Sì, è un genocidio!

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Sì, è un genocidio. È difficile e doloroso ammetterlo, ma nonostante tutto, e nonostante tutti i nostri sforzi per pensare diversamente, dopo sei mesi di guerra brutale non possiamo più evitare questa conclusione. La storia ebraica sarà d’ora in poi macchiata dal marchio di Caino per il “più orribile dei crimini”, che non potrà essere cancellato dalla sua fronte. È così che sarà considerata nel giudizio della storia per le generazioni a venire.

Da un punto di vista giuridico, non si sa ancora cosa deciderà la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, anche se, alla luce delle sue sentenze emesse fino ad ora e alla luce dei rapporti sempre più diffusi di giuristi, organizzazioni internazionali e giornalisti investigativi, la traiettoria del futuro giudizio sembra abbastanza chiara. Già il 26 gennaio, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito in modo schiacciante (14 voti contro 2) che Israele potrebbe commettere un genocidio a Gaza. Il 28 marzo, dopo che Israele ha deliberatamente affamato la popolazione di Gaza, la Corte ha emesso ulteriori ordini (questa volta con il voto di 15 a 1, con l’unico dissenso del giudice israeliano Aharon Barak) chiedendo a Israele di non negare ai palestinesi i loro diritti protetti dalla Convenzione sul genocidio. Il rapporto ben argomentato e ragionato della relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, è giunto a una conclusione più decisa e costituisce un ulteriore tassello per comprendere che Israele sta effettivamente commettendo un genocidio. Il rapporto dettagliato e periodicamente aggiornato del dottor Lee Mordechai [Heb], che raccoglie informazioni sul livello di violenza israeliana a Gaza, è giunto alla stessa conclusione. Importanti accademici come Jeffrey Sachs, professore di economia alla Columbia University (ebreo con un atteggiamento adesivo nei confronti del sionismo tradizionale), con cui i capi di Stato di tutto il mondo si consultano regolarmente su questioni internazionali, parlano del genocidio israeliano come di qualcosa di scontato. Eccellenti reportage investigativi come quello [Heb] di Yuval Avraham in Local Call, e in particolare la sua recente indagine sui sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dall’esercito per selezionare gli obiettivi ed eseguire gli assassinii, avvalorano ulteriormente questa accusa. Il fatto che l’esercito abbia permesso, ad esempio, l’uccisione di 300 persone innocenti e la distruzione di un intero quartiere residenziale per eliminare un comandante di brigata di Hamas dimostra che gli obiettivi militari sono quasi obiettivi incidentali per l’uccisione di civili e che ogni palestinese a Gaza è un obiettivo da uccidere. Questa è la logica del genocidio.

Sì, lo so: Sono tutti antisemiti o ebrei che odiano se stessi”. Solo noi israeliani, con la mente alimentata dagli annunci del portavoce dell’IDF ed esposta solo alle immagini setacciate per noi dai media israeliani, vediamo la realtà com’è. Come se non fosse stata scritta una letteratura interminabile sui meccanismi di negazione sociale e culturale delle società che commettono gravi crimini di guerra. Israele è davvero un caso paradigmatico di tali società, un caso che sarà ancora insegnato in tutti i seminari universitari del mondo che trattano l’argomento.

Ci vorranno anni prima che il tribunale dell’Aia emetta il suo verdetto, ma non dobbiamo guardare a questa situazione catastrofica solo attraverso le lenti giuridiche. Ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio perché il livello e il ritmo delle uccisioni indiscriminate, della distruzione, delle espulsioni di massa, degli sfollamenti, della carestia, delle esecuzioni, della cancellazione delle istituzioni culturali e religiose, dello schiacciamento delle élite (compresa l’uccisione di giornalisti) e della disumanizzazione generalizzata dei palestinesi creano un quadro complessivo di genocidio, di un deliberato schiacciamento consapevole dell’esistenza palestinese a Gaza. Nel modo in cui normalmente intendiamo tali concetti, la Gaza palestinese come complesso geografico-politico-culturale-umano non esiste più. Il genocidio è l’annientamento deliberato di una collettività o di una parte di essa, non di tutti i suoi individui. Ed è quello che sta accadendo a Gaza. Il risultato è senza dubbio un genocidio. Le numerose dichiarazioni di sterminio da parte di alti funzionari del Governo israeliano e il tono generale di sterminio del discorso pubblico, giustamente sottolineato dall’editorialista di Haaretz Carolina Landsman, indicano che questa era anche l’intenzione.

Gli israeliani pensano, erroneamente, che per essere considerato tale un genocidio debba assomigliare all’Olocausto. Immaginano treni, camere a gas, forni crematori, fosse di sterminio, campi di concentramento e di sterminio e la sistematica persecuzione a morte di tutti i membri del gruppo di vittime fino all’ultimo. Un evento del genere non si è verificato a Gaza. In modo simile a quanto accaduto nell’Olocausto, la maggior parte degli israeliani immagina che il collettivo delle vittime non sia coinvolto in attività violente o in un conflitto vero e proprio, e che gli assassini li sterminino a causa di una folle ideologia senza senso. Questo non è il caso di Gaza. Il brutale attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un crimine atroce e terribile. Circa 1.200 persone sono state uccise o assassinate, tra cui più di 850 civili israeliani (e stranieri), compresi molti bambini e anziani. Circa 240 israeliani vivi sono stati rapiti a Gaza e sono state commesse atrocità come lo stupro. Si tratta di un evento con effetti traumatici profondi, catastrofici e duraturi per molti anni, certamente per le vittime dirette e la loro cerchia immediata, ma anche per la società israeliana nel suo complesso. L’attacco ha costretto Israele a rispondere per autodifesa. Tuttavia, sebbene ogni caso di genocidio abbia un carattere diverso, nella portata e nelle caratteristiche dell’omicidio, il denominatore comune della maggior parte di essi è che sono stati compiuti per un autentico senso di autodifesa. Dal punto di vista giuridico, un evento non può essere sia autodifesa che genocidio. Queste due categorie giuridiche si escludono a vicenda. Ma storicamente la legittima difesa non è incompatibile con il genocidio, anzi di solito ne è una delle cause principali, se non la principale.

A Srebrenica – su cui il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha stabilito in due diversi gradi di giudizio che si è trattato di un genocidio nel luglio 1995 – sono stati uccisi “solo” 8.000 uomini e giovani bosniaci musulmani, di età superiore ai 16 anni. Le donne e i bambini erano stati espulsi prima. Le forze serbo-bosniache furono responsabili dell’omicidio, la loro offensiva ebbe luogo nel mezzo di una sanguinosa guerra civile, durante la quale entrambe le parti commisero crimini di guerra (anche se i serbi ne commisero molti di più) e che scoppiò in seguito alla decisione unilaterale dei croati e dei musulmani bosniaci di staccarsi dalla Jugoslavia e di creare uno Stato bosniaco indipendente, in cui i serbi erano una minoranza. I serbi bosniaci, con il triste ricordo delle persecuzioni e degli omicidi della Seconda guerra mondiale, si sono sentiti minacciati. La complessità del conflitto, in cui nessuna delle due parti era innocente, non ha impedito alla Corte penale internazionale di riconoscere il massacro di Srebrenica come un atto di genocidio, superiore agli altri crimini di guerra commessi dalle parti, poiché questi crimini non possono giustificare il genocidio. La Corte ha spiegato che le forze serbe hanno intenzionalmente distrutto, attraverso l’omicidio, l’espulsione e la distruzione, l’esistenza bosniaco-musulmana a Srebrenica. Oggi, tra l’altro, i musulmani bosniaci vivono di nuovo lì e alcune delle moschee distrutte sono state ripristinate. Ma il genocidio continua a perseguitare i discendenti degli assassini e delle vittime.

Il caso del Ruanda è totalmente diverso. Per lungo tempo, nell’ambito della struttura di controllo coloniale belga, basata sul divide et impera, il gruppo minoritario tutsi ha governato e oppresso il gruppo maggioritario hutu. Tuttavia, negli anni ’60 la situazione si è ribaltata e, dopo l’indipendenza dal Belgio nel 1962, gli hutu hanno preso il controllo del Paese e hanno adottato una politica oppressiva e discriminatoria nei confronti dei tutsi, anche questa volta con il sostegno delle ex potenze coloniali. A poco a poco, questa politica divenne intollerabile e nel 1990 scoppiò una brutale e sanguinosa guerra civile, iniziata con l’invasione di un esercito tutsi, il Fronte Patriottico Ruandese, composto principalmente da tutsi fuggiti dal Ruanda dopo la caduta del dominio coloniale. Di conseguenza, agli occhi del regime hutu, i tutsi vennero identificati collettivamente con un vero e proprio nemico militare. Durante la guerra, entrambe le parti commisero gravi crimini sul suolo ruandese e su quello dei Paesi limitrofi in cui la guerra si estese. Nessuna delle due parti era assolutamente innocente o assolutamente malvagia. La guerra civile si è conclusa con gli Accordi di Arusha, firmati nel 1993, che avrebbero dovuto coinvolgere i Tutsi nelle istituzioni governative, nell’esercito e nelle strutture statali. Ma questi accordi sono crollati e nell’aprile del 1994 l’aereo del presidente hutu del Ruanda è stato abbattuto. Ancora oggi non si sa chi abbia abbattuto l’aereo e si ritiene che si tratti di combattenti hutu. Tuttavia, gli hutu erano convinti che il crimine fosse stato commesso da combattenti della resistenza tutsi, e questo era percepito come una vera e propria minaccia per il Paese. Il genocidio dei Tutsi era alle porte. La motivazione ufficiale dell’atto di genocidio era la necessità di eliminare una volta per tutte la minaccia esistenziale tutsi.

Il caso dei Rohingya, che l’amministrazione Biden ha recentemente riconosciuto come genocidio, è di nuovo molto diverso. Inizialmente, dopo l’indipendenza del Myanmar (ex Birmania) nel 1948, i Rohingya musulmani erano considerati cittadini alla pari e parte dell’entità nazionale, prevalentemente buddista. Ma nel corso degli anni, e soprattutto dopo l’instaurazione della dittatura militare nel 1962, il nazionalismo birmano si è identificato con diversi gruppi etnici dominanti, principalmente buddisti, di cui i Rohingya non facevano parte. Nel 1982 e successivamente sono state emanate leggi sulla cittadinanza che hanno privato la maggior parte dei Rohingya della loro cittadinanza e dei loro diritti. Erano visti come stranieri e come una minaccia per l’esistenza dello Stato. I Rohingya, tra i quali in passato ci sono stati piccoli gruppi di ribelli, si sono sforzati di non farsi trascinare nella resistenza violenta, ma nel 2016 molti hanno ritenuto di non poter impedire la loro privazione della cittadinanza, la repressione, la violenza dello Stato e della folla contro di loro e la loro graduale espulsione, e un movimento Rohingya clandestino ha attaccato le stazioni di polizia del Myanmar. La reazione è stata brutale. Le incursioni delle forze di sicurezza del Myanmar hanno espulso la maggior parte dei Rohingya dai loro villaggi, molti sono stati massacrati e i loro villaggi completamente cancellati. Quando nel marzo 2022 il Segretario di Stato Antony Blinken ha letto la dichiarazione al Museo dell’Olocausto di Washington 2022, riconoscendo che ciò che è stato fatto ai Rohingya è stato un genocidio, ha detto che nel 2016 e 2017, circa 850.000 Rohingya sono stati deportati in Bangladesh e circa 9.000 di loro sono stati uccisi. Questo è stato sufficiente per riconoscere che quanto è stato fatto ai Rohingya è l’ottavo evento di questo tipo che gli Stati Uniti considerano un genocidio, a parte l’Olocausto.

