Un’altra memoria: quella delle vittime dell’occupazione coloniale italiana

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Il professor Bora Avsar ha appena letto, nell’originale turco, la dodicesima lettera a Taranta Babu, accompagnata, sullo schermo, da una sua nuova traduzione italiana e dalle illustrazioni che Renato Guttuso le dedicò nel 1960. L’autore è Nazim Hikmet, uno dei maggiori poeti europei del Novecento, un turco cosmopolita innamorato dell’Italia, che finse di pubblicare le lettere in cui un giovane abissino, poi arrestato e giustiziato a Roma, annunciava a sua moglie l’imminente arrivo dell’invasione coloniale italiana. Quando uscì, era il 1935, il governo fascista di Mussolini ottenne dalle autorità turche che il titolo fosse cambiato: non Un giovane abissino in Italia, ma Lettere a Taranta Babu. Un professore che è insieme curdo, turco e italiano, legge e traduce in italiano versi turchi nei quali parla un giovane africano, in Italia. Questa è la vita quotidiana dell’Università per Stranieri di Siena: traduzione, comparazione, mediazione. Vederci con gli occhi degli altri, imparare a scambiarci gli sguardi, studiare ogni giorno come i confini ci attraversino.

Il nuovo gonfalone della nostra università, oggi per la prima volta uscito in pubblico e dipinto dal maestro Francesco Del Casino – l’inventore senese dei murales di Orgosolo, che è ormai parte della nostra comunità – rappresenta la Stranieri come una sirena dalla doppia natura: radicata nella nostra amatissima città di Siena, ma aperta al mondo. Impegnata per la pace, e rivolta allo studio di ogni differenza, come dimostrano le piccole applicazioni ceramiche, create da giovani persone con autismo.

La nostra università nasce come scuola di lingua e cultura italiana per stranieri, nel 1917, nel mezzo della Grande Guerra. Nel 1992 diventa università, e la legge la apre anche alle studentesse e agli studenti italiani, con la missione statutaria di essere «impegnata nella diffusione del plurilinguismo e del multiculturalismo». Lo abbiamo fatto innanzitutto affiancando all’insegnamento dell’italiano a stranieri, l’insegnamento di molte lingue agli italiani. Oggi siamo a 14: le ultime arrivate sono ucraino, turco, swahili. In cantiere ci sono vietnamita, neogreco, e in prospettiva l’ebraico. E un nuovo corso di studi, che speriamo di attivare dal prossimo autunno, si chiamerà “Plurilinguismo, traduzione, interpretazione”. La mediazione culturale continua a sembrarci una prospettiva straordinariamente importante per costruire pace non solo nel mondo, ma nel cuore delle nostre città. La radice della guerra, lo sappiamo, è nel desiderio di dominio e possesso; nella diffidenza per il diverso che diventa odio, e poi industria politica della paura. «Casa mia, casa tua che differenza c’è?»: perfino al Festival di Sanremo ha fatto irruzione la questione centrale del nostro tempo. Un ‘italiano vero’ che canta in arabo ha mostrato al Paese quello che il Paese è già. Qua alla Stranieri studiamo che, no, non c’è differenza morale, e che le differenze culturali invece ci sono, per fortuna: e sono una straordinaria ricchezza, una cruciale occasione per crescere insieme. Per ridiscutere profondamente il concetto di identità.

Ma perché iniziare proprio con i versi di Hikmet, belli e terribili? Perché oggi è il 19 febbraio. È il giorno in cui, da tempo, si chiede di poter celebrare una giornata nazionale di memoria delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana, stimate ben sopra le 500.000. Il 19 febbraio 1937, dodicesimo giorno del mese etiopico di Yekatit, iniziò la violenta rappresaglia italiana in ritorsione al fallito attentato al maresciallo Graziani, il boia del Fezzan, che in capo a qualche mese fece circa 20.000 vittime, culminando nell’eccidio del monastero di Debra Libànos, «il peggior crimine di guerra dell’Italia». Di questo ci parlerà, nella sua lezione inaugurale, il professor Paolo Borruso, che saluto e ringrazio. E nell’altra lezione inaugurale, la dottoressa Igiaba Scego – un’amica della Stranieri che torna da noi, e che pure saluto e ringrazio – ci dirà in quali modi possiamo convivere con il patrimonio culturale coloniale. Come capirete, le parole e la musica di Jadel Andreeto e del Buthan Clan, che siamo felici di avere tra noi, saranno una parte integrante del nostro discorso collettivo.

Decolonizzazione è la parola chiave di questa giornata. Una definizione efficace di decolonizzazione è quella di Edward Said, grandissimo intellettuale palestinese, instancabile costruttore di pace. Un nome che non si può oggi pronunciare senza chiedere, e tutta la nostra comunità accademica lo chiede, un immediato cessate il fuoco a Gaza. Said diceva che per decolonizzare i rapporti internazionali, ma anche i rapporti interni alle comunità nazionali (quelli tra uomini e donne, per esempio, ancora segnati da un fortissimo dominio maschile), bisogna sciogliere l’«intreccio di potere e conoscenza» che fa di ciò che chiamiamo cultura anche un luogo di dominio di alcuni su altri, provando invece a renderlo un luogo di costruzione dell’umanità di tutte e tutti. L’Università per Stranieri di Siena – è ancora il nostro Statuto a dirlo – «promuove e favorisce la dimensione internazionale della ricerca e della formazione, i processi di incontro, dialogo, mediazione fra persone con lingue e culture diverse, nell’intento di favorire la civile e pacifica convivenza che nasce dal reciproco riconoscimento e dal vicendevole rispetto».

Il nostro modo per fare questo – un modo tipicamente umanistico – è legare passato e futuro. Studiare, riesaminare, interpretare l’eredità culturale del passato (dalle letterature ai patrimoni culturali) per costruire un futuro diverso. Studiare la differenza di genere, studiare le migrazioni e le vite delle persone migranti in Italia, studiare le relazioni internazionali da ogni punto di vista, significa da una parte dare un contributo alla ridefinizione del concetto di identità, e contemporaneamente definire “una nuova etica delle relazioni”. Questa ultima espressione è il sottotitolo di un documento chiave del processo di decolonizzazione europea (il Rapporto francese sulla restituzione del patrimonio culturale africano del 2018), chiesto dal presidente Macron e firmato dall’economista senegalese Felwine Sarr e dalla storica dell’arte francese Bénédicte Savoy. Vi si legge che «pensare alla restituzione implica molto di più che esplorare il passato: si tratta soprattutto di costruire ponti verso relazioni future più eque». È così anche per il nostro lavoro: leggere i versi di Nazim Hikmet significa capire fino in fondo cosa ha fatto l’Italia, per poter consapevolmente costruire un futuro diverso. Nel nostro caso non si tratta della restituzione materiale di oggetti (anche se pure questo è un fecondo campo di studi), ma della restituzione morale di riconoscimenti reciproci, tra popoli e tra persone. Questa prospettiva decoloniale è l’unica possibile, pensiamo, per una Università per Stranieri italiana nell’anno 2024. Per questo, l’altro nuovo corso di laurea che abbiamo costruito si chiamerà “Decolonizzazione e sostenibilità. Ambiente, paesaggi, patrimoni culturali”. […]

Coltivare in questo Paese gli anticorpi del pensiero critico ci pare importante, urgente. Ci pare l’unica strada per rimanere umani, e civili. Nell’anno 2023 anche il nostro ateneo ha partecipato alle celebrazioni per il centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Nella sua celebre Lettera ai giudici, documento chiave della storia del pacifismo del Novecento, il Priore di Barbiana ricorda la sua esperienza di alunno in una scuola italiana nazionalista, spiegando con parole non fraintendibili ciò che la scuola (e l’università, qua amiamo ripetercelo, è scuola) non deve fare: «Ci presentavano l’Impero come una gloria della Patria! Avevo tredici anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri s’erano dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per esser più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler». Noi crediamo a una università che formi, semmai, alla disobbedienza: intesa come esercizio, non condizionato e non sorvegliato, del pensiero critico. Martin Luther King ha detto che l’autonomia universitaria è una realtà moderna perché anticamente Socrate praticò la disobbedienza civile. Noi crediamo che avesse ragione.

