Papa Francesco ha ragione: Kiev ha (quasi) perso, ma non c’è solo la vittoria

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Per due anni siamo stati convinti che Putin non avrebbe mai prevalso sul “Bene”, cioè noi occidentali, ma è l’esaurimento degli uomini sul campo di battaglia a decidere il conflitto, e Kiev è quasi alla fine. Vorrei dire: finalmente! Recidere con le parole il giusto e l’ingiusto, il razionale e il folle. Solo il Papa poteva avere il coraggio di far questo. Parole dette scritte mandate alte, che diventano sfida esempio tentazione al contrario. Osare l’impronunciabile per gli usi della bizantina ipocrisia: ovvero dire arrendersi, alzare bandiera bianca, trattare. Questo è la virtù profetica, lo Scandalo sacro della verità. Per due anni abbiamo ascoltato senza fare quasi domande, prendendo atto, per immersione, magari per abitudine, restando in maggioranza inerti, superficiali, racchiusi dal giro intricato delle cose. Il conflitto straziava nel lungo, i morti fissavano il cielo rigato di missili sonanti. Sulla guerra in Ucraina abbiamo vissuto sotto il dominio soffocante di una cosmogonia omogenea. Putin, la Russia, aggressori arroganti, saranno puniti, non hanno con la loro potenza di cartapesta alcuna possibilità di prevalere sul Bene, cioè su di noi. Gli eroici ucraini e le nostre armi e i nostri soldi sconfiggeranno il Male.

Nessuno metteva in dubbio, tutti hanno interiorizzato. Siamo stati convinti con la intensa soddisfazione di vivere in diretta l’avvenimento grandioso della Guerra Giusta: e inevitabilmente vittoriosa. Il cretinismo infinitesimale di singoli eventi orribili: le carcasse dei carri, le trincee divelte, le sviscerate tumefazioni delle città, ecco servito il paradigma del tutto è cronaca. Ha banalizzato l’orrore, consentendoci come spettatori di autoescluderci e di pensare di poter usufruire di un rifugio perpetuo. Il nostro fare nulla, l’accontentarci della sicurezza della vittoria che ci veniva garantita da color che sanno, politicanti, economisti, generali, esperti, intellettuali rendeva la impotenza e la indifferenza felici, legittime e rassicuranti.

Mese dopo mese tutte le possibilità intermedie sono state, una dopo l’altra, eliminate, smascherate come inganno, abdicazione all’avversario. Dalle due parti, Kiev e Mosca, con un progetto metodico, è stata lasciata soltanto una possibilità: la propria vittoria totale. Con un ribaltamento che spesso avviene nelle guerre, la politica, russa, ucraina, occidentale, si è ridotta miseramente a continuazione della guerra con altri mezzi, uno schermo per dimostrare la necessità del massacro temperato dalla certezza che alla fine avremmo vinto noi. Anche le grida domenicali, appassionate, del Papa, in fondo, sono state ridotte a una parte di questo disegno di illusione, invocare la pace era null’altro che rinviare a qualcosa di utopico e impossibile: perché la pace doveva essere ovviamente giusta, perfetta, riparatrice per le vittime e punitiva per i colpevoli. Perfino il pacifismo dei virtuosi, degli uomini di buona volontà (non molti per la verità) è stato immiserito a rito accomodante, gratificazione delle coscienze singole, fuga nella buona azione del fine settimana: manifestate, manifestate che tanto poi…

La vittoria era l’unica soluzione per avere la pace, inseguita descritta vaticinata in modo inevitabile dalle cancellerie e dai vertici dell’Alleanza via via che il campo di battaglia la dimostrava sempre più remota, irraggiungibile, mostruosamente costosa per chi la combatteva al fronte. I registi della guerra a Mosca e a Kiev e in Occidente hanno a poco a poco dimenticato i morti, feriti, i mutilati delle trincee, gli uomini che muoiono dopo un’ora o un anno, la vita per un istante sotto l’impeto della mitraglia… Poi subito afflosciata, affondata a picco come una pietra. Si sono impadroniti della morte, i guerrafondai in mimetica o doppiopetto, le fanno la guardia come mastini: questi sono i Nostri Morti quelli sacri giusti gloriosi, i loro morti sono criminali e maledetti. E mentre chi li ha amati entra nell’inesplorato bosco del dolore, gli alti comandi, gli encomiatori da lapide, i cappellani del massacro, estranei e compatti, affidavano ai proclami il loro rancore di superstiti: saremo noi i buoni perché vinceremo!

