Cutro: una tragedia evitabile e le reticenze del ministro Piantedosi

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Lo scafo è alzato in alto, in quel mondo in cui tutto è stato rovesciato da quei due colpi tremendi, è irraggiungibile. […] La nave affonda rapidamente e le onde si richiudono sopra di essa.

(A. Leogrande, Il naufragio. Morte nel Mediterraneo)

Nella sua audizione alla Camera del 7 marzo, il Ministro Piantedosi, dopo aver ricostruito gli eventi che hanno portato al naufragio di Cutro ha affermato che «sostenere che i soccorsi sarebbero stati condizionati o addirittura impediti dal Governo costituisce una grave falsità che offende, soprattutto, lonore e la professionalità dei nostri operatori impegnati quotidianamente in mare, in scenari particolarmente difficili». Parole che fanno seguito a quelle della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, nel difendere la linea del Governo, ha affermato: «Davvero si pensa che abbiamo voluto far morire 60 persone? Continuiamo a fare tutto il possibile per salvare vite. Unica soluzione, impedire le partenze. Non è passato un giorno senza che me ne sia occupata».

Il punto, però, signora Presidente del Consiglio e signor Ministro Piantedosi, non è capire se è stato deliberatamente scelto di far morire tante persone ma è accertare se le autorità statali preposte hanno o non hanno pienamente rispettato il dovere di prevenire violazioni del diritto alla vita che, secondo quanto affermato anche nel rapporto “Unlawful death of refugees and migrants” dallo Special Rapporteur del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite sulle esecuzioni stragiudiziali, sommarie ed arbitrarie, «comprende tutte quelle misure di natura legale, politica, amministrativa e culturale che assicurano la salvaguardia dei diritti umani» e viene «violato ogni volta che gli Stati non agiscono con la dovuta diligenza, il che richiede una valutazione di: a) quanto lo Stato sapeva o avrebbe dovuto sapere; b) i rischi o la probabilità del danno; e c) la gravità del danno». Il punto è verificare se, applicando il principio di precauzione e il dovere di diligenza, in considerazione della caratteristiche dell’imbarcazione, del numero di persone a bordo e delle condizioni sia del meteo che dell’area verso cui la nave si stata dirigendo la perdita di tante vite umane si sarebbe potuta evitare.

Secondo la ricostruzione dei fatti fornita in aula dal ministro Piantedosi la prima segnalazione relativa all’imbarcazione avviene alle 23.03 del 25 febbraio quando «il Centro Situazioni di Varsavia dellAgenzia Frontex comunica – allInternational Coordination Centre di Pratica di Mare e, per conoscenza, al Centro di coordinamento italiano dei soccorsi marittimi (Itmrcc), nonché al Centro Nazionale di Coordinamento (Ncc) – l’avvistamento avvenuto alle 22.26 da parte dellaereo Frontex Eagle One, impegnato in attività di sorveglianza nello Jonio, di unimbarcazione in buono stato di galleggiabilità con una persona visibile sopra coperta, in acque internazionali, a circa 40 miglia nautiche dalle coste calabresi. […] L’assetto aereo, oltre ad aver captato una chiamata satellitare diretta in Turchia ed evidenziato boccaporti aperti in corrispondenza della prua, segnalava una risposta termica dei sensori di bordo e, quindi, la possibile presenza di persone sotto coperta». A seguito di tale segnalazione, la prima risposta operativa, alle 23.37 di sabato 25 febbraio, è da parte della Guardia di Finanza, e in particolare della vedetta V.5006 della Sezione Operativa Navale GDF di Crotone e del Pattugliatore Veloce P.V. 6 Barbarisidel Gruppo Aeronavale GDF Taranto, che tuttavia, «nonostante gli sforzi operati per raggiungere il target, considerate le difficili condizioni meteomarine e l’impossibilità di proseguire ulteriormente in sicurezza facevano rientro agli ormeggi di base». La Guardia di Finanza, dunque, rientra senza che venga chiesto il supporto di altre unità con la sola attivazione del dispositivo di ricerca a terra ed è solo nelle primissime ore del 26 febbraio, attorno alle 4.00 del mattino che, secondo le autorità italiane, «si concretizza lesigenza di soccorso» anche in ragione di due richieste che pervengono prima al numero di emergenza 112 e poi al numero 1530. Quando il Centro Secondario del Soccorso Marittimo di Reggio Calabria (MRSC) attiva l’intervento e, in località Steccato di Cutro, convergono forze dell’ordine, personale sanitario, dei Vigili del fuoco e della Capitaneria di Porto è troppo tardi, l’imbarcazione si è infranta poco prima sul basso fondale e si è capovolta, distruggendosi e trascinando con sé uomini, donne e bambini.