Un unico filo lega le nostre scelte dello scorso anno. Abbiamo ospitato qua, insieme all’Università degli Studi, un confronto tra tutte e tutti i candidati a sindaco di Siena: rivendicando la nostra assoluta terzietà, ma insieme il nostro interesse per la sorte della polis. Abbiamo rivendicato la nostra libertà di esporre, o non esporre, le bandiere: e devo ringraziare pubblicamente la ministra dell’Università perché, pur nella palese diversità di giudizio di merito, ha garantito con adamantina coerenza l’autonomia universitaria affermata nella Costituzione su cui ha giurato. È lo stesso senso di autonomia per cui manteniamo aperti i canali con le università russe e la certificazione della lingua russa, e contemporaneamente abbiamo dato una laurea honoris causa a Liudmìla Petrucèskaia, una intellettuale che, esortando i soldati russi alla diserzione, ha restituito a Putin il massimo premio culturale russo. È il senso di autonomia per cui abbiamo dedicato una sala di lettura a Michela Murgia, simbolo di una funzione intellettuale non subordinata al potere. È il senso di autonomia per cui non abbiamo aderito al boicottaggio delle università israeliane: perché le università sono sempre luoghi di dissenso da tutelare e promuovere, anche (anzi, soprattutto) in una situazione terribilmente compromessa come quella, con una strage che rischia di avvicinarsi ogni giorno di più a un genocidio. Questo è ciò che siamo, e che sempre meglio vogliamo essere. […]

Abbiamo istituito, e messo in Statuto – prima università in Italia – un Osservatorio sulla precarietà che possa costantemente monitorare l’andamento del lavoro precario, e fornisca pareri formali al governo dell’Ateneo sui piani di fabbisogno del personale. Pensiamo che non si possa fare bene didattica e ricerca se le si fanno sulle spalle di docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo il cui lavoro non è sicuro e dignitoso. Brecht si chiedeva se fossero stati i re di Tebe a strascicare i blocchi di pietra delle sue sette porte: anche noi vorremmo costantemente chiederci su quale lavoro e su che qualità della vita di tutte e di tutti costruiamo la nostra università. E permettetemi qua di dire che questa domanda riguarda in modo urgente, e direi, straziante, tutta l’Italia, nel momento in cui nel cantiere Esselunga di Firenze si sono recuperati i corpi di quattro operai e se ne cerca disperatamente un altro, quello di un diciannovenne venuto in Italia come un fantasma senza corpo e senza diritti, fino al momento in cui di quel corpo tutti ci siamo accorti nel modo più terribile. […]

La persona è il punto che ci sta più a cuore. Per questo nell’ultimo anno abbiamo scelto di avere tra i ricercatori, come research fellows, due colleghi con disabilità, i professori Luca Casarotti e Paola Tricomi, che ringrazio e saluto. Se l’accesso dell’università italiana agli studenti con disabilità è un nodo ancora largamente non risolto, ancora più grave è la questione dell’accesso alla docenza di chi, a parità (spesso anzi in condizioni di superiorità) di conoscenze e qualità di ricerca, ne è escluso semplicemente perché nessuna delle nostre strutture di ricerca analogiche o digitali (a partire dagli strumenti bibliografici) è concepito per chi ha una abilità diversa. Su questo, speriamo che la nostra (piccola) esperienza possa essere utile all’intera comunità universitaria nazionale.

Un poeta napoletano, Francesco Nappo, ha scritto due versi in cui ci riconosciamo profondamente: «La patria sarà | quando saremo tutti stranieri». È l’aspirazione ad un nuovo giorno: davvero adatta per coronare questo inizio solenne di un nuovo anno accademico. È stato detto che «bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci». Non solo ci crediamo, ma tutto il nostro lavoro collettivo è perché l’aurora di quel giorno si affretti.

È uno stralcio del discorso di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università per stranieri di Siena, svolto dal rettore il 19 febbraio 2024.


A cosa serve la cultura?

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Nel 1935, il filosofo Edmund Husserl denuncia la crisi di senso che caratterizzava la sua epoca: era molto preoccupato per l’avanzare e il progredire dei totalitarismi. L’autore spiega la crisi della cultura, una crisi che ha portato progressivamente all’emergere dei totalitarismi e affronta il problema dichiarando che la crisi di senso è la crisi della ragione.

Le riflessioni di Husserl sono un buon punto di partenza per affrontare la crisi della cultura contemporanea: oggi ci troviamo di fronte a scetticismo e irrazionalismo, e il ruolo della cultura dovrebbe essere quello di combattere sia l’uno che l’altro. Oggi si dubita, non per appoggiarsi su qualcosa e ricostruire. Oggi il dubbio è circolare, si dubita per dubitare e pian piano si scivola in quello che ormai tutti chiamano complottismo. Una sorta di paranoia generale secondo la quale tutti mentono, tutti raccontano storie. È lì l’origine del concetto di postverità. Quando si dubita di qualunque cosa, tutto è sullo stesso livello. Non c’è più la gerarchia dell’informazione, tutto si equivale perché niente ha senso.

La cultura serve per costruire la nostra colonna vertebrale logico-argomentativa, necessaria per diventare autonomi, non essere in balia della paura, potersi autodeterminare, poter capire quale è il proprio progetto di vita. Essere autonomi significa scegliere un determinato progetto di vita ed essere capaci di giustificare il perché di tale scelta, individuare valori e principi in base ai quali organizzare l’esistenza in vista di finalità e scopi. La cultura, ci serve anche per distinguere le paure e identificare la complessità del reale. Sono due facce della stessa medaglia. Si tratta di capire per quale motivo quel qualcosa ci fa paura, distinguendolo dalle paure arcaiche e identificando la realtà del pericolo attuale. E ancora, la cultura è fatta di ciò che ci permette di opporci al pericolo, è la base attraverso la quale noi possiamo mobilitare le risorse interne e andare al di là del pericolo.

Anche la fiducia ha un ruolo decisivo. Solo nel momento in cui si riesce a distinguere, a identificare, a riconoscere, a riconoscersi, solo allora può partire la dinamica del fidarsi. Se non ricostruiamo la fiducia, noi sbrindelliamo definitivamente il vivere insieme, non c’è società senza l’atto del fidarsi, e senza fiducia crolla tutto. La fiducia però non riappare schioccando le dita. La fiducia torna perché si creano le basi. Nessuno è affidabile al 100%, noi siamo esseri umani con falle e contraddizioni. La fiducia è, come direbbe Georg Simmel, un “salto nel buio”, tanto che l’imprevedibilità che la caratterizza non ci permette di pretendere o sperare di conoscere ciò che sta al di là del nulla in cui ci buttiamo. Quel buio che ci fa tanta paura e che ci riporta all’infanzia. Dobbiamo scommettere, la fiducia è sempre asimmetrica. Non è correlata all’affidabilità, non è che, siccome c’è affidabilità, allora io mi fido. Devo iniziare a fidarmi, devo scommettere e devo sperare che la persona a cui do la mia fiducia non approfitti della mia vulnerabilità. E per questo è necessario appoggiarci a una colonna vertebrale. Se arriva il tradimento dobbiamo e possiamo trovare appoggio e sostegno su quel riconoscimento di noi, per quello che siamo. Consiglio la lettura dei Miserabili e del rapporto Jean Valjean e il vescovo di Digne.

La cultura serve ad acquisire e salvaguardare uno spirito critico, ossia a non cedere al conformismo, non al conformismo degli atteggiamenti, ma (neanche) al conformismo del pensiero (pensiero unico). Si tende al conformismo perché tante persone ripetono le stesse cose e noi le ripetiamo a nostra volta. Facciamo economia cognitiva. Viene meno il coraggio di prendere una posizione autonoma rispetto a ciò che ci viene detto, e chiesto di fare. Quindi la cultura serve a evitare quella famosa banalità del male di cui ci ha parlato Hannah Arendt, che emerge nel momento in cui si obbedisce agli ordini, perché si smette di pensare con la propria testa (Arendt 1963).

Prendendo ispirazione da Albert Camus, la cultura serve a regalarci parole, quelle parole che ci permettono di nominare le cose in maniera corretta. Quando si nominano male le cose, non si fa altro che introdurre maggior disordine. Le parole servono per ordinare il mondo che ci circonda. Abbiamo bisogno di una nuova cultura, che è «un regalo per il futuro», come scrive Albert Camus, e di un nuovo modo di leggere i fenomeni complessi, che il nostro tempo ci costringe ad affrontare. Occorre trovare le parole per nominare le cose. Il compito dell’educazione e degli insegnanti è quello di aiutare gli studenti a trovare le parole per nominare le sfumature del reale. Il reale è sfaccettato. Noi siamo in un’epoca in cui si nominano le cose come bianco e nero, perdendo le sfumature. La realtà è complessa, è arcobaleno. Quando non parliamo delle situazioni, significa cancellare parti della realtà. Perché esistono le situazioni e vanno nominate in maniera corretta. Altrimenti ci si ritrova come nei talk show e ci si insulta. Che cosa è l’insulto? È il contrario del dialogo: nel dialogo ci si ascolta, si ascolta l’alterità, ci si rimette in discussione, si risponde argomentando. Gustavo Zagrebelsky ha ricordato che il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica. Quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su sé stessi.

In sintesi, se il discorso fino a qui presentato funziona, la cultura – non intesa (solamente) come sapere e conoscenza – è importante se si trasforma in praxis, in azione, solo quando ha la capacità di intervenire sulla realtà, magari provando a cambiarla. Ecco che distinguere, riconoscere e riconoscer-si, costruire un pensiero critico e autonomo, identificare e nominare la realtà complessa, sono solo alcune delle conseguenze di un progetto culturale, di lungo periodo, ma necessario per costruire esistenze autonome e libere. Si tratta del famoso balzo dalla teoria alla prassi: non basta contemplare, la cultura deve significare agire.


Senza pensiero critico non c’è Università

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Il 16 settembre l’Università per stranieri di Siena, contestualmente al conferimento della laurea honoris causa a Nadia Fusini, ha intitolato ventiquattro aule dell’ateneo ai dodici professori che rifiutarono il giuramento fascista nel 1931 e a dodici donne, intellettuali ed antifasciste. Nell’intervento di apertura della cerimonia il rettore Tomaso Montanari ha sottolineato il significato dell’iniziativa, tesa a dare pubblica testimonianza del fatto che l’Università o è un luogo di cultura, di libertà e di antifascismo o, semplicemente, non è. Pubblichiamo qui, per la sua straordinaria attualità, l’intervento nel testo integrale (omessi solo i saluti iniziali). L’intera cerimonia può essere seguita utilizzando il link https://www.youtube.com/watch?v=FYFZE1aM0nE.

