Resistenze parallele

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«Non posso portare pesi, so correre in fretta, ma certo meno in fretta dei ragazzi. Altre son le cose che posso fare: non queste, anche se mi piacerebbero tanto. Per queste va bene Paolo.
Inghiottii con sforzo e mandai giù di colpo il bicchierino di grappa che la nostra ospite ci aveva offerto.
Brava! – rise Sergio, ammirato. E ricominciò a parlare; e raccontò di don Foglia, il cappellano dei “ribelli”, il giovane prete straordinario che entra in una chiesa vestito da sacerdote ed esce dalla sagrestia vestito da macellaio e, coi più strani travestimenti, batte tutta la valle con la sua inseparabile bicicletta, collegando, incuorando, animando, instancabile…
È venuto Sergio a chiamare Paolo perché vada con lui domani a Comba Scura, a studiare un altro ponte, per rifarsi della mancata distruzione di quello dell’Aquila, del cui fallimento – e si capisce! – non s’è ancora consolato. Il giorno dopo si fermeranno al Martinetto, presso San Giorio, per la cerimonia del giuramento dei “partigiani” (par che sia questo il termine con cui s’è stabilito di definire quelli che si chiamavan finora “ribelli” o “patrioti”)».

Sono parole di Ada Prospero Gobetti, tratte dal suo bellissimo Diario partigiano. I giorni sono quelli che precedono immediatamente l’8 dicembre ‘43, Ada è in Val di Susa. Il giuramento di cui parla è quello che si sarebbe poi tenuto alla Garda (nella foto), nei boschi di S. Giorio, nella bassa Val di Susa, poco lontano da Bussoleno e Susa. A chi non è della valle sembrerà un’inutile forzatura partire da così lontano per parlare del corteo che l’8 dicembre 2023 ha portato oltre 5000 No Tav da Susa a Venaus. Non è così.

La maggior parte di coloro che marciavano verso Venaus nel 2005 e chi ancora oggi continua a dire “ora e sempre Resistenza” ha bene in mente quel lontano 8 dicembre del ‘43 in cui, dopo mesi di attentati e sabotaggi perpetrati ai danni dei tedeschi in più punti della valle di Susa, i partigiani valsusini dettero ufficialmente vita a un coordinamento delle azioni per contrastare il nazi-fascismo. Quel giorno nasceva di fatto la Resistenza, il primo gruppo partigiano d’Italia si costituì con un solenne giuramento alla Garda. Il figlio di Ada, Paolo, faceva parte del gruppo e una messa fu celebrata proprio da quel don Foglia di cui parla Ada nel suo diario. La storia di don Francesco Foglia detto “Dinamite” è raccontata nel bel libro di Chiara Sasso e Massimo Molinero Una storia nella Storia e altre storie. Francesco Foglia sacerdote (ed. Morra, Condove, 2000): il libro è ormai introvabile ma si può scaricare in pdf dalla pagina che riporta le parole di un altro partigiano presente al giuramento della Garda, Ugo Berga, mancato nel 2018. La stessa Chiara, in Canto per la nostra valle (aprile 2002) avrebbe poi raccontato i primi anni della lotta No Tav e la comunità che intorno ad essa stava nascendo.

Il nome di Ugo Berga compare più volte nel diario di Ada Gobetti: «A Mattie ho incontrato Ugo, che ho subito riconosciuto per i suoi capelli rossi. Abbiam chiacchierato circa due ore trovandoci perfettamente d’accordo…». Ugo avrebbe poi partecipato, anche ultranovantenne, a numerose iniziative del movimento No Tav portando sempre i suoi ricordi e sue lucide analisi. Nel 2013, a Mattie, poco lontano da Bussoleno, mi era capitato di ascoltarlo mentre attualizzava i suoi ricordi lontani mettendo a confronto il compressore del cantiere di Chiomonte dato alle fiamme pochi giorni prima con il sabotaggio che il 29 dicembre ‘43 aveva distrutto il ponte dell’Arnodera, sopra Meana di Susa, sul tratto della ferrovia che porta in Francia attraverso il traforo del Frejus; sabotaggio in cui Don Foglia aveva avuto un ruolo determinante.

No, non è una forzatura ricordare il giuramento partigiano della Garda per parlare della resistenza di oggi in Valsusa. “Giovani No Tav – Ora e Sempre Resistenza” recita lo striscione che apre il corteo, poco più in là i gonfaloni dei comuni e i sindaci con la fascia tricolore che reggono lo striscione “Amministratori Valle di Susa” e a seguire altre decine di striscioni e tante bandiere No Tav. Accompagnato da una leggera pioggerellina mista a neve il corteo si muove lentamente attraversando le vie di Susa e poi su, lungo la statale che porta al colle del Moncenisio. Al bivio “dei passeggeri” per Venaus questa volta nessun blocco di polizia attende il corteo: anche diciotto anni fa, l’8 dicembre 2005, nevicava a Venaus ma allo stesso bivio i manganelli si erano abbattuti con rabbia sulle teste dei manifestanti che avrebbero poi beffato gli agenti scegliendo itinerari impervi e avrebbero liberato Venaus scendendo dai boschi. Da lì in avanti è stata tutta un’altra storia, gli irriducibili dei tanti partiti delle grandi opere inutili avrebbero dovuto inventarsi altri tracciati per il Tav, intanto gli anni passavano. Poi era venuta la militarizzazione della Valle, lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, l’apertura del cantiere di Chiomonte per lo scavo del cunicolo esplorativo; poi, in anni più recenti, il cantiere di San Didero aperto per l’ennesimo spostamento di un autoporto che forse verrà nuovamente abbandonato come quello costruito nello stesso luogo pochi decenni prima: l’importante è muovere il cemento e foraggiare le mafie proteggendole con scudi, manganelli, blindati, idranti e lacrimogeni.

In Val di Susa la lotta no Tav spesso si lega alla lotta partigiana, molte iniziative di lotta evocano anche nell’immaginario quegli anni: i pendii impervi sopra Venaus, i sentieri nei boschi sopra il cantiere di Chiomonte, le lunghe attese al buio nelle azioni di disturbo ai cantieri… Gli anniversari non vengono mai celebrati con rituali intrisi di retorica: non vale solo per l’8 dicembre in cui alla commemorazione della Garda non mancano mai le bandiere no Tav. I cortei organizzati dal movimento che ogni anno ricordando la liberazione di Venaus del 2005 sono anche, e soprattutto, momenti di lotta che prevedono anche iniziative che riportano alla lotta di liberazione dal nazifascismo: quest’anno ad esempio, in una piccola borgata a ridosso di Bussoleno erano in programma letture resistenti a 80 anni dal giuramento della Garda.

I giovani No Tav, che hanno aperto il corteo di venerdì scorso sono ben coscienti di questi legami e del fatto che i valsusini, anche molto anziani, vivono la militarizzazione della valle come una vera e propria occupazione militare che rimanda immediatamente a quella nazifascista. Un esempio per tutti: le parole di Celerina che nella sua testimonianza raccolta dal Controsservatorio Valsusa associa d’istinto un recente episodio in cui un terreno No Tav veniva espropriato per allargare il cantiere di Chiomonte a un episodio dei primi anni ‘40 che aveva visto protagonisti la sua mamma e il Podestà che la minacciava di morte. La stessa rabbia, un terribile senso di impotenza che lascia però subito il posto all’azione vincendo ogni tentazione di rinuncia e rassegnazione. Ampi estratti delle testimonianze raccolte dal Controsservatorio Valsusa scavando nel vissuto anche lontano dei militanti anziani sono disponibili in video e il volume pubblicato recentemente “Voci narranti. Storie resistenti dalla Valsusa” le riporta integralmente.

A riprova che il legame tra lotta No Tav e lotta partigiana è così sentito in valle ecco un altro esempio recentissimo. Il Polo del ‘900 è uno spazio culturale nel cuore di Torino che ospita tra l’altro il Museo Diffuso della Resistenza e l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza. In un incontro pubblico di pochi giorni fa, nel quadro del progetto Orizzonti venivano presentati i risultati di una ricerca dal titolo suggestivo “Movimento No Tav. Tra storia e immaginario”. Una giovanissima e bravissima ricercatrice interloquiva con una militante storica del movimento ed ecco che nel ricordare le emozioni e le paure delle notti successive allo sgombero della Maddalena di Chiomonte nel 2011 viene evocata un’immagine ripresa proprio dal Diario Partigiano di Ada Gobetti. Non è casuale, è un qualcosa che i valsusini sentono dentro di sé.

Chi crede ancora che la lotta No Tav sia nata dal nulla e sia solo una battaglia nimby che dura ormai da troppo tempo e finirà presto provi a vincere i pregiudizi e venga in Val di Susa per toccare con mano: scoprirà una comunità vera che ha preso coscienza di esserlo proprio nella lotta No Tav e in questa lotta ha portato l’esperienza di anni di lotte precedenti: per il lavoro, per la difesa dell’ambiente, per la pace. Nel corteo di venerdì scorso non mancavano le voci degli operai di una fabbrica di Bruzolo occupata nei giorni scorsi, non mancavano le bandiere di quella Palestina che sta subendo la vendetta di Israele che si illude di vedere garantito il suo diritto ad esistere uccidendo migliaia di bambini palestinesi: ad oggi già quasi 8000, il numero cresce giorno per giorno.

Il corteo di venerdì scorso è stato anche un momento di verifica interna al movimento attraversato negli ultimi anni da difficoltà che sembrano oggi in gran parte superate. Mentre i cantieri procedono a rilento, mentre l’Europa si interroga di nascosto sui costi e su possibili tagli ai finanziamenti promessi, mentre appare sempre più concreta l’ipotesi che se mai il tunnel di base venisse fatto rimarrà un buco senza sbocchi da entrambi i lati, mentre la repressione giudiziaria non si placa il movimento è arrivato a questo 8 dicembre dopo una fase di profonda riflessione su sé stesso, sulle strategie, sui rapporti con le amministrazioni locali, sul suo radicamento nel territorio, sui rapporti con i No Tav francesi, sugli strumenti di comunicazione e sulle modalità di lotta. È stato un confronto molto proficuo, un momento di cui molti sentivano il bisogno.

