La guerra non può essere giusta: don Milani e il dovere di disobbedire

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L’obbedienza non è più una virtù”: l’insieme dei documenti che ricostruiscono le ragioni di don Lorenzo Milani al processo per apologia di reato, non è solo un documento storico centrale nella lotta italiana per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, ma anche un insieme di scritti “profetici”, intendendo per profezia, secondo l’insegnamento capitiniano, l’anticipazione della realtà futura nella presente attraverso l’educazione all’impegno morale necessario a realizzarla. È un’azione intenzionale, pedagogica e politica contro i “meccanismi del disimpegno morale” studiati dallo psicologo sociale Albert Bandura. Tra questi hanno un ruolo rilevante e diffuso – in particolare nel giustificare la partecipazione alle guerre e ai crimini che ne derivano – quelli volti a depotenziare la responsabilità individuale, attraverso il suo spostamento su qualcun altro, occultando o minimizzando il proprio ruolo (è la linea di difesa dei gerarchi nazisti a Norimberga o di Eichmann a Gerusalemme) e la diluizione della responsabilità su più soggetti agenti, perché “lo hanno fatto tutti” (è il meccanismo di discolpa nella violenza di “branco”). Le lettere ai cappellani militari e ai giudici elaborate da don Lorenzo Milani insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana, due anni prima della più famosa Lettera a una professoressa, rappresentano invece i principi della formazione all’impegno morale contro la guerra.

Com’è noto, le vicende che portarono al processo a don Milani hanno origine dal comunicato stampa dei cappellani militari in congedo della Toscana pubblicato su La Nazione il 12 febbraio 1965. In esso, dopo aver accomunato in un omaggio «referente e fraterno» tutti i caduti d’Italia, auspicando che «abbia termine ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise» (con un implicito riferimento alla riabilitazione dei caduti fascisti che «si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria»), i cappellani accusano di «insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza, che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà». Come racconta Marco Labbate ne L’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana, il ritaglio del giornale arriva a Barbiana il 14 febbraio e, come accade con tutti i quotidiani che arrivavano nell’impervio borgo del Mugello, viene letto insieme ai ragazzi. E qui scattano, nel maestro, l’indignazione e il dovere di dare una risposta che abbia anche valore educativo. «Dovevo bene insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia» – spiegherà nella lettera ai giudici, nella quale racconta la genesi della risposta incriminata – «come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto» (I care è la celebre scritta sul muro della scuola): poiché nessun altro aveva reagito alle parole infamanti dei cappellani «allora abbiamo reagito noi».

Si tratta di un insegnamento pratico di etica della responsabilità, del farsi carico personalmente di un impegno morale in vece di altri: la responsabilità del bene. Questo è il compito specifico della scuola, rivendica don Milani, che è diversa dall’aula del tribunale, perché mentre i giudici devono applicare le leggi in vigore, «la scuola invece siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi», non solo formare il senso della legalità, ma anche il senso politico, cioè «la volontà di leggi migliori», formando al rispetto delle leggi giuste e all’impegno per cambiare quelle sbagliate. Attraverso il voto, lo sciopero, la parola, l’esempio. È questo il compito profetico dei maestri, che devono essere capaci di scrutare i “segni dei tempi”, prevedere «negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in modo confuso». Ma la profezia che anticipa la realtà futura nella presente è da sempre guardata con sospetto, accusata di “apologia di reato”, come nel caso di don Milani, o di corruzione dei giovani, come l’accusa rivolta a Socrate, la cui figura è tra le letture di Barbiana attraverso l’Apologia e il Critone. Così come lo sono i Vangeli, l’autobiografia di Gandhi, lo scambio epistolare tra Claude Eatherly, uno dei piloti di Hiroshima, e il filosofo Günther Anders.

La risposta del priore di Barbiana e dei suoi ragazzi, dunque, non si fa attendere: è una lettera aperta ai cappellani militari, diffusa in dattiloscritto e pubblicata integralmente il 23 febbraio sulla rivista comunista Rinascita (e poi sul numero di marzo di Azione nonviolenta, la rivista del Movimento Nonviolento, commentata da Aldo Capitini). Nella lettera vengono fissati alcuni elementi di riflessione che sono acquisizioni civili fondamentali, seppur non ancora universalmente riconosciute. Dapprima la celebre apertura progressiva del concetto di patria, da nazionalista a internazionalista e classista: «se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altra»; e poi l’avvertimento che quello di patria è un concetto non rigido ma fluido, del quale i nostri figli un giorno rideranno, come oggi si ride della patria borbonica. Inoltre il tema della centralità dei mezzi per affermare il proprio concetto di patria: «nobili e incruenti», come lo sciopero e il voto, quelli promossi da don Milani; armi ed eserciti, «orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove», quelle benedette dai cappellani.

Nel tema dei mezzi c’è l’articolo 11 della Costituzione e il ripudio della guerra come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma anche la teoria e la prassi nonviolenta della coerenza tra mezzi e fini. La lettura incrociata dell’articolo 11 e dell’articolo 52 («La difesa della patria è sacro dovere del cittadino») della Costituzione, diventano per don Milani una sorta di rasoio di Occam, ossia il metro di misurazione della legittimità delle guerre italiane, riattraversate nella lettera, dall’Unità d’Italia alla Seconda guerra mondiale, dal quale si evince che – alla luce della Costituzione repubblicana – nessuna di esse risulta giustificabile e dunque i soldati avrebbero dovuto obiettare, anziché obbedire. È tema che riguarda anche il nostro presente. Dall’anno della lettera ai cappellani in avanti, in particolare dal 1991 con la Prima guerra del Golfo, il nostro paese è stato coinvolto in decine di ulteriori guerre diversamente aggettivate: se le sottoponessimo tutte al rasoio di Occam di don Milani, ossia della Costituzione, nessuna di esse ne risulterebbe legittimata. Tuttavia, aggiunge don Lorenzo, «in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra “giusta” (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa alle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana []. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altro soldati che avevano obiettato». I soli difensori della patria sono stati gli obiettori di coscienza al fascismo, che hanno anticipato il futuro della democrazia, così come gli obiettori di coscienza in galera nel 1965 anticipavano un futuro senza guerre: «Aspettate a insultarli» – scrive il priore, «domani scoprirete che sono dei profeti».

La risposta di don Milani, che s’inserisce all’interno di un’importante campagna, laica e cattolica, per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare, porta alla denuncia del priore di Barbiana da parte delle associazioni combattentistiche, insieme a un’infinità di insulti e minacce fasciste contro la sua persona. Già gravemente ammalato, non potendo partecipare al processo, don Milani invia il 30 ottobre 1965 anche ai giudici una lunga e articolata lettera difensiva, nella quale rivendica e approfondisce le ragioni della risposta ai cappellani militari. Ripartendo dal ripudio costituzionale della guerra preso sul serio: l’articolo 11 «è un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona», ossia il vero fondamento antifascista della Costituzione, il cambiamento più radicale rispetto al militarismo che è stato il fondamento identitario primario del fascismo. Così come il superamento delle frontiere, paletti “sempre in viaggio”, ma sacralizzati dalla scuola fascista insieme al colonialismo imperialista. Una volgare mistificazione ricevuta da studente, che il priore si rifiuta di riproporre come maestro, il cui compito è invece la demistificazione.

