Voci dal Kurdistan: Yüksel Genç, che ha deciso di lasciare il fucile in montagna

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«“Quasi sempre la storia dei leoni è scritta dai cacciatori”. Per smentire questo nostro detto popolare ho deciso di scrivere per una volta la storia dalla parte dei leoni, anzi da parte di una leonessa». Così risponde Yüksel Genç a chi, nel corso della presentazione del suo libro Ho lasciato il fucile in montagna. Diario del cammino di pace di una guerrigliera kurda, domanda il perché della sua decisione di scrivere. «Per questo, mentre ero in carcere – continua Genç – ho scritto questo libro, usando pezzetti di matita e tutti i brandelli di carta che riuscivo a trovare. Mi ero predisposta dei nascondigli in cui buttare velocemente i fogli quando in cella all’improvviso irrompevano le ispezioni. Quando, qualche anno dopo, il libro fu concluso, consegnai i miei fogli al primo tra i miei compagni che uscì dalla prigione».

A Istanbul nel 2006 quei pezzetti di carta diventano un libro intitolato Aggrapparsi alla pace. In appendice compaiono i contributi di personalità turche e kurde che combattono sul fronte dei diritti umani e civili come lo scrittore e editorialista Ahmet Altan, l’avvocata Eren Keskin, i coniugi editori Zarakolu, l’attivista Akin Birdal e Yasar Kemal, scrittore di fama internazionale. In Italia il libro, tradotto e curato dal suo scopritore, Aldo Canestrari, è pubblicato dalle Edizioni Punto Rosso (che, con la Odv Fonti di Pace, ha promosso l’arrivo in Italia dell’autrice per la presentazione in alcune città di Ho lasciato il fucile in montagna e del mio Berxwedan. La resistenza del popolo kurdo contro il genocidio di Erdoğan, che del libro di Genc è continuazione e complemento). L’impresa narrata nel libro ha segnato una svolta nella storia della lotta del popolo del Kurdistan per la propria esistenza e aveva aperto un percorso di dialogo per la soluzione pacifica della questione kurda in Turchia e per il rispetto dei diritti di tutte le minoranze, nato ufficialmente nel 2009 e concluso tragicamente nel 2015.

Yüksel Genç era una giovanissima guerrigliera nell’esercito di liberazione del Pkk quando, nell’ottobre 1999 con altri sette combattenti, cinque uomini e due donne, accogliendo la proposta del loro leader Abdullah Öcalan, scese dal quartier generale sul monte Kandil per consegnarsi all’esercito nemico in un concreto gesto di pace, sapendo che la aspettavano tortura e carcere. Sono stupita dalla qualità letteraria di questo libro e dalle verità che ci consente di scoprire. Esistono libri sulla guerriglia del Pkk: ne parla Sakiné Cansiz nella sua Autobiografia (e io stessa trent’anni fa ho raccontato la storia del Pkk nel libro I fuochi del Kurdistan) ma Yüksel Genç ci accompagna all’interno di quello che vivono, sentono, comunicano tra loro le guerrigliere e i guerriglieri sul monte Kandil con una narrazione che ha la forza e la vitalità di un’esperienza vissuta intensamente. In Ho lasciato il fucile in montagna Yüksel Genç poeticamente parla dell’affetto che la lega alla natura nella quale è immersa – le foreste, le rocce, le sorgenti, il cielo della sua terra – e rivela la fiducia, la speranza, la gratitudine nei confronti del leader del suo movimento, paragonato a Prometeo. Nell’affrontare con il pensiero il passo che ha deciso di fare, consapevole che si tratta innanzitutto di una rivoluzione mentale, la giovane guerrigliera si preoccupa non tanto della prospettiva di interrogatori, tortura e carcere, di cui discute anche scherzosamente con le altre due compagne, ma della reazione della sua gente: l’auto-consegna al nemico non fa parte della cultura del Kurdistan e in generale del Vicino Oriente, e il loro gesto potrebbe non essere compreso, anche condannato. D’altra parte Yüksel Genç, nome di battaglia Jiyan che significa Vita, si identifica nelle speranze della sua gente che da un secolo combatte contro l’annientamento. Il suo libro è un canto d’amore per la vita e per la pace, attese da oltre un secolo dal popolo del Kurdistan.

Yüksel Genç è una donna minuta, ha la pelle chiara e luminosa e nel suo sguardo sereno a volte lampeggia un guizzo di ironia. Mentre osservo le sue piccole mani dalle dita sottili cerco di immaginarle strette sull’impugnatura di un’arma. Aveva 16 anni quando, nel 1995, salì sul monte Kandil. Il padre era un prigioniero politico e la mamma era morta quando lei era bambina. Dopo la clamorosa autoconsegna del suo Gruppo per la Pace nell’ottobre 1999, è rimasta per sei anni in carcere. «Per cinque anni in montagna avevo dormito sotto le stelle, in carcere ero chiusa tra quattro mura e vedevo un po’ di cielo tra le sbarre, questa era per me la cosa più dura ma, come dice un poeta turco, anche la separazione fa parte di una storia d’amore. Anche la reclusione fa parte della libertà e della pace». Tornata in libertà, Genç ha lavorato come giornalista; oggi è ricercatrice nel Centro di Ricerche Sociologiche sul campo del comune di Amed (l’antico nome con cui i Kurdi chiamano Diyarbakir) e continua a pubblicare come opinionista. I suoi articoli sono acuti, profondi e, quando è il caso, conditi di ironia nei confronti delle più plateali contraddizioni del potere. «Tutte le mie ricerche sono finite in un procedimento penale con la richiesta di venti anni di reclusione e me li daranno tutti, sono in attesa di processo», dice. Ma non intende chiedere asilo politico all’estero: «No, non voglio lasciare la Turchia. Andrò in carcere. Io lotto per la pace, e il carcere non è che uno degli strumenti di resistenza. Per me va bene così».