Occorreva che qualcuno prendesse la parola per i morti, per quelli già spazzati via e per quelli che verranno… Ancora un paio di anni e vinceremo! Un niente! Bisognava che qualcuno dicesse quello che i politici e i generali non hanno il coraggio di dire: che è l’esaurimento degli uomini nelle trincee e negli assalti e non delle munizioni o dei droni a decidere la vittoria e la sconfitta. In questa matematica inumana la Russia è in vantaggio, vincerà. Mentre Putin continuerà a attingere al suo immenso materiale di vite sacrificabili, largheggiando senza rimorsi, come è nello stile, sotto qualsiasi segno ed epoca, di un dispotismo abituato alla cieca obbedienza, Kiev è quasi alla fine, una generazione è stata spazzata via o ha cercato la salvezza fuggendo. Alcuni generali hanno cercato di dirlo a Zelenzky ma sono stati licenziati o allontanati: perché Zelenzky come Putin è ormai prigioniero della logica della vittoria totale che gli abbiamo garantito.

Solo il Papa poteva spezzare il tabù, solo lui ne ha la forza morale. Usando parole sconfitta, negoziare, bandiera bianca che costerebbero l’accusa di tradimento, di collaborazionismo con il nemico. Ma questa è la Chiesa, quando sa lasciare agli altri i distinguo, i silenzi, il non detto, le formule felpate, le maledizioni sul nemico sempre Assoluto. La macchia bianca del Papa è una insegna, una biografia, un memento. È muta di colore, biancheggia sempre di più, perché il suo messaggio spezza il tempo. Esemplifica, aspetta al varco la responsabilità di ognuno, ripropone. Al contrario dei politicanti batte e ribatte sulle chiusure umane, giustizia i diaframmi che impediscono l’ascolto, non accetta riposo, è portatore di difficili e rivoluzionarie meraviglie. Ci impone di non insabbiarci nei dubbi, strazi, interessi di uomini e di sistemi, in una terra dove per vincere dovremo scendere in campo direttamente, disseminata di silos in cui dormono mostri a testate multiple, meraviglie della demenza che possono vetrificare il pianeta, e in fondo agli oceani scivolano, silenziosi e ciechi, sottomarini con missili ciascuno dei quali può annientare centinaia di migliaia di esseri umani: allora torna il conto dopo due anni, o è follia?

L’articolo è tratto da La Stampa dell’11 marzo


Ucraina: il piano di pace cinese e l’insipienza dei suoi detrattori

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Il 24 febbraio la diplomazia cinese ha presentato un documento in 12 punti volto a spingere Russia e Ucraina a cessare il fuoco e ad aprire un percorso negoziale per la composizione pacifica del conflitto e il ristabilimento di un quadro di sicurezza collettiva in Europa. A fronte di un cauto apprezzamento della Russia, il piano di pace cinese è stato immediatamente respinto da Washington, da Londra e da Bruxelles, che non lo hanno degnato neanche di un commento, salvo l’osservazione che non si tratta di un piano di pace vero e proprio ma solo un’indicazione generica di principi.

Senonché la sapienza del piano cinese consiste proprio in questo, che non si tratta di un piano di pace chiavi in mano. Se la Cina avesse avanzato delle proposte specifiche sulle questioni che contrappongono i belligeranti, avrebbe trovato un muro e porte chiuse da entrambe le parti. Soltanto pochi giorni fa (il 28 marzo), il ministro degli esteri ucraino Kuleba, ha ribadito che la pace si può ottenere soltanto con la sconfitta totale della Russia: «Nessun’altra nazione vuole la pace più dell’Ucraina. Ma la pace ad ogni costo è un’illusione. Il popolo ucraino accetterà la pace solo se garantirà la cessazione completa dell’aggressione russa, il completo ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino e il ripristino dell’integrità territoriale del nostro stato all’interno dei confini riconosciuti a livello internazionale». Gli Ucraini, quando si riferiscono ai confini “riconosciuti a livello internazionale”, non nascondo l’ambizione di volersi riprendere la Crimea, che dal 2014 è una Repubblica autonoma inserita nella Federazione russa. Al punto che il 2 aprile l’Ucraina ha rivelato un piano in 12 punti per gestire la Crimea dopo averla liberata dall’invasione russa, lasciando trapelare che vi saranno durissime purghe e discriminazioni per i filorussi. D’altro canto è impossibile che la Russia accetti di sedersi ad un tavolo negoziale fondato sul presupposto della sua sconfitta e disgregazione.