Il caso dei Rohingya ci ricorda ciò che molti studiosi di genocidi hanno stabilito in termini di ricerca e che è molto rilevante per il caso di Gaza: un legame tra pulizia etnica e genocidio. Il legame tra i due fenomeni è duplice ed entrambi sono rilevanti per Gaza, dove la stragrande maggioranza della popolazione è stata espulsa dai propri luoghi di residenza e solo il rifiuto dell’Egitto di assorbire masse di palestinesi sul proprio territorio ha impedito loro di lasciare Gaza. Da un lato, la pulizia etnica segnala la volontà di eliminare il gruppo nemico a qualsiasi costo e senza compromessi, e quindi scivola facilmente nel genocidio o ne fa parte. Dall’altro lato, la pulizia etnica di solito crea condizioni (ad esempio, malattie e carestie) che permettono o causano lo sterminio parziale o completo del gruppo di vittime. Nel caso di Gaza, le “zone di rifugio sicuro” sono spesso diventate trappole mortali e zone di sterminio deliberato, e in questi rifugi Israele affama deliberatamente la popolazione. Per questo motivo, non sono pochi i commentatori che ritengono che la pulizia etnica sia l’obiettivo dei combattimenti a Gaza.

Anche il genocidio degli armeni durante la Prima Guerra Mondiale aveva un contesto. Durante gli anni di declino dell’Impero Ottomano, gli armeni svilupparono una propria identità nazionale e chiesero l’autodeterminazione. Il loro diverso carattere religioso ed etnico, così come la loro posizione strategica al confine tra l’impero ottomano e quello russo, li rendeva una popolazione pericolosa agli occhi delle autorità ottomane. Già alla fine del XIX secolo si verificarono orribili episodi di violenza contro gli armeni, per cui alcuni armeni simpatizzavano con i russi e li vedevano come potenziali liberatori. Piccoli gruppi armeno-russi collaborarono addirittura con l’esercito russo contro i turchi, invitando i loro confratelli oltre confine a unirsi a loro, il che portò a un’intensificazione del senso di minaccia esistenziale agli occhi del regime ottomano. Questo senso di minaccia, sviluppatosi durante una profonda crisi dell’impero, fu un fattore importante nello sviluppo del genocidio armeno, che diede inizio anche a un processo di espulsione.

Anche il primo genocidio del XX secolo fu eseguito da un concetto di autodifesa da parte dei coloni tedeschi nei confronti delle popolazioni Herero e Nama nell’Africa sud-occidentale (l’attuale Namibia). A seguito della severa repressione da parte dei coloni tedeschi, i locali si ribellarono e in un brutale attacco uccisero circa 123 (forse più) uomini disarmati. Il senso di minaccia nella piccola comunità di coloni, che contava solo poche migliaia di persone, era reale e la Germania temeva di aver perso la sua capacità di deterrenza nei confronti dei nativi. La risposta fu adeguata alla minaccia percepita. La Germania inviò un esercito guidato da un comandante sfrenato e anche lì, per un senso di autodifesa, la maggior parte di questi uomini delle tribù fu uccisa tra il 1904 e il 1908: alcuni con uccisioni dirette, altri in condizioni di fame e sete imposte dai tedeschi (di nuovo con la deportazione, questa volta nel deserto di Omaka) e altri ancora in crudeli campi di internamento e di lavoro.

Processi simili si sono verificati durante l’espulsione e lo sterminio delle popolazioni indigene in Nord America, soprattutto nel corso del XIX secolo.

In tutti questi casi, gli autori del genocidio hanno avvertito una minaccia esistenziale, più o meno giustificata, e il genocidio è avvenuto in risposta. La distruzione della collettività delle vittime non era contraria a un atto di autodifesa, ma a un autentico motivo di autodifesa.

Nel 2011 ho pubblicato su Haaretz un breve articolo [Heb] sul genocidio nell’Africa sud-occidentale, che si concludeva con le seguenti parole: «Possiamo imparare dal genocidio degli Herero e dei Nama come la dominazione coloniale, basata su un senso di superiorità culturale e razziale, possa sfociare, di fronte a una ribellione locale, in crimini orribili come l’espulsione di massa, la pulizia etnica e il genocidio. Il caso della ribellione degli Herero dovrebbe servire da spaventoso segnale di avvertimento per noi qui in Israele, che ha già conosciuto una Nakba nella sua storia».

L’articolo è stato tradotto in inglese dall’arabo da Sol Salbe. Qui la traduzione dall’inglese effettuata con DeepL. La traduzione non è stata rivista dall’autore.


La storia riconoscerà che Israele ha commesso un olocausto

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In questo momento a Gaza e in Palestina sono le 20.00: è la fine del mio quarto giorno a Rafah e il primo momento in cui ho potuto sedermi in un posto tranquillo per riflettere. Ho provato a prendere appunti, foto, immagini mentali, ma questo è un momento troppo grande per un taccuino o per la mia memoria in difficoltà. Niente mi aveva preparato a ciò a cui avrei assistito. Prima di attraversare il confine tra Rafah e l’Egitto ho letto tutte le notizie provenienti da Gaza o su Gaza. Non ho distolto lo sguardo da nessun video o immagine inviata dal territorio, per quanto fosse raccapricciante, scioccante o traumatizzante. Sono rimasta in contatto con amici che hanno riferito della loro situazione nel nord, nel centro e nel sud di Gaza – ciascuna area soffre in modi diversi. Sono rimasta aggiornata sulle ultime statistiche, sulle ultime mosse politiche, militari ed economiche di Israele, degli Stati Uniti e del resto del mondo. Pensavo di aver capito la situazione sul campo. Ma non è così. Niente può veramente prepararti a questa distopia. Ciò che raggiunge il resto del mondo è una frazione di ciò che ho visto finora, che è solo una frazione della totalità di questo orrore. Gaza è un inferno. È un inferno brulicante di innocenti che boccheggiano in cerca di aria. Ma qui anche l’aria è bruciata. Ogni respiro irrita la gola e i polmoni e vi si attacca. Ciò che una volta era vibrante, colorato, pieno di bellezza, possibilità e speranza contro ogni aspettativa, è avvolto da un grigiore di sofferenza e sporcizia.

Quasi nessun albero

Giornalisti e politici la chiamano guerra. Gli informati e gli onesti lo chiamano genocidio. Quello che io vedo è un olocausto, lincomprensibile culmine di 75 anni di impunità israeliana per i ripetuti crimini di guerra. Rafah è la parte più meridionale di Gaza, dove Israele ha stipato 1,4 milioni di persone in uno spazio grande quanto laeroporto di Heathrow a Londra. Scarseggiano acqua, cibo, elettricità, carburante e provviste. I bambini sono privati della scuola: le loro aule sono state trasformate in rifugi di fortuna per decine di migliaia di famiglie. Quasi ogni centimetro dello spazio precedentemente vuoto è ora occupato da una fragile tenda che ospita una famiglia. Non è rimasto quasi nessun albero poiché le persone sono state costrette ad abbatterli per produrre legna da ardere.
Non ho notato lassenza di verde finché non mi sono imbattuta in una bouganville rossa. I suoi fiori erano polverosi e soli in un mondo deflorato, ma ancora vivi. La discrepanza mi ha colpito e ho fermato l’auto per fotografarla. Ora cerco il verde e fiori ovunque vada, finora nelle zone meridionali e centrali (anche se nel centro è diventato sempre più difficile entrare). Ma ci sono solo piccole macchie derba qua e là e qualche albero occasionale che aspetta di essere bruciato per cuocere il pane per una famiglia che sopravvive con le razioni ONU di fagioli in scatola, carne in scatola e formaggio in scatola. Un popolo orgoglioso con ricche tradizioni e consuetudini culinarie a base di alimenti freschi è stato ridotto e abituato a una manciata di impasti e poltiglie rimaste sugli scaffali per così tanto tempo che può essere avvertito solo il sapore metallico e rancido delle lattine.
Al nord è peggio. Il mio amico Ahmad (non è il suo vero nome) è una delle poche persone che hanno Internet. Il segnale è sporadico e debole, ma possiamo ancora scambiarci messaggi. Mi ha inviato una sua foto in cui sembrava l’ombra del giovane che conoscevo. Ha perso più di 25 kg. Inizialmente le persone si sono ridotte a nutrirsi di mangime per cavalli e asini, ma è finito. Ora stanno mangiando gli asini e i cavalli. Alcuni mangiano cani e gatti randagi che a loro volta stanno morendo di fame e talvolta si nutrono dei resti umani che ricoprono le strade, dove i cecchini israeliani hanno preso di mira le persone che hanno osato avventurarsi nel campo visivo dei loro mirini. I vecchi e i più deboli sono già morti di fame e di sete. La farina è scarsa e più preziosa delloro. Ho sentito la storia di un uomo nel nord che di recente è riuscito a mettere le mani su un sacco di farina (che normalmente costava 7 euro) e gli sono stati offerti gioielli, dispositivi elettronici e contanti per un valore di 2.300 euro. Ha rifiutato.

Sentirsi piccoli

A Rafah le persone si sentono privilegiate nel ricevere farina e riso. Te lo diranno e ti sentirai umiliato perché si offrono di condividere quel poco che hanno. E ti vergognerai perché sai che puoi lasciare Gaza e mangiare quello che vuoi. Ti sentirai piccolo qui perché non sei in grado di fare davvero nulla per placare il bisogno e la perdita catastrofici e perché capirai che loro sono migliori di te, poiché in qualche modo sono rimasti generosi e ospitali in un mondo che è stato tanto e per così tanto tempo ingeneroso e inospitale nei loro confronti. Ho portato tutto quello che potevo, pagando il bagaglio extra e il peso di sei bagagli e aggiungendone altri 12 in Egitto. Per me ho portato quello che stava nello zaino. Ho avuto la lungimiranza di portare cinque grandi sacchi di caffè, che si è rivelato essere il regalo più apprezzato dai miei amici qui. Preparare e servire il caffè ai colleghi di lavoro del luogo in cui mi trovo è la cosa che preferisco fare, per la gioia assoluta che ogni sorso sembra portare. Ma anche quello presto finirà.

Difficile respirare

Ho assunto un autista per trasferire sette pesanti valigie di rifornimenti a Nuseirat [campo profughi al centro della Striscia, ndt] e lui le ha trasportate giù per alcune rampe di scale. Mi ha detto che portare quelle borse lo faceva sentire di nuovo umano perché era la prima volta in quattro mesi che andava su e giù per le scale. Gli ha ricordato di quando viveva in una casa invece che nella tenda dove ora abita.
È difficile respirare qui, letteralmente e metaforicamente. Una foschia immobile di polvere, degrado e disperazione intride l’aria. La distruzione è così massiccia e persistente che le particelle sottili della vita polverizzata non hanno il tempo di depositarsi. La mancanza di benzina ha portato le persone a riempire le loro auto di stearato, olio esausto che ha una combustione sporca. Emette un odore particolarmente sgradevole e una pellicola che si attacca all’aria, ai capelli, ai vestiti, alla gola e ai polmoni. Mi ci è voluto un po’ per capire la fonte di quell’odore pervasivo, ma è facile riconoscere gli altri.
La scarsità di acqua corrente o pulita compromette l’igiene di chiunque di noi. Tutti fanno del loro meglio nella cura di sé stessi e dei propri figli, ma a un certo punto smetti di farci caso. A un certo punto lumiliazione della sporcizia è inevitabile. A un certo punto aspetti semplicemente la morte, proprio come aspetti anche un cessate il fuoco. Ma la gente non sa cosa farà dopo il cessate il fuoco. Hanno visto le foto dei loro quartieri. Quando vengono pubblicate nuove immagini provenienti dall’area settentrionale le persone si ritrovano insieme per cercare di capire di quale quartiere si tratti, o da chi fosse la casa ridotta in quel cumulo di macerie. Spesso questi video provengono da soldati israeliani che occupano o fanno saltare in aria le loro case.