Il suo libro in Italia è pubblicato con la mia postfazione, che si intitola In guerra per la pace. Queste due parole racchiudono la vita di Yüksel Genç. In carcere lei e i suoi compagni hanno scritto ogni giorno lettere e appelli sulla necessità del dialogo ai vertici civili e militari dello stato, ai parlamentari, alla magistratura, alla stampa alle associazioni di Turchia e Europa. Dopo la reclusione, ha continuato a combattere con tutti gli strumenti possibili per invitare al dialogo tutte le componenti della realtà turca, riuscendo, insieme ai suoi compagni di lotta, a ottenere ascolto dai parlamentari di numerosi partiti e da altri organismi istituzionali e a convocare assemblee molto partecipate in diverse città. «Con la stessa determinazione con cui abbiamo preso le armi, abbiamo lasciato le armi perché vogliamo lottare con metodi pacifici per costruire un percorso di dialogo e amicizia che consenta ai Kurdi e alle minoranze di vivere ciascuno con la propria identità e la propria autonomia non soltanto in Turchia ma anche negli altri tre stati tra i quali è diviso il Kurdistan – afferma Genç – e questa lotta ha dato i suoi frutti nel Rojava. L’Amministrazione Autonoma del Nord Est della Siria, Rojava per i Kurdi, nata agli inizi della guerra civile, che si autogoverna applicando il confederalismo democratico teorizzato da Öcalan, è considerata nel mondo un esempio di valorizzazione del ruolo della donna e di rispetto di tutte le forme di diversità. Non solo. Anche la nostra Rivoluzione delle Donne ha trovato ascolto internazionale, lavoriamo insieme ai movimenti femminili di diversi paesi nei cinque continenti».

«Resistere nella lotta per la pace – conclude Genç – è molto più difficile della resistenza armata. Nella lotta armata ci sono soltanto due prospettive: uccidere o morire. Lottare restando in vita e tenendo in vita le persone, questa è una sfida molto più difficile ma anche molto più importante, dovesse durare anche mille anni. Dopo il carcere per mantenermi sono stata giornalista e oggi sono ricercatrice, ma sono sempre membro di quel Gruppo di Pace del 1999».

La foto nel testo, scattata a Torino al Centro Sereno Regis il 25 marzo 2024 da Diego Schrader
ritrae Yüksel Genç con il giornalista Murat Cinar durante la presentazione del libro


La solitudine dei kurdi e di Öcalan e le responsabilità dell’Italia

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Tra le guerre, eclatanti o nascoste, che costellano questo primo scorcio di millennio, un posto di rilievo occupa il tentativo di annientamento del popolo kurdo da parte della Turchia di Erdoğan. Su questa guerra di aggressione, di cui ci siamo ripetutamente occupati (https://volerelaluna.it/mondo/2022/08/10/turchia-un-genocidio-allombra-della-nato/), un accurato e necessario aggiornamento viene dal recente Berxwedan. La resistenza del popolo kurdo contro il genocidio di Erdoğan (Edizioni Punto Rosso, 2023) dovuto alla penna, appassionata e informata, di Laura Schrader, studiosa da sempre delle vicende di quell’antica regione, culla della nostra civiltà, che un tempo si chiamava Mesopotamia. Il popolo kurdo – documenta il libro – è sempre più solo nella comunità internazionale: usato come “diga” contro l’Isis è stato successivamente abbandonato dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali. Di questa solitudine è, in qualche modo, simbolo il suo leader, Abdullah Öcalan (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/10/18/i-curdi-hanno-un-solo-amico-le-montagne/), anch’egli in un primo tempo riconosciuto e valorizzato dall’Occidente per essere, poi, tradito, lasciato in balia dei servizi segreti turchi e, dal 1999, rinchiuso in pressoché totale isolamento nell’isola carcere di Imrali in esecuzione di una condanna alla pena di morte (poi commutata in ergastolo), inflittagli all’esito di un processo-farsa, tale ritenuto dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo. Non avrebbe dovuto andare così e su questo esito grande è la responsabilità dell’Italia e del suo presidente del Consiglio dell’epoca, Massimo D’Alema, che rifiutò di concedere asilo politico al leader kurdo e lo indusse a lasciare il Paese e a recarsi in Kenya dove venne, appunto, sequestrato dai servizi segreti di Erdoğan, di concerto con quelli statunitensi e kenioti, e portato in Turchia. Una brutta pagina per il nostro Paese, vivacemente ricostruita da Laura Schrader in alcune pagine del libro che di seguito si riportano. (la redazione)

Novembre 1998. La passione di un popolo esplode di fronte al mondo. Tra musica, canti, colori, in una vibrante scenografia di bandiere rosse e di ritratti di Apo, piazza Celimontana a Roma diventa piazza Kurdistan. Il 12 novembre Abdullah Öcalan è sbarcato a Fiumicino proveniente da Mosca con un volo Aeroflot, accompagnato dal deputato di Rifondazione Comunista Ramon Mantovani. Dopo una sosta in una villa di Ostia è stato trasferito al Policlinico militare del Celio.