Negli anni scorsi i ricatti politici nei confronti dei sindaci No Tav avevano prodotto lacerazioni, il finanziamento di opere di messa in sicurezza del territorio era stata condizionato all’accettazione di fondi riconducibili alla realizzazione del TAV, i sindaci si erano trovati in difficoltà e alcune scelte avevano creato forti tensioni con il movimento, talvolta si era affievolita la capacità di ascolto e la disponibilità al confronto. La partecipazione al corteo della grande maggioranza dei sindaci della valle sta a indicare che molta acqua è passata sotto i ponti e oggi si guarda avanti in una ritrovata serenità nel rapporto con il movimento. Nello stesso tempo molti giovani della valle si sono fatti avanti ritagliandosi un ruolo da protagonisti e garantendo un ricambio generazionale di cui si sente la necessità. E riprende a crescere la partecipazione popolare, anche le affollate serate informative con i tecnici (bravissimi) ne sono una conferma.

Di tutto ciò i grandi media sembrano non accorgersi, impegnati come sono a cercare momenti di tensione con le forze dell’ordine da ingigantire isolandole dal contesto per riproporre e rafforzare l’immagine del nemico No Tav, aggressivo e violento. Questa volta sono rimasti a bocca asciutta, neppure un mozzicone di sigaretta abbandonato sul ciglio della strada. E pensare che il Prefetto, con tempismo sospetto, sequestrando e mettendo i sigilli a due presidi No Tav, aveva offerto non pochi pretesti. La provocazione non è stata raccolta, anche il prefetto è rimasto a bocca asciutta, magari sarà per un’altra volta.

Però qualcosa è successo, non in Val di Susa ma a Torino, dove si è replicata con poche varianti la scena di alcuni giorni prima al campus dell’Università dove le vittime erano stati studenti, studentesse e due professoresse. È successo in mattinata alla stazione ferroviaria di Porta Nuova dove un gruppo di No Tav voleva prendere un treno per partecipare al corteo di Susa. Con il pretesto che qualcuno non aveva il biglietto o non voleva esibirlo ai poliziotti (da quando in qua hanno avuto da Trenitalia l’appalto del controllo della validità dei biglietti?) il treno è stato semplicemente soppresso. Sì, sembra incredibile ma è proprio così: soppresso. Pare che a un gruppo di passeggeri disabili e increduli Trenitalia abbia offerto in cambio un viaggio in taxi, i No Tav si arrangino, si rassegnino e se ne stiano a casa. Ma i No Tav non si sono rassegnati, hanno cercato di salire sul treno successivo ma hanno dovuto fare i conti con i manganelli della polizia schierata in tenuta antisommossa. Mentre la maggior parte di essi riusciva poi a partire alcuni finivano al pronto soccorso. Questa è Torino, questo è il nuovo laboratorio di repressione, l’altra faccia dei mercatini di Natale e delle luci d’artista nelle vie dello shopping. Chissà se qualcuno dei no Tav ha gridato “Viva l’Italia antifascista” ed è riuscito a sfuggire all’identificazione da parte della digos: Porta Nuova non è la Scala di Milano ma con i tempi che corrono dichiararsi antifascisti comporta rischi ovunque in questo nostro povero Paese che pare aver dimenticato le pagine più nere della sua storia.

Il movimento No Tav in questi lunghi anni ha insegnato che resistere, resistere e ancora resistere porta i suoi frutti e semina speranze tra i giovani e, come ha scritto la professoressa picchiata dalla polizia insieme ai suoi studenti, li porta a reagire di fronte a «un clima bellico, che delegittima il “nemico” e nega possibilità di espressione al pluralismo, al conflitto, alla critica, al ragionamento complesso…» ricordando poi che «l’espressione del dissenso è elemento costitutivo e imprescindibile della democrazia».

Tra gli anziani No Tav valsusini che passano il testimone della lotta ai giovani riecheggiano spesso parole analoghe a quelle di Ada Gobetti che si mostra dispiaciuta di non poter «correre veloce come i ragazzi, anche se mi piacerebbe tanto». Il corteo dell’8 dicembre in Val di Susa con i suoi richiami alla lotta partigiana ripropone il valore dell’antifascismo e lancia un invito a tutti: se non ora quando?


Ciao Gianni

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Conobbi Gianni Vattimo all’università di Torino, quasi sessant’anni fa, in quel ’68 che per molti giovani fu un richiamo all’impegno culturale e sociale. Lui era un giovanissimo docente universitario, io una studentessa del suo corso di Estetica (di quel tempo conservo ancora il suo testo Esistenza e Persona e un prezioso volumetto sulle avanguardie artistiche del ’900). Le sue lezioni, che rompevano con il conformismo accademico in nome di una cultura aperta e critica, erano sempre molto seguite, in quegli anni che rifiutavano i dogmi e sognavano l’assalto al cielo.

L’ho ritrovato con gioia a fianco del Movimento No Tav. Da uomo giusto qual era prese posizione immediatamente, come intellettuale, come parlamentare nelle aule del Parlamento Europeo e con la presenza di persona in Valle di Susa per testimoniare concretamente la sua opposizione a un’opera devastante, inutile, dispendiosissima. Come non ricordare la lezione magistrale sul concetto di democrazia che egli tenne nel 2013, alla Centrale di Chiomonte, di fronte agli sbarramenti della “zona rossa”, alla presenza di un folto pubblico di studenti e attivisti e sotto il minaccioso controllo di agenti in assetto antisommossa? Ci invitò anche al Parlamento europeo, dove organizzò per noi e per altri attivisti di lotte sociali e ambientali un incontro con i giovani di tutt’Europa. Ebbe il coraggio di contraddire un sistema, il potere politico e giudiziario che, come disse egli stesso in un’intervista, «esercita un accanimento senza senso, come tutto quello che fa ora la magistratura torinese contro i No Tav».

Di lui e della sua umanità mi è caro soprattutto un ricordo. Era il ferragosto 2013. Alcuni compagni No Tav erano stati rinchiusi in arresto preventivo, nel carcere torinese delle Vallette. Gianni decise di fare una visita a loro e agli altri detenuti. Lo accompagnai, insieme a Luca Abbà. Arrivammo al carcere verso il mezzogiorno, lasciandoci dietro il traffico degli ultimi gitanti che fuggivano dall’afa cittadina verso gli aperti orizzonti delle vacanze. Dopo la compilazione di moduli su moduli, entrammo, accompagnati dal capo degli agenti penitenziari, in quel non-luogo che anni dopo avrei imparato a conoscere di persona, immerso nell’immobilità dei giorni festivi, quando, sospese le normali attività e i collegamenti con l’esterno, tutto diventa più squallido e il tempo non passa mai. Per arrivare ai blocchi di detenzione si superano vari gironi e controlli. Gianni osservava in silenzio, assediato dalle chiacchiere del graduato che perorava la causa dei secondini sotto organico. Ma eccoli, dietro le sbarre, affacciati ai corridoi dei passi perduti, i nostri compagni e gli altri detenuti. Gianni si ferma ad ogni cella, ascolta… e il carcere si fa voce, denuncia di soprusi (il detenuto affetto da leucemia che da mesi aspetta, invano, di essere ricoverato in ospedale; il piccolo, vecchissimo afghano che non ha mai incontrato un avvocato né conosce il reato per cui è stato arrestato…). Tornammo la domenica successiva, per completare la visita al blocco femminile.

Anni dopo, quando ci entrai da detenuta, mi tornò in mente quella visita e la figura di Gianni, silenziosa, e quel suo turbamento, quel senso di sostanziale impotenza davanti alla crudele irrazionalità dell’istituzione totale. Quel suo atto di solidarietà nell’esercizio di un ruolo istituzionale troppo spesso disatteso dai “rappresentanti del popolo”, costò caro a Gianni.

Immediatamente si scatenò contro di lui la macchina del fango giustizialista manovrata dall’allora deputato Pd Stefano Esposito, che sfociò in un processo a carico di Gianni Vattimo per falso ideologico in atto pubblico. La causa? Aver portato con sé me e Luca come sui consulenti: un caso da guinness dei primati nella storia dei Parlamenti, mai verificatosi in precedenza, che metteva in discussione le libertà di iniziativa e di controllo costituzionalmente garantite. I pubblici ministeri Rinaudo e Padalino (i due nomi di spicco nel pool anti-No Tav messo in piedi dall’allora procuratore Caselli) convocarono immediatamente Vattimo, Luca e me come “persona informata dei fatti”: uno sporco mezzuccio per poterci torchiare senza la presenza degli avvocati. Di quell’esperienza in Procura mi è rimasto un’ immagine indelebile: il casco da cantiere con grande scritta TAV esibito in bella vista nell’ufficio dove il duo Rinaudo e Padalino mi sottoposero a un vero e proprio interrogatorio. Partì il processo, nel quale i “pubblici ministeri con l’elmetto” chiesero dieci mesi per Vattimo, nove per me e sette per Luca. Il tutto finì dopo quattro anni, con l’assoluzione piena per tutti, perché “il fatto non sussiste”. Anche in quel frangente Gianni si comportò con la pacatezza e l’ironia di sempre, da persona forte e gentile qual era.

Così lo voglio ricordare. Così lo ricorderanno le donne e gli uomini del movimento No Tav, con quel suo bel volto, la dritta figura e la umanità che scaturiva dalla ragione e dal cuore e si faceva parola, ricerca coraggiosa, cammino in strade improvvisamente buie, dopo che la luna è tramontata.


Refuse d’entrée. Vietato l’ingresso in Francia ai No Tav

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Nelle scorse settimane alcuni fatti degni di nota concorrono a smontare l’ostentato ottimismo di Salvini e dei massimi dirigenti TELT sui tempi di realizzazione del TAV. Arrivano dalla Francia e preoccupano chi, dalle nostre parti, si affanna a dipingere una strada tutta in discesa al di là delle Alpi. Le reazioni sono scomposte al di qua e al di là del confine e mostrano, tra l’altro, la fragilità di una democrazia che reprime il dissenso con ogni mezzo: in Val Maurienne viene vietata una manifestazione pacifica, un’ordinanza del prefetto impedisce l’accesso e la circolazione ai non residenti in una vasta area della valle e viene chiusa la frontiera sul lato italiano per chi vuole sostenere le ragioni di una protesta transnazionale. Guardiamo ai fatti andando a ritroso nel tempo.

Rubabandiera

Non mancano aspetti folkloristici in ciò che è accaduto sabato scorso sul lato italiano del confine con la Francia nei pressi di Bardonecchia. Le immagini mostrano un gruppo di attempati No Tav giocare a rubabandiera (gioco del fazzoletto) come fossero bambini ospiti di un centro estivo. Superfluo precisare che il fazzoletto è un foulard No Tav con il classico logo con il treno crociato e il vecchietto arzillo che appoggiandosi al bastone con una mano alza l’altra al cielo mostrando intenzioni poco arrendevoli. Il campo di gioco non è il prato di un centro estivo ma un piazzale dell’autostrada all’imbocco del tunnel del Frejus dove i cinque pullman di militanti No Tav erano stati bloccati dalla polizia di frontiera francese che aveva sequestrato i documenti di identità a tutti i 250 passeggeri.