Oggi conferiamo la laurea magistrale honoris causa in Scienze linguistiche e comunicazione interculturale a Nadia Fusini, che saluto con affetto e che ringrazio per aver accettato. Dopo di me, meglio di me, la commissione di laurea e Pietro Cataldi diranno perché. Io vorrei ora solo dire che Nadia Fusini rappresenta con rara pienezza l’essenza stessa dell’università: per la sua ricerca acuta e instancabile; per la sua didattica appassionata e generosissima; per una capacità davvero unica di parlare a tutte e tutti fuori dall’università (quella che chiamiamo la terza missione). Non è davvero facile, oggi, trovare queste tre doti esercitate tutte nel grado più alto. Ma è lì che vorremmo tendere: e questo modello di grande donna ci ispira con particolare forza. Nadia Fusini rappresenta proprio quello che la Stranieri è, e, sempre più, vuole essere: perché concepisce e pratica la traduzione vorrei dire come un atteggiamento dell’anima. La traduzione come arte del connettere e insieme del distinguere. La traduzione come chiave dell’intercultura. La traduzione come strumento di costruzione di una umanità unica, senza confini e senza barriere (e senza guerre), ma fiera delle sue diversità. La viva presenza di Nadia oggi tra noi riaccende il nostro legame con la tradizione umanistica: la sua capacità di legare testi e persone è segno di un amore per la vita che vogliamo sia il vero fuoco che illumina queste aule, i luoghi della nostra gioia e della nostra fatica di ogni giorno.

È per questo che nella seconda parte della cerimonia presenteremo la dedicazione di ventiquattro aule della nostra università: perché i luoghi in cui lavoriamo siano più visibilmente, più tangibilmente, connessi a persone che non ci sono più, eppure sono vive e presenti nei nostri studi e nelle nostre lezioni. Permettete che usi una espressione della teologia cattolica e la applichi a questa celebrazione tutta laica e repubblicana: è una comunione dei vivi e dei morti quella che oggi celebriamo e rendiamo evidente.

Dodici aule avranno i nomi dei dodici professori che nel 1931 non giurarono fedeltà al fascismo. Come sentiremo, a non farlo furono alcuni in più: ma questo canone ormai classico ha una sua valenza simbolica.

Rispettiamo, e in alcuni casi veneriamo, anche professori che per motivi diversi decisero, con la morte nel cuore, di spergiurare fedeltà al regime, ma senza rinunciare a combatterlo. E tuttavia pensiamo che sia giusto (e oggi più che mai necessario) offrire alle nostre studentesse e ai nostri studenti l’esempio di chi, vedendosi chiedere di giurare di «formare cittadini […] devoti alla Patria ed al Regime Fascista» (questo il testo di quel mostruoso giuramento) rifiutò, perdendo posto e stipendio: 12 su 1200, uno su cento. Non cedettero, scrisse uno di loro, né all’utile né all’opportunismo né alla paura: una bella lezione, per noi tutti. Ernesto Buonaiuti (Storia del cristianesimo); Mario Carrara (Antropologia criminale e medicina legale); Gaetano De Sanctis (Storia antica); Giorgio Errera (Chimica); Giorgio Levi Della Vida (Lingue semitiche); Fabio Luzzatto (Diritto civile); Piero Martinetti (Filosofia); Bartolo Nigrisoli (Chirurgia); Francesco Ruffini (Diritto ecclesiastico); Edoardo Ruffini Avondo (Storia del diritto); Lionello Venturi (Storia dell’arte); Vito Volterra (Fisica matematica). Sono nomi che ci ricorderanno, scritti sulle porte delle nostre aule, che l’antifascismo iscritto per sempre nella Costituzione della Repubblica è la bussola morale del nostro lavoro, e che l’università è libera e autonoma rispetto ad ogni potere. Volterra, spiegando perché non avrebbe giurato, citò un verso di Petrarca: «Libertà dolce e desiato bene. Mal conosciuto a chi talor no’l perde». Piero Calamandrei – che pure giurò, tra mille tormenti di coscienza, per non abbandonare il suo «posto di combattimento: l’università» – dirà la stessa cosa, e cioè che «la libertà è come l’aria, ci s’accorge di quanto vale quando viene a mancare». Ecco noi vogliamo ricordare a noi stessi, alle nostre studentesse e ai nostri studenti, prima di doverla perdere, quanto libertà sia preziosa: per farlo, non dobbiamo rinunciare ad essa, non dobbiamo indulgere a quella servitù volontaria che non solo un ritorno del fascismo – oggi poi non così remoto – ma anche tutti i tradimenti del senso vero della nostra missione contribuiscono a costruire.

Nei prossimi mesi una serie di piccoli eventi, seminari, inviti, conferenze sarà legata allo scoprimento di ognuna di queste targhe. Oggi, alla fine di questa cerimonia, ne inaugureremo simbolicamente solo una, quella che dedica l’Aula 1 a Giorgio Levi Della Vida, unico linguista (e dunque vicinissimo ai nostri studi) tra i dodici. Abbiamo scelto una sua frase, piena di dignità e insieme di amara ironia, da scrivere sul muro di quell’aula: «Per colmo di disavventura, la promulgazione delle leggi antiebraiche che nell’autunno del 1938 aveva estromesso dall’insegnamento un numero rilevante di professori ebrei, finì con l’annegare il mio caso nel loro, tanto più notorio e più lacrimevole, così che i più credettero e credono che io abbia perduto il posto a causa del mio sangue e non delle mie idee». Ecco, noi vogliamo proprio ricordare per sempre che il posto egli fu disposto a perderlo per le sue idee, potendo (ancora) scegliere di tenerlo se le avesse rinnegate. Ma seppe dire di no: e dire di no è una virtù che noi vogliamo insegnare a coltivare.

I dodici professori erano tutti maschi, come maschi erano quasi tutti i docenti delle università italiane di allora. E dunque abbiamo voluto scegliere dodici grandi donne, intellettuali e antifasciste, del Novecento. Alcune celeberrime, altre poco note: scrittrici, traduttrici, pubbliche funzionarie, filosofe. Eccone i nomi: Barbara Allason, Lavinia Mazzucchetti, Alba de Céspedes, Natalia Ginzburg, Amelia Pincherle Rosselli (già raffigurata nel murale di Francesco del Casino che abbiamo inaugurato a giugno), Bruna Talluri (una di noi, come sentiremo), Ada Prospero Gobetti Marchesini, Fernanda Wittgens, Maria Zambrano, Simone Weil, Virginia Woolf, Hannah Arendt. I loro nomi, iscritti sui muri delle nostre aule, ci ricorderanno che la coltivazione di un pensiero critico non disposto a tradimenti è l’unica vera ragione per cui esiste l’università. (E vorrei qua rendere pubblico che il prossimo 23 novembre, questo ce lo ricorderà con forza anche una seconda laurea honoris causa, conferita nel giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico –eccezionalmente assegnata nello stesso anno, a sottolineare il compimento dei nostri tre decenni di vita come università –, che sarà attribuita a un’altra grande donna, Ludmilla Petruseskaja, insigne scrittrice e drammaturga russa, implacabile oppositrice del governo autoritario del presidente Putin e della sua guerra contro l’Ucraina). Le cinque aule dedicate a donne non italiane ci ricorderanno che qua insegniamo che l’umanità non si divide a frontiere guardate con bandiere e cannoni. E tutte e dodici ci imporranno di ricordare che la storia dei maschi è solo metà della storia: e non è la migliore.

E insieme queste ventiquattro aule delineano, nella varietà delle vite e nell’unica coerenza ideale, uno specchio altissimo in cui siamo chiamati a rifletterci: per migliorarci ed elevarci, giorno dopo giorno. Perché la fatica di ogni giorno non cancelli dentro di noi le ragioni per cui abbiamo scelto questo meraviglioso lavoro: così politico, nel senso più alto e non compromesso della parola.

La presenza oggi tra noi del presidente della Corte Costituzionale, quinta carica dello Stato, conferisce al nostro gesto una solennità inusuale e preziosa. Le siamo molto grati, professor Amato, perché lei oggi rende qui visibile il nesso fortissimo che lega – nella nostra amatissima Carta – ricerca, cultura e antifascismo. L’articolo 9 mette la ricerca e la cultura tra i principi fondamentali della Repubblica al fine di rafforzarne la tenuta democratica. E la cultura va intesa soprattutto come senso critico, come strumento per una consapevole resistenza al potere. La cultura che, come diceva Claudio Abbado, serve a giudicare chi ci governa.

D’altra parte, l’idea che attraverso la cultura ci si possa opporre alla concretezza ferrea di un presente dominato da un pensiero unico è stato un tratto fondamentale del nostro antifascismo. Già nel 1925 Carlo Rosselli (il Rosselli a cui è intitolato il piazzale davanti a questa sede della nostra università) aveva scritto a Gaetano Salvemini che «di fronte al progressivo consolidarsi del fascismo, la nostra sistematica opposizione corrisponde ad un regolamento di conti fuori dalla storia: forse non avrà apparentemente nessuna positiva efficacia; ma io sento che abbiamo da assolvere una grande funzione, dando esempi di carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi, e sulla quale e per la quale dobbiamo lavorare». Ecco, dunque, a cosa servono le dediche di queste aule: a dare esempi di carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi, e sulla quale e per la quale dobbiamo lavorare. Una bella definizione di università: anche troppo aderente ai tempi che ci è dato di vivere.

La presenza di Nadia Fusini ci aiuta ad entrare in relazione con questo canone, ce lo traduce in una forma viva, accostevole, amichevole. E tra poco l’Aula Magna in cui Nadia avrà appena ricevuto la sua laurea ad honorem, verrà dedicata per sempre a Virginia Woolf, alla quale ella ha dedicato così tanta parte dei suoi studi, delle sue traduzioni, della sua capacità di conoscere e amare. Virginia Woolf, ha da noi finalmente una stanza tutta per sé: la più importante di quelle che abbiamo. La qualità somma della sua letteratura, l’acutezza profetica della sua visione politica saldano nel modo più naturale le storie e i valori rappresentati in queste 24 aule.

