Pioveva a Santiago del Cile l’11 settembre 1973

Autore:

L’11 settembre 1973 è stato – come ha scritto Luis Sepúlveda in Storie ribelli (pubblicato in Italia da Guanda nel 2017) – «il giorno più nero del Cile». Quel giorno, il giorno del golpe, quando svanirono in Cile le speranze di democrazia, socialismo e uguaglianza, Salvador Allende – il presidente Allende – barricatosi nel palazzo de La Moneda con 13 uomini del Gap (piccola formazione di guardie del corpo volontarie) e una decina di poliziotti che gli erano rimasti fedeli (mentre i carabinieri avevano subito abbandonato il palazzo, passando dell’altra parte), resistette per ore all’assalto dell’esercito e al bombardamento dell’aviazione. Dopo la conquista del palazzo e il suicidio di Allende, gli ultimi difensori della Moneda furono torturati e seviziati. Gli uomini del Gap vennero poi assassinati, «gettati in una buca profonda dieci metri, fatti saltare in aria con la dinamite e infine coperti di terra». Del Gap faceva parte, fin dal 1971, Luis Sepúlveda, poco più che ventenne. Al momento del golpe Sepúlveda non era alla Moneda, essendo stato inviato, insieme ad altri, a presidiare una centrale idroelettrica alla porte della capitale e non riuscì a raggiungere i compagni. In seguito, anche lui venne torturato nella caserma di Tucapel, incarcerato per oltre tre anni prima di scegliere la viadell’esilio. Venticinque anni dopo, il 25 novembre 1998, la Camera dei Lords di Londra, con una maggioranza di tre giudici contro due, decise che, in relazione al reato di tortura praticato in Cile durante la dittatura, il generale Augusto Pinochet Ugarte non aveva diritto all’immunità derivante dal suo status di ex capo di Stato e che l’arresto disposto nei suoi confronti dal giudice spagnolo Garzón manteneva piena validità. Il giorno successivo Luis Sepulveda commentò la decisione con un articolo denso di commozione che fornisce alcuni flash anche di che cosa volle dire il golpe per i democratici cileni. Merita – a 50 anni da quel giorno nero – riproporlo. (la redazione).

I Lord britannici hanno appena finito di leggere le loro ragioni legali che tolgono l’immunità diplomatica a quella spazzatura chiamata Pinochet, e sento che la mano di Carmen si rifugia tra le mie. Ci abbracciamo.

Piove nelle Asturie.

Pioveva anche a Santiago del Cile quell’11 settembre 1973, ma questa pioggia è diversa, non dà fastidio a quei vicini che arrivano con bottiglie di champagne a festeggiare la notizia, a ripeterci che sono con noi, a dimostrarci la forza della solidarietà, quel sentimento che esalta la specie umana e che noi cileni abbiamo trovato in tanti paesi del mondo.

Scrivo queste righe perché non so fare altro. Abbraccio mia moglie e tutti e due piangiamo. Piangiamo per la nostra casa saccheggiata dai militari a Santiago, piangiamo per tutti e ciascuno dei nostri fratelli assassinati, piangiamo per quelli che hanno finito i loro giorni nei cimiteri senza nome dell’esilio, piangiamo per quelli che sono tornati sconfitti dagli anni. Piangiamo per la nostra gioventù decimata dal fascismo, piangiamo per il ricordo di mio padre, che vidi per l’ultima volta all’aeroporto di Santiago nel 1977 quando uscii dal carcere per andare in esilio. Piangiamo il pianto liberatorio di quanti non abbiamo mai dimenticato, di quelli che non hanno mai smesso di credere nel giorno della minima giustizia.

Piove nelle Asturie in questo giorno felice.

Chiamano gli amici da ogni parte. Elia, dalla Sardegna, dice che ci abbraccia. Marcia, da Roma, ci bacia con tutto l’amore dei compagni. Marc ci augura salute e vittoria dalla California. Patricia ‒ riusciamo appena a sentire la sua voce ‒ però ci fa ascoltare l’allegria che regna nella sede dell’associazione familiari dei detenuti desaparecidos a Santiago. Olivia, con il suo dolce accento di Cordoba, ci chiama da Buenos Aires per abbracciarci celebrando la fine dell’immunità di Pinochet e l’arresto di Massera. Hennig stappa una bottiglia di champagne ad Amburgo e fa tintinnare la coppa sulla cornetta del telefono.

Questo giorno felice è il trionfo della Solidarietà Internazionale.

Piove nelle Asturie. Il rumore rauco del mare arriva sino alla mia finestra. Carmen ed io usciremo a fare un passeggiata, e sentiremo che la pioggia sui nostri volti comincia finalmente a lavare le vecchie ferite.

In homepage foto di Salvador Allende mentre esce dal Palazzo della Moneda durante l’assalito dei golpisti

L’articolo è tratto da la Repubblica del 26 novembre 1998

 


1973. Il golpe cileno e il giardino di casa degli Stati Uniti

Autore:

1.

Negli anni Sessanta nel mondo occidentale soffiavano impetuosi venti di cambiamento, alimentati dalla vittoriosa rivoluzione cubana che nel 1959 aveva spodestato il dittatore Fulgenzio Batista e parlava di socialismo, di giustizia sociale, di un mondo diverso e migliore. L’assassinio di Che Guevara nel 1967 a La Higuera non solo non aveva fermato l’impeto rivoluzionario ma, trasformando il Che in un martire, aveva ulteriormente fortificato i movimenti di quegli anni: il movimento contro la guerra nel Vietnam, le lotte per i diritti civili, il movimento femminista, il movimento studentesco partito da Berkley e culminato nel maggio francese del ’68 (e poi mei movimenti extraparlamentari italiani e tedeschi), le lotte operaie, il movimento di deistituzionalizzazione (a cominciare, in Italia, dal superamento dei manicomi predicato e praticato da Franco Basaglia). Senza dimenticare il movimento hippy e i raduni come Woodstock o Wight, o, su altro piano, il Cordobazo in Argentina, insurrezione popolare ed operaia del maggio1969.

Parole come libertà, giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, pace, parità tra i sessi, diritti per tutti e in particolare per i più fragili erano, peraltro, troppo pericolose per non provocare una reazione da parte dell’establishment. Ciò, per di più, in un contesto mondiale diviso in due blocchi: contrapposti, ma con il patto tacito di non intervenire nelle questioni dell’altro, anche se nemico. Così si spiega l’ignavia con la quale l’occidente guardò senza intervenire al soffocamento della rivolta ungherese nel 1956 e, poi, ai carri armati russi che stroncavano la primavera di Praga nel 1968. Così si spiega l’appoggio solo di facciata del Patto di Varsavia alle lotte sud americane (determinato, in verità, anche dal fatto che Mosca voleva il controllo totale sulle stesse, cosa respinta da Che Guevara come da Allende).