Fermandosi a questa ricostruzione dei fatti, condivisa in aula dal ministro Piantedosi, tutto quanto era nelle possibilità delle autorità sarebbe stato fatto e, come accaduto altre volte, quanto verificatosi sarebbe da attribuirsi esclusivamente alle manovre azzardate e deliberatamente tese a sottrarsi al controllo degli scafisti.

Eppure.

Eppure, secondo quanto dichiarato dal capitano di vascello Vittorio Aloi, le condizioni del mare erano tali da poter essere affrontate da mezzi della guardia costiera. L’imbarcazione in difficoltà avrebbe potuto essere raggiunta, scortata e condotta fino a riva in sicurezza. Eppure, date le condizioni del mare, il sovraffollamento a bordo, l’assenza di dispositivi di salvataggio, la prima segnalazione (quella di Frontex delle 23.03) avrebbe potuto essere ricondotta quanto meno a quella che il Piano SAR Marittimo Nazionale del 2020 approvato con decreto ministeriale numero 45 del 4 febbraio 2021 definisce come INCERFA ovvero situazione «nella quale si può dubitare della sicurezza di una persona, di una nave o di un altro mezzo e si ha quando […] esiste un dubbio sulla sicurezza di un mezzo o del suo personale dovuto a mancanza di informazioni o alle eventuali difficoltà in cui potrebbero versare; [o] esiste un dubbio sulla sicurezza di una persona in mare». Eppure, quando è arrivata la segnalazione da parte di Frontex, il Centro nazionale di coordinamento del soccorso (IMRCC) italiano avrebbe potuto assumere il coordinamento e inviare mezzi navali ed aerei anche solo per valutare l’esigenza del soccorso tanto più che IMRCC italiano, alle ore 4.57 UTC del 25 febbraio 2023 – ore 5.57 italiane –, lanciò il messaggio Inmarsat n. 963, con priority Distress, con indicazione di evento SAR n. 384, a seguito di un segnale di mayday ricevuto da una stazione radio italiana riguardo a un possibile natante in distress (pericolo), che la Guardia costiera già coordinava questo evento SAR e che, pertanto, l’imbarcazione avvistata da Frontex poteva essere proprio quella per cui era stato aperto evento SAR n. 384.

Indagare su questo è lecito e dovuto, così come lo è stato per il naufragio dell’11 ottobre 2013, per il quale il Tribunale di Roma, pur dichiarando la prescrizione dei reati, ha affermato la piena responsabilità di due importanti funzionari dello Stato italiano nellavere, tramite il rifiuto di compiere atti dovuti, determinato la morte di 286 persone. Indagare su questo è lecito e dovuto ma probabilmente non è sufficiente a individuare quanti e quali siano i responsabili non solo per la mancata piena tutela del diritto alla vita delle persone decedute ma anche per le condizioni in cui le persone superstiti si sono trovate a vivere nei giorni immediatamente successivi al naufragio. A fronte dell’eccezionale mobilitazione delle persone intervenute sulla spiaggia di Steccato di Cutro, di quanti si sono gettati in acqua ad abbracciare corpi e a scostare capelli, di quanti hanno scavato nella sabbia per recuperare ogni possibile preziosissima traccia, di quanti si sono attivati per permettere ai familiari di essere presenti al fine di restituire un nome e un’identità alle vittime, le istituzioni hanno permesso che i 98 sopravvissuti al naufragio venissero alloggiati per una settimana nellex Cara di Isola Capo Rizzuto in condizioni degradanti, con panchine al posto dei letti, senza alcuna distinzione di genere o età, in condizione di promiscuità e sorvegliati dalle forze dell’ordine. Ai superstiti non è stata nemmeno garantita la dignità del lutto, la libertà di potersi muovere e di potersi recare sulle bare dei propri cari senza limitazioni ingiustificate e senza potersi sottrarre allo sguardo (a volte rapace) delle telecamere e dei fotografi.