In Turchia si scatena una gigantesca ondata di odio verso tutto quello che è italiano orchestrata dai Lupi Grigi e dalla destra, i rapporti diplomatici sono al collasso, si boicottano i prodotti italiani, compresi quelli fabbricati in Turchia e Ankara minaccia di troncare tutti i rapporti commerciali e industriali, tra i quali le lucrose commesse di armamenti, come gli elicotteri da guerra Augusta, impiegati contro i kurdi. Il 25 novembre è in programma a Istanbul la partita Galatasaray-Juventus. Gianni Agnelli chiede sia giocata in campo neutro, i giocatori, capeggiati da Zidane, rifiutano di partire, mentre i giornalisti ammettono che faranno di tutto per non rivelare di essere italiani. I Lupi Grigi intensificano il clima di ostilità e un’emittente televisiva arriva a diffondere un fotomontaggio di Öcalan in maglia bianconera. La Uefa si limita a spostare la partita al 2 dicembre. La presenza di 20 mila agenti di polizia e la rapidità della trasferta juventina scongiurano i temuti incidenti. Öcalan, che da ragazzo era tifoso del Galatasaray, assiste alla partita in televisione e alla fine commenterà di essere per la prima volta d’accordo con i cronisti che definiscono deludente il match, terminato con 1-1.

Decine di migliaia di kurdi arrivano da ogni parte del mondo per sostenere la richiesta di asilo politico di Apo. La Comunità kurda in Italia, presieduta dal medico kurdo-iracheno David Issamadden e composta in maggioranza da kurdi provenienti dall’Irak e dall’Iran, si schiera compatta a favore di Öcalan; i leader degli altri partiti di tutto il Kurdistan, escluso il Pdk-Irak, mandano messaggi in cui chiedono l’asilo politico per il presidente del Pkk. Grandi manifestazioni kurde avvengono contemporaneamente in tutto il mondo, dall’Australia all’Iran, da Israele all’Irak, dalla Germania al Libano, dagli Stati Uniti alla Siria. Öcalan, presidente del Pkk non è il leader di tutti i kurdi, ma tutti i kurdi, indipendentemente dalla loro origine e dalle convinzioni politiche riconoscono in lui il simbolo della loro speranza di pace e giustizia.

Ancora una volta il Pkk nell’agosto 1997 aveva dichiarato e rispettato una tregua unilaterale nel corso della “sporca guerra”, inutilmente cercando la pace. Nel settembre 1998 Washington aveva convocato i due leader del Bashur, Massud Barzani del Pdk, il Partito democratico del Kurdistan, alleato di Baghdad e di Ankara, e Jalal Talabani dell’Upk, che sostiene il Pkk. Il segretario di Stato Madleine Albrigh aveva ingiunto a entrambi di combattere il partito di Öcalan. Nessun problema per Barzani, già fruttuosamente impiegato dalla Turchia contro la guerriglia del Pkk; quanto a Talabani, non è possibile sottrarsi al ricatto, almeno ufficialmente: la guerra del Golfo ha ridotto il Kurdistan iracheno a un’isola tagliata fuori dal mondo, sottoposta a doppio embargo, dell’Onu sull’Irak e di Baghdad contro i kurdi, affamata e irraggiungibile dai convogli umanitari. Dopo l’Irak, arriva il momento di intervenire con la Siria. Ankara attraverso la diga Ataturk limita l’afflusso delle acque dell’Eufrate minacciando di carestia il paese confinante e ammassa le sue truppe alla frontiera, pronta all’invasione se Damasco non le consegnarà il leader kurdo. «Secondo gli osservatori, l’escalation con la Siria fa seguito all’accordo di Washington fra i leader kurdi per tenere fuori il Pkk dal Nord Iraq, lasciando Damasco ultimo grande santuario dei ribelli kurdi di Turchia» riferisce un comunicato Ansa. Dopo tre settimane di assedio e quaranta giorni di negoziati il presidente siriano Hafez al Assad si piega e sigla un accordo in cui si impegna a porre fine ad ogni sostegno al Pkk, ma non consegna Öcalan, come pretendono Ankara e Washington.

Il 9 ottobre Öcalan lascia la Siria e dopo un approdo a Mosca, storica alleata di Assad, arriva in Italia. Il Parlamento russo aveva approvato con 299 voti la concessione dell’asilo politico a Öcalan ma il premier Primakov aveva rifiutato. Il presidente Yeltsin attende lo sblocco di prestiti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca mondiale, per i quali occorre il nulla-osta degli Uniti; i prestiti in seguito erano concessi. Öcalan è molto popolare in Grecia, ma a causa dei rapporti tesi tra Atene e Ankara, con il suo arrivo si profila un vero e proprio casus belli.