Il pericolo maggiore per l’establishment Usa arrivò nel 1970 dal Cile, dove, nelle elezioni presidenziali del 4 settembre, nessun candidato raggiunse la maggioranza assoluta, motivo per cui la decisione venne affidata al Congresso, secondo quanto prevedeva la Costituzione del 1925. Il 24 ottobre, grazie a un accordo tra i socialdemocratici cristiani del presidente uscente Frei e la sinistra, venne eletto Salvador Allende del Partito socialista, con la schiacciante maggioranza di 153 voti contro i 35 di Alessandri e 7 astenuti. Determinante, nella scelta in favore di Allende, fu l’assassinio del Capo di Stato Maggiore dell’esercito, René Schneider, ad opera di cospiratori di destra appoggiati dalla Cia. L’ondata emotiva che ne seguì convinse, infatti, il Partido Demócrata Cristiano di Frei a sciogliere ogni riserva e ad appoggiare Allende, nonostante fosse il leader di una coalizione che comprendeva il Partito comunista (con Pablo Neruda candidato per la presidenza che decise di ritirarsi in favore di una candidatura unica) e che godeva dell’appoggio esterno del Mir (Movimiento de izquierda revolucionario).

Allende pose subito mano all’attuazione del suo programma che prevedeva la nazionalizzazione delle miniere di rame (allora sotto il controllo di due aziende statunitensi, la Kennecott e la Anaconda), delle banche, delle compagnie di assicurazione, dei trasporti ferroviari, aerei e marittimi, delle telecomunicazioni, della siderurgia e delle grandi industrie. Ci fu inoltre l’avvio della riforma agraria, accompagnata dalla tassazione sulle plusvalenze e dalla sospensione del pagamento del debito pubblico. Ciò provocò la reazione dei ceti medio-alti e la fuga di capitali all’estero con il seguito di un’inflazione galoppante e il blocco di molte attività economiche, mentre la sospensione delle sovvenzioni statali alle scuole private provocò l’irritazione dei vertici ecclesiastici. In questo contesto l’esperienza del Governo Allende fu considerata dagli Stati Uniti troppo pericolosa economicamente e politicamente, perché avvenuta con elezioni democratiche e perché si inseriva in un un quadro di spinte progressiste. Per il presidente Nixon e il suo segretario di Stato Kissinger, convinti sostenitori della dottrina Monroe, secondo cui il Sud America era “il cortile di casa degli Usa”, doveva essere stroncata non solo ogni idea di sinistra, ma ogni politica volta a minare gli ingenti guadagni che le imprese statunitensi si garantivano sfruttando le risorse latinoamericane.

Questo insieme di fattori portò, l’11 settembre del 1973, al golpe realizzato dal generale Pinochet con l’appoggio e la collaborazione della Cia.

Dopo il golpe, il Cile fu il laboratorio perfetto per i Chicago Boys, il gruppo di economisti seguaci di Milton Friedman che, chiamati come consulenti dalla junta militar, usarono il ruolo per sperimentare le loro teorie, smantellando le aziende pubbliche, privatizzando le imprese più importanti, riducendo nettamente la spesa pubblica (sanità, istruzione, pensioni), insomma azzerando le riforme di Allende. Fu inoltre facilitato il rimpatrio dei profitti delle multinazionali e delle imprese straniere, in modo da essere attrattive per gli investimenti. Seguirono il crollo dei salari (- 50%) e l’aumento della disoccupazione (dal 3,1% del 1972 al 38% del 1987), oltre alla recessione agricola per mancanza di sussidi statali.

Il golpe cileno non fu isolato. Prima si erano verificati il golpe militare del 1971 in Bolivia ad opera del generale Banzer e quello del giugno del 1973 in Uruguay, in cui il presidente fantoccio Juan Maria Bordaberry aveva chiuso il Parlamento e affidato il potere a una giunta militare (ufficialmente il golpe doveva schiacciare il fronte guerrigliero dei Tupamaros, ma in realtà servì, come nel caso della Bolivia, a favorire gli interessi economici statunitensi e delle multinazionali in genere). Nella stessa ottica venne poi varata, sempre dal presidente Nixon e dal segretario di Stato Kissinger, la famigerata operazione Condor, volta a sradicare ogni governo di sinistra, utilizzando militari ed estremisti di destra, tra cui molti neofascisti europei rifugiati in Sud America, come Stefano Delle Chiaie.

Ma per realizzare in America Latina il neoliberismo che avrebbe dominato l’Occidente degli 1980, con Reagan e Thatcher, mancava un tassello e questo fu il golpe argentino del 24 marzo 1976. L’Argentina era la nazione sud americana più simile a un paese occidentale, per la presenza di una forte classe media e di importanti sindacati. Insomma, il luogo ideale dove perfezionare il lavoro economico iniziato in Cile. Ma il golpe cileno aveva insegnato una cosa: le scene dello stadio di Santiago pieno di oppositori politici, i morti ai bordi delle strade e la mano durissima dei militari vista in tutto il mondo avevano determinato una reazione di indignazione, non tanto dei Governi occidentali quanto della società civile che aveva organizzato marce, comitati di solidarietà, appoggio logistico e non solo. Così il golpe argentino si svolse nel più assoluto silenzio: i sequestri avvennero di notte, i campi di reclusione e tortura furono segreti e clandestini, l’immagine che si offrì fu quella di un rassicurante controllo della violenza delle organizzazioni Montenera e dell’Erp. Per di più il governo deposto di Isabela Peron non era certo un modello di democrazia: finito nelle mani di Lopez Rega aveva visto la nascita della triple A (Alleanza argentina anticomunista) che aveva iniziato già nel 1975 la pratica della desaparicion (Alejandro, figlio di Taty Almeida, madre de Plaza de Mayo e cittadina onoraria di Torino dal 2007, era stato sequestrato nel 1975). Il golpe argentino fu un processo lineare per sperimentare un modello economico da esportare poi in Occidente, usando i militari come braccio armato e con la complicità della cupola ecclesiastica (molti sacerdoti di base, spesso della teologia della Liberazione furono perseguitati e uccisi).

