Tutto il potere a un solo partito

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15 mesi sono trascorsi. Un governo accompagnato da previsioni tenebrose si è insediato con una maggioranza parlamentare strabordante. Dentro di noi, accanto al timore che le previsioni potessero avverarsi, la muta speranza nella disarticolazione tipica della solita commedia politica all’italiana: altre coalizioni di destra si sono affacciate sull’altare del governo e i danni sono stati limitati: da un lato, per la loro inconsistenza politica e, dall’altro, per la necessità di trovare un equilibrio più che tra culture, tra gruppi di potere diversi e in conflitto tra di loro.

È la storia della seconda repubblica, in fondo. Già dalla sua fondazione: il primo Governo Berlusconi. Passato alla storia per due motivi: perché è l’unico governo italiano in cui erano presenti in modo diretto ed esplicito esponenti del Movimento Sociale Italiano e perché durò meno di otto mesi per divergenze tra gli alleati che tutti ricordiamo. Sono passati trent’anni. In quel governo c’erano missini del calibro di Pinuccio Tatarella e Altero Matteoli. C’era anche la figura inquietante di Domenico Fisichella, che in poco più di un decennio passa con nonchalance dalla legittimazione culturale del fascismo alla militanza ne La Margherita, anticipando i tempi della contrapposizione tra élites e popolo e non più tra destra e sinistra. È utile ricordarle quella storia, anche se doloroso. Perché in quella nascita c’era l’annuncio di tutto: una nuova classe dirigente sguaiata e platealmente in conflitto d’interesse, un’ostinata demolizione di ogni forma di garanzia istituzionale in vista dell’occupazione sistematica di tutti i posti del potere, la contraffazione della storia repubblicana che trasforma i comunisti in nemici e i fascisti in brave persone da ringraziare, un cupio dissolvi che metteva tutti contro tutti, come i bambini che non mangiano cioccolata da un bel po’ e quando possono ricominciare la vogliono tutta per sé, senza lasciare neanche le briciole.

Tutto appare intatto, se confrontiamo l’allora con ciò che accade dopo questi 15 mesi. I fascisti di seconda generazione sono anche più orgogliosi di rivendicare le proprie radici e i propri bracci tesi e, a osservare la classe dirigente attuale, persino un incidente della storia politica come Irene Pivetti può suscitare nostalgia. La missione di conquistare il dominio culturale e di occupare i posti del potere, che a quei tempi era solo all’inizio, è adesso ostinata e severa come quando si arriva agli ultimi giri di una vite e il cacciavite va forzato per far progredire la faccenda. Un paese arreso da decenni, sedotto dalla controrivoluzione berlusconiana e orgoglioso di aver fatto del conflitto d’interesse il criterio più diffuso per selezionare le classi dirigenti, piegato da gruppi di potere che reclamano meritocrazia dal basso della loro vergognosa genealogia.

Quasi tutto appare intatto, per la verità. Perché almeno due differenze le possiamo riconoscere.

La prima è che ciò che a quei tempi si nascondeva oggi si esibisce. Quel governo cadde anche per il malcontento popolare – di cui si appropriò Bossi – dinanzi a una classe dirigente che si autoassolveva e cercava in tutte le maniere di farsi le leggi che le garantissero di poter essere al di sopra di ogni legge. Tutto si poteva fare – e infatti molto si è fatto in questi decenni – ma non tutto si poteva esibire, confessare, dichiarare con orgoglio. Una resistenza da qualche parte ancora c’era, un disturbo elementare ma sgradevole, un grillo parlante che rovinava la voce del padrone. Oggi il governo sta rivoltando la democrazia con lo stesso accanimento di un cacciavite piantato nella carne viva della nostra storia. E se il nostro sguardo si rivolge in avanti, per riuscire a credere che all’orizzonte ci sia, imprecisato, un argine a quel che Marco Revelli con la solita lucidità definisce “questione democratica” (https://volerelaluna.it/controcanto/2024/01/11/meloni-24-a-che-punto-e-la-notte/) non basta nemmeno più l’ottimismo della volontà, serve ormai solo un atto di fede.

L’elenco di quest’ostentazione antidemocratica è infinito: dal doppio attacco alla costituzione repubblicana e parlamentare – la tracotanza di chi non si accontenta solo di una riforma, ma le vuole tutte e subito – alle leggi bavaglio che, anche qui in maniera congiunta, si propongono lo stesso obiettivo sia per i magistrati che per i giornalisti: continuate pure a fare il vostro mestiere, ma attaccate i deboli e i senza potere. I potenti e coloro che governano, quelli non potete più intercettarli, accusarli, controllarli. Una polifonia dell’inquietudine, per cui si prospettano leggi che criminalizzano quei pochi strumenti rimasti a chi non ha nulla: il diritto di sciopero, di protesta, anche soltanto di associazione e nello stesso tempo si cancella la corruzione per decreto (https://volerelaluna.it/commenti/2024/01/19/la-corruzione-cancellata-per-decreto/). A qualcuno sia dato tutto e qualcun altro non rimanga nulla.

Per non parlare della cultura. Questa destra – e per la verità lo stile del governo è ben imitato da molte amministrazioni locali – sembra essere sopraffatta da una sorta di fame atavica: una bulimica pretesa di occupare tutti i posti, anche quelli più insignificanti, quelli semplicemente simbolici, quelli che dovrebbero essere di garanzia. Una faccenda penosa, a ben guardare. Perché questo è anche il paese in cui apparentemente la cultura è in mano alla sinistra, però l’egemonia culturale è da tempo della destra. La nomina del direttore del Teatro di Roma non sposta di certo un bel niente rispetto alla stratificazione culturale del nostro Paese. E allora, perché questo accanimento? Appunto, per una tracotanza mista a ignoranza, per un riflesso condizionato per cui tutto ciò che è pubblico o deve essere svenduto o deve essere controllato e sfruttato. La democrazia non è più quello spazio necessariamente più ampio del suo governo, l’obiettivo è adesso che non vi sia nessun territorio non dominato da chi governa. Un riflesso condizionato che ha un nome ed evoca una storia, non è necessario essere profeti di sventura per capirlo.