Mistificazione è stata quella che ha coperto i criminali di guerra italiani che hanno usato i gas contro le popolazioni dell’Etiopia, obbedendo agli ordini di Mussolini; mistificazione è stata l’obbedienza dei gerarchi nazisti, condannati per questo a Norimberga e Gerusalemme; mistificazione è quella che assolve il crimine di guerra delle bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki, salvo il pentimento di Eatherly. Mistificazioni possibili attraverso i meccanismi di de-responsabilizzazione fondati sull’obbedienza, nei quali il crimine passa al denominatore, è diviso tra tutti i partecipanti, “ridotto a millesimi”. Ma dopo Hiroshima è necessario colmare il “dislivello prometeico” (Anders) tra progresso tecnico e progresso morale: per far questo è necessario avere il coraggio di dire ai giovani che «l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni». La responsabilità è personale. Soprattutto nella guerra moderna dove c’è una progressione inversamente proporzionale tra vittime civili (sempre maggiori) e militari (sempre minori) e dove, in epoca atomica, “la guerra futura” è impossibile che sia di difesa, ma solo di “aggressione”, se si usano per primi le armi nucleari, o di “vendetta”, se lanciate dai siti superstiti dopo essere stati colpiti dai missili avversari. Allora, se non esiste più la guerra di difesa, nell’epoca atomica «non esiste più la guerra giusta». Siamo stati avvisati dagli scienziati [il celebre manifesto di Einstein e Russel per il disarmo è di 10 anni prima] che è in gioco è la sopravvivenza della specie umana, osserva don Milani, «e noi stiamo qui a questionare se al soldato sia lecito distruggere la specie umana?».

Nel 1965, ai ragazzi di Barbiana, ai cappellani militari e ai giudici don Lorenzo Milani stava anche parlando di noi e della nostra obiezione di coscienza alla guerra di oggi. Della loro e della nostra responsabilità.

È la sintesi della relazione svolta il 2 settembre a Firenze nella Giornata di studio 100 anni di don Milani: la radice, i rami, i fiori


L’obiezione di coscienza di don Lorenzo Milani

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Lorenzo Milani nasce a Firenze esattamente cent’anni fa (il 27 maggio 1923) da una famiglia dell’alta borghesia fiorentina. La sua origine gli permette di trascorrere un’infanzia priva di assilli economici in un ambiente ricco di stimoli. Nel 1930 si trasferisce con la famiglia a Milano dove rimane fino al 1942. Frequenta per due anni il regio liceo-ginnasio “Chiabrera”, consegue da privatista la maturità classica presso il liceo “Berchet” e, dopo alcuni anni di studio privato, si iscrive nel 1941 all’Accademia di Brera per la pittura. Nel 1933, quando cominciano a manifestarsi anche in Italia le conseguenze della ventata di odio contro gli ebrei alimentata dal nazismo, i genitori Alice Weiss, ebrea, e Albano, indifferente al problema religioso, si sposano in chiesa e fanno battezzare i due figli, Adriano e Lorenzo.

Il “battesimo fascista” non lascia alcuna traccia nel giovane Milani. Si può dire che la “conversione” al cristianesimo, presentata come una ricerca dell’assoluto (Adele Corradi), risulti compiuta il 12 giugno 1943, quando con la cresima egli conferma liberamente la propria appartenenza alla Chiesa cattolica. Intanto, la famiglia è tornata a Firenze nel 1942: l’8 novembre 1943 entra nel Seminario maggiore, dove rimane fino al 13 luglio 1947, quando viene ordinato sacerdote e destinato cappellano a San Donato di Calenzano. A San Donato fonda la prima scuola popolare per i giovani operai e contadini. La scuola è imperniata sull’insegnamento della lingua concepita come uno strumento contro l’ignoranza.

Ben presto don Milani diventa un prete scomodo. La sua scuola è frequentata da socialisti, comunisti e cattolici. A tenere le lezioni o le consuete conferenze settimanali chiama spesso professori atei. In quegli anni di contrapposizioni frontali, l’atteggiamento di don Milani, che rifiuta le distinzioni manichee tra bene e male, interroga i laici e suscita scandalo tra i cattolici. A ragione il suo trasferimento a Sant’Andrea di Barbiana non può non essere chiamato esilio. A Barbiana don Milani arriva il 6 dicembre 1954 con le fedeli Eda e nonna Giulia. «E lui continuò a fare quanto faceva prima», si legge in una testimonianza di Giorgio, il fratello di Eda. Don Milani si prodiga in mille iniziative a favore dei barbianesi, ma l’impegno centrale resta la scuola. Organizza prima una scuola serale frequentata da giovani che desiderano emigrare e poi una scuola frequentata da ragazzi che altrimenti sarebbero stati impiegati nel duro lavoro dei campi. Nell’aprile 1958 pubblica Esperienze pastorali, una severa critica delle istituzioni e dei metodi consolidati del cattolicesimo di allora. Il libro, attaccato da La Civiltà cattolica, viene ritirato dal commercio per l’intervento della Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio.

All’inizio degli anni Sessanta don Milani interviene sul problema dell’obiezione di coscienza. L’occasione è un comunicato emesso l’11 febbraio 1965 da un gruppo di cappellani militari della Toscana contro gli obiettori di coscienza. Nella Risposta ai cappellani militari, che avevano definito l’obiezione un insulto alla patria e un atto di viltà, Milani scrive: «Auspichiamo tutto il contrario di quello che auspicate voi». E aggiunge: «Aspettate ad insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti». Rinviato a giudizio insieme al direttore di Rinascita, Luca Pavolini, che aveva pubblicato la lettera, Milani, gravemente malato fin dal 1960, colpito dai primi sintomi del tumore, non riesce a partecipare al processo. La conferma del suo atteggiamento si trova nella Lettera ai giudici. Il processo, iniziato il 30 ottobre 1965, si conclude con l’assoluzione degli imputati. In appello, il 28 febbraio 1967, alcuni mesi dopo la morte del “prete ribelle” (28 ottobre 1967), Pavolini e Milani vengono condannati per il “reato di obiezione di coscienza”.

Il processo a don Milani è un momento decisivo nel cammino dell’obiezione di coscienza in Italia. I documenti del processo sono stati raccolti dalla Libreria Editrice Fiorentina nel volume L’obbedienza non è più una virtù nel 1978 (segnalo l’edizione a cura di Carlo Galeotti, Stampa alternativa, Roma, 1998 e quella più recente con il titolo La scuola della disobbedienza, introduzione di Roberta De Monticelli, Chiare Lettere, Roma, 2015). Don Milani conduce una critica serrata nei confronti della guerra. Attraverso una lucida analisi della storia italiana, in considerazione della Costituzione, in particolare dell’art. 11, secondo il quale «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», e dell’art. 52, che definisce la difesa della patria «un sacro dovere del cittadino», arriva a sostenere che le guerre combattute dall’Italia dal 1860 in poi sono state guerre di offesa e non di difesa. C’è stata una sola «guerra giusta (se guerra giusta esiste)»: «L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana». Prosegue don Milani: «Da un lato c’erano dei civili, dall’altro dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altro soldati che avevano obiettato». E domanda retoricamente ai cappellani militari: «Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i ribelli, quali i regolari». Accanto alla critica della guerra, sono da sottolineare i forti accenti politici e sociali che si ritrovano nella polemica di don Milani, che denuncia senza mezzi termini il carattere storicamente classista che ha avuto e continua ad avere l’esercito: «gli eserciti marciano agli ordini della classe dominante».