Sintomatica del diverso atteggiamento dei governi e dell’opinione pubblica occidentali a fronte del golpe cileno e di quello argentino fu la reazione dell’Italia. Il nostro Paese non riconobbe il Governo del macellaio Pinochet e, dopo qualche tempo, ritirò la propria rappresentanza diplomatica. Prima, tra il settembre 1973 e il novembre 1974, oltre 700 persone vennero accolte dalla nostra ambasciata: inizialmente solo cittadini di origine italiana, ma poi anche cileni in fuga dall’orrore e da persecuzione, tortura, morte. Lividi di rabbia gli assassini del regime arrestarono Lumi Videla, studentessa ventiseienne di sociologia, esponente del Mir, la torturarono, la uccisero e gettarono il suo cadavere all’interno del cortile della nostra ambasciata. Il silenzio sulla repressione in Argentina e lo scarso appeal del governo deposto – insieme agli interessi economici italiani in loco (con Eni, Fiat, Pirelli, Banco Ambrosiano) e ai legami tra la loggia P2 e i vertici militari sudamericani – provocarono un brusco cambiamento nell’atteggiamento diplomatico dell’Italia. Così la nostra ambasciata bloccò ogni accesso: nessuno poté entrare, mentre fuori la violenza era al suo apogeo con sequestri, torture, violenze fisiche e psichiche.

2.

Oggi – 50 anni dopo – il Cile ha un governo presieduto da Gabriel Boric, avvocato di 37 anni, leader della Federazione Studentesca Cilena nel 2012, poi deputato, eletto presidente dopo un ballottaggio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/21/la-vittoria-di-boric-in-cile-gracias-a-la-vida/). Il suo programma prevedeva che le pensioni diventassero pubbliche (soluzione poi bocciata dal Parlamento). Chiedeva inoltre un aumento del salario minimo (che è passato, in effetti, da 412 a 470 dollari mensili), un incremento della spesa sociale (con attenzione anche alla salute mentale), una crescita delle tasse per le aziende e i ceti più ricchi e una nuova Costituzione che soppiantasse quella di Pinochet. Il cambiamento della Costituzione è stato bocciato dal voto dei cileni, indebolendo di molto la posizione di Boric, che comunque ha rilanciato facendo approvare una nuova legge contro i crimini economici e ambientali che colpisce, soprattutto, società commerciali e dei trasporti, media, compagnie di navigazione, industria del pollame e società mediche coinvolte in scandali che venivano puniti in maniera irrisoria (e la cui impunità era state tra le cause delle grandi mobilitazioni popolari del 2019, con 30 morti e migliaia di feriti: https://volerelaluna.it/mondo/2019/10/28/un-altro-cile-e-possibile-noi-siamo-stanchi-ci-uniamo/). La nuova legge stabilisce le sanzioni attraverso i cosiddetti “giorni di multa”, calcolati a partire dal reddito medio giornaliero della persona o dell’azienda coinvolta. Ma la situazione è difficile, aggravata anche dalle dimissioni del ministro dello Sviluppo Sociale, Giorgio Jackson, amico da sempre di Boric, intervenute a seguito di accuse di irregolarità, pur respinte dall’interessato, nel trasferimento di fondi pubblici a fondazioni private (dal ministero dell’edilizia alla fondazione Democracia Viva legata al partito di Jackson). La sintesi della situazione è quella di un Governo che aveva acceso molte speranze e che sembra oggi bloccato nella sua azione riformatrice.

Due considerazioni finali. La prima: un sondaggio realizzato dalla società di consulenza Pulso Ciudadano nel luglio 2023 rivela che il 47% dei cileni afferma che Pinochet era un dittatore, mentre il 40% non lo ritiene tale. Solo il 16,8% ha dichiarato che era un criminale. Nello stesso sondaggio il 32% dei cileni definiva Allende un presidente che voleva instaurare il comunismo in Cile. Pieno negazionismo, insomma. Seconda considerazione: Boric al primo turno delle elezioni, quando aveva un atteggiamento radicale, ha preso il 25,8% dei voti; al ballottaggio, quando ha ammorbidito la sua posizione, il 55,9%. Per dirla con Joaquim Garcia Huidobro, scrittore e docente di filosofia, Bachelet (centrosinistra) prima, Pineira (destra) dopo e ora Boric non hanno capito che i cileni vogliono la libertà economica ma con tutele statali. Cinquant’anni dopo dove è finita l’eredità di Allende?


Buon Natale dal Cile

Autore:

Mentre nubi sempre più minacciose oscurano il nostro orizzonte, mentre la pandemia, non piegata dalle vaccinazioni di massa ha ripreso vigore e tiene in ostaggio le Nazioni dell’Occidente, che, abbarbicate al proprio privilegio, non hanno voluto condividere i vaccini con il resto del mondo sospendendo i brevetti, mentre i venti di guerra hanno ripreso a soffiare furiosi lungo la linea di faglia del confronto fra la NATO e la Russia, finalmente un raggio di luce squarcia quest’orizzonte cupo e riapre la dimensione della speranza.

La vittoria di Gabriel Boric alle elezioni presidenziali cilene del 19 dicembre è un evento di portata storica (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/21/la-vittoria-di-boric-in-cile-gracias-a-la-vida/). Non si tratta, come potrebbe essere in altri paesi, dell’alternanza alla guida del Governo fra una sbiadita coalizione di centro-sinistra e una amorfa coalizione di centro-destra. Con l’elezione di un giovanissimo leader a capo di un frente amplio, comprensivo del partito comunista, delle altre forze di sinistra e dei movimenti di protesta sociale, giunge a compimento la rivoluzione antifascista iniziata con la grande mobilitazione di massa nell’ottobre del 2019 (https://volerelaluna.it/mondo/2019/10/28/un-altro-cile-e-possibile-noi-siamo-stanchi-ci-uniamo/), sfociata nella elezione dell’Assemblea costituente nel maggio del 2021 (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/05/21/il-cile-volta-pagina/), che adesso celebra la sua vittoria alle elezioni presidenziali.

Una vittoria per niente scontata, ove si consideri che Boric era arrivato secondo al primo turno con il 26%, a fronte del 28% del candidato della destra Kast, ultimo epigono di Pinochet (https://volerelaluna.it/mondo/2021/11/30/argentina-e-cile-sconfitte-le-forze-alternative-alla-destra/). Nel ballottaggio Boric è riuscito a portare al voto oltre un milione di persone che non avevano votato. Certamente ha giovato la sua capacità di dialogare e l’assenza di settarismo nel suo messaggio politico, che gli hanno procurato il sostegno della Democracia cristiana e del Partido socialista, ma le ragioni della sua vittoria hanno radici più profonde, sono iscritte nella storia del Cile.