In questo contesto è importante che il piano cinese metta al primo punto la necessità di rispettare la sovranità di tutti i paesi e il diritto internazionale universalmente riconosciuto, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite. Partendo da questo presupposto, il piano cinese mette in discussione l’occupazione militare russa di una parte dei territori dell’Ucraina, senza umiliare la Russia, e apre la strada a un negoziato per smantellare l’annessione bellica da parte della Russia delle Regioni di Donetsk, di Lugansk, Zaporizhzhia, e Kerson. Opportunamente il piano cinese non adotta la formula dei “confini internazionalmente riconosciuti” e quindi toglie dagli oggetti del negoziato lo status della Crimea, che si è distaccata dalla Ucraina nove anni fa sulla base di un atto di autodeterminazione del suo popolo. Altrettanto importante è il secondo punto che chiede a tutti gli attori internazionali di abbandonare la mentalità della guerra fredda. Come il conflitto è nato da un indurimento del confronto militare fra i due blocchi (l’“abbaiare della NATO” ai confini della Russia) ed è proseguito alimentato dalla volontà di USA e NATO di “punire” la Russia, così l’uscita dal conflitto ha bisogno che sia abbandonata la logica, fin qui portata avanti dalla NATO (sotto la spinta di USA e GB), di rafforzare la propria sicurezza nella più assoluta indifferenza delle esigenze di sicurezza dell’altro blocco politico militare. Ristabilire la pace, comporta la necessità di creare in Europa un clima di sicurezza collettiva, che si può raggiungere soltanto attraverso il disarmo reciproco e concordato, non attraverso la corsa agli armamenti. Così inquadrati i capisaldi per orientare un negoziato di pace, il piano cinese mette al terzo punto (ma in realtà primo in termini di importanza) l’esigenza che le parti giungano rapidamente a un cessate il fuoco globale, osservando che: «il conflitto e la guerra non giovano a nessuno». Può sembrare una banalità, ma è una verità così elementare che è impossibile dimostrare il contrario ed è assurdo che sia bandita dalle Cancellerie dei principali paesi occidentali.

Gli altri punti del piano di pace cinese sono direttamente conseguenti dei primi tre e dell’impostazione originaria che mette al centro il rispetto del diritto internazionale ed il ruolo delle Nazioni Unite. Occorre (4) riprendere i colloqui di pace (dialogo e negoziazione sono l’unica soluzione praticabile alla crisi ucraina); (5) risolvere la crisi umanitaria; (6) operare per la protezione dei civili e dei prigionieri di guerra; (7) mantenere sicure le centrali nucleari; (8) operare per la riduzione dei rischi strategici (contrastare l’uso e la minaccia dell’uso delle armi nucleari); (9) facilitare le esportazioni di grano. Al punto 10 il piano cinese chiede di mettere fine alla sanzioni unilaterali. Qui è evidente il riferimento polemico alle sanzioni unilaterali applicate da UE, GB e USA. Tuttavia questo punto è coerente con la valorizzazione dei fini e principi della Carta delle Nazioni Unite che riserva solo al Consiglio di Sicurezza la facoltà di applicare misure coercitive, non implicanti l’impiego della forza (art. 41). In ogni caso è evidente che il ritiro delle sanzioni deve andare di pari passo con i progressi del negoziato di pace, altrimenti le sanzioni diventerebbero uno strumento per proseguire la guerra con altri mezzi.

Infine gli ultimi due punti riguardano il mantenimento della stabilità economica mondiale (11) e la ricostruzione post bellica (12).

Di fronte alla sapienza del piano di pace cinese, balza agli occhi l’insipienza dell’Unione Europea e delle Cancellerie dei principali paesi europei, che hanno sposato la causa della vittoria dell’Ucraina, da perseguire accrescendo all’infinito le forniture militari, senza sentire ragioni. Anche se i militari, che sono più realisti dei politici, ci hanno fatto sapere che la “vittoria” non è a portata di mano.