Rimangono gli altri paesi dell’Europa dei diritti. Da tempo la dirigenza del Pkk aveva saputo portare la causa kurda alla ribalta europea per ottenere la sua collaborazione ad avviare con la Turchia negoziati di pace e i sostenitori europei ritenevano che la presenza di Öcalan in un paese dell’Unione sarebbe stata utile a questo scopo. Da anni, parlamentari di vari paesi europei avevano iniziato più o meno riservati pellegrinaggi in Siria per incontrarsi con il presidente del Pkk, ed era stata messa a punto una graduale strategia rivolta alla pace. Attraverso una serie preliminare di iniziative come conferenze di pace, tregue unilaterali, risoluzioni europee e nazionali, assemblee del Parlamento del Kurdistan in esilio nelle sedi istituzionali di alcune capitali (L’Aja, Copenaghen, Vienna, Atene, Mosca) si sperava di convincere la Turchia a una soluzione politica della questione kurda. Una prospettiva che sembrava matura fin dal 1994, grazie all’esito della conferenza internazionale di Bruxelles.

Anche in Italia l’attivismo della sinistra aveva influito positivamente per la causa kurda. La risoluzione del 10 dicembre 1997 adottata all’unanimità dalla Commissione Esteri del Parlamento impegnava il Governo a riconoscere i diritti del popolo kurdo, compreso quello all’indipendenza. Pochi giorni dopo, alla fine di dicembre 1997 era approdata in Calabria la nave Ararat sbarcando centinaia di famiglie fuggite dai villaggi e dalle città distrutte, profughi accolti come fratelli dai cittadini di Badolato e Soverato e assistiti con forte senso di umanità. Dopo gli iniziali scivoloni del ministro degli Interni Giorgio Napolitano, che aveva parlato di “terroristi”, il Governo Prodi aveva riconosciuto a tutti il diritto di chiedere asilo. Era un fatto di grande rilevanza politica: per la prima volta il Governo italiano prendeva atto della guerra in Turchia contro il popolo kurdo. Non solo: il Presidente della Repubblica Scalfaro, nel messaggio di Capodanno, paragonava i profughi kurdi agli esuli italiani del fascismo. Mentre nel 1994, in ossequio ad Ankara, era stato vietato in extremis al Pkdw, il Parlamento del Kurdistan in Esilio, di riunirsi come programmato a palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, nel settembre 1998 la sala stampa di Montecitorio accoglieva una sua sessione. Numerosi parlamentari redigevano, insieme ai kurdi, una Carta d’intenti che, tra l’altro, stabiliva di portare la questione kurda all’attenzione dell’Onu e dell’Osce.

All’arrivo a Fiumicino Öcalan è arrestato in esecuzione di un mandato di cattura emesso da un giudice in Germania perché alcuni minori di cittadinanza tedesca si erano arruolati nel Pkk. Tuttavia il Governo tedesco non chiederà mai l’estradizione: si temono gravi disordini tra i due milioni di immigrati turchi e il mezzo milione di esuli e profughi kurdi. Ankara pretende con forza l’espulsione del leader ma per l’Italia è impossibile procedere all’estradizione verso i paesi che prevedono la pena di morte. Nel dicembre 1998 la Corte d’Appello di Roma stabilisce che Öcalan è un libero cittadino revocando la libertà vigilata e l’obbligo di dimora imposto il 20 novembre per ingresso irregolare in Italia e dichiara il non luogo a procedere per il mandato di cattura emesso dalla Germania.

Da fine ottobre è in carica il Governo D’Alema. Il Parlamento approva una risoluzione a favore dell’asilo politico. I ministri Dini, Scognamiglio e Fassino, ossequienti nei confronti di Ankara, si oppongono. Gli Stati Uniti, immediatamente intervenuti in sostegno di Ankara, si rendono conto che l’estradizione in Turchia è impraticabile e cercano altre vie. Il quotidiano Le Monde riferisce che «il 20 dicembre (1998) a Roma si attivano negoziati sotto l’egida americana. I turchi, comprendono che l’Italia non può accettare un’estradizione pura e semplice verso Ankara e propongono l’Albania. Ocalan rifiuta, perché Ankara ha eccellenti rapporti con Tirana. Gli italiani allora propongono Tripoli. Senza successo. Il dipartimento di Stato americano fa sapere che l’invio del capo terrorista in Libia costituirà un casus belli diplomatico». Tirana è un feudo di Ankara, la Libia di Gheddafi per il leader kurdo sarebbe un rifugio sicuro: è chiara l’intenzione di indirizzare Öcalan in un paese in cui potesse cadere in mano al nemico.

L’ingerenza americana si avverte perfino nel linguaggio del premier D’Alema, che all’inizio definisce Öcalan “il leader kurdo”, poi “il signor Öcalan” e infine approda a “il terrorista Öcalan”. Nella conferenza stampa di fine anno, il 23 dicembre, D’Alema, ammettendo che l’espulsione sarebbe giuridicamente impossibile, dichiara: «L’esito più probabile di questa vicenda è che Öcalan se ne vada spontaneamente dal nostro paese».