Il popolo cileno ha pronunciato un no definitivo al pinochettismo e alla sua velenosa eredità politica, il vangelo liberista dei Chicago boys. Una dottrina economica che Pinochet aveva imposto con la violenza dei massacri e delle torture e che era sopravvissuto alla caduta del regime, trasformando il Cile in una delle società più diseguali del Sud-America. È una bocciatura senza appello di un modello sociale fondato sul disconoscimento dei diritti sociali e la sacralizzazione della proprietà privata fino al punto da rendere sostanzialmente privatistica l’erogazione di servizi sociali fondamentali come la salute e l’istruzione e da concedere alle imprese la massima libertà di sfruttamento della manodopera e delle risorse naturali, compresa la licenza di depredare l’ambiente e di inquinare. Dopo quasi cinquant’anni dal golpe dell’11 settembre 1973, Salvator Allende è ritornato nel Palazzo della Moneda con il volto di un giovane del Sud. È ritornato il suo sogno di una società più equa, più fraterna, capace di assicurare a tutti il godimento dei diritti fondamentali, dei diritti civili (finora compressi da una cultura patriarcale), di condividere le ricchezze e di non lasciare nessuno indietro (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/10/31/cile-non-son-trenta-pesos-son-trenta-anos/).

È una lieta novella che travalica i confini del Cile e annuncia una speranza per tutta l’America Latina, essa è di buon auspicio per i prossimi appuntamenti elettorali di Colombia (29 maggio 2022) e Brasile (2 ottobre 2022), che vedranno con ogni probabilità la fine dei due governi di destra superstiti in America Latina, uno dei quali ancora nelle mani di uno scellerato imitatore di Trump come Bolsonaro. In questo cammino, che segna un nuovo inizio per il popolo cileno, Boric non sarà solo. Al suo fianco ci sono i profeti che hanno testimoniato al mondo la grande umanità del popolo cileno: Gabriela Mistral, Pablo Neruda, Violeta Parra. Con loro ci sono le migliaia di vittime di Pinochet, che hanno testimoniato con la vita la loro fede in una società più giusta. Morti e vivi, tutti insieme uniti nell’inno alla vita di Violeta Parra, la colonna sonora del nuovo Cile: «gracias a la vida que me ha dado tanto!» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/10/25/el-pueblo-unido/).

 


Il Cile volta pagina

Autore:

«Gracias a la vida que me ha dado tanto / Me dio dos luceros que, cuando los abro / Perfecto distingo, lo negro del blanco / Y en el alto cielo su fondo estrellado / Y en las multitudes, el hombre que yo amo». L’inno alla vita di Violeta Parra, la cantautrice cilena interprete dei sentimenti più profondi dell’anima popolare cilena, è il miglior commento che si può fare allo straordinario risultato delle elezioni che si sono svolte nel fine settimana in Cile per eleggere i 155 membri dell’Assemblea costituente che dovrà redigere la nuova Costituzione del Cile che sostituirà quella del 1980 (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/10/27/cile-una-nuova-aurora/), l’ultimo lascito del regime di Pinochet.
Le elezioni hanno segnato una disfatta per la destra del Presidente Pineira che aveva presentato un’unica lista assieme alle formazioni politiche che si ispiravano a Pinochet, conseguendo meno di un terzo (37) dei seggi della futura Assemblea costituente. I grandi vincitori sono stati i candidati indipendenti, cioè quelli non legati ad alcun partito ma espressione del movimento popolare, che hanno ottenuto quasi un terzo dei seggi (48) e quelli delle due grandi liste di opposizione, di sinistra – Apruebo Dignidad con 27 seggi e Lista de Apruebo con 25 seggi. A questi vanno aggiunti i 17 seggi spettanti ai rappresentanti delle comunità indigene. Una novità significativa è che il 50% dei componenti dell’Assemblea è costituito da donne.

Nella stessa tornata elettorale si è votato anche per eleggere 346 sindaci e i governatori delle regioni cilene. Analogo il segno del cambiamento. Le elezioni comunali che hanno visto per la prima volta trionfare a Santiago una candidata del partito comunista, Irací Hassler, che ha sconfitto il sindaco uscente.

Una nuova Costituzione era stata la richiesta principale del movimento popolare sorto spontaneamente nell’ottobre del 2019 sull’onda dell’insoddisfazione popolare per il modello sociale cileno fondato sul disconoscimento dei diritti sociali e la sacralizzazione della proprietà privata (https://volerelaluna.it/mondo/2019/10/28/un-altro-cile-e-possibile-noi-siamo-stanchi-ci-uniamo/). Fino al punto da rendere sostanzialmente privatistica l’erogazione di servizi sociali fondamentali come la salute e l’educazione e da concedere alle imprese la massima libertà di sfruttamento della manodopera e delle risorse naturali, compresa la licenza di inquinare. Era il modello sociale imposto da Pinochet sulla base del vangelo neoliberista dei Chicago boys, ispirato alla menzogna del trickle-down effect, la teoria secondo la quale se i ricchi diventano più ricchi anche i poveri se ne avvantaggiano (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/10/31/cile-non-son-trenta-pesos-son-trenta-anos/).

Quando è scoppiata la protesta contro questo stato di cose, è venuto fuori quel che restava della peggiore eredità di Pinochet, il volto autoritario e repressivo dello Stato-apparato. Il Presidente Sebastiano Pineira il 19 ottobre 2019 ha proclamato lo stato d’emergenza spingendo gli apparati di sicurezza a operare una durissima e violenta repressione contro il movimento popolare. Si sono verificati omicidi, torture e stupri, documentati dalla denuncia alla Corte penale internazionale presentata dalla Commissione cilena dei diritti umani e da altre associazioni. Il dato più sconvolgente in questo contesto è quello degli oltre trecento giovani accecati dai Carabinieros con l’uso di candelotti lacrimogeni e proiettili di vario genere diretti intenzionalmente contro gli occhi dei manifestanti.

L’11 settembre 1973 Salvator Allende, assediato nel palazzo della Moneda lanciò un drammatico appello denunciando l’oltraggio della forza che prevaleva sul diritto. Con la nascita di questa nuova Assemblea costituente, dopo quasi cinquant’anni, la storia si rovescia, il diritto sta per prevalere sui lasciti del regime di violenza imposto al popolo cileno. Una nuova democrazia sta sorgendo dalle ceneri di Pinochet e siamo sicuri che costituirà un faro per tutti i popoli dell’America Latina e una speranza per il mondo intero in un’epoca in cui la democrazia diventa sempre più asfittica ed arretra persino nell’Unione Europea, come insegnano le tristi vicende della Polonia e dell’Ungheria. In questo compito straordinario i nuovi costituenti non sono soli. Li accompagnano e scriveranno con loro la nuova Costituzione i grandi testimoni dell’umanità del popolo cileno, Gabriela Mistral, Pablo Nedruda, Violeta Parra: gracias a la vida!