Cancellazione

Ho parlato con molti sopravvissuti estratti dalle macerie delle loro case. Raccontano quello che è successo con espressione impassibile, come se non fosse capitato a loro; come se sia stata sepolta viva la famiglia di qualcun altro; come se i loro corpi straziati appartenessero ad altri. Gli psicologi dicono che si tratta di un meccanismo di difesa, una sorta di intorpidimento della mente finalizzato alla sopravvivenza. La resa dei conti arriverà più tardi, se sopravvivranno.
Ma come si può affrontare la perdita dell’intera famiglia, mentre si osservano i corpi disintegrarsi tra le macerie e si avverte l’odore, mentre si attende il salvataggio o la morte? Come si fa a considerare la cancellazione totale della propria esistenza nel mondo: la casa, la famiglia, gli amici, la salute, l’intero quartiere e il paese? Nessuna foto della tua famiglia, del tuo matrimonio, dei tuoi figli, dei tuoi genitori; anche le tombe dei tuoi cari e dei tuoi antenati sono state rase al suolo. Tutto questo mentre le forze e le voci più potenti ti diffamano e ti incolpano per il tuo miserabile destino.
Il genocidio non è solo un omicidio di massa. È una cancellazione intenzionale. Di storie. Di ricordi, libri e cultura. Cancellazione delle risorse di una terra. Cancellazione della speranza in e per un luogo. Cancellazione come impulso alla distruzione di case, scuole, luoghi di culto, ospedali, biblioteche, centri culturali, centri ricreativi e università. Il genocidio è la demolizione intenzionale dellumanità di un altro. È la riduzione di unantica società orgogliosa, istruita e ben funzionante a oggetti di carità privi di mezzi, costretti a mangiare lindicibile per sopravvivere; vivere nella sporcizia e nella malattia senza nulla in cui sperare se non la fine delle bombe e dei proiettili che piovono sui loro corpi, sulle loro vite, sulle loro storie e sul loro futuro.
Nessuno può pensare o sperare in ciò che potrebbe accadere dopo un cessate il fuoco. Il massimo possibile delle loro speranze in questo momento è che i bombardamenti cessino. È il minimo che si può chiedere. Un minimo riconoscimento dellumanità dei palestinesi. Nonostante Israele abbia tagliato l’energia e Internet i palestinesi sono riusciti a trasmettere in streaming limmagine del loro stesso genocidio a un mondo che permette che questo vada avanti. Ma la storia non mentirà. Ricorderà che nel 21° secolo Israele ha perpetrato un olocausto.

Susan Abulhawa è una scrittrice e attivista. Questo pezzo è stato scritto durante la sua visita a Gaza a febbraio e all’inizio di marzo. La traduzione dall’inglese è di Aldo Lotta.

L’articolo è tratto dal sito Zeitun-Notizie e libri sulla Palestina (https://zeitun.info/)


Se il genocidio è un rumore di fondo

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È una tradizione degli Oscar: un discorso politico squarcia il velo della mondanità e dell’autocelebrazione. Ne scaturiscono reazioni contrastanti. Alcuni lodano l’oratore, altri lo ritengono l’usurpatore egoista di una notte di celebrazioni. Poi tutti girano pagina. Eppure sospetto che l’impatto delle parole del regista Jonathan Glazer, che il 10 marzo hanno fermato il tempo alla cerimonia di premiazione di Los Angeles, durerà molto più a lungo, e il loro significato sarà oggetto di analisi per anni.

Glazer stava ritirando il premio per il miglior film internazionale per La zona d’interesse, ispirato alla storia di Rudolf Höss, il comandante del campo di concentramento di Auschwitz. Il film segue l’idilliaca vita domestica di Höss con la moglie e i figli, che si svolge in una residenza signorile con giardino adiacente al campo di concentramento. Glazer ha descritto i suoi personaggi non come mostri, ma come “orrori non-pensanti, borghesi, ambiziosi-arrivisti”, persone capaci di trasformare il male in rumore di fondo. Prima della cerimonia del 10 marzo, La zona d’interesse era già stato acclamato da molte star del mondo del cinema. Alfonso Cuarón, il regista premio Oscar per Roma, l’ha definito «probabilmente il film più importante di questo secolo». Steven Spielberg l’ha descritto come «il miglior film sull’Olocausto che io abbia visto dopo il mio», riferendosi a Schindler’s list, che sbancò agli Oscar trent’anni fa. Ma mentre il trionfo di Schindler’s list rappresentò un momento di unità per la maggioranza della comunità ebraica, La zona d’interesse capita in un momento diverso. Oggi infuria il dibattito su come debbano essere ricordate le atrocità naziste: l’Olocausto dovrebbe essere considerato solo un dramma degli ebrei, o come qualcosa di più universale? Fu una lacerazione unica della storia europea, oppure un ritorno a casa dei genocidi coloniali, insieme alle logiche e alle teorie razziali che ne erano alla base? Quel “mai più” significa mai più per tutti o mai più per gli ebrei, una promessa che rende Israele intoccabile? Questi conflitti sull’universalismo del trauma, sull’eccezionalismo e sulla comparazione sono al centro dell’accusa di genocidio mossa dal Sudafrica a Israele presso la Corte internazionale di giustizia, e stanno lacerando le comunità ebraiche in tutto il mondo.

In un minuto Glazer ha coraggiosamente preso posizione su ciascuna di queste dispute. «Tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e metterci di fronte al presente, non per dire “guardate cos’hanno fatto allora”, ma piuttosto “guardate cosa facciamo adesso”», ha detto, sbarazzandosi dell’idea che paragonare gli orrori di oggi ai crimini nazisti significhi di per sé minimizzare, e non lasciando dubbi sul fatto che fosse sua intenzione tracciare una continuità tra il passato mostruoso e il nostro mostruoso presente. Ed è andato oltre: «Siamo qui in quanto uomini che rifiutano di lasciar manipolare le proprie identità ebraiche e l’Olocausto da un’occupazione che ha trascinato nel conflitto tante persone innocenti, sia le vittime del 7 ottobre in Israele sia quelle dell’attacco in corso a Gaza».

Per il regista Israele non può passarla liscia, e non è etico usare il trauma dell’Olocausto come giustificazione o copertura per le atrocità commesse oggi dallo stato israeliano. Altri hanno sostenuto queste argomentazioni in passato, e in tanti hanno pagato a caro prezzo, soprattutto se palestinesi, arabi o musulmani. Glazer ha sganciato la sua bomba retorica protetto da un’armatura identitaria: si è presentato alla platea come un uomo ebreo bianco e di successo – con al suo fianco altri due uomini ebrei bianchi e di successo – che, insieme, avevano fatto un film sull’Olocausto. E questo privilegio non l’ha messo al riparo dall’ondata di calunnie che hanno travisato le sue parole affermando che stava ripudiando la sua identità ebraica, un’accusa che rafforza la tesi del regista.

Altrettanto significativo è quello che è successo dopo il suo intervento. Appena Glazer ha finito il discorso – dedicando il premio ad Aleksandra Bystroń Kołodziejczyk, una donna polacca che di nascosto portava da mangiare ai prigionieri di Auschwitz e che combatté i nazisti tra le file dell’esercito polacco – sul palco sono saliti gli attori Ryan Gosling ed Emily Blunt. Senza neppure una pausa pubblicitaria, siamo stati catapultati in una gag sul fenomeno “Barbenheimer”, con Gosling che dice a Blunt che Oppenheimer, il film sull’invenzione di un’arma di distruzione di massa in cui lei ha recitato, avrebbe sfruttato il successo di Barbie al botteghino, e Blunt che accusa Gosling di essersi dipinto degli addominali finti. All’inizio ho temuto che questo improbabile accostamento avrebbe indebolito l’intervento di Glazer: come potevano coesistere le strazianti realtà appena invocate con questa energia da ballo del liceo californiano? Poi ho capito: l’artificio scintillante che ha incorniciato quel discorso aiutava in realtà a ribadire il concetto. «Il genocidio diventa il sottofondo della loro vita»: Glazer ha descritto così l’atmosfera del suo film, dove i personaggi badano ai loro problemi quotidiani – figli insonni, una madre incontentabile, l’infedeltà – all’ombra delle ciminiere che sbuffano resti umani. Queste persone non ignorano che al di là del loro giardino stia operando una macchina di morte su scala industriale. Semplicemente hanno imparato a vivere delle vite appaganti sullo sfondo di un genocidio. È questo l’aspetto del film di Glazer che appare più contemporaneo. Dopo più di cinque mesi di massacri quotidiani a Gaza, con Israele che ignora gli ordini della Corte internazionale di giustizia e i governi occidentali che lo rimproverano bonariamente continuando a inviargli armi, il genocidio sta diventando ancora una volta un rumore di fondo.

Glazer ha sottolineato che il soggetto del suo film non è l’Olocausto, ma qualcosa di più duraturo e pervasivo: la capacità umana di convivere con le atrocità, di farci pace, di trarne un beneficio. All’anteprima di maggio, prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e prima dell’aggressione di Israele a Gaza, si poteva considerare il film come un’opera intellettuale da contemplare con distacco. Le persone che dalla platea del festival di Cannes hanno accolto La zona d’interesse con un applauso di sei minuti probabilmente si sentivano al sicuro ad accarezzare la sfida di Glazer. Forse alcuni avranno riflettuto su quanto ci siamo assuefatti alle nuove imbarcazioni cariche di persone lasciate annegare nel Mediterraneo. O forse avranno pensato ai jet privati che li avevano portati in Francia e a come le loro emissioni sono legate alla scomparsa delle fonti di sostentamento per le persone povere in luoghi lontani. Glazer voleva che il suo film provocasse questo genere di pensieri scomodi. Però, da quando è arrivato nei cinema a dicembre, la sfida con cui il regista invitava gli spettatori a contemplare l’Höss che è dentro di noi ci ha toccato molto di più. La maggior parte degli artisti tenta d’intercettare lo spirito dei tempi, ma La zona d’interesse potrebbe aver risentito di qualcosa di raro: un eccesso di rilevanza e di attualità.

In una delle scene più memorabili del film un pacco di vestiti e biancheria femminile rubati agli internati del campo arriva in casa Höss. La moglie del comandante, Hedwig (interpretata da Sandra Hüller), stabilisce che tutte, comprese le domestiche, possono scegliere un capo. Lei tiene per sé una pelliccia, e prova perfino il rossetto che trova in una tasca. È questa intimità con i morti a essere agghiacciante. E non ho idea di come qualcuno possa guardare questa scena e non pensare ai soldati israeliani che si sono filmati mentre frugavano nella biancheria delle palestinesi a Gaza o mentre si vantavano di rubare scarpe e gioielli per le loro fidanzate o mentre si facevano selfie di gruppo con le macerie di Gaza sullo sfondo.