Nell’attesa, che si preannunciava non breve, un gruppetto giocava dunque a rubabandiera e gli altri si dividevano nel tifo tra le due squadre facendo bene attenzione a non bloccare il traffico in transito per non commettere un reato pesantemente sanzionato dai decreti sicurezza di quel Salvini che fino a poco tempo fa giocava a rubandiera con i cinque stelle prima di fare le bizze e cambiare squadra.

Ogni bel gioco dura poco ma l’attesa si prolungava per ore e il dubbio che l’intenzione dei gendarmi fosse sostanzialmente impedire a tutti i No Tav italiani di partecipare alla manifestazione indetta sul versante francese diventava via via certezza. E infatti i documenti venivano restituiti dopo quasi sei ore, a manifestazione praticamente conclusa, salvo che 50 persone ricevevano anche un foglio con l’intestazione “Refuse d’entrée”. Il documento riportava le motivazioni del respingimento: «Est considéré(e) comme représentant un danger pour l’ordre public, la sécurité intérieure, la santé publique ou les relations internationales d’un ou de plusieurs Etats membres de l’Union européenne. Observations: appartenance notav» («Si ritiene che il soggetto costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, la sicurezza interna, la salute pubblica o le relazioni internazionali di uno o più Stati membri dell’Unione europea. Osservazioni: appartenenza No Tav»). Proprio così: respinti perché No Tav.

Tra i presenti qualcuno ha suggerito l’analogia con il visto di ingresso negli USA che anni fa veniva negato a omosessuali o iscritti a partiti d’ispirazione comunista. Oggi qualcosa è cambiato e i respingimenti hanno altre motivazioni ma in ogni caso, ieri come oggi, negli States o in Francia, la sola appartenenza a una determinata categoria giustifica il respingimento facendo appello a una sorta di responsabilità collettiva a prescindere dai comportamenti delittuosi individuali. Qualcosa di simile peraltro è stato proposto anche dalle nostre parti quando la sola partecipazione a una manifestazione (ovviamente No Tav) può costituire reato qualora si verifichino singoli episodi sanzionabili dalla legge se pure attribuiti ad altri. Tutto il mondo in fondo è paese ma in ogni caso non vale il detto “mal comune mezzo gaudio”, perché il respingimento di massa alla frontiera francese, e ancor più la motivazione addotta, costituisce un pericoloso salto di qualità nella sempre più diffusa repressione del dissenso e nella criminalizzazione a priori di qualsiasi forma di protesta “a prescindere”.

Un dettaglio ancora: risulta che la polizia di frontiera francese avesse ricevuto dall’Italia nei giorni precedenti un folto elenco a cui attingere per i respingimenti preventivi ma non è dato sapere se nell’elenco fossero compresi i militanti respinti al tunnel del Frejus, compresi quelli che non hanno subito alcun processo né sono mai stati sottoposti a misure cautelari: vedi chi, in qualità di presidente di Pro Natura Piemonte appellandosi a quanto prescritto dal CIPE, aveva firmato dieci anni fa un esposto per irregolarità nel cantiere di Chiomonte legate alla sicurezza. La vendetta allora non si era fatta attendere ed era stato accusato dalla procura di Torino del reato di procurato allarme. La cosa era poi morta sul nascere e si era risolta in un nulla di fatto ma evidentemente anche quella persona rappresenta oggi «un danger pour l’ordre public».

Il risveglio delle montagne (in Francia)

La manifestazione a cui avrebbero voluto partecipare i No Tav Italiani era quella prevista nei pressi di Saint Jean de Maurienne, pochi chilometri a valle di Modane. Era promossa da numerose associazioni, collettivi, sigle sindacali tra cui Les Soulevements de la Terre, Confederation Paysanne, Les Amis de la Terre, il Collettivo Grignon de Grésivaudan, CIPRA, Extinction Rebellion, Attac, VAM-Vivre et Agir en Maurienne, il Sindacato dei Ferrovieri Sud Rail, La France Insoumise, EELV (Europe Ecologie Les Verts). Era di fatto la prima manifestazione importante contro il TAV promossa dai francesi che sembrano finalmente svegliarsi da un sonno profondo.

Storicamente sul versante francese l’opposizione al TAV Torino Lione non è neppure lontanamente confrontabile a quella che si è manifestata negli ultimi decenni sul versante italiano. In Val di Susa era diventata visibile già dai primi anni ‘90, era cresciuta notevolmente negli anni successivi e diventata poi un problema nazionale in grado di coinvolgere altri movimenti e realtà sensibili alle diverse ragioni del no: ambientali, economiche, trasportistiche. Opposizione, quella sul versante italiano, sostenuta dalle amministrazioni locali che soltanto negli ultimi tempi hanno mostrato segni di logoramento e sostenuta a fasi alterne, sempre con scarsa efficacia e molte ambiguità, da (poche) forze politiche a livello nazionale.

La situazione in Francia è radicalmente differente: una debole opposizione circoscritta quasi esclusivamente alla dimensione locale nell’area dove è previsto lo sbocco del tunnel e già devastata da cantieri, con motivazioni legate essenzialmente all’impatto ambientale nel territorio attraversato. Rarissime le eccezioni nel mondo della politica e anche a livello locale limitata a pochi amministratori di comuni interessati dai cantieri. Le stesse forze politiche ambientaliste, soprattutto a livello nazionale, non hanno mai colto l’inganno di un progetto energivoro, climaticida e di impatto devastante nell’ambiente e si sono accontentati della narrazione che il nuovo treno avrebbe portato via i TIR dalle strade. Anche sul piano dei costi e delle risorse economiche sottratte alla collettività l’attenzione della politica e della società civile in Francia è sempre stata scarsa e neppure gli allarmi lanciati in diverse occasioni dalla Corte dei Conti francese ha sortito grandi risultati. Ultimamente però il rapporto del Consiglio di orientamento delle Infrastrutture (COI), un organismo istituito dal Governo francese per proporre le priorità e le tempistiche da assegnare agli investimenti in infrastrutture, ha sortito qualche effetto positivo in Francia e reazioni scomposte in Italia (https://volerelaluna.it/tav/2023/05/29/la-francia-gela-i-pasdaran-la-torino-lione-puo-attendere/).

Così come le contraddizioni sempre più evidenti di un progetto venduto come green ma nei fatti esattamente il contrario unite agli effetti sempre più visibili dei mutamenti climatici a livello globale devono aver indotto a rivedere le posizioni almeno al partito EELV (Europe écologie les Verts) portando una cinquantina di eletti nel Parlamento nazionale e al Parlamento europeo a prendere una posizione netta sostenendo la manifestazione in Maurienne. Sono segnali importanti da non sottovalutare e che possono preludere a un cambio di rotta deciso. Certamente il dato è stato colto dalle autorità francesi che hanno fatto di tutto per boicottare la manifestazione: dopo settimane di preparazione e confronti con gli organizzatori per definire il percorso del corteo nelle ultime ore la manifestazione è stata vietata e con un’ordinanza dell’ultima ora il prefetto ha vietato l’accesso e la circolazione in una vasta area rendendo di fatto quasi impossibile raggiungere il luogo. Peraltro la cosa ha contribuito ad attrarre l’attenzione dei media, della manifestazione hanno parlato i giornali ed è stata trasmessa in diretta TV. È molto probabile che questo sia solo un primo momento, gli organizzatori promettono che altri ne seguiranno.

I No Tav della val di Susa guardano con attenzione agli sviluppi e si ripromettono alla prossima manifestazione in Val Maurienne di giocare a rubabandiera al di là del Frejus…

L’articolo è pubblicato contestualmente nel sito del Controsservatorio Valsusa (https://www.controsservatoriovalsusa.org/


Costruire comunità

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Ex-GKN, poi QF, ora Fabbrica Socialmente Integrata Insorgiamo: quasi due anni fa oltre quattrocento lavoratori vengono licenziati da un giorno all’altro via e-mail. La multinazionale che anni fa ha rilevato la fabbrica intende delocalizzare gli impianti in Polonia. Gli operai dicono NO e presidiano la fabbrica per impedire che vengano portati via macchinari di avanguardia. Vengono licenziati una seconda volta dopo aver vinto una causa contro la proprietà per licenziamento illegittimo. Subentra un nuovo proprietario con l’impegno a reindustrializzare la fabbrica, ma non ha ancora presentato un progetto. Cerca solo di sfiancare gli operai da otto mesi senza salario e senza cassa integrazione. Ma il collettivo dei lavoratori si è adoperato fin da subito per fare della lotta un’iniziativa generale: elabora, con l’aiuto di alcuni giuristi, un disegno di legge contro le delocalizzazioni. Progetta, con il sostegno di ingegneri ed economisti solidali, la riconversione produttiva della fabbrica. Promuove, con lo slogan “E voi state bene?”, il coinvolgimento di lavoratori e abitanti del territorio e poi di molte altre situazioni di crisi in giro per l’Italia. Non chiede solidarietà ma la offre, per mettere in piedi un fronte di lotta unitario. Indice, a Firenze, Bologna e Napoli manifestazioni affollatissime per far conoscere a tutti la propria esperienza. Raccoglie e valorizza il sostegno di migliaia di studenti, e poi del movimento Fridays for Future, con cui crea un sodalizio che mette al centro la riconversione produttiva che si concretizza nel progetto di nuove produzioni innovative ed ecosostenibili (cargo bici, pannelli fotovoltaici e grandi batterie senza litio) sostenute da un crowfunding e dalla creazione di una Società Operaia di Mutuo Soccorso aperta al territorio e alle realtà solidali. L’ultima iniziativa, un festival di letteratura working class all’interno della fabbrica, con seicento partecipanti, dà la misura di quanto questa lotta sappia riorientare l’asse della vita politica e sociale del paese. Intelligenza, inventiva, passione e solidarietà hanno sostenuto questo percorso.