Cile. Una nuova aurora

Autore:

Le lotte ebbero inizio all’insegna dell’unità: «Solo unendo le nostre volontà, possiamo essere in grado di costruire un presente e un futuro migliore, sconfiggendo la disperazione e la frustrazione, recuperando tutta la fiducia e le forze necessarie per conquistare i diritti che oggi ci vengono negati». A questo appello aderirono nell’agosto 2019 più di 50 associazioni: sindacati – per prima la Central Unitaria de Trabajadores cilena (CUT) – studenti, ambientalisti, movimenti indigeni (https://volerelaluna.it/mondo/2019/10/28/un-altro-cile-e-possibile-noi-siamo-stanchi-ci-uniamo/). Ancora una volta in difesa dell’acqua pubblica, del riconoscimento dei popoli indigeni e delle diversità sessuali LGTBI, assieme ai movimenti per un sistema pubblico universale di sicurezza sociale contro le AFP (Amministrazioni dei Fondi Privati di Pensioni) e per una educazione pubblica di qualità; in generale per il cambiamento del sistema economico, sociale e ambientale (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2019/10/25/noi-giovani-cileni-niente-da-perdere-i-carri-armati-non-ci-fermeranno/).Sin dal primo giorno facevano parte del movimento le tre associazioni dei desaparecidos, dei detenuti e degli assassinati sotto la dittatura militare di Pinochet. Le donne entrarono portando tutte le loro specificità e la loro determinazione come si è visto nello svolgimento delle lotte. Nacque Unidad Social.

C’era in tutti la diffusa consapevolezza che ogni avanzamento sociale era possibile solo cambiando la Costituzione voluta da Pinochet e dalla dittatura militare.

Ricordiamo con entusiasmo i notiziari dell’epoca che trasmettevano le voci del popolo cileno unito, coraggioso e determinato a non essere jamas vencido (mai sconfitto) così come la forza delle donne cilene nella canzone che è diventata virale in tutto il mondo Un violador en tu camino (“Uno stupratore in arrivo”), cantata per la prima volta dalle donne il 20 novembre 2019 davanti alla caserma dei Carabineros di Valparaiso. Eventi che hanno messo in ginocchio il governo Piñera, nonostante le violenze scatenate contro i dimostranti per reprimere le manifestazioni.

La manifestazione del 18 ottobre 2019 alla quale parteciparono più di un milione e mezzo di persone ha dato luogo in Cile al processo di rifondazione del paese a partire dall’obiettivo comune della necessità dell’abolizione di una Costituzione illegittima imposta nel 1980 da una delle dittature più feroci del continente latinoamericano come quella del generale Pinochet. Centinaia di assemblee e consigli autoconvocati per le delibere popolari portarono all’accordo con il governo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione del 15 di novembre dal quale hanno preso forma il Plebiscito e la Convenzione Costituzionale.

Il popolo cileno ha dato abbondante prova del potere costituente forgiato in duri anni contrassegnati da profonde ingiustizie e abissi sociali, richiedendo i cambiamenti strutturali necessari per rafforzare la democrazia e lo Stato di diritto. 

L’ideologo principale della costituzione di Pinochet, Jaime Guzman, dichiarò che questa doveva assicurare per il futuro un margine ridotto per cambiamenti a qualunque governo. In pratica egli stesso riconobbe apertamente che doveva essere come una prigione per la democrazia. Effettivamente la Costituzione cilena nega il carattere multiculturale del paese e introduce gravi limitazioni alla libertà sindacale e alla negoziazione collettiva, così come cancella il diritto di sciopero ai lavoratori del settore pubblico e riduce una serie di diritti come quello universale alla protezione sociale. Le stesse funzioni del Parlamento vennero profondamente limitate rendendo pressoché impossibile legiferare su questioni importanti, prima di tutto per cambiare le norme costituzionali. Il Cile ritornava ad avere un Parlamento ma la sua attività legislativa era imbrigliata.

Solo sotto la spinta delle lotte sociali e delle proposte via via elaborate per un programma plurale e unitario, il tema della riforma della Costituzione è diventato ineludibile e ad aprile di quest’anno il Parlamento ha deliberato di indire un plebiscito chiedendo agli elettori se dare vita o no a un’Assemblea Costituente per riscrivere la Costituzione. La pandemia ha fatto posticipare il plebiscito al 25 ottobre del 2020. Questo processo ha portato al trionfo del popolo che due giorni fa ha vinto il plebiscito per il cambio della Costituzione con la maggioranza impressionante del 78%. Su 7,5 milioni di votanti quasi sei milioni hanno barrato apruebo (il cambio). In Italia hanno votato 522 cileni e 421 (8l,8%) sono stati favorevoli al cambio.

Nella risposta al secondo quesito della consultazione referendaria, c’è stato anche un forte successo (83%) dell’opzione di eleggere una Convenzione costituzionale rispetto alla Convenzione mista: in altre parole, gli incaricati di redigere la Magna Carta – e porre fine a una delle eredità di Augusto Pinochet – dovranno essere 155 rappresentanti eletti dai cittadini, superando l’opzione di un’assemblea costituente composta da 86 parlamentari e solo da 86 cittadini eletti.

Questo è solo l’inizio di un processo molto importante perché è in campo un modello di democrazia partecipativa che, nonostante la pandemia, ha fatto convergere le forze popolari in una sola voce senza esclusione di nessuno e al di fuori dei vecchi schemi dei partiti politici. È un movimento che ha vinto la paura e la pandemia.

Il risultato di ieri in Cile e quello delle elezioni in Bolivia (https://volerelaluna.it/mondo/2020/10/22/bolivia-la-vittoria-piu-bella/) confermano ancora una volta che il continente latinoamericano può fare la differenza e ricostruire un nuovo ordine mondiale originato dal basso con l’affermazione di nuovi attori nello scenario: le donne, gli indigeni, i sindacati dei lavoratori e attraverso un inedito processo di unità sociale.


In ricordo di Luis Sepúlveda

Autore:

L’inaspettata morte di Sepúlveda crea sconforto in chi lo ha apprezzato, sia come scrittore sia come persona, perché gli ideali della sua vita hanno coinciso con quelli di chi, negli anni Settanta, credeva che fosse possibile cambiare in meglio il corso della Storia.

Riguardo i suoi libri. Tra tutti il più prezioso è Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, capace sia di riavvicinare al piacere della lettura chi l’ha smarrito sia di arricchirlo ulteriormente per chi non l’ha perso.

Un nome da Torero e La Frontiera scomparsa compongono, per me, la trilogia dei suoi libri migliori pubblicati da Guanda tra il 1993 e il 1996, cui seguirono altri libri tra cui Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare da cui fu tratto nel 1998 il film d’animazione La gabbianella e il gatto. Ma non può essere dimenticato Patagonia Express, dove Sepúlveda apre il libro di racconti al Caffè Zurich di Barcellona con Bruce Chatwin per chiuderlo con Francisco Coloane il grande romanziere autore di La terra del Fuoco.