Ma è la seconda differenza che per certi versi inquieta di più. Mi dispiace dover dare ragione alla Lega, ma stavolta mi tocca farlo. Qualche giorno fa qualcuno di loro ha sostenuto che si sente la mancanza di Berlusconi e della sua generosità. È vero. Tra i tanti difetti che aveva il cavaliere, c’era però la consapevolezza della necessità di tenere insieme la coalizione della destra. Del resto imparò immediatamente la lezione di quel primo fugace governo. Berlusconi riuscì così per decenni a intrappolarci in una narrazione piena di nemici esterni – i comunisti – e di alleati interni. Sarà appena il caso di ricordare che il modo preferito in cui Berlusconi tratteneva a sé i propri alleati non era propriamente privo di ombre. Se lo poteva permettere, di essere generoso con i suoi alleati. Ma in forza di quella generosità per decenni abbiamo avuto timore della destra al governo e, al contempo, abbiamo sperato che la natura di coalizione potesse frenare i disegni più antidemocratici che venivano prefigurati. In un certo senso ci è andata anche bene.

Oggi mi pare che Meloni sia mossa da una tracotanza che per certi versi è ancora più intollerabile. Il disegno a cui assistiamo è quello di avere non solo nemici esterni, ma anche nemici interni. Certo, come è accaduto a Berlusconi alla fine del 1994, magari sarà proprio la presunzione di poter annientare anche i nemici interni che scalfirà la distopia meloniana e la farà precipitare. Possiamo certamente sperarlo, anche se le percentuali di consenso del proprio partito rispetto agli altri sono tali da rendere credibile e non presuntuoso il tentativo di sostituzione di una destra di coalizione con una destra egemonizzata da un solo partito. Infatti è questa la battaglia politica che Meloni vuole affrontare in vista delle prossime elezioni (con il contributo eventuale di Schlein che, candidandosi, legittimerebbe l’identificazione della destra con Meloni). Personalizzare ancor di più la contesa, prendere tutto per sé e per i propri improbabili generali non lasciando neanche le briciole non solo ai propri nemici esterni ma anche a quelli interni. Un uomo solo al comando. Non è più la destra che vuole prendersi tutto, ma un solo partito.

È necessario ricordarlo cos’è, uno Stato ridotto al governo di un solo partito guidato da un unico capo? Sono trent’anni che assistiamo affranti alla spartizione delle spoglie della democrazia. Ma adesso mi pare ci sia qualcosa di più, una linea di confine che viene superata. Quella storia che a parole non viene rinnegata, nei fatti viene riproposta. Ciò a cui stiamo assistendo inermi non è una semplice questione estetica o anche la riproposizione della storica questione morale di Berlinguer. È la questione democratica, niente di più e, soprattutto, niente di meno.


Non chiamiamolo partito, ma…

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Molti articoli che compaiono sui siti e sulle pubblicazioni della sopravvissuta Sinistra, analizzando la situazione attuale da vari punti di vista, ne forniscono una preoccupante visione complessiva. Disuguaglianze sempre più accentuate, iperliberismo e finanza speculativa, guerre, distruzione dell’ambiente, crisi dei sistemi democratici … si sommano in un quadro che, senza esagerare, possiamo definire drammatico. Ma poi, con singolare sintonia, nell’ultimo paragrafo di questi articoli, gli autori cambiano tono e, forse spinti da un antico dettato politico/morale, cercano superare il pessimismo distruttivo per lasciare spazio a qualche speranza. Da dove può venire, secondo loro, la possibilità di riscatto e recupero in extremis di decenti condizioni di convivenza tra gli umani e con Madre Natura? I fattori positivi richiamati con più frequenza sono due: le lotte contro le ingiustizie (manifestazioni di piazza e varie forme di protesta) e l’attivismo di un’ampia galassia di associazioni e gruppi che intervengono su temi specifici o praticano il mutualismo in varie forme. Si tratta sicuramente di due aree di intervento fondamentali e irrinunciabili per contrastare il disastro incombente. A queste potremmo aggiungerne una terza, che gli autori di cui sopra non nominano per modestia: l’impegno continuo nell’analisi di fatti e fenomeni, unito alla diffusione delle informazioni importanti, nel modo più ampio possibile (la chiamavamo controinformazione).

Rasserenati da questi afflati di speranza, possiamo davvero sentirci un po’ più tranquilli? Purtroppo non è così, perché manca ancora l’elemento che serve a tenere insieme l’analisi, le lotte e le iniziative di volontariato: si tratta della solita, faticosa e spesso ingrata attività politica organizzata. Anni di decadenza dei partiti rappresentati in Parlamento e delle forme di rappresentanza cosiddetta democratica hanno gettato un tale discredito su quel genere di politica, che questo si è esteso al lavoro politico in generale, con un gravissimo danno per la possibilità di costruire risultati concreti. Siamo arrivati addirittura al fatto sconcertante per cui, da parte di chi organizza manifestazioni o incontri pubblici di forte contenuto sociale, economico o sui diritti, viene rifiutata la partecipazione dichiarata (cioè col proprio nome, simbolo o bandiera) di quei pochi gruppi e movimenti organizzati che ancora si battono esattamente per le medesime finalità: la loro grave colpa è quella di avvicinarsi all’immagine del partito! In una situazione di insensata frammentazione tra le forze della Sinistra, questo è il colpo del KO finale, che ostacola i volonterosi tentativi ancora in atto di collaborazione e confluenza. Al tempo stesso, per somma contraddittorietà, da parte di chi lotta o agisce nel campo sociale si lamenta l’assenza di un partito di sinistra in grado di interpretare e difendere gli interessi dei deboli e sfruttati, contro la rapina distruttiva del capitalismo! Proviamo a riconsiderare singolarmente il tre fattori individuati sopra, di cui vanno chiariti i limiti, pur riconfermandone l’importanza essenziale.