La novità della posizione di Lorenzo Milani è stata colta fin da subito da Umberto Terracini, comunista eretico e originale, che, nel saggio Obiettori di coscienza e partigiani della pace, pubblicato da Rinascita l’11 dicembre 1965, vede nell’obiezione di coscienza una «innovazione di civiltà», un «alto gesto di perfezione morale» che commuove, perché «compiuto oscuramente, senza iattanza, da solo, nei confronti dello Stato onnipossente, tonitruante e gallonato e non già allo scopo di piegarlo alla propria sublime certezza interiore, ma bensì per non piegare se stesso a fare rinuncia di questa certezza». Inoltre, accanto alla «grandezza morale» del gesto, lo scrittore comunista sottolinea la carica di trasformazione politica assunta dall’obiezione di coscienza dopo i due grandi conflitti mondiali e auspica che l’obiezione dei nonviolenti e l’antimilitarismo dei socialisti si ritrovino alleati nel comune scopo di «superare […] l’odiosa eredità ancestrale per cui le armi dovrebbero ancora sempre decidere della sorte dei popoli e dell’umanità».

La conclusione cui giunge Lorenzo Milani è la «critica dell’obbedienza ad ogni costo». Bisogna, egli afferma, «avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni». Le idee del prete ribelle costituiscono una prima critica radicale ad atteggiamenti e schemi morali precostituiti, ai limiti e ritardi di un sistema politico vecchio e anchilosato, che, insieme alla critica nei confronti dell’autorità scolastica condotta nel suo libro più famoso Lettera a una professoressa, apparso nel 1967, un mese prima della morte, troverà un collegamento esplicito con la contestazione giovanile degli anni ’68-’69.

La visione milaniana dell’obiezione di coscienza poggia su una concezione della democrazia intesa come nonviolenza e come partecipazione. Intesa come nonviolenza, la democrazia afferma il diritto dei poveri di «combattere» i ricchi con «le uniche armi» che egli approva, «nobili e incruente», vale a dire «lo sciopero e il voto»; intesa come partecipazione, la democrazia «rappresenta il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri». Si tratta di una concezione della democrazia che contrasta le nostre democrazie contemporanee appagate e ripiegate sul presente. Nel nostro tempo sembra che si sia pienamente realizzato il futuro preconizzato da Tocqueville nel 1840, «l’era del materialismo onesto»: poiché del domani non c’è certezza, i cittadini si ingozzano di conforti, di beni, di ogni cosa, allegramente, spensieratamente, oltre ogni misura (mi ha colpito la notizia riferitami da un’amica maestra: quasi tutti i trenta bimbi di una quarta elementare della “rossa” Toscana hanno chiesto e ricevuto in dono un telefonino in occasione della loro prima comunione). Così Tocqueville nel classico La democrazia in America descrive in modo preveggente la nostra attuale condizione: il torto delle democrazie non è di «trascinare gli uomini a inseguire godimenti proibiti» ma di «assorbirli nella ricerca di godimenti permessi». Per questa via, «si potrebbe benissimo stabilirsi nel mondo una specie di materialismo onesto, che non corromperebbe le anime, ma che le renderebbe molli e finirebbe per fiaccare, senza chiasso, tutte le loro energie».

Che fare?

A mio avviso, l’obiezione di coscienza può rappresentare un salutare richiamo in un’era in cui ci sentiamo sostanzialmente soddisfatti da quanto si è ottenuto sul piano dei diritti civili e del benessere materiale. Il cittadino obiettore di Milani si oppone tanto al cittadino appagato dei nostri tempi quanto al cittadino militante e incarna l’idea del “cittadino sovrano”, il cittadino aperto ai valori, solidale con gli altri esseri umani, consapevole che gli uomini e le donne nascono per essere liberi. Una possibile terza via tra la politica novecentesca e l’odierna anti-politica. L’obbedienza non è più una virtù – l’aureo libretto di Milani – ha rappresentato una sorta di rivoluzione copernicana: bisogna – e in questo consiste la rivoluzione – «avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto».

Nel 2023 ricorrono cento anni dalla nascita di Lorenzo Milani. Il suo esempio è un invito a uscire dalla generica ribellione, a costruire insieme, scavando nelle coscienze, a lavorare per una società che accoglie e include i più fragili, i deboli, i più lontani. La possibilità di un progresso morale dell’umanità che non sia oscurato dal progresso tecnico poggia su un patto che unisca la sovranità alla responsabilità individuale.


Senza vergogna: il Governo e il valzer delle nomine

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Tutti noi lo ricordiamo (tenete a mente questo incipit, ritornerà). Era l’aprile del 2002 e Silvio Berlusconi pronunciò quel che passerà alla storia come l’“editto bulgaro”. Un presidente del Consiglio che non solo si permetteva di rendere pubblica la lista dei giornalisti della televisione di Stato a suo dire ostili (erano Biagi, Santoro, Luttazzi, per la cronaca) ma che riscriveva il codice deontologico e gli obiettivi di quell’azienda: «Io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga».

Perché mi torna in mente questo lontano episodio di cronaca? Probabilmente perché nella distanza plastica dei (poco più di) vent’anni troviamo l’impotenza e la disperazione a cui siamo costretti adesso. Quell’editto bulgaro diede vita a feroci polemiche, a una legittima reazione della società civile intera. Ma poi – nell’ostinazione più retriva – la dirigenza della Rai tenne fede al suo “preciso dovere”, mandando via i giornalisti sgraditi al potere. E da allora a oggi quell’imperativo berlusconiano non solo è diventato il principio di ogni riorganizzazione aziendale, ma è probabilmente l’unico criterio di selezione della classe dirigente che è stato usato dall’attuale Governo nel suo vorticoso giro di nomine. Solo che a opporsi a questa perversa trasformazione del rapporto tra controllante e controllato siamo rimasti in pochi. E forse il punto centrale – per noi, per ciò che toccherebbe fare a noi che siamo semplici spettatori dell’osceno e però ne subiamo le conseguenze in quanto cittadini – è proprio questo. Come chi, abituato alla violenza, quasi non se ne accorge più, così chi per vent’anni ha assistito alla coazione a ripetere del potere che sistema se stesso occupando le poltrone di Stato quasi non se ne accorge più.

Ma andiamo con ordine, provando a rispondere a una domanda: c’è qualcosa di nuovo in questo giro di nomine e nel modus operandi della Meloni? Oppure siamo di fronte all’ennesima ritualità degli ultimi decenni? Io credo che per rispondere a queste domande dobbiamo riconoscere che, osservate con la giusta attenzione, queste nomine sono come un prisma: attraverso di esse si colgono in controluce tutti i caratteri fondamentali del Governo sotto cui ci troviamo a vivere e dello spirito che esso vuole imporre alla nostra epoca.

C’è innanzitutto, nemmeno lontanamente celato ma piuttosto esibito e magnificato, il mito di una rivincita politica e culturale che somiglia assai a un desiderio tracotante di vendetta. Questa pulsione vendicativa giustifica tutto e finisce per scoperchiare il vaso di pandora di una cultura che non sembra volersi rassegnare alle regole elementari della democrazia. Questo sito è uno dei pochi che non teme di mettere in guardia sul fascismo dei post-fascisti. Ma le nomine e il modo in cui il Governo le sta pianificando e portando avanti “senza fare prigionieri” (per citare altri momenti ingloriosi dell’epoca berlusconiana che adesso si stanno realizzando) ci permettono di precisare meglio i caratteri del pericolo. Che non sta tanto – almeno per ora – nella violenza politica diretta ma in quella indiretta. Nella convinzione per cui il Governo è lo Stato e chi è fuori dal Governo deve essere fuori dallo Stato, senza alcuna rappresentanza, alcuna garanzia, alcun diritto di tribuna, di visibilità, di parola, di replica. Ne è una prova un’amena polemica di queste ore, per cui un noto senatore di centro destra (per i casi della vita, il suo nome è passato alla storia per la peggiore legge di riforma del sistema delle telecomunicazioni che mai abbiamo avuto), si permette di definire «eversiva» l’opposizione, per il semplice fatto di opporsi al Governo. Non è questo il punto? Queste nomine così sistematiche, così fedelmente ortodosse, non rappresentano precisamente il tentativo di stringere ancor di più il nodo dell’identificazione tra Governo e Stato? E non è questa violenza indiretta uno dei lapsus attraverso cui il potere dimostra che la propria lingua madre non è quella della democrazia?