La vita di Sepúlveda è stata strettamente legata al suo Paese, il Cile, all’importante e indimenticabile esperienza del Governo di Unità Popolare di Salvador Allende, socialista e marxista, eletto nel 1970 Presidente e travolto tre anni dopo da uno dei più sanguinosi colpi di Stato che negli anni Settanta flagellarono il Sud America (nel 1976 l’Argentina, nel 1973 l’Uruguay). In tutte queste violente repressioni gli USA ebbero un ruolo e una responsabilità determinante nell’organizzazione dei golpe e nei conseguenti crimini supportati con l’Operazione Condor, voluta dal duo Nixon-Kissinger, contro l’influenza socialista e comunista nell’America Latina, che gli Stati Uniti consideravano «il giardino di casa». Da vedere o rivedere è il film Missing del 1982 di Costa-Gavras con un grande Jack Lemmon nel ruolo drammatico del cittadino medio americano che, inizialmente, stenta a credere nel coinvolgimento USA nell’organizzazione del golpe. Sepúlveda, sostenitore di Allende, fu arrestato e torturato prima di essere rilasciato e infine costretto all’esilio. Una vita – la sua – in cui scrittura e impegno sociale sono sempre stati in coerente sintonia, in un viaggio interminabile attraverso Paesi colpiti dalle dittature o in lotta per la propria emancipazione come il Nicaragua, con l’impegno a fianco dei nativi americani e in particolare degli indios Shuar in Equador, con l’adesione e la militanza in Greenpeace.

Dopo un primo tentativo il 29 giugno 1973, il golpe in Cile si realizza l’11 settembre 1973, proprio pochi giorni dopo l’avvio dell’Operazione Condor: per il popolo cileno è la fine di un sogno e l’inizio di un lungo incubo in cui i sostenitori di Unità Popolare verranno fisicamente eliminati a migliaia.

Ancora oggi, di quel drammatico settembre del 1973, ricordo il momento del gelo che entrò nelle nostre vite di giovani militanti della sinistra, con le immagini del Palazzo della Moneda in fiamme e l’ultimo fotogramma di Allende poco prima di essere suicidato. La memoria rincorre gli eventi. In Italia il golpe cileno aumentò le divisioni spingendo il PCI verso il “compromesso storico” e la sinistra di classe a radicalizzare le proprie posizioni con la campagna per le armi al MIR. E poi la mobilitazione internazionale (generosa ma impotente), le canzoni degli Inti Illimani, gli slogan gridati con speranza e frustrati dalla realtà, il poeta Pablo Neruda eliminato nel letto dell’ospedale in cui era ricoverato, Victor Jara  musicista e militante comunista a cui i golpisti spezzarono le dita prima di ucciderlo, la finale della Coppa Davis di tennis del 1976, che divise a lungo e violentemente le opinioni sul giocarla o meno e che l’Italia infine gioco e  vinse. Probabilmente fu la scelta giusta per impedire al regime di utilizzare la Coppa come strumento di propaganda, e il punto decisivo venne raggiunto con il doppio di Panatta e Bertolucci che scesero in campo con magliette rosse, piccolo ma significativo gesto di sfida.

E ancora: aprile 1987 Papa Giovanni Paolo II si affaccia al balcone del palazzo della Moneda a fianco del dittatore Augusto Pinochet. Fu per un inganno come sostengono le fonti vaticane? Difficile non apprezzare il testo della canzone Santiago dei Litfiba: «E l’uomo in bianco scese dal cielo / Ma era al di là delle barricate / E l’uomo in bianco vide la muerte / Ma era al di là delle barricate / E dittatura e religione / Fanno l’ orgia sul balcone». In ogni caso il pontificato di Giovanni Paolo II fu caratterizzato proprio dalla vicinanza alle dittature di destra, come testimonia la lettera di solidarietà inviata a Pinochet dopo il suo arresto in Gran Bretagna grazie all’azione del magistrato spagnolo Baltasar Garzon nell’ottobre del 1998, oppure con il mancato sostegno all’azione contro la dittatura del cardinale salvadoregno Oscar Romero, assassinato dagli Squadroni della Morte nel marzo del 1980.

Sepúlveda è tutto questo e molto di più: è una memoria storica che non deve smarrirsi è un romanziere e poeta capace di fare sognare con la lettura o rilettura dei suoi libri, è soprattutto un esempio di coerenza.


L’arresto di Pinochet e le mie lacrime di gioia

Autore:

Lucho Luis Sepúlveda se ne è andato, portato via dall’epidemia di Coronavirus. Molti – tutti – stanno ricordando il grande scrittore, amato dagli intellettuali come dai bambini. Noi abbiamo scritto del suo capolavoro (“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”) nei giorni in cui si è diffusa la notizia della sua malattia (https://volerelaluna.it/cultura/2020/03/12/il-giovane-vecchio-che-leggeva-romanzi-damore/).  Qui, oggi, vogliamo ricordare un altro aspetto della sua personalità, quella di un uomo che – come scrive su la Repubblica Giancarlo De Cataldo ‒ «non ha mai smesso per un istante di lottare contro l’ingiustizia sociale, la prevaricazione, la violenza cieca della dittatura che aveva sperimentato nel Cile». In quell’11 settembre del 1973 che ha segnato la formazione di molti di noi Lucho, giovanissimo, faceva parte delle forze di sicurezza socialiste che difesero Santiago dal golpe di Pinochet. Per questo vogliamo ricordarlo pubblicando un suo scritto del 26 novembre 1998 (tratto da la Repubblica) in cui descrive i suoi sentimenti all’indomani dell’arresto, su ordine della magistratura inglese, del generale Pinochet.

 

I Lord britannici hanno appena finito di leggere le loro ragioni legali che tolgono l’immunità diplomatica a quella spazzatura chiamata Pinochet, e sento che la mano di Carmen si rifugia tra le mie. Ci abbracciamo.

Piove nelle Asturie.

Pioveva anche a Santiago del Cile quell’11 settembre 1973, ma questa pioggia è diversa, non dà fastidio a quei vicini che arrivano con bottiglie di champagne a festeggiare la notizia, a ripeterci che sono con noi, a dimostrarci la forza della solidarietà, quel sentimento che esalta la specie umana e che noi cileni abbiamo trovato in tanti paesi del mondo.

Scrivo queste righe perché non so fare altro. Abbraccio mia moglie e tutti e due piangiamo. Piangiamo per la nostra casa saccheggiata dai militari a Santiago, piangiamo per tutti e ciascuno dei nostri fratelli assassinati, piangiamo per quelli che hanno finito i loro giorni nei cimiteri senza nome dell’esilio, piangiamo per quelli che sono tornati sconfitti dagli anni. Piangiamo per la nostra gioventù decimata dal fascismo, piangiamo per il ricordo di mio padre, che vidi per l’ultima volta all’aeroporto di Santiago nel 1977 quando uscii dal carcere per andare in esilio. Piangiamo il pianto liberatorio di quanti non abbiamo mai dimenticato, di quelli che non hanno mai smesso di credere nel giorno della minima giustizia.