Sono tanti questi echi che il capolavoro di Glazer sembra un documentario. È come se, girando La zona d’interesse con lo stile di un reality show, con telecamere nascoste nella casa e nel giardino (il regista ha parlato di “Grande fratello nella casa nazista”), il film avesse anticipato il primo genocidio in diretta streaming. Tutti quelli che conosco che hanno guardato il film non sono riusciti a pensare ad altro che a Gaza. Questo non vuol dire stabilire un paragone con Auschwitz. Non esistono due genocidi identici. Ma il motivo stesso per cui è stato costruito l’edificio del diritto internazionale umanitario era proprio darci gli strumenti per riconoscere alcuni elementi distintivi. E alcuni di essi – il muro, il ghetto, le uccisioni di massa, l’intento di sterminio più volte dichiarato, la riduzione alla fame, il saccheggio, la disumanizzazione, e l’umiliazione – si stanno ripetendo. E allo stesso modo è così che il genocidio diventa un sottofondo, è così che quelli di noi un po’ più lontani da quei muri possono bloccare le immagini, spegnere le grida e semplicemente andare avanti.

Ed ecco perché l’Academy ha rafforzato il messaggio di Glazer con quel brusco passaggio a “Barbenheimer”. L’atrocità sta di nuovo diventando un sottofondo. Cosa possiamo fare per interrompere la normalizzazione? In tanti stanno offrendo le loro risposte con proteste, con la disobbedienza civile, inviando convogli di aiuti a Gaza o raccogliendo fondi. Ma non basta. Guardando gli Oscar, dove Glazer è stato l’unico nella passerella di ricchi a parlare di Gaza, mi è tornato in mente che erano passate due settimane da quando Aaron Bushnell, un soldato di 25 anni dell’aviazione statunitense, si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington. Non voglio che nessun altro metta in atto quella spaventosa forma di protesta. Ma dovremmo meditare sulla dichiarazione che Bushnell ha lasciato, parole che considero un finale contemporaneo del film di Glazer: «Molti di noi si chiedono: “Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O durante l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?”. La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante».

L’articolo, originariamente pubblicato su The Guardian, è tratto da Internazionale del 22-28 marzo


La memoria dimenticata dell’Olocausto delle persone Lgbt

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Vittime dimenticate: la Liberazione per le lesbiche e i gay sopravvissuti alla persecuzione nazi-fascista non è ancora arrivata. La commemorazione collettiva di coloro che sono stati sterminati non è giunta. Per capirlo basta leggere la recente circolare del Ministero dell’Istruzione – Ufficio scolastico regionale per il Lazio, in occasione della Giornata della Memoria. Mentre si menzionano gruppi come rom, sinti, persone con disabilità e testimoni di Geova, manca un esplicito riferimento all’Omocausto.

Un’assenza che non è passata inosservata al Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli”, che si rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara: «Ricordare la storia, come afferma anche la circolare in questione, è fondamentale per fare in modo che le tragedie del passato non si ripetano. Senza discriminazioni, però, o fenomeni di memoria selettiva. Gli stessi che abbiamo potuto notare quando è calato il silenzio del governo su manifestazioni di estremisti cui è scappato il saluto romano – commenta il presidente Mario Colamarino –. Chiediamo quindi al Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di rivedere il testo della circolare e di ricordare le vittime omosessuali della follia nazifascista. Al mondo LGBT è ormai impedito l’accesso nelle scuole con la scusa della fantomatica teoria del gender, anche quando si chiede solamente l’introduzione dell’educazione all’affettività e all’emotività: correggere la circolare sarebbe il primo passo per eliminare il sospetto, ormai circolante, di un preciso disegno politico atto a invisibilizzare la nostra comunità, persino dalle pagine dei testi scolastici».

Niente da fare. L’olocausto di tanti nei campi di concentramento, il confino di molti in Italia rimane nell’ombra. Il capitolo più doloroso di una comunità dimenticata dalle istituzioni e dalla Chiesa che si è sempre rifiutata di approfondire le indagini in questo senso, per timore che troppe delle accuse di omosessualità mosse nei confronti dei suoi rappresentanti risultassero fondate.

La ricerca storica non è in grado ancora di darci il numero preciso degli internati. Se le vittime della violenza nazista, i morti che vediamo accatastati in foto e riprese d’epoca, sono ridotti alla dignità di un numero, tra queste vittime ce ne sono molte cui non è riconosciuta neanche questa esigua dignità. Quelle gay, lesbiche e trans sono le vittime di cui ancora non è stato fatto il conto. Persone nei campi di concentramento ben distinte dalle altre: gli uomini dovevano indossare un triangolo rosa, le donne uno nero. Il triangolo nero stava a significare l’asocialità, in questo caso la sottrazione fisica all’unica socialità considerata degna di valore, quella con il maschio. Di loro si può fare solo una stima: Himmler agli inizi della guerra si vantava di avere sterminato un milione di gay. «Dai 50 mila ai 200 mila. Le cifre sono controverse. I tedeschi bruciavano tutti i documenti via via che gli eserciti alleati avanzavano, le testimonianze sono pochissime», scriveva nel 2002 Massimo Consoli, giornalista, attivista Lgbt scomparso nel 2007 uno dei primi e principali studiosi del fenomeno che nel 1984 pubblico il saggio Homocaust riportando alla luce la storia rimossa.

La Repubblica federale tedesca cancellò la punibilità dei rapporti omosessuali fra maschi consenzienti solo nel 1969. Dopo la liberazione, gli omosessuali sopravvissuti, traumatizzati dalle violenze subite, dalle atrocità a cui assistettero impotenti, non nominati nelle cerimonie di commemorazione, hanno rischiato di perdere l’identità, di smarrirsi, di morire alla vita civile e personale. «I sopravvissuti omosessuali si sono raramente sentiti parte di un collettivo. Il silenzio loro imposto dalle società del dopo guerra li ha atomizzati. Li ha esclusi dalla cultura della memoria. Gli omosessuali che lasciarono i campi di concentramento nel 1945 non sono dei “sopravvissuti”. Essi hanno unicamente sopravvissuto». Sono le parole di Klaus Muller, consulente del Holocaust Museum di Washington. In Italia rimane viva la testimonianza di Lucy Salani, nonna trans d’Italia sopravvissuta a Auschwitz raccontata da L’Espresso. Ma internata in quanto disertore. «Con il triangolo rosa sarei morta».

Ma per Benito Mussolini semplicemente gli omosessuali non esistevano: «In Italia sono tutti maschi», aveva sentenziato il duce. Nella retorica virile e familista del fascismo non si poteva neppure nominare l’ipotesi dell’omosessualità. Per questo tra le leggi razziali del Ventennio non c’era alcun provvedimento specifico contro il «reato di sodomia». Ma sempre per questo, con ipocrisia tutta italiana, si delegò la questione alle prefetture e più di 300 omosessuali furono spediti al confino tra il 1938 e il 1943. Esiliati «nell’interesse del buon costume e della sanità della razza», si legge nei documenti dell’epoca, e destinati in gran parte a San Domino, un’isoletta delle Tremiti lunga appena tre chilometri.

Sull’orrore che si consumò nei campi di sterminio la memoria procede lentamente e viene ostacolata. Come afferma Klaus Muller, le interviste raccolte non superano la quindicina. Soltanto una volta, nel 1995, i sopravvissuti omosessuali si sono presentati collettivamente con una dichiarazione ripresa dal New York Times e sottoscritta da otto di loro provenienti da Polonia, Olanda, Francia e Germania «Cinquant’anni fa siamo stati liberati dalle truppe alleate dai campi di concentramento. Ma il mondo non era quello che avevamo sperato. Dovevamo nasconderci per non esporci a nuove persecuzioni. Alcuni di noi furono condannati di nuovo a lunghe pene detentive. Il sostegno nazionale e la solidarietà dell’opinione pubblica non esistevano per noi».

Heinz Heger pubblicò per una piccola casa editrice tedesca nel 1972 una testimonianza che diventò un grande successo editoriale nei primi anni Ottanta. L’autore preferì nascondersi dietro uno pseudonimo – il suo vero nome era Josef Kohout. Metteva bene in luce il sistema di sfruttamento sessuale all’interno dei campi. Lo stesso Kohout sopravvisse in cambio di prestazioni sessuali pretese dai kapò. Nel 1994 qualunque ombra fu fugata. Anche Pierre Seel, scomparso nel 2005, pubblicò le sue memorie. Alsaziano, internato perché omosessuale nel campo di Schirmeck per sei mesi, fu costretto a combattere al fronte russo. Tornato a casa fu accettato in famiglia a condizione che si tacesse sulla sua sessualità. «Ritornai e restai come una figura incerta: evidentemente avevano ancora capito che ero rimasto in vita. Gli stimati borghesi omosessuali erano ritornati, non dicevano parola e non davano alcuna spiegazione». Pierre, sotto pressione, si sposa. Viveva nell’incubo del disconoscimento di sé. Il matrimonio fallisce. Confidandosi con la madre, che morirà poco dopo, riaffiora il ricordo che aveva cercato di seppellire. Un uomo giustiziato nel campo, la ferocia dei cani che lo sventrano, una latta che copre la testa e amplifica le urla strazianti. Pierre conosce bene quell’uomo: è il suo compagno. «Da allora mi sveglio spesso di notte urlando dal terrore. Di fronte a me, al nostro sguardo. Poiché vi erano centinaia di testimoni oculari. Perché tacevamo sempre?». Un silenzio che pesa come un macigno, cresce e diventa un gesto, una mano che si leva, quella del Governo, per cancellare un pezzo di storia che che ci riguarda. Ci guarda indietro, ci guarda dentro.

L’articolo è tratto da L’espresso del 26 gennaio


L’atroce paradosso del nuovo antisemitismo

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In questi mesi un atroce paradosso si dipana sotto i nostri occhi. Il Governo d’Israele è diventato il principale generatore di veleno antisemita per l’eccidio che si sta consumando nella striscia di Gaza. Soprattutto le nuove generazioni, che non hanno vissuto da vicino la tragedia storica dell’Olocausto, assistono indignate alla strage in atto, alle espulsioni forzate di Palestinesi dalle loro case in Gerusalemme Est e Cisgiordania, in palese violazione del diritto internazionale vigente, mentre diffidano delle circostanze non chiarite in cui non è stato prevenuto e contrastato l’attacco sanguinoso di Hamas ad Israele. Facilmente esse cadono vittime di un errore eguale e contrario alla mistificazione diffusa, per giustificare l’appoggio occidentale a Netanyahu e ai suoi peggiori accoliti, secondo i quali qualsiasi critica al governo d’Israele è quantomeno sintomo di antisemitismo. Le accuse strumentali di antisemitismo alle mobilitazioni in difesa dei diritti palestinesi, tali da costringere le rettrici dell’Università della Pennsylvania e di Harvard alle dimissioni (https://volerelaluna.it/mondo/2023/12/14/stati-uniti-se-la-liberta-di-parola-si-ferma-alla-soglia-della-palestina/), configurano delle limitazioni alla libertà di espressione e di ricerca tali da confondere ulteriormente antisemitismo e critiche alla politica israeliana.