Il piano cinese, non essendo stato respinto dalla Russia, avrebbe potuto e potrebbe ancora aprire degli spiragli per un negoziato. Di fronte a questa prospettiva gli Stati Uniti sono intervenuti a gamba tesa, ordinando a Zelensky di non accettare il cessate il fuoco. Ancora qualche giorno fa (il 21 marzo) il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha ribadito che un cessate il fuoco sull’Ucraina sponsorizzato dalla Cina non può essere accettato poiché farebbe solo il gioco dei russi e andrebbe in direzione opposta all’unica soluzione auspicata da Washington, ovvero una «pace giusta e duratura». In realtà, più che a una pace duratura, gli USA puntano a una guerra duratura. Vogliono prolungare la guerra il più possibile per nuocere alla Russia e per tenere in riga l’Europa. In realtà siamo di nuovo giunti a uno snodo cruciale per le sorti del conflitto e dei popoli che ne sono coinvolti, come avvenne il 5 marzo del 2022 quando (come ci ha rivelato l’ex premier israeliano Naftali Bennett) le parti erano quasi giunte a un accordo, che naufragò per il veto di Biden e Johnson. Questa volta la Russia indirettamente ha fatto sapere di essere disponibile a un cessate il fuoco e ad aprire un percorso negoziale sulla base delle indicazioni del piano cinese. Il Presidente bielorusso Lukashenko, nel corso di un discorso dinanzi al Parlamento di Minsk, il 31 marzo, ha invocato il cessate il fuoco: «Proverò a suggerire di fermare il conflitto in Ucraina prima di ulteriori escalation. Dichiariamo il cessate il fuoco senza condizioni. Se la leadership russa dovesse intravedere i rischi di un collasso, utilizzerà armi terribili. La probabile controffensiva ucraina renderà qualsiasi negoziazione impossibile». Dal tenore di queste dichiarazioni si capisce che il Cremlino ha parlato per bocca del suo alleato/vassallo. Coloro che in Italia e negli altri paesi europei invocano (a parole) delle iniziative diplomatiche per porre fine al conflitto, non dovrebbero lasciarsi sfuggire questa finestra di opportunità prima che venga chiusa di nuovo e dovrebbero ribellarsi al veto di Biden sul cessate il fuoco.

La programmata controffensiva ucraina sarebbe un disastro di per sé perché provocherebbe la morte di decine o centinaia di migliaia di giovani ucraini e russi, ma, se dovesse avere successo, il disastro sarebbe ancora maggiore perché spingerebbe la Russia a porre mano al grilletto atomico. Il prosieguo della guerra crea solo delle alternative infernali. È assurdo che le classi dirigenti europee non se ne rendano conto.


Tacciano le armi, negoziato subito!

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L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa ed ha già fatto decine di migliaia di vittime e si avvia a diventare un conflitto di lunga durata con drammatiche conseguenze per la vita e il futuro delle popolazioni ucraine, ma anche per l’accesso al cibo e all’energia di centinaia di milioni di persone, per il clima del pianeta, per l’economia europea e globale.

Siamo e saremo sempre dalla parte della popolazione civile, delle vittime della guerra in Ucraina e dei pacifisti russi che si battono per porre fine all’aggressione militare. Questa guerra va fermata subito e va cercata una soluzione negoziale, ma non si vedono sinora iniziative politiche né da parte degli Stati, né da parte delle istituzioni internazionali e multilaterali che dimostrino la volontà di cercare una soluzione politica alla crisi.

Occorre invece che il nostro paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato e avviino un percorso per una conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro. Bisogna fermare l’escalation militare. Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c ‘è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace, facendo tacere le armi e portando al tavolo del negoziato i rappresentanti del governo ucraino, di quello russo, delle istituzioni internazionali.

La popolazione italiana, nonostante sia sottoposta a una massiccia propaganda, continua ad essere contraria al coinvolgimento italiano nella guerra e a chiedere che si facciano passi concreti da parte del nostro governo e dell’Unione Europea perché sia ripresa con urgenza la strada dei negoziati. Questo sentimento maggioritario nel paese è offuscato dai media mainstream ed è non rappresentato nel Parlamento. Occorre dargli voce perché possa aiutare il Governo a cambiare politica e imboccare una strada diversa da quella attuale.