Indagare su tutto questo è lecito e dovuto ma probabilmente non sufficiente a comprendere quante e quali siano le responsabilità a livello di sistema. Un sistema in cui, come evidenziato nella già citata nota “Unlawful death of refugees and migrants, «I governi di tutto il mondo sanno che le persone muoiono nel tentativo di attraversare regioni di confine pericolose, compresi deserti, fiumi e mari. In questo caso, il conflitto tra diritti umani e controllo della migrazione non potrebbe essere più chiaro: i migranti dovrebbero essere dissuasi dall’attraversare una frontiera perché potrebbero morire. È impossibile proteggere il diritto alla vita e allo stesso tempo tentare di scoraggiare l’ingresso mettendo in pericolo la vita. Né è accettabile scoraggiare l’uscita da Paesi in cui le vite sono in pericolo con la motivazione che così facendo si salvano vite dai pericoli dell’attraversamento della frontiera: ciò significa semplicemente permettere una morte più segreta altrove». Un sistema in cui a una madre afghana, i cui figli minorenni si trovano in Germania, non è consentito raggiungere legalmente l’Europa attraverso una procedura di ricongiungimento familiare. Un sistema per cui a una giornalista afghana in pericolo nel proprio Paese non è stato permesso ottenere un visto per motivi umanitari perché questo avrebbe significato consentirle di “scavalcare la fila”, prevalere arbitrariamente su quanti (invano) aspettano di poter accedere ai (necessari ma insufficienti) corridoi umanitari.

Indagare su tutto questo è lecito e dovuto. Così come è lecito e dovuto tutelare la dignità delle vittime, dei loro corpi, della loro identità, dei loro affetti. I nome, l’età e la provenienza delle persone dovrebbero restare sulla spiaggia di Steccato di Cutro a futura memoria, per consentire, anche a distanza di anni, di soffermarsi davanti a quei nomi in silenzioso, intimo raccoglimento così come ci si può fermare davanti alla lapide che ricorda la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Per non dimenticare. Per non nascondersi, all’italica maniera, dietro il valore delle istituzioni, il coraggio degli uomini in divisa che, quando salvano vite, non compiono atti eroici ma fanno unicamente il loro dovere.

A cinque braccia dal fondo tuo padre è sepolto. Sono fatte coralli le ossa. Due perle son fatti i suoi occhi. Ma nulla di lui va disperso. Ché un sortilegio del mare lo va tramutando, in qualcosa di ricco e di strano.

(W. Shakespeare, La tempesta)


«Sulle ONG Piantedosi ha detto il falso»

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«Di fronte al Parlamento Piantedosi ha detto il falso». Non c’è incertezza nelle parole di Juan Matias Gil, capo missione SAR che ha seguito anche l’ultima missione di soccorso della nave Geo Barents di Medici Senza Fontiere, attraccata a Catania dopo aver soccorso 572 persone nel Mediterraneo. Attività che secondo il governo di Giorgia Meloni non rispetta le regole. Anzi, condotta «in piena autonomia e in modo sistematico in aree SAR (search and rescue) libica e maltese, senza ricevere indicazioni dalle autorità statali responsabili delle predette aree, informate, al pari dell’Italia, solo a operazioni avvenute», ha detto oggi il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nella sua informativa ai parlamentari sui flussi migratori e sui recenti interventi delle ONG. Il ministro accusa le navi Geo Barents e Humanity 1 di aver operato soccorsi senza avvertire le autorità competenti, se non a cose fatte e solo per chiedere un porto dove dirigersi. «Falso, l’Italia era informata in tempo reale fin dal primo momento e le comunicazioni al suo Centro di coordinamento del soccorso marittimo sono documentate», ribatte il capomissione di Msf, che al ilfattoquotidiano.it ricostruisce i sette salvataggi eseguiti in area SAR maltese tra il 27 e il 29 ottobre e tutte le comunicazioni e le richieste inviate. «Invano – denuncia – perché né Malta né l’Italia ci hanno risposto».

Prima di approdare a Catania tra il 5 e 6 novembre, subire lo sbarco selettivo imposto dal decreto del Viminale e infine far scendere tutti a terra l’8 novembre per volontà delle autorità sanitarie, a bordo della Geo Barents di Msf e della Humanity 1 della tedesca Sos Humanity si sarebbe svolto un copione già noto. Eppure diverso da quello ricostruito oggi dal ministro Piantedosi. «Tra il 27 e il 29 ottobre abbiamo ricevuto sette segnalazioni di imbarcazioni in pericolo (distress), sei da Alarm Phone e una dalla guardia costiera libica, tutte in zona SAR di competenza maltese» inizia Gil. «Le stesse segnalazioni arrivano ovviamente agli Stati costieri, Italia compresa, che da parte nostra ricevono una prima comunicazione di disponibilità insieme alla richiesta di essere coordinati» spiega, ricordando che la normativa internazionale impone a tutti gli Stati di cooperare e chi per primo ha notizia dell’evento in corso deve attivarsi per il coordinamento delle operazioni, anche se lo Stato competente per il tratto di mare in cui avviene il soccorso rimane in silenzio.