In secondo luogo, in queste nomine si manifesta anche il carattere profondamente contemporaneo di questo Governo. Che certamente non è solo nostalgico, ma è anche pienamente aderente alle regole del capitalismo attuale. Non penso alle nomine in Rai, ma a nomine economicamente più stringenti, dove il valore prodotto è direttamente economico. Ecco, la sensazione è che vi sia il tentativo di ergersi a garanti del nuovo ordine economico e, così facendo, di riconfermare fedelmente il rapporto neoliberale tra il governo politico e i grandi poteri capitalistici. Un rapporto di subordinazione al contrario, in cui il Governo, in sfregio a qualunque regola di opportunità ma anche di equità economica, svolge la sua funzione di “poliziotto cattivo”: blinda i posti di potere per poter svolgere il ruolo di garante del capitale e non di controllore.

In terzo luogo non si può non sottolineare quanto queste nomine scoprano un nervo scoperto di questo paese: la crisi della selezione delle classi dirigenti. Sono sufficienti due nomi (ma altri potrebbero farsene): Scaroni e Cattaneo. Questo Governo usa l’ideologia del merito come specchietto delle allodole per lasciare il potere a chi il potere già lo ha e per lasciare nell’impotenza chi già c’è sprofondato. Così mentre tutti sono costretti a competere per sopravvivere, la classe dirigente italiana si mostra per quel che è: un gruppo di amici che sta lì da decenni con logiche avulse dai risultati ottenuti e dalle competenze settoriali che si possiedono. Sta lì secondo una logica tribale: perché solo gli amici possono garantire gli amici. E se i miei “amici” neoliberisti a oltranza mi dicessero di star tranquillo perché il mercato non può permettere questo genere di selezione della classe dirigente, io risponderei semplicemente con l’eloquenza dei fatti. Il mercato non solo tollera ma auspica questo tipo di selezione, perché al mercato interessa che tutto il terreno poroso di confine tra economia e politica sia protetto dall’ingresso dei barbari, di quelli che potrebbero pronunciare parole di uguaglianza o di difesa della società dalla predazione capitalistica. Per questo Scaroni, Cattaneo e compagnia cantando vanno benissimo: perché il loro merito è solo notarile. L’unica impresa in cui non hanno fallito è quella di garantire questo patto di subordinazione della politica all’avidità di chi non vuole certo smettere adesso di usare le imprese pubbliche per arricchirsi privatamente. Così, non è certo un caso che nelle nomine l’unico passaggio possibile è come quello per il prestigio dei notai. Se Gianni De Gennaro è ormai anziano, lo sostituiamo col fratello. Ma vale così per tutti: ormai l’unica via d’accesso per far parte dell’élite è praticare compulsivamente l’obbedienza, salvo poi sdegnarsi quando lo si fa notare. Da questo punto di vista la storia della censura alla fiera di Francoforte nei confronti di Rovelli è forse quella che più di tutte ci permette di chiudere il cerchio. Qual è la condizione per fare cultura oggi? Non di essere liberi, ma di essere obbedienti. Ma una cultura senza libertà di cultura è un non sense, tanto quanto lo è un governo di una democrazia che ritiene che il proprio compito sia quello di occupare gli spazi di potere e non di garantirli. Siamo un paese che ha sostituito l’intelligenza con l’obbedienza e, infatti, siamo diventati così stupidi che pensiamo di potercela ancora cavare.

Ma vengo alla fine. Come opporci a un disegno così invasivo che puntella e peggiora le circostanze degli ultimi decenni? Certo, possiamo sperare che la brama di potere sia così accecante che si eliminino tra loro. Queste nomine non sono gratuite. La protervia politica della Meloni, che davvero da questo punto di vista non sa che cosa sia la separazione dei poteri e vuole tenere tutto per sé, finirà per scontentare ampie parti della sua maggioranza. È una scena già vista ripetutamente e forse possiamo confessarlo: è dalla sera del 25 settembre dell’anno scorso che sotto sotto speriamo che il loro istinto autodistruttivo ci salvi per l’ennesima volta. Però abbiamo anche imparato che ciò che viene dopo è anche peggio. Dunque non credo possiamo più accontentarci di questa consolazione affidata alla tracotanza della destra.

Io credo che la questione sia sempre un’altra. E torno qui all’editto bulgaro. Ho cominciato queste righe scrivendo che “tutti noi lo ricordiamo”. Ecco, non è vero. Quelli che lo ricordano non sono tutti e, a breve, non saranno nemmeno la maggioranza. Se facciamo i conti, possiamo già dire che i trentenni di oggi non hanno idea di cosa sia l’editto bulgaro. Intere generazioni che in questi anni non hanno visto altri modelli di gestione del potere, non hanno provato quel sentimento di vergogna politica che abbiamo provato noi vent’anni fa e che probabilmente proviamo ancora, mescolato a una rassegnazione sempre più prevalente. Hanno visto sempre Scaroni e Cattaneo al potere, questo certamente (del resto, l’anno prima dell’editto bulgaro il fratello di De Gennaro praticava l’eversione a Genova). Ma non hanno mai visto nessuno mettere in discussione che loro debbano essere sempre li, che le poltrone di Stato non sono per forza poltrone del governo, che “l’interesse nazionale” non fa rima con l’interesse esclusivo di alcune grandi famiglie capitalistiche italiane. Non sanno che la democrazia è una cosa seria e non è una cosa scontata. È facile trasgredire le regole di base della democrazia se nessuno più le insegna o le testimonia. Bisogna ricominciare a raccontare cosa è la democrazia e soprattutto cosa non è. Sta a noi questo compito: contagiare un po’ di vergogna e non solo un po’ di rassegnazione. Certo, nei prossimi anni dovremo fare a meno della Rai. Quella che un tempo era “la più grande industria culturale del paese” e che adesso si affida a rabdomanti, venditori di fumo, prestigiatori e barbareschi. Ce ne faremo una ragione, mi sa. Il futuro non passa da lì. E questa è una gran bella notizia.


Obbedienza o apocalissi: la strategia della dissuasione

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Magari non sono termini evidenti come altri, ma “lockdown” e “allentamento” (in Spagna si dice “escalada” e “desescalada”, come nell’inglese “escalation”, ndt) fanno parte del linguaggio bellico che tantissimi governi hanno scelto per dare senso (“narrazione”) alla loro gestione politica della pandemia. Ossia al loro calcolo particolare costo-benefici.