Per questo – a 150 giorni dall’inizio della guerra – promuoviamo per il 23 luglio una giornata nazionale di mobilitazione per la pace con iniziative in tutto il paese per ribadire: TACCIANO LE ARMI, NEGOZIATO SUBITO!

Rete Italiana Pace e Disarmo, con le sue aderenti Accademia apuana della pace – ACLI – AGESCI – ALTROMERCATO – Ambasciata democrazia locale – ANSPS – AOI – Associazione di cooperazione e di solidarietà internazionale – Archivio Disarmo – ARCI – ARCI Bassa Val di Cecina – ARCI Servizio Civile aps – ARosCS – Associazione Papa Giovanni XXIII – Associazione per la pace – AssopacePalestina – AUSER – Beati i costruttori di Pace – Casa per la pace di Modena – CDMPI (Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale) – Centro Studi Difesa Civile – Centro Studi Sereno Regis – CGIL – CGIL Padova – CGIL Verona – CIPAX – CNCA – Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della FCEI – Conferenza degli Istituti Missionari in Italia – Coordinamento Comasco per la Pace – Coordinamento pace in comune Milano – Emmaus Italia – FIOM-Cgil – FOCSIV – Fondazione Angelo Frammartino – Fondazione Finanza Etica – Forum Trentino per la Pace e i diritti umani – Gruppo Abele – IPRI – rete CCP IPSIA – Lega per i diritti dei popoli – Legambiente – Libera – Link coordinamento universitario – Link2007 cooperazione in rete – Lunaria – Movimento europeo – Movimento Internazionale della Riconciliazione – Movimento Nonviolento – Nexus Emilia Romagna – Noi Siamo Chiesa – Opal Brescia – Pax Christi Italia – Percorsi di pace – Rete degli studenti medi – Rete della conoscenza -Tavola sarda della pace – U.S. Acli – UDS – UDU – Un ponte per… – Ventiquattro marzo

Campagna Sbilanciamoci! ActionAid, ADI-Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, Altreconomia, Altromercato, Antigone, ARCI, ARCI Servizio Civile, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, Beati i Costruttori di Pace, CESC Project, CIPSI-Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale, Cittadinanzattiva, CNCA–Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’Acqua, Comunità di Capodarco, Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, Crocevia, Donne in Nero, Emergency, Emmaus Italia, Equo Garantito, Fairwatch, Federazione degli Studenti, Federazione Italiana dei CEMEA, FISH–Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, Fondazione Finanza Etica, Gli Asini, ICS-Consorzio Italiano di Solidarietà, Legambiente, LINK Coordinamento Universitario, LILA-Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, Lunaria, Mani Tese, Medicina Democratica, Movimento Consumatori, Nigrizia, Oltre la Crescita, Pax Christi, Reorient Onlus, Rete Universitaria Nazionale, Rete degli Studenti Medi, Rete della Conoscenza, Terres des Hommes, UISP–Unione Italiana Sport per Tutti, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari, Un ponte per…, WWF Italia

Per l’elenco delle prime adesioni: https://sbilanciamoci.info/tacciano-le-armi-negoziato-subito/
Per adesioni: segreteria@retepacedisarmo.org
All’appello ha aderito Volere la Luna

In homepage “Carri armati che si baciano”, murale di Laika, spuntto a Roma la notte tra il 15 e il 16 febbraio 2022

 

 