Il conflitto, le lotte. I cortei di protesta sono tra i momenti più belli dell’impegno politico. Ci si trova a marciare insieme a compagne e compagni vecchi e nuovi, si gridano slogan e si canta sorretti dall’idea che uniti si vince. Poi ci sono le manifestazioni dei lavoratori davanti alle fabbriche, che chiudono o licenziano; sono lotte dure, sempre più spesso represse in modo violento, in cui ciascuno mette in gioco le condizioni di vita proprie e della propria famiglia. E ancora, assistiamo a nuove forme di protesta, messe in atto per lo più da giovani ambientalisti che, mentre fanno della nonviolenza un principio guida, vengono malmenati e denunciati a ogni piè sospinto. Tutto ciò richiede rispetto, sostegno e partecipazione ma, in un quadro generale, va riconosciuto che queste lotte si definiscono per un obiettivo ben definito, un NO gridato di fronte a un determinato tipo di ingiustizia o di scelta scellerata da parte delle strutture di potere. Non è nelle loro possibilità, e nemmeno loro compito, il prospettare soluzioni di portata generale. A proposito di generale, ci sarebbero proprio gli scioperi generali in grado di avere un peso politico maggiore, mettendo in guardia chi sta al governo. Ma andrebbero decisi e organizzati dalle grandi centrali sindacali, che esitano sempre di più a ricorrere a questo strumento, anche loro per non entrare in modo diretto nella battaglia politica. Semplificando un po’, si può dire che senza il sostegno di un forte partito di sinistra, i grandi sindacati rinunciano a fare politica.

L’intervento da parte di gruppi e associazioni su specifiche problematiche. Molte persone, che dedicano gran parte delle proprie energie a battersi contro le più evidenti ingiustizie o a dare sostegno a chi ne ha bisogno, si aspettano una più che legittima ricompensa: vedere il risultato concreto del proprio impegno. Le motivazioni profonde che li spingono ad agire possono essere (pur tutte degne) le più diverse: da quelle religiose, alla solidarietà civile, al ribellismo di ispirazione anarchica. Ne discende una limitata necessità di approfondire la visione complessiva delle cause che determinano gli squilibri, le violenze e la discesa verso il disastro ambientale. Anzi, perdere tempo nella ricerca dell’alternativa politica può essere un ostacolo sulla strada del risultato tangibile. L’individuazione del capitalismo, dell’imperialismo e della speculazione finanziaria, come cause determinanti del sistema distruttivo, compaiono ogni tanto nei loro documenti e discorsi, ma non ne sono un elemento costante. Lo dimostra l’esempio di vari movimenti ambientalisti, che pure si battono con determinazione e continuità, i quali si richiamano a un generico dovere morale di preservare la vita sulla Terra, mantenendo le distanze persino dalle organizzazioni politiche più propense a sostenerli.

Lo studio, l’analisi, l’informazione. Per chi è interessato, articoli e libri di notevole profondità e competenza sono disponibili in quantità addirittura superiore a ciò che si riesce normalmente a seguire. In generale, gli autori preferiscono concentrarsi sull’analisi e la critica dell’esistente, anziché su proposte e programmi d’azione, che comportano semplificazioni e li esporrebbero in misura maggiore. Potremmo dire, con un po’ di ironia, che si rifanno a Marx, il quale si dedicò soprattutto a studiare limiti e misfatti del capitalismo; così altri si occuparono in successione del “che fare”, lasciando spazio, nel tempo, anche a drammatiche deformazioni del pensiero originario. Un altro limite si evidenzia in particolare sui siti internet della nostra area, dove lo strumento previsto per i commenti agli articoli e al dibattito viene utilizzato molto raramente. In questo modo, la somma di tanti interventi di argomento simile non dà luogo alla confluenza in un “pensiero collaborativo”, allontanando, anche a Sinistra, la meta dell’intelligenza collettiva.

La trasformazione delle condizioni di convivenza dovrebbe essere il compito della politica attiva e organizzata. Oggi, mentre si richiedono nuove modalità di partecipazione per rinvigorire i sistemi democratici basati sulla delega, ciò può realizzarsi soltanto con un continuo collegamento con le attività spontanee. Se il fare politica non si confronta, traendone ispirazione e reciproco sostegno, con le lotte, il mondo delle associazioni e l’area intellettuale, si rientra nelle condizioni che hanno portato alla decadenza dei partiti di governo, ridotti a strumenti di gestione del potere così com’è. In tempi relativamente recenti abbiamo assistito a tentativi generosi per il rilancio della Sinistra (da L’Altra Europa con Tsipras, all’assemblea del Brancaccio, a DiEM25 …) che sono sostanzialmente falliti. Va accettato il fatto che questa politica praticata richiede di affrontare quotidianamente mediazioni, problemi organizzativi, scarsità di risorse, piccoli o grandi tradimenti… insomma è un lavoraccio o, per dirla più chiaramente, una vera rottura di scatole. E poi, mentre sopravvivono stentatamente tanti piccoli raggruppamenti “fratelli”, che non si riconoscono gli uni con gli altri, continua a imperversare l’attesa del nuovo Tribuno della Plebe, capace di assumere su di sé la soluzione di ogni problema. Ecco che compaiono leader autonominati, nei cui proclami la parola io è quella ripetuta con maggiore frequenza. A loro bisognerebbe ricordare che un certo Karl Marx aveva l’acume e la lungimiranza per dire: «Io non sono marxista».