Questi termini sono stati per esempio impiegati abitualmente nella cosiddetta “strategia della dissuasione” attiva durante la Guerra Fredda tra Usa e Urss. Questa strategia consisteva nel “comunicare” all’avversario la capacità di rispondere all’attacco nucleare pur essendo feriti a morte. In parole molto precise del dottor Stranamore (Peter Sellers) ‒ antico nazista riconvertito in consigliere del presidente degli Usa nella geniale satira di Kubrik, Il dottor Stranamore ‒ «la dissuasione consiste nell’arte di provocare nella mente del nemico la paura di attaccare». La dottrina della dissuasione pretese di essere il principio base di un “ordine nuovo”, basato nella seguente alternativa infernale: pace o fine del mondo. Il “salire agli estremi”, che secondo il generale e teorico Von Clausewitz definisce l’essenza della guerra come “duello all’ultimo sangue”, viene congelato per evitare l’annichilazione totale. È il famoso equilibrio del terrore: morire in due o vivere fianco a fianco.

Però la dissuasione non era niente più che la continuazione della guerra con altri mezzi. L’escalation che comunicava all’altro la propria capacità di distruzione si tradusse nella corsa agli armamenti, le guerre stellari o l’aumento deliberato del rischio a partire da un conflitto concreto, come durante la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra, perché questa preparazione è il modo stesso di evocarla. Diplomazia della violenza. Un ordine sostenuto dalla minaccia della morte come Signore assoluto.

Che senso potrebbe avere oggi l’attualizzazione della retorica della dissuasione nel contesto della gestione della pandemia? Apparentemente, nessuno. Il virus non arretra perché i nostri Governi possono “comunicargli” la loro forza armata (escalation) e il pericolo conseguente di una distruzione totale. Il Covid-19 non è nemmeno equivalente alla “cellula dormiente” delle guerre asimmetriche contro il terrorismo degli ultimi decenni: non ha alcuna intenzione né progetto speciale di farla finita con la civilizzazione occidentale o di imporre un califfato del virus, vuole solo perseverare in quel che è (sia fisico o chimico). Di fatto, la strategia effettiva, pratica, reale, dei Governi contro il virus ha molto più a che fare con le tattiche militari anti-insurrezionali. Togliere direttamente l’acqua al pesce affinché muoia, in questo caso attraverso il confinamento generale della popolazione.

Però le parole non sono innocenti, e meno ancora quelle che i Governi del mondo adoperano in un momento come questo, ma operazioni che cercano di produrre effetti nei comportamenti e negli immaginari. Minacce, parole d’ordine, metafore che, esse sì, pensano noi. La gestione di una crisi è interamente uno strumento di comunicazione. Non si deve essere ingenui o illusi sui termini che vengono adoperati dai vertici dello Stato, ma imparare a leggerli strategicamente. Che cosa comunica la retorica dissuasiva dei nostri governi, e a chi?

Fratelli nemici

Torniamo per un momento al contesto della Guerra Fredda. Gli analisti critici più raffinati non pensarono la dissuasione solo come una forma di “dialogo” e di “influenza reciproca” tra i super-grandi, ma anche come un modo di governare insieme il mondo. La dialettica Usa-Urss fu una maniera di spartirsi effettivamente il pianeta, sottomettendo l’autonomia potenziale delle piccole nazioni e neutralizzando preventivamente la possibile apparizione di un “terzo attore” inaspettato.

L’ordine creato dalla dissuasione nucleare non era americano o sovietico, una fazione contro l’altra, ma una stessa scacchiera che ordinava il mondo intero in pedine bianche e nere, codificando ogni conflitto locale ‒ processo di liberazione nazionale, movimento sociale ‒ da un livello superiore. Lo scontro catastrofico tra i “fratelli-nemici” funziona come una strategia di spoliticizzazione che satura lo spazio e blocca la possibilità dell’imprevisto, dell’inaudito, dell’inedito. Pace per tutti, sì, però sempre sotto la garanzia e la tutela poliziesca delle superpotenze.

L’ostilità tra i grandi neutralizza i tumulti dei piccoli. Un conflitto maggiore fissa e ammortizza i conflitti minori. Viene dissuaso ogni attore terzo.

Potrebbe nascere, a partire dalla pandemia del coronavirus, una nuova strategia della dissuasione? Ovviamente una tale strategia non cercherebbe di creare con il virus ‒ e tanto meno con l’infinità di pericoli che arriveranno o già sono qui ‒ alcun equilibrio del terrore, bensì adoperare la paura dell’apocalissi come strategia della dissuasione nei confronti delle proprie popolazioni. Però: dissuadere le popolazioni da cosa?

Saturazioni

Ogni crisi, sia essa personale o collettiva, apre un vuoto.

Un vuoto lo si può interrogare per pensare, a partire da esso e anche lo si può attraversare per uscire dall’altro lato. Vale a dire che i vuoti ‒ tutto ciò che non quadra, ciò che è fallito, lo squilibrio del senso ‒ sono condizioni del pensiero e di una trasformazione (intima e sociale). Durante la crisi del coronavirus si sono aperti (e riaperti) moltissimi vuoti nel tessuto personale e sociale, a livello planetario e simultaneamente. Se non siamo rimasti anestetizzati o indifferenti, se non abbiamo creduto che bastava usare i saperi esistenti, se ci siamo avvicinati per guardare attraverso i vuoti e non solo gli schermi tv o del computer, avremmo potuto vedere una quantità di cose.

Per esempio, la crudezza della divisione sociale ‒ per classe, genere, etnia o età ‒ che percorre la nostra società come una immensa crepa. La distinzione radicale tra “gli immunizzati e gli esposti”, tra quelli che hanno potuto proteggersi e quelli che no, tra quelli che hanno potuto confinare se stessi e quelli che hanno sostenuto il confinamento degli altri, tra l’importanza delle cure e il loro valore sociale, con i lavoratori sanitari precarizzati come simbolo per eccellenza.

Per esempio, la negazione e aggressione costante alla natura su cui si basa il nostro sistema predatorio. La percezione della città come trappola per topi, la celebrazione dell’irruzione di animali in mezzo all’asfalto grazie ai mille video in circolazione, il puro e semplice ascolto degli uccelli attraverso le finestre, o le passeggiate di massa senza traffico né traguardi, anche questo ha supposto in questi giorni visioni di altre relazioni possibili con il mondo, di desideri di qualcos’altro.

Per esempio, la follia mortificante della vita sottomessa al regime del “sempre più”: la necessità costante di produrre e consumare. L’esperienza del confinamento apre d’improvviso la domanda su cosa sia “attività essenziale”, potendo sperimentare con un certo gusto un’esperienza di vita del ritiro o della ritirata dalle dinamiche quotidiane del rumore e dello stress. È quel che ora si cerca di stigmatizzare come “sindrome della capanna”, come se non ci fosse tutta una lucidità in quello stato.

Altri mille esempi sono possibili, dipende da come e dove ci è toccato vivere una esperienza così strana.

Crisi personale, ecologica, sociale… Diversi vuoti che potrebbero echeggiare o riverberare tra loro, amplificando tanto il disgusto per lo stato di cose come la voglia di abitare il mondo in un altro modo, fonti ambedue di nuove espressioni di conflitto, resistenza e diserzione nel prossimo futuro.

Ebbene, quel che il discorso della guerra pretende è saturare questo spazio costellato di vuoti. Affinché nulla di quel che è accaduto ci dia da pensare né ci spinga ad agire. La guerra di dissuasione non avviene tra eserciti, ma tra un ordine strappato e un popolo che viene capace di interrogare e attraversare i vuoti. Si tratta di ridurre il disagio verso ciò che è sconosciuto in un terrore paralizzante, l’interdipendenza di fronte al pericolo in fattore di rischio, il non sapere a impotenza e delega. Affinché tutto cambi (la “nuova normalità”) senza che nulla cambi realmente.