Quando arriva il primo allarme la Geo Barents è già in acque SAR maltesi. Comunicare la propria disponibilità e chiedere coordinamento è un obbligo al quale il comandante non può sottrarsi. Da quel momento attende istruzioni che non arriveranno: «Nel 99 per cento dei casi è così, non risponde nessuno». «È tutto documentato, tutto nelle mail che il comandante ha inviato», assicura il capomissione di Msf. Il silenzio di Malta e dell’Italia non solleva però il comandante dal dovere di portarsi sul luogo indicato nella segnalazione. «Se non prima, una volta sulla scena e individuata l’imbarcazione mandiamo a tutti un rapporto preliminare». Si tratta di valutare le condizioni delle persone e della barca, se a bordo c’è cibo e acqua e se è in grado di proseguire. «È davvero raro che le barche per le quali riceviamo un allarme siano in grado di proseguire», spiega Alberto Mallardo, coordinatore in Italia del team di Sea Watch, altra ONG tedesca impegnata nel Mediterraneo. Che conferma quanto detto dal collega: «Quella delle mancate comunicazioni, dell’attività in autonomia, è forse l’assurdità più grande perché tutti, Italia compresa, sono messi nelle condizioni di seguire gli eventi man mano che si evolvono».

Secondo il suo capomissione, la Geo Barents ha comunicato i passaggi per ognuno dei sette soccorsi effettuati a fine ottobre. «Quando si decide per il soccorso delle persone, segue un altro comunicato, un report dettagliato con le ragioni che hanno imposto l’intervento, il numero delle persone, delle donne e degli uomini, e la loro nazionalità», chiarisce. Al termine di ogni salvataggio «viene inviata la richiesta di un porto sicuro, finché dopo l’ennesimo salvataggio non abbiamo più posto e allora la richiesta del place of safety (POS) resta l’unica comunicazione che continuiamo a inviare a tutti». Compreso, per conoscenza, lo Stato di bandiera che in questo caso è la Norvegia. Alla quale, riporta oggi Piantedosi in Parlamento, si rivolge anche il nostro ministero degli Esteri per chiedere proprio quelle informazioni che le navi assicurano di aver inviato e il Viminale nega di ricevere. Non solo, alla Norvegia l’Italia chiederà anche di avanzare la richiesta del porto sicuro: «La richiesta di un POS in territorio italiano avrebbe dovuto essere inviata alle autorità italiane dallo Stato di bandiera delle navi ONG, e non da queste ultime, come è invece avvenuto», sostiene Piantedosi. Ma dalla Norvegia, come dalla Germania per la Humanity 1, arriva solo un secco no e il monito di rispettare il diritto del mare.

«La prima comunicazione con l’Italia? Fino al 29 ottobre abbiamo chiesto un porto a Malta, ma il suo centro di coordinamento non ha mai risposto. Così il 31 ottobre ci spostiamo in zona SAR italiana e inviamo la prima richiesta all’Italia, che risponde con un semplice “la sua richiesta è stata inoltrata all’autorità competente», riferisce il capomissione. E aggiunge: «La risposta sarà la stessa per le successive otto richieste». Sabato 5 novembre la Geo Barents chiede all’Italia «il permesso di riparare a causa del cattivo tempo e domenica ci hanno mandato il decreto ministeriale che ci permetteva il solo sbarco selettivo e di fermarci lo stretto tempo necessario», racconta Gil. «Da quando l’Italia si è accordata con la Libia ritirandosi di fatto dal coordinamento SAR nell’area, abbiamo intensificato la comunicazione con tutti gli Stati competenti, tanto che inviamo anche mail non richieste, come quelle che avvertono le autorità quando lasciamo un porto e prendiamo il mare, così che tutti sappiano dove dirigiamo, che siamo operativi e disponibili a intervenire se necessario». Insomma, «hanno tutto, ma sapendo che i maltesi stanno zitti, anche l’Italia rimane in silenzio», denuncia Gil, che respinge con forza quanto detto in Parlamento da Piantedosi: «Non operiamo in autonomia, piuttosto subiamo l’inadempimento degli Stati che si sottraggono all’obbligo di coordinamento e cooperazione, per questo quanto detto oggi è falso».