La Giornata della Memoria impone rispetto per i milioni di Ebrei vittime, a cui si aggiungono oppositori politici, Rom, Sinti, portatori di handicap, religiosi, omosessuali perseguitati e sterminati dal regime nazista. Quel senso di rispetto richiede anche il chiarimento delle circostanze storiche che hanno accompagnato l’azione di quel regime programmaticamente finalizzato all’eliminazione della minoranza ebraica. Se le responsabilità della Germania di Hitler e dell’Italia fascista, autrice delle leggi razziali, sono state chiarite in maniera inequivocabile dalla storia, resta un misconosciuto, perlopiù inconsapevole, senso di colpa per un antisemitismo antico, allora diffuso nel mondo, che ha accompagnato e, in qualche misura, favorito quegli orrori di cui i diritti di Palestina e dei Palestinesi diventeranno bersagli innocenti. Non mancano esempi ineludibili al riguardo. Quando iniziò la fuga degli Ebrei dalla Germania, dopo la famigerata Notte dei Cristalli, il governo nazista appose la lettera “J” sui loro passaporti, ma su richiesta dei governi della Svizzera e della Svezia che non volevano accoglierli, senza rinunciare ai benefici economici del turismo tedesco (cfr. Birgitta von Otter, Navelsträngar och narrspeglar, 2020). In quegli stessi anni, l’ambasciatore degli Stati Uniti William Dodd (cfr. Robert A. Dallek, Democrat and Diplomat: The Life of William E. Dodd, 1968) – storico, nominato dal presidente Franklin D. Roosevelt, che lo protesse nel corso del suo intero mandato – fin dall’inizio della sua missione intese e denunciò ai suoi diretti superiori la natura del governo presso il quale era stato accreditato. I diplomatici di professione del Dipartimento di Stato gli rimproveravano di non comportarsi secondo le tradizionali regole professionali della diplomazia, prima tra le quali quella di intrattenere rapporti buoni, possibilmente cordiali con il governo presso il quale si è accreditati. Soprattutto, essi non gradivano i numerosi visti che l’ambasciatore elargiva agli Ebrei in fuga, a causa di un antisemitismo largamente diffuso negli Stati Uniti e in tutte le classi alte dell’Occidente.

Ma vi è di più. Riflettiamo su questo episodio. A seconda guerra mondiale inoltrata, nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1942, su un treno che li porta da Varsavia a Berlino, il giovane diplomatico svedese Göran Fredrik von Otter si trova per caso nello stesso scompartimento con il tenente delle SS, Kurt Gerstein (cfr. Saul Friedländer, L’ambiguità del bene. Il caso del nazista pentito Kurt Gerstein, 2002). Nel clima di confidenza che talvolta si crea tra due viaggiatori, dopo avere controllato l’assenza di microfoni spia, Gerstein preannuncia una rivelazione che potrebbe costargli la vita, chiedendo soltanto al suo compagno di viaggio di riferire quanto sta per dirgli ai suoi superiori. Reduce da una visita ai campi di concentramento di Belzec e di Treblinka – egli era dirigente dell’Ufficio di Igiene dei Waffen SS – afferma di avere assistito all’eliminazione di centinaia di persone con uso del gas Zyklon B. Al ritorno a Berlino, il suo ambasciatore gli sconsiglia di riferire per iscritto e, invece, lo fa ricevere a Stoccolma dal ministro degli esteri, Christian Ernst Günther e da Per Albin Hansson, socialista e capo del governo di unità nazionale della Svezia neutrale. Entrambi lo ascoltano con attenzione, dando l’impressione di credergli ma di non voler sapere quanto il giovane diplomatico riferisce loro. Una qualsiasi dichiarazione pubblica avrebbe potuto mettere in pericolo lo status di neutralità della Svezia. Un silenzio che Gerstein continua a combattere, fornendo analoghe informazioni al nunzio apostolico, Cesare Orsenigo, di nuovo senza alcun risultato. Dello stesso tenore sono le informazioni scaturite dagli archivi della Croce Rossa Internazionale (cfr. Caroline Moorehead, Dunant’s Dream: War, Switzerland, and the History of the Red Cross, 1998 ). A seguito di informazioni reperite dai suoi ispettori, fu convocata una seduta segreta del suo Consiglio, a cui partecipò pure il presidente della Confederazione Elvetica. A grande maggioranza fu votato il silenzio, anche in quella sede. Soltanto tre membri (le sole donne) votarono a favore di una pubblicazione dell’Olocausto in atto che avrebbe potuto ulteriormente motivare l’impegno militare schierato contro l’Asse. È quanto viene rappresentato nell’opera teatrale di Rolf Hochhut, bandita in Italia nel 1963, ove la figura de Il Vicario, nella persona di Pio XII, rappresenta simbolicamente un’umanità che tace ai fini della propria salvaguardia.

Sono numerosi gli esempi di reticenza e di implicita connivenza nei confronti dell’eccidio degli Ebrei, nel corso della Seconda guerra mondiale. È radicato nel tempo l’antisemitismo soprattutto delle classi alte – operai e contadini, se non aizzati allo scopo, non ne avevano esperienza ed occasione – che ancora negli anni Cinquanta e Sessanta operavano significative discriminazioni nei confronti di Ebrei in rilevanti sedi sociali e istituzionali. La rimozione dei sensi di colpa riemerge nella collusione con nuovi eccidi. Lasciamo alla Corte, giustamente investita, decidere se si tratta di genocidio, quello in atto contro i Palestinesi da parte del governo d’Israele, la cui politica oggi genera ancora poche ma crescenti forme di nuovo antisemitismo.


Chi intacca la memoria dell’Olocausto?

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La ricorrenza del Giorno della Memoria proprio nel frangente in cui l’esercito israeliano compie un inaudito e criminale massacro della popolazione civile di Gaza rende complicato, ma proprio per questo particolarmente necessario, essere rigorosi nel mantenere distinti i piani degli accadimenti e delle relative valutazioni. Ne è dimostrazione, a contrario, la conferenza stampa congiunta della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), Noemi Di Segni, e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, sul tema delle iniziative per il Giorno della Memoria patrocinate dalla Presidenza del Consiglio, per almeno tre motivi.

Il primo motivo è legato alla risposta formulata da Mantovano alla domanda se il fascismo possa essere definito «male assoluto». In linea con la postura oramai consolidata degli esponenti di Fratelli d’Italia, il sottosegretario ha eluso la domanda (una domanda «sporca», secondo il presidente del Senato, Ignazio La Russa, cui era stato chiesto se, dopo aver visitato a Milano il luogo da cui partivano i treni per Auschwitz, si sentisse almeno un po’ antifascista). «Non c’è da fare una classifica: ogni totalitarismo merita condanna»: queste le parole di Mantovano, in concreto poi rivolte contro le persecuzioni religiose in Corea del Nord e in Nicaragua, con omissione di qualsivoglia riferimento, anche indiretto, al fascismo. C’è da dire che Meloni e i suoi sul punto sono chiari: non sono antifascisti, non ritengono il fascismo un male assoluto, difendono simboli fascisti (e nazisti) come il saluto romano, rivendicano la propria discendenza da repubblichini criminali come Giorgio Almirante. E, in effetti, ci sarebbe da stupirsi del contrario, vista la fiamma che continua a scaldare il loro cuore. Ciò che stride e genera sorpresa è il ritrovare al loro fianco esponenti di spicco dell’ebraismo italiano, come la presidente Ucei Noemi Di Segni o, in più d’una circostanza, la senatrice a vita Liliana Segre. Difficile comprenderne il motivo. Perché figure tanto autorevoli dell’ebraismo si prestano in modo così supino allo sdoganamento di una forza politica che mantiene un’ostentata ambiguità – a dir poco – nei confronti del fascismo?

Il secondo motivo è legato alla denuncia dello svilimento della memoria della Shoah di cui, secondo la condivisibile posizione della presidente Di Segni, si macchia chi paragona lo sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti alla condotta dello Stato di Israele nei confronti dei palestinesi: un vero e proprio abuso storico, che svilisce quanto avvenuto ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio. L’orrore assoluto per le violenze antisemite del nazifascismo deve, in effetti, essere parte dell’identità politica di ogni cittadino democratico e nessun atto compiuto da Israele, per quanto criminale, può valere a benché minima giustificazione dell’Olocausto. Lo sterminio nazista di milioni di esseri umani per ciò che erano – non per ciò che dicevano o facevano, e che avrebbero potuto smettere di dire o fare – e in modo così mostruosamente sistematico e razionale è qualcosa che si può ritenere non aver pari nella storia dell’umanità. Chi transige su questo si allinea, volente o nolente, a chi rifiuta di vedere nel nazifascismo il male assoluto. Se così è, ne segue che altrettanto svilente della memoria della Shoah, e dunque inaccettabile perché rivolta a negarne l’unicità, è la posizione di chi paragona ai nazisti i palestinesi che si battono per la liberazione dei territori occupati da Israele nel 1967 (il che non significa che non debbano essere condannati i crimini commessi dai palestinesi, come quelli efferati del 7 ottobre scorso) e, soprattutto, chi bolla di antisemitismo qualsiasi critica sia rivolta a Israele. Tutte le volte che qualcuno a fini propagandistici dice «il mio nemico è il nuovo Hitler!» – Erdogan nei confronti di Natanyahu, così come Netanyahu nei confronti di Sinwar –, ebbene: quel qualcuno sta intaccando la memoria dei campi di sterminio. Colpisce, dunque, che, commentando i tragici avvenimenti di Gaza, proprio la presidente Noemi Di Segni abbia in novembre dichiarato: «per sconfiggere Hitler, Berlino è stata rasa al suolo, non si può dire a Israele “non fate troppo i cattivi”». Sarebbe davvero tragico doverne dedurre che tra chi nega l’unicità della Shoah vi sia anche l’attuale guida dell’ebraismo italiano.

Il terzo motivo è legato alla pretesa della presidente Noemi Di Segni di fare della memoria dell’Olocausto un’esclusiva ebraica, come emerge dalla stigmatizzazione dell’impiego da parte di alcuni studenti palestinesi della seguente frase di Primo Levi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre». La reazione della presidente Ucei – «Lasciate Primo Levi alla nostra memoria. Abbiate la dignità di manifestare il vostro pensiero senza offendere la memoria dei sopravvissuti e cercatevi citazioni altrove» – lascia, quantomeno, perplessi. Una cosa, infatti, è ritenere – come sopra argomentato – che l’accostamento, anche solo evocativo, del nazismo a Israele sia un abuso inaccettabile; tutt’altra è ritenere, come sembra fare la presidente Di Segni, che Primo Levi sia esclusiva proprietà della memoria ebraica. Primo Levi è tra coloro che più a fondo hanno riflettuto su come la natura umana abbia potuto corrompersi al punto da produrre gli orrori del nazismo. L’unicità della Shoah non ne esclude la ripetibilità. La preoccupazione di Primo Levi è proprio che l’orrore possa ritornare, anche in forza della consapevolezza che il male, nella sua banalità denunciata da Hannah Arendt, si annida potenzialmente in noi tutti. Scrive Primo Levi: «È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto». «Dappertutto», ammonisce Primo Levi: ecco perché la sua riflessione non può essere considerata esclusiva di nessuno e perché pretendere di farlo significa travisarne in radice il messaggio.


Orientalismo e sionismo per giustificare un genocidio

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Chi pensava che nel mondo globale del XXI secolo l’orientalismo fosse morto si è dovuto ricredere: l’orientalismo è vivo e gode di ottima salute. I media ne sono saturi. Il suo principale assioma – gli occidentali sono incapaci di definire sé stessi se non ponendosi di fronte ai rappresentanti di un’umanità radicalmente altra, non-bianca, considerata incivile e gerarchicamente inferiore – viene declinato quotidianamente in tutte le forme possibili.