Abbiamo urgente bisogno di trasformare un’indefinita e altalenante speranza in qualcosa di più costruttivo, con la precisa consapevolezza delle difficoltà da superare. Ci aspetta un combattimento quotidiano (speriamo disarmato) per costruire quella che, senza dubbio, deve essere una rivoluzione. Rivoluzione della convivenza, dei consumi, del lavoro … qualcosa che è persino difficile prefigurare con gli strumenti abituali. Ma, senza un’organizzazione politica operativa, non si inizia nemmeno il cammino. Non chiamiamolo, per ora, partito: va meglio movimento organizzato? Certo con sostanziali differenze rispetto quel movimento che, dopo una rapida ascesa, si è ripiegato su sé stesso… Noi non abbiamo bisogno di slogan improvvisati. Ci possono sostenere: una profonda cultura politica, la stretta relazione con i lavoratori (da rinvigorire), la capacità di affrontare le problematiche ambientali senza facili ipocrisie, ma, soprattutto, una chiara visione della necessità di superare il capitalismo, nelle sue multiformi concretizzazioni. Senza questo “partito non-partito” si continuerà ad arrivare alle elezioni con tentativi improvvisati di alleanze elettorali, tutte destinate al fallimento. In questo modo, si mettono gli elettori di sinistra di fronte a un bivio: o votare, per l’ennesima volta, “tappandosi il naso” per i partiti di centro, o rinunciare al voto, sperando, in questo modo, di dare almeno un segnale di profonda delusione. Invece si continua a fare il gioco delle destre e … addio anche alla speranza.

La nuova / vecchia politica deve avere le proprie radici nelle comunità e sul territorio, ma anche nella capacità di affrontare i problemi e immaginare le soluzioni senza preconcetti, avvicinandosi a quel metodo scientifico che è presente nella nostra storia e che consolida la possibilità di affrontare con fiducia il futuro.


Non pensare a un partito. Semplicemente, riprendere a respirare

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Ho letto l’invito al confronto sul nostro futuro e rispondo.  Premettendo che non conosco  direttamente la realtà torinese e che ho 80 anni. 

Seguo “Volere la luna”, vi collaboro e fin dall’inizio. Mi sono associato e ho apprezzato moltissimo che non fosse solo un sito ma un sito con anche un centro sociale (so che non è la denominazione giusta, ma mi sembra ancora la migliore). Quindi non solo un giornale on line, espressione di un gruppo di intellettuali amici delusi dalle rissose velleità della cosiddetta sinistra, ma un’iniziativa con collegamenti concreti nel sociale e radici in una città particolare nella storia italiana.

Da quando il sito è nato ne son successe di cose, nel mondo e da noi, e una più grave, se possibile, dell’altra. La sintesi contenuta nello scritto che ha aperto questo confronto mi sembra, ahimè, perfetta. La catastrofe sociale prevista da tempo e analizzata da tutti i punti di vista sta arrivando, anzi è già arrivata (ma siamo ancora agli inizi), e della catastrofe ambientale e globale si parla soltanto ma ci siamo dentro e chi ha il potere non mi sembra intenzionato a uscirne, solo chiacchiere.  E non è comunque semplice: come dice Viale «è difficile arrivare alla fine del mese senza perdere di vista la fine del mondo». In più, a livello globale, mi sembra evidente una fine d’epoca, con un tormentato e rischioso passaggio da un secolare predominio dell’Occidente a un nuovo ciclo storico in cui il Pacifico prende il posto dell’Atlantico. Sempre che non vada tutto a catafascio prima.

In questo quadro, ampiamente documentato e denunciato anche dal Papa, è difficile prospettare una via d’uscita politica e sociale.

E arrivo così all’ultimo punto del documento introduttivo, quello del solito “Che fare?”, dove da sempre battiamo la testa.  Mi lascia soprattutto perplesso il punto c3: non vorrei che diventasse l’incunabolo di una nuova vagheggiata formazione politica. Probabilmente ho capito male: “Volere la luna” è nata proprio come risposta alla dispersione pulviscolare della sinistra e la situazione in questi tre anni non mi sembra cambiata, anzi.  

Penso, e l’ho scritto anche in qualche articolo, che l’unica strada, ma sarebbe più corretto dire “viottolo”, che abbiamo davanti a noi sia quella di fare rete. Cioè avere contatti e mandarsi segnali con altri gruppi e altre esperienze. Non per fare un partito o un movimento, che sarebbe non realistico e, in ogni caso, destinato alla sconfitta, ma per conoscersi, aiutarsi, verificare ciò che si ha o si può mettere in comune, costruire le premesse per eventuali scambi. Creare, per quanto sia possibile, le condizioni per una sensibilità diffusa, per renderci consapevoli che il tempo stringe. Una specie di terza via che dovrebbe definirsi col tempo e soprattutto nelle pratiche. Conforta sapere che altri sono in strada, alla ricerca di nuovi spazi e di nuove solidarietà. Senza velleitarismi, solo per respirare, finché si può, un’aria meno asfittica e avvelenata. 


Una scuola per una Costituzione della Terra

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Nel corso della storia dell’umanità si sono spesso verificati disastri ambientali, economici e politici: carestie, epidemie, alluvioni, siccità, guerre, con il loro carico inesorabile di distruzione e di morte, ma, almeno fino al 1945, nessuno aveva messo in dubbio che l’avventura dell’uomo sulla terra potesse avere termine. Con l’esplosione della bomba atomica di Hiroshima il 6 agosto 1945, l’umanità si è scoperta mortale ed è stato uno shock. Per reazione è nata e si è sviluppata quella che Gunther Anders ha chiamato la “coscienza nucleare”. Si è diffusa in tutto il mondo la consapevolezza che l’uso delle armi nucleari avrebbe condotto l’umanità al disastro e alla sua estinzione. Ciò ha portato alla nascita di un vero e proprio tabù dell’uso delle armi nucleari che ha costretto le Potenze nucleari a non fare mai ricorso a questa categoria di armi.