La dissuasione, come prolungamento della guerra con altri mezzi, è una militarizzazione della società che cerca di produrre un noi senza divisioni (“tutti per uno”), ovvero senza domande intime e collettive che possano essere fonte di una nuova politicizzazione. Una popolazione omogenea di vittime e sopravvissuti che chiede solo protezione.

Non sa, non può e non vuole

Immaginiamo l’apparizione di altre epidemie da virus, seconda o terza ondata del contagio, nuove quarantene ed escalation in risposta… Potrebbe entrare il nostro mondo in una specie di guerra fredda permanente, con tempi e geometrie variabili, questa volta senza un nemico chiaro ma potenziale, diffuso e ubiquo ‒ nel fondo delle diverse “intrusioni di Gaia” (Isabelle Stengers) non nostro modo di vita basato sul dominio e il saccheggio del pianeta?

L’ombra dell’apocalissi è lo scenario ideale per iniziare una nuova strategia della dissuasione: obbedienza o fine del mondo. Possiamo anticiparla con il pensiero? In che senso sarebbe qualcosa di diverso da quel che già conosciamo?

Proiettiamo la seguente affermazione: la dissuasione è un potere che non sa, non può e non vuole.

Non sa. Poche volte abbiamo potuto vedere i politici confessare la loro ignoranza come in questi giorni. È stato davvero sorprendente ascoltare dalle loro labbra parole come “non sappiamo”. Non sappiamo con che ci siamo imbattuti, cos’è questo virus, se può mutare, se è possibile una seconda ondata. I poteri a cui siamo abituati di solito si coprono con la giustificazione di un sapere totale: ideologia, discorso di esperti. Però la loro nuova confessione di ignoranza non significa alcuna perdita di controllo, né autorizza una diversa ripartizione del potere. Tutti siamo ignoranti, ma alcuni meno degli altri. C’è un sapere, per quanto sia scarso, che è l’unico capace di prevenire la catastrofe totale. Una garanzia precaria, instabile, ma non ne resta altra. Il potere della dissuasione non impone certezze, ma gestisce l’incertezza.

Non può. Tanto meno siamo abituati a sentire i politici riconoscere la loro impotenza. Non possiamo, non dominiamo la situazione, non siamo in grado di assicurare nulla, stiamo lavorando per tentativi ed errori, senza pianificazione. Per loro è normale esibire la forza, promettere il controllo. Ma il potere della dissuasione ci offre piuttosto la scelta tra due anarchie. Da un lato l’anarchia inferiore dell’improvvisazione, lo stato di eccezione variabile, la gestione just in time. Dall’altro l’anarchia superiore della catastrofe finale, il collasso definitivo, l’annichilimento totale. Stato debole, sulla difensiva, che però funziona e governa così, presentandosi come una “forza assediata”, un fragile equilibrio minacciato da un potere sconosciuto. Il potere della dissuasione non postula un ordine, ma gestisce permanentemente il disordine (e non lo nasconde).

Non vuole. Senza un orizzonte positivo né una promessa del paradiso, il potere della dissuasione offre una possibilità di sopravvivenza. Non una vita migliore, ma vivere al minimo. Nessuna soluzione definitiva, solo il contenimento del disastro, prendere tempo. Non cercare il Bene ma evitare il Male. Nessun sogno, solo impedire l’incubo. La speranza viene cancellata, il possibile è la catastrofe. Sparisce ogni offerta seduttiva verso il desiderio, resta solo la paura. Il potere della dissuasione non promette nulla, si limita a esibire la minaccia.

Mai a favore, sempre contro. La dissuasione è una politica che si colloca sull’orlo dell’abisso. Non nasconde la morte ma la sovraespone, facendo del pericolo e della sua gestione il segreto del destino mondiale. Tutti quelli che non collaborano fanno il gioco dell’avversario. L’avversario: ma chi? Il virus, la catastrofe, l’apocalissi!

Dissuasione orizzontale

Achille Mbembe ha scritto che il fatto più caratteristico della pandemia è che «ciascuno è diventato un’arma». Tutti deteniamo nel nostro corpo la potenza dell’uccidere. Il potere sovrano di “far morire” si democratizza: ciascuno di noi è ora una piccola bomba nucleare. La dissuasione diventa allora anche orizzontale. Sarebbe il lato oscuro della interdipendenza sulla quale si è posta tanta enfasi negli ultimi tempi: dato che tutti possiamo darci la morte, dobbiamo dissuaderci a vicenda, vigilarci e controllarci, in una sfiducia di base, nella delazione generalizzata, nell’interiorizzazione collettiva e militante delle norme imposte dall’esterno. Il nuovo equilibrio del terrore ci rende tutti protagonisti e non solo spettatori. Dissuasione distribuita, reticolare, decentrata, autogestita. Una società di sospetti, con lo Stato nella testa di ciascuno.

Non sappiamo chi sia contaminato, potrebbe essere chiunque. Benché alcuni siano più sospetti di altri: quelli che non possono chiudersi in casa, quelli che vivono dipendendo da un vincolo sociale ampio, quelli che non hanno i requisiti necessari per l’igiene, i poveri, i migranti, gli altri. Non toccare, pericolo di morte! Questo sarebbe chiamato «elemento morale della guerra»: la produzione di soggettività attivamente obbedienti, l’educazione della specie da parte e per la guerra.

Alternative infernali

«Obbedienza o fine del mondo» è un caso estremo di quel che Isabelle Stengers chiama le «alternative infernali». In cosa consistono?

L’alternativa infernale è un tipo di descrizione della situazione che propone solo rassegnazione o morte, un tipo di “realismo” che prevede solamente come opzioni la sottomissione o il disastro.

Come sottrarsi? Non si tratta di “criticare” l’alternativa infernale come se fosse una menzogna, una illusione, una manipolazione. Nel caso del virus, per esempio, denunciare una cospirazione, la fabbricazione di un problema ecc. Non è così, l’alternativa infernale è una questione molto pratica che funziona concretamente, bloccando ogni alternativa, tagliando le connessioni, inibendo il pensiero.

Dall’alternativa infernale si può uscire solo “attraverso il mezzo” della questione, attraverso l’avvio di “percorsi di apprendistato” in cui ci rendiamo capaci di pensare e sentire in un altro modo e inventare una possibilità inedita. Una descrizione della situazione che ci coinvolga non come vittime o spettatori paralizzati dal terrore, ma come soggetti capaci di imparare qualcosa di nuovo e agire. Inventare quel che era inconcepibile, una maniera di fuggire per la tangente ai ricatti che ci trasformano in ostaggi. Come fecero ai loro tempi, per esempio, i malati di Aids intrappolati nell’alternativa infernale tra un potere medico che li negava come soggetti e la morte certa.

Una tangente tra confinamento verticale-poliziesco o collasso della sanità pubblica, tra ritorno alla normalità o impoverimento generale, tra paranoia o irresponsabilità nella cura, ecc. Queste tangenti non sono mai semplicemente critiche, ma pragmatiche, sperimentali, concrete, arrischiate. Sì, arrischiate, perché non si deve dimenticare che i limiti dell’alternativa infernale sono fissati dentro di noi dal terrore.

