitoli, invece, vogliono mettere in luce alcuni messaggi ricavabili dalla recente esperienza italiana, con il Rei prima e il RdC poi, riprendendo i monitoraggi Caritas, così come l’ampia mole di contributi prodotti da una varietà di esperti e centri di ricerca negli ultimi anni. I capitoli sono organizzati in modo di rispondere alle domande chiave che la formulazione di una riforma solleva: a “chi” rivolgersi (definire utenti e importi, cap. 3), “cosa” fornire (percorsi di inclusione, cap. 4) e “come” farlo (riformare le riforme, cap. 5).

I soggetti coinvolti nelle politiche contro la povertà sono tanti: gli enti pubblici (in particolare Regioni, Centri per l’Impiego e Ambiti Sociali) sono titolari di specifiche attribuzioni in tema di progettazione, gestione e realizzazione di politiche di welfare per cui il loro coinvolgimento gioca un ruolo primario, essendo le istituzioni più vicine ai cittadini. Non di meno, i soggetti sociali – enti non profit, associazioni di volontariato, sindacati ecc. – in virtù del rapporto di prossimità che li lega ai cittadini, dispongono di conoscenze pratiche e possono suggerire ipotesi di soluzione a problemi di rilievo collettivo. Il coinvolgimento di questa molteplicità di attori nella predisposizione della riforma è necessario, per due motivi. Da una parte permetterà di beneficiare delle loro conoscenze ed esperienze e, dall’altra, creerà le condizioni per la realizzazione di un percorso di cambiamento condiviso.

La decisione del Governo di rinviare la riforma al 2024 è positiva e non scontata. Sovente, infatti, le norme vengono predisposte con troppa celerità, spinti dall’esigenza politica di mostrare all’opinione pubblica che si è in grado di affrontare un determinato problema rapidamente e senza esitazioni. Il risultato sono abitualmente riforme malfatte e, a pagarne le conseguenze, sono i cittadini. Questa volta non e andata così. Il tempo, dunque, c’è. Ora si tratta di farne buon uso, mettendo a punto misure efficaci, in grado di contrastare le povertà dei nostri tempi e contribuire alla costruzione di comunità capaci di includere».

Qui il link al testo integrale del rapporto: Rapporto 2023 di Caritas italiana


Volere la Luna a congresso

Autore:

I.

Comincio con una doverosa (seppur sintetica) informazione sullo stato dell’associazione, sulle cose fatte, sulle attività in corso e sulle prospettive.

Siamo allo scadere del quinto anno di vita dell’associazione. Abbiamo iniziato il nostro percorso il 27 marzo 2018 con 29 soci fondatori che sono diventati, ieri l’altro, 768, con 30 nuovi iscritti nel 2023. Di essi sono in regola con il pagamento della quota al 5 aprile – lo dico non per ragioni burocratiche ma per un necessario riferimento al diritto di voto in assemblea, secondo le previsioni dello statuto – 205: alla stessa data dell’anno scorso erano lo stesso numero di 205 (che sono diventati 330 a fine anno). Lo scarto tra gli iscritti e chi è in regola con i pagamenti dipende da molti fattori: la dimenticanza, il fisiologico distacco di alcuni iscritti, la circostanza che il versamento della quota può avvenire lungo tutto l’arco dell’anno etc. Il nostro bacino di riferimento è, peraltro, assai più ampio degli iscritti, almeno a giudicare dal fatto che la nostra newsletter raggiunge 3.284 persone.

La ripartizione territoriale dei soci resta sostanzialmente invariata, con una grande maggioranza (331, quasi la metà) di torinesi o piemontesi. Seguono Lombardia (77), Toscana (73), Lazio (54), Emilia-Romagna (41), Veneto (33) e Liguria (25). Come dico ormai tutti gli anni, se vogliamo darci una dimensione davvero nazionale, dobbiamo radicarci in maniera più omogenea sul territorio, anche promuovendo la costituzione di gruppi locali almeno nelle sedi maggiormente rappresentate (cosa avvenuta da ultimo – e lo sottolineo con grande piacere – a Catania). Segnalo anche che, seppur con piccoli numeri, stiamo diventando internazionali avendo aderenti in Francia (3), Svizzera (2), Belgio, Brasile, Germania, India e Usa.