Peraltro, se il disastro della guerra nucleare è stato fino ad oggi scongiurato perché nessuno ha osato premere quel bottone, una minaccia più occulta insidia la vita dell’uomo sulla terra. L’Amazzonia  brucia, l’Australia brucia, la California brucia, la terra geme per la temperatura che aumenta e il deserto che avanza; intere città e migliaia di isole sono destinate a essere sommerse al rompersi del chiavistello delle acque; quando i ghiacci dell’Artico si scioglieranno, è previsto che i mari salgano  di sette metri sull’asciutto; questa prospettiva ci annuncia la morte dell’ambiente che da millenni ospita la vita dell’uomo sulla terra.   

«Se nei prossimi anni non ci sarà un’iniziativa politica di massa per cambiare il corso delle cose, se le si lascerà in balia del mercato della tecnologia o del destino, se in Italia, in Europa e nelle Case Bianche di tutti i continenti il fascismo occulto che vi serpeggia verrà alla luce e al potere, perderemo il controllo del clima e della società e si affacceranno scenari da fine del mondo, non quella raccontata nelle Apocalissi, ma quella prevista e monitorata dagli scienziati». Così recita l’appello-proposta per una Costituzione della Terra pubblicato su il Manifesto del 27 dicembre (https://ilmanifesto.it/perche-la-storia-continui-proposta-per-una-costituzione-della-terra/) . Nel 72° anniversario della promulgazione della Costituzione italiana, Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli, Valerio Onida, il vescovo Nogaro, Riccardo Petrella e molti altri hanno lanciato il progetto politico di una Costituzione per la Terra proponendo una Scuola  che elabori il pensiero e prefiguri una nuova soggettività politica del popolo della Terra, «perché la storia continui».

«L’inversione del corso delle cose – prosegue il documento ‒ è possibile. Essa ha un nome: Costituzione della Terra. Il costituzionalismo statuale che ha dato una regola al potere, ha garantito i diritti, affermato l’eguaglianza e assicurato la vita degli Stati non basta più, occorre passare a un costituzionalismo mondiale […].  La Costituzione del mondo non è il governo del mondo. Nasce dalla storia, ma deve essere prodotta dalla politica, ad opera di un soggetto politico che si faccia potere costituente. Il soggetto costituente di una Costituzione della Terra è il popolo della Terra. […] Salvare la Terra non vuol dire solo mantenere in vita “questa bella d’erbe famiglia e d’animali”, cantata dai nostri poeti, ma anche rimuovere gli ostacoli che “di fatto” impediscono il pieno sviluppo di tutte le persone umane». Occorre una politica dalla parte della Terra che dovrebbe essere perseguita da un vero e proprio partito della Terra: «ciò a cui comunque oggi siamo chiamati è a prendere partito, a prendere partito non per una Nazione, non per una classe, non “prima per noi”, ma a prendere partito per la Terra, dalla parte della Terra».

Per avviare questo processo occorre elaborare un pensiero politico comune. «Una “politica interna del mondo” – conclude il documento – non può nascere senza una scuola di pensiero che la elabori. […] Perciò quello che proponiamo è di dar vita a una Scuola che produca un nuovo pensiero della Terra e fermenti causando nuove soggettività politiche per un costituzionalismo della Terra. […] Pertanto i firmatari di questo appello propongono di istituire una Scuola che prenda partito per la Terra, e a questo scopo hanno costituito un’associazione denominata “Comitato promotore partito della Terra”. Il compito è oggi di dare inizio a una Scuola, “dalla parte della Terra”, alle sue attività e ai suoi siti web, e insieme con la Scuola ad ogni azione utile al fine che “la storia continui”; e ciò senza dimenticare gli obiettivi più urgenti, il risanamento del territorio, la rifondazione del lavoro, l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, la firma anche da parte dell’Italia del Trattato dell’ONU per l’interdizione delle armi nucleari e così via».

Questo progetto può sembrare utopistico ma, all’alba del nuovo anno, è proprio di utopia che abbiamo bisogno per attrezzarci ad affrontare il futuro.

 


2020 / Per una nuova politica: dal basso

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Non è dall’alto che si può ripartire: ma dal basso delle associazioni, dei comitati spontanei di ogni tipo, dei centri sociali, dei preti di strada, delle scuole di periferia, del lavoro ben fatto di chi vive in comunione con la terra e con le cose. Dal basso delle lotte quotidiane, delle vertenze, delle “intelligenze contro” che accendono, nonostante tutto, il Paese. Scegliendosi i compagni tra i poveri, e «tra quelli che quotidianamente si occupano della loro salute e del loro cibo, del loro vivere e del loro abitare, che mettono in piedi mense popolari e occupano case, che insegnano le parole per esprimersi ai migranti e agli zingari, che cercano di costruire organizzazione fra i precari del lavoro cognitivo e fra i disperati della logistica» (Andrea Ranieri).