L’articolo è tratto da Il Fatto Quotidiano del 16 novembre


Il fronte del porto e un Governo senza vergogna

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La storia si ripete. Il Governo ostacola in ogni modo le operazioni di salvataggio dei naufraghi raccolti in mare, in acque internazionali, dalle navi di alcune ONG. Consente – inevitabilmente – lo sbarco dei “fragili” (all’esito di apposito accertamento medico) ma dispone il respingimento del “carico residuale” (sic!). Solo dopo il richiamo dell’Unione Europea e il deposito di ricorsi all’autorità giudiziaria da parte della ONG Sos Humanity fa marcia indietro, non senza cercare di salvare la faccia con l’escamotage di estendere il numero dei “fragili” il cui sbarco è autorizzato. Questo imbarazzante attivismo sul fronte dei porti, in continuità con il turbo leghismo del primo Governo Conte, oltre ad essere illegittimo e pericoloso, è fuori luogo e fuori tempo. L’Italia attraversa una crisi che sta producendo ulteriori disuguaglianze e povertà e accelerando il disastro ambientale. La guerra ci sta riportando indietro nell’incubo di un conflitto nucleare. Eppure la destra-destra continua senza vergogna la sua propaganda sul terreno di gioco che preferisce, quello del razzismo e dell’invenzione del capro espiatorio.

Che alcune centinaia di persone in cerca di protezione dopo essere fuggiti dall’inferno libico, in condizione di pericolo in alto mare (e quindi naufraghi), possano rappresentare un rischio per il nostro Paese, con conseguente necessità di “difendere le frontiere”, come hanno dichiarato alcuni ministri, è davvero ridicolo. Per di più il diritto internazionale obbliga i comandanti a salvare le persone in difficoltà e l’omissione di soccorso è un reato. Portare i naufraghi in salvo nel porto sicuro più vicino (POS, Place Of Safety) è un obbligo. Gli Stati devono collaborare per renderlo possibile.

Non bastava – come hanno fatto a suo tempo il Governo Gentiloni e il ministro dell’Interno Minniti – aver trasferito la responsabilità dei respingimenti, vietati dalla Convenzione di Ginevra, alla cosiddetta guardia costiera libica, inventando una enorme zona SAR controllata dalle milizie libiche. Adesso il Governo Meloni, con un ministero dell’Interno diretto da un finto tecnico che imita il suo predecessore Salvini, prova ad aggirare l’art. 33 della stessa Convenzione, respingendo in parte i naufraghi e inventandosi una divisione tra vulnerabili e non, del tutto arbitraria e fuori da ogni regola. La sovrapposizione, nell’intervento del ministro Piantedosi, tra naufraghi e richiedenti asilo, è usata strumentalmente per giustificare un’iniziativa che punta solo a evitare un altro “caso Hirsi”, cioè la sentenza di condanna nei confronti del nostro Paese da parte della CEDU (2012), per non aver rispettato il divieto di respingimento.

Il diritto internazionale del mare non consente di distinguere nazionalità o comportamenti dei naufraghi che, come tali, devono essere tutti portati in salvo. Una volta a terra possono esprimere le loro legittima volontà di chiedere asilo. E lo Stato deve accogliere le persone che chiedono protezione, secondo quanto disposto dalla specifica Direttiva UE. La responsabilità, secondo il Regolamento Dublino, è del Paese di primo approdo. Su questo punto tutti i governi succedutisi negli ultimi anni, hanno alimentato la retorica vittimista dell’Italia lasciata sola dall’egoismo dei partner. Si tratta di una “falsa evidenza”, cioè di una bugia che tutti ritengono realtà perché ripetuta ogni giorno da anni, senza che sia sostenuta da dati reali e senza contraddittorio. È, in altri termini, una verità che non necessita di dimostrazione.

Su questa retorica si basa ogni ragionamento in funzione di accordi a livello Unione Europea. Si è preferito, in questi anni, siglare accordi parziali per risultati di facciata, con qualche centinaio di persone spostate dall’Italia verso i partner del nord Europa, anziché puntare a una riforma giusta ed efficace del Regolamento Dublino, da realizzare anche a maggioranza, contro l’egoismo e il razzismo degli Orban e delle destre alleate di Meloni e della Lega. Questo approccio, sostenuto anche dalle forze democratiche, ha continuato, di fatto, ad alimentare in Italia dinamiche regressive e di chiusura, a prescindere dalla realtà. Sarebbe auspicabile – anche se non nutriamo molta fiducia su un cambio di marcia sostanziale ‒ che le politiche delle destre xenofobe inducessero finalmente le opposizioni ad assumere posizioni giuste e praticabili.