Il terrore, come forma di governo, è profondamente inscritto nella cultura occidentale, secondo l’analisi del pensatore argentino León Rozitchner. Nel primo inserimento nel mondo della psiche attraverso la minaccia di castrazione dell’Edipo, nella violenza dell’espropriazione che è sempre dietro l’economia capitalista, nella guerra come risorsa della politica quando chi sta sotto sfida apertamente il potere (colpo di Stato)…

Il terrore penetra nei corpi, rompe i legami, inibisce le pulsioni collettive alla resistenza, ci dissuade fisicamente. Spiazzare questi limiti, liberarsi del marchio del terrore nella nostra carne e nel nostro pensiero, implica in primo luogo un attraversamento dell’angoscia, una riattivazione del corpo singolo e collettivo. Fare dell’interdipendenza una forza, dell’incertezza una potenza, del vuoto un passaggio.

 

Riferimenti saccheggiati (traduzioni in spagnolo dei libri da altre lingue)

El discurso de la guerra, André Glucksmann, Anagrama, 1969

Los Maestros Pensadores, André Glucksmann, Anagrama, 1978

El cibermundo o la política de lo peor, Paul Virilio, Cátedra, 1997

Perón, entre la sangre y el tiempo, León Rozitchner, Biblioteca Nacional, 2015

La brujería capitalista, Isabelle Stengers y Philippe Pignarre, Hekht, 2018

L’articolo è stato pubblicato, in spagnolo, nel blog “Interferencias” su El Diario del 29 maggio 2020.
La traduzione in italiano è di Pierluigi Sullo.


Vita ed esperienza nella crisi del coronavirus

Autore:

Tutti quanti, in questi giorni, stanno pensando e inventando, eppure circola, come riflessione, quello che scrivono i filosofi più rinomati. Sentiamo chiaramente il frastuono del pensiero che non si preoccupa di ascoltare, che non soffre per la situazione: è solo capace di affermare posizioni date. Però ci sono altri usi del pensiero: possiamo servircene per affinare e intensificare la nostra capacità di ascolto e di attenzione, cercare non tanto risposte quanto le vie per formulare meglio una domanda. La domanda su cosa (ci) sta accadendo. Tento più a fondo, grazie al pensiero dell’argentino Ignacio Lewkowicz, posso aiutare me stesso a chiedermi che tipo di esperienza stiamo facendo nella crisi del coronavirus, cosa significa “fare esperienza” e in cosa potrebbe consistere una esperienza collettiva, “politica”. Non il pensiero come spiegazione, ma come richiamo all’attenzione: a vedere e pensare meglio un certo retro o lato B della nostra esperienza attuale, tutto ciò che non rientra nelle norme e nelle narrazioni imposte, l’humus nel quale potrebbe nascere forse una politicizzazione inedita.

Un amico, in Whatsapp, durante una conversazione mattutina: «Questa è la cosa più profonda che collettivamente ci sia accaduta in varie generazioni». Abbiamo scambiato altri messaggi a partire da questa affermazione. Io interrogo la nozione di esperienza: è quel che ci accade o qualcosa di più? E anche la questione del collettivo: è quel che accade a tutti noi insieme, o un’altra cosa? La risposta resta sospesa, come tante cose oggi. Il mio amico J. deve accudire sua madre anziana in casa. Io, con meno obblighi, decido di approfittare del tempo sospeso per continuare a indagare sulle domande che si sono aperte per tutti noi.

Ricorro a un altro amico, uno di quelli che non conosci se non attraverso i libri, ma che a volte fanno più compagnia di tanti vivi vicini: il pensatore argentino Ignacio Lewkowicz. Cerco in lui non tanto risposte quanto termini utili per porre la domanda, migliori strumenti per ascoltare e osservare la realtà. Ho un ricordo del fatto che Ignacio dice cose su questa questione, frugo nella libreria e lo trovo.
È nel libretto Del fragmento a la situación, che Ignacio ha scritto con Mariana Cantarelli e il Grupo Doce, vi si può leggere che «avere un’esperienza è fare qualcosa con quel che ti fa». Ci sarebbe quindi una distinzione tra, diciamo, vita vissuta ed esperienza. Una differenza che ha sicuramente il suo aspetto di astrazione, perché nella realtà tutto è più mescolato, ma che può aiutarci a pensare e affinare la percezione.
Vita vissuta è quel che ci accade, l’orma o il riflesso in noi di quel che succede. Vita vissuta collettiva è quel che succede a tutti noi insieme o allo stesso tempo. Però un’esperienza sarebbe una cosa diversa: non solo un’orma o un riflesso, ma un segno che imprimiamo noi, come un tatuaggio, a partire da quel che succede e che non scegliamo. Produrre questo segno per mezzo di qualche tipo di “noi” sarebbe una esperienza collettiva.
Questa situazione di crisi causata dal coronavirus è quindi vita vissuta o una esperienza? Ossia, siamo contemporanei di qualcosa o stiamo «facendo qualcosa a partire da quel che ci fa»? È una situazione che soffriamo o una situazione che riusciamo a elaborare con un senso suo, ad abitarla?

Fino alle 11 non scendo al mercato rionale – sempre vuoto al contrario del supermercato. Perché? Così continuo per un po’ a pensare insieme a Lewkowicz.

Trovo nello stesso libro un altro gioco concettuale che può aiutarci a rendere ancora più precisa la domanda: la distinzione tra “soggettività istituita”, “retroterra o lato B soggettivo” e “soggettivazione”, prendendo la soggettività nel suo senso più generale ed elementare: modi di vedere, di vivere, di agire, di sentire e di pensare.
La soggettività istituita è la serie di operazioni che dobbiamo fare per far parte di una certa logica, la serie di comportamenti obbligati per adattarci a una situazione. Soggettività istituita uguale adeguarsi.
La soggettivizzazione è equivalente a quel che chiamiamo «fare esperienza»: una riappropriazione soggettiva di un determinato obiettivo; non solamente patire quel che accade, ma cambiare il modo di avere una relazione con esso. È un eccesso, un plus, uno straripamento della soggettività istituita. La soggettivizzazione apre un tempo-spazio distinto da ciò che è obbligato, inventa altre vie, apre altre possibilità. Soggettivazione uguale trasformazione.
La soggettivizzazione collettiva è un processo di trasformazione della situazione oggettiva – data, inalterabile, chiusa – in situazione abitabile, modificabile, rinominabile. Per mezzo dell’apparizione di un “noi”, uno spazio aperto di partecipazione, una certa comunità. Il noi di una “generazione”, di Lewkowicz e del resto degli amici del pensiero. Poi ci torniamo.

Conversazione con mia madre e con amici: mia madre, soggetto ad alto rischio in zona di alto rischio, è tranquilla e serena; gli amici, che il pericolo non ha ancora toccato, sono molto nervosi in generale. Distribuisco consigli di impassibilità stoica come se fossi Marco Aurelio ‒ vivere il presente senza proiezioni, preoccuparci solo di quel che è a portata della nostra mano, lavorare sulla propria interpretazione di quel che succede ‒. Però in realtà il processo ci passa dentro.