Ucraina: una pace ragionevole e il futuro dell’Europa

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L’invasione dell’Ucraina è a un punto di svolta. Le truppe russe sono ammassate alle porte di importanti città e snodi strategici; Mariupol è senza elettricità, acqua e riscaldamento e anche le forniture mediche e i beni essenziali sono difficili da reperire. La città di Kiev è quasi accerchiata e la regione circostante è teatro di scontri e combattimenti; nel resto del Paese, i civili sono sotto l’assedio dei bombardamenti. La popolazione Ucraina si prepara a combattere e a resistere all’accelerazione bellica che, inesorabilmente, avverrà in questa settimana. Perché, duole riconoscerlo, il rallentamento di questi ultimi giorni è solo la quiete prima della tempesta. Putin dovrà accelerare i tempi: le sanzioni stanno creando qualche effetto e le coraggiose manifestazioni della popolazione russa – come a San Pietroburgo – alzano la pressione interna. Del resto, i sequestri dei beni di lusso degli oligarchi hanno un effetto simbolico ma non sostanziale: rappresentano una minima frazione dei loro patrimoni e non intaccano la fonte delle rendite da cui traggono i benefici principali, cioè Putin stesso e – per sua intermediazione – lo Stato russo. Per sortire un “cambio di regime”, le sanzioni dovrebbero interdire il potere di rendita del leader, quindi la sua capacità di redistribuire risorse alle élite, che solo a quel punto avranno gli incentivi a rimuovere il leader. Ma praticamente tutti i beni che gli oligarchi gestiscono appartengono allo Stato, cioè di fatto a Putin. La Russia non è uno Stato nel senso moderno del termine, con la separazione tra patrimonio pubblico e quello dei governanti. Putin è l’azionista di riferimento, mentre gli oligarchi sono semplicemente degli amministratori delegati. A differenza degli oligarchi di Eltsin, che erano più co-partner dello Stato, gli oligarchi di Putin non hanno alcun potere politico. Le sanzioni più “diffuse” – come il blocco delle operazioni di Mastercard e Visa – non rappresentano ostacoli insormontabili, come mostra la decisione di Sberbank di emettere la carta Mir con la cinese UnionPay.

Nel voto dell’assemblea generale dell’ONU di condanna all’invasione russa, 141 Stati si sono espressi a favore della mozione, 5 hanno votato contro e 34 si sono astenuti. Tra questi ultimi, ci sono l’India e – appunto – la Cina. Putin, a livello della comunità internazionale, non è isolato e può attivare altri circuiti e filiere in sostituzione di quelle colpite dalle sanzioni. In questo scenario, la strategia europea – sostenere la resistenza della popolazione ucraina con l’invio di armi in attesa che le sanzioni sortiscano effetti tangibili – è destinata al fallimento. Con conseguenze tragiche per la popolazione civile. Perché per ora la Russia non ha dispiegato tutta la sua forza militare; e quando lo farà – esigendo un orribile sacrificio – se ne vedranno le conseguenze sul campo.

La realtà che l’Europa non vuole riconoscere è che Putin – come ha sostenuto Alessandro Orsini (Direttore dell’osservatorio sulla sicurezza internazionale della LUISS) – a Piazzapulita e a SkyTg24 – ha già vinto. L’affermazione ha ovviamente suscitato l’ira dei più, come di fronte a tutte le dichiarazioni che riportano brutalmente alla realtà: il Re è nudo. La guerra è persa, l’avversario storico ha vinto, e la si può solo fermare aprendo un tavolo di trattative con l’aggressore. Negoziando ciò che sarà possibile, ma da una posizione di inferiorità. Si deve scegliere, subito, tra l’illusoria opzione di poter fermare Putin – sacrificando migliaia di civili in vista di un obiettivo irraggiungibile – o fermare la guerra chiamando a raccolta tutta la comunità internazionale e, quindi, allargando le trattative ben oltre il ristretto consesso della NATO. Ne ha scritto Gabriele Catania sul blog dell’Osservatorio Geopolitico e Geostorico del Nordest per l’Impresa e il Lavoro (https://www.glistatigenerali.com/diritti-umani_russia/ottima-pace-russia-ucraina-ue/): una pace ragionevole è possibile. Occorre che l’opzione negoziale sia messa sul tavolo come l’unica possibile via d’uscita: negoziare vuol dire riconoscere i rapporti di forza in campo e cedere X in cambio di Y. Il negoziato non può prescindere dal riconoscimento della mancata trasformazione delle economie di Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia e Georgia in regimi contendibili: molto semplicemente, l’Europa non ha fatto per questi Paesi ciò che la Germania Ovest ha fatto per la ex-DDR. Anche per questo, la figura di Angela Merkel può e deve avere un ruolo di primo piano nella trattativa.

Inoltre, il negoziato deve avere uno sguardo lungo – intriso di utopia e ambizione politica – capace di integrare la Russia nell’economia occidentale, lavorando anche per la riconversione ecologica delle sue industrie, verso il rafforzamento della società civile e la costruzione di alleanze strutturali con le istituzioni culturali e scientifiche del Paese. Perché, come recita lo studio prima menzionato, la pace può essere costosa, ma la guerra lo è molto, ma molto di più.