La decisione spetta però alla magistratura. Alla fine del 1998 gli avvocati italiani di Öcalan presentano al tribunale di Roma l’atto di citazione con la richiesta di dichiararne il diritto all’asilo a norma dell’art. 10 comma 3 della Costituzione perché in Turchia gli viene negato l’esercizio delle libertà democratiche. La presidenza del Consiglio dei Ministri si costituisce in giudizio opponendosi alla domanda; il tribunale ammette la partecipazione a favore di Öcalan dell’Asgi, Associazione Giuristi democratici di Torino e del Consiglio italiano per i Rifugiati. Con i tempi della giustizia italiana, il giudice monocratico Paolo De Fiore riconoscerà il diritto del leader all’asilo politico a norma dell’art. 10 comma 3 e 4 della Costituzione. Secondo i giuristi, una sentenza esemplare, emanata il 1° ottobre 1999.

Ma Öcalan il 15 febbraio era stato sequestrato a Nairobi e in giugno era stata emessa la sentenza che lo condannava a morte; in attesa dell’esecuzione era relegato nell’isola-carcere di Imrali, unico detenuto custodito da 400 di agenti. Inspiegabile l’epilogo dell’esperienza italiana del leader. Il 16 gennaio 1999 Öcalan lascia l’Italia dopo 65 giorni. […] Poco dopo la partenza di Öcalan, Massimo D’Alema a un giornalista che gli domandava se avesse notizie del laeder, rispondeva: «Non so dove sia, né francamente mi interessa».

L’articolo riproduce il capitolo 4 e parte del capitolo 5 del libro di Laura Schrader Berxwedan. La resistenza del popolo kurdo contro il genocidio di Erdoğan (Edizioni Punto Rosso, 2023)


Jin Jiyan Azadì: donna, vita, libertà

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Jin Jyian Azadì è il grido che ha incendiato le città iraniane dopo la morte, il 14 settembre, di Mahsa Amini, massacrata di botte dalla Polizia Morale a Tehran perché l’hijab le lasciava scoperto un ciuffo di capelli (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/09/21/la-sua-colpa-era-curda-e-libera/). Dalla sua città, Saqqez, la rivolta contro il velo islamico si è estesa ad altre città del Kurdistan e alla capitale, dilagando sui social media in tutto il mondo. Jin Jiyan Azadì (Donna Vita Libertà) è il grido con cui le combattenti kurde del Rojava hanno sfidato e vinto le orde del Califfato Nero e resistono alle aggressioni dell’esercito turco e dei suoi alleati jihadisti per difendere il confederalismo democratico del Rojava (ovest del “grande Kurdistan”, nord-est della Siria). Un’utopia realizzata, incardinata sulla valorizzazione del ruolo della donna, un esperimento di democrazia diretta nel rispetto di ogni minoranza etnica e religiosa e dell’ambiente, che vive nel cuore di un Vicino Oriente dominato dall’ossessione antifemminile dell’Islam.

L’ideologo di questa rivoluzione è Abdullah Öcalan. Il suo pensiero ha restituito alle donne quel ruolo di protagoniste in pace e in guerra che è parte dell’identità culturale del Kurdistan e che è stato negato da un secolo di colonizzazione. Öcalan si trova dal 15 febbraio 1999 segregato in totale isolamento nel carcere-fortezza sull’isola di Imrali. Condannato a morte nel 2000, la sua condanna è stata commutata in “ergastolo aggravato” quando nel 2002 la Turchia, aveva abolito la pena capitale in vista dell’ ingresso nella UE. È stato il co-fondatore e il leader del PKK, il Partito del Lavoratori del Kurdistan, che combatte sul proprio territorio per il diritto di esistere di un popolo che l’etnia dominante ha condannato a morte. Fin dalle origini il partito e il suo braccio armato, ARGK esercito di liberazione del popolo del Kurdistan, contavano su una forte presenza femminile. All’inizio degli anni Novanta avevo incontrato, nell’Accademia Maslum Khormaz, il quartier generale dell’ARGK nella valle della Bekaa, alcune combattenti. Una di loro, Zaleh, mi disse: «Il regime turco impone il proprio dominio sugli uomini perché lo trasmettano alle donne. Per continuare la colonizzazione, puntano alla divisione all’interno della famiglia. I colonialisti hanno reso i kurdi diversi, alienati dalle loro tradizioni. Nella cultura kurda, in passato, la donna ha sempre avuto un ruolo importante, ma la colonizzazione ha voluto renderla schiava, fino a farla diventare una manovale della casa. Mentre nella cultura kurda il ruolo sociale, oltre che familiare, della donna era in primo piano, nel Kurdistan colonizzato la donna non può partecipare alla vita sociale, quindi non è più compiutamente umana. Dopo il ’75, con la lotta di liberazione, inizia il cambiamento. La donna kurda ricomincia a diventare quella che era ‒ protagonista anche nella lotta. Nella storia kurda antica e recente ci sono molti esempi di donne-leader che hanno combattuto per la libertà. Quando la donna kurda crede in qualcosa, vi rimane fedele, a qualunque costo».

E proprio agli albori della storia e della cultura kurda, alla “memoria vivente” del suo popolo, Öcalan si richiama per teorizzare la “rivoluzione delle donne” che è fondamentale nell’elaborazione del sistema del confederalismo democratico. Egli ricorda che proprio nella Mesopotamia, dove da millenni vive il popolo kurdo, «ebbe inizio la rivoluzione neolitica, quando i cacciatori-raccoglitori decisero di insediarsi stabilmente e di coltivare i campi. […] La lingua e la cultura kurde riflettono l’influenza della rivoluzione neolitica, che si crede iniziata tra i monti Zagros e Tauro. Il kurdo appartiene al gruppo linguistico indo-germanico» (detto di solito gruppo iranico nord-occidentale, lingua indoeuropea, mentre il turco appartiene al gruppo uralo-altaico e l’arabo al gruppo semitico. Ndr).