È dal fuoco di queste lotte che potrà prendere forma qualcosa che non sappiamo ancora immaginare. Uno dei massimi studiosi del precariato, l’inglese Guy Standing, ha notato che «stiamo già assistendo alla diffusione di forme complementari di battaglie associative nuove. Il modello ideale non esiste ancora. Si evolverà. Al momento non possiamo prevederne la natura e gli esiti. Ma il precariato deve necessariamente forgiare una nuova forza politica. E lo farà. Per questo, assai più utile che lavorare alla fondazione di un nuovo partito è oggi impegnarsi nella costruzione di un fronte unico del lavoro, capace di tenere dentro tutti i lavoratori: anche i più atipici e più precari, anche i volontari travestiti. Anche gli schiavi senza nome e senza dignità per cui lottava Soumayla Sacko, il sindacalista nero ucciso in Calabria il giorno della festa della Repubblica e della Costituzione, il 2 giugno 2018. A questa decisiva impresa dovrebbe collaborare un sindacato diverso da quelli di oggi. Un sindacato dei diritti: quello che immaginava Bruno Trentin, anche lui proveniente dalla resistenza di Giustizia e Libertà, che nel 1975 spiegava a Enrico Berlinguer che ciò che gli stava davvero a cuore, più della “presa del governo”, era la «costruzione di una nuova rete di potere democratico nel tessuto sociale del Paese». Più tardi, nel progetto della Coalizione Sociale che Maurizio Landini e Stefano Rodotà hanno animato, era giunta ancora una volta a maturazione questa consapevolezza: non per fare un nuovo partito, ma anzi per “fare sindacato” in modo così innovativo e radicale da costruire (in un tempo necessariamente non breve) un popolo dei diritti e della Costituzione, che potesse dare vita a una nuova sinistra.

È solo battendo strade come queste che si può evadere dalla stanza senza porta e senza finestre in cui il discorso pubblico italiano ha murato il futuro della sinistra politica: quella in cui, per esistere politicamente, bisogna fondare un partito, candidarsi alle elezioni e cercare di andare al governo. Messa in quei termini forzati, la sinistra che non c’è non ci sarà mai. Perché un partito, le elezioni, il governo sono le possibili conseguenze di una esistenza nella realtà: non ne sono il presupposto. E, più profondamente, perché «un partito occupato nella conquista o nella conservazione del potere governativo non può discernere in queste grida altro che rumore»: le grida di cui parla Simone Weil sono quelle di coloro a cui «viene fatto del male». Questo è il punto: coltivare, condividere, diffondere un senso della giustizia che non sia astratto, ma concreto. E cioè che non si arresti alle dichiarazioni di principio sulla persona umana, ma che le viva nei fatti di fronte a ogni essere umano in carne ed ossa: «Ecco un passante: ha lunghe braccia, occhi celesti, una mente attraversata da pensieri che ignoro, ma che forse sono mediocri. Ciò che per me è sacro non è né la sua persona né la persona umana che è in lui. È lui. Lui nella sua interezza. Braccia, occhi, pensieri, tutto». La sinistra “astratta” – quelle delle idee, quella della sacrosanta difesa della dignità della persona umana, quella della necessaria rappresentanza politica – non può esistere se non passando attraverso la sinistra concreta: quella di tutti i giorni. Quella che si prende cura di braccia, occhi, pensieri. Di ogni singolo, concreto, essere umano: tutto intero. Quella di un pensiero critico che si fa mutualismo, opponendosi allo stato delle cose con pensieri, parole e opere.

Si potrebbero citare infiniti nomi: la mia esperienza mi suggerisce esempi di esperienze e associazioni come l’Orchestra multietnica dei Quattro Canti a Palermo e Baobab, la Rete dei Numeri Pari e Grande Come una Città, Volere la luna e le Città in Comune. E come dimenticare le ONG, nazionali e internazionali, tanto odiate dall’estrema destra europea? Ognuno di noi ha il suo personalissimo canone delle tante altre associazioni e realtà, dei mille comitati per l’ambiente e il diritto alla cultura: la sinistra che c’è e che non vota, la sinistra che fa politica e che è senza rappresentanza politica. È un grande movimento “contro lo stato delle cose” e “per una società umana”: senza una organizzazione unitaria, senza capi e senza padroni. Un movimento la cui vocazione sta in due parole: «Insorgere, risorgere!». È il motto che Emilio Lussu dette a Giustizia e Libertà: insorgere per la libertà contro il fascismo, risorgere nella giustizia sociale.

Oggi abbiamo bisogno di risorgere da questa politica di morte, da questa economia che uccide: e la via per questa resurrezione è quella dell’insurrezione, per abbattere i potenti dai troni, per innalzare gli umili; per rimandare i ricchi a mani vuote, per saziare chi ha fame. Insorgere interiormente, contro ogni ingiustizia, in un cammino personale di pensiero e di amore: per poi insorgere pubblicamente, in una lotta collettiva.

Cambiare noi stessi, per vedere l’ingiustizia del mondo. E per combatterla, con le parole e con le opere. Perché «la giustizia consiste nel vigilare che non sia fatto del male agli uomini». Insorgere nell’impegno concreto di quella sinistra di tutti i giorni che non è solo l’unica sinistra che possiamo avere qui e subito. Ma è anche l’unica sinistra che il mondo lo cambia davvero: per abbattere i potenti dai troni, per rimandare i ricchi a mani vuote. Per risorgere, fuori e dentro di noi.


Le tre destre e le masse popolari

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La crisi generale del capitalismo si aggrava e si esprime in ogni attività e in ogni  campo, perfino all’interno degli organi giudiziari e istituzionali. Ma, nonostante il suo fallimento, il capitalismo viene sempre riproposto nel medesimo modo: ricerca della massima competitività e del massimo profitto, a danno dei diritti, dei salari, delle pensioni, dei servizi, dello Stato sociale, dell’ambiente, della sicurezza e con il dilagare della corruzione e il mancato rispetto della Carta costituzionale.

Nel Paese cresce l’insofferenza per il corso catastrofico delle cose che la borghesia impone per far fronte alla crisi del suo sistema sociale, economico, civile, culturale. Si diffonde nelle masse popolari la volontà di “cambiamento”, il rifiuto di continuare a vivere con 5 milioni di disoccupati, con il lavoro, precario, con il taglio dei salari e delle pensioni, con la cancellazione dei diritti, con il peggioramento dello Stato sociale e della realtà che stiamo vivendo. Ma se si andasse a votare oggi, i partiti di destra otterrebbero oltre il 50% dei voti con molti giovani, lavoratori, pensionati e precari che li votano. Perché succede questo? cosa fare per recuperare a una visione e a un impegno a sinistra il popolo che vota a destra?