Ferita dall’attacco “barbaro” di Hamas, “la sola democrazia del Medio Oriente” ha il diritto di difendersi: tutti i nostri capi di Stato e di governo sono andati in pellegrinaggio a Tel Aviv per assicurare Netanyahu del nostro sostegno incondizionato. Non si discute quando sono in gioco la morale e la civiltà. Nel 1896, Theodor Herzl, il padre spirituale di Israele, pubblicava Lo Stato degli ebrei, il testo fondatore del sionismo, in cui definiva questo futuro Stato come «un bastione dell’Europa contro l’Asia, una sentinella della civiltà contro la barbarie». Nel 2023 i termini della questione non sono affatto cambiati.

In un’intervista ai media israeliani +972 e Local Call (https://volerelaluna.it/materiali/2023/12/22/gaza-operazione-spade-di-ferro/) un ufficiale di Tsahal (le forze armate di Israele, ndr) è stato chiaro: i barbari di Hamas uccidono i civili e lanciano razzi alla cieca sulle città israeliane, nella speranza che non vengano intercettati e possano fare qualche danno. Tsahal incarna invece la civiltà: mica sgozza i civili; lancia bombe scegliendo i bersagli con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Ha elaborato un programma chiamato Habsora (Vangelo) che genera automaticamente i suoi obiettivi e funziona come una “fabbrica del massacro” (mass assassination factory). «Nulla accade per caso – spiega l’ufficiale – quando una bambina di tre anni viene uccisa in una casa a Gaza, è perché qualcuno nell’esercito ha deciso che non era un grosso problema ucciderla, che era un prezzo da pagare per colpire un altro obiettivo. Noi non siamo Hamas. Questi non sono razzi casuali. Tutto è intenzionale. Sappiamo esattamente quanti danni collaterali ci sono in ogni casa». Ecco un esempio efficace di quella “razionalità strumentale” in cui Theodor W. Adorno coglieva appunto il nocciolo dell’Occidente. Dopo il 7 ottobre, la soglia di tolleranza dei “danni collaterali” è notevolmente aumentata e non si contano più i bambini morti sotto le bombe. I barbari di Hamas hanno barbaramente ucciso 1.200 israeliani, di cui 800 civili; Tsahal ha ucciso, ad oggi, 18.000 palestinesi, di cui non più di 3/4.000 combattenti di Hamas. Tutto è pianificato: la distruzione di strade, scuole, ospedali; l’interruzione o l’erogazione a singhiozzo di acqua, elettricità, gas, combustibile, internet; l’accesso degli sfollati al cibo e alle medicine; l’evacuazione di oltre un milione e mezzo di persone sui 2,3 milioni che vivono a Gaza verso il sud della striscia, dove sono nuovamente bombardate; le malattie e le epidemie. Ormai si pianifica l’eliminazione dell’intellighenzia palestinese: non solo i dirigenti di Hamas, ma medici, giornalisti, intellettuali e poeti. Molti osservatori dell’Onu presenti a Gaza hanno lanciato l’allarme: la popolazione palestinese è sottoposta a un massacro organizzato e implacabile, sradicata e privata delle più elementari condizioni di sopravvivenza. A Gaza, la guerra israeliana sta prendendo i tratti di un genocidio.

Quando nacque il mito orientalista, gli ebrei facevano parte dell’Occidente come ospiti non grati, esclusi, umiliati e disprezzati, sempre spinti ai margini. Dell’Occidente erano la coscienza critica. Oggi ne fanno parte a pieno titolo, ne sono anzi diventati il simbolo, amati e adulati da chi un tempo li stigmatizzava e perseguitava, e guardati con diffidenza nel Sud del mondo – odiati nel Medio oriente – da chi li considerava come compagni di sventura, uniti da un’evidente «affinità elettiva». In Europa, la lotta contro l’antisemitismo è diventata la bandiera dietro alla quale si coalizzano tutte le estreme destre neo- e post-fasciste, pronte a manifestare contro la “barbarie islamica” prima ancora di essersi liberate del loro antico pregiudizio antisemita. La memoria dell’Olocausto è celebrata ritualmente come una religione civile dell’Unione europea e la difesa di Israele è diventata, come hanno ripetutamente affermato Angela Merkel e Olaf Scholz, la “ragion di stato” tedesca. In nome di questa memoria si invoca il sostegno a uno Stato che sta perpetrando un genocidio, con gli effetti devastanti che si possono immaginare per le nostre culture, le nostre memorie collettive e la nostra pedagogia democratica. Questo spiega perché, soprattutto negli Stati Uniti, molti ebrei hanno levato la loro voce per dire «non in mio nome».

L’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato atroce e traumatico. Voleva essere tale e nulla lo giustifica, ma va interpretato e non soltanto deplorato. Il 7 ottobre è l’esito estremo di decenni di occupazione, colonizzazione, oppressione, umiliazioni e vessazioni quotidiane. Tutte le proteste pacifiche sono state represse nel sangue, gli accordi di Oslo sono sempre stati calpestati da Israele e l’autorità palestinese, del tutto impotente, agisce in Cisgiordania come un suppletivo di Tsahal. Israele si stava apprestando a “negoziare la pace” con tutti gli Stati arabi sulle spalle dei palestinesi e l’obiettivo non celato di estendere ulteriormente le colonie in Cisgiordania (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2023/12/21/palestina-la-legge-dei-coloni/). Improvvisamente, Hamas ha rimesso tutto in gioco, presentandosi come un attore del conflitto capace di attaccare e non soltanto di subire. La violenza palestinese ha la forza della disperazione. Non si tratta di condividerla ma occorre comprenderne le radici. Fino ad oggi, al contrario, ogni sforzo di comprensione è stato eclissato dalla condanna, una condanna assoluta e inderogabile trasformata rapidamente in pretesto per legittimare una guerra contro Gaza, ossia contro i civili palestinesi. Così, alla lettura orientalista del conflitto israelo-palestinese se ne è aggiunta un’altra, quella sionista: dietro all’attacco del 7 ottobre non ci sono decenni di oppressione e negazione dei diritti dei palestinesi; dietro all’attacco del 7 ottobre c’è l’antisemitismo, l’eterno e inestirpabile odio degli ebrei. L’attacco di Hamas è diventato un pogrom, come se Hamas detenesse il potere e gli ebrei fossero una minoranza oppressa.

Benjamin Netanyahu si era già distinto in un goffo tentativo di riscrivere la storia, spiegando che l’ispiratore di Hitler era stato il Gran Mufti di Gerusalemme e che Hamas – come un tempo Arafat – sarebbe la reincarnazione del nazismo. Esasperato da questa strumentalizzazione mitologica del passato così diffusa in seno alla destra sionista, lo storico israeliano Tom Segev aveva riscoperto le virtù dell’oblio. Di fronte a una memoria di Auschwitz così svilita e offesa, meglio l’oblio. Eppure, al di là delle analogie storiche sempre discutibili e approssimative data la differenza dei tempi, dei contesti e degli attori, la distruzione di Gaza da parte di Tsahal ricorda quella del ghetto di Varsavia raso al suolo dal generale Stroop; e i combattenti che sgusciano dai sotterranei per colpire un esercito di occupazione che li designa come “animali” non possono fare a meno di evocare i combattenti ebrei del ghetto. Il fatto che nelle bandiere di Tsahal ci sia una stella di David e non una svastica è terrificante, ma non le rende per questo innocenti.

Nel 1966, il festival di Venezia premiava con il Leone d’oro La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, un capolavoro entrato a far parte del canone della cultura post-coloniale. Una scena cruciale del film mostra delle donne algerine che, camuffate con trucco e abiti occidentali, vanno nei caffè preferiti dalla gioventù francese per posare delle bombe. L’assassinio dei civili, per quanto deprecabile e inaccettabile, è sempre stato l’arma dei deboli nelle guerre asimmetriche (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/20/palestina-40-giorni-dopo-tra-crimini-di-guerra-e-calcoli-geopolitici/), usata dal Fln algerino, dall’Olp prima di Oslo, dai Vietcong che colpivano i bordelli di Saigon pieni di soldati americani, e anche dai terroristi dell’Irgun, gli antenati di Netanyahu, che posavano bombe contro i britannici a Gerusalemme prima della nascita di Israele. Stupisce che, mentre da un lato questa violenza “tellurica” della lotta partigiana suscita ormai orrore e condanna, la nostra epoca così incline alla retorica dei “diritti umani” si è assuefatta alla violenza dei bombardamenti a tappeto, dei bersagli focalizzati su uno schermo, delle “bombe intelligenti”, degli attacchi “chirurgici” che annientano città abitate da milioni di persone.

I nostri “diritti umani” servono soltanto a legittimare le nostre “guerre umanitarie”. Da sempre, lo stupro è un’atroce e ignobile arma di guerra, ma siamo sicuri che le “bombe intelligenti” di Tsahal siano moralmente superiori? Non si tratta dell’ennesimo pregiudizio orientalista? È curioso, ma il romanzo della scrittrice palestinese Adania Shibli, Un dettaglio minore (2020), la cui premiazione è stata cancellata alla Fiera del libro di Francoforte da censori provvisti di alti principi morali, racconta lo stupro e l’uccisione di una ragazza palestinese ad opera di soldati israeliani durante la Nakba, nel 1949.

Rovesciando la realtà, si è così disegnata una narrazione paradossale: da oppressore, Israele si è metamorfosato in vittima. Hamas vuole distruggere Israele; la sinistra antisionista è antisemita e nega a Israele il diritto di esistere; l’Occidente civilizzato non può permettere un nuovo Olocausto; l’anticolonialismo ha finalmente svelato la sua matrice antioccidentale, fondamentalista e antisemita. Questa propaganda ha il solo scopo di mascherare la realtà. Quel che oggi è in gioco non è l’esistenza di Israele ma la sopravvivenza del popolo palestinese. Se la guerra di Gaza dovesse concludersi in una seconda Nakba, sarà la legittimità di Israele a uscirne definitivamente compromessa. In questo caso né le armi americane, né i media occidentali, né la ragion di stato tedesca, né il ricordo travisato e offeso dei campi di sterminio potranno riscattarla.

L’articolo è tratto da il manifesto del 19 dicembre


Primo Levi, la minaccia nucleare e la sua rimozione

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C’è un capitolo de I sommersi e i salvati (l’ultimo saggio di Primo Levi, una sorta di testamento intellettuale e di rimeditazione sui tanti possibili insegnamenti che è possibile trarre sulla complessa e sfaccettata realtà sociale che si dava nei lager nazisti) intitolato “Stereotipi”. Scopo di questo capitolo è di fornire delle risposte articolate e problematiche a una famiglia di domande ingenue e indiscrete, ancorché “naturali” e comprensibili, che Primo Levi si sentiva rivolgere di frequente nell’ambito della sua attività di testimone: «Perché non siete fuggiti? Perché non vi siete ribellati? Perché non vi siete sottratti alla cattura “prima”?».