Civitavecchia: per l’impianto di generazione a carbone di Torvaldaliga, destinato alla chiusura, l’Enel aveva programmato la riconversione a gas, spacciata, come ha poi fatto la Commissione Europea e ben prima che il blocco del gas russo inducesse anche l’abbandono del carbone, come soluzione di “transizione” verso le emissioni zero. I lavoratori dell’Enel e degli appalti dicono no: la transizione deve essere totale, con il passaggio integrale alle fonti rinnovabili. Con il sostegno di alcuni tecnici dell’impianto e dell’Enea viene messo a punto il progetto di un campo eolico off-shore, della riconversione a fotovoltaico degli spazi liberati dal carbone e in prospettiva la creazione di polo per il varo, l’installazione e la manutenzione di tutti i futuri impianti eolici off-shore del paese: un progetto che prevede un’occupazione decisamente superiore a quella dell’impianto a gas. Poco per volta arriva l’adesione dei sindacati, di tutte le associazioni locali, del Comune, della diocesi, di molti altri Comuni vicini, della Regione e di un’impresa disposta a investire nel progetto. I lavoratori vanno a presentarlo ai colleghi di tutti gli altri impianti a carbone del Paese e su di esso convocano diverse assemblee (quelle che un tempo si chiamavano conferenze di produzione e che oggi non si fanno più). Per un momento anche Enel sembra accettarlo, osteggiata però dalla lobby del gas che in Italia si chiama Eni. La lotta e la mobilitazione continuano riportando in vita passione, orgoglio e solidarietà tra gli abitanti di una città messa da tempo ai margini della vita del Paese.

Valsusa: trent’anni fa, per assecondare le brame della Fiat, allora proprietaria di Impregilo (oggi Webuild) che si era già accaparrata la tratta Alta Velocità Torino-Milano, alla costruenda rete dell’Alta Velocità viene aggiunta la Torino-Lione, da costruirsi ex novo accanto a una linea già esistente e sottoutilizzata, con una “galleria di base” (a bassa quota) di cinquantasette chilometri, in gran parte in territorio francese, ma quasi tutta a carico del partner italiano: lo scempio di un territorio bellissimo in una valle strettissima, già attraversata da una ferrovia, un’autostrada, due varianti della statale e una linea ad alta tensione. Gli abitanti, soprattutto quelli della bassa valle, colpiti da impatti ambientali destinati a protrarsi per decenni, dicono no. Oggi sono ancora in lotta. Hanno affrontato l’occupazione militare del loro territorio, aggressioni, denunce, carcerazioni e processi farsa infiniti, denigrazioni da parte dei media di tutto il Paese, abbandono da parte dei partiti che inizialmente li avevano sostenuti, una politica che ha fatto di questa “Grande opera” inutile e dannosa la propria bandiera: quella della crescita a spese di chi vorrebbe salvaguardare la vita degli umani e l’integrità del paesaggio. I comitati NoTav della Valdisusa coinvolgono tutta la popolazione e suscitano la solidarietà delle tante situazioni di lotta del Paese (le bandiere NoTav sventolano in tutte le manifestazioni). Dimostrano, con il concorso di centinaia di tecnici, l’inutilità e la dannosità del progetto. Creano solidarietà (“si parte insieme e si torna insieme” è il motto delle loro mille battaglie), cultura (famosi gli incontri “Il Grande cortile”, che hanno radunato migliaia di ascoltatori partecipi anche in paesi di poche centinaia di abitanti). Uniscono generi e generazioni (sono coinvolti donne e uomini, giovani e adulti, vecchi e bambini, locali e forestieri). Danno fiato e ragioni alla lotta contro uno dei cardini dell’attuale modello di sviluppo: le “Grandi opere” devastanti. Restituiscono vitalità a un’economia devastata della deindustrializzazione con la valorizzazione dell’ambiente, della ricettività, dell’artigianato, delle tradizioni. Instaurano legami nazionali e internazionali con le tante mobilitazioni contro le devastazioni ambientali e la crisi climatica. Dopo trent’anni di lotta la mobilitazione è più viva che mai e la galleria non ha compiuto passi avanti, anche se i cantieri hanno già devastato importanti parti del territorio.

Queste tre vicende hanno in comune alcune cose che esemplificano la strada da percorrere e il futuro di tutti: hanno saputo dire no in modo collettivo. Se non lo avessero tenuto fermo non avrebbero potuto costruire tutto quello che hanno realizzato nel corso del tempo. Viva i no! Hanno creato una rete di solidarietà e di coinvolgimento sia sul loro territorio che a livello nazionale e internazionale, scegliendo sempre gli alleati giusti e facendo comprendere che la loro lotta era una lotta di tutti e per tutti. Hanno fatto ampio ricorso a saperi tecnici e scientifici per sostenere le loro scelte e per dimostrare l’inconsistenza delle posizioni di chi si contrapponeva a loro. Hanno imboccato la strada della conversione ecologica con dei progetti concreti a basso impatto ambientale e con la neutralizzazione, sempre in bilico, dei programmi devastanti sostenuti dalla controparte. Hanno prodotto e alimentato, al loro interno come tra i loro interlocutori, cultura e passione: una sostanza senza la quale nessuna comunità si regge.

Certo, sono casi singoli anche se non isolati, le cui dimensioni, per quanto estese, non reggono il confronto con quelle dei programmi, nazionali e internazionali, che dovrebbero sventare la catastrofe climatica e ambientale che incombe. Ma bisogna cominciare a guardare in faccia la realtà: quei programmi generali non si realizzeranno mai. Primo, perché sono inconsistenti: dichiarazioni e propositi di carattere generale traditi o sviati non appena si scende sul concreto, fino all’estremo di utilizzare i fondi del “NextgenerationEu” per pagare le bombe con cui protrarre la guerra in Ucraina. Ma se anche un’intera città, una nazione o un continente rispettassero gli impegni, pur insufficienti, assunti in uno dei tanti inutili vertici svolti negli ultimi trent’anni, gli altri non lo faranno e le conseguenze globali saranno comunque disastrose per tutti. Ma costruire comunità capaci di auto-organizzarsi e imboccare la strada della conversione ecologica crea le forze per imporre ai Governi una svolta, per quanto insufficiente e tardiva. Promuove le condizioni di un maggiore adattamento alla situazione molto più ostica a cui va incontro il pianeta. Si muove avendo come bussola la replicabilità di ciò che viene promosso (fatte salve le specificità che differenziano ogni situazione da tutte le altre), cioè l’unica strada da percorrere per generalizzare la lotta per il clima. Non rinchiude la comunità nel suo bozzolo, ma la apre a un vero cambio di rotta.

L’articolo è tratto dal sito Comune-info, con cui è in atto un accordo di collaborazione


Fulvio che detestava i funerali

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«Fulvio. Ti ho ritrovato con sgomento, forma indistinta sotto un telo, nella notte gelata di Venaus». Così scriveva Nicoletta Dosio il 21 gennaio. «Investito da un’auto davanti al presidio. Intorno i lampeggianti blu dei carabinieri, un gruppetto di sorelle e fratelli No Tav increduli che di quel tuo esserci sempre con la tua ingegnosa manualità, la dolcezza che riservavi ai più inermi e la caparbietà di chi non vuole padroni, restasse solo una forma indistinta, immobile sul selciato».

La notizia della morte di Fulvio Tapparo è arrivata come una lama a bloccare un sabato sera che doveva essere normale. Poi c’è voluta una settimana per rimettere insieme i pezzi. Fulvio da qualche anno aveva deciso di vivere al presidio di Venaus insieme a Biagio, la sua residenza risultava “in via della Casa Comunale”, un riferimento fittizio a chi non ha casa, ma Fulvio ce l’aveva eccome, anche se il presidio non poteva risultare abitazione. Storica struttura del movimento per quel permesso rilasciato nel 2005 dal sindaco di allora Durbiano come chiosco di “vendita cocomeri”. Fulvio accoglieva amici da tutta Italia, un piatto di pasta, un posto letto. Un riferimento anche per la locanda “Credenza” a Bussoleno, per il presidio di San Didero, per l’organizzazione del Critical Wine, per il Festival Alta Felicità, per ogni iniziativa che ci si inventava. Generoso sempre, non si risparmiava così come non si sottraeva al confronto duro (incazzato nero sempre). Detestava la retorica e detestava i funerali

Il movimento se l’è ricordato e in un sabato pomeriggio con un cielo regalato azzurro che sbatteva contro le montagne, ha atteso il feretro, davanti al presidio. Per musica una “battitura” che ricordava le presenze ai cantieri. La cassa di legno è stata messa su una poco cerimoniosa Apecar. Mezzo glorioso, amico di tante incursioni, capace di transitare su sentieri montani in aree militarizzate. Della sua avversione per i complimenti, le cerimonie, per i discorsi troppo lunghi, il movimento se l’è ricordato e il saluto di tanti che si sono succeduti al microfono è stata la cosa più lontana dalla retorica che si possa immaginare. Un lungo elenco di risse, litigi, discussioni, parole che denunciavano ancora di più un affetto enorme, un riconoscimento vero alla persona e tante risate. Come quella volta che il Nucleo Pintoni Attivi (età media dei suoi componenti, dai settanta agli ottantacinque anni), si erano mascherati da black bloc con passamontagna e giacche a vento rigorosamente nere. Una presenza organizzata al cantiere di notte per rispondere al fermo di ragazzi avvenuto pochi giorni prima. Ovviamente il gruppetto era stato bloccato dai poliziotti, fatti stendere a terra in attesa di rinforzi. Ricordava oggi Mimmo: “Ad un certo punto Fulvio mi dice: Toni si è addormentato, sta russando. Siamo scoppiati a ridere, i poliziotti erano increduli, cos’hanno da ridere questi? hanno capito il perché quando ci hanno tolto i passamontagna e hanno visto la nostra età…non potevano crederci”.

Nicoletta, Franco, Alberto, Avernino sindaco di Venaus e poi da Bologna, da Modena, da Roma, il microfono passa da uno all’altro per ricordare Fulvio. Fra questi anche un ragazzo che racconta la sua esperienza di eroinomane ventenne e di come ne sia uscito riprendendosi la vita grazie a Fulvio, allora dirimpettaio di casa, compagno di ciucche e di vita lontana dall’eroina. Gli fa eco una ragazza: «In questo presidio ho trovato più casa di casa mia più famiglia che a casa mia». Riparte la battitura, ma prima Emilio ricorda a tutta quella marea di persone commosse, stranite, che non sanno se ridere o piangere e fanno corona ai ricordi e a Fulvio chiuso nella cassa che «dobbiamo volerci bene da vivi». Perché abbiamo la fortuna di vivere in una comunità bella e forte. Mariano decide di fare l’ultimo dispetto al morto e intona Se Chanto, inno Occitano che Fulvio non sopportava più perché “due palle”… «Abbassatevi montagne. Alzatevi pianure. Affinché io possa vedere dove sono i miei amori…». Il figlio di Fulvio, Daniele, ha ringraziato il movimento dedicando a suo padre una frase dal film Big Fish: «C’è un tempo in cui un uomo deve lottare e un tempo in cui accettare la sconfitta. Quando la nave è salpata solo un matto può continuare a insistere. Ma la verità è che io sono sempre stato matto…».