Il sito, in funzione dal 3 giugno 2018, ha raggiunto, dall’inizio ad oggi, 3.764.747 accessi (dato del 18 aprile) e supera stabilmente le 2.000 visualizzazioni quotidiane. Nell’ultimo mese il picco giornaliero è stato di 3.993. Inseriamo circa 3 articoli al giorno (in realtà il sabato e la domenica ne vengono inseriti meno o non ne vengono inseriti affatto anche perché la newsletter, inviata il venerdì, richiama gli articoli dei giorni precedenti). I collaboratori continuano a crescere e quelli stabili sono una settantina. Da due anni è in funzione anche il sito di via Trivero che stenta, peraltro, a decollare e su cui dovremo fare un investimento maggiore.

Per quanto riguarda l’attività sul territorio, limitata – come si è detto ‒ alla realtà torinese (salvo un paio di dibattiti organizzati dal gruppo catanese): a) la sede di via Trivero è aperta stabilmente il giovedì e il venerdì (oltre che nei giorni in cui ci sono attività specifiche); b) nel 2022 abbiamo organizzato ben 40 incontri politico-culturali (come risulta dalla cronologia predisposta da Roberto Patrucco): tra essi meritano una segnalazione particolare la mostra “Il mondo di Altan” (che ha avuto una partecipazione assai ampia e una significativa eco mediatica) e la Festa di Volere la Luna (che per tre giorni ha visto centinaia di persone impegnate in via Trivero in incontri, dibattiti e momenti di socialità); c) gli sportelli informativi di carattere legale, sanitario e sulla casa hanno continuato a funzionare con un numero telefonico sempre attivo da cui le richieste vengono dirottate ai professionisti competenti. I dati di riferimento sono di 175 accessi di cui 82 (47%) di carattere legale, 14 (8%) di carattere sanitario, 65 (37%) relativi alla casa e 14 (8%) di contenuto vario; d) il servizio di “pasti sospesi” in collaborazione con il circolo dei Sardi A. Gramsci è stato attivo per tutto il 2022, anche se con un numero di interventi inferiore a quello che avremmo desiderato (per i limiti delle disponibilità economiche).

L’assemblea è, anche, il momento di analisi dei bilanci, che saranno illustrati dalla tesoriera e che sono a disposizione al tavolo della presidenza. Sinteticamente, il nostro bilancio consuntivo del 2022 vede entrate di 54.995 euro e uscite di 44.017 euro; quello preventivo del 2023 (redatto, come previsto dallo statuto, a inizio anno) prevede 52.743 euro di entrate e uscite di eguale entità. Le voci di entrata sono essenzialmente le quote associative (ordinarie o di soci sostenitori), le donazioni (in particolare quelle continuative di 30 euro mensili che vanno sotto la voce “un caffè al giorno” effettuate da oltre 30 soci) e i contributi di enti che hanno patrocinato nostre iniziative. Le uscite principali, oltre a quelle straordinarie, sono dovute alle spese per la sede di via Trivero, in particolare il canone di locazione di 3.000 euro annui (per l’esattezza, per i prossimi 7 anni, 6.000 euro con deduzione di 3.000 euro a compensazione delle spese da noi sostenute, forfettariamente conteggiate) e alla gestione del sito, pur limitata alle spese vive e ai rimborsi per chi provvede alle immissioni degli articoli e all’iconografia. I bilanci hanno una consistenza maggiore di quella degli anni precedenti (dell’ordine di 12.000 euro circa sia in entrata che in uscita): si tratta peraltro di una voce particolare e non ripetibile perché corrispondente al campeggio a Riace il cui onere organizzativo è stato integralmente assunto dall’associazione Spostiamo Mari e Monti ma che noi abbiamo co-organizzato assumendo il ruolo di associazione capofila (con conseguente uso del nostro conto corrente, in entrata, per i versamenti dei partecipanti e degli enti che lo hanno patrocinato e, in uscita, per i necessari pagamenti).