Con la consueta misura, pacatezza e dovizia di esempi che contraddistingue il suo stile di pensiero, Primo Levi tenta di illustrare come e perché quei comportamenti che siamo soliti aspettarci dagli esseri umani non degradati nella loro condizione – il tentativo di evadere dalla prigionia, la ribellione contro l’oppressore e il carnefice, quand’anche disperata –, da esseri umani ancora nel possesso totale o parziale della loro salute fisica e mentale, non si dettero se non in circostanze particolari e limitate, a fronte della massa dei prigionieri ebraici a cui questi comportamenti erano materialmente e psichicamente preclusi. La fame di Auschwitz non è quella di chi ha saltato un pasto, la fuga da Treblinka ha ben poco in comune con un’evasione da Regina Coeli – ci dice Primo Levi – e dobbiamo compiere uno sforzo di attenzione e di immaginazione per non ricondurre troppo facilmente la specificità di un contesto ad altri che solo apparentemente vi somigliano. Tuttavia, nemmeno si può rinunciare allo sforzo, pur condotto con la dovuta responsabilità intellettuale, di trarre da quell’evento storico specifico insegnamenti validi e utilizzabili anche per comprendere, prevenire o agire in altri contesti e processi storici; tentativo a cui Levi stesso non si sottrae.

La questione si fa più densa e decisiva, dal punto di vista della comprensione di una situazione storica e delle sue linee di tendenza, quando dalla realtà del campo di sterminio si va infatti a trattare i lunghi anni che hanno preceduto l’attuazione della “soluzione finale” da parte del Terzo Reich. Come mai, in particolare, centinaia di migliaia di ebrei tedeschi non sono fuggiti prima che fosse troppo tardi? Levi risponde adducendo le niente affatto trascurabili difficoltà materiali dell’emigrazione (esperienza che perciò fu perlopiù appannaggio della borghesia e di ristrette cerchie intellettuali), il trauma psicologico dello sradicamento che questa comportava, il senso di appartenenza alla patria che sopravanzava la condizione di pesante discriminazione subita dagli ebrei tedeschi. Ma soprattutto, a contare, fu il rifiuto di trarre le dovute conseguenze dalla portata del rischio a cui gli scenari in corso avrebbero potuto portare. Scrive Levi al riguardo: «Non che della strage mancassero i segni premonitori: fin dai suoi primi libri e discorsi, Hitler aveva parlato chiaro: gli ebrei (non solo quelli tedeschi) erano i parassiti dell’umanità, e dovevano essere eliminati come si eliminano gli insetti nocivi. Ma, appunto, le deduzioni inquietanti hanno vita difficile: fino all’estremo, fino alle incursioni dei dervisci nazisti (e fascisti) di casa in casa, si trovò modo di riconoscere i segnali, di ignorare il pericolo, di confezionare [delle] verità di comodo». Per rendere più chiaramente il carattere grottesco eppure terribilmente plausibile di questa rimozione, Levi si serve di un aneddoto letterario, tratto da un testo poetico di uno scrittore tedesco di inizio ‘900, di cui sintetizza il contenuto. Cosa che salta agli occhi, e che nel leggere queste pagine ai giorni nostri impressiona non poco, è che a partire da questo aneddoto Levi propone, in forma di domanda aperta, una possibile comparazione fra la rimozione degli esiti ultimi, largamente intuibili, dell’ideologia nazista fin dalla sua affermazione nei primi anni ’30, e il rischio di una immane distruzione dell’Europa causata da una guerra nucleare alla fine del XX secolo:

«Palmström, un cittadino tedesco ligio ad oltranza, viene investito da un’auto in una strada dove la circolazione è vietata. Si rialza malconcio, e ci pensa su: se la circolazione è vietata, i veicoli non possono circolare, cioè non circolano. Ergo, l’investimento non può essere avvenuto: è una “realtà impossibile” […] Lui deve averlo soltanto sognato, perché, appunto, “non possono esistere le cose di cui non è moralmente lecita l’esistenza”.

Bisogna guardarsi dal senno di poi e dagli stereotipi. Più in generale, bisogna guardarsi dall’errore che consiste nel giudicare epoche e luoghi lontani col metro che prevale nel qui e nell’oggi: errore tanto più difficile da evitare quanto è più grande la distanza nello spazio e nel tempo. […] Molti europei di allora, e non solo europei, e non solo di allora, si comportarono e si comportano come Palmström, negando l’esistenza delle cose che non dovrebbero esistere. Secondo il senso comune, che Manzoni accortamente distingueva dal “buon senso”, l’uomo minacciato provvede, resiste o fugge; ma molte minacce di allora, che oggi ci sembrano evidenti, a quel tempo erano velate dall’incredulità voluta, dalla rimozione, dalle verità autoconsolatorie generosamente scambiate ed autocatalitiche.

Qui sorge la domanda d’obbligo: una controdomanda. Quanto sicuri viviamo noi, uomini della fine del secolo e del millennio? E più in particolare, noi europei? Ci è stato detto, e non c’è motivo di dubitarne, che per ogni essere umano del pianeta è accantonata una quantità di esplosivo nucleare pari a tre o quattro tonnellate di tritolo; se se ne usasse anche solo l’uno per cento, si avrebbero decine di milioni di morti subito, e danni genetici spaventosi per tutta la specie umana, anzi, per tutta la vita sulla terra, ad eccezione forse degli insetti. È almeno probabile, inoltre, che una terza guerra generalizzata, anche convenzionale, anche parziale, si combatterebbe sul nostro territorio, tra l’Atlantico e gli Urali, fra il Mediterraneo e l’Artico. La minaccia è diversa da quella degli anni ’30: meno vicina, ma più vasta […]. È puntata contro tutti, e quindi particolarmente “inutile”.

Allora? Le paure di oggi sono meno o più fondate di quelle di allora? Al futuro siamo ciechi, non meno dei nostri padri. Svizzeri e svedesi hanno i rifugi antinucleari, ma che cosa troveranno quando usciranno all’aperto? C’è la Polinesia, la Nuova Zelanda, la Terra del Fuoco, l’Antartide: forse resteranno indenni. Avere passaporti e visti di entrata è molto più facile di allora: perché non partiamo, perché non lasciamo il nostro paese, perché non fuggiamo “prima”?».

Queste righe venivano scritte a metà degli anni Ottanta. L’11 aprile 1987 Primo Levi moriva, probabilmente suicida. Non fece in tempo ad assistere alla stipula, avvenuta solo pochi mesi dopo, del trattato INF che impegnava gli USA e l’allora URSS a rimuovere l’installazione di missili nucleari a media gittata sul territorio europeo, avvenimento che pareva smentire quelle cupe preoccupazioni. Pochi anni dopo, nel 1991, quel trattato fu seguito dagli accordi Start che impegnavano le due superpotenze protagoniste della Guerra Fredda allo smantellamento reciproco della maggior parte del loro arsenale nucleare, cosa poi effettivamente avvenuta negli anni successivi. Nel 2019, a seguito di un reciproco scambio di accuse sul mancato rispetto dello stesso, gli Stati Uniti prima e la Russia poi si sono ritirati dal trattato INF. La validità dell’ultima versione degli accordi Start, siglata nel 2010, scade nel 2026.

Nel 1978, in una delle sue poesie pubblicate pochi anni dopo nella raccolta Ad ora incerta, sempre prefigurando la minaccia di una guerra nucleare, Primo Levi formulava questo appello in versi ai capi di governo: «Potenti della terra padroni di nuovi veleni, / Tristi custodi segreti del tuono definitivo, / Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo. / Prima di premere il dito, fermatevi e considerate».

Le “stanze della guerra”, a Washington come a Mosca, non corrispondono verosimilmente alla rappresentazione grottesca che ce ne ha dato Kubrick ne Il dottor Stranamore, ma questo è di per sé a dir poco insufficiente come rassicurazione. Se le popolazioni e le classi subalterne, ciascuna nel punto del mondo in cui sono collocate, non saranno capaci di “considerare” e di muoversi per fermare i rispettivi “tristi custodi del tuono definitivo”, invece di rimuoverne lo spettro considerandolo un’eventualità impossibile, auguri a tutti/e noi. Pare che ne avremo assai bisogno nei tempi che corrono…

Per una simulazione delle conseguenze immediate di una guerra nucleare tra Russia e Nato in Europa cfr: https://youtu.be/2jy3JU-ORpo


MEMORIA. Testimoni della Storia. Un ricordo personale

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L’anno scorso in questo periodo ero nella elegante e gelida Praga. Da anni, in realtà, vivo a Praga, tra gennaio e marzo, per accogliere migliaia di ragazzi che partecipano ai viaggi della memoria e, sulla via per Cracovia, passano per quei luoghi che tanta storia hanno vissuto. Ho camminato a Terezín con loro, raccontando storie; quelle storie che fanno sì che non si parli solo di numeri, storie che diventano la trama dei nostri viaggi. I luoghi che visitiamo sono importanti, ma non sono nulla senza le storie di chi vi ha abitato, vi ha vissuto o vi è morto. La memoria ci parla della vita di queste persone ma anche di una società disintegrata dal regime nazifascista, dalle leggi razziali e dalle persecuzioni. Cerchiamo di spostare l’attenzione dal ricordo a quali sono gli insegnamenti vitali dello studio del passato, che acquista nuovo significato nel momento in cui diventa chiave di lettura del presente e sprone al nostro impegno quotidiano. Spesso siamo così concentrati a scongiurare il pericolo della ripetizione degli eventi (che invece sono accaduti ancora e accadono in molte parti del mondo, anche a un passo da casa nostra, anche qui, pensiamo all’orrore sepolto dal Mediterraneo) che troppo poco ci occupiamo a individuarne le cause e la situazione politica, sociale e culturale che ha creato le condizioni perché quell’evento si verificasse. Mi mancano gli occhi bassi dei ragazzi e delle ragazze, a fine giornata, occhi pieni di pensieri mentre guardano il lago ghiacciato di Lidice e in realtà guardano dentro se stessi. E credo che loro manchino a quei luoghi; quest’anno, senza ragazzə, restano solo custodi silenziosi.

Terezín, che per uno strano scherzo del destino ha la forma di una stella. Era una città fortezza costruita dall’imperatore d’Austria Giuseppe II, dedicata all’imperatrice Maria Teresa, per difendere il quadrilatero boemo dalle brame del re di Prussia Federico II. Nel novembre 1941 Heydrich, allora Protettore di Boemia e Moravia, fece trasformare la città in ghetto, e la caserma in campo di concentramento, un campo di transito, dove gli ebrei venivano radunati in attesa di essere deportati verso est, in Polonia, ad Auschwitz.

Una delle fotografie che si ricordano del ghetto di Terezín è una ragazza in piedi in mezzo a un gregge di pecore. La ragazza è sopravvissuta, diventando curatrice per l’editore Československý spisovatel, amica di molti scrittori cechi, tra cui Václav Havel e Milan Kundera. E mia. La ragazza si chiamava Doris Grozdanovičová e io ho avuto la fortuna di averla per un po’ nella mia vita. L’ho conosciuta a Praga grazie a Darina Sedláčková, direttrice dell’organizzazione Živá pamět (Memoria viva), che da anni si occupa di aiutare i sopravvissuti alla persecuzione nazista, con cui ogni anno cerchiamo di organizzare degli eventi in modo che i ragazzi e le ragazze in viaggio possano incontrarli. Doris, che ci ha lasciato nell’agosto del 2019, lo ha sempre fatto ‒ anche quell’ultimo giorno stava tornando da una ennesima conferenza a Terezín ‒ nella solida certezza di quanto fosse giusto e necessario, ricordare gli orrori del passato. Orrori che in Doris, come in molti dei sopravvissuti che ho avuto l’onore di conoscere, non erano mai motivo di disperazione, rancore o cinismo, ma diventavano un appello sincero ad amare la vita e un invito a costruire insieme un mondo di fratellanza, bontà e bellezza. Instancabile, si faceva fatica a portarla a casa a fine serata; ricordo una cena frugale in una taverna di Malostranská in cui lei, sottovoce, mi mostra le foto della sua famiglia, della sua collezione di pecorelle (a cui ne avrei aggiunte un paio anch’io), mi chiede di raccontarle dei miei figli, mi dona un piccolo Golem di metallo che ci potesse proteggere. Ricordo quanto era stata felice di venire a trovarci a Torino, ospite del Salone Internazionale del Libro, dove ancora una volta ha raccontato a centinaia di giovani la deportazione, i suoi anni di prigionia nella città ghetto di Terezín, la fortuna di essere scampata al peggio perché assegnata a badare alle pecore, la perdita dei genitori, la farsa della visita della Croce Rossa Internazionale presso il campo, la liberazione e il futuro incerto, e poi il fratello ritrovato e gli anni di lavoro come traduttrice. Torino l’abbiamo visitata dopo ore di Salone del Libro, che è un’esperienza estenuante per noi comuni mortali, ma lei doveva vedere tutto e poi cenare ancora una volta insieme e bere dal calice della vita ogni goccia, ogni istante.