Per rispondere a queste domande è necessario chiarire cos’è la destra in Italia. Ci sono in realtà tre destre.

La prima destra è quella del grande capitale economico e finanziario che, attraverso la finanziarizzazione dell’economia riesce a fare profitti intensi (investendo in azioni e dividendosi azioni) senza investire nell’industria, nelle infrastrutture, nell’ambiente, esportando capitali all’estero ed evadendo il fisco. Oggi il peso dell’economia virtuale rispetto all’economia reale è otto volte maggiore. E anche chi investe nell’economia reale lo fa seguendo il modello liberista a danno dei ceti subalterni mentre lor signori aumentano ogni anno i loro profitti. Credo che le persone attive di questa destra votino soprattutto la Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia ma anche (forse in ugual misura) il PD o altri partiti liberal o di sinistra moderata. Sono individualiste e sempre pronte a cambiare casacca in base ai loro interessi “di bottega”. Quindi non saranno mai recuperabili a una visione di sinistra vera, radicale e sono da combattere.

La seconda destra è quella “ideologizzata” di coloro che pensano che la vita sia fatta per i furbi (“ognuno per sé e Dio per tutti”), che fregare il prossimo sia un merito perché significa che chi si è fatto fregare è di razza inferiore. Individualisti, razzisti, omofobi, ma sempre pronti a mettersi in gruppo per colpire “le zecche comuniste” e anche quando svolgano una qualche attività sociale, lo fanno in modo caritatevole e al fine di ottenere consensi al loro mondo fascistoide con il mito di Hitler e Mussolini. Queste persone le troviamo soprattutto negli stadi. Sono sostanzialmente dei “coglioni”. Votano per i partiti di estrema destra: Casa Pound, Lega, Forza Nuova, Fratelli d’Italia. La maggioranza non è recuperabile, ma una minoranza, che troviamo anche nelle fabbriche, potrebbe essere recuperata verso posizioni di sinistra radicale.

La terza destra è quella dei “bottegai”, delle partite Iva, dei liberi professionisti (medici, avvocati, notai, architetti, ingegneri etc.), di coloro che pensano di dare troppo allo Stato (e qualche volta hanno ragione) ma che denunciano quasi sempre redditi inferiori a quelli reali e spesso anche a quelli dei propri dipendenti. Essi, essendo dei falsi poveri, sfruttano al massimo lo Stato sociale che viene concesso alle fasce più deboli. Ma assieme a loro ci sono anche gli operai, i pensionati, i precari, i disoccupati, insomma coloro che hanno subìto i danni della crisi economica imposta dal capitalismo e hanno voltato le spalle alla “sinistra” ritenendola colpevole, perché l’hanno vista occuparsi dei diritti dei migranti e dei gay, dei diritti civili, ma non occuparsi di loro. Una sinistra che non è stata in grado sviluppare iniziative rivendicative e di lotta per cambiare le loro condizioni economiche, normative, sociali e, quindi, il sistema in cui viviamo. Una sinistra che non è più sinistra da molto tempo e che di fatto (come è avvenuto con il PD di Renzi) è diventata artefice delle politiche economiche imposte dalla Unione Europea e dalla destra capitalista. Credo che le fasce popolari (e molti magari iscritti alla CGIL) che oggi votano a destra e appoggiano lo slogan “prima gli Italiani”, in prospettiva si renderanno conto che anche la Lega è un partito di destra contrario ai loro interessi. Penso quindi che la maggioranza di questi strati popolari, sia pure con difficoltà, possono essere recuperati a un impegno di sinistra radicale. Ma come?

La questione è capire come fare crescere lo spirito di rivolta “rivoluzionario” delle masse popolari. Questo spirito anima la resistenza che spontaneamente il proletariato e le altre classi popolari oppongono alla borghesia anche attraverso molti movimenti sociali sulla conversione ecologico/ambientale, contro le armi, per la pace, per l’applicazione dei principi costituzionali e di altri diritti. Ma ciò non basta. È necessario che si traduca in un impegno su un progetto rivendicativo economico e sociale che sbocchi in un cambiamento di sistema e, in prospettiva, in un avanzamento verso l’instaurazione del socialismo del terzo millennio. Il cambiamento, peraltro, non avverrà spontaneamente. Occorrerebbe avere un vero e forte partito comunista, che invece non esiste.

In questo contesto un ruolo essenziale di chi opera a sinistra, nel sindacato dei lavoratori, degli intellettuali, di chi “resiste” e continua a  “volere la luna” è non solo di coinvolgere le masse popolari nelle fabbriche, nelle scuole, nei territori e a livello generale in forme di resistenza ma di farle divenire soggetti attivi per  cambiare il modello sociale, dando in questo modo una risposta efficace all’aspirazione di individui e organismi a costituire un partito comunista all’altezza del suo compito storico.


Il partito che non c’è e il percorso per arrivarci

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1.

Tomaso Montanari nel commentare i risultati delle recenti elezioni europee ha intitolato il suo intervento “Il partito necessario che non c’è”.

È sicuramente un’esigenza che condividiamo in molti, dopo che è stato completamente dissolto il patrimonio politico e culturale, oltre che organizzativo, della storica sinistra italiana. Quella storia gloriosa, ma anche drammatica e tragica, infatti, è stata chiusa negli anni ’90, senza che nessuno tentasse un bilancio critico: le ragioni sono tante e tra tutte forse quella meno ignobile è che quel compito sarebbe stato troppo impegnativo per i gruppi dirigenti che ereditarono la direzione della sinistra e che progressivamente l’hanno portata alla dissoluzione.