La prospettiva di maggior rilievo riguarda la ristrutturazione della palazzina e del capannone su cui siamo in ballo, non per colpa nostra, dal 2020 (e dunque da tre anni). Non sto a relazionarvi sui diversi tentativi e passaggi effettuati in questi anni; mi limito a dirvi che, usufruendo dell’ecobonus e del sismabonus, cedendo il relativo credito di imposta a Intesa San Paolo e godendo di un contributo della compagnia San Paolo per i progetti ritenuti migliori dovremmo riuscire a ristrutturare gli edifici, con opere del valore di oltre 300.000 euro, a un costo prossimo allo zero, mentre è tuttora incerta la possibilità di avere un contributo che consenta la costruzione anche della cucina. A giorni dovremmo avere la risposta definitiva di Intesa San Paolo mentre il contributo di Compagnia San Paolo (di 40.000 euro) è già stato deliberato. Vi terrò, ovviamente, informati dicendo fin d’ora che, nel caso in cui tutto vada a buon fine, i lavori, con connessa indisponibilità della sede, si svolgeranno da giugno a dicembre (termine ultimo per poter usufruire dell’ecobonus). Se, poi, riusciremo a costruire anche la cucina dovremo ricorrere a una raccolta fondi straordinaria (per integrare i 14.000 euro che già abbiamo accantonato). Aggiungo che l’esecuzione dei lavori porterà con sé l’opportunità di negoziare con il Centro Gobetti un prolungamento del contratto di locazione, al momento scadente al 31 dicembre 2029.

II.

Esaurita la parte informativa, passo ad alcune considerazioni sulla situazione politica generale e, in essa, sulle nostre prospettive. Comincio dalla situazione generale su cui mi limito a pochi cenni essendo stata, tra l’altro, oggetto di molti approfondimenti lungo tutto l’anno nel sito.

Teniamo la nostra assemblea mentre:
l’Italia è in guerra (sia pure per interposto Paese) con un coinvolgimento ancor più intenso di un anno fa;
la povertà, la disuguaglianza e gli attacchi all’ambiente crescono in maniera esponenziale, a livello nazionale e nei territori;
– abbiamo, per la prima volta nella storia repubblicana, un governo di conclama derivazione fascista (con un continuo picconamento anche sul piano della cultura e dei diritti civili);
l’involuzione del sistema politico ha assunto dimensioni macroscopiche con la fuga dei cittadini dal voto e dalla partecipazione e l’assenza, a livello istituzionale, di ogni opposizione (ché la sinistra antagonista, sedotta anche da derive personalistiche, resta a percentuali di consenso prossime ai prefissi telefonici di un tempo; la sinistra interna allo schieramento parlamentare si è dimostrata, come era facile prevedere, subalterna o, comunque, irrilevante; il Partito democratico è ormai da tempo una forza centrista impermeabile ad ogni rinnovamento anche nei territori; il M5Stelle ha tenuto a livello di rappresentanza parlamentare ma, nonostante una pennellata di rosa, resta quel soggetto né di destra né di sinistra che ha voluto essere fin dall’inizio, come dimostra, da ultimo, il suo imbarazzo sulle politiche migratorie);
– tutto ciò accade senza che si manifestino, nel Paese, reazioni significative.

Sono cose che ci siamo detti e ripetuti in questi mesi a fronte delle quali mi limito a tre rilievi:
a) la nostra idea di fondo secondo cui bisogna lavorare per un’altra politica a partire dalle relazioni e dai rapporti interpersonali (quell’idea che ci ha portato alla costituzione di Volere la Luna) resta più che mai valida e confermata dai fatti, è condivisa qua e là da altri, ma tarda a produrre significative aggregazioni;
b) non credo che sia per noi possibile partecipare in alcun modo all’impresentabile teatrino dell’attuale politica istituzionale, ma dobbiamo cercare strade almeno per provocare questa politica (senza trascurare fatti nuovi, pur sopravvalutati e non decisivi, come il cambio della guida politica del Pd e il necessario bagno di opposizione dei 5Stelle);
c) l’assenza di opposizione sociale è un fatto conclamato nel nostro Paese ma non in Europa (la cui situazione politica è pur assai simile alla nostra), almeno a giudicare da quel che accade in Francia, in Germania, nel Regno Unito. Credo dovremo capirne le ragioni e muoverci di conseguenza.