Intanto in questi giorni a Torino continua uno dei processi contro il Movimento Notav e gli attivisti di Askatasuna, accusati di aver rallentato i lavori dei cantieri del Tav con azioni dimostrative e soprattutto, di conseguenza, aver costretto i poteri dello Stato a una militarizzazione del territorio. La deposizione di un funzionario Digos rende pubblici i dati: le forze dell’ordine avrebbero impegnato, a turno e a rotazione, fino a 266mila operatori in un solo anno. I costi sono stati poi utilizzati per quantificare la spesa del ministero che arriva ad una cifra enorme: 8 milioni di euro, comprensivi di personale, vettovagliamento, indennità, reparti e funzionari in trasferta, ecc. ecc. Il progetto del Tav, buco nero di soldi pubblici, è parte di quello che viene sottratto alla sanità, alla spesa sociale… Ma niente paura, il conto da pagare verrà richiesto al Movimento Notav che già si prepara a svuotare i salvadanai.

Ciao Fulvio.

L’articolo è pubblicato anche su Comune-info


Adonella Marena: il cinema, gli indiani di Valle e molto altro

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Adonella Marena se ne è andata. Già insegnante di storia, dagli anni Ottanta si è occupata di teatro e della diffusione in Italia del cinema delle donne nel “Gruppo Comunicazione Visiva”. Poi dal 1989 è stata autrice di corti e documentari, ispirati direttamente alla realtà delle sue esperienze più significative nel sociale: in particolare le donne, l’intercultura, la memoria, l’ecologia.

Il Valsusa Filmfest ha voluto ricordarla sulla pagina Facebook con una foto del 2005. Adonella, seduta in un prato di Borgone (il primo presidio No Tav organizzato), filmava con una telecamera quasi più grande di lei. In tutti i momenti importanti di lotta contro il treno ad alta velocità che vorrebbe deturpare la Valle è sempre stata con noi, presente, pronta a riprendere tutto per darne notizia, per fermare il racconto con immagini (i social non erano ancora attivi). È stata lei a realizzare il primo filmato sul movimento No Tav dal titolo Indiani di valle, presentato con queste parole: «Cittadini e sindaci in un irriducibile movimento trasversale denunciano con ogni mezzo gli effetti devastanti del faraonico e inutile progetto: la morte di un’intera valle, avvelenata dall’amianto, prosciugata e trasformata in un corridoio di servizio». L’anno dopo nel 2006 decise di seguire la marcia da Venaus a Roma per far conoscere anche ad altri territori la resistenza della valle: Cartun d’le ribelliun. Ne seguì anche un libro fotografico di Fulvia Masera e Carlo Ponsero. Il filmato è così presentato: «Una mattina d’estate da Venaus parte una marcia, che percorrendo in 15 giorni 800 chilometri, arriva a Roma. A piedi, in treno, in bici, la marcia a bassa velocità. Il movimento No Tav esce dalla valle per far conoscere le ragioni della sua opposizione ai faraonici progetti delle cosiddette Grandi opere. La storia di un’utopia contagiosa». Adonella si era divertita a filmare e a vivere i trasferimenti, gli incontri, le mangiate, le discussioni. Il suo sguardo non era mai banale, mai retorico. Nel documentario aveva dato voce a una Italia che desidera ritrovare il senso delle comunità.

Nel 2011 terminò un altro importante lavoro, Lo Sbarco, racconto della missione della Nave dei Diritti su cui, l’anno precedente, centinaia di italiani residenti in Europa, allarmati per la deriva della democrazia in Italia, si erano imbarcati a Barcellona e, a 150 anni dall’impresa garibaldina, erano arrivati a Genova per portare sostegno a chi resisteva, accolti con grandi festeggiamenti.

Alla prima edizione del Valsusa Filmfest (1997) Adonella aveva vinto il primo premio con il documentario Facevo le Nugatine, storia della Venchi Unica (Premio Cipputi anche dal Torino FF). Successivamente era stata spesso ospite del nostro festival che sentiva come casa sua, anche grazie all’amicizia che la legava ad Armando Ceste (uno dei fondatori del Valsusa Filmfest), con il quale aveva condiviso alcuni lavori come Non mi arrendo. Non mi arrendo! e Le Tute bianche. Un esercito di sognatori. A Condove aveva presentato altri documentari come quello dedicato alla partigiana Frida Malan (La Combattente) e La fabbrica degli animali, un documentario duro sulle condizioni degli allevamenti intensivi, lavoro di ricerca con lo storico amico veterinario Enrico Moriconi. In questi giorni fra i tanti commenti c’è anche quello del Cascinotto di Collegno, un rifugio per cani e gatti randagi. Scrivono: «Se il Cascinotto esiste lo deve anche ad Adonella che oggi purtroppo ha lasciato questa Terra. Adonella durante il suo percorso ha celebrato la vita in ogni sua forma; ha difeso gli esseri umani, gli animali, l’ambiente. Lo ha fatto con la sua presenza, con il suo attivismo, con la sua arte. Sempre attenta ai più deboli, sempre in prima linea a difendere le cause in cui credeva».

Adonella amava definirsi un granello di sabbia nell’ingranaggio. La ricordiamo con la sua dolcezza infinita e con immensa gratitudine per averci regalato tanto del suo tempo.


Costruire il nemico: Askatasuna, i No Tav, il conflitto sociale

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1.

In questo “cattivo presente”, con una guerra che imperversa nel cuore dell’Europa, può sembrare residuale continuare a ragionare sulla repressione giudiziaria del conflitto sociale (https://volerelaluna.it/talpe/2019/08/13/repressione-giudiziaria-e-movimenti/). Eppure l’ennesimo procedimento aperto a Torino, questa volta contro gli esponenti del centro sociale Askatasuna, merita una riflessione, perché evidenza esemplarmente un cambio di passo dei dispositivi repressivi

Askatasuna costituisce, al pari di tutti i centri sociali diffusi sul territorio nazionale, una realtà complessa, frequentata da centinaia di persone, impegnata su terreni disparati, sia in senso lato culturali (autoproduzioni musicali, laboratori fotografici e artistici, dibattiti e concerti, palestra popolare ecc.) che, soprattutto, di iniziativa politica legata alle lotte sociali. È collegata all’esperienza di Askatasuna lo Spazio popolare Neruda, una casa occupata in cui vive un centinaio di famiglie, dove si organizzano corsi di italiano per cittadini stranieri, un doposcuola e varie attività ludiche e culturali per i bambini, un mini ambulatorio sanitario, una palestra popolare e così via. Dovrebbe essere evidente a tutti che ridurre la pluralità di esperienze, di progetti, di punti vista ideali, di pratiche politiche diverse a un sodalizio unico e rigidamente centralizzato costituisca una mistificazione grottesca. È invece quello che ha fatto la Polizia, con un indagine che ha prodotto centinaia di annotazioni di servizio, decine di migliaia di ore di intercettazioni ambientali e telefoniche.

Ciò che preoccupa è che la Procura torinese, di fronte all’evidente tentativo di criminalizzare un’esperienza molto più complessa da decifrare di quanto appaia dalle semplificate e ostili ricostruzione della Polizia, ha deciso di condividerle integralmente, richiedendo 16 misure della custodia cautelare in carcere, quattro arresti domiciliari e un divieto di dimora contro altrettanti presunti militanti del centro sociale, contestando il reato di associazione sovversiva, più altri 112 reati vari, che vanno dalla resistenza a pubblico ufficiale all’estorsione e al sequestro di persona. Tutto ciò nell’ambito di un procedimento che vedeva originariamente 91 indagati, da poco ridotti a 22, in sede di conclusione delle indagini preliminari, con lo stralcio degli altri 69.

Un primo stop a tale impianto accusatorio è venuto dal giudice delle indagini preliminari incaricato di vagliare le richieste della Procura, che ha escluso la sussistenza di gravi indizi di reato per i reati più gravi, tra cui quello di associazione sovversiva, il collante che tiene in piedi l’intera operazione, applicando nei confronti degli indagati due misure della custodia cautelare in carcere e due arresti domiciliari, più alcune misure dell’obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria. Inaspettatamente peraltro, con un’ordinanza depositata l’11 luglio e notificata ai difensori il giorno successivo, il Tribunale del riesame ha parzialmente accolto l’appello presentato dai pubblici ministeri, ritenendo sussistenti per sei indagati (nei cui confronti vengono applicate le misure della custodia in carcere e degli arresti domiciliari, che restano però sospese in attesa della definitiva pronuncia della Cassazione) i gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato associativo, qualificato in semplice associazione per delinquere e non più in associazione sovversiva.

Il Tribunale non si limita solo a negare il carattere sovversivo dell’associazione ma, forse consapevole dell’inconsistenza del teorema accusatorio, introduce una differenziazione specifica (in contrasto peraltro con le migliaia di pagine riversate in atti dalla Digos e fatte proprie dalla Procura), secondo cui a costituire un’associazione per delinquere non è il centro sociale ma «un gruppo criminale dedito a compiere una serie indeterminata di delitti principalmente in Val di Susa» che si sarebbe formato all’interno di Askatasuna. Una prospettiva interpretativa, questa, che appare in contrasto con le ipotesi investigative degli inquirenti, che cerca di salvare l’insalvabile ma ne condivide il pressapochismo, la scarsa aderenza alla realtà dei fatti e, soprattutto, la scarsa conoscenza delle pratiche, dei linguaggi, perfino delle idee che caratterizzano il variegato mondo dell’antagonismo italiano.

2.

Vista l’enorme mole degli atti e dei documenti prodotti da Procura e Digos, un’autentica alluvione di carta che tenta di compensare sul piano quantitativo la scarsa qualità indiziaria, risulta impossibile proporre anche solo un riassunto dell’impianto complessivo dell’inchiesta. Si può provare a evidenziarne le principali criticità e gli assunti di fondo.