Scrive ancora Ocalan: «Sia nelle società agricole del Neolitico che nelle strutture sociali kurde la donna occupava una posizione di preminenza. Fu lo Zoroastrismo che tra il 700 e il 550 a.C. cambiò in maniera definitiva il pensiero kurdo. Lo Zoroastrismo promosse uno stile di vita caratterizzato dal lavoro nei campi, dove uomo e donna erano allo stesso livello. L’amore per gli animali occupava una posizione importante e la libertà era considerata un grande bene morale». (Guerra e Pace in Kurdistan, 2008).

Alcuni storici considerano la forzata islamizzazione come il primo genocidio nella storia kurda, per il numero elevatissimo di vittime tra i fedeli di Ahura Mazda. Ma ancor più catastrofiche, se possibile, sono state le conseguenze culturali di quel genocidio. Alla religione di Zardashst (Zoroastro o Zarathustra) si sostituì una religione assolutista, che considera la donna una proprietà maschile. Tuttavia, nella società kurda la donna anche dopo l’islamizzazione ha mantenuto un ruolo importante. Nella storia kurda vi sono state donne a capo di clan e di principati, in pace e in guerra, donne esperte nell’arte medica e nella letteratura, influenti in politica. Nei canti del ricchissimo folklore kurdo come nei poemi letterari le donne vivono e amano da protagoniste, siano esse aristocratiche o popolane. Tutti i viaggiatori occidentali che nei secoli scorsi visitarono quelle terre ci hanno lasciato resoconti stupiti per la libertà delle donne kurde che, a differenza di quelle dei popoli vicini, sono a volto scoperto, vestono abiti dai colori smaglianti, e adatti a far risaltare la loro figura, danzano e fanno musica insieme agli uomini nelle feste popolari, partecipano alle gare di abilità a cavallo. Il divieto islamico di far musica fuori dal contesto religioso non ebbe alcun ascolto da parte kurda. Poesia, musica, danza sono connaturate con il popolo kurdo, tanto che l’etnologo Viltchevsky parla di “ipertrofia del folklore”. E una delle forme più note di poesia popolare, il Laùk, era composto e cantato esclusivamente dalle donne. Cori e danze fanno parte della durissima vita dei combattenti del Pkk; in un campo di addestramento oltre il confine turco-iracheno uno dei guerriglieri mi fece notare che nelle marce, ogni qual volta sia possibile c’è, per ogni otto combattenti, uno che porta il tamburo o il saz.

Abdullah Öcalan osserva che nel ruolo sociale e familiare della donna kurda affiorano tracce di matriarcato, memorie di una civiltà remota eppure tenace, tanto da aver resistito all’offensiva antifemminile del Corano. «Guardando più da vicino la famiglia dall’interno dell’organizzazione tribale ‒ scrive Öcalan in Liberare la vita. La rivoluzione delle donne (2013) ‒ vediamo la preminenza del matriarcato e della libertà. Le donne erano sufficientemente influenti e libere. La vigilanza, la forza e il coraggio delle donne kurde di oggi origina da questa antica e storica tradizione». E appunto nelle medesime strutture storiche Öcalan trova un collegamento con i princìpi del confederalismo democratico, in quanto preludono a un’organizzazione della società non gerarchica e non accentratrice.

Nasce dunque dalla “memoria vivente” di un popolo che, diventato “colonia internazionale” (secondo l’espressione del sociologo turco Ismail Besikci), da un secolo è negato nella propria lingua e cultura ed è vittima di genocidio, la visione di un’altra società possibile. Una visione splendente e insolita come la strana rosa imperiale, uno dei simboli dell’identità kurda e per questo vietato in Turchia, che per i kurdi è il fiore dei martiri e delle martiri senza nome.


Imrali. L’isola carcere di Öcalan

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Abdullah Öcalan, l’ultimo leader dell’ultimo movimento di liberazione anticoloniale del ventunesimo secolo, vive in completo isolamento da 23 anni nel carcere-lager dell’isola di Imrali, una Guantanamo europea. Non vede da anni i suoi avvocati, non vede i suoi famigliari, non ha contatti con l’esterno. Nonostante le condizioni indescrivibili del suo isolamento, non ha mai smesso di sperare in una soluzione pacifica per il Medio Oriente. In tutto questo, l’Europa e l’Occidente hanno mantenuto un colpevole silenzio connivente. Il 12 febbraio a Milano e a Roma due manifestazioni, organizzate dal Comitato “Il momento è arrivato: libertà per Öcalan” e dalle organizzazioni kurde in Italia, ne hanno chiesto la scarcerazione. A sostegno della campagna documentiamo qui la situazione di Öcalan con una scheda sull’isola di Imrali e il suo carcere tratta dal libro Isole carcere. Geografia e storia, di Valerio Calzolaio, appena uscito per i tipi delle Edizioni Gruppo Abele (che ringraziamo per l’autorizzazione alla pubblicazione).