Le mattonelle che alla fine scopriremo fuori dall’Aula Magna (e per le quali ringrazio il maestro Salvatore Puglia, che torna a rendere più bella la nostra università) recano due citazioni dalle Tre ghinee di Virginia Woolf, dedicate esplicitamente alla sua idea di università. Nella prima si legge: «E poi, cosa si dovrà insegnare nell’università nuova? Certo non l’arte di dominare sugli altri, non l’arte di governare, di uccidere, di accumulare terra e capitali […] ma l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri». E nella seconda si afferma che: «Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi». Mai come oggi sentiamo che nuove parole e nuovi metodi sono urgenti per fermare la guerra, per prevenirne di nuove e forse definitivamente distruttive. Ebbene, noi vorremmo essere ogni giorno un po’ più simili a quella università immaginata da Virginia Woolf: ideale, ma necessaria.

Siamo piccoli e abbiamo tutti i limiti degli umani (e anche quelli degli universitari – una singolare sottospecie di umani): ma, con tutte le nostre forze e con tutte le nostre debolezze, proveremo ad essere all’altezza della sfida che oggi lanciamo a noi stessi.

Grazie, davvero, a tutte e tutti voi.


“Un quasi festival”. Tre giorni di incontro di pensieri critici

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Mai come ora, a mia memoria, ho trovato così difficile trovare sedi e occasioni per pensare, per informarmi, per conoscere. Quando è scoppiata la pandemia abbiamo pensato che lo scoprirci improvvisamente vulnerabili avrebbe indotto tutte e tutti a fermarsi a riflettere. E, per una brevissima stagione è sembrato che questo accadesse.

La comune fragilità sembrava indurre a ragionare sulla necessità di politiche mondiali di tutela della salute. La consapevolezza delle origini ambientali dei salti di specie sembrava rafforzare le ragioni di quanti e quante ammonivano sulle conseguenze nefaste e soprattutto immediate dello sfruttamento del nostro ambiente, degli allevamenti intensivi, della distruzione degli ecosistemi. Le necessità di prevenzione e cura della malattia sembravano far riscoprire la necessità di sistemi pubblici forti, finanziati e autorevoli e il ruolo dei finanziamenti pubblici alla ricerca, mentre mettevano in evidenza l’incapacità delle logiche di mercato di affrontare le emergenze sanitaria, sociale ed economica provocate dalla pandemia.

Sembrano passati anni e non settimane da quando queste erano le parole dominanti nel dibattito pubblico, da quando per la prima volta gli stati europei decidevano di costruire un finanziamento comune della riconversione ecologica e delle necessità prodotte dal Covid19. Di tutto questo oggi non si parla più. La “pioggia di denaro” evocata dal presidente del Consiglio si è trasformata in regali alle imprese private, mentre nulla o quasi arriva alla macchina pubblica degli enti territoriali e dei servizi impoveriti dai decenni di tagli e austerità. Nulla viene fatto per affrontare le nuove povertà o la crescita della precarietà del lavoro. La stessa riconversione ecologica, attraverso la cosiddetta emergenza energetica – il “bagno di sangue” continuamente evocato – si trasforma nel finanziamento per la ricerca sul nucleare e, persino, nella ripresa delle trivellazioni.

Anche la guerra contribuisce e, con la sua cronaca tragica, partecipa dello stesso drammatico copione. Anche in questo caso sembrano passati anni e non mesi da quando abbiamo assistito alla ritirata delle forze armate occidentali dall’Afghanistan, abbandonato dopo decenni di occupazione al suo destino di fame, violenza e oscurantismo. Ora non si riflette più sulla impossibilità di esportare la “democrazia” , il cosiddetto modello liberale occidentale, con le guerre. Come se nulla fosse successo in Iraq, in Libia, in Afghanistan, ci si ripropone il modello di un occidente democratico e “giusto” in lotta contro dittatori e terroristi.

Mentre facciamo del tutto per convincerci che i vaccini consentano la convivenza con il Covid19 permettendoci di uscire dallo stato di emergenza senza dover nulla cambiare delle nostre politiche da quelle ambientali a quelle sanitarie, anche sulla guerra (o meglio sulle guerre) torniamo alle “rassicuranti certezze” della politica di potenza, dello scontro militare, dell’equilibrio della paura, della identificazione del nemico di turno. Il problema non è più capire cosa ci abbia portato fin qui, quali scelte producano la crisi climatica e la crescita delle povertà e delle disuguaglianze, cosa abbia fatto tornare la guerra, persino l’uso delle armi nucleari, tra le eventualità possibili, tra gli strumenti agibili. Quello che ci si chiede è schierarci, prendere partito, essere dalla parte dei “giusti”. E se si hanno dubbi, si diventa improvvisamente, volta a volta, catastrofisti, antiscientifici, ingenui utopisti o, addirittura, veri e propri disfattisti.

I problemi però sono tutti ancora qui. Forse le propagande potranno coprirli per un po’, ma non nasconderli per sempre. La guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo ne è la testimonianza più crudele. Un’emergenza alimenta l’altra ed entrambe ci fanno tornare indietro, tutte vengono usate per convincerci che non è tempo di cambiamenti. Anzi occorre serrare le fila e adeguarsi.

Non adeguarsi alla propaganda, quindi, parlare fuori da coro, mantenere la capacità di coltivare la memoria e il pensiero critico è già un atto politico. Questa è l’ambizione a cui la seconda edizione del “Quasi festival. La lezione del 2020” (https://www.lalezionedel2020.it/home-page/), che si svolgerà a Roma in presenza l’8, il 9 e il 10 aprile 6, promosso da un variegato gruppo di cittadini, militanti, studiosi, operatori nelle associazioni*, ha l’ambizione di contribuire. Venticinque incontri in presenza, più di cento voci a confronto. Un luogo plurale di persone animate dalla voglia di capire, di tratte tutte le lezioni possibili, per non rassegnarci, per nutrire passione e intelligenza, per scoprire la possibilità di una azione comune.

* Organizzano l’evento: Massimo Angrisano, Costanza Boccardi, Paola Boffo, Raffaella Bolini, Loretta Bondi, Maria Grazia Breda, Francesco Campolongo, Susanna Camusso, Loris Caruso, Maura Cossutta, Lelio De Michelis, Nicoletta Dentico, Monica Di Sisto, Roberta Fantozzi, Alfonso Gianni, Sergio Labate, Roberta Lisi, Costanza Margiotta, Mario Noera, Francesco Pallante, Luigi Pandolfi, Bianca Pomeranzi, Marco Revelli, Giulia Rodano, Roberto Romano, Carlo Saitto, Giorgia Serughetti, Massimo Torelli, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Filippo Zolesi, Alberto Zoratti.

Qui il programma completo del “Quasi festival”: https://www.lalezionedel2020.it/home-page/


L’università nello stato di emergenza

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«Fare un passo in più con il pensiero, pensare in modo diverso, verificare i nostri pensieri e riconoscerne i limiti e poi superarli, questa è la libertà di pensiero. Il nostro pensiero non diventa libero quando lo usiamo per predicare la libertà, ma piuttosto quando pensiamo liberamente e continuiamo a lavorare per espandere i limiti del nostro stesso pensiero, quando consentiamo agli altri di pensare per sé stessi, quando aggiungiamo ogni volta qualcosa di nuovo e andiamo oltre, quando riconosciamo i nostri limiti e li superiamo».
Yassin al-Haj Saleh, Libertà: casa, prigione, esilio, il mondo, Terra Somnia, 2021, p. 59.

La ministra dell’università e della ricerca Cristina Messa ha sconfessato ieri (2 marzo 2022) l’intempestivo zelo della rettrice e del prorettore alla didattica dell’università di Milano Bicocca, che avevano deciso di rimandare un corso su Dostoevskij allo scopo di «evitare ogni forma di polemica, soprattutto interna, in quanto è un momento di forte tensione». La ministra ha infatti puntualizzato che «il Ministero promuove il ruolo delle università come luogo di confronto e di crescita comune, ancora di più in una situazione così delicata». Questa dichiarazione, così come la pronta reazione dei politici, è ragione di sollievo. Questa vicenda, tuttavia, resta comunque il sintomo dell’attuale incertezza sul ruolo dell’università e sugli spazi di discussione democratica al suo interno e più in generale nella società. Come ha commentato Serena Vitale, i responsabili dell’Università Bicocca, con la loro scelta iniziale, volevano essere «più realisti del re». Lo hanno fatto allineandosi maldestramente alle pressanti spinte all’unanimismo che la Commissione Europea e il governo italiano stanno facendo con mezzi retorici e legali. Il timore di “polemiche” dell’Università Milano Bicocca è infatti contemporaneo alla decisione della Commissione Europea di mettere al bando in Europa i media finanziati dallo stato russo, che Ursula von der Leyen ha giustificato dichiarando «non li lasceremo seminare i semi della discordia nella nostra Unione» (Anna Maria Merlo, Il Manifesto 3 marzo 2022).

“Coesione”, “fermezza”, “unità” sono anche parole chiave del discorso del 1° marzo con cui il Presidente del Consiglio italiano ha annunciato al Parlamento, citando il neo-conservatore americano Robert Kagan, la fine dell’“illusione” pacifista – alla lettera «Come aveva osservato lo storico Robert Kagan, la giungla della storia è tornata, e le sue liane vogliono avvolgere il giardino di pace in cui eravamo convinti di abitare».