Anzitutto, occorre segnalare come Torino, da sempre laboratorio di pratiche e innovazioni repressive, sia l’unica città italiana a vantare, secondo la Polizia, la presenza contemporanea fino a pochi mesi fa di ben due associazioni sovversive: la prima è quella legata ad Askatasuna, la seconda è quella dell’ex Asilo occupato di via Alessandria (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/03/04/lo-sgombero-dellasilo-occupato-e-le-confessioni-di-una-cittadina-perbene/), sgomberato (e mai più rioccupato) proprio grazie a tale contestazione giuridica, poi fatta a pezzi dal Tribunale del riesame, prima, e dalla Cassazione, poi. L’operazione che la Polizia aveva in mente con Askatasuna era probabilmente la stessa: richiesta di misure cautelari per associazione sovversiva, sgombero del centro sociale e magari anche delle altre strutture ad esso collegate (come lo Spazio popolare Neruda), operazione sicuramente più complessa, visto l’insediamento territoriale di Askatasuna e i suoi legami con la città.

Occorre intendersi. Qui la questione non riguarda gli spazi occupati e dunque la volontà di assecondare le pulsioni legalitarie, sempre presenti in molte forze politiche che seggono in consiglio comunale, che ne richiedono lo sgombero. Se con l’ex Asilo si trattava di radere al suolo una soggettività antagonista impegnata soprattutto sui fronti della lotta ai Cie/Cpr, agli sfratti e alle politiche di gentrificazione del quartiere Aurora, per Askatasuna la posta in gioco è ancora più alta. Anzitutto la conflittualità metropolitana, quella legata alla manifestazioni di piazza, a quelle degli studenti, alle politiche abitative cittadine. In secondo luogo, e sullo sfondo, il bersaglio più grosso: la resistenza in Val di Susa contro il Tav, resistenza che ha visto il centro sociale, per gli stretti contatti con i comitati popolari della Valle, tra i protagonisti storici di tutte le manifestazioni e le proteste. Non è un caso che 106 reati sui 112 contestati originariamente, ora ridotti a 66 su 72, riguardino episodi commessi in Valle nell’ambito della lotta No Tav.

Per raggiungere un traguardo così ambizioso le annotazioni di Polizia raccontano di un centro sociale che decide di costituirsi in associazione criminosa, unicamente votato alla commissione di reati, rigidamente centralizzato, lontana mille miglia dalla fluidità di tutti gli altri centri sociali sparsi per la penisola. La ricostruzione proposta, in cui assumono grande rilievo e centralità le intercettazioni realizzate, è una storia del conflitto sociale a Torino e in Val di Susa vista dal buco della serratura, costruita secondo uno schema cognitivo per cui le vicende umane non sono il frutto di complesse dinamiche sociali ma una sequenza di complotti, di ordini e di relative esecuzioni e il conflitto sociale non è il risultato delle scelte politiche di donne e uomini o di attori sociali collettivi, ma solo un programma delinquenziale, in questo caso sovra determinato da una struttura verticistica.

Centrali sul piano investigativo diventano gli scampoli di poche conversazioni intercettate qua e là a casa o nelle macchine di alcuni esponenti del centro sociale (una addirittura in una carrozza ferroviaria, mentre una esponente del centro sociale insieme a una nota e carismatica militante del movimento No Tav si stava recando a Bologna per un dibattito). Si tratta di conversazioni malamente e approssimativamente lette e decifrate sulla base di un’interpretazione esclusivamente letterale anche quando ci si trova di fronte a battute, risate, frasi scherzose, senza alcuna attenzione allo scambio relazionale che si instaura tra gli interlocutori, agli aspetti di condivisione affettiva, che non possono che influenzare la comprensione dei dialoghi. Al di là delle caricature più o meno folcloristiche contenute nell’annotazione finale della Digos, un monumento alla faziosità di quasi 2.000 pagine: quel che conta è che manca nell’impianto d’accusa la capacità di delineare la sussistenza dei presupposti di un’associazione criminosa.

3.

Gli inquirenti affrontano tale complesso nodo ricostruttivo, con uno scarto di lato, a partire dal minuzioso elenco di reati commessi, soprattutto, come detto, in Val di Susa negli ultimi anni, nell’ambito della resistenza che il movimento No Tav pone in essere da decenni contro la grande opera. Si tratta di episodi in cui compaiono anche soggetti (rubricati sotto il nome di “ala oltranzista” del movimento) che nemmeno la Digos riconduce ad Askatasuna. Il che dimostra già di per sé la debolezza di un’ipotesi associativa a geometria variabile, che vede i consociati unirsi a soggetti esterni per commettere i reati ricompresi nel proprio programma criminoso. Chiunque abbia un po’ di confidenza con le categorie giuridiche contenute nel nostro codice penale sa, infatti, che l’esistenza di un’associazione deve essere dimostrata attraverso la prova di un accordo tra i consociati, di un programma criminoso aperto e permanente e di un’organizzazione specifica, non certo attraverso i cosiddetti reati scopo, cioè i reati che costituirebbero l’esplicazione delle sue capacità operative.

Per tentare di dare concretezza al proprio teorema, Digos e Procura sono costrette a trasformare in «basi e supporti materiali», la sede del centro sociale, in corso Regina Margherita 47, «l’immobile denominato dei Mulini» e il presidio di San Didero, in Val di Susa, lo Spazio popolare Neruda, il centro sociale Murazzi. Il festival dell’Alta felicità o le periodiche iniziative musicali organizzate dal centro sociale divengono, in quest’ottica, «un articolato sistema di finanziamento della vita dell’associazione» sovversiva. La ricchezza sociale e politica di spazi di movimento aperti alla città o costruiti nell’ambito della resistenza No Tav vengono così derubricati a strutture criminali, buone al più a creare profitti economici per garantire le basi materiali del sodalizio. Sul punto sembra parzialmente dissentire il Tribunale che però, per dare concretezza alla sua proposta interpretativa (un’associazione criminale nascosta dentro Askatasuna), trasforma la cassa di resistenza No Tav in uno dei pilastri della «struttura operativa del sodalizio», senza peritarsi di spiegare come il denaro raccolto da un movimento di massa, finisca poi per foraggiare le attività di un micro-gruppo delinquenziale incistato nel corpo sano di un centro sociale.

Quanto, invece, all’accordo e al programma criminosi, per colmare il vuoto sulla loro sussistenza, gli inquirenti e lo stesso Tribunale si sono risolti a utilizzare parole o frasi estrapolate dalle diverse intercettazioni. L’esempio più rilevante sarebbe costituito dalla ricorrenza in più intercettazioni o in documenti riferibili al centro sociale della parola “rivoluzione”, il che si commenta da solo. Parallelamente, per descrivere il carattere sovversivo del sodalizio si fa ricorso, negli atti depositati dalla Procura e acriticamente letti dal Tribunale, a due interviste, peraltro pubbliche, rilasciate nel 2001 e nel 2011 da due dei suoi presunti dirigenti (che contengono espressioni tipiche del dibattito della sinistra non istituzionale dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi), oltre, inopinatamente, alla ripubblicazione nella sezione storica del sito di Infoaut (alla voce “Storia di classe”, che racconta la storia dei movimenti e del conflitto sociale nel nostro paese) di un articolo uscito sulla rivista Rosso, dell’autonomia milanese, nel 1976.

Qui l’approssimativa padronanza del lessico delle aree antagoniste del nostro paese si coniuga con la scarsa conoscenza della storia dei movimenti sociali. Sul piano giudiziario, comunque, inferire dal dibattito politico elementi sull’esistenza di un’associazione sovversiva è operazione che rischia di confondere e travolgere i confini che devono sussistere tra teoria e prassi, tra l’idea sovversiva (tutelata, come insegna la giurisprudenza di legittimità, dall’assetto democratico e pluralista del nostro ordinamento) e le condotte di rilevo penale. Questo sembra l’errore di fondo più madornale dell’inchiesta: scambiare la progettualità criminosa della presunta associazione con il suo apparato ideologico significa muoversi in una prospettiva di criminalizzazione di qualsiasi collettivo che si prefigga di mutare lo stato di cose presenti.

Esemplari da questo punto di vista e rivelatrici di una caduta ancor più culturale che giuridica sono le osservazioni contenute nell’atto d’appello della Procura, dove vengono proposte delle argomentazioni che dovrebbero chiarire in concreto come l’associazione in questione abbia un carattere sovversivo. Lo strabiliante sillogismo proposto, a proposito della partecipazione del centro sociale alle lotte valsusine è il seguente. Secondo la giurisprudenza della Cassazione va considerata eversiva qualsiasi condotta orientata al «sovvertimento dell’assetto costituzionale esistente» ovvero che «tenda a rovesciare il sistema democratico previsto dalla Costituzione nella disarticolazione delle strutture dello Stato o, ancora, nella deviazione dai principi fondamentali che lo governano». A giudizio dei pubblici ministeri, tra tali principi rientra il metodo democratico, con la conseguenza che ogni azione violenta che si contrapponga alla decisioni della maggioranza parlamentare o del governo democraticamente eletti va considerata automaticamente sovversiva sul piano giuridico.

Nel nostro caso, in particolare, la realizzazione del treno ad alta velocità, secondo la Procura, «è stata decisa dal Parlamento […] in esecuzione di Trattati Internazionali e di obblighi comunitari», le condotte violente realizzate in val di Susa contrastano con «l’esercizio da parte di chi ne è titolare del metodo democratico», vale a dire con «la prevalenza dell’opinione della maggioranza, che è espressione “nelle forme e nei limiti della Costituzione” della sovranità popolare». Non solo, i reati commessi contro il cantiere del TAV «hanno portato al risultato di ritardare per lungo tempo la realizzazione dell’opera», con conseguenti effetti diretti «sull’esecuzione di legittima decisione del Parlamento». Il paradigma proposto è assolutamente chiaro: qualsiasi forma di protesta nei confronti di legittime decisioni assunte dal Parlamento diviene sovversiva se realizzata anche in forme violente. A dar retta a tale postulato, sarebbero sovversive le proteste degli studenti contro la riforma della scuola superiore o universitaria, o dei lavoratori contro le riforme economiche e così via, se nel corso delle manifestazioni si verificassero degli scontri violenti. Il Tribunale si smarca da tale prospettazione e lo fa, però, con un’affermazione altrettanto incongrua, secondo cui tale assioma non regge non perché in contrasto con un’idea pluralista e conflittuale della democrazia, ma solo perché di fatto i lavori nel cantiere non sono «mai stati sospesi a causa delle azioni violente».

Insomma, aleggia tra le pagine dell’inchiesta un’idea mortificante della conflittualità e della partecipazione politica, che si accompagna a una visione scarsamente consapevole della storia italiana.

4.