Piove nelle Asturie in questo giorno felice.

Chiamano gli amici da ogni parte. Elia, dalla Sardegna, dice che ci abbraccia. Marcia, da Roma, ci bacia con tutto l’amore dei compagni. Marc ci augura salute e vittoria dalla California. Patricia ‒ riusciamo appena a sentire la sua voce ‒ però ci fa ascoltare l’allegria che regna nella sede dell’associazione familiari dei detenuti desaparecidos a Santiago. Olivia, con il suo dolce accento di Cordoba, ci chiama da Buenos Aires per abbracciarci celebrando la fine dell’immunità di Pinochet e l’arresto di Massera. Hennig stappa una bottiglia di champagne ad Amburgo e fa tintinnare la coppa sulla cornetta del telefono.

Questo giorno felice è il trionfo della Solidarietà Internazionale.

Piove nelle Asturie. Il rumore rauco del mare arriva sino alla mia finestra. Carmen ed io usciremo a fare un passeggiata, e sentiremo che la pioggia sui nostri volti comincia finalmente a lavare le vecchie ferite.

(da la Repubblica, 26 novembre 1998)

 


Cile: non son trenta pesos, son trenta años

Autore:

Trenta pesos sono l’aumento del biglietto della metropolitana attuato dal governo Piñera, all’interno di un pacchetto di misure di austerità, che hanno provocato la sollevazione ancora in corso del popolo cileno. Trenta años sono quelli trascorsi dal 1989, quando in Cile si svolsero le prime libere elezioni, dopo il plebiscito dell’anno precedente, che pose fine alla dittatura del generale Augusto Pinochet. Sta tutto in queste cifre il senso profondo della rivolta popolare scoppiata quasi all’improvviso qualche settimana fa e che in breve tempo ha coinvolto tutto il paese in una vera e propria insurrezione generale. Per comprenderne a fondo le ragioni, va tuttavia fatto un ulteriore passo indietro.

L’altro 11 settembre

Santiago e non New York. Carri armati nelle strade e soldati all’assalto della “Moneda, il palazzo presidenziale, invece che aerei contro le “torri gemelle”. Il generale Pinochet e non il leader jihadista Bin Laden. Prima del 2001, l’undici settembre più conosciuto nella storia era quello cileno, quando un colpo di stato mise fine alla vita e al governo del presidente socialista Salvador Allende e consegnò il paese a una feroce dittatura militare. Dei fatti di quei giorni si sa tutto: l’11 settembre 1973, il generale Augusto Pinochet, sostenuto attivamente dalla Cia e dalle grandi multinazionali statunitensi, guidò il putsch militare contro il legittimo governo di Unidad Popular, sparse il terrore nel paese – in pochi giorni 4.000 morti o scomparsi, 80.000 arrestati, più di 200.000 fuggiti all’estero ‒ e diede il via ad una quasi ventennale dittatura fascista. Ciò che è meno noto è il fatto di come quel golpe non fu solo orchestrato dagli Stati Uniti per bloccare un’esperienza di orientamento socialista in America Latina o dalle multinazionali per fermare la nazionalizzazione di settori strategici dell’economia, bensì la premessa per la prima sperimentazione sul campo delle teorie economiche liberiste della “scuola di Chicago”.

“Progetto Cile”

Un tentativo di penetrazione era già stato tentato con l’avvio negli anni ’50 e’60 del “Progetto Cile”, ovvero una stretta collaborazione tra l’Università di Chicago e l’Università Cattolica del Cile per la formazione specialistica di giovani cileni laureati in economia. Il progetto aveva il preciso scopo di educare un gruppo specifico di economisti ad una missione: salvare il Cile dal corso sbagliato che aveva seguito sino ad allora e reindirizzare la sua economia e la sua società, attraverso i principi dettati dalla scuola monetarista di Chicago.

Una strategia di lungo corso che approdò nel 1970 alla redazione di El ladrillo (“Il mattone”) un voluminoso piano di riforme economiche e sociali da proporre per l’economia cilena, vista come paradigma di un intervento più globale per tutti i paesi ad economia arretrata. Ma l’inaspettata vittoria alle elezioni del 1970 di Salvador Allende e la conseguente formazione del governo di Unidad Popular, con l’avvio di una serie di misure di orientamento socialista (nazionalizzazione delle imprese strategiche e del settore bancario, controllo totale dei movimenti dei capitali finanziari, aumento dei salari e redistribuzione delle ricchezze finalizzati alla crescita del mercato interno, aumento dei dazi doganali) bloccò sul nascere le possibilità di influenza del think tank sulla politica economica cilena.

“El ladrillo”

Il colpo di stato fu il tappeto rosso (di sangue) che permise la discesa in campo dei Chicago Boys, e, da quel momento, il piano El Ladrillo divenne il programma economico della dittatura fascista. Un programma di riforme radicali in senso monetarista e liberista che, in breve tempo, comportò la privatizzazione del 90% delle imprese controllate dallo Stato (da 400 a 45) e del sistema bancario, la liberalizzazione del movimento dei capitali finanziari, l’eliminazione di quasi tutte le barriere commerciali, la fine del controllo dei prezzi e l’orientamento esclusivo dell’economia verso l’esportazione delle abbondanti risorse naturali interne. E, naturalmente, la privatizzazione dell’istruzione, della sanità e del sistema pensionistico, nonché politiche del lavoro indirizzate al rapido smantellamento delle organizzazioni sindacali, alla drastica riduzione dei salari e alla totale libertà di licenziamento. Gli obiettivi e le strategie economiche liberiste di questa fase vennero direttamente sostenute da Milton Friedman, uno dei capostipiti della scuola di Chicago, che già nel marzo 1975, durante la prima delle sue frequenti visite nel Cile di Pinochet, consigliava una cura “elettroshock” per la società con l’obiettivo di mettere sotto controllo l’inflazione.