Chi abbia seguito con un minimo di attenzione gli ultimi trent’anni di guerra in Medio Oriente non si è mai cullato in queste illusioni. Chi lo fa professionalmente nel nostro paese, come gli iscritti all’associazione di cui facciamo parte – SeSaMO, sta facendo da anni l’esperienza di una crescente divaricazione fra la retorica ufficiale e della comunicazione di massa improntata allo “scontro di civiltà” e gli strumenti di analisi scientifica propri dei molteplici approcci disciplinari coinvolti nel nostro ambito di studi (scienze politiche e sociali, storia medievale e contemporanea, lingue e letterature dell’Africa e dell’Asia, linguistica, antropologia, storia intellettuale e religiosa; studi giuridici ed economici, geografia ecc.) ‒. Questa divaricazione non è negativa nella misura in cui riflette una distinzione di compiti fra il potere esecutivo e la ricerca scientifica. Se i governi non possono fare a meno di slogan per giustificare le loro scelte, è precisamente compito dei ricercatori e dei docenti fornire diversi strumenti di lettura della realtà. Se i governi predicano la libertà, ricercatori e docenti hanno il compito di praticarla. Questo esercizio non è mai stato facile. Non è uno status ma una vocazione. Molti fattori, nell’università-azienda, contribuiscono a mortificarla. Le reazioni dei docenti sono state minime. Un acuito senso di precarietà contribuisce a intimidire e ad aggravare l’isolamento di chi lavora nell’università. La competizione produttivistica riduce gli spazi anche mentali per ragionare insieme sulla situazione presente.

L’enfasi dei vertici europei sull’accoglienza ai profughi ucraini in nome della loro comune appartenenza ai nostri “valori” si riflette sulla copertura giornalistica della guerra (si veda, ad esempio, il comunicato dell’Associazione dei Giornalisti Arabi e del Medio Oriente) e viene tradotta sul terreno, alle frontiere fra Ucraina e Polonia, nel respingimento di profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, con una prassi che contravviene alle disposizioni della commissaria europea agli Affari Interni. Queste pratiche sono in flagrante contraddizione con il diritto europeo e internazionale, ma non con le pratiche di governo dell’Unione. E sono in perfetta sintonia con la retorica ufficiale sui “valori”. Il Foglio ha tradotto crudamente, e con compiacimento, il riferimento del Presidente del Consiglio italiano alla «giungla della storia», in questi termini: «Il referendum ormai non è più tra la Russia e l’Occidente ma tra i selvaggi e civili».

Come studiose particolarmente sensibili ai disastri che questa retorica ha accompagnato e favorito fuori dal nostro “giardino di pace” e all’interno di esso (in particolare nelle politiche sull’immigrazione), esprimiamo viva preoccupazione per la crescente affermazione di un linguaggio che non lascia nessuno spazio alla libertà del pensiero. Mentre condanniamo la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e di risoluzione delle controversie internazionali  e solidarizziamo con la popolazione civile ucraina la cui sovranità è stata aggredita in maniera ingiustificabile, riteniamo che sia anche giunto per le associazioni di studi come la nostra (e non solo), di aprirsi a un confronto per fare il punto sullo stato di salute della libertà di ricerca nel mondo accademico.

Proponiamo di unire le forze per organizzare giornate di studio, di riflessione, di discussione attiva per un confronto dentro e fuori le università che dia voce al pensiero critico, ora più che mai necessario, e invitiamo tutte le associazioni di studio che condividono le nostre preoccupazioni a contattarci all’e-mail segreteria@sesamoitalia.it.


In difesa del pensiero critico, per la ricerca di nuove strade

Autore:

Quando il pensiero razionale si fa ideologia può diventare dogmatico e intollerante. Il pensiero razionale è pensiero critico. Il pensiero critico induce al dubbio, non si trincera, non aggredisce, perché non produce certezze.

Molti intellettuali “progressisti”, anche comunisti, ribadiscono, giustamente, di credere nella scienza. Ma molti sembrano ignorare che la ricerca scientifica è collettiva ma non pubblica (tanto meno “comune”). La ricerca scientifica è prevalentemente finanziata da produttori di tecnologie, siano software, macchine o medicine. Merci che per essere prodotte, distribuite e consumate seguono le regole del mercato, cioè gli interessi privati. È scegliere la scienza e il suo metodo che ci dà il diritto di criticarla quando questa è il prodotto di esigenze tecnologiche, quindi del mercato, o quando diventa strumento politico per salvaguardare un potere o per abbatterlo. Quegli stessi intellettuali ribadiscono, giustamente, il dovere dello Stato di difendere la salute e la vita dei cittadini, ignorando, forse, che lo Stato è una entità astratta se non prende corpo attraverso i governi che ne determinano l’azione. E i governi si giudicano dalle scelte e dalle azioni che compiono. Per questo il cittadino ha il diritto di criticare il governo. Criticare il governo per le politiche economiche e sociali: per le scelte inique e di classe, per le privatizzazioni, l’assenza di investimenti e di politiche di trasformazioni strutturali è giusto e necessario.

Appare bizzarro che per difendere il ruolo “insostituibile” dello Stato, quegli intellettuali abbiano pressoché sospeso la critica agli errori, alle contraddizioni, alle inadempienze nella gestione della “pandemia”. Ci riferiamo a una politica di contrasto al virus mirata più a salvaguardare la produzione e i consumi che non la salute dei cittadini. Mentre l’urgenza era usare lo “stato d’emergenza” per investire subito nella ricerca pubblica mirata al virus SARS-CoV-2; non esaurire la strategia di contrasto al virus solo ai vaccini ma sperimentare farmaci in grado di ridurre gli effetti della malattia; rafforzare la medicina territoriale e predisporre e applicare un protocollo per le cure domiciliari; abolire il numero chiuso alla Facoltà di medicina già dall’anno accademico 2020-21; ampliare, anche provvisoriamente, il parco dei mezzi di trasporto pubblico; ridurre il numero degli studenti per classe assumendo nuovo personale. Così sarebbe stato possibile svolgere un ruolo di tutela per tutti, senza usare il green pass come strumento di ricatto o per distinguere i “buoni” dai “cattivi” e alimentare così la cultura dello stigma. L’autocensura degli intellettuali sembra abbia risparmiato, almeno in parte, le critiche alle scelte economiche e sociali del governo. Non così per i media (tutti, carta stampata e TV) che esaltano tutto ciò che viene fatto dal governo del “ragioniere” Draghi e fanno solo chiacchiericcio politico, oltre ad allarmare i cittadini!

La nostra impressione è che, di fronte all’ennesima drammatica conferma della fragilità umana, alla constatazione dei disastri provocati dall’uomo, alla crisi del pensiero occidentale antropocentrico e colonizzatore, alle sue conoscenze scientifiche che si fanno via via più complesse e incerte; di fronte alla “crisi della politica”, che per noi è anche crisi dello Stato democratico uscito dalla Rivoluzione francese, gli intellettuali sembra si diano un gran d’affare per rinverdire le suggestioni positiviste, per attaccarsi, in qualche modo, alla speranza delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità. A noi pare che riemerga anche quel sentire giacobino che fa dello Stato l’unico involucro sicuro della politica. Eppure i fallimenti sono stati tanti, le sconfitte storiche e personali drammatiche e dolorose… Noi vorremmo che si avesse il coraggio di fare i conti con la storia e di pensare oltre, di “disertare il presente” quale prodotto di un passato oltre il quale andare, di abbandonare la speranza, di immergerci nella nostra condizione fragile e precaria e cercare percorsi inevitabilmente inediti. Sono saltati i riferimenti, cerchiamo altre strade.


L’università: una comunità aperta, critica, antifascista

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Lo scorso 8 ottobre l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università per Stranieri di Siena ha visto l’insediamento come rettore di Tomaso Montanari. Il suo discorso di insediamento, inusuale in una Università (come l’intera cerimonia, visibile al link https://www.youtube.com/watch?v=j9lOR69hTxs), ha toccato alcuni dei temi più caldi nella nostra società: la centralità dell’essere umani, l’autoritarismo, il necessario antifascismo dell’Università, il senso della cultura e di una comunità educante, il pensiero critico, le migrazioni, l’accoglienza… È stato a pieno titolo, nell’attuale situazione del Paese, un controcanto che, dunque, proponiamo, nella sua interezza, come tale.

Autorità, colleghe e colleghi docenti e non docenti, studentesse e studenti, amiche e amici che oggi siete con noi, e caro Magnifico Rettore, caro professor Cataldi – caro Pietro.
La prima cosa che voglio dire prima di varcare la soglia che oggi mi porta a continuare il tuo lavoro; la prima cosa che voglio dire, parlando a nome della nostra collettività, è: grazie, Pietro! Grazie per la misura, la grazia, l’equilibrio, la dedizione, la determinazione, e vorrei dire l’amore con cui ti sei preso cura di questa comunità, nella buona e nella cattiva sorte. Grazie per la prosperità, la crescita, l’autorevolezza che hai saputo garantire alla Stranieri. Grazie per la guida sicura nel buio della pandemia. Grazie soprattutto per una cosa, che mi colpì fin dal primo momento che ci conoscemmo: grazie perché non ti sei mai vergognato della tua umanità. Ricordo che pensai che se un rettore di una università italiana era ancora visibilmente un essere umano, allora forse c’era qualche speranza. Da allora ho imparato a conoscerti, e negli ultimi mesi sei stato per me non solo un mentore incredibilmente paziente e uno straordinario didatta, ma anche un amico vero. E, lo sai, da domani ti troverai ad avere ancora più pazienza. E questo grazie, pubblico e solenne, è anche per tutto quello che ancora ti chiederò. Hai chiuso il tuo discorso ricordandoci che «il nostro lavoro è tenere insieme lo spazio definito di questa città tanto identitaria e le quinte sconfinate del mondo, il nostro lavoro – hai detto – è la fatica e la felicità dell’attraversamento».