Imrali è un’isola turca di circa 2.500 ettari, collocata nella parte meridionale orientale del Mar di Marmara, che collega il Mediterraneo al Mar Nero: Gallipoli è a Est sui Dardanelli, Istanbul a Nord-Ovest sul Bosforo. All’interno del Mar di Marmara vi sono più di venti isole e un paio di arcipelaghi. Imrali è fra le isole più grandi, solitaria rispetto alle altre, abbastanza distante sia dalla costa meridionale che dalla penisola orientale. Il picco più alto è il Türk Tepesi (Collina Turca), di 217 metri d’altitudine. Ha una lunghezza, da Nord a Sud, di circa otto chilometri con una larghezza di tre, una superficie di circa 25 km² (metà dell’Asinara o di Ischia).

Imrali conosce la presenza umana da almeno un millennio. Nel 1308 fu conquistata dall’impero ottomano che si assicurò così il controllo di tutta l’area, tagliando i collegamento dei bizantini con Bursa. Il nome deriva appunto dal suo conquistatore, Emir Ali, uno dei più importanti ammiragli dell’impero. Fino alla guerra d’indipendenza turca (1919-1923) esistevano sull’isola tre villaggi greci, i cui abitanti vivevano soprattutto di viticoltura e di pesca. Poi è rimasta disabitata fino al 1935, quando è stato costruito un complesso carcerario, tipo colonia penale: ai prigionieri erano permessi la produzione e lo scambio di prodotti di agricoltura e pesca.

Attualmente sull’isola ci sono solo il carcere e una base militare e non ci sono abitanti all’infuori degli addetti alle due istituzioni. L’area marina circostante è zona ad accesso proibito ed è vietato perfino scattare fotografie. Nel 1999 c’erano nel penitenziario, 240 detenuti, che furono evacuati per far posto al solo Abdullah Apo Öcalan, capo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), appena catturato in Kenya. Da allora l’isola è divenuta un carcere-tortura per eccellenza. Fino al 2009, per i primi dieci anni, Öcalan è stato l’unico prigioniero, in una cella singola. Successivamente vi sono stati trasferiti altri cinque detenuti (due dei quali spostati nel 2016). A Öcalan è concessa ogni giorno un’ora di ricreazione con gli altri detenuti; in carcere legge, scrive libri e prepara memorie difensive da presentare in tribunale.

Apo ha 73 anni e dal 1977 è il leader della lotta per l’autonomia del Kurdistan, per il suo assetto istituzionale ispirato al confederalismo democratico, per l’emancipazione della donna e la distruzione del sistema patriarcale e capitalista, per uno sviluppo rispettoso del pianeta e della natura. A lui si ispira il movimento curdo contro tutte le oppressioni, dalla Siria alla Turchia, le cui vicende hanno colpito il mondo intero a cominciare dalla resistenza di Kobane e nel Rojava. Per questo Öcalan è oggi una delle (poche) figure di riferimento dei movimenti per “un altro mondo possibile”. Da sempre ricercato dalle autorità turche, Öcalan raggiunse nel 1999 l’Italia, dove chiese inutilmente asilo politico. Convinto a lasciare il Paese, venne catturato dai Servizi segreti turchi in Kenya, durante il trasferimento dalla sede della rappresentanza diplomatica greca all’aeroporto di Nairobi. Condannato a morte si vide commutare la pena nell’ergastolo a seguito della abolizione della pena capitale da parte del Parlamento di Ankara ed è, da allora, detenuto a Imrali. La sua vicenda giudiziaria costituisce una delle più clamorose violazioni dello Stato di diritto in un Paese che fa parte, politicamente se non geograficamente, del contesto europeo. Le ragioni stesse della sua detenzione sono fragili: con sentenza del 12 maggio 2005, la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’uomo ha, infatti, stabilito che il processo in cui è stato condannato non si è svolto davanti a un tribunale indipendente e imparziale e che il suo diritto di difesa è stato violato. Öcalan è ora detenuto insieme ad altri tre prigionieri (Ömer Hayri Konar, Hamili Yıldırım e Veysi Aktaş), tutti in isolamento assoluto su un’isola per il resto disabitata, eccettuati i carcerieri e i militari. I detenuti di Imrali sono privati del diritto di incontrare avvocati e familiari (negli anni 2018-2019 Öcalan ha avuto, complessivamente, cinque incontri con gli avvocati e tre con i familiari, gli ultimi dei quali l’11 agosto 2019 e il 3 marzo 2020, dopo la notizia di un incendio sull’isola), del diritto di telefonare (in tutta la detenzione Öcalan ha potuto fare un’unica telefonata, il 27 aprile 2020, con il fratello convocato in Procura), di scrivere lettere e qualunque altro tipo di comunicazione.