III.

A questi (e a molti altri) profili dovrà essere dedicata la nostra riflessione di oggi e dei mesi a venire per definire anche un’azione politica coerente. Per questa azione politica azzardo tre settori di intervento di cui, in verità, già abbiamo parlato negli anni scorsi senza, peraltro riuscire a decollare:
un più accentuato radicamento territoriale: a Torino e, auspicabilmente, in altri contesti. Senza questo radicamento i nostri discorsi resteranno astratti e con scarso impatto sulla realtà. Nel radicamento territoriale comprendo tutto: le attività per così dire sociali (dagli sportelli di consulenza ai pasti sospesi e via elencando), le iniziative politico-culturali, la partecipazione ai momenti di mobilitazione locali o cittadine (sul versante ambientale, a tutela dei migranti etc.). Con la nuova sede, più funzionale e duttile di quella attuale, ci saranno le condizioni materiali per questo salto di qualità ma, come vedremo, non basteranno;
il lancio di alcune “campagne” (contro l’autonomia differenziata, sulla sanità, sul lavoro…) per creare maggior consapevolezza e mobilitazione politica ma anche, insieme, per costruire reti e collaborazioni: con associazioni e movimenti ma anche – se ci saranno – con pezzi di forze politiche e sindacali tradizionali che si dimostrino interessate;
la costruzione di un luogo stabile di approfondimento e confronto politico costruito insieme ad altre realtà del territorio (una scuola di buona politica dal basso che sorregga iniziative di mobilitazione) con il supporto del sito e con quaderni di documentazione che consentano di capitalizzare e di mettere a disposizione le elaborazioni effettuate.

Potrei approfondire e continuare indicando molti altri interventi possibili, sia a livello generale che sul territorio, ma rischierei di ripetere un po’ stancamente cose che – come ho ricordato poco fa – ci siamo detti anche negli anni scorsi. Purtroppo con scarsa utilità: non per difetto di elaborazione ma perché, a fianco dei problemi generali, c’è un problema specifico che sta dentro di noi.

Ho enunciato all’inizio i nostri numeri: di soci, di bilanci, di attività. Sono numeri per molti aspetti positivi, apparentemente incoraggianti. Possiamo vantarli all’esterno ma sappiamo che nascondono una realtà assai più problematica. Per percorrere in maniera coerente e proficua la strada che abbiamo intrapreso ci sono, infatti, due snodi fondamentali e irrisolti: a) il mancato incremento del gruppo delle persone attive, con l’innesto di giovani che portino anche una maggior attenzione e sensibilità ai temi vicini ai loro coetanei e garantiscano il necessario ricambio; b) la mancata realizzazione di esperienze analoghe a quella torinese in altre aree del territorio (di cui si è, a volte, parlato ma che non sono mai decollate, salvo il caso – importante ma ancora limitato e isolato – di Catania). Se non riusciamo a risolvere questi snodi la nostra presenza nel panorama politico e sociale – dobbiamo esserne consapevoli – perderà rilievo ed interesse. Non ho ricette né bacchette magiche ma so che la questione deve essere posta al centro della nostra riflessione e della nostra iniziativa.

Concludo con una considerazione che mi riguarda direttamente. Sono presidente dell’associazione dalla nascita (nel 2018) e sono stato confermato nell’incarico lo scorso anno per un ulteriore triennio. Porterò a termine questo mandato (anche per le molte iniziative attualmente in cantiere, a cui ho in parte fatto cenno), ma non sarò disponibile per altri rinnovi: per tante ragioni, la più importante delle quali è che il rinnovamento bisogna promuoverlo praticandolo (e, come qualcuno ricorderà la mia proposta, pur non condivisa dai più, era quella di porre nello statuto un limite temporale a tutte le cariche di rappresentanza). C’è ancora molto tempo davanti e a qualcuno potrà sembrare prematuro porre ora il problema. Può darsi. Ma, intanto, cominciamo a pensarci, perché le cose vanno preparate e non si può procedere per forza d’inerzia.

È la relazione del presidente all’assemblea nazionale di Volere la Luna del 22 aprile