Il nostro lavoro. Fermiamoci su queste due cose: noi, la nostra comunità accademica; e il lavoro che facciamo. Il mio impegno per i prossimi sei anni è che continuiamo ad essere, e diventiamo ancor più, un noi. «Salvarsi da soli è avarizia, salvarsi insieme è politica», diceva don Lorenzo Milani (e lo ripeterà tra poco il ministro Roberto Speranza, che ringrazio per aver voluto essere, virtualmente, con noi): e la nostra politica è quella di pensare non come una somma di egoismi, ma come una comunità.
Ho provato a spiegare, nel programma di mandato, cosa questo vuol dire, in concreto e a partire dal ruolo del rettore. Primo. Un governo plurale e paritario, di prorettrici e prorettori, delegate e delegati. Perché l’unico modo di far sì che il potere diventi servizio, non solo nella retorica, è suddividerlo, assumerlo insieme, renderlo largo, trasparente, responsabile. Secondo. Una comunità di eguali fondata sulle diversità. Il che vuol dire: comportarsi ogni volta che sia possibile, e tendenzialmente sempre, come se esistesse un ruolo unico della docenza (e lottare perché esista presto), e abolire ogni odioso segno di gerarchia tra docenti, non docenti e studenti. Siamo persone: rimaniamo persone! E vuol dire anche abbandonare, progressivamente e sostenibilmente, ogni forma di precarietà, cioè di sfruttamento. Tra i docenti, tra i non docenti, tra le persone che assicurano ogni giorno la pulizia e l’accessibilità degli edifici in cui si svolge la nostra vita. E riconoscere, valorizzare, celebrare (in parole e opere) le diversità: quelle dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, quelle delle lingue e delle culture, quelle delle età e dei talenti. Perché «siamo differenti, inteso “differenza” nel senso di diversità delle identità personali» e perché «siamo disuguali, inteso “disuguaglianza” nel senso di diversità nelle condizioni di vita materiali». E l’eguaglianza – questo il punto centrale – si deve realizzare «a tutela delle differenze e in opposizione alle disuguaglianze». Siamo una comunità dalla parte dei più deboli. Delle donne, di chi è o si sente diverso, di chi è povero culturalmente e materialmente, di chi è marginale e periferico. Siamo una comunità antifascista.
Ha un prezzo questo? Sì, lo ha.
Nelle scorse settimane, per aver espresso un punto di vista culturale, per aver ammonito sulle conseguenze della manipolazione politica della storia, per aver denunciato la strumentalizzazione politica delle vittime delle Foibe, ho dovuto subire un accanito linciaggio mediatico. E voi con me: e ve ne domando scusa. Penso, tuttavia, che ne valga la pena. Nel programma di mandato mi sono impegnato a dedicare dodici aule ai soli dodici professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo, nel 1931: ho capito a mie spese quanto quell’idea fosse attuale. Se guardiamo a quella generazione, la resistenza che ci è richiesta, è ben poca cosa: non farla – per convenienza, viltà, malinteso amore di pace – sarebbe una vergogna imperdonabile.
Del resto, da storico dell’arte credo profondamente nella forza dei luoghi, nelle storie e nei destini che nei nomi dei luoghi sono iscritti.
Ebbene, la vita della nostra piccola università si muove tra due poli principali: “Rosselli” (questo plesso) e “Amendola” (il rettorato). Il nostro “noi” è piantato nel cuore della toponomastica antifascista: quelle vite, quegli ideali, quelle voci ci accolgono e vegliano su di noi.  
Carlo Rosselli, a cui è intitolato il piazzale che tutti abbiamo appena attraversato arrivando qua, è una figura altissima di professore, di intellettuale, di antifascista – di martire dell’antifascismo, ucciso insieme a suo fratello Nello in Francia nel 1937, per ordine di Mussolini. Tra le tante pagine che, negli articoli di Carlo Rosselli, sembrano scritte per noi ce n’è una (del 1934) che spiega a fondo cosa significhi essere antifascisti oggi (nel 2021), e cosa significhi esserlo da umanisti, e in una università per Stranieri: «Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi». La nostra patria è il mondo, e la nostra piccola comunità si autodetermina declinando questi valori altissimi nella gioia e nella fatica del lavoro di ogni giorno.
Nel Senato accademico (che si riunirà, nella sua nuova composizione, già il prossimo 19), nel Consiglio di Amministrazione, nel Consiglio di Dipartimento decideremo insieme come attuare tutte queste cose, esposte in dettaglio nel Programma di mandato e nel discorso con cui, l’8 giugno scorso, ho chiesto la vostra fiducia.

Ma, in questo giorno fausto, abbiamo qua molti ospiti e amici, e dunque nei prossimi minuti non vorrei parlare ancora di noi, bensì del nostro lavoro, continuando a riflettere sulle ultime parole del discorso di Pietro. Qual è, dunque, questo nostro lavoro?
È lo stesso della scuola: perché l’università, non mi stancherò di ripeterlo, è parte della scuola – è scuola. E quel lavoro è formare cittadini, e prima ancora persone: persone umane. Tutta l’università esiste per formare umani, anche Legge o Ingegneria non sfornano solo avvocati o ingegneri, ma formano o non formano esseri umani. Noi, poi, come umanisti siamo capaci solo di fare quello: se non lo facciamo più, siamo come il sale quando perde il suo sapore. Ma non possiamo farlo, questo lavoro, se non siamo umani noi stessi.
Un singolare paradosso – confessiamocelo. Se passiamo la vita a studiare humanities, e non riusciamo a diventare un poco umani, a cosa davvero abbiamo dedicato la vita? Per questo non si può separare ricerca e didattica, studio e insegnamento, biblioteca e aula: perché se ci separiamo dalla sorgente, siamo fontane aride. E per questo il governo dell’università, la sua organizzazione, non può mai diventare impersonale, spersonalizzata, astratta, burocratica. Non è un’azienda, non si ciba di numeri. Siamo una comunità di persone, in cui le persone vengono prima di ogni altra cosa. Siamo come l’orco della favola a cui Marc Bloch paragona lo storico: «Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda». Solo che non vogliamo mangiarla, la nostra preda: la vogliamo far vivere più intensamente. Più umanamente.
La prima cosa che dunque abita le nostre aule è il dubbio, il pensiero critico, la contestazione di ogni dogma, di ogni autorità – a partire dalla nostra. A partire da quella del rettore. La nostra deve essere un’università ribollente di letture tendenziose. È il titolo delle «parole dette [da Franco Antonicelli] per l’inaugurazione della Biblioteca dei portuali di Livorno», il 15 ottobre del 1967. Già, perché gli scaricatori di porto avevano voluto una loro biblioteca: strumento di riscatto e di liberazione. E Antonicelli, questo intellettuale singolarissimo e libero, quel giorno memorabile consigliò loro ciò che oggi vorrei consigliare alle studentesse e agli studenti della Stranieri: «Cercate sempre i libri che vi tormentano, cioè che vi conducono avanti, i libri che vi gettano lo scrupolo di coscienza: questi sono i libri, i libri non di fede accertata, ma di fede incerta. Questi sono i libri che un cittadino, un portuale che diventa, che è, che vuol essere più cittadino deve leggere».
Dobbiamo costantemente ricordare che la nostra ispirazione è questa fede incerta, piena di dubbi. Consapevole che abbiamo scelto questa vita e questa via, non perché pensiamo di sapere molto. Al contrario, l’abbiamo scelta perché sappiamo di non sapere. Ha detto la poetessa polacca Wislawa Szymborska, nel discorso di accettazione del Premio Nobel, nel 1996:

Ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so” … A questo punto possono sorgere dei dubbi in chi mi ascolta. Allora anche carnefici, dittatori, fanatici, demagoghi in lotta per il potere con l’aiuto di qualche slogan, purché gridato forte, amano il proprio lavoro e lo svolgono altresì con zelante inventiva. D’accordo, loro “sanno”. Sanno, e ciò che sanno gli basta una volta per tutte. Non provano curiosità per nient’altro, perché ciò potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Nei casi più estremi, come ben ci insegna la storia antica e contemporanea, può addirittura essere un pericolo mortale per la società. Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra. Se Isaak Newton non si fosse detto “non so”, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so”, sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca.

È per proclamare questo «non so», è per questa fede incerta, vedete, che ho preferito non indossare la toga: e chiedo scusa se questo gesto può aver offeso qualcuno. Perché tra quei libri di fede incerta ne ho letti due (i Pensieri di Blaise Pascal e le Tre Ghinee di Virginia Woolf) che mettono in guardia dal rischio di trovare troppo certezze nelle vesti liturgiche dei poteri maschili. Il primo ha scritto che se «i magistrati possedessero la vera giustizia non saprebbero che farsene di quelle loro toghe rosse, dei loro ermellini, di cui s’ammantano come gatti villosi […] se i medici sapessero la vera arte per guarire, non avrebbero palandrane e pantofole, e berrette a quattro pizzi». E Virginia suggeriva che le coloratissime toghe delle università inglesi servissero a suscitare «competitività e invidia». Un recente, luminoso discorso delle allieve e degli allievi della Scuola Normale Superiore di Pisa, mia amata alma mater, ci ha di recente ricordato quanto questi sentimenti siano attivi, e distruttivi, nell’università prigioniera del mito dell’eccellenza. Dunque, non rifugiamoci nelle insegne che proclamano al mondo che siamo quelli che sanno. Preferiamo l’umiltà – cioè l’amorevole, francescana vicinanza alla terra – di chi sceglie come sua insegna il «non so».
Agli abiti, ai gesti, ai riti, ai pensieri che disegnano l’università come un clero separato dal mondo, preferiamo tutto ciò che ci restituisce al mondo, e al nostro lavoro per cambiarlo. Per questo accogliamo con gioia e gratitudine le bandiere delle diciassette contrade, il gonfalone della Regione Toscana e quello della Provincia: perché l’università si sente parte di una comunità civile, della sua storia, del suo desiderio di futuro. Siamo profondamente legati all’amatissima città di Siena, e alle sue istituzioni: qua oggi tra noi rappresentate dalla Balzana, il gonfalone civico che salutiamo con deferenza e con affetto. E desidero inviare il saluto più rispettoso e amichevole al Sindaco di Siena, che ha scelto di non essere presente tra noi.