Libero mercato e terrore illimitato

In quell’occasione, Milton Friedman tenne un discorso intitolato “La fragilità nella libertà” (sic!) in cui enunciò le caratteristiche peculiari che accomunano e differenziano le modalità secondo le quali sono strutturati il regime militare e il libero mercato: «La struttura militare si distingue per essere una tipica organizzazione top-down: il generale ordina al colonnello, il colonnello ordina al capitano e così via. Il mercato, invece, è una tipica organizzazione bottom-up. Il cliente entra nel negozio e ordina al dettagliante, il dettagliante invia l’ordine su per la catena fino al produttore e così via. I principi di base dei militari, dunque, sono esattamente il contrario della struttura organizzativa del libero mercato o di una società democratica. È stupefacente che per gestire l’economia i militari cileni abbiano adottato la struttura bottom-up invece della struttura top-down usata fino ad allora» (M. Ensalco, Chile under Pinochet: recovering the truth, Philadelphia,University of Pennsylvania Press, 2000). Discorso ancora oggi utilizzato, in un’impossibile arrampicata sugli specchi, dai seguaci della scuola liberista come prova della distanza tra il loro teorico e il regime fascista di Pinochet, quando in realtà si trattava di una dichiarazione di empatico stupore per quello che più volte in seguito definirà il “miracolo cileno”. Come più volte denunciato da Orlando Latelier, ex-ministro degli esteri ed ex-ambasciatore negli Stati Uniti per il governo Allende, assassinato il 21 settembre 1976 a Washington: «Questa nozione così comoda, secondo la quale violenza della dittatura e politiche economiche liberiste abbiano un legame del tutto casuale, permette a questi portavoce finanziari di riempirsi la bocca di diritti umani. Il piano economico andava imposto, e nella situazione cilena si poteva faro solo con il terrore. La repressione per la maggioranza e la libertà economica per i piccoli gruppi privilegiati sono in Cile due facce della stessa medaglia. C’è armonia intrinseca tra libero mercato e terrore illimitato» (The Nation, 28 agosto 1976). Quali fossero i risultati di questo miracolo, i cileni lo sperimentarono direttamente già nel primo decennio: con un taglio della spesa pubblica del 50%, vennero in pratica distrutte l’istruzione obbligatoria e la sanità pubblica, mentre il tasso di disoccupazione passò dal 4,3 al 22%, i salari crollarono del 40%, e raddoppiò la fascia di popolazione sotto la soglia di povertà (dal 20 al 40%). Un decennio di saccheggio delle risorse collettive e di enorme trasferimento della ricchezza collettiva verso la parte alta della società.

Da La Concertacion a oggi

La Concertación de Partidos por la Democracia più conosciuta come Concertación, ebbe la sua origine come Concertación de Partidos por el No nel 1988, quando si tenne il Plebiscito nazionale, voluto da Pinochet per ottenere un ulteriore mandato di 8 anni. La vittoria del NO spinse la coalizione a divenire alleanza politica fra partiti di centro e di sinistra, alleanza che riuscì a governare per oltre 20 anni (1990-2010), ma che portò avanti senza soluzione di continuità il modello economico sociale e culturale neoliberale, persino approfondendolo. L’ultimo decennio ha visto l’alternarsi di governi di destra (Piñera, 2009-2013) e di centro sinistra (Bachelet, 2013-2017), fino all’attuale governo (ancora Piñera), senza che alcun nodo di fondo ‒ dalla Costituzione ereditata dal regime fascista di Pinochet alle privatizzazioni, dalla diseguaglianza sociale al saccheggio delle risorse da parte delle multinazionali ‒ sia stato affrontato.

No es depresion, es capitalismo

L’insurrezione cilena non poggia dunque su trenta pesos di aumento del biglietto della metropolitana, bensì su trenta anni di “democrazia” che in nulla hanno intaccato la dittatura del libero mercato, introdotta dai carri armati di Pinochet. Bastano alcuni dati per comprendere la profondità della sollevazione e la sua straordinaria determinazione anche di fronte a un esercito tornato, per la prima volta dal 1973, nelle piazze, dove ha usato e sta usando una violenza estrema, con uccisioni, ferimenti, torture e repressione. Secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), il 50% della popolazione cilena possiede il 2,1% della ricchezza nazionale, mentre l’1% più ricco del Paese ne concentra su di sé il 26,5%. Secondo la classifica della Banca mondiale basata sull’indice Palma – l’indicatore che misura il divario nei redditi tra il 10% più ricco e il 40% più povero della popolazione – il Cile è il secondo stato più diseguale al mondo, preceduto soltanto dal Qatar. Secondo l’Ocse, il Cile è ultimo tra i paesi membri per l’impatto delle misure pubbliche (imposte, sussidi, detrazioni fiscali, incentivi etc.) sulle disuguaglianze. Oggi come allora, nel Cile tutto è privatizzato, dalla scuola, alla sanità, dalla previdenza al welfare, ai beni comuni (acqua, energia, trasporti) e, tanto nei settori industriali (rame, legname, energia, salmone) quanto nella distribuzione e nel commercio, dominano le multinazionali. Il popolo cileno non solo è povero, ma sta affogando nel debito privato. Infatti, per garantirsi diritti fondamentali come istruzione, salute e previdenza i cileni si sono in questi anni indebitati a dei livelli non più sopportabili. Secondo i dati governativi, circa 700mila studenti si sono indebitati col CAE (Credito con Aval del Estado) e, contando altri programmi di finanziamento simili, si sfonda il milione di giovani indebitati. In un paese di 17,6 milioni di abitanti, sono quasi 4 milioni i cileni che non riescono a far fronte ad un debito e risultano morosi, e il 22% di questi sono ragazzi di 18-29 anni. E la Legge fondamentale dello Stato continua ad essere quella prodotta dalla dittatura, come ben sanno i Mapuche, considerati dalla stessa terroristi in quanto tali!

Cile despertò

Di fronte a un’insurrezione popolare senza precedenti, il presidente Piñera ha affidato l’ordine pubblico al Capo della Difesa Nazionale Javier Iturriaga Del Campo (figlio di Dante Iturriaga e nipote di Pablo Iturriaga, entrambi torturatori del regime fascista). Si spiegano così il coprifuoco, lo stato d’emergenza e la ferocissima repressione con cui sono state affrontate le proteste popolari. Ma il popolo ha risposto: lo scorso 23 ottobre, 1,5 milioni di persone hanno dato vita alla più grande manifestazione mai realizzatasi nel Paese, e con migliaia di chitarre hanno cantato “Vivir en paz” di Victor Jara (cantautore brutalmente assassinato da Pinochet). Piñera, nel tentativo di salvare la sua poltrona, ha ora ritirato il coprifuoco e lo stato d’emergenza, ha gattopardescamente cambiato sette ministri e ha annunciato riforme sociali. Tentativi di patetica anestesia, cui il popolo cileno ha risposto con lo sciopero generale illimitato e la mobilitazione permanente, finché non otterrà la caduta del governo, il ritiro delle leggi antipopolari e un nuovo processo costituente dal basso. Perché, come dicono nelle piazze di Santiago e Valparaiso, «l’unica paura che abbiamo è che torni la normalità»