Sarebbe bene che quel poco di sinistra che ancora esiste a Torino e nel paese iniziasse a interrogarsi e a preoccuparsi di queste derive giudiziarie, perché non si tratta solo di Askatasuna o della repressione per via giudiziaria delle attività di un centro sociale. Le affermazioni sopra riportate rendono plasticamente conto – meglio di tante dissertazioni scientifiche e di tanti slogan sul passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale – dei rischi di una deriva autoritaria non solo della giustizia ma, visto il ruolo preponderante nell’inchiesta dell’autorità amministrativa, incarnata nella Polizia di Stato, delle istituzioni, con il tentativo di delegittimare ed eliminare dallo scenario collettivo il conflitto e la protesta sociale (https://volerelaluna.it/controcanto/2021/04/07/la-democrazia-autoritaria-che-e-dietro-langolo/).

È di questo che si tratta e allora, tanto per esser chiari, come dice una vecchia canzone, «même si vous vous en foutez, chacun de vous est concerné».


Diffamare i no Tav non è reato?

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L’antefatto è noto. Domenica 10 ottobre 2021, nella trasmissione Mezz’ora in più su Rai3, il direttore de la Repubblica Maurizio Molinari, intervistato da Lucia Annunziata, si è esibito, a freddo e senza alcun collegamento con l’oggetto dell’intervista (l’assalto del giorno precedente alla sede della Cgil), in questa singolare dichiarazione: «I no Tav sono un’organizzazione violenta, quanto resta del terrorismo italiano degli anni Settanta. Aggrediscono sistematicamente le istituzioni, la polizia, anche i giornali, minacciano giornalisti a Torino. Per un torinese no Tav significa sicuramente terrorista metropolitano; chiunque vive a Torino ha questa accezione» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/15/e-allora-le-foibe-e-allora-i-no-tav/). A fronte di queste dichiarazioni irresponsabili e prive di qualsivoglia fondamento centinaia di aderenti al movimento no Tav hanno presentato querela per diffamazione, in prevalenza alla Procura di Torino (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/11/19/no-tav-una-querela-contro-larroganza-del-potere/). Il seguito è ancora in corso ma è, già ora, istruttivo e ricco di implicazioni generali.

Alcune querele sono rimaste incardinate a Torino mentre la maggior parte è stata trasmessa alla Procura della Repubblica di Milano per competenza territoriale, essendo Molinari residente nel capoluogo lombardo. Sono passati alcuni mesi ed ecco le prime richieste dei pubblici ministeri milanesi. Si tratta – e la cosa sarebbe incredibile se non si fosse in presenza di procedimenti riguardanti il movimento no Tav – di richieste di archiviazione.

Per un primo gruppo di querele il pubblico ministero ha chiesto al gip di trasmettere gli atti all’archivio perché «il movimento No TAV risulta un movimento d’opinione a cui partecipano associazioni, gruppi e singole persone che si uniscono per singole iniziative senza strutture in qualche modo unificanti. Non pare quindi enucleabile l’offesa ad una persona determinata, sia pure un ente collettivo, che, secondo la giurisprudenza di legittimità la norma (l’articolo 595, comma 3, codice penale, ndr) punisce». Come dire che si può affermare impunemente che il movimento antifascista è fatto di assassini o quello ecologista di ladri senza che nessun antifascista o ecologista possa adire un tribunale a tutela della propria onorabilità. Naturalmente il solerte pubblico ministero cita a sostegno un paio di sentenze (che peraltro, se lette con attenzione, dicono tutt’altro) ma dimentica la giurisprudenza pressoché costante secondo cui «alle associazioni, agli enti di fatto privi di personalità giuridica […] è riconosciuta la capacità di essere soggetti passivi del delitto di diffamazione e la corrispondente titolarità del diritto di querela […] e la legittimazione compete anche ai singoli componenti allorché le offese si riverberano direttamente su di essi, offendendo la loro personale dignità» e «qualora l’espressione lesiva dell’altrui reputazione sia riferibile, ancorché in assenza di indicazioni nominative, a persone individuabili o individuate per la loro attività, esse possono ragionevolmente sentirsi destinatarie di detta espressione, con conseguente configurabilità del reato di cui all’art. 595 codice penale».  

L’abnormità della richiesta è probabilmente troppo per la stessa Procura. Così un altro pubblico ministero, per un altro gruppo di querele, abbandona l’argomento ed entra nel merito. Ma solo per affermare che «non si ravvisano allo stato elementi sufficienti per affermare oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità dell’indagato per il reato ipotizzato […], potendosi ritenere che nel caso in esame la condotta […] non abbia travalicato i confini della scriminante del diritto di critica (art. 51 codice penale)», e ciò perché i toni usati da Molinari sono «aspri e forti ma non gravemente infamanti e gratuiti» e nelle sue dichiarazioni è rinvenibile «un nucleo di verità storica» seppur «in una dimensione ridotta e in confini labili» (sic!). Incredibile ma vero. Il Movimento No Tav è attivo da oltre 30 anni; ha sempre agito alla luce del sole; è articolato e composito; ha al suo interno gran parte dei sindaci della Val Susa, interi consigli comunali, studiosi di diverse Università; è stato definito “esemplare” nella sentenza 8 novembre 2015 del Tribunale permanente dei popoli; ha organizzato e gestito centinaia di manifestazioni con la partecipazione di decine di migliaia di persone. In questa storia trentennale ci sono stati anche, come in gran parte dei conflitti sociali, episodi di violenza e scontri con le forze di polizia che peraltro, seppur enfatizzati dai media, sono stati limitati e circoscritti. In ogni caso, anche quegli episodi non hanno nulla a che fare con il terrorismo. La stessa Procura di Torino, nella sua lunga crociata contro il Movimento, ha fatto ricorso alla contestazione di terrorismo per un unico episodio e nei confronti solo di quattro giovani: ed è stata totalmente smentita dai giudici, che hanno assolto gli imputati, in tutti i gradi di giudizio, «perché il fatto non sussiste» (https://ilmanifesto.it/terroristi-a-chi-la-risposta-del-movimento-no-tav/). Ma tutto questo non rileva per il pubblico ministero che si guarda bene dallo spiegare come un insulto possa essere ritenuto un termine “forte” ma non diffamatorio e quale sia il “nucleo di verità storica” che legittima le dichiarazioni dell’imprudente direttore de la Repubblica. Il tutto in omaggio all’antica prassi giudiziaria secondo cui le cose insostenibili è meglio non motivarle. Il messaggio è, a dir poco, anomalo: dare a qualcuno del terrorista, se quel qualcuno è un no Tav, non è diffamatorio ma rientra nel diritto di critica anche se l’affermazione è palesemente falsa.

Adesso la parola passa al gip di cui attendiamo con interesse le determinazioni. Con interesse ma con scarsa fiducia perché la storia ultradecennale dei processi relativi al Tav in Val Susa mostra – in una sorta di caso di scuola che sarebbe bene studiare nei corsi universitari di sociologia del diritto e in quelli della Scuola della magistratura – la realtà, nel nostro Paese, di un diritto disuguale e la compresenza, nella concreta applicazione del diritto penale, di un codice per i briganti e di un codice per i galantuomini destinati invariabilmente a confermare i rapporti di forza presenti nella società. I capitoli di questa storia, in Val Susa, sono noti. Da una parte la repressione capillare e indiscriminata del movimento di opposizione al Tav in quanto tale con la dilatazione a dismisura delle misure cautelari e delle ipotesi di concorso di persone nei reati classici del conflitto sociale (resistenza a pubblico ufficiale e violenza privata), l’abnormità delle contestazioni e il circuito preferenziale accordato si processi contro appartenenti al movimento (anche per reati bagatellari): il tutto favorito dalla costituzione presso la Procura di Torino di un pool preposto al contrasto del movimento di opposizione prima ancora del manifestarsi di reati e da una accorta gestione dei processi a mezzo stampa (https://www.controsservatoriovalsusa.org/quaderni-del-controsservatorio/quaderno-n-1). Dall’altro l’archiviazione immediata e immotivata delle molte circostanziate denunce per abusi delle forze di polizia (https://www.controsservatoriovalsusa.org/images/ARCHIVIATO_INVITO_5_LUGLIO.pdf) e il mancato perseguimento di ogni esposto sulla correttezza nella realizzazione della nuova linea ferroviaria (https://www.controsservatoriovalsusa.org/180-artifici-e-raggiri; https://www.controsservatoriovalsusa.org/161-archiviato-e-basta). Spesso le forzature in sede di esercizio dell’azione penale sono state smentite o ridimensionate in sede dibattimentale (come nel caso – clamoroso – della contestazione di terrorismo) ma ciò è, ovviamente, insufficiente: non solo perché la sottoposizione a processi e a lunghe carcerazioni (anche se seguiti da assoluzioni dibattimentali) non è certo indolore ma anche perché i giudici possono intervenire e rendere giustizia solo se i pubblici ministeri iniziano e coltivano i processi. È questo il caso delle querele per le dichiarazioni diffamatorie di Molinari. La speranza è che l’inerzia dei pubblici ministeri sia contrastata e corretta dal gip. Altrimenti saremo di fronte all’ennesima, triste conferma che il proverbio siciliano «Giustizia stava scritto su u’ portone e ci credette u’ minchione» (che ha campeggiato per anni, scritto con mano malferma, sul portone della Casa penale di Favignana) manterrà piena attualità.


Da Bussoleno al carcere di Aix-Luynes sulle tracce di Emilio

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«Dal piccolo paese di Bussoleno (valle di Susa) al carcere di Aix-Luynes ci sono di mezzo più di 300 km oltre alle montagne, al di là del confine tra Claviere e Monginevro. Un viaggio lungo una notte intera per arrivare all’appuntamento, primo colloquio con Emilio Scalzo che era stato fissato alle 7.30 di mattina del 12 gennaio. Era da 45 giorni che Marinella, la moglie aspettava questo colloquio». Inizia così il racconto di Gabriel postato sulla pagina di Facebook del nuovo “Comitato Emilio Libero” nato il 6 gennaio 2022, durante una partecipata assemblea fra mascherine e distanziamento. Si sentiva la necessità di avere uno strumento che racchiudesse le tante anime e iniziative per continuare a svolgere in modo ancora più incisivo un’azione forte per far conoscere e contrastare quella che si sta dimostrando una vera e propria persecuzione giudiziaria nei confronti di Emilio Scalzo (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/09/17/un-pericoloso-criminale/). Ancora una volta diventa fondamentale mantenere alta l’attenzione su quello che avviene nelle carceri.