Abitare il mondo significa ­ ­– ce lo insegnano le nostre studentesse e i nostri studenti – aver voglia di cambiarlo dalle fondamenta. E la lezione inaugurale, che tra poco ascolteremo, serve a non lasciare dubbi sulla direzione in cui vogliamo cambiarlo, il mondo.
Pietro ed io abbiamo chiesto a Cecilia Strada di aprire questo anno accademico, perché ci pare che Resq, «la nave degli italiani» che solca il Mediterraneo per salvare «esseri umani, leggi e diritti», della quale Cecilia è portavoce, sia tra le luci accese nell’eterna notte della Repubblica. Italiani che accolgono stranieri: e che per accoglierli li strappano al mare, perché non siano riconsegnati alle carceri libiche – a torture pagate con i soldi delle nostre tasse. Resq salva la nostra stessa identità: «Profugo … povero, ignoto, io vago fra i luoghi deserti di Libia / dall’Europa … respinto»: sono parole del primo canto dell’Eneide, a parlare è Enea. «Profugo … povero, ignoto, io vago fra i luoghi deserti di Libia / dall’Europa … respinto»: se questo è il mito fondativo di Roma, come potremmo essere più fedeli alla traditio, al passaggio di mano della cultura, se non con la presenza, la testimonianza, la parola di Cecilia Strada? Siamo stranieri in Italia: da sempre meticci, fusi, diversi, sangue misto, bastardi. Questa la nostra storia: questo il nostro progetto per il futuro. Questo, in una università in cui si impara a diventare stranieri, è davvero il nostro lavoro di ogni giorno.
La nave Resq dice di sé, lo abbiamo sentito, che salva non solo i corpi, ma anche le leggi. Già, le leggi. Oggi vorrei ricordare che costruendo le basi culturali per aprirci agli stranieri, la nostra università è dalla parte della legge, dell’ordine. È bene ricordarlo, in un’Italia in cui legge e ordine sembrano essere diventate bandiere di chi i migranti li sequestra sulle navi, o li vorrebbe affondare sui barconi.
Nadia Fusini – che oggi ci onora della sua presenza – mi ha regalato l’ancora inedita traduzione di un brano del Thomas More, questo dramma scritto nell’Inghilterra del primo Seicento da un collettivo di autori, uno dei quali fu nientemeno che William Shakespeare. E proprio in uno dei brani così evidentemente suoi, leggiamo parole che sembrano scritte per oggi. Tomaso Moro, cancelliere del regno, è chiamato a sedare il tumulto del popolo che vorrebbe cacciare gli stranieri che rubano il lavoro agli inglesi. Così si rivolge loro:

Diciamo che sono espulsi, e diciamo che questa vostra protesta
Giunga a ledere la maestosa dignità dell’Inghilterra.
Immaginate di vedere gli stranieri disgraziati,
Coi bambini sulle spalle, i loro miseri bagagli,
Arrancare verso i porti e le coste per imbarcarsi,
E voi assisi in trono, padroni ora dei vostri desideri,
L’autorità soffocata dalle vostre risse,
Voi, agghindati delle vostre opinioni,
Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avrete insegnato
A far prevalere l’insolenza e il pugno forte,
E come si annienta l’ordine. Ma secondo questo schema
Nessuno di voi arriverà alla vecchiaia:
Ché altri furfanti, in balìa delle loro fantasie,
Con quello stesso pugno, con le stesse ragioni, e lo stesso diritto,
Come squali vi attaccheranno, e gli uomini, pesci famelici,
Si ciberanno gli uni degli altri. […]
Volete calpestare gli stranieri,
Ucciderli, sgozzarli, impadronirvi delle loro case,
Mettere il guinzaglio alla maestà della legge
Per aizzarla poi come un cagnaccio. Ahimè! Diciamo che il Re,
Clemente col traditore pentito, rispondesse
In modo non commisurato alla vostra grande colpa,
Mettendovi al bando: dove ve ne andrete?
Quale paese, vista la natura del vostro errore,
Vi darà asilo? Che andiate in Francia o
Nelle Fiandre, in qualsiasi provincia germanica,
In Spagna o in Portogallo,
In qualunque luogo che non sia amico dell’Inghilterra:
Ebbene, lì sareste per forza stranieri. Vi piacerebbe forse
Trovare una nazione di temperamento così barbaro
Che scatenandosi con violenza inaudita,
Vi negasse rifugio sulla terra, anzi
Affilasse detestabili coltelli per le vostre gole,
Scacciandovi come cani, come se non fosse Dio
Che v’ha fatto e creato, come se gli elementi naturali
Non servissero anche ai vostri bisogni
Ma dovessero essere riservati a loro? Cosa pensereste
Di un simile trattamento? Questo è il caso degli stranieri,
Questa la vostra montagnosa disumanità.

Chi caccia lo straniero, chi lo perseguita, chi lo insulta distrugge la legge e l’unico ordine possibile, quello umano. Le parole di Shakespeare sono ancora più vere nell’Italia di oggi, retta da una legge fondamentale, la Costituzione del 1948, che fa del nostro comune essere persone umane il fondamento stesso di ogni legge. E, come vedete, dallo studio della storia e delle lingue, dalla filologia, dalla traduzione estraiamo continuamente, come da un tesoro, cose nuove e cose antiche.
Ecco, dunque, il nostro lavoro: tenere in tensione queste cose. L’antico e il nuovo, il passato e il presente: quella tradizione umanistica che ancora può renderci umani. «La nostra patria – ci ha ricordato Carlo Rosselli – non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi». È un forte, fortissimo invito alla presenza. Ad essere presenti, contro ogni forma di indifferentismo.

Oggi siamo felici anche perché finalmente possiamo essere qua in presenza – pur conservando, come è doveroso, distanziamenti, mascherine, porte aperte e prudenza. Il nostro impegno è che questa presenza fisica sia segno e annuncio di una presenza morale, culturale, umana dell’Università per Stranieri: nella città di Siena, in Italia e in un mondo che, anche per noi, coincide con la patria di tutte le donne e di tutti gli uomini liberi.

Buon lavoro a tutte, e a tutti!


«Al passato: grazie. Al futuro: sì»

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«Al passato: grazie. Al futuro: sì».

È una celebre frase di Dag Hammarskjöld, uomo politico svedese per due volte Segretario generale delle Nazioni Unite, probabilmente ucciso tramite il sabotaggio del suo aereo durante una missione di pace in Africa (1961), e quindi insignito alla memoria del Premio Nobel per la Pace. Alla sua morte vengono rinvenuti alcuni suoi scritti di cui nessuno era a conoscenza: scritti permeati da una profonda fede cristiana, da un anelito quasi mistico. Non per caso, in Italia sono pubblicati dalla Comunità di Bose, e diffusi da Guido Dotti. Questa rara mescolanza tra azione politica e tensione morale è, almeno per me, il senso del “volere la luna”. E quella frase, che sembra così fuori posto quest’anno, è la dimensione che vorrei condividere.

Al 2020, grazie: perché la vita di tutti coloro che quest’anno sono morti è stata un dono unico, di cui rendere grazie ogni minuto. Al 2021, sì: per lottare con ogni forza, con ogni intelligenza, con amore intero per salvare ogni vita possibile.

Al 2020, grazie: perché ci hai fatto capire che la libertà più preziosa e difficile, ancora più preziosa di quella del movimento, è la libertà di pensiero critico. La libertà di essere voci contro. La libertà di sottrarsi alla retorica dell’unanimità, per guardare più avanti e per avere il coraggio di dire «preferirei di no». Al 2021, sì: apriremo la nostra bocca con fermezza, fuori dal coro.

Al 2020, grazie: abbiamo visto con drammatica chiarezza che siamo tutti sulla stessa barca. Al 2021, sì: lotteremo perché nella barca non ci siano più gli infiniti schiavi che remano e i pochi padroni che banchettano. Sanità pubblica, giustizia sociale, progressività fiscale, patrimoniale: ecco l’unico porto possibile.

Al 2020, grazie: la pandemia ci ha aperto gli occhi sul pianeta che ci presenta il conto. Allevamenti intensivi, corpi trattati come merci, globalizzazione della schiavitù. Al 2021, sì: dobbiamo cambiare il nostro stile di vita. E poi lottare per quello di tutti: la crescita uccide, va fermata.

Al 2020, grazie: ci hai tolto ogni dubbio sulla politica italiana. Quella politicata, quella di un governo che debolmente trascina un indecente stato delle cose, quella di una destra grottesca e pericolosa. Quella di una sinistra che c’è solo nella liberazione delle vite, ogni giorno, dal basso. Al 2021, sì: lavoreremo perché questa sinistra cresca, prenda coscienza di sé, combatta.

Al 2020, grazie: hai tolto ogni velo alla follia egoista dell’autonomia differenziata delle regioni italiane. Al 2021, sì: ci impegneremo per fermarla.