Ciò ha provocato proteste in varie parti del mondo. Fuori dal Kurdistan si parla sempre meno dello status di Öcalan. Nel 2019 ben 3.000 persone hanno fatto uno sciopero della fame in vari luoghi del mondo per protestare contro Imrali e l’iniziativa ha portato nove di loro alla morte (death fast). Il 5 agosto 2020 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt) ha pubblicato un rapporto sulla situazione nella prigione. Il rapporto definisce “inaccettabili” il sistema e l’isolamento a Imrali. Nell’ottobre 2020 l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato una risoluzione sulla repressione dell’opposizione in Turchia, che, fra l’altro, ha chiesto la fine dell’isolamento di Öcalan. La risposta del Governo turco è consistita in nuovi divieti e rifiuti e in un isolamento carcerario, se possibile, ancora maggiore. Nel 2020 nessuna delle 96 richieste di visita presentate dal difensore è stata accolta: 68 non hanno ricevuto risposta e 28 sono state respinte; su 50 richieste di visite dei familiari, 40 non hanno ricevuto risposta, nove sono state respinte, una sola è stata accettata. Tutti i prigionieri di Imrali sono tenuti in isolamento per la maggior parte del tempo (cioè 159 ore su 168 a settimana, comprese 24 ore al giorno nei fine settimana).

Il testo è tratto dal libro di Valerio Calzolaio Isole carcere. Geografia e storia, Edizioni Gruppo Abele, 2022


Turchia. Il sultano, i prigionieri politici, Ocalan

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Con una politica astuta e accorta, l’aspirante sultano Recep Tayyip Erdoğan si è abilmente riposizionato sulla scena internazionale, intrecciando intese e accordi con Russia e Cina e utilizzando la barbara uccisione del giornalista Khashoggi da parte degli sgherri di Mohammed Bin Salman nella sede del consolato saudita di Istanbul per contendere alla monarchia assoluta di Riad il ruolo di portavoce dell’Islam sunnita. Si è trattato di scelte in gran parte obbligate data anche la pesante crisi economica che si è abbattuta sulla Turchia, ma anche le palesi difficoltà incontrate dai suoi disegni espansionistici in Siria.

Nonostante tale ricollocazione, che ha comportato fra le altre cose anche una certa presa di distanza dagli Usa e da Trump, la posizione di Erdogan sembra tuttavia ancora strategicamente piuttosto fragile. Ciò in primo luogo per il fatto che il Paese resta spaccato grosso modo a metà, come confermato anche dagli ultimi appuntamenti elettorali e referendari, nei quali l’aspirante sultano si è imposto di misura e, secondo vari osservatori internazionali, esclusivamente a seguito di brogli e illeciti condizionamenti del voto.

Intanto, come denunciato da più parti, la situazione dei prigionieri politici nel Paese è gravissima. Quel poco che rimaneva in Turchia di Stato di diritto è stato smantellato. Come denunciato dalla coalizione di avvocati e di giuristi che si accinge a dedicare agli avvocati turchi la “giornata dell’avvocato perseguitato“, che si celebrerà il 24 gennaio 2019, sono attualmente circa 600 gli avvocati imprigionati in Turchia per motivi attinenti all’esercizio della loro professione. Così come sono molti i giudici, gli accademici, artisti e intellettuali in genere che vengono licenziati, perseguitati e arrestati per il loro impegno democratico.

Ma il prigioniero politico per eccellenza della Turchia resta Abdullah Ocalan, il grande leader e intellettuale curdo che oramai da quasi 20 anni – venne rapito da forze speciali turche a Nairobi nel febbraio 1999 – si trova detenuto nell’isola di Imrali. Ocalan simboleggia il popolo curdo e la sua lotta per l’autodeterminazione. Ma il pensiero di Ocalan è molto importante e andrebbe studiato per la sua capacità di superare ogni gretto nazionalismo, situando la lotta di liberazione del popolo curdo in un contesto più ampio, formato dalle aspirazioni democratiche di tutti i popoli del Medio Oriente e da problematiche di carattere universale come la liberazione della donna e la salvaguardia dell’ambiente.

Fra le indiscutibili novità del pensiero di Ocalan occorre sottolineare il rifiuto della creazione di uno Stato indipendente come unico sbocco possibile del processo di autodeterminazione, che dovrebbe invece dar vita a un federalismo di tipo nuovo nell’ambito delle frontiere esistenti. Si tratta quindi di un pensiero profondamente e autenticamente rivoluzionario. Non è quindi casuale che Ocalan sia il nemico pubblico numero uno del regime turco e di molti altri soggetti reazionari.

La resistenza del popolo curdo in Siria ha sbarrato la strada all’Isis, che con il regime di Erdogan aveva stretto alleanze, ottenendone armi e aiuti di vario genere in cambio di petrolio. Per aver denunciato queste realtà, i giornalisti di Cumuryet e di altre testate sono stati condannati a pesantissime pene detentive. Le grandi potenze presenti sul territorio siriano hanno favorito il regime turco per motivi di bassa convenienza politica ed economica, dando le spalle ai curdi e consentendo aggressioni e massacri ai loro danni. Ma la lotta dei curdi continua.

La liberazione di Ocalan consentirebbe l’avvio di una nuova fase della vita del Medio Oriente, caratterizzata dalla convivenza pacifica tra le sue multiformi popolazioni e da nuove fasi di sviluppo democratico.

C’è da temere fortemente che Erdogan e il blocco di potere che lo esprime aborriscano una tale prospettiva e, pur di conservare a tutti i costi il proprio potere fragile e declinante, siano pronti a nuove stragi e distruzioni. Compito dell’opinione pubblica democratica è quello di contrastare tale deriva catastrofica, denunciando tutte le complicità di cui essa si alimenta.