Servirebbe dunque un partito di sinistra che espliciti la voglia di “rovesciare il mondo dalle fondamenta… in nome di libertà, eguaglianza e fraternità”, che “riattivi un conflitto sociale ricchi e poveri”, che “lotti per poche cose: ambiente, patrimoniale, diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione”, come ha scritto Montanari.

Ma se questo è necessariamente l’obiettivo per il quale lavorare, che cosa possiamo e dobbiamo fare fin da ora?

Noi che vogliamo la luna dobbiamo innanzi tutto avere i piedi ben piantati in terra e provare a costruire un rapporto col territorio sociale che abitiamo: per questo abbiamo bisogno di fare un’inchiesta partecipata con quelle persone – e sono tante nei territori – che pensano e vivono come persone di sinistra, ma che non hanno un’organizzazione politica di riferimento e che in molti casi non vanno neanche più a votare.

Non si tratta, quindi, di cercare di parlare a queste persone con programmi e proclami (o peggio ancora con richieste di voto), ma soprattutto di andarle a cercare per poterle ascoltare, conoscere i conflitti e le contraddizioni che vivono e, se possibile, aiutarle a organizzarsi per realizzare i loro bisogni.

In questa ricerca è facile scoprire che esistono già gruppi più o meno strutturati ed esperienze attive e vivaci che si organizzano e lottano su specifiche esigenze e contraddizioni; oppure che provano a risolvere da sé i problemi comuni.

Ciò che manca non è, dunque, una lista di autoproclamati rappresentanti, ma una possibilità di confronto tra situazioni differenti, tra gruppi diversi per età, per esperienza di lavoro o di non lavoro, per formazione culturale ed esperienze di vita: mancano spazi fisici e culturali di confronto concreto all’interno di quel “popolo di sinistra” disperso e frammentato dall’egemonia liberista.

È un compito tutt’altro che facile, che richiede un’alta “professionalità” politica, intesa non nel senso di “dare la linea”, come si diceva in un tempo lontano, quanto piuttosto nel rispecchiare idee e sentimenti che ci sono già e saperli mettere in relazione e a confronto tra loro.

È facile capire che questo modo di intendere la politica si raccorda (o meglio tenta di farlo) con le esperienze storiche del movimento operaio di un tempo anche lontano, riattualizzandole e rivitalizzandole; ed è, com’è evidente, una pratica politica assente nel nostro Paese da tantissimo tempo.

2.

Se si guarda ad altre esperienze europee, spesso esaltate acriticamente, si può notare che questo modo di concepire la politica è alla base dell’iniziale successo di proposte nuove a sinistra, come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna.

Eppure è evidente, in entrambi i casi, che questa iniziale base di partenza positiva si è progressivamente appannata e sono emerse difficoltà rilevanti sulla strada della costruzione di un’organizzazione di sinistra.

I due casi hanno avuto inizi simili, ma sviluppi naturalmente diversi. Entrambe le organizzazioni – Syriza e Podemos – hanno costruito inizialmente la loro organizzazione su un’ampia azione sociale e sono andate rapidamente a presentarsi sul terreno elettorale, riscuotendo un notevole successo in poco tempo.

In Grecia questa rapidissima ascesa ha portato addirittura al governo del Paese in un contesto molto difficile di scontro con la Commissione europea e la sua dura politica economica di austerità, con le conseguenze che tutti conosciamo. In Spagna Podemos ha cercato di (e forse anche dovuto) entrare nel gioco parlamentare, scontando notevoli difficoltà tattiche, che hanno evidenziato e in parte generato conflitti interni.

Con le recenti elezioni europee, però, si delinea un chiaro (forse temporaneo) ridimensionamento di queste due nuove organizzazioni della sinistra europea.

È importante capire che cosa è mancato, in che cosa si è sbagliato, perché le loro difficoltà sarebbero probabilmente le stesse che potrebbe incontrare una nuova organizzazione della sinistra anche in Italia.

Naturalmente per rispondere a queste domande serve un’analisi approfondita delle due esperienze e, a maggior ragione, un confronto diretto con i compagni greci e spagnoli.

Una prima ipotesi sulla quale lavorare, non fosse altro per poterla rigettare, è che sia mancata, in entrambe le proposte politiche, la capacità di saldare il radicamento sociale con una visione di prospettiva che associasse la critica al capitalismo attuale con primi elementi di un modello sociale ed economico democratico alternativo.

È facile constatare come attualmente negli Stati Uniti si sia riaperto un dibattito politico e culturale, soprattutto all’interno delle nuove generazioni, sul socialismo: Bernie Sanders e Alexandra Ocasio Cortez – per citare due tra i più noti esponenti della sinistra democratica – parlano esplicitamente di obiettivi socialisti da raggiungere. E in generale nel dibattito politico e culturale americano avanzano proposte significative di reinterpretazione del processo di transizione dalla crisi capitalistica alla costruzione di una società che muova verso un socialismo riformulato sulla presa d’atto dei noti ed evidenti fallimenti storici.

In Europa, invece, forse proprio a causa di quel mancato bilancio critico di cui si diceva all’inizio, vige un inquietante silenzio che dà legittimità alle scelte opportuniste (o comunque liquidatorie) dei gruppi dirigenti che hanno dissolto il patrimonio politico e culturale della sinistra storica.

Quindi, pur con tutte le cautele del caso e scontando la modestia delle risorse alle quali si può attingere nel momento attuale, per iniziare a percorrere la strada difficile e probabilmente non breve della costruzione di quel partito necessario che (ancora) non c’è, occorrerà affrontare anche il nodo della elaborazione di una prospettiva democratica e socialista, alternativa alla situazione presente, incominciando almeno ad attingere da quanto emerge dal dibattito americano.