Al 2020, grazie: in queste ultime settimane hai reso chiaro, anche se purtroppo era tardi, quanto fosse folle tagliare i parlamentari. Al 2021, sì: ci impegneremo con ogni forza perché non si voti con questa legge elettorale, che, combinata col taglio, consegnerebbe maggioranza, presidenza della Repubblica e modifica della Costituzione a una destra nera e marcia.

Al 2020, grazie: hai messo al centro lo scandalo della scuola: la sua vitale importanza, la necessità che sia in presenza, e che sia giusta ed eguale. Al 2021, sì: la battaglia per i finanziamenti, e per una scuola davvero in armonia col progetto della Costituzione, sarà centrale. Per una scuola che non produca pezzi di ricambio per il mondo com’è, ma cuori e teste capaci di rovesciarlo.

Al 2020, grazie: hai denudato la verità sulla cultura, che quasi tutti considerano un orpello, un’industria o un lusso. Al 2021, sì: per una cultura che liberi la mente, e cambi il mondo.

Al 2020, grazie: hai fatto capire che la scienza si deve coniugare con la democrazia, la trasparenza, il render conto di sé; non con il mercato, il brevetto, il profitto di pochi. Al 2021, sì: per una scienza al servizio dell’umano nell’uomo.

«Al passato: grazie. Al futuro: sì»: per un 2021 diverso.


Vaccini: vietato dissentire?

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Il nostro nemico è dunque il dissenso? Il dubbio, il pensiero critico. Perfino la prudenza, virtù cardinale, è ormai sospetta.

Tutto il sistema, a partire dal Capo dello Stato, ripete il mantra per cui «il nostro nemico è il virus». Solo apparentemente un’ovvietà: perché ne discende che dobbiamo «essere uniti», e che «non è il tempo delle polemiche». Manifestare, del resto, è ora proibito per legge: per quanto ancora? (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/11/05/manifestare-e-un-diritto-soprattutto-nei-momenti-difficili/)

Del resto – nella sparizione assoluta di ogni sinistra, anche solo teorica – lo spazio del dissenso sembra tutto riempito, nel peggiore dei modi, dai mentecatti negazionisti, fascisti o fascistoidi. Una manna, per il pensiero unico: perché se il dissenso è quello, chi potrebbe aver voglia di dissentire?

Il campo più interdetto al dissenso è naturalmente quello dei vaccini: e anche in questo caso la presenza dei demenziali no vax è perfetta per sterilizzare i dubbi seri. Quelli necessari. Perché, come ha ricordato Gianni Tognoni su questo sito: «Un vaccino che ancora non esiste come prodotto, che potrà essere una risposta (tra le tante che arriveranno, senza confrontabilità, da tanti concorrenti) ampiamente accessibile tra mesi-anni (non si sa a che costi, se come bene comune o di arricchimento inaudito, secondo i miliardi di vaccinati): questa realtà tanto al confine del virtuale in termini di risposta ai diritti fondamentali di vita e di trasparenza democratica, e tanto reale nel far coincidere promesse e immaginari con “salti” globali dell’economia, dice molto bene che cosa è in ballo anche in questa “seconda ondata”» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/11/11/lockdown-vaccini-promessi-e-informazione-negata/).

E infatti, chi dissente viene sorvegliato, e punito. La violenza delle reazioni ai perfino timidi dubbi espressi da Andrea Crisanti sulla corsa al vaccino è un esempio eloquente di questo metodo: «Crisanti è un no vax», ecco la prontissima scomunica fioccata da colleghi scienziati, da politici, da giornalisti indignati. Esattamente nelle stesse ore, usciva l’editoriale del numero 396 di The Lancet, autorevolissima rivista medica (una delle prime cinque del mondo), dal titolo Covid-19 vaccines: no time for complacency. Ne traduco qualche passaggio:

«Sfortunatamente, i risultati delle sperimentazioni sono stati annunciati attraverso comunicati stampa, lasciando così molte incertezze scientifiche sull’impatto che i vaccini avranno sul corso della pandemia. Sono disponibili pochi dati sulla sicurezza. Non è ancora chiaro quanto i vaccini agiscano nelle persone anziane, o in quelle con comorbilità, e la loro efficacia nella prevenzione di malattie gravi. La pubblicazione peer-reviewed dovrebbe risolvere questi problemi, ma per qualche tempo non sarà possibile rispondere ad altre domande. […] Non è chiaro nemmeno se i vaccini prevengono la trasmissione di SARS-CoV-2 o se inibiscono lo sviluppo della malattia. In quest’ultimo caso, il raggiungimento dell’immunità di gregge attraverso l’immunizzazione diventerebbe una prospettiva difficile. Pfizer e Moderna insieme prevedono che ci sarà abbastanza vaccino per 35 milioni di individui nel 2020, e forse fino a 1 miliardo nel 2021. Di conseguenza, molti milioni di persone ad alto rischio di malattia non saranno immunizzati presto, rendendo necessario l’uso continuato di interventi non farmaceutici. Esiste il pericolo che l’opinione pubblica diventi compiacente, in seguito all’annuncio di vaccini promettenti, ma bisogna chiedersi quanto diventerà difficile garantire l’aderenza alle linee guida e alle restrizioni della libertà quando un vaccino sarà disponibile per molti ma altri rimarranno non protetti. La contrarietà ai vaccini è una chiara minaccia per il controllo del Covid-19. Nuovi dati mostrano che la disponibilità a prendere un vaccino Covid-19 è tutt’altro che universale. In una situazione in cui indossare una maschera per il viso può essere rappresentato come un atto politico piuttosto che come una misura di salute pubblica, una leadership responsabile e un’attenta comunicazione pubblica saranno essenziali. […] Molte persone si sentono piene di speranza per la prima volta da molto tempo. Ma c’è ancora molto da imparare, e molte barriere da superare. Il 14 novembre, 5 giorni dopo l’annuncio di Pfizer, sono stati registrati 663 772 nuovi casi di Covid-19, il maggior numero in un solo giorno. È un momento pericoloso per essere compiacenti». 

Il monito di Lancet è molto chiaro: abbiamo bisogno di un’opinione pubblica reattiva e critica, non di una compiacente e vacuamente ottimista.

Il rischio è evidente, e non solo per i danni diretti: se i vaccini risulteranno non credibili (per esempio per effetti collaterali non previsti, su larga scala) il crollo della fiducia potrebbe non essere recuperabile. In altri termini: il susseguirsi degli annunci clamorosi, e le professioni di fede dei governi possono innescare una rincorsa che, travolgendo i livelli minimi di cautela e sicurezza, porti a un vaccino-boomerang. Il che avrebbe conseguenze incalcolabili.

Ma, si ripete, bisogna fidarsi delle grandi case farmaceutiche e del controllo degli organi statali, quelli americani ed europei soprattutto.

Purtroppo, non è facile nutrire una simile fiducia. Già all’inizio di settembre, Andrea Capocci aveva rammentato, su il manifesto, le caratteristiche speciali che assume il rapporto tra case farmaceutiche e poteri pubblici sotto la pressione da Covid:

in cambio di vaccini disponibili in grande quantità e a costi accessibili, le società farmaceutiche chiedono che l’Unione europea si faccia carico degli eventuali indennizzi nel caso i vaccini si mostrassero poco efficaci o insicuri e dessero vita a contenziosi legali. Lo rivela un documento firmato da Vaccines Europe, l’associazione delle società farmaceutiche del settore, svelato dal Financial Times nei giorni scorsi. «La velocità dello sviluppo e della distribuzione (dei vaccini anti-Covid, ndr) implicano l’impossibilità di produrre le evidenze scientifiche che normalmente si ottengono attraverso studi clinici approfonditi ‒ si legge nel documento ‒. Questo crea un rischio inevitabile. Alcune persone probabilmente subiranno effetti collaterali dopo la vaccinazione». La logica conclusione è messa nero su bianco dalla lobby: «chiediamo un’esenzione dalla responsabilità civile per garantire che tutte le parti siano protette da rischi finanziari dirompenti e rovinosi derivati da eventuali cause legali».

Del resto, Pfizer ha una storia eloquente: avendo accettato di versare la multa astronomica di 2,3 miliardi di dollari – circa 1,6 miliardi di euro – per aver violato le prescrizioni degli organi americani di controllo sulla commercializzazione di alcuni farmaci. E il fatto che il CEO di Pfizer, Albert Bourla (un cognome che introduce, per il lettore italiano, l’immancabile nota tragicomica), abbia venduto 132.508 azioni della colossale azienda che dirige, per un controvalore di 5,56 milioni di dollari, il giorno stesso dell’annuncio che il ‘suo’ vaccino sarebbe efficace per il 90%, rende plasticamente chiaro che la posta in gioco non è (o almeno non è solo) la soluzione alla pandemia.

Quando Andrea Crisanti dice che non bisogna essere compiacenti con la corsa al vaccino dice una cosa sacrosanta. La pressione dei governi sugli organismi scientifici e su quelli di controllo è fortissima, e gli accordi legali prevedono che i dati grezzi (gli unici controllabili e verificabili in sede scientifica) della ricerca che porta ai vaccini saranno disponibili solo dopo che milioni, forse miliardi, di persone lo avranno assunto. In questa situazione il dubbio, la prudenza e il dissenso possono salvare molte vite.

Se il pensiero critico è, come credo profondamente, il principale vaccino contro la credulità e l’interesse privato, bisogna tristemente riconoscere che in questo momento, seppure con le migliori intenzioni, quasi tutta l’informazione, e tutta la politica, sono convintamente no vax.