Diffondere la testimonianza dei sopravvissuti e delle sopravvissute dell’Olocausto è doveroso e importante, conservare la memoria del male perpetrato solo settant’anni fa contro milioni di innocenti. Lo abbiamo ripetuto infinte volte e continueremo a farlo, perché è il nostro modo per costruire l’argine al male, al lato oscuro dell’essere umano che, come la storia continua a mostrarci, è sempre in agguato.

Doris verrà ricordata stasera, alle ore 18, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Praga in occasione della première del documentario Terezín. Il grande inganno di Mary Mirka Milo. L’evento sarà in diretta sulla piattaforma Zoom, mentre il film sarà poi in visione tramite questo link inserendo la password: “Memoria”.

Sempre oggi, alle ore 11 e alle ore 18, il coro del Teatro Regio di Torino con “Dieci canti corali dal ghetto di Terezín” dedica un intero programma al compositore, direttore d’orchestra e pianista a Viktor Ullmann, ebreo di origini slesiane, rinchiuso a Terezín e poi deportato ad Auschwitz, dove fu ucciso. Streaming su www.teatroregio.torino.it .


MEMORIA. Primo Levi. L’elogio del lavoro e della vita

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Il tema del lavoro è sempre presente in due grandi italiani, Giacomo Leopardi e Primo Levi. Esso consente ad esempio di poter accostare la figura del legnaiolo de Il sabato del villaggio a quella dell’operaio de La chiave a stella, una moderna figura di artigiano che lo scrittore torinese estrae dalla propria vita e con la quale dialoga simpaticamente. Questo breve romanzo del 1978 (ristampato nel 2019 da Einaudi e diffuso con La Stampa in occasione dei cento anni della nascita dell’autore) è un vero e proprio elogio del lavoro, costruito non con un lessico letterario, ma con un “gergo di officina”, quello stesso di cui è capace peraltro il versificatore delle Storie naturali, un gergo fatto perlopiù di termini tecnici e di minuziose descrizioni relative a procedure pratico-tecnico-scientifiche, come pure di intense metafore dialettali, di proverbi popolari e di vivo senso dell’ironia. Ironia che, fatta eccezione per Se questo è un uomo e per I sommersi e i salvati, ritroveremo persino nella stessa Tregua oltre che nel più tardo Se non ora, quando?. Non solo perché ‒ confessa il chimico al montatore ‒ fine del narratore è di «regalare al lettore un momento di stupore e di riso» (p. 146), ma soprattutto perché il raccontare «è una delle gioie della vita» (p. 141). E tutti i lettori di Levi sanno bene il valore che il raccontare ha assunto per un testimone prezioso come lui. Senza il quale il mondo non avrebbe mai saputo «di che cosa l’uomo è stato capace, di che cosa è tuttora capace» (P. Levi, dalla Premessa a La vita offesa. Storia e memoria del Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, a cura di Anna Bravo e Daniele Jalla, Franco Angeli, 19966, p. 9). L’opera di Levi, dice infatti Maurice Goldstein (un suo compagno di campo), è «la più “vera” testimonianza su Auschwitz». Anche perché – osserva dal suo canto lo storico Federico Cereja, – «tutto quello che vi era da dire di fondamentale sul Lager nazista in Se questo è un uomo è stato detto». E al di là di ciò, al di là del suo apporto decisivo nella comprensione della realtà del Lager, un altro compagno di prigionia di Levi, Jean Samuel (Pikolo), pensando a scritti appunto come La chiave a stella, dice che Primo «sarebbe diventato un grande scrittore [anche] senza Auschwitz, non lo stesso sicuramente!» (cfr. Primo Levi. Il presente del passato, Franco Angeli, 1991).

Levi lascia che a tessere questo elogio del lavoro, pronunciato con parole a un tempo semplici, vive, intuitive e profonde, sia lo stesso Libertino o Tino Faussone, l’operaio specializzato nel montaggio di grandi ponteggi, un montatore meccanico torinese, uno che, come dice lui stesso in alcuni dei suoi divertenti e avventurosi racconti («Il ponte», «La coppia conica»), «su un lavoro ci mette tutti i suoi sentimenti» (p. 119), uno per il quale «ogni lavoro è come il primo amore» (p. 114), «uno di quelli che il suo mestiere gli piace» (p. 140). Si tratta di una persona genuina e mite, proprio come il falegname dell’idillio leopardiano: uomini per i quali la vita, come si legge nel Libro della Sapienza, non era affatto un trastullo né l’esistenza un mercato lucroso (15, 12). Attraverso la figura di Faussone, infatti, Levi sembra voler proporre l’idea di uomo giusto e integro, di operaio onesto e affidabile, la cui giustizia e onestà derivano dalla cura e dall’amore che egli mette nel suo lavoro, specie in quello più faticoso e difficile. Riprendendo inconsapevolmente un consiglio di Rilke, a un certo punto Tino afferma: «Io credo proprio che per vivere contenti bisogna per forza avere qualche cosa da fare, ma che non sia troppo facile; oppure qualche cosa da desiderare, ma non un desiderio così per aria, qualche cosa che uno abbia la speranza di arrivarci» (p. 144).

Questo semplice ma intenso encomio del lavoro, e proprio perciò mai vanitosamente di sé stessi – «I destini individuali non hanno importanza» dirà tra l’altro Ulybin, un capo partigiano russo, in Se non ora, quando? – lascia intravedere in Faussone una specie di sapienza, non solo tecnica, che si manifesta in una evidente, sicura e responsabile competenza, tale che, per riprendere il Siracide, qualsiasi cosa egli intraprendesse, il Signore lo benediceva (4, 13). Sebbene non sgorghi da un’intima vocazione, da una klésis o da una chiamata nel senso paolino, ma da una laboriosa tradizione familiare che si condensa in una sintesi di esperienza assimilata, questo amore per la sua attività ne determina col tempo, appunto, la competenza, la quale non è solo ‒ come diceva già Platone nella Repubblica ‒ la base su cui si fonda la giustizia sociale e ogni genere di responsabilità (premessa necessaria per la riuscita di ogni opera umana, compresa quella, molto ardua, che ha come fine la pace), ma è anche – osa supporre Levi – una qualità umana che coincide addirittura con la libertà (p. 143), la quale può trovare attuazione solo quando si vive la propria vita. Sorretto profondamente da un tale amore per il proprio lavoro, Tino è quel tipo di uomo senza hamartía, senza peccato, che certamente immaginavano a loro modo sia l’apostolo Paolo sia Ibsen, perché tutto l’agire di questo umile artigiano proviene da un convincimento di fede, da una pistis agapica, da una fede fondata sull’amore per il proprio lavoro. A proposito di agápe, infatti, credere nel proprio lavoro, nella propria vita e quindi in sé stessi, in coerenza con ciò che ognuno ha di più proprio, non vuol dire affatto essere egoisti, bensì altruisti, poiché – come diceva appunto Platone in quel dialogo – operando con una simile competenza e con una simile fede nel proprio lavoro, si creano le condizioni per la giustizia e per il bene sociale. L’umile e positiva fede nel lavoro, «la nobiltà del nostro lavoro, il suo valore educativo e formativo» – diceva già Levi in un’intervista del 1975 a proposito dell’uscita del Il sistema periodico – costituisce quel valore che, annotava Giorgio Calcagno, è sempre più dimenticato nella nostra cultura sociale, ma del quale Levi prende le difese come uomo e come scrittore (Echi di una voce perduta. Incontri, interviste e conversazioni con Primo Levi, Mursia, 1992, pp. 11-12, 58).

Sia per il poeta recanatese che per lo scrittore torinese il lavoro costituisce dunque uno dei valori fondamentali all’interno del «consorzio umano». In un racconto del 1986 («Bella come un fiore”, ne Il fabbricante di specchi, «La Stampa», Torino, 2007), secondo una paradossale tripartizione del mondo abitato, Levi riscontra ad esempio una certa comunanza tra piemontesi e inglesi, perché entrambi i popoli oltre che per la legge e l’ordine, hanno anche «l’amore per il lavoro ben fatto». Al di là di questo divertente paradosso, il lavoro nell’ambito di Se questo è un uomo – opera che secondo Philip Roth resta «uno dei libri veramente necessari del nostro tempo» – è riconducibile al concetto delle «inevitabili cure materiali» (Einaudi, 1989, pp. 14-15). Oltre alla «insufficiente conoscenza del futuro» e alla «sicurezza della morte», così inteso il lavoro è, per il testimone, uno dei tre momenti che certo si oppongono alla realizzazione della felicità e della infelicità perfette. Mentre da un lato, infatti, con la fatica che implica, inquina ogni felicità duratura, dall’altro tuttavia esso serve, serviva ‒ dice Levi ‒ almeno a distogliere la nostra attenzione dalla sventura che ci so­vrastava, rendendone perciò sostenibile la consapevolezza e con ciò stesso evitabile l’infelicità perfetta.

Eppure in quel romanzo del 1978, durante una riflessione portata su uno dei racconti del montatore piemontese («Batter la lastra»), egli avanza l’idea secondo cui il lavoro per quanto renda impossibile la realizzazione di una felicità perfetta, tuttavia, qualora venga svolto e amato nel modo in cui lo ama e lo svolge Faussone, può almeno consentire di tendere a quella perfezione. «[L]’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) – scrive infatti Levi – costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono». Specialmente oggi, diremmo, in cui persino le alienanti grandi industrie, che pure per molti hanno avuto quella valenza educativa e formativa, sono in via di parcellizzazione, smantellamento e smaterializzazione. Ma – faceva notare Levi a coloro che in quegli anni da sinistra criticavano il suo romanzo – l’amore e l’odio per il lavoro «dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge» (pp. 78-79). Ciò per dire, in ultima analisi, che Faussone rappresenta per Levi non solo il possibile riscatto di quel lavoro e di quella libertà che con il loro “Arbeit macht frei” i nazisti (genia di “bestie verticali” potremmo definirli mutuando un’espressione dalle Storie naturali: Il sesto giorno) avevano legato con un cappio alla non-vita del Lager, ma rappresenta anche quel tipo di umanità della quale è possibile non vergognarsi più, della quale non sentirsi più colpevoli per il solo fatto di appartenervi (così scriveva amaramente ne Il sistema periodico: Cromo), dal momento che allora una parte di essa, quella stessa che aveva pur dato i natali ai geni più consacrati, era riuscita a concepire e a edificare Auschwitz.