Allora, siamo di fronte a una esperienza collettiva? Leggo sulla stampa (c’è tempo perfino per leggere El País…) due intellettuali che parlano di questo.
Lo scrittore Antonio Scurati dice che sì, di fatto è la prima esperienza collettiva dei nati all’inizio degli anni Settanta, la prima volta che possono sperimentare il sentimento di appartenenza a un destino comune. Tuttavia, termina il suo articolo celebrando «la decisione politica che ha trasformato l’Italia intera in una zona rossa contro l’arbitrarietà delle persone, il loro panico e irresponsabilità». Non sembra molto chiaro di che «comunità politica» si tratta, allora, semplicemente quella di dire sì passivamente alle decisioni del Governo (che siano efficaci o no)? L’esperienza dell’obbedienza, della comunità degli obbedienti? Non mi sembra molto convincente.
Il saggista Byung Chul-Han dice che no, perché la situazione che viviamo «ci isola e individualizza. Non crea nessun senso collettivo forte. In nessun modo. Ciascuno si preoccupa solo della sua sopravvivenza. La solidarietà che consiste nel prendere le distanze non è una solidarietà che permetta di sognare una società diversa, più pacifica, più giusta». Han sembra pensare che la situazione oggettiva non permette alcun tipo di appropriazione soggettiva o di trasformazione, è una pura determinazione e in nessun caso una condizione che permetta l’azione. E nemmeno questo mi convince.
Per parte mia direi: non si sa. Siamo in un processo aperto che si tratta di ascoltare e nel quale si può intervenire. Però quel che mi sembra sicuro è che la zona del “lato B del soggettivo” è oggi molto popolata. Ed è proprio lì che può nascere l’imprevisto politico.

 Un po’ di movimento fisico, lavarsi, lettura… non mi abbatterò perché passo qualche settimana chiuso in una casa equipaggiata con ogni comfort moderno! Penso a storie che mi ispirino, mi diano animo, coraggio ed esempio. Gramsci in carcere! La lettura e la scrittura come forma di vita, come modo di abitare creativamente il tempo sospeso, come disciplina dell’attenzione. Contro la dispersione, lo scoraggiamento, l’entropia…

In che senso diciamo che il retroterra o lato B soggettivo è oggi una zona molto popolata?
Le misure di eccezione decretate suppongono un’interruzione radicale del senso della vita quotidiana: il lavoro, i bambini, la logistica quotidiana, le preoccupazioni, la mobilità… Veniamo messi di colpo di fronte a mille situazioni nuove. È possibile tentare di seguire una serie di istruzioni e realizzare le operazioni che ci permettono di adeguarci alla situazione, ma in realtà da ogni parte nascono dubbi, problemi, domande, crepe. Non ci inseriamo del tutto. Le singolarità delle forme di vita – condizioni, contesto, inclinazioni – non si inseriscono nella norma universale e omogenea che viene decretata. In ciascuno dei dubbi e delle domande che nascono – come occuparmi dei miei? come non perdere la testa? come intendere autonomamente quel che accade? come fare qualcosa in proposito? – si decide una forma di vita, si intravede un mondo. Quel che è basilare è di nuovo quel che è più politico.
Un esempio tra un milione. Amiche che sono madri, amici che sono padri ed educatori con cui parlo in questi giorni mi trasmettono questa domanda: cosa fare con i bambini in casa? Come non limitarsi a riempir loro un tempo vuoto? Come spiegargli quel che accade? È possibile “comprare” le rispose prêt-à-porter – una lista infinita di compiti o doveri on line, il racconto della guerra contro il virus malvagio che il governo dispiega –, però talvolta non possiamo nemmeno “costeggiare” questa opzione o semplicemente non ci convince. Allora? Bisogna pensare e inventare perché il già dato non ci convince. Tutti quanti stanno pensando e inventando, oggi, benché quel che più circola come “pensiero” siano gli articoli di opinione associati a nomi conosciuti.
Domande, buchi, fessure: il “retro o lato B della soggettività”, l’altra faccia, oggi è più pieno che mai. Nemmeno l’obbedienza è ovvia, in questi giorni. Non obbediamo solo perché lo comandano il Governo e la polizia, ma perché abbiamo ascoltato l’appello dei lavoratori della sanità a stare in casa per non moltiplicare il contagio, per non mettere in pericolo il sistema sanitario e la cura dei più vulnerabili: senza dubbio i lavoratori della sanità sono in questi giorni il polo di identificazione più forte, la voce più credibile, sicuramente perché stanno esponendo il corpo allo stremo, con la vita allo scoperto.
La soggettività istituita vacilla. La zona di inadeguamento si allarga. Nell’altra faccia o lato B ribollono non solo i malesseri, ma anche mille pratiche – aperte o clandestine, grandi e minuscole – che «fanno con quel che ci fa»: pratiche di cura, di mutuo appoggio, di auto-organizzazione, di sopravvivenza etc. Questa altra faccia è l’humus di una possibile soggettivizzazione collettiva o di una “politicizzazione” della crisi, se si vuole parlare un altro linguaggio. Come il 13 maggio del 2004 si “politicizzò” la situazione creata dalla gestione mendace che il PP (Partido Popular, allora al potere, ndt) dell’attentato di Atocha (stazione di Madrid, una esplosione provocò decine di morti e il Governo accusò i baschi dell’Eta, ma era un attentato jihadista, ndt), come il 15 maggio del 2011 (giorno in cui iniziò la acampada degli Indignados alla Puerta del Sol di Madrid, ndt) la situazione creata dalla gestione neoliberista della crisi economica da parte del Psoe (partito socialista, ndt): sfidando e rompendo gli argini del senso comune stabilito, trasformando i modi di vedere e sentire, alterando i nomi e le descrizioni proposte dall’alto («Chi è stato? Vogliamo la verità», «Non è una crisi, è una truffa» etc.).

 Sento gridare in strada e guardo fuori, qualcuno rimprovera un passante da un balcone. Si accende un piccolo e brutto parapiglia. Sono a loro modo i “poliziotti dei balconi”, un processo di soggettivizzazione per quanto “oscuro”? Non credo. Molto di più mi sembrano il lato B del racconto di guerra che il Governo del Psoe si è impegnato a svolgere, una specie di aggiunta soggettiva al discorso della mobilitazione totale contro il virus (attenti ai disertori, ai cattivi soldati…). Non vedo dubbi, non vedo domande, non vedo un’altra faccia soggettiva, non vedo invenzione.

 Per ultima, la questione generazionale. Secondo Lewkowicz, una generazione non è una questione cronologica, ma un “noi” che si crea a partire da un problema, che si appropria di un dato oggettivo e lo trasforma in una situazione abitabile: alterabile, rinominabile, modificabile. Un noi, cioè non un pubblico di elettori, di spettatori o di consumatori, ma una forza collettiva, una superficie sensibile, una nuova pelle. Un noi che non pre-esiste alle sue operazioni, ma che si configura attraverso di esse. E può includere perciò, magari per paradosso, gente di diverse età. Chiunque si senta interpellato da questa appropriazione, creazione di esperienza.
Scurati pensa la generazione come una specie di sofferenza collettiva per una «buona decisione», la gestione del Governo italiano di fronte alla «irresponsabilità della gente».
Han pensa che nessun “noi” può nascere da qui, perché la situazione che viviamo è chiusa, sequestrata. Non c’è modo di «fare esperienza», in essa. Esiste solo l’obbedienza: isolamento e passività.
Abitare la situazione sarebbe al contrario produrre un eccesso: una creazione di senso oltre i sensi imposti (il racconto di guerra contro il virus, per esempio). Un senso che non è solo “significato discorsivo”, ma che mette radici nel “senso”, nei sensi. Questa creazione di senso è imprevedibile, non si può vedere prima. Non si può conoscere in anticipo il suo contenuto, la natura delle sue domande, i suoi modi di organizzarsi, le sue strategie e obiettivi. Il processo di soggettivizzazione è sempre una sorpresa. Possiamo, questo sì, non limitarci a denunciare il potere e i suoi abusi, ma stare anche all’ascolto e attenti a quest’altra faccia dell’esperienza.

 L’articolo è tratto da “El Diario”. La traduzione è di Pierluigi Sullo