Emilio è in arresto “preventivo”, ma le modalità della reclusione sono pesanti e, come spesso succede, la “pena” (prima ancora di una eventuale condanna) si abbatte anche sui famigliari costretti a viaggi incredibili, a sostenere spese, a districarsi in labirinti burocratici infiniti. Il colloquio in carcere alle 7,30 del mattino, per un’ora, non era esattamente favorire i rapporti con i famigliari. Ma il movimento sa essere solidale e farsi carico di queste situazioni e nessuno viene lasciato solo. Vengono organizzate due auto per il viaggio, la partenza alle due di notte per attraversare il colle del Monginevro e via verso il sud della Francia. Poi capita che una serie di cose, tutte positive e anche abbastanza originali, a un certo punto alleggeriscano la storia. Alle elezioni del presidente della Repubblica, gennaio scorso, per ben due volte il nome di Emilio viene letto in aula: non senza imbarazzo quando viene chiesto «ma chi è?» e sottovoce viene detto «un no Tav». Tuttavia, nonostante questo prestigioso riconoscimento, Emilio rimane in carcere.

Il percorso di vita di Emilio Scalzo è stato più volte raccontato (https://volerelaluna.it/tav/2020/12/09/a-testa-alta-dalla-sicilia-alla-val-susa/). Una vita specchiata nella quale ha saputo dimostrare con i fatti quanto non gli interessassero i facili guadagni, le scorciatoie, quello che lui chiama “la via dell’aceto”. Invece di alzarsi tutti i giorni alle quattro del mattino per rifornirsi al mercato del pesce e poi sui mercati della valle, avrebbe potuto seguire altre strade. Una famiglia complicata la sua. «Non avevo concezione di politica. Il mio obiettivo era semplicemente star fuori dai casini dei miei fratelli e combattere la malavita per come potevo, senza comunque abbandonarli al loro destino». Non poteva sgarrare, consapevole del suo cognome pesante. Pare sia il destino di Emilio quello di dover dimostrare molto di più degli altri perché eternamente monitorato. È successo anche la prima volta che è stato arrestato per pochi giorni il 15 settembre 2021. Appena arrivato al transito, Emilio ha raccontato di aver ricevuto una tazza di caffè offerto dalle sezioni vicine. Fra i detenuti c’era chi si ricordava dei suoi fratelli. Emilio aveva ringraziato, ma non aveva accettato, regalando la bevanda al vicino di cella. La detenzione era stata di pochi giorni, poi gli arresti domiciliari, interrotti il 1 dicembre, quando un vero blitz lo ha “catturato” per poi tradurlo in Francia (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/02/troppa-solidarieta-per-emilio-deve-tornare-in-carcere/).

A febbraio, dunque, il “Comitato Emilio Libero” decide di organizzare un gita fuori porta, un presidio davanti alla maison d’arrêt. Il viaggio è impegnativo, una vera sfacchinata, il rischio di contagi ancora presente. Tuttavia si fa uno sforzo e in pochi giorni si riempie un primo pullman, poi un secondo. A cascata si aggiungono molte auto. L’appuntamento è per sabato 12 febbraio a Aix Luynes. Nella stessa giornata ci sarà anche un presidio a Milano davanti al consolato francese molto partecipato: la “Banda degli Ottoni a Scoppio” richiamerà attenzione.

Inaspettata, il venerdì pomeriggio mentre i preparativi della partenza fervono, arriva la notizia della scarcerazione. Che si fa? Il tam tam parte subito e poco dopo arriva la risposta: si va lo stesso, è l’occasione per salutarlo, il programma è confermato. Davanti al carcere in una giornata primaverile sventolano le bandiere no Tav, musica e saluti a chi è rimasto dietro le sbarre. Sarà la prima cosa che dirà Emilio quando un abbraccio totale dei valsusini lo risucchierà letteralmente: «Mi sono sentito in colpa ad uscire, ho lasciato un pezzo di nuova famiglia. Mi son sentito privilegiato». Esce con una forte sciatica, la cella piccolissima non permetteva movimenti, il letto era una branda. È dolorante ma ovviamente felice. Niente lo ferma e ai francesi che lo incontrano e che lo intervistano parla con sicurezza in un francese che ricorda Peppino e Totò a Milano: «Noio volevan savoire». Gesticola ancora di più, ma si fa capire. La sua umanità supera tutto. Gli hanno portato i biscotti no Tav con la scritta “Emilio Libero”, ma lui precisa: «Io sono sempre stato libero anche là dentro. È una questione di testa non vi preoccupate per me».

Il vizio di forma che gli avvocati hanno individuato consiste nel non aver invitato Emilio, del quale era ben nota la residenza, a recarsi presso il Tribunale di Gap per essere sottoposto a interrogatorio. La Corte di appello di Grenoble ha pertanto dichiarato nullo il mandato di arresto europeo. Così Emilio è stato scarcerato ma, visto il procedimento pendente, gli è stata comminata la misura dell’obbligo di dimora e di firma una volta alla settimana presso la gendarmeria di Lancon de Provence. Potrà muoversi in tutto il dipartimento delle Bocche del Rodano. Grazie alla preziosa disponibilità di un consigliere regionale, Daniel Marcotte, avrà a disposizione una casa tutta per lui e una bicicletta che la sua famiglia gli porterà.


Val Susa: ancora a fuoco un presidio No Tav

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Avrebbe dovuto essere il luogo più sicuro del mondo il presidio di San Didero, di fronte al fortino militarizzato per difendere la costruzione del nuovo autoporto, collegato con la linea ferroviaria Torino-Lione, dopo la distruzione del vecchio, costruito negli anni Ottanta (agli occhi di tutti uno spreco scandaloso, mai entrato in funzione). Eppure, di fronte a fari puntati, blindati sempre presenti, telecamere, il 4 gennaio il presidio di San Didero è stato dato alle fiamme. Come tutti i martedì, c’era stata l’apericena, diventata un’abitudine per trovarsi e fare il punto della situazione. Così come il giovedì, quando un gruppo di pensionati si trova per pranzare insieme. Il presidio è “vivo” e monitorato anche dalla presenza di molti giovani no Tav. L’ampio spazio (di proprietà di alcuni militanti no Tav) ha permesso iniziative molto partecipate, compresi balli occitani (puntualmente filmati dalla Digos per la loro bellezza coreografica…) e appuntamenti gastronomici in grado di raccogliere fondi per il Rifugio Fraternità Massi di Oulx, una risposta alla rotta dei migranti verso la Francia. L’ultima manifestazione no Tav dell’8 dicembre si era conclusa proprio in quello spazio e molte persone avevano attraversato la statale per andare ad appendere palline di Natale alle reti del fortino. Per rinforzare gli auguri verso sera si erano visti in cielo fuochi d’artificio anche se, non essendo stato colto lo spirito natalizio, la risposta era stata al solito con gli idranti… Poi, pochi giorni dopo, l’incendio: partito dalla roulotte che staziona sul posto, nessun attacco elettrico, un’unica bombola di gas portata via durante l’intervento dei vigili.

La data del 4 gennaio 2022 va ad aggiungersi all’elenco delle provocazioni.

Era rimasta la stufa, il 24 gennaio 2010, al centro del presidio di Borgone distrutto da un incendio doloso. Sembrava smagrita nella sua forma bombata, generosa di ferraglia, ma ancora riconoscibile. Per cinque anni aveva riscaldato quel luogo, a volte infeltrendo il bordo di giacche di chi per cercare il caldo l’abbracciava un po’ troppo. Erano trascorsi cinque anni dal 22 giugno 2005, primo tentativo (respinto) di prendere possesso di quel terreno per poi trivellarlo per un sondaggio. Il giorno dopo la stessa scena si era ripetuta a Bruzolo e poi a Venaus. Tre luoghi simbolo dove erano nati tre presidi, all’inizio gazebo veloci, poi vere casette di legno, con cucina e tende alle finestre. Tutto era servito a fare comunità, a stare bene insieme, a continuare a discutere, a leggere i giornali, a incazzarsi. “Montanari imbizzarriti” erano stati chiamati i valsusini da politici torinesi che per giorni avevano lanciato una campagna stampa a dir poco aggressiva, violenta. Intanto il presidio di Borgone era stato raso al suolo.

Qualche giorno prima, il 16 gennaio, ci avevano provato con il presidio di Bruzolo, più o meno all’ora di cena. Troppo presto, qualcuno che transitava sulla strada aveva dato l’allarme ed erano arrivati i vigili del fuoco. Ma il 1 febbraio l’operazione era stata portata a termine e anche quel presidio era stato raso al suolo ed erano rimasti solo alcuni spuntoni di ferro anneriti verso il cielo. I presidianti di Bruzolo avevano partecipato alla manifestazione con uno striscione con su scritto “Brucia più a voi che a noi”, che ben sintetizzava il clima della valle sempre più determinato a resistere e a ricostruire i presìdi. Nelle stesse giornate alcuni monumenti dedicati ai partigiani della valle erano stati imbrattati con scritte Sì Tav. E su Facebook un gruppo Sì Tav aveva postato un video con i presìdi in fiamme e minacce a quelli in Val Sangone e a Rivoli con la scritta “A fuoco”.

Qualche anno dopo, il 1 novembre 2013, era stata la volta del presidio Picapere a Vaie, anche questo raso al suolo dal fuoco. Una manifestazione aveva messo insieme, ancora una volta, “cuore e rabbia”. A denti stretti anche i giornali avevano ammesso che i partecipanti non erano comparse e che la valle in effetti non era pacificata. Il presidio in poco tempo era stato ricostruito ancora più bello. Tuttavia una riflessione il movimento lo stava facendo e, dovendosi occupare di un nuovo spazio nella valletta della Maddalena di Chiomonte, aveva pronta un’alternativa. Era stata costruita una casetta sugli alberi. Un castagneto secolare aveva ospitato il nuovo presidio. I piedi per terra erano stati mantenuti dando l’incarico di vigilanza, il 14 maggio 2011, a un pilone votivo dedicato alla Madonna del Rocciamelone, a San Michele Arcangelo, a San Francesco. Poi, volendo esagerare, era stata posata una statua di Padre Pio, di cui si era notato che i militari di turno al cantiere riconoscevano l’autorità.    

Ma l’abitudine di appiccare il fuoco per togliere di mezzo chi infastidisce si era riproposta nella notte fra il 2 e 3 gennaio del 2018. Le fiamme avevano divorato lo spazio sociale VisRabbia di Avigliana frequentato da molti giovani.

In questi trent’anni di mobilitazione e lotta i presidi sparsi su tutto il territorio della valle sono sempre stati luoghi di benessere sociale. Il giorno della Befana a San Didero è stata organizzata una bella polentata per rispondere al detto «se le cose vanno male il corpo non deve patire». E ognuno si è portato piatto e bicchiere. Come al solito.